

Com’è possibile? Dopo aver attraversato la crisi più straordinaria dal 1975 e dallo shock petrolifero, gli esperti della Confederazione ci informano che il Prodotto interno lord (PIL) nel 2020 é diminuito soltanto del 2,9%. Nella primavera dello scorso anno, avevano invece pronosticato il crollo: previsioni, allora, da -7 a -10 per cento. Ma, più che sovrastimare le conseguenze dei blocchi produttivi e delle restrizioni, sembra che abbiamo sottovalutato l’efficacia di due strumenti – messi in campo in pochi giorni – e cioè la disoccupazione parziale e i crediti-ponte. A ciò, bisogna aggiungere l’azione della Banca Nazionale, la quale ha evitato che il franco spiccasse il volo in seguito all’estremo nervosismo dei mercati finanziari. Così, dunque, abbiamo evitato il peggio.
Naturalmente, a una lettura più attenta, questo PIL 2020 segna una media assai imperfetta. L’alberghiero e la ristorazione a terra, e dall’altra parte la farmaceutica trionfante, ne sono gli esempi che più colpiscono. In ogni caso, queste cifre dimostrano ancora una volta , ed è un fatto salutare, la capacità di resistere della nostra economia nel far fronte alle crisi più acute.
Ma c’é qualcosa che queste cifre dimenticano: ed é quanto la popolazione sia stanca, stressata dall’andirivieni delle restrizioni, dall’assenza di momenti di condivisione, e dagli interminabili dibattiti economico-sanitari.
E queste statistiche non segnalano nemmeno l’angoscia dei giovani, né il pesante clima all’interno delle scuole. Ancora: non tengono conto dell’impoverimento culturale, musicale, museale – e dunque intellettuale – di cui siamo vittime. Senza dimenticare della battaglia climatica, con molti che si lamentano del fatto che sia stata sostituita dal covid sulla scena pubblica e politica. Infine, vi é questa frenesia vaccinale, in cui si suggerisce che nuovi virus e nuove varianti continueranno a ritmare la nostra vita. Questa corsa isterica alla vaccinazione lascia intendere che noi siamo pronti e motivati a riprendere la nostra vita come prima, il più in fretta possibile, e come se nulla fosse accaduto. Il PIL svolge il suo ruolo: misurare la creazione di ricchezza. Tuttavia sembra non essere mai stato così poco rappresentativo della nostra condizione. Dovremmo forse ispirarci al Bhutan e al suo celebre indice di “ felicità nazionale “? Senza adottare una replica così caricaturale, che ci viene ricordata ormai da un ventennio, sembra comunque che il momento sia ideale per rimodellare i parametri del nostro benessere. Perché é assai probabile che dall’inizio della pandemia esso abbia subito una contrazione ben maggiore del 2,9 per cento.
Servan Peca, Le Temps
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#SwissCovidFail, nato come hashtag su Twitter, è per me diventato una rubrica. E dopo i sei contributi che ho scritto molto probabilmente qualcuno mi avrà catalogato tra “quelli che vogliono i lockdown”. È la facile accusa che viene rivolta a chi, nella lotta al Covid19, propugna la linea della prudenza.
Checché ne pensino coloro che vorrebbero riaprire tutto subito, nemmeno all’epidemiologo più tetragono i lockdown piacciono: oltre a pesare negativamente sulla salute mentale di tutti, in particolare di chi è già in difficoltà, hanno un costo economico che ha conseguenze negative su buona parte della popolazione, soprattutto sulle fasce più deboli, che pagano così due volte il prezzo più alto alla pandemia.
Personalmente, penso che i lockdown siano la conseguenza del fallimento delle misure di prevenzione, un fallimento programmato nella misura in cui, almeno in Occidente, la scelta è sempre stata quella di prevenire… a posteriori.
Non so cosa ne direbbe l’Accademia della Crusca, ma io l’ho definita postvenzione, con quel “post” a sottolineare che, invece di intervenire prima, come succede per la prevenzione, viene messa in campo dopo, quando ormai è troppo tardi.
Eppure, il 13 marzo dello scorso anno, il dottor Michael Ryan, specialista in emergenze sanitarie dell’Organizzazione mondiale della sanità, aveva spiegato come comportarsi: “Siate rapidi e non abbiate rimpianti, l’importante è essere in vantaggio, il virus avrà il sopravvento se non agite rapidamente”. Anche a costo di commettere errori: “Se volete avere ragione prima di agire, non vincerete mai, nelle emergenze la perfezione è nemica del bene, la velocità prevale sulla perfezione” (qui il video del suo intervento).
Troppi governi – tra cui il nostro – non lo hanno però ascoltato. Ricordate in autunno quando, conferenza stampa dopo conferenza stampa, Alain Berset diceva che la situazione era sì preoccupante ma, prima di intervenire, bisognava aspettare di avere un quadro più chiaro della situazione?
Il problema è che aspettando, come aveva avvertito il dottor Ryan, il virus prende il sopravvento, i casi aumentano esponenzialmente e, quando si interviene, ci vogliono misure drastiche e tempi lunghi per riprendere il controllo della situazione.
Durante la finale degli open d’Australia, in un’inquadratura, si è visto il pubblico fuori dallo stadio: gente seduta sull’erba, sorridente. Per numero e vicinanza, simile a quella che, qualche giorno dopo, il telegiornale ci ha mostrato a Zurigo: tranne che quella sorrideva meno, perché invece di divertirsi stava protestando contro le misure anti-Covid.
La spiegazione? L’Australia ha scelto la strada della prevenzione, la Svizzera quella della postvenzione.
Pochi giorni fa il Consiglio federale é stato costretto ad allargare i cordoni della borsa per aiutare l’economia ad affrontare la crisi economica da pandemia. In particolare, Berna mette sul tavolo altri 10 miliardi di franchi per i fondi destinati ai casi di rigore. Eppure ci sarebbe un’altra capiente ‘cassaforte’ da cui si potrebbe ottenere aiuti più sostanziosi: quella della Banca Nazionale, che l’anno scorso ha fatto utili per oltre 20 miliardi di franchi, ma ne distribuirà soltanto 4 a Cantoni e Confederazione. Perché? Ed é giusto? Per nulla, risponde Sergio Rossi, professore ordinario dell’Università di Friburgo, direttore della cattedra di macroeconomia ed economia monetaria.
C’è una cosa ancor più indecorosa che l’uscita di scena di Michael Lauber: la ricerca del suo successore/a. Non solo la stabilità già fragile del Ministero pubblico della Confederazione (MPC) è sempre più traballante, ma è anche la salute della democrazia svizzera a vacillare. Una democrazia che vuole la distinzione dei poteri, ma che di fatto vede la giustizia schiava del parlamento e di una politica incapace a gestire una situazione dove il conflitto d’interesse è dietro l’angolo.
Sono i membri della commissione giustizia che seleziona il candidato ideale al ruolo di Procuratore generale. Fatta la scelta, il nome viene proposto all’Assemblea federale a cui spetta l’utima parola. Problema: dopo due concorsi, il candidato ideale non esiste.
A novembre erano stati scartati i due primi finalisti: il procuratore federale Andreas Müller e Olivier Jornot, procuratore generale di Ginevra. Quest’ultimo sembrava il grande favorito. Ha dimostrato di saper gestire una procura come quella ginevrina non esitando ad indagare miliardari o politici. Su tutti: Pierre Maudet. Ma questo che doveva essere un atout, si è rivelato un’arma a doppio taglio: un’intransigenza che ha probabilmente suscitato qualche timore, soprattutto in casa Udc.
Il secondo concorso ha avuto tre finalisti: i già procuratori federali Lucienne Fauquex, Félix Reinmann et Maria Antonietta Bino. Era quest’ultima, dirigente di una banca attiva nelle criptomonete, la grande favorita. Ma anche in questo caso il suo atout – la conoscenza del mondo finanziario – le ha giocato contro. Troppo vicina alle banche o troppo preparata per combattere i colletti bianchi? Fate voi! Fatto è che la commissione ha dovuto arrendersi all’evidenza che, sì, (forse), c’erano tre buoni candidati, ma che nessuno di loro aveva tutte le competenze auspicate.
E via quindi con un terzo concorso. Il rischio è grosso: o dal nulla uscirà la perla rara, o si rischia di avere a che fare con candidati ancor più imbarazzanti.
Membro della commissione, Christian Lüscher ha criticato fortemente quanto successo: “Mi vergogno di questa commissione. Invece di fare un lavoro costruttivo e strutturato (…) fa giochi politici a spese dei candidati. Oggi sono davvero disgustato”. L’avvocato, ben introdotto negli ambienti finanziari, propendeva per la candidatura di Bino, come lui membra del PLR ginevrino. In realtà, il problema – o meglio il disgusto – è la presenza di personalità come Lüscher nella commissione che deve decidere le sorti della Procura federale. Nel suo ruolo d’avvocato, infatti, Lüscher è costantemente opposto all’MPC. Per cui la sua presenza nella commissione che deve scegliere il Procuratore generale è un conflitto d’interesse che non dovrebbe essere tollerato.
Quando è stato creato l’MPC si era pensato che sarebbe stato il luogo dove avrebbero potuto confluire i magistrati e gli inquirenti più validi della Svizzera. In realtà così non è stato. Meglio essere re nei Cantoni che principini a Berna dove la politica – vedi il caso Blocher-Roschacher – si è sempre fatta sentire. Lo si è visto nelle elezioni dei giudici federali. E lo si vede oggi nella saga del successore di Michael Lauber, il terzo procuratore generale a lasciare il mandato anzitempo. Tanto che vien da chiedersi se non sia opportuno stabilire un consiglio svizzero della magistratura, sorta di governo autonomo di un potere giudiziario che dovrebbe essere indipendente dalle logiche di partito.

Sono uno dei pochi che traduce – si fa per dire – “Facebook” in italiano. Lo chiamo Facciabuco. Non so perché, ma lo preferisco a “Faccialibro” … e mi ci metto pure un pollice all’insù. Mi “laiko”, dal verbo “laikare”. Forse è per via del buco. Quel buco, che per alcuni è la voragine d’imbecillità che ci rimanda alle parole di Eco a proposito dei social, o forse quel buco, che assume i connotati dello spioncino. Ti guardo, ti vedo, non mi vedi ma so che mi guardi. O forse un buco in mezzo alla faccia, come spesso accade a quei volti truci delle sagome da tiro al bersaglio. Un proiettile in mezzo agli occhi. Sinistro, come la vicenda che oppone il patron di Facciabuco – il Sig. Zuckerberg – al Governo australiano. Già, perché qui volevo arrivare.
Ci eravamo quasi abituati a farci spiare dagli astuti algoritmi, a cedere la nostra vita privata in comodato d’uso, a farci manipolare da quell’allegra brigata di Cambridge Analytica – perché si sa che con un po’ di zucchero la pillola va giù… e non a caso Zucker-Berg te ne dà una montagna di quello zucchero. Insomma, tutto sembrava rientrare nel volterriano migliore dei mondi possibili, il pillolone sembrava inghiottito e, accidenti! Mica si mette di mezzo Canberra, che – con un progetto di legge finalizzato alla remunerazione della stampa nazionale da parte di Facciabuco – ci costringe di nuovo a guardare con sospetto verso quel buco-voragine in mezzo alla faccia – stavolta molto incazzata – del Sig. Zuckerberg. Dopo decenni di minacce causate dal buco nell’ozono, l’Australia si trova minacciata dalla faccia meno simpatica del social di Menlo Park! Minacce seguite da ritorsioni. Facciabuco blocca per una settimana la condivisione di link e notizie degli utenti in Australia, oscurando di fatto il continente. Insomma, un bel casino. Specialmente per un social abituato a chiedere amicizie! D’altronde – a ben vedere – non c’è nulla e nessuno da biasimare. Facciabuco è una realtà privata e ha facoltà di operare a proprio piacimento, nei limiti della legalità. Dico bene legalità: non dell’etica.
Australia versus Zuckerberg. Una partita ben più aperta dell’Australian Open. Chiusa però assai velocemente dopo un tie-break dal sapore di compromesso. Canberra negozia, indietreggia, spinge e poi concede. Sembra un 1 a 1… in realtà il social vince di misura. Di mezzo non c’è (sol)tanto il denaro che Facciabuco dovrebbe – a propria discrezione – versare ai media australiani, bensì l’affronto subito da Mr. Montagna di Zucchero. “Ma come?” – si sarà detto – “come osano mettere in dubbio la mia impresa?”. “Come si permettono di intralciare la mia missione planetaria?”. Facciabuco non è più soltanto un’azienda e il suo fondatore non è soltanto un CEO. Si tratta di uno Stato parallelo globalizzato e del suo monarca.
Benvenuti nell’epoca d’oro delle tecno-monarchie, dei tecno-parastati. Altro che la technocratie del buon comte de Saint-Simon! Gli Stati Uniti possono vantare di avere gli esemplari più famosi… e hanno (quasi) tutti dei nomi davvero lovely: Bezos (i bacetti), Musk (l’inebriante muschio), Gates (gli ingressi) e, appunto, il nostro Montagna di Zucchero. Tutti imprenditori astuti e geniali, ma tutti con i loro scheletri nell’armadio, anzi nel garage, visto che molti di loro lì hanno mosso i primi passi. Bezos il negriero, Jobs il vendicativo, Zuckerberg l’opportunista impostore, Musk il secchione bullizzato, Gates il nerd prepotente. Un po’ arroganti, sì, un po’ vanesi, un po’ paranoici e un po’ capricciosi. Biografie che rivelano una grande sete di rivalsa, ma anche una tenacia senza pari. Percorsi diversi, ma che inevitabilmente li avrebbero portati verso la megalomania più imprevedibile. Sommi i loro miliardi personali e probabilmente superi il PIL austriaco. Ognuno con il proprio culto della personalità e ognuno con i propri milioni di accoliti. Le big conventions con l’usuale panoplia di propositi salvifici e dal potere inebriante, tipico di chi ti ammanetta a suon di gas esilarante, sussurrandoti “change is goooood”! Ultimo, in ordine di tempo, quel Mr. Tesla, che fa impazzire il mondo a suon di auto elettriche, chilowatt di gioia e gigabytes di gaudio satellitare.
Con adepti e seguaci che presto faranno la fila davanti alle concessionarie al lancio dell’ultimo modello, come avveniva con l’iPhone di Jobs. Con la promessa di andare presto a scassare i cabasisi – come direbbe Montalbano – anche ai marziani. Promette di rivoluzionare la nostra mobilità. In realtà è interessato a controllare la nostra mobilità. Perché questo, in definitiva, è quanto accomuna tutti i tecno-monarchi. Il controllo. Ed è proprio quanto è successo laggiù, nella terra dei canguri. Zuckerberg, per un attimo, teme di perdere il controllo e si rivolta come un aspide calpestato. Di certo non era finanziario il vero oggetto del contendere. È lui a dirigere i giochi: così è nel suo regno. Così dev’essere anche fuori dal suo regno. E poi doveva pur dare una piccola randellata a quel vecchio trombone di Murdoch. I sovrani dell’high-tech amano pure questo: stuzzicare l’Ancien Régime. Dialogano solo con le massime Autorità degli Stati terzi e probabilmente li vedremo nei prossimi anni fare le goliardiche corna a Presidenti e Primi ministri sulle foto ricordo dei vari G-20.
E così – mentre carico la mia Tesla al magico Supercharger, mi scatto un selfie da postare su Instagram, laiko la Cicci, la Fuffi, la Poppi, la Pinta e la Santa Maria su Facciabuco, e passo l’ordinazione in Bitcoin su Amazon per il nuovo iPhone 13 gridando ehi Siri! – mi chiedo: che cosa ci lascia questo braccio di ferro australiano? Un buco nello stomaco o una faccia gioconda? Né uno né l’altra. Rimane un monito all’Europa e al resto del mondo. Come dice Jean-Marie Cavada, ex-presidente di Radio France, “abbiamo visto che, se non si cede alle loro minacce e ai loro ricatti, sono pronti ad attaccare la nostra sovranità”. Presto lo stesso dibattito giungerà alle nostre latitudini e vedremo se i nostri politici mostreranno i muscoli o se faranno buona faccia a cattivo buco.
Non serve la maledetta anagrafe per ricordare: è da anni annorum che si dice (Bill Gates, tra gli altri, Ted Talk del 2015) che le emergenze virali si accamperanno in futuro come minaccia principale e permanente per la nostra salute, e per la nostra vita (sociale, economica, psichica). L’appello era per un potenziamento vero della ricerca, cui dovrebbero essere destinati mezzi attualmente utilizzati per roba del tutto obsoleta e socialmente improduttiva (gli armamenti, su tutti). Nulla è stato fatto, comunque troppo poco.
Non stupiamoci perché quanto era stato pronosticato succede per davvero.
I virus ci faranno compagnia nel futuro, e per anni ancora, forse per sempre; i vaccini servono a poco, temo, se non a creare falsa sicurezza e ad allentare i protocolli. Rilevo che quello cui tutti anelano (il vaccino) con ogni probabilità non ci protegge (totalmente) dal contagio, e in più ci mantiene contagiosi; cioè nessuna immunità, a differenza dei vecchi e cari vaccini della nostra infanzia.
Come viviamo questa situazione? Il problema è che siamo bravi a fare lezioni agli altri, e a non seguirle per quanto ci riguarda; con un fiorire di scuse e di emotività, con il tentativo di sdoganare l’indispensabilità dell’inutile, sempre che ci riguardi personalmente. Tenere la manina all’anziano all’ospizio? Il diritto dei bambini (o dei genitori?) alle vacanze sulla neve? Il cenone di Natale e il veglione di Capodanno? Gli aperitivi? Il carnevale? Sembra che vi sia l’esigenza di trovare, capricciosamente, giustificazioni a esigenze private, con il corollario dello sfuggire alle regole come se fossero state stabilite per farci un personalissimo torto. Penso agli adolescenti che, quali carbonari di serie z, si riuniscono nottetempo nei parcheggi, nei sottopassaggi, come se si trattasse di sfuggire al Grande Fratello (quello vero); penso a coloro che hanno organizzato, e a quelli che hanno partecipato, ai festini di chiusura dei bar; penso a coloro che, ad ogni raggio di sole, si ammassano sulle rive; a quelli che trovano il trainer compiacente che gli apre la palestra; e a tutti gli altri, che hanno pensato che il virus non ci fosse proprio, o comunque che non li riguardasse. Così siamo, e c’è ben poco da fare.
L’unica soluzione è prendere atto del rischio, accettarlo, e convivere con intelligenza con questa minaccia forse ineliminabile. Quindi, più che demandare le nostre speranze alle virtù salvifiche delle campagne vaccinali insistere sul rigido rispetto di protocolli sanitari, e sulla tutela vera delle fasce più fragili (e non come si è fatto da noi, con l’ecatombe di anziani che abbiamo vissuto). In chiaro: apertura generale delle attività economiche, senza eccezioni ma con regole chiare e rigidamente applicate. E vacciniamoci, certo, ma senza riporre esagerate speranze sull’efficacia di questi rimedi, che hanno un solo effetto incontestabile, quello a livello dei bilanci (degli Stati, delle aziende farmaceutiche).
Gli appelli – che agitano nuove minacce, le varianti – degli esperti veri o improvvisati, e quelli della politica (non parliamo poi della narrazione insopportabilmente retorica e ansiogena dei media) hanno ormai ben poca presa, diventano sempre meno credibili, e privi di efficacia per affrontare questo mondo nuovo che sarà il nostro. Un mondo da guardare negli occhi senza paura, ma con una saggia dose di attenzione (e di fiducia nella ricerca) e di altrettanto saggia percezione della nostra inevitabile impermanenza.
