Di cosa parlano i media quando parlano di violenza sulle donne?

"Dramma della gelosia” non può più essere il titolo per un femminicidio. Anche i media devono combattere gli stereotipi di genere 

La narrazione da parte dei media della violenza sulle donne è prigioniera di un modello in cui c’è sempre una relazione amorosa deteriorata per povertà, un tradimento, una volontà di separazione o divorzio. Una narrazione che sceglie parole, immagini, luoghi comuni e prospettive che costruiscono un immaginario dove avviene un doppio scarto, a sfavore delle vittime o delle sopravvissute.

In primo luogo si attenua la responsabilità del gesto: gelosia, raptus, provocazione sono il corollario motivazionale dell’autore. Spesso la voce della vittima non trova ascolto. Il secondo scarto riguarda la mancata consapevolezza che il fenomeno si inserisce in una realtà economica, sociale e politica di disparità nei confronti delle donne. In questo modo si riconferma legittimità a un sistema che continua drammaticamente a perpetuare questi gesti. Non si tratta di atti episodici, se in Ticino la polizia interviene ancora tre volte al giorno per casi di violenza domestica; senza contare che molte delle situazioni violente non vengono alla luce.

La “Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, entrata in vigore in Svizzera il 1. aprile 2018, investe proprio i media di un compito fondamentale. Chiede loro di comprendere il fenomeno, di darne notizia correttamente, di evitare forme di vittimizzazione ulteriore delle vittime. Chiede che le parole e le immagini utilizzate non rafforzino quegli stereotipi di genere.

L’ho uccisa perché l’amavo – Falso!, un denso libriccino per la collana Idòla di Laterza pubblicato nel 2013 a firma di Loredana Lipperini e Michela Murgia, smonta pezzo per pezzo le “false certezze” sul fenomeno del femminicidio che ancora troppo spesso vengono veicolate dai media. Narrazioni tossiche che ritroviamo facilmente anche nei titoli dei media locali quando parlano di violenza sulle donne, che sia femminicidio, violenza domestica o molestia.

“Dramma della gelosia” non può più essere il titolo per un femminicidio. È un modo per alimentare una percezione del fenomeno come episodico, giustificandolo persino, deresponsabilizzando l’autore e quindi sganciando il gesto dalla riflessione sui rapporti di genere e dalla responsabilità che è anche collettiva.

Come ogni professione anche quella di giornalista è chiamata ad aggiornarsi, a rivedere convinzioni distorte che agiscono in automatico nel descrivere la violenza sulle donne.

Per questo motivo la Rete di associazioni e enti culturali, sindacali e politici Nateil14giugno in collaborazione con alcune giornaliste proporrà un percorso di tre incontri online, partendo dalla consapevolezza della lingua che utilizzano, dall’immaginario costruito attraverso luoghi comuni e immagini, per infine ripensare la narrazione della violenza nei media.

Per maggiori informazioni:
nateil14giugno.ch
sciopero@nateil14giugno.ch


Tacco 12

"Dramma della gelosia” non può più essere il titolo per un femminicidio. Anche i media devono combattere gli stereotipi di genere 


Viva il “governo maschio” – Significativo vaneggiamento de “La Verità”

"Dramma della gelosia” non può più essere il titolo per un femminicidio. Anche i media devono combattere gli stereotipi di genere 

“Perché farà bene a tutti il ritorno di uno stile maschile al governo”. Si, avete letto bene. È un titolo in prima pagina di “La Verità”, il quotidiano di Maurizio Belpietro, il giornale che si vuole interprete principale, fedele e allineatissimo dei vari Salvini e Meloni. E che sceglie proprio (non casualmente) la vigilia dell’8 marzo per offrire uno spaccato di come la si può pensare da quelle parti: dove in fatto di parità di genere – ancora faticosamente da conquistare – non si marcia sul posto, ma si fanno parecchi passi indietro. È bene saperlo. E allora, ecco alcuni esemplari passaggi dell’articolo a firma Claudio Risè (scrittore, docente universitario, psicoterapeuta!) che naturalmente, fra uno sproposito e l’altro, si premura di farci sapere che il suo non è un attacco al genere femminile, al suo stile di conduzione, alla sua sensibilità. Giudicate voi:

“Con Mario Draghi è tornato a Palazzo Chigi un aspetto assente da molto tempo da quelle parti: il maschile”.

“Non si tratta solo dei ‘modi bruschi’ a cui spesso si pensa… è piuttosto un mondo di riferimento, lo stile di lavoro, i valori paterni, il modo di essere e di fare che viene (ancor più: veniva) spontaneo agli individui maschi, ed è oggi spesso apprezzato anche dalle donne, soprattutto sul lavoro”.

“Torna il maschile, dunque, soprattutto come modus operandi, e… segnala il riemergere di un modo di essere profondissimo, che ha le sue radici nelle diversità innanzitutto biologiche tra femminile e maschile”.

“Queste realtà dell’umano e della natura (compresa la profonda e potente dialettica maschile-femminile) sono tuttavia malviste dalle biopolitiche adottate dagli Stati moderni negli ultimi 50 anni, che hanno aggravato gli attuali e devastanti problemi, compreso proprio il ritorno in grande spolvero di malattie infettive che verso la fine del secolo si davano ufficialmente (OMS) per “quasi definitivamente” vinte e scomparse”.

“La presenza o no di maschile in un leader politico e uomo di governo non è solo una notazione stilistica, ma ha soprattutto una immediata ricaduta sulla capacità decisionale dei governi”.

“Come si è visto nell’azione di Boris Johnson in Inghilterra, che in pochi mesi ha concluso un accordo sulla Brexit che il precedente governo non era riuscito ad ottenere in 3 anni… e ha fatto del Regno Unito il paese più avanzato d’Europa sull’immunità vaccinale” (ndr: il precedente governo era naturalmente quello presieduto da una donna, Theresa May).

Finiamola qua, anche se non mancano altre “perle”. Quindi lo stile di conduzione di una donna che voglia far bene non può che essere maschile. Una particolare sensibilità femminile non é concessa. Come se l’arrivo nel Nord Europa di ben cinque governi tutti con premier donne sia stato possibile solo perché si sono sbarazzate in fretta e furia della loro essenza femminile. E chissà come la prenderanno quelle donne , ancora poche, che hanno raggiunto con fatica e tenacia, posizioni dirigenziali, senza abbandonarsi a spirito ‘machista’.

Naturalmente, come dicono in terra partenopea, ‘ccà nisciuno è fesso’, e infatti dietro questo delirio c’è un attacco anche al governo Conte-Casalino, “lobby gay”, come lo definì Vittorio Sgarbi, un altro della compagnia (“Conte così femmineo” e il suo portavoce omosessuale dichiarato). Un proiettile su due bersagli. E suona anche peggio.
Quindi: coraggio, signore e signori, c’è ancora molto da fare.


Il metodo Maurer

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AVS 21: una riforma  sulle spalle delle donne

"Dramma della gelosia” non può più essere il titolo per un femminicidio. Anche i media devono combattere gli stereotipi di genere 

Ci risiamo!  Dopo vari tentativi falliti di riformare il nostro sistema pensionistico, il Parlamento  ci riprova. Nell’imminente sessione primaverile al Consiglio degli Stati approda la riforma denominata AVS 21. E i nodi da sciogliere sono una volta ancora gli stessi: il finanziamento a medio termine del primo pilastro e l’età di pensionamento delle donne. E  proprio su quest’ultimo punto la riforma potrebbe inciampare. Il Consiglio federale propone di innalzare l’età di riferimento delle donne da 64 a 65 anni accompagnata, però, da misure di compensazione per attenuare l’impatto della riforma nella fase transitoria, ossia per quelle donne che sono vicine al pensionamento.
Due le misure  compensative previste dal Governo per le donne nate tra il 1959 e il 1967: in caso di riscossione anticipata la loro  rendita sarà ridotta meno del consueto o non lo sarà affatto. Le donne, poi, che lavoreranno sino a  65 anni potranno contare su una rendita maggiorata. Costi dell’operazione: 700 milioni di franchi. La commissione della sicurezza sociale del Consiglio  degli Stati non ne vuole, però, sapere. Prevede misure solo per le donne nate tra il 1959 e il 1964 per un costo pari a 440 milioni. Ma non è tutto. Le donne potranno riscuotere anticipatamente la loro rendita a  partire dai 63 anni come gli uomini e non più a 62.
Le donne rischiano quindi di essere le grandi sacrificate sull’altare di questa riforma dell’Avs. Le donne già ora percepiscono rendite  di circa un terzo inferiori a quelle degli uomini. Lavoro a tempo parziale e disparità salariale, pari a circa il 18 percento, fanno sentire i loro effetti negativi anche sull’ammontare delle pensioni tanto che sono soprattutto le donne a dovere chiedere le prestazioni complementari per garantirsi il minimo vitale.
Il Consiglio degli Stati si appresta a esaminare questa riforma in piena emergenza economica e sociale generata dalla pandemia. Sul mercato del lavoro le donne sono state le grandi sacrificate in quest’ultimo anno. Sono loro  ad avere perso il lavoro in settori con bassi salari e con impieghi precari. Ora queste donne, magari non troppo lontane dall’agognata pensione, le si vogliono ancora sacrificare?

Sergio Rossi – Se la salute diventa una merce

"Dramma della gelosia” non può più essere il titolo per un femminicidio. Anche i media devono combattere gli stereotipi di genere 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

No al no al burqa

"Dramma della gelosia” non può più essere il titolo per un femminicidio. Anche i media devono combattere gli stereotipi di genere 

Siamo chiamati a votare, durante il week end, per un problema che, nella quotidianità della Svizzera, praticamente non esiste. Le statistiche ufficiali ci dicono infatti che sono al massimo una trentina le donne musulmane che nella Confederazione, e in pubblico, occultano il viso (con burqa o niqab).

Certo, non per questo possiamo banalizzare l’argomento, e negare l’effetto divisivo dell’iniziativa della destra-destra. Una donna che nasconde il corpo comunica subito, a tutti noi, l’idea di una costrizione intollerabile, di una sottomissione imposta, di una mortificazione inaccettabile: sia  essa dettata dalla religione – ma non è così -, o dalla tradizione,  o semplicemente da una sopraffazione.  Qualcosa di inaccettabile per la nostra civiltà e la nostra cultura. E non può dunque sorprendere che i sondaggi (in particolare i più citati, quelli dell’Istituto gfs.bern) ci dicano come a sostenere in maggioranza un voto sanzionatorio di burka e niqab sia proprio la componente femminile dell’elettorato. Sensibilità rispettabile, ci mancherebbe.

Ma, poi, è tutto l’apparato delle motivazioni pratiche, costruito dagli iniziativisti, a dimostrare la pretestuosità della proposta referendaria. Il suo carattere puramente islamofobico. Esempi:

  • Vietare l’occultamento del volto riguarderebbe anche tifosi o manifestanti violenti? Spieghino allora come mai di questo non c’è traccia nei loro materiali illustrati di propaganda
  • Su quale ragionamento si basa la convinzione che un divieto costituirebbe un messaggio positivo inviato a tutte le donne dell’universo islamico? Indimostrabile
  • Saremmo più attrezzati nel contrasto al terrorismo? Introdotta nell’ottobre 2010, l’analoga legge francese non ha affatto impedito la spaventosa serie di attentati stragisti che hanno investito la Francia, dal Bataclan a Nizza, a quelli organizzati dai cosiddetti ‘lupi solitari’ del jihaddismo “fai da te”
  • La Svizzera non è abbastanza attrezzata sul piano legislativo e occorre dunque una nuova norma costituzionale per operare in favore delle donne eventualmente costrette a indossare burqa e niqab? Per questo c’è già il codice penale che sanziona sopraffazioni e interventi vessatori
  • Le donne musulmane saranno maggiormente protette anche nell’ambito famigliare rispetto alla prepotenza di uomini che dicono di agire nel nome dell’Islam? Non è affatto dimostrabile; anzi secondo non pochi specialisti il rischio è esattamente l’opposto, e cioè che rischierebbero di essere ancor più costrette, da quegli uomini, a rimanere in casa, spezzando ogni eventuale possibilità di socializzazione
  • Basterà la legge per far sparire il “problema non-problema” dai nostri spazi pubblici? Agnès de Feo, sociologa e autrice dello studio “Derrière le niqab”, ha dimostrato (sulla base dell’esperienza francese) che un’imposizione avrebbe l’effetto perverso di aumentare il numero delle donne che occultano il viso, anche e addirittura come libera scelta, per reazione a una legge considerata sostanzialmte anti-islamica (“l’interdit suscite sa violation…”)
  • Lotta in favore della donna? Se non fosse che il fronte degli iniziativisti si scopre improvvisamente ‘femminista’ quando l’impegno in favore del mondo femminile (a cominciare dal mondo del lavoro) non è stato, da quelle parti, un esempio di coerenza; quindi, argomento “egualitario” poco credibile
  • Gli iniziativisti hanno mai speso una parola, una sola,  per la piaga della sottomissione delle donne nell’ebraismo ultra-ortodosso? Tutte vittime volontarie? “Kadosh” è in proposito l’esemplare film del regista israeliano Amos Gitai; e ne hanno raccontato anche pellicole più recenti (fra le altre “Unortodox”, su Netflix). Dunque, indignazione a geometria variabile

Si potrebbe continuare. Ma tanto basta per svelare il carattere strumentale e ideologico, politico ed elettoralistico di questa nuova insidiosa iniziativa della destra-destra. Devono e possono essere altri gli strumenti per garantire l’integrazione e il dialogo senza cedimenti (rispetto ai nostri autentici ‘valori’ democratici) con le comunità musulmane nel nostro paese. Anche sulla parità di genere. Non certo vietando, illusoriamente, minareti e burqa.

Per questo, votiamo NO.


Donna e africana: guiderà l’OMC

"Dramma della gelosia” non può più essere il titolo per un femminicidio. Anche i media devono combattere gli stereotipi di genere 

Lo ha detto bene l’ex direttore della Tribune de Genève o ora direttore del Club Suisse de la Presse, Pierre Ruetschi: «non si era mai visto un presidente statunitense tanto solerte nel firmare ordini esecutivi per cancellare quanto aveva fatto il suo predecessore » E aggiungerei: soprattutto in politica estera.

In pochi giorni Washington è tornata nel Consiglio per i diritti umani, è rientrata nell’Organizzazione mondiale della Sanità, e infine ha sbloccato la nomina della nuova direttrice dell’Organizzazione mondiale del Commercio, la nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala.

Ma quello che potrebbe sembrare una curva a U del presidente Biden riguarda principalmente se non quasi esclusivamente il sistema multilaterale in cui gli Stati Uniti vogliono tornare a contare. Già, perché come ci ha confessato un giorno un ex consigliere federale che ha conosciuto l’ONU da vicino «la storia ci insegna che gli assenti hanno sempre torto». E si sa, agli Stati Uniti non piace affatto avere torto.

Eppure, il problema principale per cui l’amministrazione Trump aveva deciso di andarsene è ancora lì inntutto il suo splendore. E il problema si chiama Cina.
Meglio presidiare i corridoi, le sale e le commissioni dove si corre il rischio di decidere qualcos – deve aver pensato Biden – che lasciare spazio a Pechino. E soprattutto, meglio non ripetere gli stessi errori commessi ad esempio in Africa, un intero continente lasciato sguarnito delle necessarie attenzioni per più di un decennio col risultato che Pechino ha fatto man bassa di materie prime e ha trovato sponde politiche un po’ ovunque.

E allora forse non è un caso se oggi a dirigere l’Organizzazione mondiale del commercio ci sia proprio una donna africana, doppia cittadinanza, nigeriana e statunitense, studi ad Harvard e al MIT, 25 anni ai massimi vertici della Banca mondiale, membro del consiglio di amministrazione della potente alleanza pro-vaccini Gavi Alliance e in quello del social network Twitter.

Ngozi Okonjo-Iweala, originaria di un’ex colonia britannica e quindi anglofona, è stata infatti il compromesso migliore per Biden, ma il peggiore per Trump. Gli Stati Uniti di Mr Donald puntavano infatti sulla sudcoreana Yoo Myung-hee, unico paese insieme a Seul a sostenerla contro gli altri 162 membri dell’OMC.

La solita politica del «tutto o niente» insomma: nominare una sudcoreana alla direzione impedendo a un altro asiatico (per essere chiari, alla Cina) di avere uno dei quattro vicedirettori, o bloccare tutto sfruttando il fatto che il direttore viene nominato per consenso e non per maggioranza.

Ma Trump non aveva fatto i conti col popolo statunitense che lo scorso 3 novembre gli ha detto chiaro e tondo: «Donald, you are fired!».

Ora tocca dunque alla 66enne Ngozi Okonjo-Iweala resuscitare l’OMC dagli inferi dell’indifferenza. Troppo severo? Facciamo il punto. L’OMC è stata il tempio della globalizzazione, ma da almeno una decina di anni è incapace di portare a termine una qualsivoglia negoziazione, da vent’anni discute per abolire i sussidi alla pesca, e dal 2006 assomiglia sempre più a un vecchio pugile che non ha sentito la campanella dopo il KO tecnico suonata appena dopo il fallimento dell’Agenda di Doha. Dal 2019, inoltre, non è più in grado di risolvere le controversie commerciali tra i paesi, e questo per l’opposizione degli Stati Uniti che non permettono di nominare i quattro arbitri mancanti (su sette) all’organo di ricorso delle dispute commerciali. Mancanza di personale, direbbero i manager. Mancanza di politica, tutti gli altri.

Un’impresa titanica dunque quella che si trova davanti Dr. Ngozi Okonjo-Iweala. Anche per chi come lei è riuscita a regolare da ministra delle Finanze il mercato petrolifero in Nigeria tra il 2003 e il 2006, come raccontato in un libro il cui titolo oggi ha il sapore dell’antipasto: Reforming the Unreformable. Lessons from Nigeria (The MIT Press, 2012). Titanico, dicevamo, anche per chi ha vissuto il rapimento della madre come atto di ritorsione durante quegli anni o ha combattuto la corruzione nel proprio paese subendo poi però dure critiche per non avere fatto abbastanza (Fighting Corruption Is Dangerous, The MIT Press, 2020).

Dalla sua, non ha solo esperienza e competenze, entrambe riconosciute da tutti, ma almeno per ora anche l’appoggio degli ambasciatori. A mancarle semmai è stato il benvenuto di certa stampa svizzero-tedesca che all’indomani della sua nomina ha maldestramente titolato «Diese Grossmutter wird neue Chefin der Welthandelsorganisation» («Questa nonna sarà la nuova direttrice dell’OMC»). Apriti cielo. Uno scivolone del gruppo CH Media subito corretto e accompagnato dalle scuse, ma che non ha fermato l’invio di una lettera di protesta sottoscritta da 124 fra ambasciatrici e ambasciatori al gruppo editoriale: “ci domandiamo se CH Media – scrivono i diplomatici – ritenga davvero utile per la politica internazionale svizzera descrivere personalità in modo così dispregiativo”. E come dar loro torto? Insomma, si è sfiorata la crisi diplomatica. Niente male per un inizio.

Ma la stampa svizzero-tedesca non si è fermata qui.  Il Tagi ha rincarato la dose qualche giorno più tardi. «Più di cento ambasciatori a Ginevra si rendono ridicoli» è il commento del giornalista dell’anno 2015, corrispondente da Palazzo federale, Markus Häfliger, che un po’ come il bambino colto con le mani nella marmellata, ha stoppato e rilanciato la palla nel campo avversario, rimbrottando alla categoria degli ambasciatori i loro presunti crimini di genere in patria: «la lettera di protesta – scrive Häfliger – diventa davvero discutibile quando si guarda l’elenco dei firmatari. Dove si trovano anche i rappresentanti di Sudan, Egitto, Ciad, Marocco, Niger, Mali, Mauritania e altri paesi che sono in fondo alla classifica mondiale sull’uguaglianza di genere del Forum economico mondiale e dove essere chiamata “nonna” è il problema più piccolo che può capitare a una donna.» Di male in peggio. Secondo un tortuoso cammino del politically scorrect all’indietro. Come quegli azzeccagarbugli che dietro a uno slancio retorico volutamente esagerato cercano di coprire l’errore del proprio cliente con una generica accusa senza nomi e senza fatti circostanziati, ma semplicemente ribadendo l’inferiorità dei costumi e delle origini altrui. Un capolavoro, non c’è che dire, chapeau.

Stampa svizzero-tedesca parte, alla nuova direttrice non mancheranno poi resistenze interne all’organizzazione; dopo ormai una decina di anni di letargo, non tutti vorranno uscire dalla propria tana. Ce lo hanno fatto chiaramente capire nei corridoi dell’OMC quando abbiamo avuto l’opportunità di intervistare la nuova direttrice Ngozi Okonjo-Iweala. La prima intervista concessa a una televisione nel primo giorno in cui ha preso funzione diffusa sulla RSI e sulla RTS.

Insomma, non sarà facile rimettere in moto la macchina, e sarà ancora meno facile riformarla. Gli Stati Uniti hanno accettato un compromesso, difficile che accettino però il cosiddetto sistema di conciliazione incaricato a dirimere le controversie (non chiamatelo «tribunale» o «corte» se parlate con qualche collaboratore dell’OMC, vi fulminerà all’istante). E questo ancora una volta per lo stesso, identico motivo: gli Stati Uniti non amano avere torto. Ancor meno quando a dar loro torto sono alcuni «giudici» di un’organizzazione internazionale come l’OMC (vi ricorda qualcosa?). Un’organizzazione che, come tante altre agenzie ONU, gli Stati Uniti hanno spesso trattato come il lupo tratta l’agnello, almeno fin quando non è arrivata Pechino. Un’idea di multilateralismo un po’ peloso, direte voi, certo. Ma cosa volete farci? Son fatti così.


Il Polo della discordia

"Dramma della gelosia” non può più essere il titolo per un femminicidio. Anche i media devono combattere gli stereotipi di genere 

Ha un nome roboante : Polo Sportivo e degli Eventi. Per politici ed addetti ai lavori è più semplicemente il PSE, ovvero un progetto urbanistico ed edilizio che, partendo dalla necessità che la squadra di calcio del Lugano si doti di uno stadio al passo coi  tempi si è allargato a macchia d’olio includendo dapprima altre esigenze “sportive” (vedi palazzetto per basket, pallavolo, eventi vari), fino a giungere, dopo anni di studi e consulenze, a profilare una radicale trasformazione di tutta l’area di Cornaredo.

Ne hanno parlato e ne stanno parlando davvero in tanti, specie dopo che un movimento politico (MPS) ha annunciato di voler indire, in caso di approvazione, un referendum popolare. Eh, beh, siamo sotto elezioni comunali…

Comunque, dell’argomento, in generale, ha già parlato in questa sede anche Marco Züblin (Edilizia, croce senza delizia, 17 febbraio) con osservazioni che, per quel che conta, mi sento di condividere pienamente.

Da lì via, sui vari media, è continuata la profluvie di prese di posizione di chi è pro, di chi è contro, di chi propone di andare a tappe, di rinunciare a parte del complessivo progetto, ecc. ecc. E fra un mese circa il Consiglio Comunale di Lugano dovrà esprimersi e decidere, con la spada di Damocle sulla testa del ventilato Referendum.

Io non sono un esperto in materia, non ho competenze in ambito pianificatorio, urbanistico, architettonico, edilizio e ancora meno di progettazione e gestione finanziaria di un “affare” come questo. Non ho neanche esperienza di militanza politica, non sono implicato proprio per nulla in nessun possibile “schieramento”.

Sono semplicemente quel che si dice un “cittadino” interessato, orientato tendenzialmente ad assecondare e sostenere, se del caso, le preoccupazioni di chi, in questi anni, richiama l’attenzione sul destino del paesaggio urbano, sulle questioni ambientali, sull’opposizione alle speculazioni edilizie. Dunque, preoccupato, di principio, per un progetto che, si dice, porta con sé troppe vincolanti concessioni all’imprenditoria privata per un’opera che, al contribuente viene a costare addirittura l’aumento del moltiplicatore d’imposta comunale.

Ma io sono anche, anagraficamente e molto banalmente, un sessantacinquenne appassionato di calcio, che sin da bambino, con un padre allenatore delle giovanili bianconere, ha passato a Cornaredo per oltre un decennio, gran parte del suo tempo.

A Cornaredo ho giocato in gioventù con modestissimi risultati, a Cornaredo ho visto un numero imprecisato ed imprecisabile di partite, con momenti indimenticabili che ho condiviso (e penso di condividere ancora, idealmente e nostalgicamente) con tanti tifosi che, una volta più di oggi, gremivano lo stadio e, per me ragazzo, lo trasformavano in un leggendario “Maracanà”.

Certo, il calcio, da allora, è cambiato, il Lugano di oggi è tutta un’altra cosa.  E’ un’azienda che sottostà a regole imposte dalla Federazione e che rischia, senza il nuovo stadio, di vanificare qualsiasi sua prestazione “sul campo”, finendo d’ufficio in Serie B (come si diceva una volta), col risultato di allontanare ulteriormente il già scemato interesse popolare per l’unica squadra calcistica d’élite del Cantone, faro e traino dell’intero movimento anche se in costante balìa, fra le nostre “mura amiche”cantonali, di continue e anacronistiche beghe di campanile.

In realtà dove il calcio è molto più “business”, quotato in borsa magari, si parlerebbe di “stadio di proprietà”, della possibilità che la società calcistica, attraverso la sua dirigenza, trovi i finanziatori che le diano una nuova “casa”. Ma si tratta di una prospettiva che nella nostra realtà non ha nessuna chance di essere realizzabile.

Dunque, l’ipotetico nuovo stadio, sarà, o sarebbe ancora, inesorabilmente “comunale”, voluto dalla politica locale e pagato dal contribuente.

Ora, stando semplicemente nei panni del contribuente, del cittadino che può o vuole democraticamente esprimersi in merito, io mi domando: mi toccasse decidere, cosa voterei?

Sono fra coloro che “emotivamente” vorrebbero poter vedere calcio in casa propria dentro una cornice adeguata, quella che hanno ormai tutte le squadre svizzere d’élite;

sono dell’idea che una tale opera potrebbe o dovrebbe ritenersi di interesse cantonale e non solo strettamente comunale, poiché il calcio ticinese, oggi, è rappresentato e trascinato dal Lugano, ma anche perché a Lugano vi sarebbe una sede per eventi e spettacoli come non ne esistono altrove in Ticino, che potrebbe servire a tutto il Cantone;

apprendo che il Cantone si chiama fuori (con le sue comprensibili ragioni di ordine finanziario) e che a Lugano il progetto è apparecchiato in modo insindacabile a favore dell’edilizia privata più che dell’”indotto” sportivo;

accolgo con favore la presa di posizione di una personalità politica come Fulvio Pelli, che chiede di separare opere e investimenti, procedendo subito con la costruzione di stadio e palazzetto: evviva. Ma poi salta fuori che lo stesso Pelli ha specifici interessi immobiliari in ballo, che lo inducono a caldeggiare il freno alla costruzione di edifici (pubblici e privati) nell’area in questione (vedi l’articolo di Bruno Costantini, Se manca la trasparenza, in CdT, 2.3.21).

E avanti così, ogni giorno ce n’è una. E ogni giorno che passa, per il cittadino, magari sì, appassionato di calcio, preoccupato per il calcio del futuro quanto del futuro contesto urbano e sociale luganese (ticinese), possibilmente sostenibile e vivibile, la domanda che sorge è: come si riuscirà ad esprimersi in merito ad un tale progetto senza pregiudizi, collusioni, collisioni, idiosincrasie, ordini di partito, questioni di opportunità personali, confitti d’interesse?

Insomma, quale decisione potrà venir presa con la giusta consapevolezza, democraticamente?


Giustizia internazionale, missioni (quasi) impossibili

"Dramma della gelosia” non può più essere il titolo per un femminicidio. Anche i media devono combattere gli stereotipi di genere 

“Gli impuniti” è il diario, puntuale e battagliero, irritato e dolente, con cui Carla del Ponte, per cinque anni membro della Commissione ONU sulla Siria, ha documentato i crimini nel paese in cui la “primavera araba” è terminata con il bilancio più tragico. Una guerra civile + una guerra per interposta persona: quella fra siriani, più quella che sullo stesso teatro si sono combattute potenze internazionali e regionali sostenendo (con finanziamenti e armi) i vari fronti del conflitto. Un racconto in prima persona – dettagliato, coraggioso, e impietoso (se non per le centinaia di migliaia di vittime, fra morti, feriti, popolazioni traumatizzate a vita) – sul sostanziale fallimento di quell’operazione di tentata giustizia internazionale: per l’ostilità dei vari protagonisti interni ed esterni, nonché per la stessa ignavia dell’ONU. Negli scorsi giorni, un tribunale tedesco ha emesso la prima condanna (“per crimini contro l’umanità”) di uno dei responsabili di Al Khatib,  la famigerata Sezione 251 del Centro Intelligence di Damasco, dove vennero detenuti e torturati diverse centinaia di oppositori. È stato possibile portare in aula l’imputato solo perché aveva avuto la buona idea di… fuggire in Germania.

Un piccolo spiraglio di verità e giustizia, a dieci anni dalla rivolta contro il brutale regime del giovane presidente-dittatore Bashar el Assad, che, scrive il Guardian, “continua a regnare incontrastato e a commettere gli stessi crimini”. Sarà difficile che la giustizia possa fare di più, anche perché Assad è riuscito, con l’appoggio della Russia di  Putin, ad accreditarsi anche in Occidente come un ‘baluardo’ contro il fanatismo islamico.

E altrettanto difficile sarà il compito del TPI (Tribunale penale internazionale), che negli scorsi giorni ha compiuto il primo passo per un’inchiesta su Israele e su Hamas in merito ai crimini in Palestina, dunque anche all’occupazione militare della Cisgiordania e della Striscia (il diritto internazionale detta che in caso di occupazione non si possono alterare i confini e acquisire territori, e lo Stato ebraico ha esteso le sue colonie fino a includere oltre 300.000 coloni, anche attorno a Gerusalemme). Sono subito insorte le cancellerie più importanti dell’Occidente, Stati Uniti in testa (sì, con Biden presidente…). Possiamo dunque facilmente scommettere che l’iniziativa del TPI non andrà lontano.

Verità e giustizia rimarranno una chimera. Come per troppe altre tragedie: poche eccezioni (una, sui crimini nell’ex Jugoslavia, grazie anche e soprattutto alla Del Ponte), e purtroppo tante amare conferme.