Oggi: le stesse immagini di un anno fa

 


Parlo con loro, e i ‘molinari’ rispondono che…

 

Sono di parte, lo confesso. D’altronde, seguendo gli insegnamenti di un grande maestro, odio gli indifferenti e son partigiano. Ho partecipato all’occupazione dei Molini Bernasconi di Viganello un quarto di secolo fa, e ho condiviso l’esperienza collettiva della pratica autogestionaria per diversi anni al Centro sociale il Molino. Oggi, pur frequentandolo sporadicamente, mi sento molto vicino al Molino e ritengo fondamentale la sua esistenza in una città qual è Lugano. Poiché autogestione significa partecipazione, porto rispetto e apprezzo chi quotidianamente s’impegna nel farla vivere. E per sbarazzare ogni equivoco, preciso dunque di non rappresentare in alcun modo il centro sociale autogestito. Ma sulla scorta dell’esperienza personale, sento il bisogno di far chiarezza in merito a un termine, il dialogo, tanto evocato in questi giorni. Da più parti, s’imputa ai molinari di essere chiusi al dialogo con l’autorità cittadina. Non è una novità. È un’accusa che si ripresenta ciclicamente nella storia delle relazioni tra autogestiti e autorità. Lo è stato fin dall’inizio.

Dal non dialogo, la ricerca di una soluzione tra due parti contrapposte, nacque il Centro sociale autogestito il Molino nel 1996. L’occupazione degli ex stabilimenti dei Molini Bernasconi a Viganello fu la risposta ad una richiesta inascoltata di spazi autogestiti preesistente da una trentina d’anni a Lugano. Si dialogò invece col Cantone l’anno successivo, poiché seriamente interessato a trovare una soluzione. E il Molino si trasferì al Maglio.

Arrivò poi il tempo del dialogo col sindaco Giudici, in quel momento pragmaticamente convinto di trovare una soluzione condivisa, che portò il Centro sociale autogestito a insediarsi in una parte degli spazi dell’ex Macello. Un altro balzo temporale per arrivare al 2015, quando i molinari accettarono l’invito a un dialogo col Municipio. In totale vi furono tre incontri, sufficienti per capire che quest’ultimo non era interessato a una soluzione. In fondo, la questione è semplice. O esiste una sede alternativa o si resta al Macello. L’attuale compagine municipale non ha mai proposto una soluzione. Mai. Esistono le prove rileggendo le varie cronache, ma forse basterebbe chieder loro. Instaurare un dialogo con una controparte non interessata a trovar una soluzione, non ha alcun senso.

Ai molinari si possono forse imputare tante cose, ma non di essere ipocriti. La parola dialogo non può essere una coperta buona da usare mediaticamente, per coprire la tua ipocrisia. Nei suoi venticinque anni di storia, i molinari hanno sempre dialogato quando aveva un senso. Oggi, accusarli di negare il dialogo con chi lo invoca ma non è conseguente nei fatti, è ipocrisia che forse soddisferà la gente perbene, ma non consentirà di avanzare di un millimetro nella ricerca di una soluzione. Sempre che la si voglia trovare.


Papa Francesco, le parole, i fatti

 

Con un “responsum” ufficiale, approvato da papa Francesco, la Congregazione vaticana per la dottrina della fede ha dunque annunciato che la Chiesa cattolica non dispone del potere di impartire la benedizione a unioni di persone dello stesso sesso.

Non essendo né teologo né biblista, non voglio entrare nel merito di questa notifica, ma posso benissimo capire la delusione di quegli omosessuali, soprattutto credenti, che si erano fidati di alcune dichiarazioni possibiliste del pontefice romano. Come dimenticare, nel documentario di Evgeny Afineevsky presentato lo scorso ottobre non solo alla Festa del Cinema di Roma, ma anche in Vaticano, la frase pronunciata dal Papa “Le persone omosessuali hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo”? È vero che questa dichiarazione era stata tolta dal suo contesto, persino manipolata e interpretata in mille modi, ma sostanzialmente Francesco non l’ha mai smentita né ricontestualizzata. E chi non ricorda quest’altra affermazione di Bergoglio, nel volo di ritorno da Rio de Janeiro nel luglio 2013, che fece il giro del mondo: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?».

Non è la prima volta che si nota una discrepanza, per non dire una contraddizione, tra le parole pronunciate – spesso a braccio – dal Papa e i documenti ufficiali della Chiesa di Roma. Mi limito a citare un altro esempio. Il 15 novembre 2015, in occasione della sua visita alla chiesa luterana di Roma, rispondendo a una signora evangelica, sposata con un cattolico, che gli chiedeva se poteva accedere alla comunione, Francesco, con mille precauzioni, le disse che, in fondo, era un problema a cui ognuno deve rispondere, quindi non affermò “no, non si può fare”, come ribadì invece con forza la solita Congregazione per la dottrina della fede in una lettera inviata qualche mese fa al presidente della Conferenza episcopale tedesca Georg Bätzing, in vista del 3° Kirchentag ecumenico che si svolgerà dal 12 al 16 maggio.

Insomma, con certe sue affermazioni, papa Francesco dà adito a grandi speranze per un rinnovamento anche dottrinale della Chiesa cattolica, speranze che vengono poi regolarmente deluse dai documenti ufficiali, dai “Diktat” che giungono regolarmente da Roma. Ma, anche all’interno della Chiesa cattolica, c’è chi non ci sta.


La Storia e le storie di anarchia e autogestione

 

Si chiamano Fredy Meier e Willy Schaffner. Sono due pensionati, l’uno zurighese, l’altro urano. Hanno accettato di incontrarsi davanti ad una videocamera, dopo 40 anni dai fatti che li hanno visti protagonisti su due fronti opposti.

Fredy Meier è stato uno dei leader indiscussi del movimento giovanile e dei moti di ribellione a Zurigo nei primi anni ’80.

Willy Schaffner, a quel tempo era un giovane poliziotto, che accettò il ruolo di “informatore infiltrato” dentro il movimento.

Fredy Meier è stato l’artefice di uno dei più incredibili interventi televisivi a SRF: proprio durante i mesi caldi della contestazione e della battaglia per l’autogestione, accoglie l’invito della televisione pubblica a partecipare ad un dibattito in diretta insieme ad una compagna ed accanto ai “nemici”, i rappresentanti dell’ordine politico e sociale zurighesi. Si traveste, si presenta elegante ed “estremo”, ma all’incontrario, sostenendo tesi a favore della polizia che spiazzano tutti, moderatore ed invitati, ma che colpiscono proprio per questo tutta l’opinione pubblica.

Willy Schaffner, insieme a decine d’altri poliziotti, si trasforma, si traveste anch’egli, ma da “contestatore”: si fa crescere i capelli, la barba, indossa smunte giacche di velluto a coste, ottiene addirittura una carta d’identità falsa. E comincia a spiare, quotidianamente l’attività dentro le manifestazioni ed il centro autonomo “conquistato” dai giovani nell’estate dell’80 ed abbattuto dopo qualche mese senza spiegazioni né preavviso dal Municipio.

Fredy Meier e Willy Schaffner sono le due facce della stessa medaglia, i due opposti testimoni, a quarant’anni di distanza, di una vicenda che è diventata un momento importante della Storia svizzera, l’inizio di una stagione in cui molte questioni politiche, sociali, culturali, si sono rivelate, nuove e controverse, in forme anche estreme, ma anche tali da suscitare reazioni e riflessioni che hanno contribuito non poco ad una serie di cambiamenti di prospettiva, di paradigma, sul tema generale dei diritti democratici, degli spazi alternativi, della legittimità di attività ed attitudini “antagoniste”.

Fredy Meier e Willy Schaffner sono i protagonisti di un emozionante e coinvolgente documentario di Felice Zenoni intitolato “Der Spitzel und die Chaoten” (La spia e gli anarchici) disponibile e visibile da qualche giorno (con i sottotitoli in italiano) sulla piattaforma digitale nazionale della SSR Play Suisse (www.playsuisse.ch nella sezione “Nuove proposte di Play Suisse”).

Il loro incontro, il loro commento delle immagini di allora, filtrato dagli anni passati ma legato a quell’esperienza come ad un momento decisivo della loro vita, dice molto di più e meglio di tanti discorsi di principio su un tema delicato, che come ben sappiamo è di assoluta attualità anche a Lugano.

Attraverso la loro testimonianza si ritrovano tutti i temi ancora oggi sul tappeto,  legati ad un capitolo di storia che ha espresso una nuova “coscienza politica”, che ha messo pesantemente in discussione l’attitudine al controllo poliziesco della politica svizzera, quella, per intenderci, dello scandalo delle “schedature” emerso nell’89, ma che ha anche portato con sé, come deriva, lo scollamento e l’emarginazione di tanti giovani finiti in parte nel buio degli angoli di strada, persi nella tossicodipendenza.

Quella di Fredy Meier e Willy Schaffner è una storia ripensata e meditata grazie alla distanza data dal tempo, ma con la consapevolezza e la lucidità di chi non nega o dimentica quanto ha fatto, vissuto, in tutte le sue contraddizioni.

Ed il film di Zenoni che racconta in 50 minuti quel percorso potrebbe o dovrebbe essere proiettato in Consiglio comunale e al Macello, magari giovedì sera, prima di lasciare che entrambi i fronti opposti di oggi, a Lugano, continuino a non parlarsi e a non voler capire.


Un anno vissuto pericolosamente

 

È passato un anno giusto giusto: la mattina del 17 marzo 2020, negozi, ristoranti, bar e strutture ricreative non riaprivano i battenti. Il giorno prima, in una seduta straordinaria, il Consiglio federale aveva deciso di introdurre un rigoroso lockdown (questo il comunicato in cui lo annunciava).

Lo faceva in barba ai messaggi tranquillizzanti di Daniel Koch, il cosiddetto Mr. Coronavirus, secondo il quale la CoViD19 non era più pericolosa della normale influenza, e dando finalmente ascolto agli appelli sempre più disperati del Canton Ticino, che era stato travolto dall’ondata di contagi proveniente da Sud e si confrontava con reparti di cure intensive sempre più vicini al collasso.

Nessuno, in quei giorni, avrebbe potuto immaginare che un anno dopo saremmo stati ancora alle prese con la pandemia e in condizioni anche peggiori di quelle che avevano convinto il governo a intervenire con una misura tanto drastica.

Non ci credete? Be’ date un’occhiata al grafico del primo “Rapporto sulla situazione epidemiologica in Svizzera e nel Principato del Liechtenstein” che l’Ufficio federale della sanità pubblica ha pubblicato il 17 marzo 2020 (tutti i rapporti, suddivisi per trimestre, li trovate qui).

Fino a quel giorno, indicava il rapporto, “il numero di casi positivi testati è stimato a circa 2650”. Dati giornalieri precisi non ne venivano forniti, ma dal grafico si desume che il 15 (una domenica) si era avuto un picco di circa 500 casi, ridiscesi sotto quota 400 il giorno successivo. Il virus – sottolineava l’UFSP – aveva ormai colpito tutti i cantoni, Liechtenstein compreso, e aveva causato 19 decessi.

Tragica ironia, esattamente lo stesso numero di morti che si sono registrati lunedì, secondo l’ultimo aggiornamento, pubblicato ieri, che fa stato di 1438 nuovi casi nelle ultime 24 ore.

Sono cifre che dovremmo tenere presenti, dinanzi all’offensiva dei paladini delle aperture. Così come non dovremmo dimenticare che, anche se ormai nessuno più ne parla, agli inizi di gennaio l’obiettivo del Consiglio federale era di scendere sotto i 300 casi al giorno.

È vero, oggi il calendario delle aperture dovrebbe essere dettato da parametri assai meno stringenti (e assai più opinabili). Ma nemmeno questi sono rispettati, fatta eccezione per l’occupazione dei letti nelle terapie intensive: per quanto ancora non si sa, però, visto che anche il numero delle ospedalizzazioni è in aumento, al pari dell’indice di riproduzione (risalito all’1.14, quando dovrebbe essere inferiore all’1) e dell’incidenza della malattia (il numero di casi per 100 mila abitanti sui quattordici giorni precedenti, che dovrebbe essere inferiore a quello del 1. marzo).

Non bastasse, lunedì nemmeno il quarto parametro era nei limiti: proprio nel giorno in cui ha preso avvio il programma di test a tappeto voluto per interrompere al più presto le catene dei contagi , il tasso di positività ha raggiunto il 5.8 per cento. Un livello che non toccava dallo scorso 2 febbraio.

A un anno dal primo lockdown, con più di 9400 morti alle spalle, è davvero tanto difficile dimostrare di avere imparato qualcosa?


Giustizia penale, poche idee ma ben confuse

 

Un grosso ossimoro su due gambe: che Norman Gobbi, conducator leghista a tempo quasi pieno (e a spese nostre), sia il capo del Dipartimento delle Istituzioni stupirebbe chiunque, salvo noi ticinesi che ormai siamo avvezzi a ogni cosa, e in particolare all’assurdo. Come ben si sa, il partito di Gobbi ha fatto le proprie fortune elettorali sullo sprezzo dei principi della legalità, della divisione dei poteri, del ruolo dello Stato centrale in ambito federalista; e di questo partito Gobbi è un colonnellissimo, anzi un aspirante generale, sempre in prima linea quando c’è da esternare, a dettare la linea del partito. E ha, per questi motivi, una per lo meno intermittente comprensione del ruolo del suo dipartimento e delle varie entità che lo compongono, una comprensione che sembra difettare soprattutto quando si giunge sul terreno della sicurezza pubblica e dell’amministrazione della giustizia penale. In quest’ambito, lui si vede piuttosto come il policeman in chief, uno di quelli che starebbero bene in un film dei Cohen, in qualche nevoso e sonnolento posto di polizia del Minnesota.

Ora che il Ministero pubblico è stato potenziato, ci racconta che negli ultimi venti anni i costi della Procura sono aumentati del 50%, come se questa fosse una giustificazione imparabile, come se avesse una minima rilevanza nella soluzione dei problemi enormi cui la magistratura penale è confrontata in termini di gestione dei reati. Bisognerebbe forse dirlo ai delinquenti, che noi abbiamo speso tanto; magari, comprensivi, eviterebbero di delinquere. Nel frattempo, la polizia è stata di molto potenziata; un ambito molto concreto, che al nostro piace molto, un turbinare di belle divise azzurrine, di bicipiti palestrati, di attentifiss e di armatissimi posti di blocco per vignette e alcoltest. Ma se la polizia arresta, la Procura deve indagare e i magistrati confermare l’arresto e processare: sono tappe di un percorso, che in nessuna fase deve avere colli di bottiglia, altrimenti il sistema collassa. Non è difficile da capire, vero? Eppure…

C’è poi il tema della gestione degli incarti. I praticanti del settore conoscono bene quanto variabile sia la competenza e soprattutto la dedizione al lavoro dei magistrati penali; l’esercizio classico, per l’avvocato penalista, è quello di tentare di sapere qual è il magistrato di picchetto prima di introdurre querele o denunce penali, per evitare che l’incarto finisca nelle mani sbagliate, e colà miseramente spiaggi. Gli esperti che hanno tematizzato la cosa sono stati delegittimati e sommersi di trasversali contumelie per il supremo oltraggio, e i loro consigli sono stati ignorati; i magistrati giudicati inetti sono stati confermati, e per dieci anni.

Da noi, sembra che gli esperti siano nominati solo per essere ignorati, anzi francamente sbertucciati; è successo anche a proposito dell’aeroporto, per dire. Ma questo fa parte del mood generale in questa bella plaga, in cui gli ignoranti ci spiegano (oltretutto, da scranni un tempo assai prestigiosi) che gli esperti e la loro competenza contano meno di zero. È però sempre un sollievo sapere che al di là delle Alpi c’è qualcuno che, prima del disastro, ci protegge da noi stessi.


Senza cultura e senza italiano

 

Fanno notizia in questi giorni i due candidati Lega/UDC pizzicati con le mani nella marmellata delle loro simpatie nazifasciste e perciò prontamente espulsi dai rispettivi partiti. Lo confesso: mi sono fatto male e sono andato a leggere il post incriminato dell’ultimo espulso, tale Luca Stacchi. Oltre ogni immaginazione. Non tanto o non solo per le idee esposte e la pochezza culturale che dimostra (Stalin, il comunista per eccellenza, contrapposto alle zecche rosse è da antologia), ma soprattutto per espressione e sintassi, al limite dell’analfabetismo. Perché mica stiamo parlando di qualche refusetto, di quelli che scappano a tutti; no, no: qui si è inventata una vera e propria lingua!

L’inizio è da urlo: “… cèrano (!!!) 3 dittatore (!) con dei valori verso al (!!) popolo sovrano” (sovrano in dittatura? Ma ci sei o ci fai!?)”.

“Le zecche Rosse” (notare il maiuscolo all’aggettivo qualificativo), aggiunge poco sotto l’impavido scrittore, “stanno distruggendo il piccolo artigiano, locatore, negozianti (gli articoli? Un optional), ecc (abbreviazione senza punto) dove (avverbio di luogo al posto di un probabile pronome relativo) hanno investito i loro risparmi…”.

Da qui l’invito ai “nòss 5 scaldà càdrig” (quando usa il dialetto accenta quasi ogni sillaba. A caso, ovviamente), ossia Gobbi, Zali, Vita (!), Bertoli e De Rosa (ma qualcuno glielo aveva spiegato che i primi due sono esponenti del suo oramai ex partito?) a tirar “fuori le palle a diffesa (!!) del popolo Ticinese (altro aggettivo maiuscolo) e non pesare (pensare, ndr?) solo.alle.cazzate” (sì, proprio con tutti i punti).

Degni di nota anche alcuni neologismi ortografici, come “burucrazia”, “pegio”, “stuffo” e “prò” (l’accento non poteva mancare).

Conclude affermando, dopo aver minacciato o auspicato un colpo di stato (non è molto chiaro), di aver “bisogno del vostro voto per potervi aiutare”. Noi di qualcuno che gli regali un corso accelerato di cultura e lingua italiana. Vi prego, aiutatelo!

P.M (ossia proposta malandrina): e se i partiti sottoponessero anche i candidati alle elezioni, non solo gli stranieri che vogliono diventare svizzeri, a un esame scritto ed orale di italiano? Così, giusto per vedere l’effetto che fa.


Siria, anniversario di una guerra non finita

 

Gli anniversari, quando si tratta di guerre, ricordano cifre spaventose, ma raramente angosce e paure e supplizi individuali. È così anche per la Siria (quasi 400 mila vite spezzate), e il ricordo di una tragedia che cominciò dieci anni fa. In realtà, più dei morti bisognerebbe ricordare i vivi: gli innumerevoli feriti, i mutilati, i traumi infiniti, i bambini bloccati nella memoria degli orrori visti o subiti,  gli 11 milioni di profughi interni ed esterni fuggiti nella precarietà e nella miseria per sottrarsi alle armi chimiche, alle bombe al fosforo, agli ordigni lanciati con accurata e criminale precisione su ospedali e scuole, alla fame degli impietosi assedi, al rischio di diventare ostaggi civili (oltre che bersagli) di una guerra per bande. Attentati, rappresaglie, torture. L’epilogo più spaventoso fra quelli che conobbero nello scorso decennio le diverse, sfortunate e contraddittorie “primavere arabe”.

Che questo sarebbe stato lo spaventoso finale sul teatro siriano era tutto sommato prevedibile. Ma c’era un giovane dittatore, Bachar, buoni studi in Gran Bretagna, dentista di professione, una moglie inglese, qualche promessa riformista, al potere quasi per caso (dopo la morte del fratello maggiore, il vero ‘erede guerriero’), e inizialmente manifestazioni anti-regime ma pacifiche. Si poteva sperare, ragionevolmente. Ma un Assad è un Assad. Il simbolo del potere di una minoranza (alauita) puntellata da altre minoranze (cristiani, drusi). Disposta a tutto per sopravvivere. E sarebbe bastato ricordare con quale ferocia il padre Hafiz (il “leone di Damasco”) nei primi anni Ottanta aveva liquidato la rivolta nella città di Hama: dalle 10 alle 15 mila vittime in sole 48 ore.

Poi, per come si era messa la guerra civile, feci una previsione sbagliata. O in parte sbagliata. Scrissi che Assad figlio non sarebbe più stato il padrone della Siria. È ancora al potere. Ma è un potere che si regge sulla stampella degli interessi della Russia di Putin (con aiuti, armi, soldati, cacciabombardieri) intenzionata ad arrivare in forze nei “mari caldi”, e sulla stampella dell’Iran sciita (gli alauiti sono una componente dello sciismo) che inviò migliaia di mercenari e che puntava alla creazione di una “mezza luna” territoriale sotto il controllo degli ayatollah (da damasco, all’Irak, alla Siria, a parte del Libano, a Gaza). E fu facile, per il “rais”, convincere l’Occidente del fatto che lui, l’Assad di ogni nefandezza, fosse anche il miglior baluardo contro quell’islam (o presunto tale) che cominciò a insanguinare le capitali europee.

Così, quel conflitto diventò inevitabilmente anche una guerra per procura, combattuta per gli interessi di potenze internazionali e regionali. Tutti dentro. Oltre alla Russia anche un po’ di America obamiana. E poi Israele (milizie iraniane troppo a ridosso dei suoi confini), l’Arabia saudita (in funzione anti-iraniana), e la Turchia di Erdogan (con la sua nuova strategia di espansione neo-ottomana). Americani ed occidentali schierati, fra troppe esitazioni, al fianco di un effimero “Libero esercito di liberazione”; sauditi e turchi capaci, più tardi, di supportare persino i tagliagole dell’ISIS, quindi quello Stato islamico che si era inventato un proprio Califfato (tra Irak e Siria) convinto di poter addirittura cancellare i confini imposti dal colonialismo franco-inglese dopo il collasso dell’impero ottomano.

Un corpo a corpo, una bagarre di dimensioni epiche, un enorme “buco nero” in cui si consumeranno altri giochi politici e altre tragedie comunitarie: che si pensi alle comunità yazide (e alle loro donne fatte schiave dai jihadisti), oppure ai curdi di Siria, prima protagonisti della coraggiosa controffensiva anti-Isis (gli unici che davvero combatterono sul terreno), e poi vilmente traditi dagli Stati Uniti di Trump, che li abbandonò dove stanno ancora, esposti all’occupazione e alle vendette della Turchia , in coabitazione con le truppe del Cremlino.

Ricordiamo perciò il decennale di una guerra che in realtà non è affatto finita. Anche se non è più narrata. Anche se oggi non interessa. E ci fa molto comodo che sia così. Dimenticando che spesso la Storia ci ripresenta il conto. Anche nel peggiore dei modi.


Altri dieci anni?

 


Autogestione, a Berna si può

 

Il CoVid è più forte dell’UDC bernese che da 40 anni tenta invano di chiudere il centro autogestito della Reitschule. C’è voluto il Coronavirus per interrompere la cultura alternativa. La sala dei concerti, il cinema e il teatro sono chiusi. Lo stesso vale per il ristorante “Sous le Pont”. Aperti soltanto la tipografia e l’officina.

La Reitschule, il vecchio maneggio, è ormai un’istituzione a Berna come il lussuoso Teatro cittadino. D’altronde una troupe dello Stadttheater si è già esibito sul palcoscenico gestito dal collettivo di giovani. Il centro autonomo si adegua alle regole anti-CoVid senza eccepire, lo spirito ribelle non è scomparso, ma si è ammorbidito. Il collettivo ha organizzato un suo servizio d’ordine per circoscrivere e proteggersi dalle violenze di estremisti, spacciatori di droga e giovani sbandati che si riuniscono nella zona grigia del piazzale antistante il vecchio edificio ricoperto di graffiti.

Tutto è cominciato all’inizio degli anni ’80 quando i violenti disordini giovanili dell’Opera di Zurigo si sono estesi a Berna. La scintilla fu il brutale intervento della polizia per smantellare lo Zaffaraya, un accampamento di giovani alla ricerca di una vita alternativa ed autonoma. Fu l’inizio della ribellione giovanile, di una lunga serie di manifestazioni e tumulti che hanno portato dapprima all’occupazione e poi all’insediamento definitivo nella Reitschule. Fra i capifila della prima ora, Giovanni Schumacher detto Fashion. L’ho incontrato più volte per intervistarlo, ma anche per chiacchierare a ruota libera. “Sono un proletario – diceva – sono figlio di una madre sola che faceva le pulizie per sbarcare il lunario, nel nostro movimento vi sono molti giovani di famiglie semplici, ci siamo politicizzati discutendo con studenti e professori, ma poi facciamo di testa nostra, la nostra è una guerriglia beffarda”.

D’un canto spaccano vetrine, dall’altro offrono raclette con formaggio rubato alla Migros per spiegare le loro rivendicazioni di spazi alternativi, di un centro autonomo. Distoglievano l’attenzione dei securitas per far entrare nelle sale dei concerti i giovani che non avevano i soldi per pagarsi il biglietto. Entravano nell’ufficio di un municipale senza chiedere il permesso. Un misto di bizzarre provocazioni e di azioni aggressive, ma meno violente di quelle a Zurigo dove la polizia ha preso di mira anche giornalisti come il sottoscritto. Un proiettile di gomma mi ha provocato una ferita alla testa che ha richiesto tre punti di sutura. A Zurigo non ho visto poliziotti discutere con i dimostranti come ho invece potuto osservare a Berna.

Una maggiore disponibilità al dialogo che ha probabilmente favorito un centro più autonomo rispetto alla Rote Fabrik di Zurigo che è interamente sovvenzionata dalla città. La Reitschule non deve pagare l’affitto e le bollette dell’elettricità, ma per il resto è indipendente, autonoma appunto, anche finanziariamente. In quattro decenni è sopravvissuta alle guerriglie urbane, ha retto agli accesi scontri politici e si è conquistata le simpatie di una chiara maggioranza della popolazione. Basti pensare che i cittadini di Berna hanno respinto uno dopo l’altra ben sei iniziative di esponenti dell’UDC che volevano chiudere e vendere il vecchio edificio della cultura alternativa per farne, guarda caso, un centro commerciale. La prossima sfida è la crisi del CoVid. Le perdite finanziarie crescono, ma il centro autonomo non è ancora sull’orlo del fallimento.