Grande idea: donne arbitro per la partita Italia-Turchia

La migliore risposta al dittatore-sultano Erdogan, che non rispetta il genere femminile e chi lotta per i diritti 

La richiesta, ora una formale proposta alla UEFA, è del «Giardino dei Giusti» e del suo fondatore Gabriele Nissim.

Diciamo la verità. La notizia che ci ha davvero angosciato, seppur per poche ore, era la più orrenda che un vero e appassionato tifoso del calcio, lo sport popolare più bello del mondo, potesse immaginare: 12 presunti padroni del pallone, ma sarebbe meglio dire sciocchi presuntuosi, avevano deciso di farsi un torneo tutto da soli, nel nome dei soliti stramaledetti soldi. Dal Real Madrid, onusto di gloria, alla Juventus che dello stile di Gianni Agnelli ha soltanto la tradita eredità, ad altri affamati miliardari sepolti dai debiti, volevano farsi un torneo tutto loro, dimenticando che il calcio è uno sport fatto di passioni, di tifosi e non di soldi. Voglio dire per l’ennesima volta grazie al presidente del Torino e nostro editore Urbano Cairo per la ferma opposizione al progetto suicida, e a Massimo Gramellini per aver ridicolizzato il folle progetto dei 12 sulla prima pagina del Corriere. Direi che la vittoria è schiacciante. Questa idiozia da miliardari inebetiti è finita nel letame, e questo mi riempie di gioia.

Vi chiederete: ma cosa c’entra con Voci dal Vicino Oriente? C’entra eccome, perché Gariwo, la foresta dei Giusti, i veri Giusti, creata e fondata da Gabriele Nissim di cui mi onoro di far parte, ha lanciato una proposta fantastica. Cerco di spiegarla con la massima sintesi. Le partite di UEFA EURO 2020 (rinviate per la pandemia Covid-19) si giocheranno nelle stesse 12 città previste originariamente dal Comitato Esecutivo UEFA. Bene, il torneo si giocherà dall’11 giugno all’11 luglio 2021, e lo stadio Olimpico di Roma è stato designato per la partita inaugurale. Quale? Italia-Turchia. La partita, la prima alla presenza di spettatori che non vedono l’ora di tornare allo stadio, rappresenta un ritorno alla vita e ai suoi valori.

E allora la richiesta, diventata una formale proposta di Gariwo, che dal Monte Stella Milano è diventato un concreto simbolo di solidarietà in tutto il mondo, è di chiedere alla UEFA che la partita inaugurale degli Europei venga arbitrata da un team di arbitri donne. La partita infatti si svolgerà solo poche settimane dopo il decreto governativo del 20 marzo che ha sancito il ritiro della Turchia dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, nota anche come Convenzione di Istanbul. Il 12 marzo 2012 la Turchia era stata il primo Paese a ratificarla. Condivido questo passo per un nugolo di motivi. È ora di smetterla con le stupidaggini e occorre passare alle cose serie, da affrontare con la schiena dritta. È ora, come continuo a sostenere, di superare i sentieri tremebondi dei «ma» e dei «però». Se non si affrontano i problemi di petto, si perde dappertutto.

Ecco perché consentire che siano Donne, proprio nella partita di calcio con la squadra del Paese dove il sultano dittatore tratta le donne senza alcun rispetto e civiltà, è davvero fondamentale. Grazie Gariwo. Spero che la proposta venga accolta. Dopo tante sciocchezze, avremo finalmente una scelta giusta.

Articolo pubblicato da Corriere TV il 25 aprile


Cartellino rosso

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L’accordo della discordia

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“Le nostre divergenze con l’Unione europea sono sostanziali” – Guy Parmelin

“Le richieste svizzere sono inaccettabili” – Portavoce di von der Leyen.

Le relazioni fra Berna e Bruxelles si sono arenate. Eppure la Svizzera condivide gli stessi valori ideali e democratici con l’Unione europea che è poi il nostro principale partner economico e commerciale. Un clima di sfiducia che impedisce di confrontarsi a viso aperto e di risolvere i propri problemi. Vi è un’ostilità di principio camuffata dietro il paravento della sovranità, un concetto sbandierato in funzione degli opportunismi politici.

Una nozione a geometria variabile come spiega l’ex consigliere federale del PLR, Pascal Couchepin. “Certo la sovranità è importante – dice – ma nessuno ha versato una lacrima sulla nostra sovranità quando gli Stati Uniti hanno costretto la Svizzera ad abbandonare il segreto bancario. Lo si è accettato senza batter ciglio. Dall’Europa invece vogliamo tutto – prosegue Couchepin – e se non lo riceviamo gridiamo all’imperialismo di una potenza ostile”. Una disparità di trattamento che emerge anche nei rapporti con la Cina.

Le critiche alle violazioni dei diritti umani in Cina sono fuori luogo, secondo i falchi dell’UDC. Sono persino contrarie alla neutralità elvetica ha scritto con un’incredibile faccia tosta il deputato dell’UDC Roger Köppel. Dal canto suo Magdalena Martullo-Blocher ha affermato che la Cina ha “il governo più competente al mondo”. Chiude gli occhi sul brutale apparato oppressivo a Hongkong, in Tibet e contro gli Uiguri. Se ha dei sentimenti di compassione non è per le vittime della dittatura cinese, bensì per i cittadini europei. “A cosa servono le loro democrazie – ironizza – se fanno promesse finanziariamente proibitive”.

Una tale esasperata ostilità avvelena le relazioni con l’Unione europea e in definitiva ostacola la ricerca di soluzioni e compromessi nell’interesse di entrambe le parti. “Certo perdiamo un po’ della nostra sovranità, osserva Pascal Couchepin, ma non è granché, è accettabile, in cambio possiamo mantenere il nostro benessere che dipende da buone e stabili relazioni con l’Unione europea”.


Neutralità in svendita

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La Liberazione non è una volta per tutte

La migliore risposta al dittatore-sultano Erdogan, che non rispetta il genere femminile e chi lotta per i diritti 

Sto scrivendo queste righe nel giorno della festa della Liberazione decretata in Italia dopo la seconda guerra mondiale. Avverto sempre un senso di riconoscenza per tutti coloro che si sono battuti nelle fila della Resistenza – sino al sacrificio estremo della propria vita – per opporsi alla barbarie e all’oscurantismo di ideologie e regimi totalitari che non tolleravano, nelle loro logiche assolutistiche e totalizzanti, alcun tipo di dissenso e qualsiasi forma di pluralismo o di accoglienza della differenza e dell’alterità.

Assieme al sentimento di gratitudine mi sono chiesto in che modo oggi sarebbe plausibile essere degni ed onorare la memoria di chi ha lottato per la libertà e l’affermazione della democrazia. In altre parole: come attualizzare quello spirito di resistenza, applicandolo alle vicende attuali e alla nostra contemporaneità esistenziale?

Marcanti le parole del premier Mario Draghi quando nella sua allocuzione del 25 aprile ha dichiarato che in quelle circostanze non tutti gli italiani si sono rivelati brava gente e vi fu chi si voltò dall’altra parte: “dobbiamo ricordare che non scegliere è immorale”.

È proprio in questo principio che potremmo riconoscere il fondamento di un possibile atteggiamento resistenziale capace di eludere la passiva accettazione dell’esistente e la fatalistica rassegnazione all’usuale andamento degli eventi. Sì, poiché non tutte le scelte sono equivalenti e si pongono sullo stesso piano e il fatto di eluderle, con l’inazione e l’indifferenza, comporta posizioni riprovevoli e francamente colpevoli sul piano etico-politico.

Anche in tempo di pace (almeno alle nostre latitudini, poiché non va dimenticato che in molte parti del mondo sono in corso o latenti numerosi focolai di guerra più o meno cruenti), ma forse soprattutto quando ci si trova in situazioni del genere senza l’assillo delle emergenze belliche o di eventi estremi, occorrerebbe sviluppare ed alimentare con vigore e convinzione quegli anticorpi volti non solo a combattere i virus biologici, bensì quelli che si insinuano nelle nostre menti e nei nostri animi in veste di pregiudizi, xenofobia, razzismo, rigetto o rifiuto dell’altro, ma anche indifferenza nei confronti della sofferenza o delle difficoltà altrui.

Per passare a qualche esempio concreto, pensiamo al servilismo o alla piaggeria dimostrati dai notabili europei nei confronti del dispotico Erdogan, che tiene in scacco l’occidente con la minaccia di aprire i rubinetti dei profughi ammassati nel suo paese alle porte dell’Unione europea, dopo aver ricevuto da quest’ultima fior di miliardi per gestirne le frontiere orientali. Così, per non urtarne la suscettibilità, lo blandiamo o perlomeno tolleriamo una repressione feroce di qualsiasi dissenso senza reagire alla sua tracotanza, perché ci serve per tenerci lontani visitatori indesiderati, vale a dire sacche di disperati. Emblematico il noto episodio avvenuto di recente a Istanbul della mancata poltrona predisposta dal protocollo turco per la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, rimasta in piedi per imbarazzanti minuti mentre probabilmente il padrone di casa gongolava per l’imbelle reazione dei suoi ospiti, in primis Charles Michel presidente del Consiglio europeo rimasto silente (patetica l’esternazione di Michel, il quale ha dichiarato candidamente in seguito che per alcune notti non ha trovato il sonno ripensando all’accaduto … il che la dice lunga sullo spessore e la statura di chi è alla testa degli organi vitali dell’UE).

Per fortuna, esistono esempi di segno opposto, con la scarcerazione del noto giornalista e scrittore turco Ahmed Altan, voce libera e indipendente che non si è piegata ai diktat dell’attuale regime insediato al potere, da quattro anni in prigione per accuse pretestuose che la Corte europea dei diritti umani ha stabilito in una sentenza fossero illegittime. Ciò a seguito di una massiccia mobilitazione di associazioni internazionali e di cittadini impegnati che hanno esercitato una pressione mediatica tale da spingere le autorità di Ankara alla liberazione di Altan (non si sa sino a quando). A dimostrazione che anche l’attivazione dal basso con la firma di appelli, l’invio di email alle ambasciate in causa, la reiterata pubblicazione di articoli sulla stampa internazionale può fare la differenza.

È anche per questi spiragli di speranza che vale la pena non rassegnarsi alla sorda accettazione dello status quo e lanciare qualche j’accuse alla nostra paciosa inerzia.

In questi giorni oltre 100 migranti hanno trovato la morte nel Mediterraneo dopo aver invocato inutilmente per due giorni aiuto, senza che nessuno venisse loro in soccorso. Si allunga così, spaventosamente, la lista dei cadaveri che hanno trovato la loro tomba in quello che i romani chiamavano “Mare nostrum”, ma che è semplicemente una distesa d’acqua che divide due mondi: per chi viene da sud è il prezzo da pagare per anelare a una vita migliore; per chi sta dall’altra parte concepito prevalentemente come barriera protettiva e respingente delle ondate migratorie.

Rimane ormai più solo il papa a tentare un timido risveglio delle nostre coscienze, con il monito: “È il momento della vergogna!”, cui aggiunge le sue preghiere “per questi fratelli e sorelle e per tanti che continuano a morire in questi drammatici viaggi”, estese anche a “coloro che possono aiutare, ma preferiscono guardare da un’altra parte”.

Infatti, “quelle persone si potevano salvare. C’è una responsabilità politica dell’Europa divisa”, ha dichiarato Laurence Hart, direttore dell’ufficio di coordinamento per il Mediterraneo dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

Dopo quasi tre quarti di secolo d’esistenza, la ‘divisione’ è divenuta una cifra più sostanziale dei nobili proclami e intenti dei padri fondatori dell’UE. In effetti, ancora una volta, ha caratterizzato i paesi del nostro continente nell’affrontare la crisi pandemica che stiamo ancora vivendo, con la prevalenza di atteggiamenti sovranisti e nazionalistici a scapito di una vera e propria solidarietà e concertazione, dove ciascuno ha cercato egoisticamente di vincere la corsa alla vaccinazione.

Si è avuta conferma di tale propensione a procedere ciascuno per sé anche in occasione del fallimento di una politica coordinata dei flussi migratori, con il rifiuto eretto da diversi paesi dell’Unione di accogliere sul proprio territorio un numero assolutamente irrisorio (rispetto alle decine di milioni di profughi in movimento sul nostro globo) di migranti secondo una chiave di ripartizione che teneva conto della dimensione demografica di ciascuno, proprio per non urtarne gli assetti socioculturali.

Oggi, a parer mio, l’eredità resistenziale ci induce a nutrire costantemente la capacità di indignarci nei confronti delle ingiustizie, delle enormi sperequazioni esistenti, dello stato del pianeta che ci ospita, secondo l’esortazione di un grande vecchio della Resistenza, Stéphane Hessel, uno degli estensori della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948: “È ormai tempo che etica, giustizia ed equilibrio duraturo diventino preoccupazioni prioritarie” (S. Hessel, Indignatevi!, ADD Editore, 2011, pp. 27-28)

Un’indignazione creativa e propulsiva che vada al di là delle nobili preghiere del papa e delle esortazioni o dei moniti della bella ed encomiabile gioventù alla Greta Tumberg e che si traduca in azioni e misure concrete capaci di salvare vite di bambini, donne e uomini sui barconi, così come di salvarci da onde pandemiche con vaccini messi a disposizione di tutti (compresi i paesi più poveri, per ora in larga misura dimenticati, come se il covid rispettasse le frontiere e andasse a picco in fondo al mare insieme agli annegati), e di semplicemente garantirci la sopravvivenza su una terra che ci sta sottoponendo il conto delle continue violazioni dei suoi limiti.

Oggi è il tempo, come non mai, di scelte forti, coraggiose e impegnative, per le quali occorre una classe politica all’altezza e una mobilitazione corale e responsabile della società civile, con l’aborrimento di pigrizia e indifferenza:

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. (…) Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”

Antonio Gramsci, in La Città Futura (rivista da lui fondata), 11 febbraio 1917


Un mare di mostruosa indifferenza

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Ho un difetto piuttosto grave, soprattutto per me e per la mia serenità quotidiana: ho una memoria che funziona. Così, alla notizia dell’ennesima mattanza di migranti, mi viene in mente quella volta (2013) in cui i morti furono trecento, al largo di Lampedusa. In quell’occasione, un anziano notista del Corriere e già capo dell’attualità RSI aveva pensato di poter contestare ogni responsabilità (anche morale) in capo ai benpensanti come lui, e in generale al “primo mondo”. E anche adesso, c’è la rincorsa un po’ oscena all’autoassoluzione, la colpa essendo solo di altri; dei paesi di origine incapaci di trovare pace, dei passatori voraci e senza cuore, delle ong che stimolerebbero la migrazione e, magari, anche dei morti (che se fossero stati a casa loro…); ma per noi, nessuna responsabilità e nemmeno un problema di coscienza, ci mancherebbe altro.

A differenza del mondo cattolico – e a differenza dei suoi salmodianti soldatini, come appunto il notista di cui sopra – a me non vengono in soccorso preci né confessionali, nessun dio infinitamente misericordioso che tutto perdona, tutto monda e tutto sana; e questo tripudio autoassolutorio non mi consola neanche un po’.  E così torno a guardare indietro, alla storia del continente africano, allo schiavismo, al colonialismo e a tutto quel vorace depredare che i bisnonni, nonni (e padri) di coloro che adesso si chiamano fuori, e a quanto questa arrogante e criminosa azione di secoli abbia contribuito al nostro benessere e abbia, di converso, ritardato o spezzato quello altrui; e, passando alla cronaca, a quanto si continua a fare, impietosamente, in quei paesi per glorificare – per globalizzazione informativa interposta – i valori, il benessere e i successi della nostra gloriosa società mercantile.

Da laico, e maledettamente insonne dopo notizie come queste, penso: non abbiamo altro da dire a questi disperati, se non che non si faccia appello alle nostre coscienze? che non è colpa nostra se ora essi giacciono sotto montagne d’acqua, o galleggino a faccia in giù appesi a un inutile salvagente?  che, al di là di muri, di navi da guerra e di gulag libici nulla si può fare per mettere fine a questa situazione intollerabile? A difetto di soluzioni, davanti a questi corpi mi aspetterei almeno di sentire che, per nostra insensibilità ed egoismo, è colpa molto nostra, della nostra storia e della nostra attualità, se essi hanno percorso una drammatica via crucis che non li ha condotti altrove se non in una tomba d’acqua.

Non mi sento molto bene di fronte a queste vittime della modernità; ma sicuramente è un problema solo mio, e comunque non di coloro che passano la domenica a lustrarsi la coscienza con gli alti valori del cristianesimo, e il resto della settimana a dimenticarsene.


Di varianti e di svarioni

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Ed ecco anche la “variante svizzera”! Lo ha annunciato ieri La Stampa: “Primo caso di variante svizzera in Piemonte: è altamente infettiva come quella inglese”, titolava il quotidiano torinese. A scoprire il nuovo ceppo, si legge nel testo, è stato l’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) di Candiolo. È stata isolata in un uomo di 57 anni che già aveva avuto la CoViD19 in novembre e si è sottoposto al tampone perché era entrato in contatto con una persona infetta.

Altri dettagli sulla nuova variante non ci sono, per cui la notizia va presa con le pinze, anche perché, come c’è la pornografia del dolore, negli ultimi mesi si è sviluppata la pornografia delle varianti che saltano fuori da ogni dove, manco a dire tutte contagiosissme e pericolosissime.

“Questo genere di articoli serve a poco. Senza maggiori informazioni, è impossibile sapere cosa hanno trovato in questo campione e perché lo chiamano ‘variante svizzera’ “. In un tweet, ecco il commento della dottoressa Emma Hodcroft. La ricercatrice all’Università di Berna è tra i massimi esperti del tema e definisce l’articolo della Stampa “un buon esempio del perché i nomi geografici sono al tempo stesso dannosi e non informativi. (…) Alimentano le speculazioni e questo non aiuta” (qui).

Se poi la “variante svizzera” fosse la B.1.1.39 come sosteneva ieri il Blick,  “non c’è nulla di nuovo e dalle informazioni disponibili non si capisce bene perché dovrebbe essere molto preoccupante”, conclude in un altro tweet la cacciatrice di virus, come è stata definita per essere stata tra i fondatori di Nextstrain, un’organizzazione che traccia in tempo reale l’evoluzione di numerosi virus, SARS-CoV-2 compreso.

Ma, in attesa di maggiori informazioni su quella svizzera, è stata proprio una variante a fare notizia lo scorso week-end: l’annuncio che anche in Svizzera è arrivata la cosiddetta “variante indiana”, la B.1.617. O, per essere più precisi, che era arrivata a fine marzo e quindi, con buona probabilità, nel nostro paese si sta ormai diffondendo da alcune settimane.

Questo il tweet con cui, sabato in tarda mattinata, l’Ufficio federale della sanità pubblica ha dato la notizia: “Il primo caso della variante indiana del COVID 19 è stato trovato in Svizzera. Si tratta di un passeggero che era entrato attraverso un aeroporto di transito. La consultazione sull’inserimento dell’India sulla lista dei Paesi a rischio è in corso”.

Ritardo della comunicazione a parte, che ci si debba ancora consultare sull’inserimento dell’India nella lista dei Paesi a rischio la dice lunga su come la Svizzera stia affrontando la pandemia. Della situazione indiana c’è poco da dire se non che i contagi stanno esplodendo (se ne registrano più di 300 mila al giorno), così come i decessi (più di duemila al giorno, dati di Our World in Data), tanto che c’è chi teme che si possa arrivare a più di due milioni di vittime (a oggi sono 200 mila).

Della variante, per quante notizie allarmanti si siano lette (a cominciare dalla cosiddetta doppia mutazione che in termini scientifici non significa nulla), per ora si sa poco: al momento non è nemmeno nel novero delle VOC, le varianti pericolose (Variants of Concern), anche se è un’osservata speciale; e soprattutto non si sa se è davvero all’origine dell’esplosione dei casi in India e tanto meno se si rivelerà resistente ai vaccini (qui le valutazioni di due esperti).

Ciononostante, prendere delle precauzioni sarebbe il minimo. Certo però che l’inserimento dell’India nei Paesi a rischio servirebbe a poco, se poi succedesse come con il Brasile, altro paese ad alto rischio per l’alta incidenza della pandemia e per la presenza di una variante, la P1, indubbiamente pericolosa: i voli da quel paese continuano ad atterrare negli aeroporti svizzeri perché, ci dicono le nostre autorità sanitarie, anche proibendoli non avremmo la garanzia che dal Brasile non arrivino comunque dei passeggeri, transitando da altri aeroporti…

Che aggiungere, se non che lo #SwissCovidFail proprio non conosce eccezioni!


Applausi alla disobbedienza

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Applausi alla scelta di Sarah Voss, la giovane ginnasta tedesca che ha sfidato il rigido e ambiguo regolamento delle federazioni di ginnastica di tutto il mondo in materia di abbigliamento, portando avanti quello che sul suo profilo Instagram chiama “progetto del cuore della nostra squadra”.
Applausi alla disobbedienza di Sarah Voss, che ai campionati europei di ginnastica di Basilea si è presentata in elegante e sinuosa tuta intera, in barba a giurate e giurati, allenatrici e allenatori, politiche e politici, che ad oggi avevano liquidato con una sprezzante alzata di spalle e un sorrisetto ogni tentativo da parte delle atlete di spiegare come, davanti a una palestra gremita, si possa provare imbarazzo quando, producendo complicati esercizi, si deve anche fare attenzione che il tessuto non scivoli perché le tute sono troppo sgambate e attillate.

Anche il regolamento dell’Associazione cantonale ticinese di ginnastica (ACTG) ha sempre parlato chiaro: ai maschi, perlomeno ad anelli, sbarra e parallela, la possibilità di scegliere fra pantaloni corti o lunghi, alle femmine (e qui vale la pena aprire le virgolette) “A tutti gli attrezzi è permesso solo il costumino sgambato. Nessun tipo di pantaloncino sarà concesso”.

Questa perentorietà in odore di discriminazione di genere non fu sufficiente a evitare il dileggio nazionale (sì, nazionale!) nei confronti delle coraggiose deputate PS Gina La Mantia e Tatiana Lurati quando, nel 2019, presentarono un’interpellanza al Consiglio di Stato a questo proposito. E non sono stati sufficienti neanche i numerosi racconti di ragazze penalizzate sul punteggio delle gare per avere indossato i proibiti pantaloncini causa ciclo mestruale. E nemmeno il fatto che prima delle gare le ragazze si spalmino la colla sulla pelle per appiccicare la tutina, affinché non scivoli, o che quando questa invece scivoli, il gesto di rimetterla al suo posto comporti un’ulteriore riduzione di punteggio. Last but not least, nulla hanno potuto in questo senso nemmeno i tristi abusi a sfondo sessuale nella Federazione ginnastica USA e alle nostre latitudini.

Applausi dunque alla donna Sarah Voss, che con la naturalezza e il coraggio sereno di chi sa di essere nel giusto, perché in linea con la propria integrità morale, è riuscita con un semplice gesto, là dove tutti hanno preferito negare e volgere lo sguardo altrove.


Hong Kong agli Oscar, una generazione di attivisti al crocevia

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Da Singapore

La candidatura agli Oscar di Do not split, un documentario sulle proteste pro-democrazia di Hong Kong ha riportato sul palcoscenico internazionale la battaglia dell’ex colonia Britannica e dei suoi giovani, pronti a sacrificare la vita per libertà e diritti umani.

Secondo il regista norvegese Anders Hammer, le marce del 2019 documentate nel suo lavoro, rimangono uno degli eventi più significativi degli ultimi anni, perché la mano pesante di Pechino continua a plasmare Hong Kong, sebbene  il tema non domini più il ciclo delle notizie.

Mesi di proteste, che hanno mobilitato fino a due milioni di persone, sono stati capaci di fermare il disegno di legge sull’estradizione di latitanti verso la Cina, ma non quella ancora più controversa sulla sicurezza nazionale, che punisce tutto ciò che Pechino considera sovversione, secessione, terrorismo o collusione con forze straniere.

I critici dicono che la legislazione limita i diritti e le libertà del territorio, a cui era stato promesso un alto grado di autonomia, dopo il ritorno sotto il dominio cinese nel 1997. I sostenitori credono che la norma abbia ristabilito l’ordine nel centro finanziario, sconvolto da mesi di scontri tra le due fazioni.

La verità è che la misura sta spingendo molti giovani all’auto-esilio. Anche chi non è finito in carcere per aver preso parte alle proteste contro Pechino, non vede futuro. Ma nemmeno andarsene è un’opzione facile. In base alla nuova norma, la polizia ha il diritto di confiscare i documenti di viaggio di chiunque sia sospettato di mettere in pericolo la sicurezza nazionale.

A creare nuovo allarme è inoltre una modifica della legge sull’immigrazione proposta dal governo di Hong Kong, che potrebbe diventare realtà il 1. Agosto. La disposizione concede ampi poteri ai funzionari per impedire a qualsiasi individuo di salire a bordo di un aereo o di una nave, senza ottenere un’ordinanza del tribunale.

Per mesi la Cina ha criticato il governo di Boris Johnson per il suo schema di visti, che offre piena cittadinanza britannica a coloro che volessero lasciare il territorio cinese. Pechino accusa Londra di dare rifugio ai criminali.

Alcuni analisti ricordano che Hong Kong è un potente simbolo del secolo di umiliazioni subìto dalla Cina tra il 1842 e il 1949 e per questo rimane una questione sensibile. Quando il gigante asiatico rifiutò l’offerta dell’Impero britannico di accettare oppio in cambio di tè locale, Londra bombardò il territorio cinese, che le autorità furono costrette a cedere. Solo 150 anni più tardi, Pechino ne ha ripreso il controllo.

Malgrado le pressioni e le condanne internazionali per l’erosione delle libertà fondamentali di Hong Kong, garantite dal modello “un paese due sistemi”, Pechino continua sulla sua strada. Dopo aver schiacciato i leader più giovani dell’opposizione, il governo di Xi Jinping ha punito anche i suoi amministratori storici. Il 16 aprile scorso, Martin Lee, 82 anni, considerato il padre della democrazia di Hong Kong, è stato condannato penalmente per la prima volta in decenni di attivismo pacifico. Con lui altri personaggi di spicco del movimento democratico, tra cui il magnate dell’editoria Jimmy Lai, sono stati riconosciuti colpevoli di aver organizzato e preso parte a proteste illegali.

Non è un caso che Pechino  abbia deciso di censurare la diretta televisiva della kermesse hollywoodiana, irritata dal fatto che il film di Anders ritragga i manifestanti pro-democrazia come eroi. Secondo il Global Times, la testata controllata dal Partito Comunista, il cortometraggio è ricco di falsità.

Do not split non ha vinto l’Oscar, ma bloccarne l’accesso ha contribuito ad attirare l’attenzione su un tema che la Cina vorrebbe vedere sotterrato tra le tante notizie, che distraggono il mondo  dalla lotta di una generazione di attivisti al crocevia.


Agnelli & co.: uno sconcio “outing”

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È il capitalismo rampante, bellezza, quello rimasto solo in campo, libero di farsi i fatti suoi. OK, ma: caro Andrea (Agnelli), caro Florentino (Perez), caro Malcolm (Glazer) – se andate avanti così rischiate di resuscitare il Barba di Treviri, quel tipo che riposa a Highgate, e che sino a pochi anni fa, sportivamente parlando, era il vostro più fiero e noto avversario, tanto che veniva chiamato per nome: Marx.

Sì, perché l’avete fatta grossa: facevate le pernacchie ai cortei che gridavano “el pueblo unido jamàs sera vencido”, figuriamoci se poteva interessarvi il parere del popolo del calcio. Quello per voi era solo l’erede della suburra romana comprata con un po’ di “panem et circenses”, ma anche del “Franza o Spagna purché se magna”: una pagnotta e le partite delle 20 migliori squadre, in primis inglesi, spagnole e italiane e tutti allo stadio a urlare, mentre voi li spennate con i prezzi d’entrata e gli abbonamenti delle TV private, 35 franchi al mese, mica come quelli che si pagano ai “fuchi” delle TV pubbliche, di Comano e di tutti gli altri paesi.

La tua squadra del cuore tutto l’anno, giorno e notte, una scorpacciata, un vero oppio propinato da 12 miliardari (sul serio, non tanto per dire) che si sono mangiati l’intera torta: e non hanno poi fatto troppo male i conti, fans inglesi esclusi, perché in Spagna e in Italia, il 45-48% dei tifosi erano  d’accordo con il progetto, con l’oppio garantito.

Ma dai: citare ancora una volta il Barba di Treviri?  Lo facciamo da giornalisti: per mestiere dobbiamo essere infarinati sulle diverse opinioni, teorie e  posizioni: conosciamo persino quelle di Pamini sull’ AVS (la vorrebbe abolire).

Ma veniamo al sodo: la religione, con le sue false consolazioni, secondo il Barba, aiutava a sopportare  l’ingiustizia che condannava alla miseria le masse dell’Ottocento, nel frattempo diventate più benestanti, proprio per la paura che i ricconi, i magna-magna, avevano nei confronti di certe teorie sull’evangelica “giusta mercede”, e la conseguente possibile rivolta.

Ora la Santa Messa domenicale è celebrata al “Bernabeu”, “al Nou Camp”, a “Stamford Bridge”, al “Delle Alpi”.

Per fortuna lo sconvolgimento del mondo del calcio è durato pochissimo: subito dopo  l’annuncio del presidente del Real Madrid Florentino Perez, “bei Nacht und Nebel”, a notte fonda e nebbiosa, sulla testa dei 12 marpioni sono state rovesciate palate di materia di colore oscuro: e tutti, meno Florentino e Andrea si sono ritirati con la coda fra le gambe: persino l’americano Stan Kroenke, 10 miliardi di patrimonio, il boss dell’Arsenal che lo aveva strappato a un altro “vu cumprà”,  Alisher Usmanov, per una manciata di fave (550 milioni di sterline)si è scusato con i tifosi con gli occhi lucidi.  E dire che Kroenke è un duro: ha lanciato una TV privata per gli amanti della caccia in cui si vedono i prodi che uccidono elefanti e  leoni.

Ma quello che ne è uscito peggio è stato l’erede di un caposaldo del capitalismo, Gianni Agnelli: Andrea è stato insultato dal suo migliore amico, quell’Alexander Ceferin, sloveno, che aveva fatto da padrino al battesimo della figlia e lo aveva nominato di fatto mediatore fra l’autorità europea, l’Uefa, e l’ECA, l’organizzazione mantello dei potenti europei, da sempre con un piede in una scarpa, quella della Champions League, e una nell’altra, quella di una Lega privata riservata  ai super-ricchi, senza retrocessioni, senza un Benevento, un Eibar un Brighton qualsiasi che, orrore!, magari ti batte.

“Senza il nostro progetto il calcio ha 4 anni di vita” aveva detto Perez: ipocrita, il tuo calcio: se eviti di comprare Mbappé per 300 milioni a 30 milioni di stipendio annuo, eviti il fallimento con 901 milioni di debiti.

Ma non è solo lui che predica bene e razzola male; il Milan ha prolungato il contratto con il 40enne Ibrahimovic per un altro anno, per  7 milioni di euro. In casi del genere a Napoli si dice “chiagni e fotti”.

Agnelli faceva un altro tipo di doppio-gioco: stava con Ceferin e la Uefa, ma da gennaio preparava con Perez la scissione. “Avevo il serpente in casa”, dice Ceferin, “nella mia vita di avvocato penalista non ho mai visto un simile bugiardo”: poco prima dell’ osceno ”outing” ufficiale, a una precisa risposta, Andrea gli  aveva detto che la “Super League” era una chiacchiera da corridoio.

Ora il giovane Agnelli ha perso la presidenza dell’ECA, andata a Nasser Al-Khelaifi, patron del Paris S. Germain, il suo ruolo di “longa mano” di Ceferin nell’Uefa, il suo rango all’interno della Federazione Italiana, rango che rischia di perdere anche alla testa della Juventus. Potrebbe essere sostituito, perché ora è impresentabile, come i 6 rappresentanti delle squadre inglesi secessioniste: se non se ne vanno gli altri 14 li sfiduceranno alla prossima assemblea.

Come cambia il capitalismo! La facciata, perlomeno, perché la sostanza rimane.

Ma smentire in modo così arrogante, rozzo, i suoi cardini etici e filosofici –  la concorrenza, il libero mercato –  impedendo ai rivali di partecipare, di vivere,  di tentare perlomeno (nello sport poi!) è stato troppo: il padre di Andrea, Umberto, uno squisito signore piemontese, conosciuto a Palazzo Stupinigi in occasione di una ricorrenza storica della Juve, avrebbe agito in altro modo; suo zio Gianni che a Monza salutava il nostro mitico cronista d’assalto Noseda con un caloroso “Ciao Noce!” pure. Il grande Agnelli spiazzava i VIP in tribuna: ma come, ma chi era questo “Noce” pappa e ciccia con quel moderno Sovrano?