Victoria

Donna. Deputata. Sopravvissuta al più grande lager argentino 

Ho chiesto a Ugo, ritratto nella foto con Victoria, di scrivere qualcosa su questa foto.
Ecco il suo contributo.

VICTORIA DONDA

Siamo nel Parque de la Memoria, 14 ettari in riva al Rio de la Plata, laddove l’oceano Atlantico e la confluenza dei fiumi Uruguay e Paranà si incontrano. Stringo la mano a Victoria, che nel 2007, a soli 30 anni, è stata eletta deputata al Parlamento argentino. È bella e sensuale, Victoria, i suoi occhi profondi e i lunghi capelli neri raccontano la sua storia di bambina nata all’Esma, uno dei lager clandestini inventati dai militari per stroncare con violenze, torture e uccisioni il vento di giustizia che animava le giovani generazioni che lottavano per un mondo migliore. Cori e Josè Maria erano due di quei giovani, vennero imprigionati per le loro idee, Cori era incinta. Fu portata all’Esma, torturata e uccisa quando nacque la bimba che portava in grembo. Assistita da un’altra prigioniera Cori cucì un filo azzurro nel lobo di quella che chiamò Victoria. Cori fu uccisa, Victoria affidata a un militare che la affiliò come figlia naturale con un falso certificato di nascita. La chiamò Analia. Analia crebbe ribelle, attenta alle dinamiche sociali. Nel 2004 il test al Dna e la scoperta: i suoi veri genitori erano stati uccisi, i nuovi genitori erano complici del loro assassinio. Il mondo le crolla addosso, specie quando scopre che a denunciare il padre è stato il di lui fratello, un militare dei servizi segreti, che ha orchestrato il tutto, compresa la “vendita” di Victoria.

Abbraccio Victoria, è bella e fiera. Mi sorride e mi dice che rispetto al nostro primo incontro di 6 anni fa è riuscita a trasformare il dolore. Ora è madre, il suo sorriso si è addolcito.

Su quelle sponde nate per volere di Vera Jarach e delle Madres de Plaza de Mayo nel luogo ove giungevano i cadaveri dei prigionieri gettati dagli aerei nei voli della morte il vento soffia costantemente. Sento il cuore gonfio di emozioni e di orgoglio, perché finché esisteranno persone come Victoria, capaci di riemergere dall’abisso della brutalità umana, sarà possibile sentire la carezza della speranza, quella che fa dire ai militanti: “Ni un paso atras”, non un passo indietro.

Grazie Victoria, nei momenti difficili accarezzo il ricordo di te per trovare la forza di essere uomo.

Ugo Zamburru

*L’Escuela de Mecànica de l’Armada è diventata tragicamente famosa come il più grande e attivo centro di detenzione e tortura delle persone scomode al regime argentino. Si calcola che vi passarono più di 5000 persone e solo circa 500 ne uscirono vive.

Il Parque de la memoria e l’ESMA oggi

Le immagini sono di Patrizio Broggi


Grazie, giovane donna che hai avuto il coraggio di denunciare

Donna. Deputata. Sopravvissuta al più grande lager argentino 

Riceviamo e pubblichiamo questa forte testimonianza. Il nome dell’autrice è noto alla redazione

È notte fonda. Ripenso alla sentenza pronunciata ieri mattina dalla Corte di Appello e di Revisione penale che ha riconosciuto i reati per l’ex funzionario del DSS di coazione e violenza carnale ai danni della vittima.

Non riesco a dormire. Forse neppure la giovane donna che ha avuto il coraggio di denunciare. Forse neppure le molte donne che nel corso della propria vita hanno subito una delle molte forme di violenza di genere. Una donna su tre, si stima.

Turbinano ricordi dell’adolescente turbolenta ed esuberante che ero. 14 anni. Scoprivo il mio corpo che si trasformava, e con esso lo sguardo degli uomini. Le canzoni cantate a squarciagola parlavano di amore e passione. A scuola arriva un giovane docente e metà di noi ragazze è cotta di lui. Piacergli sembra la nostra missione. I complimenti rubati lusingano il nostro ego traballante e, anche se non ricordo con chiarezza le circostanze, un mercoledì pomeriggio assolato vado a trovarlo perché malato.

Mi apre, è in accappatoio. Poi mi sorprendo a trovarmi in camera sua. Si infila nel letto, è nudo. Sono impietrita. Mi fa avvicinare, mi spoglia e mi mostra il suo pene in erezione a cui avvicina la mia testa, invitandomi ad aprire la bocca. Eiacula subito. Vado in bagno, sputo. Lui mi accarezza la testa dicendomi che non c’è niente di male. Mi vesto veloce e esco.

La cotta per quell’uomo è passata all’istante. Non racconto a nessuno di quel pomeriggio. La pancia mi dice che c’è qualcosa di sbagliato in quello che è successo. Ma non so spiegare cosa. Ho archiviato l’episodio nella cartella mentale “esperienze sbagliate da dimenticare” ma quanto successo si chiama abuso sessuale, abuso di potere. Anni dopo, leggendo testimonianze di molestie, abusi e stupri, capisco che è la vergogna a segnare quel silenzio.

Già sentirsi lusingata da un suo complimento mi rendeva colpevole ai miei stessi occhi. Avevo interiorizzato l’idea che “me l’ero cercata”. Presto ho capito come evitare quella tipologia maschile, ne avvertivo quasi l’odore di predatore, affascinante narcisista manipolatore che in fondo, contrariamente a quanto dichiara, disprezza le donne e se non può usarle per il proprio piacere e interesse le umilia. Il piacere sessuale è un’altra cosa e può essere condiviso solo quando c’è consenso. La passione non è sopraffazione.

È questo che dobbiamo insegnare ai nostri figli, come madri, come padri, come scuola, come società.

Grazie, giovane donna che hai rotto il silenzio. Sei stata ascoltata, sei stata questa volta creduta. Non te l’ho detto subito, perché avevo bisogno anch’io, dopo tanti, tanti anni, di non provare più vergogna.


Il coraggio delle donne

Donna. Deputata. Sopravvissuta al più grande lager argentino 


Cuba, gattopardi all’opera

Donna. Deputata. Sopravvissuta al più grande lager argentino 

Per anni ho frequentato Cuba, da turista ma assiduamente. Dell’isola mi piacevano poco parecchie cose (per dire delle minori: il fumo dei tubi di scappamento, il pane mollo, il prosciutto e il formaggio chimico delle colazioni), ma ho sempre apprezzato l’arguzia degli abitanti, il loro piacere per motti di spirito un po’ cinici, intelligenti e mai ovvi. E poi quello sguardo spesso colto e informato sul mondo e sulle cose; e, a dispetto delle condizioni materiali, un vivere non disperato né rassegnato, sempre con quel rinfrescante quotidiano piacere della battuta di spirito. Una società gestita in modo autoritario, familistico, ma nelle pieghe della quale i cubani riescono a vivere quel loro disincantato piacere per la discussione critica. Se non volete andare a Cuba, leggete i romanzi di Padura Fuentes, capirete quello di cui sto parlando.

Ora il “giovane” Castro se ne va, sostituito dal clone; la cupa uniforme si fa bianca guayabera, ma cambia ben poco. Il motto del nuovo conducator è, come si immaginava, progresso nella continuità. E tutti qui da noi a dirsi che è uno scandalo, che non se ne può più, che la gerontocrazia comunista gattopardescamente cambia ma solo per rimanere se stessa.

Quello che però non si dice abbastanza è che il motivo principale di questa immobilità, e del suo decennale perdurare a dispetto di tutto, è sostanzialmente esogeno. Vi sono infatti pochi dubbi che se fosse (stato) tolto il bloqueo statunitense, cioè l’embargo totale che l’anno prossimo compirà…sessant’anni, l’apertura delle frontiere e la circolazione di beni avrebbero introdotto nell’economia e nella società cubane un elemento di tale forza disgregante e dirompente da rendere rapidamente improponibile la continuazione del sistema. Con ovvio paradosso, il regime cubano si nutre, si giustifica (di fronte ai cittadini) e si perpetua proprio per l’esistenza di questo accerchiamento, che strangola da decenni l’economia: facile gioco, legittimante, è affermare che tutti i problemi dell’isola non sono causati dal sistema ma dal comportamento e dal cinismo degli americani, che priva il paese di risorse e tarpa le ali al socialismo caraibico. Aggiungo che questa situazione ha anche avuto l’effetto di mantenere una certa coesione nazionale, alimentando un orgoglioso patriottismo e creando addirittura (tenue, ma comunque) consenso attorno alla narrazione retorica del regime. Il bloqueo perpetua il regime, né più né meno.

Sul fronte USA, la logica e il senso dell’embargo non risiedono più in considerazioni ideologiche e geo-strategiche ormai superate, ma principalmente in esigenze interne, elettoralistiche; anche in questo caso, gattopardescamente. In effetti, con accenti e proclami diversi, i vari candidati alla presenza USA hanno negli anni però accuratamente evitato di proporre aperture per non mettersi contro la vasta comunità dei votanti latini e degli espatriati, che cullano ancora sogni di controrivoluzione violenta, nel solco di un classico revanscismo da esuli.

Obama aveva suscitato qualche speranza, ma significativamente solo a partire dal secondo mandato (quindi in un momento in cui poteva permettersi di osare l’altrimenti inosabile, senza rielezioni in prospettiva), le aveva spente del tutto il suo successore e non potevamo aspettarci altro da lui. Non si vede bene che cosa possa produrre Biden, si spera però che la caraibica (per metà) Kamala Harris sia in grado di patrocinare – magari da presidente… –  un cambio di passo che sblocchi una situazione ingessata da troppo tempo.


Nelly Valsangiacomo – Si è entrati in una fase di tagli, spesso lineari, ma quali sono le vere visioni strategiche?

Donna. Deputata. Sopravvissuta al più grande lager argentino 

Intervista di Giorgia Reclari Giampà dal sito della CORSI (), per gentile concessione

Qualche settimana fa il Consiglio nazionale ha approvato il pacchetto di misure in sostegno dei media, nel quale è compresa una modifica alla legge per la Radiotelevisione, che limita molto la pubblicazione di contenuti online della SSR. Pochi giorni fa la Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni, all’unanimità, ha chiesto di stralciare questa modifica. Lei come interpreta questi segnali nei confronti del servizio pubblico radiotelevisivo da parte del mondo politico?

Nella Valsangiacomo: “Il fatto che la Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni abbia unanimemente richiesto di stralciare una modifica fortemente lesiva per la radiotelevisione di servizio pubblico mi pare aprire uno spiraglio di speranza dopo anni in cui l’attenzione del mondo politico nei confronti della SSR si è concentrata soprattutto sull’aziendalizzazione e il risparmio. Le due richieste secondo alcuni procederebbero in parallelo; io non sono di questo parere, credo infatti che non ci sia bisogno di aziendalizzare un ente di servizio pubblico per renderlo più efficace, anzi sono convinta che questo lo svuoti della sua vera sostanza. Inoltre, “si può fare bene con meno” è un ritornello che a mio avviso a questo punto andrebbe sostituito con “non si può fare abbastanza con troppo poco”. Certo è difficile trovare i giusti equilibri, ma quello che spero è che si prenda atto del ruolo che svolge il servizio pubblico radiotelevisivo in un sistema democratico e soprattutto in un periodo di difficoltà del giornalismo di qualità. Su questo tema rinvio anche al bell’articolo di Natascha Fioretti su Ticino7 del 24 aprile scorso”.

In un’opinione pubblicata il 2 aprile su La Regione, lei afferma che “la campagna contro la No Billag sembra essere stata una semplice – discorsiva – parentesi rosa in una visione budgetaria, manageriale e poco trasparente di tale (del servizio pubblico, ndr.) mandato”.  Come arriva a queste conclusioni?

“L’argomentario utilizzato per contrastare l’iniziativa NO Billag insisteva anche sull’importanza della SSR non solo all’interno del paesaggio mediatico nazionale, ma per il suo mandato di servizio pubblico che – ricordo – prevede un ruolo importante a più livelli della SSR, tra i quali, ad esempio, la cultura, la formazione o la coesione nazionale. Come ho tentato di spiegare nell’articolo che lei cita, e al quale mi permetto di rinviare per una risposta più completa, questo momento di valorizzazione del proprio ruolo si iscrive in un periodo storico in cui la SSR è stata spinta ad abbandonare la maggior parte degli elementi di ente a gestione orizzontale a favore di un sistema sempre più verticale e managerializzato, abbinato a un sistema concorrenziale. Questa nuova visione, interpretata all’eccesso, ha anche tolto molto potere alla CORSI, quale organo di controllo. Da allora, si è entrati in una fase di tagli, spesso lineari, che spingono a domandarsi quali siano le vere visioni strategiche. Se considera questo contesto, si è forse meno sorpresi dalle dichiarazioni che Gilles Marchand fece all’indomani della vittoria contro l’iniziativa NO Billag e che certo non andarono nella direzione di capitalizzare il sostegno di chi aveva lottato e votato per il mantenimento di un servizio pubblico radiotelevisivo forte. Sulla mancanza di trasparenza, per farla breve, mi permetto di rinviare a quello che sta accadendo nell’ultimo periodo a livello nazionale e nelle tre unità aziendali nazionali. Non si può certo dire che si abbia brillato per comunicazione e trasparenza”.

Quali sono i pericoli maggiori per il futuro del servizio pubblico radiotelevisivo secondo lei?

“Come ho spesso ribadito, l’accezione di servizio pubblico ormai è portata non solo a interpretazioni divergenti, ma anche ambigue, sottolineate dallo slittamento semantico del termine di servizio pubblico verso un “servizio di interesse economico generale”, togliendo a mio avviso la parte invece più originale e rilevante del servizio pubblico che è quella del bene comune. L’informazione, la cultura, la formazione della cittadinanza sono un bene comune, all’apparenza meno urgenti di altri, ma fondamentali sul lungo periodo per la salvaguardia e il mantenimento di una società democratica che abbia a cuore il diritto della cittadinanza a un’informazione di alta qualità che, in Svizzera più che altrove, non è garantita dai media privati. È un sistema che ha i suoi limiti, ma che ha dimostrato anche la sua forza. Appiattirsi su altre realtà mediatiche, altrettanto legittime e utili, ma con altre finalità, è a mio avviso un grande sbaglio. Penso che la radiotelevisione di servizio pubblico abbia un ruolo fondamentale da svolgere e per affrontare queste sfide deve rivendicare il suo ruolo specifico nella politica culturale. Per fare questo deve però domandarsi quanto ancora è attenta al mandato di servizio pubblico e aprire a un dibattito di società, che coinvolga le varie parti interessate, in un’ottica di sostegno e non di smantellamento. Sono consapevole delle difficoltà, ma perdere la propria essenza per mettersi in diretta competizione con chi ha altre finalità, e dunque relega l’informazione e l’approfondimento a un ruolo di comprimari, perché fonda la propria sopravvivenza sull’intrattenimento o su un impianto informativo agile, non mi pare una soluzione valida”.

Veniamo a una questione più vicina a noi: il nuovo direttore della RSI Mario Timbal, entrato in carica in aprile, ha annunciato di voler rinunciare alla trasformazione di Rete Due in un canale musicale. Lei è stata una voce molto presente nel dibattito in difesa dell’offerta culturale della RSI. Come interpreta le parole di Timbal?

“La dichiarazione non può che rallegrarmi, tuttavia in questi casi preferisco non interpretare, ma limitarmi a osservare. Mi interessa vedere quanta e quale parte delle trasmissioni radiofoniche sarà dedicata agli approfondimenti non solo di attualità, ma culturali in senso lato, oltre che a tutte quelle produzioni originali che girano attorno alla cultura radiofonica e che hanno spesso portato a riconoscimenti di valore. Sono curiosa di capire se si pensa di fare concorrenza alle piattaforme che stanno introducendo il parlato nelle loro proposte con una soluzione fotocopia oppure se si sarà sufficientemente coraggiosi per mantenere una diretta forte quale perno delle trasmissioni sull’intera settimana. È immaginabile una radio del futuro come un vettore che sa alternare sapientemente trasmissioni che passano dal lineare al digitale, ciò però non deve essere un’ossessione che limita la creatività di chi è al microfono, tanto che è portato a rinunciare alla seconda o terza domanda perché altrimenti l’intervista rischierebbe di non poter essere trasformata in pillola da ritrasmettere la domenica o in podcast. Credo semmai che la possibilità di ritrasmettere i programmi debba tener conto della qualità degli stessi, ciò significa che bisogna investire sulla diretta, su chi la radio la anima un minuto alla volta. Voglio anche capire come si vuole valorizzare il patrimonio, non solo ma anche radiofonico, di competenze, di mestieri, di materiali d’archivio, di relazioni con il territorio, che questa azienda possiede”.


Dottrina Mitterrand e caso Baragiola

Donna. Deputata. Sopravvissuta al più grande lager argentino 

Fine della ‘dottrina Mitterrand’. Cioè della norma che per quattro decenni ha consentito alla Francia di ospitare terroristi italiani già condannati, spesso all’ergastolo, nella Penisola. I sette arresti avvenuti ieri all’alba a Parigi (fra ex Lotta Continua ed ex BR) sanciscono appunto la conclusione di una pagina storica e controversa.

Alla base della scelta dell’allora presidente socialista francese (si disse in accordo con Bettino Craxi), formalmente la decisione di non riconoscere sentenze contro imputati latitanti; in realtà i cosiddetti anni di piombo avevano diffuso anche in una certa parte della società francese dubbi sulla democraticità dell’Italia, e quindi della sua magistratura.

Alvaro Baragiola

Puntualmente, come già avvenuto in passato, per esempio dopo la cattura e l’estradizione a Roma dal Brasile (era il 2019) del pluri-condannato Cesare Battisti che per anni aveva beneficiato della ‘dottrina Mitterrand’, diventando fra l’altro autore di gialli, sempre  pubblicamente difeso da una cerchia di intellettuali ‘progressisti’ francesi (poi clamorosamente smentiti dalle confessioni-ammissioni dello stesso Battisti una volta finito nelle carceri italiane), puntualmente si fa anche la conta dei latitanti, quelli ancora in ‘libertà’.

I più importanti – ricorda stamane ‘la Regione’ – Alessio Casimirri e Alvaro Baragiola (Lojacono), due condannati all’ergastolo per l’assassinio in Via Fani a Roma (16 marzo 1978) di Aldo Moro e dei cinque uomini della sua scorta. Leader storico della DC, Moro era stato il principale protagonista, con Enrico Berlinguer, del ‘compromesso storico’, cioè dell’inedito sostegno parlamentare esterno del partito comunista ad un governo democristiano, ritenuto necessario per affrontare la minaccia terrorista.

La vicenda in Ticino

La vicenda di Baragiola è nota in Ticino. Vi arrivò dopo una breve latitanza in Algeria, e senza che scattassero controlli nei suoi confronti. Acquisì il cognome della madre (Baragiola, appunto). Ottenne quindi la cittadinanza svizzera. Per alcuni anni fu collaboratore dell’allora RTSI. E una volta emerso il suo passato, ne scaturì un vivace e polemico dibattito politico, con molti irrisolti interrogativo su come gli fu possibile entrare nella Confederazione senza che emergesse subito il suo passato e la ricerca da parte italiana. Arrestato a Lugano e condannato a 17 anni per l’assassinio a Roma del giudice Girolamo Tartaglione, ne scontò una decina per buona condotta, e oggi è assistente all’Università di Friburgo.

La condanna all’ergastolo

In Italia Baragiola venne condannato all’ergastolo nel processo cosiddetto Moro Quater. Per questo gravissimo reato non è mai stato processato in Svizzera. E l’atteggiamento della magistratura italiana in merito non è mai stato chiaro. Sembra infatti (da una verifica fatta ancora ieri dalla nostra redazione) che questa non consegnò mai la richiesta documentazione a quella elvetica (eventualmente per istruire un processo nella Confederazione), e non risulta ad oggi che Roma abbia mai chiesto formalmente l’estradizione di Baragiola. Forse (probabilmente?) perché, come ha ribadito Berna due anni fa, come cittadino svizzero il ticinese non è comunque estradabile.

Diritto all’oblio?

Baragiola (condannato in Italia anche per partecipazione all’uccisione di uno studente greco di estrema destra) era stato arrestato una seconda volta nell’estate del 2000 vicino a Bastia, in Corsica, dove la madre aveva acquistato una casa. Evidentemente su segnalazione dei servizi italiani. Rimase in carcere alcune settimane, ma i suoi avvocati riuscirono a ottenerne la liberazione, facendo valere appunto la dottrina Mitterrand.

Sulla via del ritorno in Svizzera, ai tavolini di una brasserie parigina, rilasciò un’intervista al Corriere della Sera. Contattato dalla redazione del programma “Falò” rifiutò di rispondere ad altre domande, e rivendicò anche il suo “diritto all’oblio”, sostenendo di aver già pagato il conto con la giustizia.

Un “diritto” che in realtà non è rivendicabile in questo caso. Per due motivi. Primo: la vicenda giudiziaria da parte italiana è ancora aperta per Baragiola-Lojacono, la condanna all’ergastolo è definitiva, e la pena non scontata. Non può quindi essere considerato un caso chiuso. Secondo, e per certi aspetti ancor più determinante: l’assassinio di Moro e degli agenti della sua scorta è stato il momento più tragico degli anni di piombo, quindi una pagina di Storia che non può essere cancellata insieme ai nomi dei suoi protagonisti.


L’intervista

Pubblichiamo, per concessione della testata, l’ultima intervista concessa da Alvaro Baragiola, rilasciata a ‘Ticinonline’ il 21 gennaio 2019

La Lega dei ticinesi ha invitato il governo federale a consegnarla alle autorità italiane. Come valuta, lei, questa richiesta?

“Per cominciare tengo a precisare che l’Italia non ha mai chiesto la mia estradizione alla Svizzera (ndr: il fatto é accertato dalla sentenza del Tribunale federale del 9/4/191), ed una ‘consegna’ come la richiede la Lega equivarrebbe a una deportazione alla boliviana che la Confederazione non prevede”

Lei ha scontato una pesante condanna in Svizzera per fatti che le sono imputati in Italia, ma sembra che le autorità italiane non ne tengano conto. Perché?

“L’Italia non riconosce , né può riconoscere, la carcerazione sofferta in Svizzera per gli stessi fatti e reati perché non solo non ha chiesto alla Svizzera l’estradizione, ma neppure ha chiesto alla Confederazione di processarmi in Svizzera”

Ci risulta però che nel 2006 l’Italia presentò alla Confederazione una richiesta di exequatur, cioè di esecuzione in Svizzera delle condanne italiane…

“È vero, però la richiesta italiana riguardava solo la sentenza del processo Moro IV, invece della decisione giudiziaria di cumulo delle pene dei diversi processi, e non garantiva che, una volta eseguita la pena in Svizzera, il paese richiedente l’avrebbe pienamente riconosciuta come scontata. Il rischio era che, una volta eseguita in Svizzera, l’Italia avrebbe poi proceduto per farla valere o eseguirla di nuovo, cosa illegale ma non sorprendente, o avrebbe chiesto l’esecuzione ulteriore delle altre condanne. Per questo motivo la richiesta italiana fu respinta dai giudici del Canton Berna”

Per quale motivo le autorità italiane (i diversi governi che si sono succeduti) hanno scelto di non chiedere l’estradizione e poi, in caso di rifiuto, il processo in via sostitutiva?

“Questo bisognerebbe chiederlo a loro. Io non lo so e posso solo fare delle ipotesi, forse l’Italia non ha voluto che uno Stato straniero mettesse il naso nel processo Moro. Sarebbe comprensibile. Qualunque sia la ragione non sono le autorità svizzere, né una mia presunta opposizione, ad aver creato l’impasse attuale”

Come si spiega questa “storia sospesa”?

“Forse perché è più facile non fare nulla e sbraitare contro la Svizzera e il sottoscritto; su un ‘latitante’ si può dire qualsiasi cosa perché non è in condizione di difendersi, vengono addirittura qui con telecamere nascoste, figuriamoci. O forse perché il dossier dell’exequatur è stato affidato a qualche funzionario cialtrone e incompetente; non lo so, ma è evidente che il problema sta da quella parte”

E se l’Italia presentasse una richiesta di exequatur corretta e completa (cioè per tutte le condanne italiane cumulate), con la garanzia che l’Italia non procederà più per gli stessi fatti, lei come reagirebbe?

“Sono passati 40 anni e l’Italia si è sempre mossa in una logica di vendetta, come si è ben visto anche nel caso Battisti, e non ha mai rinunciato a un quadro giuridico d’eccezione. In una giustizia normale la “certezza della pena” vale anche per il detenuto: io sono stato scarcerato quasi 20 anni fa e sto ancora come prima dell’arresto, senza sapere se un giorno o l’altro mi ri-arrestano o mi ri-processano per qualcosa. Se ora l’Italia decidesse di muoversi con una richiesta come quella che ipotizza, io accetterei senza obiezioni, almeno metteremmo la parola fine a questa vicenda”

Sta dicendo che accetterebbe l’ergastolo che un giudice svizzero, secondo le sentenze italiane, le dovesse infliggere?

“Sì”

Ripensa spesso a quel mattino in via Fani?

“Ogni volta che il tema è rilanciato dai media, associandolo al mio nome, ricevo insulti e minacce. È una pena supplementare, non ci posso fare niente. Ci sono memorie collettive diverse ed in conflitto fra di loro, e nessuna sarà mai condivisa da tutti. Entriamo nel cinquantenario del lungo

1968, dopo mezzo secolo si dovrebbe poter trattare le cose storicamente, ma non è così, sembra che i fatti siano avvenuti ieri”

Cosa contesta nella lettura odierna dei fatti di allora?

“All’epoca, erano passati 30 anni dalla fine della guerra e dei suoi drammatici strascichi di guerra civile, ma quella era già storia, nessuno lanciava stagioni di caccia grossa agli ‘impuniti’. Ho avuto un contatto con l’ulitima Commissione parlamentare italiana sul caso Moro, che ha purtroppo mancato l’occasione, scegliendo di dedicarsi alla ricerca di complotti”

Cosa ha detto a questi commissari?

 “Quello che penso, e che dico a chiunque – pur evitando di farlo in pubblico – perché so quanto l’apparizione anche solo di una foto possa irritare i parenti delle vittime. C’è stata una ‘linea della fermezza’ lanciata dal PCI al tempo del sequestro Moro, continuata poi con le leggi d’emergenza e con la politica della vendetta, che in questi giorni ha raggiunto livelli impensabili con l’esibizione del detenuto-trofeo (ndr: Battisti). Una catena che neppure la Commissione ha voluto interrompere lasciando la verità nella palude del sospetto”

Dunque resta un tema tabù?

“Non vedo perché parlare con chi mi considera ancora oggi terrorista e nemico pubblico. Che non sono. Ma non è un tabù, ne parlo con storici e ricercatori con cui si può discutere, solo lontani dalla propaganda e dalle fake-news si può ritrovare un senso storico”.


Memoria, verdad, justicia

Donna. Deputata. Sopravvissuta al più grande lager argentino 

30 aprile 1977, Plaza de Mayo a Buenos Aires. È passato un anno dal colpo di Stato e la repressione contro gli oppositori è estrema.

Di fronte alla Casa Rosada un gruppo di donne decide di sfidare la Giunta Militare al potere e chiedere risposte sulla fine dei loro figli scomparsi (desaparecidos).

Ancora oggi ogni giovedì pomeriggio le Madres de Plaza de Mayo si ritrovano alle 15.30 e, accompagnate da sostenitori e sostenitrici, girano per circa mezz’ora attorno alla piramide posta al centro della piazza leggendo i nomi dei figli desaparecidos e chiedendo finalmente di avere una risposta. Si calcola che 30’000 persone tra il 1976 e il 1983 siano state fatte sparire dalla polizia argentina durante il periodo ricordato come “la guerra sporca”. Persone torturate in centri clandestini, assassinate e poi fatte sparire.

Ho avuto la possibilità di camminare con queste madri, ascoltare la lettura dei nomi dei desaparecidos. Sono stato nella loro sede, dove ai muri sono appese le foto dei loro figli. Sono stato nel loro bar. Ho avuto la fortuna di presenziare alla consegna della laurea honoris causa a Taty Almeida, una delle leader della “Linea fundadora”. Ma nulla mi ha emozionato come la partecipazione al grido “Presentes” che Taty invita a gridare affinché non si dimentichi.

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Le immagini sono di Patrizio Broggi


Giuramenti d’ipocrita

Donna. Deputata. Sopravvissuta al più grande lager argentino 

A pochi giorni dalla scongiurata nascita della “Superleague”, una sorta di giardino privato, parco giochi di lauti benefici prefigurati da 12 importanti società calcistiche continentali per tentare di salvarsi dal collasso di bilanci in quasi fallimento, sul campo di battaglia dello scontro epocale fra presidenti dissidenti e l’establishement del pallone (UEFA) si raccolgono le spoglie di quel che resta del calcio e si tira avanti.

A tutti ormai pare chiaro che si è trattato di un evento sciagurato, che come in ogni storia che si rispetti ha delineato i suoi buoni (l’UEFA, la gran parte delle società calcistiche europee escluse dal progetto e soprattutto gli amatissimi tifosi), ed i suoi cattivi (i secessionisti, avidi spremitori di soldi e giocatori in dispregio di ogni principio di solidarietà).

Hanno vinto i buoni, lo dicono tutti ed ora si tratta di regolare i conti con i cattivi, si tratta di “fargliela pagare”.

In questi giorni, con ancora in testa il ronzio e l’eco della battaglia, è tutto un susseguirsi di prese di posizione di addetti ai lavori, calciatori, allenatori, dirigenti, di una marea di opinionisti. E anzitutto dell’UEFA, che ha già creato una sorta di graduatoria dei cattivi: quelli che lo sono un po’ ma ci hanno subito ripensato e per cui dunque è ammesso l’errore, quelli che sono usciti un po’ dopo (perché han capito che non era aria) e quelli che formalmente ancora non sono usciti, i veri, diabolici cattivi.

Trascurando solo per un momento di elencare tutte le sentenze e tutti i sacrosanti buoni propositi sciorinati da chiunque in merito al futuro dello sport più amato al mondo ed al dovuto rispetto per i suoi appassionati (3, forse 4 miliardi di persone), con un ipotetico (e parziale) giro d’orizzonte europeo, mettiamo insieme alcune notizie sparse qua e là.

Partiamo dal regno della “Brexit”, dove di corsa le sei squadre implicate nel progetto della Superleague ne hanno per prime preso le distanze, con la spinta e la benedizione del premier Boris Johnson. No, no, niente avventure alle spalle dei tifosi, fedeltà assoluta alla Premierleague e all’UEFA. Ma poi salta fuori che Johnson sapeva del progetto e che l’aveva pure appoggiato. Viste le reazioni dei tifosi, con una capriola circense ha colto subito l’occasione per accodarsi e addirittura capeggiare la protesta: vuoi mettere il ritorno elettorale da qui a pochi giorni?

In Italia, il solito teatrino all’insegna del motto “Gli replicai con un reciso forse!”.

Presidenti di club che volevano essere ammessi alla Superleague e che adesso fanno le maestrine dalla penna rossa; un presidente della Federcalcio, che senza esitare afferma che si aspetta che le società implicate “non lo facciano più”. La prossima volta sono fuori. E così si cambia un comma del regolamento della Figc e tutto resta gattopardescamente come prima.

Ma pare non sia il caso di dire che senza Juventus, Milan e Inter in Italia si perderebbe il 60-70% del bacino d’utenza del campionato e dunque dei consumatori del prodotto televisivo con i cui diritti vive ormai gran parte della Repubblica del pallone. E ti credo. Sono solo i sani princìpi che contano.

In Spagna il fautore principale della Superlega, il presidente del Real Madrid Florentino Perez, rimane attaccato al progetto come una cozza allo scoglio, e in questa desolante battigia, fra un onda e l’altra, lancia minacce a chi ha abbandonato la nave annunciando a sua volta sanzioni, perché negli accordi scritti (e sottoscritti dai dodici club della Superlega) ci sarebbe il codicillo per cui chi lascia paga: 300 milioni, tanto per gradire.

In Germania sono immuni o immunizzati: la questione non li riguarda, giacché le due squadre più importanti e potenti (Bayern Monaco e Borussia Dortmund) non hanno mai aderito al progetto (anche perché i loro bilanci, che si dicono “virtuosi”, non ne hanno bisogno, per ora). Ma tu guarda che poi proprio dal Bayern arriva la notizia dell’ingaggio di un nuovo allenatore, non uno qualunque, ma il più pagato di sempre nella storia: 25 milioni per sottrarlo al Lipsia e portarselo a Monaco dove verosimilmente ne riceverà altrettanti (più bonus!!). In barba ad ogni rilievo sulla spirale degli ingaggi come chiave dell’esplosione dei bilanci calcistici, in Germania ci si presenta subito con una nuova cifra record. Tanto, a Monaco i bilanci sono a posto!

E da noi? In questo turbinìo di princìpi ed interessi vari, noi siamo qui a sperare che il Lugano abbia uno stadio a norma UEFA e che possa ospitare qualche partita della prestigiosa “Conference League”. Cos’è la Conference League? E’ una nuova competizione voluta dall’UEFA per includere in un ulteriore torneo continentale per club, anche le federazioni medio-piccole. Infatti dal prossimo giugno sarà tutto uno scontrarsi fra terze o quarte classificate dei campionati di Bosnia, Albania, Bulgaria, Fær Øer e Lichtenstein. Anzi, no, il Lichtenstein no, avrà solo la possibilità di iscrivere la vincitrice della Coppa del Lichtenstein, ovvero chi perde in finale contro il Vaduz (che fa la Champions o l’Europa League).

In realtà, dando un rapido sguardo al regolamento di questo ennesimo campionato organizzato dall’UEFA, si scopre che è un modo, venduto come “inclusivo”, per far giocare decine e decine di partite dallo scarso o nullo appeal ( ma che saranno messe sul mercato televisivo) finché, in primavera, consentirà il ripescaggio di club gloriosi rimasti incresciosamente esclusi da Champions o Europa League.

Insomma, un altro espediente perché sia la UEFA ad incassare e gestire miliardi derivati dai diritti televisivi, da distribuire in parte ai club e in parte da tenersi stretti per sostenere la propria pachidermica struttura e organizzazione di potere. Calcistico, certo, ma anche molto di più.

Così, fra una balla e l’altra, slalomando fra le ipocrisie di schiere di medici al capezzale del calcio malato e alle loro promesse di fare tutto per passione e per i tifosi, il cerchio si chiude ancora a Nyon, dove ha sede la UEFA, la vittoriosa in battaglia contro i cattivi.

Chissà se un giorno (che certamente arriverà) ci si chiederà da che parte stia, davvero, l’UEFA. Sulle confezioni di PlayStation è in copertina, questo è sicuro.


Il virus delle diseguaglianze

Donna. Deputata. Sopravvissuta al più grande lager argentino 

“Il giorno in cui la merda varrà qualcosa, i poveri nasceranno senza il culo”. Frase colorita ma profondamente vera, quella che Gabriel Garcia Marquez mette in bocca al protagonista di un suo famoso romanzo, L’autunno del patriarca (questa la frase originale): l’ennesima conferma ci viene dalla pandemia.

Negli Stati Uniti già dalla prima ondata si sa che il virus colpisce in modo molto maggiore la comunità nera, quella latina e le popolazioni native. Gli ultimi dati sono stati pubblicati negli scorsi giorni e sono impressionanti: il tasso di ospedalizzazioni e quello dei decessi della popolazione nera sono stati rispettivamente 2,8  e 1,9 volte superiori alla media; peggio ancora è andata ai latini (tassi 3 e 2,3 volte oltre la media) e ai nativi americani ( 3,5 e 2,4 volte la media).

A spiegare queste differenze sono essenzialmente fattori socioeconomici, come conferma uno studio pubblicato negli scorsi giorni, che analizza i dati della pandemia in Svizzera. Condotto dall’Istituto di medicina sociale e preventiva dell’Università di Berna, con la collaborazione di ricercatori dell’Università di Zurigo e dell’Ufficio federale della sanità pubblica, si tratta per ora di un “preprint”, uno studio cioè non ancora sottoposto alla “peer review”, e quindi all’esame critico da parte di altri ricercatori che precede la pubblicazione su una rivista scientifica. Ciononostante merita attenzione per l’enorme quantità di dati sui quali è basato.

Diretto dal prof. Matthias Egger, ex presidente della Task force scientifica e responsabile dell’Istituto di medicina sociale e preventiva di Berna, lo studio ha analizzato i dati raccolti dalla Covid-19 Hospital Based Surveillance, la Sorveglianza della COVID-19 negli ospedali svizzeri: qualcosa come più di 2 milioni e mezzo di test, oltre 420 mila dei quali positivi, poco meno di 18 mila ospedalizzazioni, 1785 ammissioni in reparti di cure intensive e oltre 6 mila decessi. Questi dati sono stati incrociati con quelli dello Swiss-SEP, un indice che misura la situazione socioeconomica delle persone sulla base dei quartieri in cui abitano.

Da quest’analisi il ruolo delle differente socioeconomiche emerge con chiarezza: se chi abita nei quartieri più agiati si sottopone più frequentemente ai test, il suo tasso di positività è inferiore, così come le ospedalizzazioni, le ammissioni nei reparti di cure intense e i decessi. Chi abita invece nei quartieri economicamente sfavoriti si testa meno ma più spesso risulta positivo, viene ospedalizzato, finisce nei reparti di cure intensive e, soprattutto, più frequentemente muore.

Le ragioni sono molteplici. Da una parte, le fasce meno abbienti per lo più lavorano a contatto con il pubblico o in fabbriche e cantieri, per cui non possono farlo da casa, dove più spesso vivono con altre persone in spazi ristretti, per cui sono più esposte al rischio di contagi; dall’altra, le loro condizioni di salute sono in media meno buone (con una maggior presenza delle cosiddette co-morbidità) e la malattia viene diagnosticata più tardi perché si fanno testare meno spesso, ciò che aumenta la probabilità di esiti più gravi e di decessi. Il risultato è che tra la fascia più alta e quella più bassa le differenze sono eclatanti: la possibilità di finire in ospedale si moltiplica quasi per 3 (2,6), così come quello di finire in terapia intensiva (2,9), mentre il rischio di morire è più che doppio (2,1).

Sono cifre impressionanti, del tutto paragonabili a quelle statunitensi. E dovrebbero farci riflettere sulla nostra società e su quella pandemia contro la quale non esistono vaccini: le diseguaglianze.


L’India non respira

Donna. Deputata. Sopravvissuta al più grande lager argentino 

Se nella mondializzazione la Cina è stata battezzata la “fabbrica del mondo”, l’India ha il titolo di “farmacia del mondo”. Il subcontinente è Il più grande produttore di medicinali del pianeta, primatista nelle esportazioni di ‘generici’ a basso costo, venduti soprattutto nel Terzo Mondo. Guadagni miliardari, orgoglio dell’industria nazionale, in uno sterminato paese che combina punte di sofisticata tecnologia e una diffusa miseria.

Oggi, un primato farmaceutico tanto celebrato, ottenuto anche sfidando Big Pharma nei tribunali, contrasta violentemente con l’immagine di un colosso (un miliardo e trecento milioni di abitanti) piagato dall’esplosione della crisi pandemica. Che viaggia alla velocità di oltre 350.000 nuovi contaminati e di quasi 3.000 morti al giorno da Corona virus.

Per il momento, forse ancora per poco tempo, in proporzione alla popolazione ci sono paesi messi anche peggio. Ma un sistema sanitario deficitario e già al collasso rischia di trasformare a breve l’India in una ‘atomica sanitaria’ planetaria, per tutti minacciosa, se gli aiuti internazionali non arriveranno copiosi, e velocemente. Ci sono scene di insopportabile angoscia. I cadaveri bruciati su pire di legno improvvisate in strada, oltre che lungo i fiumi,  a causa di obitori stracolmi di cadaveri; malati in agonia distesi attorno ad ospedali non in grado di accoglierli; intere famiglie alla disperata ricerca di introvabili bombole d’ossigeno; polizia schierata attorno alle poche fabbriche che ancora ne producono e che temono l’assalto di migliaia di disperati; le brulicanti e sovraffollate periferie della miseria assoluta diventate trappole mortali; improbabili fughe dai centri su treni con carichi umani che moltiplicano i nuovi contagi; gli Stati della Federazione che competono impietosamente fra di loro e si blindano in una disastrosa mancanza di solidarietà nazionale; Nuova Delhi diventata in un paio di settimane il principale focolaio epidemico della nazione. Scene da un inferno. “È il nostro Olocausto”, ha titolato un giornale della capitale.

E anche qui un altro ‘uomo forte’ su cui pesano enormi responsabilità. Il Bolsonaro dell’India si chiama Narendra Modi, premier iper-nazionalista indù, che ha fatto della interpretazione più radicale della sua religione (80% del paese) la base di un potere quasi esclusivo, negando cittadinanza alla minoranza islamica (il 17%) persino la partecipazione all’ultimo censimento, e imponendo al mondo contadino (vi appartiene il 70% degli indiani) una riforma agraria, contestatissima nelle campagne,  che mira a frantumare le piccole proprietà  terriere per metterle al servizio delle multinazionali dell’agro-alimentare.

Modi ha chiesto controlli e censura dei social media, con il loro infinito rosario di rimproveri e accuse al premier. Di non aver preparato il paese all’emergenza, di aver trascurato la sanità, soprattutto di aver proclamato già in febbraio la fine dell’emergenza respingendo i consigli di molti specialisti. Un colossale ‘liberi tutti’ che ha spianato la strada alla nuova, violenta, incontenibile ondata di infezioni. Ha addirittura organizzato pellegrinaggi indù con una partecipazione in massa di fedeli, sua principale leva di propaganda politica. Per poi tentare di imbavagliare la stampa, e le proteste ‘in rete’ (vergognosamente assecondato da Twitter). Tanto che uno dei suoi principali e fanatici sostenitori, il monaco Yogi Adityanath, che dirige l’Uttar Pradesh, uno degli Stati più colpiti dalla crisi, ha minacciato di perseguire penalmente e di confiscare i beni di chiunque diffonda il panico con ‘voci infondate’ e ‘propaganda partigiana’ sul terribile deficit di presidi sanitari, e in particolare di bombole d’ossigeno negli ospedali.

Mentre l’India non respira.