Chiesa, una vita da valletto

 

In questa piccola agorà virtuale, Daniele Piazza ha espresso stupore per le esternazioni del presidente dell’UDC a proposito di una “dittatura” di Berset in Consiglio federale. Il valoroso presidente ha dapprima cercato di alimentare la leggenda, creata dal blackblock udicino zurighese, secondo cui il consigliere federale socialista decida da solo, sopra la testa dei colleghi (a Lugano succede così, per davvero e da tempo immemore, ora con questo sindaco a cinquantadue denti, e prima con la diarchia Nano-Baffo); ci hanno pensato i suoi due colleghi di partito, Parmelin e Maurer, a smentirlo. Chiesa è stato costretto a rivedere il piano; ma niente paura, piano B, ha parlato di una sorta di dittatura delle leggi, con buona pace per il principio della legalità e per la svizzeritudine di cui gli ex-agrari si definiscono vessilliferi e depositari unici.

Chiesa non ha perso la trebisonda. Continua a fare suo mestiere di cameriere, cioè l’unico motivo per il quale si trova lì dov’è, ai vertici del partito-azienda della famiglia.  Ben difficilmente si potrà farmi credere che sia stato messo lì per il physique du rôle, per la forza delle sue idee, per la sua capacità di analisi, per il suo eloquio, per la sua spinta progettuale, e neppure (ed è un merito) per le virtù che colà tanto piacciono, cioè l’amore per il dileggio, lo sprezzo per la realtà dei fatti, la xenofobia primaria, la violenza verbale.

Chiesa è una brava persona, ha gli occhi buoni anche quando vomita enormità inaccettabili. E’ un contenitore, e un megafono ideali per idee altrui, che egli – da valletto – diligentemente esprime come se fossero proprie, senza pensarci su troppo e senza preoccuparci della contraddittorietà degli input che riceve, e quindi delle figure di palta che fa. Cameriere oggi, valletto da sempre: c’è qualcuno che pensa che il posto di direttore della casa di riposo di Grono (che egli, luganesissimo, tenne fino alla nomina a Berna) non sia in qualche misura frutto di qualche retica manovrina, di qualche spintarella da parte della famiglia regnante? (Segnalo, ai più distratti, che la Opera Mater Christi alberga anche un altro luganese, tale Bühler, anch’egli esponente udicino; certamente un caso, un incidente della cronaca.)

Chiosando, ricordo il ruolo che a Chiesa era stato dato nell’allucinante fiction elettorale che l’UDC aveva fabbricato per le elezioni. Fuori dalla porta e dalla stanza dei bottoni, ma in attesa di ordini, con pantaloni e calze bianche (“Tessiner weisse Socken”, diceva un mio professore, dileggiando), occhiali neri da wannabe figo, a flirtare parlando di pizza con la signora affacciata al balcone.

Secondo Chiesa,  una presidenza e un prestigioso seggio valgono bene una vita da valletto.


Proviamo anche così…

 


Donald riparte dal Rabadan

 

Ci eravamo quasi dimenticati di Donald Trump. Per sette settimane – complice il bando post assalto a Capitol Hill di Twitter, Facebook, YouTube e Instagram – il risveglio di migliaia di giornalisti (e non solo giornalisti: anche politici, capi di stato, ministri e qualche consigliere federale) è stato graziato dal controllo, che era diventato degenere e compulsivo, dell’account twitter @realDonaldTrump. E, devo confessarlo, passare qualche settimana senza gli strali/cinguettii mattinieri dell’ex commander in chief è stato riposante, quasi rassicurante. Un mondo senza Donald Trump può esistere. Dovrebbe esistere. E in tutta franchezza i suoi tweets non ci sono mancati. Al contrario.

Ma adesso Trump è tornato. E per farlo ha scelto la platea più accondiscendente e scodinzolante che possa esistere: la conferenza CPAC, una sorta di Rabadan dei conservatori più conservatori d’America. E non ho scelto un paragone carnascialesco per il gusto di essere irriverente, la CPAC l’ho seguita per sei anni ed è davvero un carnevale, gioioso e giocoso fino a un certo punto, della destra americana. Cow-boys dell’America profonda, tele-predicatori evangelici, bionde ossigenate delle Women for Trump, qualche deputato nostalgico del Tea Party, gli immancabili crociati del secondo emendamento, quello che sancisce il diritto universale di portare un’arma da fuoco, senza condizioni o restrizioni. Fino all’anno scorso il ritrovo si svolgeva in Maryland, in un centro congressi sulle rive del Potomac, a pochi chilometri da Washington Dc. Questa volta, causa covid-19 e per compiacere l’ex presidente in congedo sabbatico a Mar-a-Lago, l’incontro ha avuto luogo a Orlando, Florida.

«Non formerò un nuovo partito» ha rassicurato la platea Donald Trump. Anche perché provocare uno scisma dentro il partito repubblicano significherebbe – nel sistema storicamente bi-partitico statunitense – decretare la condanna a morte del GOP e vanificare ogni speranza di vittoria nei prossimi giri elettorali. E le elezioni di midterm – con in gioco l’intera camera dei deputati e un terzo del senato – sono ormai dietro l’angolo.

Ma la notizia, per la democrazia americana, non ha nulla di rassicurante. Perché esprime e riflette il desiderio dell’ex presidente di continuare a svolgere il ruolo del kingmaker dentro un partito che per quattro anni si è lasciato prendere in ostaggio da Trump e che ora – del tutto disorientato – non sa bene che strada intraprendere. A breve termine, i repubblicani dipenderanno ancora da The Donald e dalla sua presa sulla basa dell’elettorato. Un elettorato che continua a credere alla sua menzogna dell’elezione rubata e che continua e continuerà a ritenere Joe Biden un presidente illegittimo. D’altro canto, tutti i big repubblicani sanno benissimo che a medio-lungo termine il cordone ombelicale che lega il partito all’ex presidente può soltanto lasciare scorie tossiche e infettare, in termini elettorali, le possibilità del partito di rinnovarsi e ritornare competitivo al di là del pericoloso culto della personalità di Trump.

Insomma, un bel grattacapo. E in mezzo a tutto questo c’è il nuovo presidente, Joe Biden. Che se da una parte ha ottenuto un eccellente risultato con l’incedere spedito della campagna di vaccinazione – 50 milioni di cittadini hanno ricevuto la prima dose in appena 37 giorni di presidenza, in anticipo sulla tabella di marcia – dall’altra inizia a sentire il logorio dello studio ovale, con i lembi della giacca presidenziale strattonati dalla sinistra che chiede più rappresentatività e dalla complessità delle sfide geo-politiche. Fare il duro con Xi Jinping è la strategia giusta? Auspicare un ritorno di Teheran al tavolo negoziale sul nucleare e poi bombardare una presunta base operativa iraniana in Siria è la mossa più sensata? E di fronte al colpo di stato in Myanmar e alla sanguinaria repressione dei civili, che fine faranno i tanto sbandierati diritti umani?

Per ora, Biden si gode l’abbraccio degli alleati e il sollievo per il ritorno dell’America all’atlantismo e al multilateralismo, concetti che Trump aveva sdoganato come obsoleti. Gli americani si aspettano il passaggio al Congresso del pacchetto di rilancio anti-Covid da 1900 miliardi di dollari. La prima emergenza, per il nuovo presidente, si trova dentro i confini americani. Ed è già una bella sfida. Il mondo, in fin dei conti, ha pazientato quattro anni. Di certo può attendere ancora un po’.


W l’inutile burocrazia!

 

Se abbiamo ben capito, in caso il popolo domenica accettasse la nuova legge sui servizi di identificazione elettronica accadrebbe questo: un cittadino che desiderasse averne una in modo da poter fruire di servizi in linea senza doversi sottoporre alle attuali procedure di identificazione, spesso invero un po’ complesse, dovrà rivolgersi a uno dei fornitori di identità privati riconosciuti dalla Confederazione, compilando immaginiamo un formulario simile a quelli che oggi troviamo sul web. L’azienda privata a sua volta dovrà inoltre una richiesta all’Amministrazione federale (altro formulario con lettera di accompagnamento), la quale a sua volta (mail interno o forse anche ai comuni e cantoni di residenza e ricerca su uno o più database) dovrà verificare l’esattezza dei dati inoltrati. L’azienda privata infine, una volta ricevuto il nulla osta dall’autorità federale (altra corrispondenza di vario tipo), potrà finalmente rilasciare al cittadino la sua , davvero sospirata, identità elettronica. Naturalmente dopo un ultimo controllo di tutti i formulari e delle varie firme apportate.

Questo se tutto va bene, ovviamente, perché non osiamo immaginare cosa succederebbe nel caso neppure troppo ipotetico si verificasse un intoppo di qualsiasi tipo.

Ma fare come oggi per passaporti e carte di identità, tutto l’iter allo stesso sportello o sito, là dove i dati sono custoditi e possono essere verificati con un semplice click su un computer no, era troppo semplice?

Ma non erano destra e centrodestra i campioni della lotta contro la burocrazia inutile?


Ma sono solo dei palestinesi

 

Tutti ammirati, naturalmente: Israele ha già vaccinato più della metà della sua popolazione (9,3 milioni di abitanti). Capacità reattiva del governo, una rete sanitaria di alta qualità, cultura tecnologica della cittadinanza, e mettiamoci pure l’abitudine alla mobilitazione in caso di grandi crisi e forti minacce (é  un paese in guerra da più di 70 anni). Naturalmente c’é di più. Per esempio che le autorità hanno stipulato un accordo segreto con Pfizer, e, complici anche le pressioni di gruppi che si battono per il diritto alla privacy, sono state costrette ad ammettere che un accordo segreto é stato raggiunto con la Pfizer: circa dieci milioni di dosi garantite allo Stato ebraico (ad un ritmo di consegna di almeno 400.000 la settimana) in cambio della consegna alla ditta farmaceutica americana di tutti i dati personali (sesso, età, condizioni di salute, persino il braccio scelto per l’inoculazione), nonché dei risultati per singolo ‘paziente’.

Qualche dubbio sul rispetto della privacy rimane, visto che Pfizer si é impegnato a stralciare dalle liste dati personali che dovessero emergere inavvertitamente (“chi possiede i dati, possiede il potere”, ha ricordato Bloomberg). E ancora: Israele accetta per ogni vaccinato un costo tra i 30 e i 47 dollari, nettamente superiore a quello sottoscritto dagli Stati Uniti, e addirittura il doppio di quello pagato dall’ Unione Europea. Ma che importa di fronte alla prospettiva di liberarsi al più presto dal virus, e per Netanyahu di garantirsi una carta formidabile per la riconferma a premier nelle imminenti elezioni (la quarta in soli due anni!)? Ma “Bibi”(così lo chiamano in Israele) é “Bibi”, e, come fanno Cina e Russia, ha puntato anche sulla “diplomazia del vaccino”, promettendo, senza consultare nemmeno la task force anti-Corona, le dosi in eccesso ai paesi amici (l’Honduras per esempio, che ha annunciato di voler trasferire la propria ambasciata a Gerusalemme).

La… generosità del premier è stata però bloccata dal procuratore generale di Israele. E i palestinesi? Beh, lì la generosità si ferma. Ai 4,6 milioni di abitanti dei territori occupati (Cisgiordania e Gaza) Israele ha consegnato appena 5 mila dosi, per il resto che si arrangino, visto che gli accordi di Oslo prevedono che la sanità sia gestita dall’ANP (Autorità Nazionale Palestinese). In realtà, quegli accordi di oltre 25 anni fa sono stati in gran parte disattesi da Israele (annessione di vaste aree palestinesi, estensione delle colonie, annessione del Golan, eccetera). Quindi, a prevalere dovrebbe essere l’articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra, secondo cui la forza occupante “ha il dover di assicurare l’adozione e l’applicazione delle misure profilattiche e protettive necessarie per combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemiche”. Ma figurarsi se Israele, che delle convenzioni ONU se ne fa spesso un baffo (prima fra tutte quella che chiede di porre fine alla stessa occupazione) applicherà una precisa regola internazionale. Anche se non manca nel Paese chi ricorda al trionfante Bibi che con centinaia di migliaia di arabi che ogni giorno entrano per lavoro nello Stato ebraico, e tenuto conto che l’intera regione costituisce un ‘ecosistema’, la garanzia dell’immunità totale rischia di diventare vana se non si garantisce il siero anche agli ‘occupati’. Che invece dovranno mettersi in fila per aspettare (fino a quando?) di essere aiutati da Covax, l’organizzazione internazionale messa in piedi dall’OMS per i paesi più fragili economicamente.

E bravo Benjamin. Del resto, qualcuno si occupa anche dei palestinesi, stritolati dagli accordi di Israele con diversi Stati del Golfo (sotto regia saudita) e dalle feroci divisioni all’interno della loro incapace e corrotta  leadership?


Di bavagli e fake news

 

Ormai è un vizio che non conosce confini. Ai politici piacciono le realtà alternative, quelle in cui possono raccontare quello che vogliono, possibilmente senza contraddittorio.

L’ultima conferma si è avuta sabato, quando la Commissione dell’economia del Consiglio nazionale, a maggioranza, ha chiesto che, sulle misure di contrasto al Covid, sia soltanto il Consiglio federale a informare i cittadini.

Il bersaglio della maggioranza commissionale, ovviamente espressione della destra, è trasparente: la Task force scientifica, che nei suoi pareri sul da farsi bada più ai dati della pandemia che non ai desiderata dei politici.

Non a caso, la richiesta giunge al termine di una seduta in cui la maggioranza della Commissione – sempre destra –  afferma di ritenere “che la situazione epidemiologica consenta la riapertura delle strutture menzionate (ndr: ristoranti e strutture dei settori della cultura, dell’intrattenimento, del tempo libero e dello sport) e che, vista l’evoluzione positiva, non sia responsabile tenere ulteriormente sulle spine la vita sociale ed economica” (si veda il comunicato dei Servizi del parlamento).

Silenziare la Task Force, caso mai qualcuno che la situazione epidemiologa davvero è in grado di valutarla li smentisse a stretto giro di posta…

Non chiedeteci di scegliere tra la volontà di dare il nostro aiuto durante questa crisi e la libertà di parola, ha commentato su Twitter l’epidemiologa Emma Hodcroft: “Considerato che la Swiss Task Force è totalmente volontaria e non è pagata mi aspetto che, se il governo deciderà di imbavagliarla, si troverà presto senza una Task Force, ma con un gruppo di ricercatori sempre più loquaci. Forse non l’ideale in una pandemia”.

No, per nulla. E di certo non ci guadagneremmo noi cittadini, considerato quanto è successo in autunno, quando la politica ha deciso di ignorare gli avvertimenti della Task Force e contagi, ospedalizzazioni e decessi sono esplosi.

Sarebbe il caso che se ne ricordassero quei politici che oggi parlano di “dittatura della Task Force” e vorrebbero metterle il bavaglio.


Trump is back

 


Burqa e 8 marzo

 


“Momenti difficili e pesanti anche per quello che é stato pubblicato”

 

Dopo alcuni mesi, è un po’ come ritrovarlo, il don Azzolino. La sua voce tranquilla, lo stupore ancora percepibile per quanto gli è improvvisamente caduto addosso, il racconto a momenti (brevi) addolorato ma spesso ironico, gli interrogativi rimasti aperti, ma senza quell’acredine che potrebbe essere comprensibile in chi ha dovuto subire un grande  inutile torto. “A ottant’anni uno pensa di aver fatto tutte le esperienze, ma poi finisce in carcere… sono stati momenti difficili e pesanti, anche per le chiacchiere e tutto quello che è stato pubblicato”, racconta a Roberto Antonini (Millevoci, RSI), nell’unica intervista finora rilasciata sulla sua vicenda giudiziaria: dal reato, in particolare, di “sequestro di persona”, al decreto di abbandono, quindi alla riconosciuta estraneità ai fatti addebitatigli. “Innocentato”. In una vicenda che per troppi aspetti ha ancora dell’incredibile. E suscita interrogativi.

20 Novembre, il giorno dell’arresto: “Alle 7.30 celebro la Messa a Sant’Antonio. Alle 8.30  arrivo a casa, entro nel mio appartamento, sento dei rumori dall’esterno… rumori molto violenti, esco e ci sono 4 o 5 poliziotti, minacce, se lei non apre, eccetera eccetera. Regisco e qualcuno dice ‘se non tace le mettiamo le manette’. E un primo breve interrogatorio” . Quindi Il trasferimento nella sede della Polizia. Qui l’interrogatorio durerà tutto il giorno, fino a sera. Infine il trasferimento in carcere. Direttamente in cella. “Non mi hanno detto se potevo tornare a casa per prendere una camicia di ricambio, delle calze, un fazzoletto… La cosa che mi ha pesato terribilmente é il trasporto in furgone, e di ciò che scorre fuori non vedi niente… C’era già stato un primo esame corporale in Polizia, un secondo quando arrivo in prigione… Ci sono cose secondarie, che però pesano, e di fanno sembrare una ‘cosa’ “. Nei giorni successivi, l’altro macigno: “Penso a quello che vivono altre persone in quella situazione, magari trattati anche peggio… Se io fossi un padre di famiglia e avessi dei figli che leggono i giornali…. no, mi sembra una cosa inammissibile, fosse anche un colpevole va rispettato”.

Lo aiuta la coscienza pulita, la consapevolezza di non aver fatto nulla di penalmente rilevante. E, dopo i tre giorni di carcere, i molti messaggi di sostegno ricevuto  (“a metterli tutti assieme, potrei scrivere un libro”).

Un errore, ammette, é stato non rinnovare i permessi di quella che doveva essere la sua “vittima”, la donna di origine finlandese, arrivata in Ticino tanti anni fa, prima ingaggiata perché conosceva diverse lingue, poi impegnata nei lavori domestici (“non voleva nemmeno andare a ritirare il passaporto, l’ho sempre pagata, e versato le tasse alla fonte”). Da tempo ha difficoltà, quella collaboratrice, preferisce rimanere sempre chiusa in casa, a fatica don Azzolino deve convincerla a uscire, anche per una visita medica. Dice che per proteggerla evitava che in casa entrassero estranei, e forse questo ha destato sospetti : “Su questo si è costruito il teorema. È stata interrogata a lungo, e la sua testimonianza è risultata determinante, perché ha dichiarato che era libera, che non era sequestrata, che non uscire era una sua scelta… La Procura avrebbe potuto interrogarla prima di arrestarmi”.

Fra loro, precisa, “dopo tanti anni di convivenza c’è un rapporto di amicizia, e anche, sì , d’affetto, e chi vuol ricamarci sopra lo faccia pure”. Non sa chi possa averlo denunciato. La presenza della donna era nota a molti nel quartiere, e in tanti la vedevano o la conoscevano nel quartiere del Borghetto.

Dopo questo racconto, rimangono almeno quattro interrogativi:

  1. Nessuno può affermare che Procura e polizia non abbiamo seguito la procedura standard, ma ci si può chiedere se un minimo di “conoscenza ambientale” (su chi fosse l’accusato, quanto potessero risultare credibili i reati ipotizzati) non potesse evitare certe asprezze procedurali
  2. Perché la presunta vittima (che poi ha scagionato il sacerdote) non é stata interrogata prima dell’arresto del prelato ex vicario generale della Diocesi
  3. Se, come assicura l’interessato, molti al Borghetto erano a conoscenza della presenza della donna in casa di mons. Chiappini, come mai la contigua Curia reagì alle notizie dell’arresto e dell’inchiesta manifestando quasi sorpresa verso la presenza della stessa signora
  4. E se don Azzolino, teologo e biblista emerito, a questo punto non abbia il diritto, come spera, di poter realizzare il desiderio di portare a termine questo anno accademico alla facoltà di Teologia. L’ultimo anno.


Chiappini: merito e metodo

 

Chi pratica i tribunali lo sa bene: la verità conta solo nella misura in cui sia possibile provarla in aula. Quod non est in actis non est in mundo. Non so perché, ma questa massima mi è venuta in mente alla notizia del decreto di abbandono contro l’illustrissimo prelato e teologo luganese, vittima di una piccola (ma invero assai crudele) gogna pubblica prima di essere dichiarato, e di dichiararsi, innocente e candido come un giglio. La presunta vittima non si è fatta accusatrice (privata), e si è molto opportunamente tolta di torno; e il prete ci racconta oggi – con occhio asciutto, con elegante e persuasivo eloquio – che non ci fu sequestro e che era addirittura lei, la “vittima”, a volere una vita reclusa e segregata, in un appartamento che, si favoleggia, era una sorta di immondezzaio; per dire anche della mancanza di gusto della signora, che avrebbe magari meritato l’interesse professionale di qualche psichiatra, chissà. Comunque, quod non est in actis non est in mundo, già.

E il prelato, ottimo vincitore, non infierisce sulla polizia e sulla magistratura (altri lo fanno in sua vece, e lui lo sa), accontentandosi con sagacia del ben più grande lustro che gli viene dal generale peana che gli viene ora elevato. Per una volta, una sola eh, non siamo qui a parlare di occultamenti, di connivenze e di omissioni, ma di innocenza ritrovata, di virginale candore, addirittura di purezza.

Detto del merito, resta da parlare del metodo. E qui, c’è aria di processo pubblico nei confronti degli inquirenti, che si accampano ora come i chicos malos de la pelicula, come persecutori senza motivo, come dilettanteschi tintinnatori di manette, forse come anticristi. Ed è ben vero che gli appostamenti (che immaginiamo, con solo un piccolo sforzo di fantasia, comici), l’arresto un po’ teatrale, la inedita carcerazione momentanea dell’ottantenne prelato, le perquisizioni coram populo, tutte queste ostentazioni di forza hanno un che di eccessivo, foss’anche avuto riguardo all’ipotesi di reato. Non solo di eccessivo, ma anche di autolesionistico, forse di suicidale, visto l’oggetto dell’interesse e il track record dei provvedimenti a carico di sacerdoti, che doveva indurre poliziotti e procuratrice a consigli un po’ più miti. Forse si è pensato che, in questa temperie da me too, fosse legittimante in sé l’ipotesi che la “vittima” incarcerata da un presunto orco in sottana fosse una donna; senza però fare i conti con il resto, e che resto. Invece nulla, si è andati avanti come treni, senza preoccuparsi di coprirsi le spalle, di adottare qualche modalità lievemente più prudente, forse qualche simbolica e deferente genuflessione, un filo di cattolica ipocrisia insomma. Tutte cose che avrebbero permesso di sopravvivere al disgregarsi assai prevedibile delle ipotesi accusatorie, e al casino che ne è seguito. Gli è che la vicenda è una ulteriore, plastica e scolastica (magari anche pleonastica), dimostrazione del fatto che il magistrato inquirente non deve solamente essere laureato, sgobbone e militante sotto i vessilli del partito giusto, ma anche dotato di sufficiente esperienza delle cose del mondo e della vita, da evitarsi non solo futuri pubblici bagni di umiltà e lavate di capo per interposti media e società civile, ma anche (forse in questo caso, certamente in altri) errori che hanno effetti assai gravosi, magari immedicabili, sulla vita delle persone.