La controprotesta sommerge Twitter

Migliaia di messaggi ieri in una manifestazione virtuale per dire no al virus e sì alle misure di contenimento 

#NoLiestal ieri su Twitter era un fiume in piena. Fotografie di persone, per lo più con la mascherina, per dire no alle tesi di chi sabato scorso ha manifestato, appunto a Liestal contro le misure di contenimento del coronavirus.

Se a Liestal erano in seimila a marciare, inalberando cartelli sui quali, oltre a decretare la “morte della democrazia”, si opponevano a vaccini e test di massa e  chiedevano la fine di ogni restrizione, ieri su Twitter erano quattro volte tanti ad affermare l’esatto opposto: dobbiamo dire no al virus, non alle misure di contenimento.

Impossibile riassumere il fiume in piena che si è riversato su Twitter. Su questo muro virtuale, Campax ha raccolto i post pubblicati: scorrete messaggi e fotografie se volete farvene un’idea.

Un successo di queste proporzioni non lo aspettava nemmeno chi ha lanciato l’idea: “No, per nulla” ci dice Lea Kusano, esperta di comunicazione e mamma, come si definisce. Tutto è nato lunedì, spiega: “L’idea è di Nils Althaus, un attore svizzero, che non aveva però né i mezzi né l’esperienza per organizzare una simile azione. Di conseguenza, ho deciso di aiutarlo. Martedì ho scritto a una sessantina di persone di mettere una fotografia su Twitter e sostenere l’iniziativa, e questo è il risultato”.

“Fa bene al cuore ‘leggere tutte queste voci’, perché Nils e io eravamo davvero disperati per la narrazione che si faceva. La controparte ha molte piattaforme nei media perché va nelle strade e nelle piazze a manifestare; noi non le abbiamo, ma abbiamo trovato un modo per dare voce a tutti. Ed è davvero bello vedere che tanti stanno dalla parte della scienza!”.

Il mondo scientifico ha apprezzato l’iniziativa: “La solidarieta di fronte al #Covid19 che scorre a fiumi su Twitter con l’hashtag #NoLiestal riscalda il cuore”, ha twittato Samia Hurst-Majno, vicepresidente della Swiss Science Task Force.

Cambierà qualcosa il successo della manifestazione virtuale? Ne dubito ma, come dice Lea Kusano, c’è da sperare che contribuisca almeno a mettere un bemolle alla narrazione di una popolazione sempre più insofferente dinanzi alle restrizioni che la pandemia ci impone.

Certo, siamo tutti stanchi, tutti non vediamo l’ora di tornare alla normalità. Ma, appunto, è il virus che dobbiamo combattere non le misure – peraltro insufficienti – che lo dovrebbero contenere.


A Dante con moto

Migliaia di messaggi ieri in una manifestazione virtuale per dire no al virus e sì alle misure di contenimento 

La tradizione e la critica letteraria più accreditate vogliono che il 25 marzo del 1300 Dante Alighieri iniziasse a scrivere la sua “Commedia”; iniziasse insomma a raccontare uno dei viaggi più straordinari immaginati e compiuti nella storia della letteratura mondiale.

Accogliendo il suggerimento di Paolo Di Stefano, inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”, il governo italiano ha deciso che il 25 marzo 2021 dovesse essere, nell’anno del 700mo anniversario della morte del sommo poeta, il “Dantedì”, una giornata speciale per rendere omaggio al padre della lingua italiana.

Numerosissime sono oggi le occasioni pubbliche e accademiche previste per sottolineare la grandezza di Dante, che con la sua opera continua dopo secoli a segnare profondamente, fino ai nostri giorni, la cultura e la civiltà italiane.

Anche nel nostro paese, il “Forum per l’Italiano in Svizzera” ha promosso, con la collaborazione della SRG/SSR, ben quattro eventi, nelle quattro regioni linguistiche, per ricordare il poeta e la sua opera più importante e più nota attraverso discorsi diffusi in diretta streaming. Tra mattina e pomeriggio, tutto un susseguirsi di “saluti” e “riflessioni”, a cominciare da Alain Berset: un segno di attenzione verso una delle componenti linguistiche nazionali, pur di minoranza che arriva in un momento in cui, verso l’italiano ed il suo insegnamento universitario in Svizzera, non paiono correre tempi fastosi né festosi.

Alle 14.00, per la Svizzera italiana la sede è stata (e non poteva essere diversamente) Paradiso, per la precisione la vetta del San Salvatore, un luogo “iconico” per la più iconica delle opere letterarie. A parlare, come nelle altre sedi, una serie di “autorità politiche” (che non possono mai mancare) e poi un poeta e studioso, Fabio Pusterla, accanto ad un uomo di teatro come Daniele Finzi Pasca.

Insomma, si è messa in moto, un po’ ovunque (e compatibilmente con i tempi di restrizioni) la macchina, sempre anche un po’ retorica, delle celebrazioni, come si conviene per i grandi della letteratura, dell’arte, della cultura.

Poi, presumibilmente, Dante tornerà essenzialmente ad incombere nelle aule liceali, in virtù, sostanzialmente, della sua indiscutibile importanza storico-letteraria, che continua a farne il caposaldo dell’insegnamento dell’italiano a scuola.

Del resto, è vero, a Dante si deve una scelta decisiva di una lingua che si definiva “volgare”, di cui scelse il registro “comico”, per scrivere in versi un’opera “serissima”, dalle infinite implicazioni e letture.

Oggi, si dice e si ripete, noi parliamo, pensiamo, immaginiamo il mondo e noi stessi attraverso parole che si sono radicate, sono diventate il nostro patrimonio identitario, in relazione alle scelte compiute, settecento anni fa, da Dante Alighieri.

Poi, di quella lingua, il tempo ha portato a cambiarne (semplificarne?) la struttura, ha logicamente inciso sul lessico, con aggiornamenti di forme esistenti e con neologismi, che non toccano però, la sostanza di un’opera che sa continuare a “parlare” anche oggi.

Naturalmente ci sa dire di più o di meno a seconda di come ci viene proposta.

Da noi, nei Licei, la lettura di Dante è materia del secondo anno, dunque per ragazzi di 15-16 anni. Può venir proposta come “esempio” per cavarne non solo nozioni di storia letteraria, ma anche “lezioni di vita”, con cui, con le debite mediazioni, anche i giovani possano rapportare il proprio vissuto; oppure come “inscalfibile modello di grande letteratura” che ai ragazzi rischia di dire molto meno e che probabilmente li trova per lo meno impreparati, tanto è complessa e stratificata la struttura della “Commedia”.

Perché quella di Dante rimanga o divenga davvero la lingua in cui ancora oggi i giovani studenti possano immaginare, pensare, raccontare il loro mondo, occorre che quella “mediazione” conceda magari qualcosa al rigore di filologi, esegeti e critici, e conceda maggiormente al fascino dell’invenzione, all’esemplarità delle vicende, tante, che vi sono narrate: comiche, truci, oscure, commoventi.

Che si trovi, per esempio, un modo particolare ed originale per parlare di Dante e della sua opera, partendo da una specifica e curiosa angolazione, come fa Lella Costa in una bella serie di quattro “letture” dantesche proposte dalla Rete Due della RSI, che hanno come filo conduttore “le donne”. Quattro “storie” che intrecciano versi e commenti, spesso e volentieri con un linguaggio contemporaneo, che esplicitamente si richiama a “versi” di canzoni di oggi, o fa, per esempio, riferimento alla tecnologia, magari con le sue “derive anglofile”. Insomma, una mediazione, quella di Lella Costa, che prova ad adattare la narrazione agli orizzonti dei giovani (e non solo) del terzo Millennio (ascolta qui).

Certo, ci va immaginazione, creatività, e disponibilità al “dialogo”; magari, perché no, ci va anche un po’ di sana ribellione a programmi ingialliti, ad approcci consunti. Insomma, essere un po’ “rivoluzionari”, come lo fu il “sommo poeta”.

Forse così, si avrà qualche possibilità in più di poter ascoltare in futuro conversazioni e dibattiti che non si dibattano disperatamente fra approssimazioni, strafalcioni, silenzi imbarazzanti: quelli, autistici, di frange giovanili estreme che si esprimono menando le mani o di politici che minacciano di fare la stessa cosa.


Il dovere della memoria

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Cosa resta di una guerra, una volta che è finita? A volte, oltre al dolore, solamente qualche fotografia e una serie di ricordi senza protezione alcuna contro le insidie dello scorrere del tempo, perché tutto il resto è andato perduto. Anche Dzemil Hodzic del periodo di guerra vissuto a Sarajevo durante l’infanzia conserva due fotografie e un’alternanza di ricordi lucidi e apparentemente irrilevanti (i proiettili ancora caldi che diventavano giochi da niente, il clamoroso rigore sbagliato di Baggio durante i mondiali del 1994) e una nebulosa fatta di un vuoto quasi pneumatico.

È il 3 maggio del 1995. Dzemil, 12 anni e Amel, 16, i fratelli Hodzic, come sempre giocano con gli altri ragazzi del quartiere, nonostante la guerra e le sirene. Giocano giochi semplici: biglie, una pallina da tennis, rincorse e chiacchiere. I ragazzetti sanno che dai tetti dei palazzi tutt’intorno sono seguiti dall’occhio allenato dei cecchini che in qualsiasi momento potrebbero premere il grilletto, ma non se ne curano. Come è normale e giusto che sia per dei ragazzi di quell’età. Hanno sempre vissuto lungo il famigerato Viale dei cecchini, la Sniper Alley, e la guerra che sta devastando quella che un tempo era la Yugoslavia, è ormai entrata a pieno titolo nelle loro vite, trasformandosi in dolorosa quotidianità.

Poi, all’improvviso, quel grilletto qualcuno lo preme davvero. Senza preavviso la pallottola di piombo attraversa Sniper Alley e sibilando si conficca nel giovane corpo di Amel, che sulle prime non comprende e barcolla smarrito. Dzemil invece capisce subito, si precipita a cercare una coperta, chiama la madre Ulfeta, appena rientrata dal turno come infermiera, e insieme corrono all’ospedale. Amel muore. E Dzemil, oltre a crescere in un attimo, in qualche modo abdica alla vita, cercando ogni giorno il fratello nelle uniche due foto rimastegli. Per molti anni non piange, sopravvive, a caccia di un senso, laddove forse non vi è modo che un senso vi sia.

Quel grumo di disperazione, sconforto e solitudine rimane incastonato nel giovane uomo per quasi un quarto di secolo, fino al giorno in cui decide di affrontare il mostro del passato, di una guerra che ha rappresentato la dissoluzione della famiglia così come l’aveva conosciuta e avuta. Hodzic comincia dapprima a scrivere la cronaca di quel tragico 3 maggio 1995. A quella storia intima segue il desiderio di trovare delle testimonianze di quanto avvenuto, anche perché come sottolinea Hodzic, nel frattempo di guerre ce ne sono state tante altre, e la gente dimentica molto in fretta. Il bosniaco, che oggi lavora come documentarista per Al Jazeera, comincia a contattare i 240 reporter presenti a Sarajevo negli anni della guerra, chiedendo di potere disporre dei loro materiali fotografici. Le foto arrivano in grandi quantità, e Hodzic organizza un sito web (sniperalley.photo) e diverse piattaforme social per i più giovani (Twitter, Instagram e Facebook) su cui esporre le foto, per offrire una testimonianza cruda e palpitante della vita in guerra, ma anche per dare modo alla corposa diaspora bosniaca di potersi confrontare con il proprio passato da ogni angolo del mondo.

Il progetto Sniper Alley è oggi dotato di ben 80 archivi fotografici, disponibili a tutti e gestiti da Hodzic, che ogni volta che riceve un nuovo invio, si precipita ad analizzare ogni dettaglio di ogni immagine, spinto da una parte dal desiderio che non si “dimentichi questa guerra così come nessun’altra guerra” e dall’altra dalla speranza (che non morirà mai, come dice), di trovare uno scorcio, anche casuale o sfocato, dell’amato Amel.

Dzemil Hodzic guardando quelle foto ha recuperato una forma di serenità, o perlomeno la capacità di guardarsi indietro, portandosi appresso tutti coloro che ne condividono la sorte di sopravvissuto. “Noi di Sarajevo siamo stati fortunati. Le fotografie testimoniano quanto è accaduto, per non dimenticare, per non potere un giorno rinnegare. In Siria le cose stanno diversamente; là i fotografi non sono ammessi, ma domani chi racconterà la loro, di storia?”.

Immagini da sniperalley.photo – Nella foto del titolo Dzemil Hodzic    


Dialogo. Ma con chi?

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Dialogo anch’io? No, tu no

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Ma che bella idea. Anzi, ottima. Adottata dalla Conferenza cantonale consultiva sulla sicurezza, presieduta da Norman Gobbi, e che uno dei quotidiani cantonali riassume così: l’obiettivo finale della nuova strategia coordinata contro la violenza giovanile, come quella scatenata sabato alla Foce di Lugano, ma anche a Muralto e in altre località, è trasformare il possibile contrasto fra le parti (intese come giovani e polizia) “in un dialogo costruttivo”. Per il conseguimento dell’obiettivo, viene attivata una rete di possibili interventi preventivi e maggiormente coordinati: Cantone, polizie cantonali e comunali, capi dicastero dei Comuni polo, eventualmente altre figure professionali. “Bene, bravi, sette più”, si sarebbe esclamato una volta. E come non essere d’accordo? Ma c’è un… ma. Non risulta, stando almeno alla cronaca e alle conclusioni dell’incontro, che in questa strategia del dialogo siano inclusi gli autogestiti del Molino. Quelli no. Come se fossero figli di un dio minore. Mentre da più parti è stato sottolineato come, condannate le violenze di Molino Nuovo e della Stazione di Lugano (queste ultime, in verità, da analizzare con maggior cura e distacco) ordinare, e basta, lo sgombero del Molino in meno di tre settimane sia sbagliato, sia un errore foriero del peggio, e per di più non sia risolutivo.

Basta farsi qualche domanda. Il dialogo è impossibile solo a causa dei dinieghi degli autogestiti? Come se davvero quanto riuscito nel 2002 sia impossibile oggi. La decisione del Municipio è stata adottata da una corposa maggioranza nell’esecutivo? No, semmai con un risicato ed eloquente 4-3, che dovrebbe indurre a un po’ più di buon senso. È stato fatto uno sforzo per eventualmente proporre figure di conciliazione “terze”? Non risulta. Forse che il “disagio giovanile da pandemia” possa valere per certi giovani, e non per altri? Ma per favore! È davvero impossibile che si trovino a Lugano compromessi e soluzioni trovate in altre città svizzere dopo anni di contrapposizioni e tensioni? Non sembra proprio. È stato chiesto l’aiuto del Cantone, che è pur sempre co-firmatario dell’accordo di diciannove anni fa? No, o meglio non ancora. E, d’altro canto, il Cantone si è forse attivato per proporre la sua mediazione? Ed è un altro no. Quelli del sabato sera alla Foce, sono stati allora meno violenti dei molinari nelle due circostanze ricordate (in un caso agenti della municipale bersagliati da bottiglie, nell’altro lo schieramento di agenti in tenuta anti-sommossa)?

Eppure quel che vale per gli uni, non vale per gli altri. Disponibilità a geometria variabile. Strategia del dialogo per i teppisti della Foce, strategia del fine dialogo per gli autonomi. Forse perché questi ultimi sono portatori di una ideologia antagonista, politicamente ‘nemica’, socialmente più responsabile, e che va combattuta per principio, “whatever it takes”?


Stare distanti e lavarsi le mani non basta

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La notizia è di ieri: in un salumificio sangallese, da dicembre a oggi si sono contagiati 45 lavoratori (lo ha rivelato il St. Galler Tagblatt e ieri ne ha scritto il Blick). All’origine dei contagi, scrive il quotidiano sangallese, ci sarebbero dei macellai ungheresi che si sarebbero infettati nei viaggi a casa e negli alloggi che condividevano.

Gli alloggi in comune sono in effetti un ambiente ideale per la diffusione del virus ed è vero che in Ungheria la situazione epidemiologica non è attualmente migliore della nostra: anzi, dopo aver gestito meglio la seconda ondata, da metà febbraio la repubblica magiara conosce una crescita esplosiva dei contagi (se ne contano 800 per milione di abitanti, mentre in Svizzera oggi si aggirano sui 230).

Dubito però che basti questo per escludere che i contagi siano avvenuti anche sul posto di lavoro, perché macelli, salumifici e impianti di trattamento della carne sono altrettanto se non più pericolosi degli alloggi in comune. Lo scorso giugno, in Germania, aveva fatto scalpore il caso della Tönnies, un gigante del settore, in cui 1550 dei 7 mila dipendenti si erano infettati. E non si tratta di un caso isolato: già nel maggio 2020, i Centers for disease control and prevention statunitensi  documentavano poco meno di 5 mila contagi tra i 130 mila lavoratori di 115 stabilimenti del settore.

Per questo il British Medical Journal li ha definiti un nuovo fronte nella pandemia, sottolineando che al virus condizioni ideali per temperatura, umidità, ambiente e condizioni di lavoro. Era il liglio 2020 e restava da capire se i contagi potessero avvenire per via aerea, interrogativo al quale ha risposto uno studio proprio sul focolaio alla Tönnies: “I contagi si sono verificati in un’area circoscritta dello stabilimento, in cui l’aria è costantemente rimessa in circolo e raffreddata a 10 gradi”, scrivono gli autori. E concludono: “I nostri risultati indicano che le condizioni ambientali (climate conditions) e i flussi d’aria sono fattori che possono favorire una diffusione efficace del virus SARS-CoV-2 su distanze di oltre 8 metri”.

Non conosco lo “Schutzkonzept” della ditta sangallese ma è facile immaginare che si basi sulle regole auree dell’Ufficio federale della sanità pubblica: lavarsi regolarmente le mani col sapone, tenere il famoso metro e mezzo di distanza e portare la mascherina. Magari con l’aggiunta di un po’ di plexiglas. Se così fosse, sarebbe del tutto inadeguato a proteggere i lavoratori da un virus che circola nell’aria su distanze di oltre 8 metri, come già sottolineavo in un precedente contributo.

Certo è più facile stare a un metro e mezzo di distanza, lavarsi le mani e mettere una mascherina che garantire una buona qualità dell’aria, con impianti di ventilazione e filtraggio adeguati. Ma finché non lo faremo, daremo al virus un vantaggio di cui non ha certo bisogno.


Globe (ETH) – Nell’occhio del ciclone

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Di Corinne Johannssen, Felix Würsten

Signor Ackermann, lei è a capo della Swiss National Covid-19 Science Task Force e in questaveste sta consigliando il Consiglio federale durante la pandemia di corona. Le piacerebbe qualche volta essere lei stesso un consigliere federale?

Non ci ho mai pensato in questo modo. Nella situazione attuale, in realtà a volte troverei più soddisfacente non solo proporre, ma anche avere voce in capitolo nel processo decisionale. Da questo punto di vista, sarebbe davvero un’idea eccitante. Ma ho anche notato quanto siano grandi la pressione e la responsabilità dei politici – forse preferirei rimanere un professore dopo tutto (ride).

Quindi il suo campo d’azione si limita alle raccomandazioni?

Noi forniamo la base scientifica, i politici prendono le decisioni. Come capo della task force, compaio anche nelle conferenze stampa del governo federale. Sullo sfondo, tuttavia, molto ruota intorno al mantenimento delle relazioni e del dialogo. Ci è voluto del tempo per guadagnare la fiducia dei politici. Possiamo fare bene il nostro lavoro solo se chi prende le decisioni ha fiducia in noi. Abbiamo diversi compiti in questo senso: siamo la voce della scienza, consigliamo il governo e informiamo il pubblico. Ci sono anche aree di tensione tra questi tre compiti. Come voce indipendente, dovremmo interrogare criticamente il governo, ma il ruolo consultivo funziona solo se i politici hanno fiducia in noi.

Cosa ha imparato sulla politica negli ultimi mesi?

Ho un grande rispetto per ciò che i politici fanno. Il loro lavoro è fortemente influenzato dalle condizioni quadro. Come scienziato, non sono abituato a questo tipo di situazione. Nella ricerca, fissiamo noi stessi lo standard che vogliamo raggiungere e poi lavoriamo finché non lo raggiungiamo. In politica, i vincoli sono così grandi che influenzano tutto. Ma ho incontrato politici che capiscono molto bene non solo la politica ma anche la scienza della pandemia.

E che dire dei media?

Sono impressionato da come certi giornalisti tengano bene il conto delle cose. Imparo almeno quanto loro a parlare con loro. Ma ho anche imparato che i media hanno una forte tendenza a sottolineare le differenze. Poiché il loro «Public Health Impact» è grande, in questo modo possono fare danni e non sono sicuro che tutti siano sempre consapevoli di questa responsabilità. Ma naturalmente i media sono lì per mettere in discussione criticamente i messaggi e le decisioni ufficiali.

Si ha l’impressione che la Svizzera abbia difficoltà ad affrontare questa crisi. Questa impressione è ingannevole?

Condivido questa impressione. Soprattutto in autunno, molte persone si sono infettate e molte sono morte.

Questo la sorprende?

Sì, mi sorprende. Certo, questa crisi è semplicemente al di là di tutto ciò che avrei potuto immaginare – eppure pensavo che avremmo potuto gestirla meglio. Che avremmo agito basandoci sull’evidenza, usando molti strumenti, usando le nostre possibilità tecnologiche. Avevo grandi aspettative e sono stato deluso.

È forse dovuto all’immagine di essere migliori degli altri che abbiamo?

La difficoltà maggiore, secondo me, è che in Svizzera si è diffusa molto rapidamente l’idea che bisognava scegliere tra la salute e l’economia. Questo ha avuto un impatto molto forte sulla discussione. Ecco perché è stato difficile per noi intervenire coraggiosamente in una fase iniziale. Il consenso della task force a questo proposito è chiaro: è anche economicamente meglio prendere misure severe che riducano rapidamente il numero di casi piuttosto che prendere misure morbide e accettare lunghi periodi con un numero elevato di casi.

Tuttavia, come possiamo vendere misure dure alla popolazione quando anche al picco della seconda ondata un quarto dei letti di terapia intensiva erano ancora liberi?

Il punto cruciale è che non siamo bravi a trattare i processi esponenziali. Quando i carichi di lavoro sono aumentati rapidamente in ottobre, è stato proposto di mettere a disposizione 200 letti aggiuntivi di terapia intensiva certificata e di far lavorare il personale quattro ore in più a settimana. Pur sapendo che queste proposte nella pratica non erano fattibili, la Task Force ha calcolato l’impatto di queste misure. Avremmo guadagnato solo 36 ore! Quando si ha una tendenza esponenziale, le misure lineari non servono. Ma questo è ciò che la gente non vuole ammettere all’inizio di un tale sviluppo.

È per questo che ci sono così tante persone scettiche?

La maggior parte delle persone non sente nulla o non molto del coronavirus nella loro vita quotidiana, anche quando gli ospedali sono pieni. Non lo vedi, non lo senti, ma tutti ti dicono che c’è qualcosa di veramente brutto e che devi sopportare limitazioni importanti. È una situazione difficile. A questo proposito, non mi sorprende che molte persone siano scettiche. Ecco perché è importante che il personale ospedaliero e i pazienti parlino della loro vita quotidiana.

Si ha l’impressione che gli argomenti scientifici non convincano più molte persone. Abbiamo fatto qualcosa di sbagliato?

Penso che alla fine abbia molto a che fare con l’empatia. Se vuoi convincere le persone, devi prima sapere da che parte stanno. Ascoltare e capire perché qualcuno arriva alle sue opinioni è estremamente importante. Ma naturalmente questo è difficile quando hai un intero gruppo di fronte a te, come in una conferenza stampa. Per questo è necessario parlare con le persone.

Di quali competenze ha più bisogno al momento?

Parlare con la gente, poter avere u o scambio. La cosa più importante è coltivare le relazioni: ascoltare, capire, per poter trovare insieme delle soluzioni. E non arrabbiarsi quando le cose non vanno bene. Ci sono aspetti di questa pandemia che sono vicini alla mia area di competenza, e la competenza scientifica è importante per il lavoro nella task force. Ma non basta.

Esattamente, lei è un professore dell’ETH. Ha ancora tempo per questo?

Sono stato in grado di rispettare quasi tutti i miei impegni, e sia il Politecnico che l’Istituto federale di scienze dell’acqua sono molto solidali. È difficile per il mio gruppo di ricerca. Tengo degli spazi liberi per colloqui individuali, ma è un periodo difficile. E lo è particolarmente perché stiamo parlando delle carriere di persone giovani e di talento.

E come affronta personalmente la tensione? È ancora in grado di spegnere?

Spesso mi sveglio nel cuore della notte e il mio pensiero va subito alla pandemia. Ma sto attento a non consumare troppo in fretta le mie riserve. Quello che mi porta via molta energia sono gli scontri. Sono molto sensibile, mi danno fastidio. Ma per fortuna questo accade molto raramente. La maggior parte degli incontri sono positivi. Alla fine, abbiamo tutti lo stesso obiettivo, e si vede.

Vede anche aspetti positivi di quel che è accaduto?

Avevamo una certa immagine di noi stessi, della Svizzera. Questa immagine è molto contestata in questo momento. Anche questo fa male. La cosa buona è che ora possiamo imparare qualcosa: quanto velocemente possiamo introdurre le nuove tecnologie? a che punto siamo con la digitalizzazione? Come scienziato, è eccitante uscire dalla propria bolla e dare un contributo dinanzi a questi problemi urgenti.

E per lei personalmente?

È un periodo difficile e a volte sono semplicemente esausto. Ma il compito è anche un’opportunità. Cosa c’è di peggio che sentirsi impotenti quando succede qualcosa di grave? Sono nella fortunata situazione di poter dare una mano. Questo è un grande privilegio.

Dal periodico del Politecnico federale di Zurigo Globe – Traduzione R.F. / Naufraghi.ch 


True Vibration: Se ci togliete il Molino, cosa ci resta?

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Per prima cosa vogliamo presentarci: siamo l’Associazione True Vibration. Lo scopo della nostra associazione è di promuovere e diffondere l’essenza della cultura Sound System, legata alla sfera culturale e musicale Reggae/Dub, riconosciuto patrimonio UNESCO nel 2018. Siamo musicisti, cantanti, DJ, grafici, ecc. di diversi orizzonti ed età. Col CSOA Molino abbiamo organizzato negli ultimi anni diversi eventi di successo in cui abbiamo portato a Lugano artisti di statura internazionale, e radunato alle nostre feste tanti giovani ticinesi che hanno potuto godere di un’offerta musicale di qualità, in un spazio di libertà e di emancipazione, accessibile e sicuro per tutti e tutte.

Trovare una location in Ticino che possa accogliere i nostri spettacoli è davvero difficile. Il Molino è uno dei pochi. Ed è prezioso. A seguito degli eventi e della decisione unilaterale presa dal Comune di Lugano in merito allo sgombero del CSOA il Molino, la nostra Associazione si è vista infliggere un duro colpo. E il mondo culturale alternativo è preoccupato. Infatti, sono davvero molti i promotori di eventi culturali alternativi che collaborano con questo spazio, unico nel cantone, per poter esprimere le proprie idee ed organizzare le proprie performance. Siamo fermamente convinti che per la salute culturale ticinese, per garantire la libera espressione di tutti gli organizzatori di eventi, il mantenimento dello spazio del molino è fondamentale.

Con questo testo, l’Associazione True Vibration si schiera dunque a sostegno del centro del Molino e del concetto originario di autogestione. Ne rivendichiamo la sua integrità in quanto centro autogestito, adibito all’organizzazione di manifestazioni culturali alternative. Invitiamo tutti gli altri promotori culturali alternativi a fare sentire la loro voce a sostegno del Molino, firmando la presente lettera o secondo la modalità che ciascuno sente giusta. È importante far capire quanto il Molino sia importante per la vita culturale, per la gioventù, e per offrire un’alternativa in una città che manca gravemente di fantasia.

Associazione True Vibration

SCRIVIAMO QUESTA LETTERA PER CHI COME NOI…

Con questo scritto vorremmo dire la nostra opinione in merito alle accuse rivolte all’autogestione.
Scriviamo questa lettera per chi come noi frequenta il centro sociale CSOA il Molino e abbraccia il concetto dell’autogestione, senza partecipare alla gestione interna.

Per noi, autogestione significa libertà di espressione, emancipazione individuale e collettiva, crescita personale dell’individuo all’interno della società. Autogestione è cittadinanza attiva, in cui chiunque può proporre attività per tutti.
Il Molino non è solo ideologie politiche, è anche arte e cultura in tutte le loro sfaccettature, uno spazio autogestito di creatività, di pace, di tolleranza e condivisione.

Scriviamo questa lettera, come persone che vivono il Molino, come organizzatori e promotori di attività, concerti, mostre d’arte, ecc…
Scriviamo questa lettera per chi come noi, vede in questo spazio un luogo libero, dove poter portare alla luce parti di sé sotto forma d’arte.

Scriviamo questa lettera per chi come noi, vive e trae piacere dalle attività proposte all’interno di questo centro sociale.
Scriviamo questa lettera per chi come noi, non si è mai sentito giudicato per il proprio retaggio sociale, culturale, ideologico e vive questo posto come luogo libero dai pregiudizi normalmente presenti nella società.

Per noi giovani, ogni anno che passa, diventa sempre più difficile trovare luoghi d’aggregazione, poiché sembra che la società abbia timore di noi. Ma la forza di ogni paese risiede nelle nuove generazioni, ed è quindi importante dare loro le giuste opportunità vivere e migliorare il nostro territorio.

Quello che vogliamo dire è che il Ticino non offre spazi così versatili, il Ticino non offre spazi liberi gratuiti o con prezzi accessibili. Il Ticino non ci dà la possibilità di sviluppare la nostra autodeterminazione personale e artistica; il Ticino non ci offre spazi dove poter suonare, dipingere, dibattere; il Ticino non offre nulla ai giovani a meno che non si investa una grossa cifra. il Molino lo fa, l’autogestione ci crede. Sgomberando il Molino non solo toglierete la possibilità a tantissimi ragazzi di poter sperimentare e fare esperienze, ma la città di Lugano perderebbe un luogo apprezzato anche all’estero e riconosciuto, da chi lo vede, l’ha visto, lo vive e l’ha vissuto, come uno spazio UNICO.

Alcuni episodi recenti, che tutti conosciamo, sono stati strumentalizzati per stigmatizzare tutta una società. Generalizzare è la via più semplice da percorrere (purtroppo), ma è pericoloso: così facendo si rischia che tutto il resto del territorio perda uno dei pochi luoghi aggregativi alternativi del Ticino. Adesso chiediamo a voi, senza uno CSOA dove andremo a suonare, dove potremmo sperimentare la nostra arte, dove potremmo incontrare persone con una mentalità alternativa?

Noi abbiamo bisogno di questo spazio, noi abbiamo bisogno dell’autogestione, noi abbiamo bisogno di alternative.


Gad Lerner: Perché il flop della Lombardia

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Di politici, scienziati e… fantocci

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In inglese lo chiamano “straw man argument”: in italiano argomento fantoccio. Succede quando, per confutare una tesi, la si travisa. Ad esempio, a chi dice che visto il bel tempo è inutile portarsi dietro l’ombrello, si replicherà che gli ombrelli sono indispensabili perché ci sono giorni piovosi.

È un artificio retorico vecchio come il mondo, particolarmente apprezzato dai politici . Lo conferma il commento del presidente cantonale del PLRT Alessandro Speziali, pubblicato ieri dal Corriere del Ticino (se non siete abbonati, lo trovate sul sito del partito).

Speziali non brilla per originalità e se la prende a sua volta con la Task force scientifica, paragonandola a Turry, un’intelligenza artificiale protagonista di un racconto distopico. Qual è la sua tesi? Che per la “buona politica” è pericoloso affidarsi agli specialisti, come sembrerebbe logico (qualcuno, quando l’auto fa le bizze la porta forse dal falegname?): “In un sistema all’insegna della concordanza e della sintesi tra interessi diversi”, scrive Speziali, non si può non “tenere conto di tutte le sensibilità”.

Per sostenere la sua tesi, cosa ci dice Speziali? Che il compito assegnato alla Task force sarebbe quello di “ridurre a zero i casi di coronavirus”, obiettivo al cui conseguimento gli scienziati – immagino chiusi nelle loro torri d’avorio – “si sono applicati con rigore scientifico”, dimenticando tutto il resto e optando per un lockdown “possibilmente totale”.

Si fosse preso la briga di dare un’occhiata al sito della Task Force, Speziali ci avrebbe risparmiato questa colossale panzana: ridurre i contagi a zero, che sarebbe  idea tutt’altro che peregrina (chiedete ai paesi che lo hanno fatto e vivono quasi normalmente…), non è mai stato un obiettivo e il compito della settantina di ricercatori che ne fanno parte consiste nel prestare alla politica una consulenza scientifica (qui i dettagli).

Non basta. Secondo Speziali, il problema è che la Task Force sarebbe portatrice di una visione parziale, che tiene conto soltanto degli aspetti medici. E anche qui una rapida scorsa al sito della Task Force gli avrebbe evitato di raccontare sciocchezze. Certo, tra gli esperti di cui si compone, non mancano epidemiologi, virologi, immunologi, infettivologi. Ma non sono sono soli: ci sono anche sociologi, eticisti, giuristi e economisti. Jan-Egbert Sturm, esperto di ricerca economica del KOF, il centro di ricerca congiunturale del Politecnico di Zurigo è addirittura uno dei tre vicepresidenti che affiancano Martin Ackermann nel gruppo dirigente (qui l’organigramma completo).

Non bastasse, in gennaio è stato proprio il Gruppo di esperti Economia – composto di sette accademici – a spiegare “perché, nella situazione attuale, misure di politica sanitaria di ampia portata hanno senso dal punto di vista macroeconomico”, tesi peraltro condivisa da parecchi economisti anche fuori dai nostri confini  (qui potete scaricare il documento, pubblicato solo in tedesco).

Insomma, il commento di Alessandro Speziali è l’illustrazione perfetta dell’argomento fantoccio. Personalmente ho sempre pensato che, come diceva Mark Twain, “è meglio tenere la bocca chiusa e sembrare stupidi, piuttosto di aprirla e togliere ogni dubbio”.

Ma non faccio politica, evidentemente.