Tutti vogliono lo Sputnik, ma non i russi

Come mai la distribuzione del vaccino in patria procede con tanta lentezza? 

Lo “Sputnik” si appresterebbe a spiccare il volo. È già usato in una quindicina di paesi. Ma il vero campo di conquista sarà l’Europa. E si è saputo che l’operazione passa anche da Lugano, dove la farmaceutica Adienne e il fondo statale russo RDIF hanno firmato un accordo per la produzione in Italia di dieci milioni di dosi del “siero di Putin”. “Lancet” lo ha praticamente già santificato, non il neo-zar ma il vaccino: “è efficace al 92 per cento”, ha garantito la rivista scientifica internazionalmente più accreditata. Tuttavia gli istituti nazionali preposti alla sua certificazione non hanno ancora dato il via libera. EMA, l’agenzia europea, chiede tra l’altro preventivamente di visitare le aziende russe produttrici. Pare si farà.

Intanto qualche mistero continua a circondare l’arma più potente, oggi, in quella che è ancora la corsa post-sovietica all’influenza geopolitica. Un interrogativo su tutti: come mai, pur essendo stato annunciato in patria lo scorso agosto, e definitivamente omologato a Mosca già a dicembre, la distribuzione del vaccino in patria procede con tanta lentezza? Soltanto il 2,7 per cento dei russi è stato finora vaccinato (il doppio nella capitale). “Preferiscono curarsi con la vodka”, ha azzardato qualche sera fa un telegiornale italiano, e non si capiva se avessero o no anticipato il classico pesce d’aprile. Più verosimilmente, sostiene il sociologo Denis Volkov, i casi sono soltanto due: “o la campagna di sensibilizzazione non è stata realizzata con efficacia, oppure è stata un clamoroso fallimento”. Tertium non datur. E aggiunge, il sociologo, che essendo un “siero di Stato”, i russi, scottati da decenni di generali insuccessi, hanno scarsa fiducia nello Stato. Di cui è invece riconosciuta all’estero la qualità delle ricerche scientifiche, anche nel periodo comunista. L’ultimo sondaggio, di fine febbraio, segnalava del resto che il 62% della popolazione russa ritiene di “non essere pronta a farsi inoculare”, percentuale in crescita rispetto alle ricerche demografiche precedenti. Ancora: il 64% dei russi ritiene che il Coronavirus sia stato creato artificialmente come arma biologica. Il che non aiuta a credere nell’antidoto.

Infine, qualcuno ci mette in mezzo lo stesso Putin. Che, annunciata la scorsa estate la scoperta e l’efficacia del suo missile-siero (“primi al mondo”, assicurò, battuta anche la Cina), disse anche che una delle prime a vaccinarsi era stata una delle sue figlie. E lui? Lui si è fatta l’iniezione? Da quanto la magica pozione “Sputnik” scorre nelle sue vene guerriere? No, un attimo, non si è ancora vaccinato contro il Coronas, ha fatto sapere il suo cerchio magico: il presidente sta seguendo un protocollo che prevede sì delle vaccinazioni, ma prioritarie nel suo caso, cioè quelle contro l’influenza stagionale e una forma di pneumococco. E allora perché il popolo putiniano dovrebbe essere più zelante di Putin? Che intanto galoppa nelle praterie della guerra mondiale dei vaccini.

PS: secondo i calcoli del demografo indipendente russo Alexis Rakesha, nel 2020 i decessi per Covid nella Federazione sono stati tra 340 e 360 mila; il quadruplo rispetto alle cifre ufficiali; che sia un sostenitore di Navalny?


Nell’aria non c’è solo l’amore…

Come mai la distribuzione del vaccino in patria procede con tanta lentezza? 

“Love is in the air” diceva una vecchia canzone. Ma nell’aria non c’è solo l’amore, e nemmeno solo la primavera, come auspicava settimana scorsa il presidente della Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali della sanità, ricordando che temperature più miti aiutano a contenere i contagi.

Nell’aria c’è anche il SARS-Cov-2, il virus che provoca la CoViD19. Non è ormai più un’ipotesi: il consenso scientifico sul ruolo dei cosiddetti aerosol nella trasmissione del virus è sempre più ampio. Già la scorsa estate, Nature aveva evidenziato che si trattava di un ipotesi sempre più solida ma agli inizi di febbraio ha addirittura pubblicato un editoriale intitolato appunto “Coronavirus is in the air”.

“A un anno dall’inizio della pandemia – scrive la prestigiosa rivista scientifica – le prove sono ormai evidenti. Il coronavirus SARS-Cov-2 si trasmette soprattutto attraverso l’aria, da persone che respirando e parlando emettono goccioline più grandi e particelle più piccole che si chiamano aerosol”.

Per questo, sottolinea l’editoriale di Nature, le autorità sanitarie dovrebbero smettere di focalizzarsi sulla disinfezione delle superfici e concentrarsi piuttosto sulla ventilazione e sul filtraggio dell’aria.

È un messaggio che l’Ufficio federale della salute pubblica non ha ancora recepito, anche se da qualche settimana raccomanda anche di ventilare i locali chiusi. E questo ovviamente non aiuta la popolazione a proteggersi adeguatamente.

Se il virus si trasmette per via aerea, il rischio si concentra soprattutto nei luoghi chiusi, dove il ricambio d’aria è limitato. E aumenta a dipendenza dell’attività svolta: respirando gli aerosol sono pochi, ma aumentano quando si parla, si grida, si canta, si respira affannosamente.

Restano importanti le mascherine, ma i plexiglas – moltiplicatisi dopo la prima ondata – servono a poco o nulla perché fermano le goccioline, non il virus nell’aria. Quanto al famoso metro e mezzo di distanza, non è quella garanzia che le autorità sanitarie ci hanno indotto a credere (con fragilissime basi scientifiche, come spiega questo articolo del British Medical Journal)

I protocolli di sicurezza andrebbero perciò radicalmente rivisti per tutti gli spazi chiusi: uffici, posti di lavoro, ancor prima che negozi, bar e ristoranti. Compreso l’assurdo rito in vigore nelle conferenze stampa, per cui chi parla (e quindi emette più aerosol) toglie la mascherina per rimetterla quando ha finito.

Di buono c’è che all’esterno i rischi sono molto inferiori: lì sì che mantenere le distanze mette al riparo dai contagi, perché il ricambio d’aria è garantito. Parchi, lungolaghi, spiagge e aggiungerei anche le terrazze di bar e ristoranti non presentano rischi particolarmente elevati e possono quindi offrirci quella valvola di sfogo di cui tutti abbiamo bisogno.

E questa sarebbe un’altra buona ragione perché le nostre autorità sanitarie si dimostrassero meno conservatrici e dessero retta alla scienza.


Sergio Rossi – Big Pharma e vaccino

Come mai la distribuzione del vaccino in patria procede con tanta lentezza? 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


I dilemmi del Sol Levante

Come mai la distribuzione del vaccino in patria procede con tanta lentezza? 

La maggior parte della popolazione giapponese si oppone allo svolgimento delle Olimpiadi della prossima estate. Il timore è che i visitatori e gli atleti scateneranno una recrudescenza dei contagi da coronavirus. La notizia che i giochi si terranno senza spettatori stranieri non è confermata, ma una decisione definitiva è attesa nei prossimi giorni.

Il Paese ha registrato finora 443 mila casi d’infezione e più di 8 morti. In 11 delle 47 prefetture nazionali è in vigore lo stato d’emergenza. Ma è la diffusione delle varianti che preoccupa. C’è voluto un anno per registrate le prime quattro mila vittime da coronavirus e solo due mesi per le altre quattro mila. Il timore è che le varianti possano rallentare la campagna di vaccinazione avviata da poco e compromettere ulteriormente l’evento sportivo, già controverso e rinviato di un anno.

Molti cittadini credono che un rinvio dell’ultimo minuto sia ancora possibile, malgrado le rassicurazioni degli organizzatori, altri vedono le olimpiadi come l’ennesima maledizione, mentre una minoranza ritiene che siano ciò di cui il Paese ha bisogno. L’ex Primo Ministro Shinzo Abe voleva che fossero i giochi della ripresa, a dieci anni dal triplice disastro, che ha sconvolto il Paese. Il tre marzo 2011, un terremoto di magnitudo 9, innescò un devastante tsunami e causò il crollo della centrale nucleare di Fukushima, le cui conseguenze rimarranno per decenni a venire.

Oltre 280 miliardi di dollari sono stati spesi per la ricostruzione a livello regionale, compresa la pulizia dei detriti, la riedificazione delle infrastrutture e il sostegno alle vittime. Ma sono lenti i progressi per mettere al sicuro le aree a rischio tsunami. Almeno sette municipalità di Fukushima rimangono inabitabili, 30 mila persone non hanno ancora fatto ritorno nelle proprie case e sono innumerevoli, forse insormontabili, i problemi legati ai reattori nucleari di Daiichi.

Si stima che ci vorrà mezzo secolo per lo smantellamento degli impianti ancora altamente radioattivi. Tonnellate di acqua sono state usate per raffreddare gli impianti danneggiati. Acqua, contaminata, raccolta in serbatoi che stanno per traboccare e potrebbero quindi venire svuotati nell’oceano. Questo è uno dei principali problemi del governo giapponese. Novecento tonnellate di detriti si trovano ancora all’interno dei tre reattori colpiti, che gli ingegneri della Tokyo Electric Power Co. Holdings, l’ente elettrico proprietario della centrale nucleare di Fukushima, stanno cercando di ripulire con l’aiuto di robot che rendono il processo lento e costoso.

Per molti analisti l’essenza del disastro deriva dal mito di assoluta sicurezza dell’atomo, propagandato dai promotori dell’energia nucleare, il villaggio nucleare, come è conosciuto. A causa dell’esperienza traumatica di Hiroshima e Nagasaki durante la guerra, il popolo giapponese aveva sentimenti anti-nucleari molto forti, ma apportare modifiche ai protocolli e alle normative, sarebbe in contraddizione con il messaggio di assoluta sicurezza. Per anni hanno quindi insistito sull’assenza di rischi, tanto che le agenzie di regolamentazione nucleare non avevano incluso un incidente grave nella pianificazione della risposta alle emergenze.

Quando uno dei peggiori disastri della storia moderna ha colpito il Giappone, il governo si è dimostrato totalmente impreparato, a più livelli. L’incapacità di ammettere le colpe, di assumersi le responsabilità, così come la mancanza di trasparenza sugli errori umani alla centrale nucleare hanno minato la fiducia e la credibilità delle autorità.

Il problema è che oggi, con le vaccinazioni in ritardo, le morti in aumento e la comunicazione olimpica contraddittoria, si chiede alla popolazione di fidarsi del governo per la gestione della pandemia e la sicurezza delle olimpiadi.

Nel giorno del decimo anniversario di Fukushima, il presidente di Tokyo 2020, Seiko Hashimoto ha sottolineato che il potere dello sport è diventato un punto focale dei giochi, dopo Fukushima e che il concetto va esteso alla pandemia.

Secondo i media locali, anche l’inizio della staffetta della torcia olimpica, prevista per il 25 marzo, si terrà senza spettatori. Le persone sono invitate ad assistere al passaggio della fiamma solo vicino alle loro case ed evitare gli assembramenti. Dovranno indossare la mascherina e non potranno gridare. La fiaccola partirà proprio da Fukushima in un gesto altamente simbolico, che toccherà le 47 prefetture e coinvolgerà 10.000 corridori. Annullarla significherebbe perdere sponsorizzazioni lucrative e alzare bandiera bianca.

Nel minuto di silenzio osservato in Giappone per commemorare le ventimila vittime del disastro, c’era il dolore per il passato, l’ansia per un futuro incerto e la consapevolezza che gli ultimi dieci anni non hanno insegnato abbastanza.


Voto d’azzardo

Come mai la distribuzione del vaccino in patria procede con tanta lentezza? 

 


La democrazia certo, ma dopo le elezioni

Come mai la distribuzione del vaccino in patria procede con tanta lentezza? 

Viviamo in democrazia, si dice e si sa, perché regoliamo le decisioni che riguardano la nostra vita sociale e politica, sulla base del principio che è il popolo che decide, in particolare attraverso uno strumento che si chiama “voto popolare”.

Infatti, nel nostro microcosmo cantonale, ci si prepara alle votazioni (elezioni) comunali, il momento forse culminante in cui si realizza la nostra democrazia.

Il popolo sceglie, decide, elegge i propri rappresentanti sulla base della fiducia, della considerazione, dell’autorevolezza, che i candidati a “rappresentare la comunità” hanno saputo mostrare nella loro azione o nella loro personale “campagna”.

Il risultato sarà dunque, ancora una volta, il trionfo della democrazia. Già ti immagini la domenica in cabina, fra chi controlla e chi ti saluta, come tutto trasuderà di democrazia.

Appare però curioso e un po’ inquietante, che in queste settimane che precedono l’appuntamento elettorale, emergano a getto continuo, un po’ ovunque, questioni irrisolte, problemi sul tavolo da anni, da decenni, progetti controversi che giacciono inerti da tempo immemore e che, guarda caso, in queste settimane, si ripropongono in tutta la loro imprescindibile urgenza e importanza.

Buttiamo là qualche esempio luganese, fra i più recenti? L’aeroporto di Agno del futuro, oppure il destino del “comparto del Macello”, il Polo Sportivo e degli Eventi.

Tu, semplice cittadino, scopri un po’ stordito e un po’ sorpreso, che in ballo ci sono tante e tali questioni intricate, tante e tali prese di posizione, polemiche, designazioni di commissioni e gruppi di lavoro e di consulenza, tutto un procedurame vòlto alla chiarezza e alla trasparenza, di cui capisci poco o per nulla le dinamiche. Capisci, questo sì, che di mezzo ci sono grossi costi ed investimenti (e appalti, e commesse) che alla fin fine paghi tu.

Va bene, ma sarai tu a decidere, perché siamo in democrazia.

E allora provi a seguire l’ uno o l’altro dossier, ti arrabatti nel cercare di capire come faccia un imprenditore con un progetto scartato da una Gruppo di lavoro per l’aeroporto, a farlo riemergere improvvisamente e a farlo accreditare come valido dal Municipio di Lugano; ti chiedi come a distanza di 25 anni dalla nascita “ufficiale” della questione dei Centri autogestiti, basti una manifestazione dei giovani del Molino, per evocare le magnifiche sorti e progressive di un’area cittadina protetta quanto abbandonata: da decenni (concessa) nelle mani di quelli che poi diventano un manipolo di “facinorosi” che vanno espulsi, non solo dall’ex-Macello, ma anche da Lugano (e se possibile, già che ci siamo, dal Ticino, verrebbe da aggiungere, se si dà retta a certe posizioni leghiste).

E cerchi di capire come e quanto funzioni la democrazia in queste ed altre faccende che dovrebbero orientare le tue scelte quella domenica mattina, dentro la cabina.

E alla fine ci pensa un prestigioso ex-sindaco a farti capire tutto, intervenendo sul tema del PSE: si sospenda ogni dibattito, perché siamo sotto elezioni, ovvero in un momento in cui il progetto potrebbe “venir massacrato, per dispute di carattere partitico e personalistico, senza che si badi ai contenuti” con il rischio che il risultato sia semplicemente il frutto “di compromessi e ricatti” (da CdT, 5.3.21)

Ah, ecco, nel momento clou dell’esercizio dei tuoi diritti democratici, ti si dice che magari anche no, non è il momento di dover provare a capire.

Ma quel momento quando arriverà?

Ma dopo le elezioni, naturalmente, quando tu, cittadino elettore avrai democraticamente contribuito ad esprimere un consesso di tuoi rappresentanti, una rispettabile congrega di gestori di questioni complicate, che non puoi capire, ma che penseranno loro a sistemare.

Quelli che, parafrasando Gaber, se li incontri per strada ti dicono “lei non sa chi sono io”. E infatti, non l’hai ancora capito.

 

 


Ecocidio: un altro crimine contro la pace

Come mai la distribuzione del vaccino in patria procede con tanta lentezza? 

Genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e recentemente anche i crimini di aggressione commessi da uno stato contro un altro stato, sono i reati che vengono giudicati davanti alla Corte penale internazionale. Esistono però solide argomentazioni per introdurre un quinto crimine: l’ecocidio. In senso lato, l’ecocidio è il danno o la perdita di un ecosistema in un determinato territorio, sia per opera dell’uomo che per cause naturali, a un livello di fatalità tale da comprometterne l’utilizzo. Il forte livello d’inquinamento delle acque, la deforestazione, la scomparsa delle api e di altre specie viventi, l’esaurimento di molte risorse naturali o lo sfruttamento delle sabbie bituminose, sono tutti esempi del caso.

L’aumento di disastri ecologici causati dalle industrie estrattive, dalle decisioni poco lungimiranti di alcuni Stati o indirettamente indotti dal cambiamento climatico antropogenico, fanno dell’introduzione dell’ecocidio un altro caposaldo della tutela del diritto alla vita.  Un diritto che non è solo umano, ma anche della stessa terra.

La necessità di dare all’ecocidio una dimensione giuridica di criminalità internazionale è il primo passo per stabilire un dovere legale nei confronti di tutte le forme di vita sulla terra. Permetterebbe finalmente di riconoscere che i nostri diritti fondamentali sono dipendenti dal diritto stesso della natura di esistere e rigenerarsi. L’ecocidio dà la possibilità di segnare a debito la responsabilità per i crimini ambientali commessi lucidamente da vertici aziendali ingordi (si pensi alla responsabilità di BP e Shell nel caso delle sabbie bituminose di Athabasca) o da capi di Stato corrotti (rientrerebbe sotto questo capitolo la causa intentata da alcuni leader indigeni contro il presidente Jair Bolsonaro per la deforestazione dell’Amazzonia).

Istituire l’ecocidio come crimine internazionale non solo darebbe giustizia all’attuale impunità di comportamenti irresponsabili e pericolosi per l’intera umanità, ma stimolerebbe forse a scegliere strade più sostenibili.


Giovan Maria Zanini – Non produrre vaccini in Svizzera: un errore

Come mai la distribuzione del vaccino in patria procede con tanta lentezza? 


Come in un film, l’insolito caso di Monsieur Maudet

Come mai la distribuzione del vaccino in patria procede con tanta lentezza? 

La vicenda di Pierre Maudet, il consigliere di Stato dimissionario a Ginevra condannato per accettazione di vantaggi, ma candidato al secondo turno per succedere a sé stesso al governo cantonale, sembra la trama di un film che potremmo dividere in capitoli come un lungometraggio di Quentin Tarantino. Un po’ meno pulp, certo, ma non meno ricco di colpi di scena.
Un primo capitolo potrebbe intitolarsi “Quell’intrigante viaggio di Pierre Maudet ad Abu Dhabi”, seguito da “Tutti gli uomini del consigliere” e “Indagine su un politico al di sopra di ogni sospetto”, ma per l’ultimo capitolo (almeno in ordine di tempo), sceglieremo un titolo più elegante. Perché quello che è successo domenica scorsa, in occasione del primo turno delle suppletive ginevrine, ha cambiato tutto. Serve una nuova sceneggiatura. Proveremo allora a riavvolgere la pellicola, partendo dai titoli di testa…

A tutto schermo: “Le idi di marzo”. Esterno giorno. Domenica 7 marzo 2021. Rue de l’Hôtel-de-Ville di Ginevra, ore 13:16.

Un centinaio di persone per strada. Bocche aperte e occhi incollati ai cellulari, prime esclamazioni, poi il silenzio. I risultati delle elezioni suppletive sono stati appena pubblicati sul sito della Cancelleria.
Pierre Maudet è secondo col 22% dei voti, ad appena 9300 voti di distanza dalla verde Fabienne Fischer, ma soprattutto supera il candidato PLR, Cyril Aellen, di 9146 voti. Da lì a qualche minuto Aellen annuncerà il suo ritiro dalla corsa come aveva promesso di fare se fosse giunto dietro a Maudet.

Cifre che accendono la miccia delle negoziazioni e creano il panico in casa PLR: il primo partito del cantone fino a qualche anno fa, il partito della seconda piazza finanziaria svizzera, quel PLR di cui Maudet è stata la locomotiva elettorale per un decennio prima di essere espulso, è ufficialmente, clinicamente, morto. Ora del decesso: 13:40.

Pierre Maudet ci è passato sopra come uno schiacciasassi. Complice la sua popolarità, la sua campagna porta a porta al grido di “sono l’unico che capisce chi sta soffrendo per la crisi economica”; lui che incarnava le istituzioni con quel piglio tutto radicale e inconfondibile dei primi della classe, ebbene, quello stesso Maudet è diventato in pochi mesi l’uomo anti-establishment, l’espulso, il reietto, la vittima del sistema e come tale il solo a poter capire i dimenticati della crisi.
Arturo Bracchetti insomma gli fa un baffo. Via allora la cravatta regimental, via la giacca, via l’uniforme PLR, d’ora in poi sui manifesti solo camicia bianca e maniche arrotolate. Da Lancillotto alla corte di re François (Longchamp) a Don Chisciotte della Mancia in un batter di ciglio: come non immedesimarsi in un tale eroe?

Esterno giorno. Corte interna dell’Hôtel-de-Ville di Ginevra.

Maudet finalmente arriva sul plateau della TV locale Léman Bleu. Si fa largo fra i giornalisti e le telecamere e resta cinque minuti. Il tempo di dire la frase che tutti i giornali riprenderanno il giorno dopo: “Da oggi sono forse un po’ meno solo, ma certamente rimango indipendente.” Traduzione: non è finita qui.

Cambio scena. Esterno dell’edificio.

Il presidente di quel che resta del PLR ginevrino sta parlando con alcuni esponenti dell’UDC locale: “Bertrand, noi vogliamo mantenere Yves Nidegger in corsa, ora tocca a voi sostenerci”, ma il suo sguardo è perso, “vedremo… sì… adesso non so… ne parleremo in assemblea domani”.

Stacco. Due giorni dopo. Per strada un uomo legge un giornale. Titolo di prima pagina “Una destra in briciole si presenta al secondo turno”, commento di spalla “Il PLR paralizzato, la destra in frantumi”.

PLR e Verdi liberali si ritirano dalla corsa. Non appoggeranno nessuno. A destra della candidata verde in testa al primo turno rimane Pierre Maudet (Libertés et justice sociale), Yves Nidegger (UDC) e…

Bisbigli di passanti intorno all’uomo che legge il giornale. L’uomo scorge il titolo di un altro giornale esposto davanti a un chiosco: “La PPD Delphine Bachmann crea lo scompiglio”.

L’uomo chiude il giornale e se ne va.

Da comparsa quale è stato per molto tempo nella città di Calvino, il PPD si riprende la scena e candida a sorpresa la sua presidentessa al secondo turno.
E se non sarà per questa volta, il PPD avrà comunque contribuito a fermare Maudet (forse), a normalizzare la politica (forse), offrendo nel frattempo un profilo istituzionale alla giovanissima Delphine Bachmann in vista delle cantonali 2023.

Sulla carta, una configurazione sfavorevole per l’enfant prodige della politica ginevrina: a destra tre partiti a spartirsi i voti e, dall’altra parte, una sinistra compatta. In mezzo, tre settimane di campagna elettorale che possono ancora una volta cambiare tutto; l’annuncio del mistero pubblico che ricorre in appello dopo la condanna per accettazione di vantaggi a carico di M Maudet; e la pubblicazione del secondo rapporto commissionato dal consiglio di Stato in carica sui disfunzionamenti interni al dipartimento che guidava il consigliere di stato dimissionario. Tre settimane insomma all’insegna dell’uomo contro tutti e tutti contro l’uomo.

Titolo a tutto schermo. “Capitolo 5. Per un pugno di voti”. Prossimamente sui grandi schermi della politica ginevrina.

Una sceneggiatura ancora tutta da scrivere. Sullo sfondo i candidati al secondo turno. Ma anche il silenzio assordante di un protagonista di livello nazionale. L’avvocato e consigliere nazionale liberale Christian Lüscher. Lui che dell’estromissione di Pierre Maudet dal PLR è stato lo sponsor principale; colui che – per molti – sarebbe dovuto scendere in campo e sfidare frontalmente Maudet alle elezioni. L’alter ego rimasto in silenzio stampa da mesi, l’ultimo baluardo liberale di una città che si scopre sempre più cattolica e sempre meno protestante. L’ultimo ostacolo da abbattere secondo il piano M, perché la Fenice-Maudet possa infine risorgere dalle ceneri del suo ex partito.

Finale. Esterno notte. Primo piano di un volto di spalle. Stacco. Primissimo piano di una mano che si apre e lascia cadere della cenere nel lago Lemano. Colonna sonora. Titoli di coda. Sullo sfondo la rada e il jet d’eau che si spegne. Effetto fade out. To be continued.


Muscolarità preelettorale

Come mai la distribuzione del vaccino in patria procede con tanta lentezza?