Vaccini e principio di precauzione

Un nuovo capitolo nelle disavventure di AstraZeneca: la Germania ne sospende l’uso per gli under 60 

In Ticino la campagna di vaccinazioni accelera: da lunedì, e quindi con un paio di settimane di anticipo, sul sito del Cantone si possono registrare anche gli over 65. Io l’ho fatto immediatamente. I vaccini sono infatti la principale speranza che abbiamo nella lotta alla pandemia, visto come vanno le cose: contagi in aumento, test in ritardo e vacanze pasquali in prospettiva.

L’ho fatto senza esitazioni tanto più che In Svizzera i due vaccini attualmente utilizzati, Pfizer BioNTech e Moderna, sono entrambi molto efficaci e molto sicuri (questi gli ultimi dati e qui una spiegazione su come funzionano).

Che i vaccini siano cruciali lo confermano le polemiche suscitate due settimane fa dalla decisione di diversi paesi di sospendere l’utilizzazione dell’altro vaccino sul quale la Svizzera ha investito, quello di AstraZeneca (che in futuro si chiamerà Vaxzevria).

C’è chi se l’è presa con il principio di precauzione, ormai diventato tavola di legge non appena si affaccia l’ipotesi di un rischio. Ed è comprensibile, se si pensa che da una parte c’erano poche decine di casi di trombosi – una quindicina dei quali con esito fatale – e dall’altra gli oltre tremila morti che quotidianamente si registrano in Europa a causa del Covid19.

Rallentare le vaccinazioni – seppure soltanto per qualche giorno – di certo è costato delle vite. Ma le ultime notizie confermano che sul vaccino di Astra Zeneca qualche preoccupazione si giustifica. Ieri, la Germania ha deciso di sospenderne la somministrazione tra chi ha meno di sessant’anni perché, secondo gli ultimi dati pubblicati dal Paul-Ehrlich-Institut, su 2,7 milioni di vaccinazioni si sono registrati 31 casi di trombosi venose cerebrali, 19 dei quali molto rari, che hanno causato nove decessi (qui i dati, pubblicati in un tweet dal giornalista scientifico tedesco Kai Kupferschmidt). Pochi, ma decisamente più frequenti di quelli attesi, soprattutto fra donne (29 dei 31 casi) relativamente giovani (la più anziana aveva 63 anni). Da qui la decisione: come annota Leif Erik Sander, uno specialista dell’ospedale universitario la Charité di Berlino, il rischio individuale è minimo (poco più di 1 su 100 mila), ma meglio non correre rischi considerata la gravità degli effetti collaterali e la possibilità di usare altri vaccini.

Decisione saggia, secondo me, anche se tra i casi di trombosi e le vaccinazioni nessun nesso di causa-effetto ha potuto essere fin qui stabilito: perché in gioco vi è anche l’atteggiamento della popolazione nei confronti dei vaccini che, pur essendo la più grande “success story” della storia della medicina, oggi sono guardati con sospetto da una consistente minoranza, influenzata dalla propaganda dei novax.

Per AstraZeneca, vaccino che in Svizzera non è ancora stato omologato, invece è un altro inciampo. E non è il primo, come ricorda questo articolo di Slate France. Brutta cosa per il vaccino più atteso perché facile da somministrare.


Il Covid non ferma l’onda rossoverde

Un nuovo capitolo nelle disavventure di AstraZeneca: la Germania ne sospende l’uso per gli under 60 

Forse pochi se ne sono accorti, ma da domenica la Svizzera non è più esattamente la stessa. E non tanto o non solo perché Moutier ha cambiato cantone raggiungendo la sua terra madre e, speriamo, ponendo finalmente la parola fine alla questione giurassiana.

Politicamente infatti le elezioni hanno causato un piccolo ma avvertibilissimo scossone. Il dato ovviamente più eclatante è la perdita della maggioranza assoluta del PPD in Vallese: un vero e proprio terremoto questo in un cantone da sempre saldamente in mani democristiane. Il dato interessante è che il seggio perso è andato a favore dell’UDC, che così torna in Governo dopo quattro anni di assenza, non dei rivali storici del PLR o del PS, che anzi hanno confermato brillantemente i loro seggi. Insomma, lotta interna al campo borghese, con l’ala destra del PPD, o meglio della neonata Alleanza di Centro, che, come già avvenuto in altri cantoni, anche qui sembra sempre più scollarsi anche qui dalla sua casa politica-madre, il conservatorismo di matrice cattolica, attratta da sirene più nazionaliste.

E malgrado l’alleanza con un agonizzante PBD, il PPD ha pure perso un seggio a Glarona, questa volta a vantaggio dei socialisti, che rientrano così in Consiglio di Stato dopo una lunga assenza e, malgrado sembri comunque in grado di tenere a Soletta (secondo turno il 25 aprile), è uscito male anche dalle recenti comunali di Friburgo, un’altra delle sue roccaforti (bene anche qui gli ecologisti, tutto sommato stabile il PS, arrancanti PLR e UDC). Segnali molto preoccupanti per il nuovo corso che i vertici nazionali intendono imprimere al partito.

La Romandia invece si tinge sempre più di rosso-verde: chi pensava che la pandemia avesse arrestato il trend dello scorso anno favorendo i partiti più legati all’economia o quelli che stanno cercando di cavalcare il malcontento popolare dovuto a un anno di lockdown e misure restrittive, si è clamorosamente sbagliato: a Ginevra è stato trionfo ecologista e débâcle PLR, mentre nel canton Vaud non c’è stata partita: a Losanna tre municipali sono targati PS e tre sono verdi (il settimo e ultimo è quanto resta dello storico PLR e dell’entente bourgeoise), e pure tutti gli altri grandi comuni – Yverdon, dove il PLR ha perso la metà dei suoi seggi, Montreux, Vevey, Nyon e persino Renens – hanno confermato la maggioranza di sinistra oppure hanno cambiato colore (unica eccezione, Morges). Doppio 6-1 e tutti a casa.

Prossimi appuntamenti, Neuchâtel in aprile e Friburgo (cantonali) in autunno. Dovesse arrivare un’altra ondata…


La rivolta degli schiavi

Un nuovo capitolo nelle disavventure di AstraZeneca: la Germania ne sospende l’uso per gli under 60 

Lo storico dell’economia dell’antichità Moses Finley ha dimostrato la portata epocale delle guerre servili nell’imprimere una svolta alle forme economiche e all’organizzazione sociale.

In che misura il primo sciopero in Europa degli “schiavi dell’algoritmo” dell’intera filiera italiana di Amazon (lunedì 21 marzo), così come il referendum per la creazione di un sindacato al quale devono rispondere entro il 29 marzo i 5800 dipendenti del magazzino Amazon di Bessemer in Alabama, rappresentano una svolta all’interno del capitalismo delle piattaforme, l’inizio di un ciclo di lotte contro l’impero digitale?

Negli Stati Uniti solo il 10% dei lavoratori è iscritto a un sindacato (30% in Italia, 21% in Svizzera), ma di sicuro, nella storia 25ennale dell’azienda più importante del mondo, nessuno dei dipendenti americani di Amazon (un milione) ha mai potuto iscriversi, dato che il sindacato semplicemente non c’è. Negli anni, le proteste dei lavoratori dei magazzini Amazon contro i turni massacranti, il controllo esasperato sulle attività svolte, le pause inesistenti e le disposizioni disciplinari del tutto arbitrarie, si sono moltiplicate, ma nessuna protesta è mai riuscita ad andare oltre il caso isolato e a evitare licenziamenti in tronco. Il magazzino Amazon, inaugurato a Bessemer all’inizio del 2020, si trova in una regione dove il 25% della popolazione è povera e la forza lavoro di Amazon è per l’85% nera e per  il 65% femminile. Per questo, l’entrata ufficiale del sindacato è da considerarsi come la prima sfida aperta e organizzata al gigante Amazon, che rischia di perdere il controllo assoluto sulla “sua” classe operaia.

Si tratta di una battaglia per la dignità, se è vero che sotto il profilo salariale Amazon offre un salario orario pari a 15 dollari l’ora, il doppio dei 7,25 previsti dal salario minimo. Come ha dichiarato alla tv CBS Jennifer Bates, lavoratrice del magazzino Amazon-Bessemer

“Siamo trattati come se fossimo prigionieri che sono lì per portare a termine un lavoro”. “Ciò di cui la comunità non si rende conto è quello che succede dietro le quinte”; “Cosa stanno passando i lavoratori solo per assicurarsi che tutti ricevano i propri pacchi?”

Il New York Times ha raccontato la pausa pranzo di Jennifer con queste parole: “…si allontana dal posto di lavoro nel magazzino Amazon dove lavora, il tempo inizia a ticchettare. Ha 30 minuti esatti per andare in mensa e tornare. Ciò significa attraversare un magazzino delle dimensioni di 14 campi di calcio… Evita di portare il cibo da casa, perché riscaldarlo nel microonde le costerebbe ancora più minuti”.

La caparbietà antisindacale di Amazon sta creando le condizioni per uno scontro politico di proporzione nazionale, perfino il presidente Biden si è visto obbligato a dichiarare che “gli impiegati di Amazon devono essere liberi di sindacalizzarsi”.

Amazon ha rivoluzionato l’attività commerciale, nel farlo non ha trovato rivali, tranne in Cina dove da luglio 2019 ha deciso di vendere solo prodotti non cinesi, dopo aver provato a contrastare la multinazionale Alibaba e aver visto passare la sua quota di mercato dal 15% nel 2012 all’1% del 2018. Lo stesso in India. Ma queste sono eccezioni. Nel resto del mondo Amazon cresce da anni tra il 20% e il 40% ogni anno, e la crisi pandemica non ha fatto altro che accrescere in misura spropositata il suo valore azionario.

C’è chi propone di organizzare un boicottaggio di Amazon “per difendere il piccolo negozio vicino a casa”. Per quanto condivisibile (chi scrive non compra nulla su Amazon), non è detto che le condizioni di lavoro al negozio all’angolo siano migliori. Una proposta alternativa, avanzata da un gruppo di lavoratori Amazon della CGIL, “è quella di lottare per migliorare le condizioni di lavoro in Amazon, evidenziando allo stesso tempo, che questo modello aziendale mostra rozzamente quello che potrebbe essere un moderno sistema di pianificazione e distribuzione delle merci, di quelle necessarie, non solo i capricci stupidi”.


Omnipotens Bezos

Un nuovo capitolo nelle disavventure di AstraZeneca: la Germania ne sospende l’uso per gli under 60 


Una collina, fra legalità e illegalità

Un nuovo capitolo nelle disavventure di AstraZeneca: la Germania ne sospende l’uso per gli under 60 

Il clima è un problema (…) per il quale non ci sono vaccini. Per fermare le emissioni di gas serra dobbiamo cambiare ogni cementificio, ogni acciaieria, tutta la mobilità, cose che hanno tempi lunghi e richiedono una volontà politica senza precedenti.

Sono parole chiare, nette, di allarme che ci vengono da Bill Gates, in una bella e importante intervista realizzata da Bruno Giussani per il “Corriere del Ticino” (23.3.21 – a pagamento).

La questione, lo sappiamo, è enorme, come enorme è il disastro prefigurato da un ampio e diversificato “fronte ecologista”, che va dal noto filantropo e fondatore della Microsoft, ai gruppi più diversi, partiti, ONG, fondazioni, associazioni spontanee.

E’ un fronte che si batte da anni contro il degrado ambientale che ogni giorno, ogni minuto, mostra le sue terribili conseguenze così come mette a nudo la scarsa o nulla sensibilità manifestata in questo senso dall’economia mondiale quanto dai nostri comportamenti sociali quotidiani.

In Svizzera, in particolare, c’è oggi un “caso” che tiene banco in Romandia e chiama in causa una grande azienda nazionale, la Holcim (con sede centrale a Jona e alcune sedi anche in Ticino) che dal 2014, fusionando con Lafarge, ha dato vita ad una delle multinazionali leader nel mercato mondiale del cemento e calcestruzzo: un settore responsabile del 19% delle emissioni di CO2 in tutto il globo.

Solo nel nostro paese la Holcim ha 3 cementifici, 16 “centrali aggregati” e 36 “centrali di betonaggio”: fra esse una “cava” nel Canton Vaud, sulla collina del Mormont, fra Éclépens e La Sarraz, dove da anni echeggiano scoppi di mine, carico e scarico di materiali, sabbia, sassi, passaggi continui di camion. E’ un “cantiere” attivo ormai da anni, che ha scavato nella collina una sorta di incredibile “cratere lunare” che si estende nel tempo con tutte le autorizzazioni ed i permessi del caso, per carità, ma a totale detrimento del valore naturale, ambientale, paesaggistico del luogo, che è patrimonio naturale nazionale riconosciuto, dove crescono persino rare specie di orchidee.

Dopo una serie vana di ricorsi giunti fino al Tribunale Federale, dall’ottobre scorso,   un nutrito gruppo di giovani nato spontaneamente, sostenuto da centinaia di persone, ha letteralmente cintato ed occupato la zona, che ha definito “ZAD”(“Zone à défendre”) dove ha creato una sorta di villaggio-accampamento per impedire che si continui a scavare la montagna, a eliminare, a suon di mine, specie vegetali e animali, a produrre in quantità insostenibile il tanto deprecato CO2.

Una storia importante, tutta da seguire, che sul versante delle testimonianze di vita della comunità “ZAD”, ha un bel documento, firmato da Alexandre Salama, visibile su You tube.

I giovani, del resto, considerano la loro una pacifica “azione di protezione” della collina; ma dalle autorità cantonali, su richiesta di Holcim e del comune di La Sarraz, è arrivato l’ordine di sfratto, in nome della “legalità” dell’attività di Holcim e dell’”illegalità” della loro occupazione di suolo privato.

E infatti stamattina all’alba, la polizia, in tuta anti-sommossa, ha cominciato la sua azione di “sgombero”, che è in corso in queste ore concitate, fra speranze di una soluzione pacifica e paure per una degenerazione violenta dello scontro.

Gli “Zadisti” hanno da sempre affermato che nel caso di un ricorso alla forza nei loro confronti sarebbero stati costretti a “parlare la stessa lingua di chi li attacca”.

« Occupazione » o « protezione » ? « Legalità » o “illegalità”? E da parte di chi? In nome di cosa? Sono questioni importanti, poste da questo episodio in modo quasi emblematico.

Il servizio di RTS: La police évacue les militants de la ZAD du Mormont à Eclépens (VD)

Certo la Holcim, anche nel suo sito, si dichiara attenta ad un’”edilizia più ecologica”, e si dice già attiva nell’ambito di pratiche di sostenibilità come ad esempio il “riciclo” dei materiali da costruzione. Ma intanto parrebbe che per estendere il mercato si debba ancora continuare ad estendere il cratere del Mormont, con tanto di sostegno politico della municipalità di La Sarraz e contro il parere delle centinaia di sostenitori che i giovani dell’occupazione hanno saputo convincere e coinvolgere.

Un cratere simbolico, di un momento cruciale non solo per il Mormont, non solo per il paesaggio vodese, o svizzero, ma proprio per le sorti di un’economia che deve rivedere i propri parametri, in nome di un bene, la terra e l’eco-sistema, che oggi, su quel monte, è difeso da un manipolo di volontari “obiettori di coscienza”.

Verso la fine del reportage citato sopra, la voce fuori campo di una ragazza, afferma:

Per me un’esperienza “ZAD”, un’”occupazione”, è stare in un luogo dove vivi fino in fondo il tuo impegno nella vita di tutti i giorni. Non è solo battersi contro un mondo che giudichi problematico, ma è anche e soprattutto provare a dar vita ad un mondo in cui vorresti vivere.

L’intervento della polizia, stamani all’alba, sembra gettare un’ombra, grave e pesante, sui sogni e i desideri di quella ragazza e dei tanti che come lei si ritroveranno, una volta di più, a fare i conti con “le leggi e la legalità” del potere economico.

Una triste vicenda. Lo direbbe, probabilmente, anche Bill Gates.


Due piccole idee per la propria sopravvivenza

Un nuovo capitolo nelle disavventure di AstraZeneca: la Germania ne sospende l’uso per gli under 60 

La piazzetta degli ultras rumoreggiava (con striscioni e fumogeni, ben s’intende) fuori dalla sede provvisoria delle “deliberazioni” del Consiglio comunale; è un modo ormai squallidamente classico per intimidire, questa volta accompagnato da franche minacce sui social. E ci voleva ben poco per intimidire i poveri consiglieri comunali, già intimiditi di loro, oltre tutto alle prese con le piccole ma enormi angosce personali per  un’elezione imminente. Quindi, via libera corale al progetto di Cornaredo, un nuovo vulnus alla città, un piccolo scandalo per la sua palese inutilità, per i costi e per i suoi devastanti effetti sui conti, sulla progettualità luganese e sul futuro del centro “storico” (perché sì, abbiamo appena scoperto, con l’emergenza, che Lugano avrebbe anche un “centro storico”, che molti però stanno invano cercando, in uno slalom speciale in mezzo agli obbrobri di cinquant’anni di malaedilizia).

La decisione era ovvia e attesa, identica peraltro a quella (potenzialmente dannosa, ma alla fine fortunatamente inutile per intervenuto fallimento) che era stata adottata per l’aeromorto di Agno. Molto simile per almeno due motivi, entrambi riconducibili alla pochezza di tanta classe politica ticinese, che sembra sempre sopravvivere ormai solo a colpi di furbate.

Il primo, l’arma di distrazione di massa – con sprezzo dell’intelligenza della gente, si sono cercate scuse allotrie per sdoganare una decisione, i destini gloriosi della squadra di calcio locale per la surreale cementificazione di Cornaredo e la tutela dei posti di lavoro per Agno, con i politici a travestirsi malamente da tifosi (senza esserlo) o da sindacalisti (idem).

Il secondo, la fifa (nel senso di paura) – in un Cantone in perenne campagna elettorale, si è ritenuto assai furbo votare in un modo ma lasciare al popolo la patata bollente della decisione definitiva, in presenza di un referendum fatto (aerosalma) o minacciato (PSE). Sono state delegittimate o silenziate, senza troppi complimenti, le poche voci critiche all’interno dei partiti (in specie, tra i liberali); e molti si sono silenziati da soli, per il timore di una futura sconfitta e per rimanere ben tranquilli e coperti nel gruppo. Quindi, anche coloro che avversavano i progetti potranno dirsi senza colpa di fronte ai loro stakeholders, essendo i cittadini ad avere deciso.

Nell’uno e nell’altro caso, la politica ha fatto una ben magra figura, o meglio ha fatto la figura che ci attendevamo avrebbe fatto. In ogni modo, non ne pagherà il prezzo, non sia mai; con un bel sospiro di sollievo, si accoglierà la puntuale rielezione, con la solita grancassa della più stucchevole retorica, e avanti così per un’altra inutile legislatura. Ho fatto un sogno: che molti, moltissimi, alle prossime elezioni evitino la pur piccola fatica del voto, riducendo così il campo dei votanti a un asintotico minimo, e dando così agli eletti la vera misura di quella legittimazione popolare di grado zero che essi meritano con il loro comportamento di ogni giorno.


È la fine del conflitto giurassiano?

Un nuovo capitolo nelle disavventure di AstraZeneca: la Germania ne sospende l’uso per gli under 60 

Moutier ha deciso, abbandona il canton Berna per aderire al canton Giura. Questa volta il responso delle urne è chiaro; appare dunque definitivo. Termina qui anche il decennale conflitto giurassiano? Si chiude questo lacerante capitolo della storia svizzera come affermano le autorità federali e bernesi? Lo si è già detto in passato e sempre invano, ad esempio nel 1979 quando è stato fondato il Canton Giura, o nel 2013 quando i distretti del Giura sud hanno ribadito la loro permanenza nel Canton Berna. Ancor oggi un leader storico del movimento autonomista, Pierre-André Compte, dice che il popolo giurassiano non rinuncerà mai all’idea della riunificazione. “La nostra terra ancestrale – precisa – si estende da Boncourt nel nord del canton Giura fino alla Neuveville su lago di Bienne nel sud del Giura bernese”. Questo “Giura ancestrale” è il territorio attribuito al canton Berna dal Congresso di Vienna che nel 1815 ha ridisegnato la carta dell’Europa dopo la caduta e l’abdicazione di Napoleone.

Già allora, 200 anni fa, emergono le prime tensioni, che scoppiano clamorosamente nel 1947 quando le autorità bernesi negano il dipartimento delle costruzioni ad un consigliere di stato giurassiano, semplicemente perché parla francese. I giurassiani si sentono oppressi, discriminati culturalmente ed economicamente, ad esempio, nella costruzione delle infrastrutture. È l’inizio di un lungo conflitto che si infiamma negli anni sessanta e settanta con azioni spettacolari e simboliche, ma anche con alcuni attentati terroristici. Le violenze riprendono all’inizio degli anni ’80 con gravi scontri a Moutier fra separatisti e granatieri della polizia bernese. Si rasenta la guerra civile.

Moutier è paragonata a Belfast, l’allora consigliere federale Kurt Furgler è indignato. In parlamento critica le autorità bernesi, “volete veramente dei morti?” ed ammonisce i separatisti, “il Consiglio federale non accetterà mai organizzazioni paramilitari”. E un paio d’anni dopo ci scappa il morto. Un separatista giurassiano salta in aria nella città vecchia di Berna manipolando maldestramente una bomba artigianale. Gli spiriti si calmano grazie anche al dialogo favorito dall’Assemblée interjurassienne presieduta, fra gli altri, anche dal ticinese Dick Marty. Ed è proprio da questo dialogo che scaturiscono le ultime due consultazioni popolari a Moutier. Quella del 2017 annullata per diverse irregolarità e la ripetizione dopo quattro anni che sancisce il trasferimento di Moutier nel Canton Berna.

Tutto si è svolto nella calma, il conflitto giurassiano è sopito, ma le aspirazioni di un Giura riunificato non sono scomparse come d’incanto.


Elezioncelle, politica di milizia, formule magiche e altri feticci elvetici

Un nuovo capitolo nelle disavventure di AstraZeneca: la Germania ne sospende l’uso per gli under 60 

La settimana scorsa Virginio Pedroni ha scritto, con la solita lucidità, dei paradossi; ed è ben vero che viviamo in mezzo a situazioni contraddittorie, che concernono anche pietre angolari del nostro vivere insieme. Penso soprattutto a due, in politica, la “formula magica” e la “politica di milizia”. Ma ce ne solo altre, di cui magari scriverò.

La prima – I maggiorenti dei partiti storici interpretano il concetto di Zauberformel come modalità di spartizione del potere, cioè (al solito) come una faccenda che concerne i posti a tavola, come se il Consiglio federale fosse una specie di ristorante trestelle, al quale si ha l’onore di essere ammessi solo per una sorta di malsana cooptazione, cioè un purgatorio di una lunghezza decisa proprio da coloro che dovrebbero cedere un posto nella stanza dei bottoni. Occorre ricordare, in specie a quelli che ogni giorno vi si appellano per proteggere i propri interessi, che la formula magica nasce dalla volontà, tutta di elvetica e pratica furbizia, di gestire i conflitti attraverso un patto istituzional-sociale, una condivisione della responsabilità per le scelte che ci mandano avanti, con conseguente parziale sterilizzazione delle tensioni sociali attraverso il consenso. Come è vissuta adesso, la Zauberformel non è invece altro che un galateo per poltronisti, una modalità di esclusione, perdendo tutta la sostanza che ha presieduto alla sua concezione. (paradosso)

La seconda – La qualità della classe politica non cessa di deludere anche lo spettatore più benevolo; la caricatura di campagna elettorale attualmente in corso lo conferma in pieno. Giunto da Marte, uno spettatore innocente sarebbe però stupito dalla presenza di parecchi “professionisti della politica… di milizia”, cioè giovani più o meno rampanti e sgomitanti, che si guadagnano la pagnotta con le cariche politiche o di partito, o al massimo con qualche fumoso incarico di “consulenza”. Gente che, diciamocelo, non ha mai avuto un lavoro vero, e che spesso meriterebbe che qualcuno li obbligasse a cercarselo. In buona sostanza, camuffandolo da attività svolta per altruistico spirito di servizio, stiamo allegramente sdoganando un sistema di politici di professione (cioè lo stesso che critichiamo quando lo vediamo dai nostri vicini), con il difetto di nominare spesso i peggiori, cioè quelli che non durerebbero un giorno nell’economia privata, sempre che riescano ad arrivarci. Uno dei (pochi) vantaggi della politica di milizia era quello di riuscire a portare nelle stanze del potere una visione concreta, una conoscenza vera degli uomini e delle cose; con questa “milizia” fasulla, si hanno solo i difetti e nessuno dei pregi. (paradosso)

Ma se anche vacche sacre come queste vengono così umiliate, non vi è motivo per ritenere che tante altre nostre belle certezze elvetiche non siano altro che slogan vuoti di senso, perfetti da utilizzare appunto in qualche campagna elettorale per happy few.

Ammantati dal consueto disinteresse dell’elettorato, si stanno intanto consumando gli ultimi focherelli della campagna elettorale per le Comunali ticinesi. Una campagna che non ha subito pregiudizi evidenti dai protocolli sanitari, se non la rinuncia a qualche barboso aperitivo sezionale, a qualche indigestissimo risotto con luganighe, o a qualche pseudo-evento dove ogni partito se la canta e se la suona davanti ai propri sostenitori doc, con un entusiasmo falso come un biglietto da sette franchi. Gli approdi pubblici in terreni non protetti, quali i dibattiti radio-televisivi, si sono svolti in un tripudio di slogan senza sostanza, di appelli al nulla, conditi da qualche scena muta e da parecchie figuracce; la scazzottata verbale tra “tenori” della politica luganese (Pelli e l’alcalde in persona, nervosissimo) è giunta ieri come una bella bibita rinfrescante, in mezzo a tanto nulla. E dire che le Comunali sarebbero il luogo in cui la politica del fare (e non del declamare) dovrebbe dare il proprio meglio. Insomma, siamo alla solita bolla autoreferenziale, in cui i candidati di ogni partito sono piuttosto impegnati a fare le scarpe ai propri colleghi, complice la sciagurata tendenza delle commissioni-cerca a riempire le liste di candidati, al di là delle concrete possibilità di eleggerli tutti.


Maudet, la saga continua 

Un nuovo capitolo nelle disavventure di AstraZeneca: la Germania ne sospende l’uso per gli under 60 

Non so voi, ma quando si dice che il tempismo è tutto io tendo a crederlo. E il consigliere nazionale PLR ginevrino Christian Lüscher ce ne ha appena dato un esempio impareggiabile.

Nemmeno 18 ore dopo i risultati delle suppletive ginevrine, l’ex vicepresidente del PLR svizzero ha voluto dire la sua sulla sconfitta del suo acerrimo avversario, Pierre Maudet. E ci mancherebbe altro.

E lo ha fatto intervenendo alla Matinale della RTS, dopo però un letargo mediatico durato mesi. Mesi in cui intanto il PLR cantonale sprofondava. Mesi nei quali del radicale Maudet, il liberale Lüscher non ne voleva nemmeno sentir parlare. Mesi in cui era inutile chiedergli interviste sullo stato di salute del PLR ginevrino (ci sono istanze deputate per quello, non tocca a me parlarne); superfluo ricordargli che è stato lui lo sponsor principale dell’espulsione del fu-suo-collega-di-partito (guardi, qualsiasi cosa dica, la mia risposta è no); vano ricordargli che sono le elettrici e gli elettori PLR ginevrine e ginevrini ad averlo mandato a Berna e che a loro, almeno, avrebbe potuto riservare qualche attenzione pubblica in più in un momento così difficile per il partito (capisco, ma le ripeto: no); futile quasi ozioso, infine, fargli notare che il PLR è il partito della responsabilità individuale, e che quindi i suoi membri, soprattutto quando ricoprono cariche così importanti, dovrebbero forse dare l’esempio (ho detto: no). Insomma, nulla da fare.

Poi però all’indomani dei risultati, il nodo in gola si scioglie, tutto quello che si voleva ma non si poteva dire sgorga fuori come una liberazione e voilà: “Non mi interessa il destino di Pierre Maudet, la sua storia politica è finita, almeno questa è la mia impressione.” Siamo sicuri?

Nelle scorse settimane diversi esponenti del partito sembravano letteralmente paralizzati dal successo di Pierre Maudet al primo turno. “Quoique l’on fasse on nourrit la bête” – ci confessavano – e permettetemi di rimandarvi altrove per la traduzione.

Le organizzazioni economiche cantonali intanto ribollivano di dubbi, preoccupazioni e tatticismi. Che fare? Avrebbe detto qualcun altro al loro posto quando cercò di affrontare i problemi scottanti del suo movimento politico. Ma vabbè.

La Federazione delle imprese romande, così come il PLR, era per la libertà di voto. La Camera di commercio ginevrina, invece, aveva invitato a votare il candidato di Libertès et justice sociale scatenando un putiferio. Tanto che gli stessi rappresentanti borghesi ginevrini a Berna (fra cui Christian Lüscher) avevano preso carta e penna e protestato: “Questa decisione suscita l’incomprensione e la sfiducia degli attori che, al di fuori del Cantone, sono nostri partner nello svolgimento della nostra missione a Berna.”

La paura era alta, almeno di una parte consistente. E persino il giornale locale, il giorno prima del secondo turno titolava “Pierre Maudet può ancora vincere”. Poi, alle 12:45 esatte di domenica, guardando il proprio cellulare, molti hanno tirato un sospiro di sollievo. Risultato netto: 9mila voti di differenza e la candidata verde Fabienne Fisher è la nuova consigliera di Stato ginevrina.

Ora, però, ci sono un paio di problemi sul tavolo. Per i quali non sarei così sicuro che la storia politica di Pierre Maudet sia finita. Primo: le ferite sono profonde e ci vorrà molto tempo. Secondo: Pierre Maudet lo ha detto, ‘continuerò a impegnarmi in politica’, e tutto fa pensare che si ripresenterà nel 2023 quando sarà l’intero consiglio di Stato ad essere rinnovato. Tre: la sinistra ha vinto con 47mila voti. I candidati PPD, UDC e Pierre Maudet, arbitrariamente sommati insieme, arrivano a 66mila. Un consenso ampiamente superiore che per ora, al netto delle alchimie fra i partiti, ci dice che il Cantone ha una chiara maggioranza borghese, di cui però – mi permetta di chiosare, egregio Monsieur Lüscher – Pierre Maudet risulta il principale azionista col 57,5%.


Myammar straziato e cultura dell’impunità

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Come si fa a sparare ad un bambino di un anno? Come si fa a bruciare vivo il padre di quattro figli? Come si fa ad uccidere la propria gente in mezzo alla strada, senza ragione? A morire in Myanmar non sono più soltanto i manifestanti che protestano contro il colpo di stato, sono cittadini, nelle loro case, colti di sorpresa dalle irruzioni delle forze di sicurezza, che pensano di avere il potere e il diritto di giustiziare chi resiste al loro comando. Vien da chiedersi se soldati e poliziotti agiscano sotto l’effetto di droghe o se tanta crudeltà è l’inevitabile risultato di decenni di dittatura e di una cultura dell’impunità, mai messa in discussione.

Tra i ranghi militari c’è chi si è ribellato all’ordine di uccidere ed è fuggito nei paesi vicini, ma un ammutinamento di massa è improbabile. Il capo dell’esercito Min Aung Hlaing non dà segni di cedere alle pressioni o di avere una coscienza morale. Ha organizzato una serata di gala nella giornata delle forze armate, domenica, quando nel resto del Paese 114 persone disarmate venivano uccise dalle sue truppe.

Tenere il conto dei morti è difficile in un paese che blocca internet e perseguita attivisti e giornalisti. Il numero di omicidi extra giudiziali, di rapimenti ed arresti, che avvengono nella notte o nei villaggi più remoti, rischia di essere ben più alto. I militari sono determinati a terrorizzare la propria gente finché non si rassegnerà all’idea che sono loro a disegnare il futuro del Paese. Se penso ai progressi visti negli ultimi 15 anni, ai giovani pieni di speranze, ora del tutto distrutte, è straziante.

Ma cosa se ne fa il popolo birmano del nostro orrore e della nostra indignazione? A cosa servono davvero le ripetute dichiarazioni di denuncia scritte dalla comunità internazionale? Finché Cina e Russia continueranno a sostenere il regime militare, a fornire le armi, finché l’India rimarrà silenziosa e i governi occidentali continueranno ad incontrarsi per discussioni infruttuose, imponendo sanzioni limitate, finché i paesi del sud-est asiatico, che conservano i soldi dei generali nelle loro banche e con cui commerciano, non eserciteranno pressione concreta su un membro del gruppo regionale a cui appartengono, è impossibile vedere una risoluzione della crisi. Con più di 400 morti per mano della giunta militare, quando finisce il tempo delle parole?