Tutti zitti

 


Quella foto è un miracolo

 

A volte ci sono piccoli stati di grazia capaci di strappare un sorriso commosso.
Il 25 marzo su queste pagine avevamo raccontato la storia del bosniaco Dzemil Hodzic, e del suo progetto digitale Sniper Alley, omaggio fotografico alla memoria dell’assedio di Sarajevo, ma anche strumento per cercare una foto che ritraesse il fratello Amel, ucciso da un anonimo cecchino il 3 maggio 1995.
Il 26 marzo l’annuncio di uno Dzemil Hodzic al settimo cielo e allo stesso tempo tristissimo: nella galleria inviatagli dal fotoreporter americano Thomas James Hurst, c’è una foto che ritrae un gruppo di bambini dagli abiti semplici e variopinti, i volti un po’ irritati dal sole. Il ragazzo al centro, con la maglia verde acqua e il viso affilato, è proprio Amel, a un metro da Dzemil (ultimo a destra) e a pochi metri dal luogo in cui il cecchino serbo lo colpirà mortalmente. Un tassello prezioso che mette in luce il valore di ogni memoria.

La fotografia
L’annuncio di Dzemil Hodzic su Facebook
Dzemil Hodzic


Al valor militare

 


Le prime mosse di Biden

 

Vladimir Putin è un assassino. I comportamenti della Cina costituiscono una “minaccia globale”. Il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman – secondo un rapporto della CIA declassificato su ordine del presidente – è il mandante dell’omicidio di Jamal Kashoggi e un interlocutore sgradito.

Chi pensava che nei suoi primi cento giorni alla Casa Bianca il vecchio Joe Biden si sarebbe mosso in politica estera con i guanti di velluto è stato decisamente smentito. Le relazioni con la Cina di Xi Jinping da fredde sono diventate glaciali, a dimostrazione della rissa verbale – oltretutto sotto l’occhio delle telecamere – andata in scena all’inizio del primo incontro bilaterale di Anchorage tra i rispettivi capi della diplomazia. Con Anthony Blinken a denunciare le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, in Tibet e a Hong Kong, e con la delegazione cinese a rinfacciare agli americani il razzismo sistemico negli Stati Uniti. Diplomazia da Far West insomma, alla faccia del protocollo e della prudenza, che si innestano sulla guerra commerciale e tecnologica avviata da Donald Trump. Il confronto tra le due superpotenze economiche si preannuncia molto duro.

Con Putin il presidente statunitense si è spinto addirittura oltre. Rispondendo a una domanda del giornalista di ABC George Stephanopoulos che gli chiedeva se Putin fosse un killer, Biden ha annuito, prima di proferire – con sconcertante candore – un convinto “yes, I do”. Certo, l’inquilino della Casa Bianca ha voluto indicare una netta inversione di rotta rispetto alla compiacenza (per alcuni sudditanza) di Trump verso lo zar del Cremlino, ma sono in molti a chiedersi l’utilità pratica di un simile attacco. Soprattutto quando in ballo c’è il rinnovo del trattato New Start sulla non proliferazione nucleare. Senza dimenticare che Putin resta un interlocutore indispensabile su numerosi fronti dello scacchiere internazionale, come in Medio Oriente.

E proprio in Medio Oriente la nuova amministrazione americana ha impresso la svolta più clamorosa e forse più avventata: dapprima con l’annuncio dello stop al sostegno bellico all’Arabia Saudita in Yemen; quindi con il raid punitivo contro due basi utilizzate da miliziani filo-iraniani in Siria; infine con l’ordine di togliere i sigilli al rapporto della CIA sull’omicidio Khashoggi che inchioda il principe bin Salman, erede al trono saudita e di fatto reggente plenipotenziario del principale alleato arabo di Washington nella regione. Non proprio il modo più pragmatico per conseguire due obiettivi dichiarati della presidenza Biden: contenere l’influenza dell’Iran in Medio Oriente e riportare Teheran al tavolo dei negoziati sul suo programma nucleare.

Insomma, il trionfalistico “America is back!” con il quale Biden aveva voluto consegnare ai libri di storia la parentesi Donald Trump sembra per ora prendere forma nel ritorno del multilateralismo e dell’attenzione per il clima e per i diritti umani, con gli alleati di Washington – dall’Europa al Giappone – che tirano un sospiro di sollievo dopo quattro anni di imprevedibilità firmata America First. Per il resto, le prime mosse del nuovo presidente sembrano essere in linea con il tradizionale interventismo americano, in cui la forza militare e il pugno duro vengono giustificati – e talvolta impiegati – come surrogati della diplomazia.

Andrea Vosti è autore di “America First”, Armando Dadò editore


Brasile, bomba sanitaria che il mondo sottovaluta

 

C’è chi lo ha definito “bomba sanitaria a scoppio ritardato”. Quindi potenzialmente in grado di esportare la sua tragedia ai paesi limitrofi, e anche più lontano. È il Brasile. Dove Covid 19 prosegue la sua “folle corsa”. Più di duemila morti al giorno. E si sta procedendo a questo ritmo da tre settimane consecutive. Il secondo paese al mondo per numero di vittime (280.000) dopo gli Stati Uniti. Che saranno presto superati. Ormai – sottolinea il corrispondente di “Le Temps” – per morti quotidiani, il ‘gigante dell’America latina” è in testa alla classifica internazionale. “Stiamo diventando il focolaio mondiale dell’epidemia”, denuncia Gulnar Avezado e Silva, dirigente di Abraseo, la principale Associazione di difesa della salute pubblica. Una minaccia potenziale e globale a cui oltre cento nazioni (anche la Svizzera) ha risposto sigillando le proprie frontiere agli arrivi dal Brasile. Che registra ben tre varianti rispetto al Corona originale.

In 24 dei 27 Stati del paese, il tasso di occupazione dei letti in terapia intensiva varia dall’80 al 90 per cento, aggiungere letti sarebbe inutile vista la mancanza di personale sanitario, le riserve di medicine e bombole d’ossigeno si stanno esaurendo, e si teme a livello nazionale uno scenario “tipo Manaus”, la città dell’Amazzonia diventata il simbolo della tragedia brasiliana. La popolazione è sempre più stanca, sfiduciata e rassegnata. Soltanto un terzo della popolazione rispetta le misure di contenimento, oltretutto blande, fin qui varate, soprattutto dai governatori dei singoli Stati.

Per l’opposizione – rianimata dalla scarcerazione dell’ex presidente Lula  da Silva – non ci sono dubbi: principale responsabile del disastro è il capo dello Stato in carica, Jair Bolsonaro, leader di destra (si rifiutò di condannare la tortura praticata al tempo dalla dittatura militare), il quale ha detto e fatto di tutto per negare la minaccia del virus, anche dopo esserne stato a sua volta contaminato. La definì ‘una piccola influenza’, ha criticato a lungo l’uso delle mascherine, ha evitato i lockdown in nome del primato dell’economia, ha assicurato che ‘l’unico modo per vincere il virus è di infettarsi’. Non è quindi sorprendente che in queste condizioni, il Brasile non si sia speso molto per l’acquisto o l’ottenimento di vaccini da parte del programma mondiale dell’OMS. Soltanto l’8 % della popolazione è stata immunizzata, su 210 milioni di abitanti. Bolsonaro – che pure godrebbe ancora del sostegno di quasi il 30 per cento dell’elettorato – negli scorsi giorni ha licenziato il suo terzo ministro della salute in un anno (un generale senza conoscenza alcuna del settore medico). È stato sostituito da un cardiologo. Una svolta? No, il neo-ministro ha subito espresso la volontà di perpetuare la politica del governo federale. La “strage di Stato”, come in molti la definiscono, può continuare. E la comunità internazionale tace.


Un arabo salverà il ‘soldato Benjamin’?

 

Reuven Rivlin era stato previdente. Aveva preannunciato che lui, capo dello Stato, si sarebbe preso diversi giorni prima di assegnare l’incarico di formare il nuovo governo.

Ed infatti, se nelle prossime ore i contatti sottotraccia non riusciranno a produrre una svolta, lo stallo politico post-elettorale potrebbe protrarsi più di altre volte. Il verdetto delle urne non poteva essere più significativo del rompicapo politico israeliano: due blocchi (destra-destra e centro-sinistra) che però non raggiungono la maggioranza parlamentare di 61 seggi. Sperava, Benjamin Netanyahu, che i successi, in primis la riuscita campagna vaccinale anti-Covid, sarebbero stati sufficienti ad allungare senza eccessivi tormenti la sua carriera politica di premier più longevo nella storia dello Stato ebraico. Macchè, la frammentazione del mosaico politico nazionale si è persino aggravata.

Un fenomeno che storicamente ha le sue radici nella progressiva avanzata dei partiti religiosi. Iniziata una ventina di anni fa. E che si è cristallizzata con la crisi profonda, quasi la scomparsa, di quella classe laburista di origine ashkenazita (cioè di matrice occidentale) che aveva governato nei primi decenni della nazione. Tre successivi sviluppi hanno sgretolato l’antica stabilità: la massiccia immigrazione degli ebrei sefarditi, provenienti dai paesi arabi; poi l’ “Aljia” (“il ritorno”) di migliaia di famiglie dalla Russia; quindi, in tempi più recenti, appunto  la crescita delle componenti confessionali ultra-ortodosse. Innesti che hanno rafforzato la destra nazional-annessionista (dei territori palestinesi). Ma in un grumo di interessi, identità, ambizioni diversificate, che ne hanno impedito una qualche forma di compattezza elettorale.

Ecco su quale sfondo va collocato l’odierno pasticcio post-elettorale. Con una complicazione in più: la frattura fra gli arabi israeliani, che rappresentano il 20 per cento della popolazione, e non vanno confusi con i palestinesi di Cisgiordania e Gaza. Cosa accade in quel campo politico in passato compatto e puntualmente tenuto a distanza da qualsiasi governo, sia di destra che laburista? Accade che, allo stato delle cose, soltanto un accordo col partito arabo-islamista di Raam (4 seggi), a cui è stato promesso di tutto, Netanyahu avrebbe la certezza matematica di conservare la sua poltrona di primo ministro, e forse salvarsi dal processo per corruzione che è dietro l’angolo. Gli stessi, quelli di Raam, che, ricorda lo scrittore Abraham Yehoshua, fino a poco tempo fa “venivano definiti, soprattutto da Netanyahu, sostenitori del terrorismo”. Saranno dunque i “terroristi” a salvare il “soldato Benjamin”?

I contrari, che abbondano nei due blocchi contrapposti, potrebbero ancora impedire questo matrimonio contro natura, paradossale. E per troppi aspetti illogico. Ma è nota la metafora della rana e dello scorpione. Il secondo convinse la prima a trasportarlo al di là dello stagno. A metà percorso lo scorpione punse la rana con il suo pungiglione avvelenato. “Ora annegheremo entrambi, dove sta la logica?”. “Perché  – fu la risposta dello scorpione – in Medio Oriente c’è mai stata logica?”


Libera volpe in libero pollaio

 

“Un autogol”, “Bisogna pensare alle piccole e medie imprese”, “Si gioca con il fuoco”,  “Responsabilità sociale delle imprese”, “Moral suasion”, “Pragmatismo”, “Patto di paese”; scampoli del frusto armamentario retorico di certa rozza destra imprenditorialista. Una destra che per onestà dovrebbe invece avere il coraggio di scrivere, sui propri vessilli, “Libera volpe in libero pollaio”, o adesso “Privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite”.

L’emergenza sanitaria è assai poco in confronto all’emergenza socio-economica che stiamo vivendo e che ci porteremo addosso per anni. Di certo impareremo a vivere con i virus che saranno scomodi compagni di strada nel nostro futuro, con serenità e (finalmente) con coraggio, e soprattutto senza la corale isteria e l’insopportabile retorica di questi mesi; ben più difficile sarà fare i conti con questa inedita cultura dell’incertezza del domani, con la assai sgradevole coscienza che la Svizzera è diventata, dopo secoli di beata festa, un paese come tutti gli altri, un paese “normale”.

I politici di cui sopra hanno passato anni-decenni a dire peste e corna dello Stato, a ogni piè sospinto trovando modi diversi per privarlo di risorse e per limitarne il perimetro di attività. Hanno voluto in pratica privatizzare le aziende di servizio pubblico; l’effetto tremendo è sotto gli occhi di tutti, con il verticale scadimento del servizio e manager preoccupati solo per i risultati economici di fine anno (addirittura capaci di tentare di truffare lo Stato, e di quasi riuscirci, come insegna il caso di PostAuto). Siamo al punto in cui i ministri delle finanze, mediocri ma arcigni contabili mezzemaniche senza visione politica e senza capacità progettuale, sono diventati coloro che dettano le strategie sociali ed economiche del paese; un inedito a livello mondiale, direi.

Adesso quelli stessi ambienti si fanno statalisti per chiedere, anzi per esigere, aiuti alle imprese a causa della pandemia (e, soprattutto, delle decisioni assunte per cercare di controllarla), dopo avere per anni riempito le tasche di queste stesse imprese e dei loro azionisti a colpi di sconti fiscali, non esitando a sbagliare, o peggio a mentire, a proposito degli effetti futuri di questi sgravi sulle casse dello Stato (Merz). E per ottenere il risultato non esitano davanti a nulla, nemmeno ad appropriarsi di argomenti sindacali (la difesa dei posti di lavoro), che hanno passato anni a delegittimare, anzi a svillaneggiare; e che saranno pronti a prontamente abbandonare quando farà più comodo.

Siamo sempre lì, alla “libera volpe in libero pollaio”, declinata ai tempi della pandemia. Qualcuno dovrà pur un giorno scrivere, senza compromessi, la storia di questo Paese cucendola con il filo rosso dell’ipocrisia e dell’improntitudine che certi ambienti hanno messo in campo, impunemente e anzi con il sostegno elettorale di noi popolobestia. Un bel capitolo potrebbe essere quello dedicato alle banche, che hanno prosperato per decenni sull’instabilità politica dei paesi vicini e sull’evasione fiscale estera, per arrivare oggi a volerci sdoganare – bianchi come gigli – la tesi che non è vero niente, che mai aiutarono cittadini esteri a evadere il loro fisco nazionale, che è tutto un complotto internazionale contro la bella Elvezia e il suo modello di successo. Già, sarebbe bello leggerla, questa storia.


Inefficienza e imprevidenza pianificatoria a Lugano

 

Previdenza e pianificazione sono due qualità che a Lugano da sempre difettano, per cui spesso si arriva ad attuare progetti un minuto prima di mezzanotte, se non dopo. Gli esempi si sprecano. L’ultimo in ordine di tempo è l’eliminazione del passaggio a livello alla stazione. Da quando ho memoria – purtroppo tanti, troppi i decenni – le autorità progettano di eliminarlo. Mai fatto nulla. Adesso, come un fulmine a ciel sereno, la sua chiusura: annuncio il 18 marzo, esecuzione il 26. Da quel giorno i cittadini dei quartieri di Besso e Breganzona si troveranno parzialmente tagliati fuori dal resto della città.

La giustificazione di tanta fretta? All’apparenza ineccepibile: “L’aumento del traffico ferroviario sull’asse nord-sud a seguito dell’apertura della galleria di base del Monte Ceneri non consente più tempi di apertura compatibili con il flusso viario fra via Maraini e via Basilea”, ha comunicato la Città (in traduzione: le code alla rotonda della stazione aumenteranno). Una conseguenza “naturale ed inevitabile” della politica svizzera dei trasporti.

Appunto: che AlpTransit, di cui la galleria del Ceneri fa parte, avrebbe comportato un aumento del traffico ferroviario era cosa non solo auspicata (è stata costruita apposta!) ma nota da ancora più decenni di quanto la mia memoria permetta. La Città ha preparato delle alternative per permettere ai cittadini dei quartieri alti di evitare giri assurdi? Ovviamente no, malgrado i decenni a disposizione per farlo. E difatti la soluzione indicata nel comunicato sconfina nel ridicolo: chi proviene da Sud per raggiungere le proprie abitazioni dovrà salire da Loreto fino a Sorengo, scendere alla stazione e poi risalire ancora verso Besso e Breganzona. Piccolo problema, questa strada è già ipertrafficata, in particolare negli orari di arrivo/rientro dei frontalieri.

Non è quindi difficile ipotizzare che molti proveranno ad utilizzare l’autostrada come circonvallazione cittadina, dimenticandosi che lo svincolo Sud si trova in una delle zone più trafficate della periferia, il Pian Scairolo, che finirà così per essere ancor più intasato. Oppure a passare per il Lungolago e il centrocittà, con esiti che possiamo solo immaginare.

Probabilmente però i più bypasseranno la stazione dirigendosi verso Massagno. Alcuni, sicuramente pochi, saliranno fino al Crocefisso di Savosa; gli altri invece svolteranno a sinistra in una delle due laterali di via S. Gottardo, immettendosi in tal modo una zona residenziale di Massagno (limite 30 km/h!) in cui si trovano asili, scuole e la casa anziani.

I cittadini di Besso e Breganzona, oltre ai comuni di Sorengo e Massagno, sentitamente ringraziano l’amministrazione liberal-leghista-PPD di Lugano per quest’ultima prova della sua imprevidenza e inefficienza pianificatoria.


Sergio Rossi – Business Svizzera-Cina, e i diritti umani?

 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Nell’ombra del Dragone