L'ipotesi di una 'tassa di solidarietà' transitoria per affrontare la crisi economica da Covid-19
Sergio Rossi – Aiutare lo Stato per aiutare le imprese
Biden sugli Armeni: fu genocidio
L'ipotesi di una 'tassa di solidarietà' transitoria per affrontare la crisi economica da Covid-19
Durante la pianificazione dello sterminio degli ebrei, venne chiesto a Hitler se non fosse preoccupato delle possibili reazioni internazionali. Risposta del Führer: “Perché mai, forse che qualcuno si ricorda ancora degli Armeni?”. La tragedia della Shoah venne poi e a lungo ignorata, ma soprattutto elusa e occultata, dalle nazioni della coalizione anti-nazista, che aveva abbondanti riscontri del genocidio, ma riteneva che soltanto la vittoria militare avrebbe potuto fermare quell’atroce pagina dei molti mali del “male supremo”. Fu diverso per la strage degli armeni, scatenata dai ‘Giovani Ufficiali’ turchi , che, convinti di tenersi in seno una comunità pronta a collaborare con la nemica Russia, con la ‘legge Tehcir’ del maggio 1915 autorizzarono la deportazione in massa, tramutatasi in ‘marcia della morte’ per circa un milione di persone.
Sembrò che sul dramma degli armeni i responsabili della tragedia fossero riusciti a mettere una pietra tombale fatta di silenzi, oblio, complicità. Anche se c’erano le testimonianze dei sopravvissuti, la inequivocabile documentazione fotografica dell’ufficiale prussiano Armin Wegner, e presto il romanzo “Quaranta giorni del Mussa Dag”, di Franz Wessel, straordinario e dolente affresco di una comunità che cercò inutilmente di sottrarsi allo sterminio rifugiandosi sul Monte degli Armeni. Strage sempre tenacemente negata con arroganza da una Turchia prigioniera dei suoi dèmoni nazionalisti. ‘Negazionismo’ della ‘prima pulizia etnica’ del Novecento (contro una minoranza cristiana), che difficilmente poteva però resistere all’evidenza storica, alla memoria tenacemente coltivata dalle comunità armene in esilio, e infine alla nascita (con il collasso dell’Urss) di una nazione armena ai margini dell’ex impero, nazione fragile ma indipendente.
Poche le nazioni europee che nel periodo della guerra fredda riconobbero ufficialmente quel genocidio d’epoca ottomana. Prigioniere del ricatto turco, dunque di un paese a lungo considerato baluardo della Nato sul fianco sud-orientale, e candidato all’adesione alla Comunità europea. Oggi lo scenario è profondamente cambiato, e su questo sfondo va collocato l’annuncio di Joe Biden, che finalmente decide di trascinare gli Stati Uniti fuori da un secolare, imbarazzante e intollerabile diniego. Erdogan (già definito pubblicamente ‘autocrate’ dal capo della Casa Bianca, nonché ‘dittatore’ dall’italiano Mario Draghi) non è più considerato l’alleato ‘imprescindibile’ per la sicurezza occidentale. Il suo dissociarsi dalle regole dell’Alleanza Atlantica – spinto fino all’acquisto di missili russi – ; la partnership con Putin nell’occupazione militare della Siria settentrionale e nel comune intervento in Libia; il dichiarato disegno di sfruttare con la forza parti non sue del Mediterraneo ricco di ricchezze energetiche; il disprezzo nei confronti dell’Europa e di quelli che almeno teoricamente sono i ‘valori fondanti’ delle democrazie occidentali (diritti umani, riconoscimento delle minoranze, rispetto della donna), e il tunnel della crisi economica in cui ha testardamente infilato il suo paese: tutto questo ne fa un ex alleato poco affidabile, sempre più isolato, e in difficoltà anche sul piano interno. Così, finalmente, la superpotenza decide di giocare anche la carta della verità storica, che nemmeno Obama aveva osato mettere sul tavolo. Una mossa, quella del sempre più sorprendente Biden, che spinge ulteriormente all’angolo l’irritabile, ondivago e illiberale neo-sultano: che sicuramente reagirà ancora una volta appellandosi all’unità e all’orgoglio nazionali, puntuale strumento della sua ossessiva propaganda, e dei tentativi di ‘islamizzare’ la società turca.
E chissà che, superando una diplomazia fin troppo remissiva, anche la Svizzera, finora inchiodata per interesse economico al rispetto del negazionismo di Ankara, non decida finalmente e ufficialmente di uscire da una complicità durata oltre il limite della decenza.
Rupen Nacaroglu: Sono figlio del genocidio
L'ipotesi di una 'tassa di solidarietà' transitoria per affrontare la crisi economica da Covid-19
Testo scritto nel 2017
Paraná
L'ipotesi di una 'tassa di solidarietà' transitoria per affrontare la crisi economica da Covid-19

foto © Marco D’Anna
Il mare a volte si ferma, i marinai lo sanno; restano muti anche loro, aspettano senza farsi troppe domande, fumano e continuano a riempiere i bicchieri prima di raschiare il fondo e lasciar venire a galla certi pensieri.
Arriva sempre la malinconia con le ultime gocce.
Quella sera era così, il Paraná era immobile, immerso nel vuoto, anche l’aria se n’era andata.
Era tutto sospeso, mancava il vento, lo sciabordio delle onde sui legni e anch’io ero così, come le reti vuote dei pescatori.
Non parlavamo, non ci muovevamo ma stavamo bene lo stesso, sapevamo che un giorno il mare ci avrebbe portati lontano e avremmo rimpianto quel momento di pace.
Anche noi eravamo liquidi, amavamo il silenzio, le onde e la risacca, eravamo come il mare.
Dopo tanti anni di viaggi, Marco & Marco non potevano fermarsi. Abbiamo deciso di ripartire attraverso l’Immaginario, del resto lo diceva Saramago, “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione…” Ecco quello che faremo, torneremo per vedere con altri occhi… se volete potrete partire con noi.
Cosa ci dice quel corpo in mare
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Il corpo infilato in un inutile salvagente, le braccia allargate e inermi, la faccia dentro l’acqua, in balia delle onde alte, che trascinano la salma galleggiante in una infinita deriva. Ogni tragedia nel mare dei migranti in fuga ha la sua fotografia, l’instantanea che ne diventerà simbolo, per sempre o per pochi giorni o anche solo per una manciata di ore.
E chissà da quale dei gommoni affondati veniva quel corpo afflosciato, senza volto, i vestiti flagellati e come gonfiati dalle onde. E chissà cosa poteva sapere prima di affogare così quell’uomo (o quella donna o quel ragazzo) dell’assurdo vergognoso criminale balletto di sos lanciati, di soccorsi ‘volutamente’ mancati, e poi del solito balletto sulle responsabilità dell’ennesima tragedia, con i suoi cento o più morti. “La nostra nave in un mare di morti”, dice chi è arrivato per poter solo contare le vittime. Ennesima vergogna di una comunità internazionale che conta, come sempre, sull’oblio che tanto coprirà ogni cosa, come il mare copre ormai migliaia di cadaveri finiti sul fondale, e di cui non si conosce il numero, i nomi, spesso nemmeno la provenienza.
L’Europa, innanzitutto. Che continua ad affidare il soccorso a una guardia costiera libica riempita di soldi , armi e mezzi nautici ma che rimane spesso nei porti se “c’è maltempo” (dicono), o che riporta a riva sopravvissuti subito maltrattati a bordo come colpevoli criminali colti sul fatto, e poi spesso ributtati in centri di detenzione che sono peggio di una prigione, sono lager (lo testimoniano ancora fotoreportage recenti) dove tortura e stupri continuano mentre il mondo si gira dall’altra parte. In una complicità assassina e impunita.
Addirittura c’è stato un premier che andando in visita super-blindata a Tripoli si è congratulato coi libici per ‘il positivo lavoro svolto’. Il suo nome è Mario Draghi. L’indignazione (quel poco che ancora c’è, quando c’è) si esaurirà presto anche stavolta. Come per il bambino siriano che venne ripescato esanime e che sotto la camicetta aveva una busta di plastica con dentro la sua pagella intatta, ottimi voti, ottima condotta, con cui voleva dirci di essere un bravo figliolo, che non può mettere paura a nessuno.
E sul ritrovato passeggero silenzio si consumerà, dopo la tragedia umana, anche quella politica. Dell’indifferenza che ucciderà ancora, degli accordi internazionali violati come lo sono quei corpi abbandonati, degli attacchi alle navi soccorso delle ong, di un qualsiasi programma concordato, per esempio sulla necessità dei corridoi umanitari (abbozzati e subito abbandonati, mentre appaiono ormai l’unica via di salvezza sicura per i fuggitivi da guerra torture e fame) o di quell’ “aiutiamoli a casa loro”, facile, sbrigativo, vile perché insostanziato, e sbandierato slogan per tenerli lontani senza che in realtà parta davvero un qualsiasi tipo di aiuto ai paesi che vengono attraversati da famiglie spesso depredate lungo il viaggio.
E avanti così. Il nostro sbigottimento, la loro ignavia, la diffusa disumanità, e la peggiore indifferenza.
Dimenticanze costituzionali
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Ebbene sì, un partito deve dare il buon esempio, un eletto pure. Anzi di più. Così, appunto per adeguarsi a tal regola, il PPD nostran-luganese dapprima candida per il Municipio di Lugano una persona che in città mai ha vissuto, che fino al giorno prima era domiciliato a Massagno e che pare che pure in quel comune ci viva poco, tanto che – così si era letto sui media qualche mese fa – la posta gliela spedivano a Melide. Tutto legale ovviamente, anche se il fatto che in famiglia adesso ci sono due municipali (moglie a Massagno e marito appunto a Lugano) mentre a Canobbio e Massagno alcuni eletti devono rinunciare per problemi di “incompatibilità famigliare”, oltre ad essere probabilmente da guinness dei primati contribuisce di sicuro a dare nuove accezioni alla parola ridicolo e avvicinare sempre più la scena politica ticinese a quella dell’Uganda.
Poi, visto che la trovata da furbetti del quartierino ha sortito l’effetto sperato (poltrona in Municipio e seggi in Consiglio comunale salvati), il PPD ha deciso di organizzare una bella riunione nel giardino privato della villa del neoeletto per festeggiare il successo. Nulla da ridire sulle intenzioni, ovviamente; se non che le disposizioni federali in materia sono piuttosto stringenti e precise: distanziamento sociale, obbligo delle mascherine sul volto (non sul mento) e al massimo 15 persone. Su distanziamento e mascherine, checché ne dica il segretario della sezione PPD Claudio Giambonini, ci sono le fotografie pubblicate sulla pagina facebook del partito che parlano da sole (tutti gomito a gomito a brindare e applaudire e percentuale di mascherine sul volto infima), sul numero di persone pure: ovviamente ce ne erano di più del consentito. Dato che, come hanno provato a fare gli azzeccagarbugli uregiatt-luganesi per giustificarsi, è arduo considerare i festeggiamenti per degli eletti nel giardino privato di una villa una “dimostrazione politica” pubblica, fattispecie che permette di alzare il limite a 50 persone, la riunione era palesemente illegale.
«Complimenti per il rispetto delle regole» ha scritto un commentatore, mentre un’altra si è chiesta «solo se ti chiami Lombardi puoi fare una festa con più di 15 persone? Complimenti. Bell’esempio». Gli è che a tutti è sfuggito un fatto fondamentale: quando i nostri padri fondatori iscrissero nella Costituzione federale del 1848 l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge (è l’attuale articolo 8) inserirono nel secondo capoverso, quello sul divieto di discriminazione, tantissime cose – origine, razza, sesso, età, lingua, religione… – ma se ne dimenticarono due oggigiorno fondamentali: partito e cognome.
Federica Toscano – 17 minori immigrati scompaiono ogni giorno
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Intervista a Federica Toscano di Missing Children Europe
L’omicidio Floyd, sintesi di un’America divisa
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Il poliziotto che ha ucciso Floyd, Derek Chauvin; nomen omen direbbero le persone colte. Con un facile esercizio metonimico, il termine sciovinismo (derivato da un altro Chauvin, Nicolas, soldato napoleonico) può infatti trasmigrare – sull’onda dell’attualità – dal significato di patriottismo fanatico a quello, generale, di xenofobia e di razzismo.
Le immagini e l’audio dell’omicidio sono stampati nella memoria di tutti, plastica evidenza della protervia e della violenza cieca; la gamba e il peso sul collo del malcapitato, la mano in tasca come a mostrare la facilità con cui il bianco in divisa rimette al suo posto il “negro” che chiede pietà, implora di poter respirare. Uno sfoggio di violenza sprezzante che rimanda allo schiavismo su cui tanta cultura ed economia wasp hanno costruito il proprio successo, e al razzismo conclamato ed endemico di cui è costellata la storia (anche recentissima, la cronaca) di quella che a loro – e anche a qualcuno di noi – piace definire “la culla della democrazia”.
L’uccisione di Floyd non cambierà gli Stati Uniti, nemmeno un po’; perché quello è un Paese immedicabilmente diviso e in cui il pensiero liberal-capitalista si è innestato, fertilizzandolo, su un confronto, un’incomprensione e un’ostilità irrimediabili tra etnie diverse. Un minimo di consuetudine con quel Paese permette di rendersene conto (nella stessa East Coast, ma in modo flagrante altrove), liquidando ogni speranza di vera unificazione nazionale e facendo giustizia di quella narrazione che vuole gli USA come depositari dell’ideale (e della prassi) dei diritti dell’uomo dopo la dichiarazione di indipendenza (1776); diritti e libertà nati per pochi, e destinati a pochi. Non si dimentichi che l’abolizione della schiavitù arrivò molto dopo (1865) e che non cambiò nella sostanza la posizione degli afro-americani; segregati, discriminati e oggetto di apartheid per almeno un altro secolo (mi viene in mente Rosa Parks, 1955, o le marce da Selma a Montgomery di dieci anni dopo). Il fossato è incolmabile e l’incomprensione tra le diverse popolazioni che abitano il territorio è insuperabile; esse si fronteggiano, a muso duro, sull’implacabile campo di battaglia dell’economia di mercato statunitense, accanto a latini e cinesi, nuovi attori anch’essi in regime di forzata, e poi orgogliosa, separatezza socio-culturale.
Biden fa un po’ tenerezza mentre cerca di cavalcare una sentenza (di primo grado, eh) per immaginare l’impossibile, per dare ad essa una valenza a livello di intera società, o di futuro; non ci crede nemmeno lui, pover’uomo, a questo esercizio retorico di wishful thinking. L’uccisione di Floyd (e degli altri prima e dopo di lui), questo atto di tremenda violenza da parte di un servitore dello Stato – e che si ripete un giorno sì e l’altro pure – è fortemente significativo, oltre che potentemente paradigmatico di una situazione sociale; così, lascerà un po’ di retorica buonista e qualche bel discorso buono per un pulpito, un’elegia funebre o un’elezione, ma non modificherà di un millimetro i rapporti antagonisti che fanno ormai parte della natura profonda di quell’inquietante Paese.
America forever
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Narrazioni tossiche
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“È (molto) più facile ingannare la gente, piuttosto che convincerla di essere stata ingannata”.
Questa perla di saggezza di Mark Twain si addice perfettamente all’idea, dura a morire, secondo cui gli sgravi fiscali a favore dei ricchi hanno effetti positivi per tutta la società. Lo sgocciolamento della ricchezza verso il basso (trickle down, in gergo), così suona il ritornello, favorisce il consumo e l’occupazione grazie ai maggiori investimenti delle imprese alleggerite dal carico fiscale. È un’idea che non poggia su alcuna base scientifica, eppure è data per oggettivamente vera (“le cose stanno così e basta”), neutra e imparziale, e guai a chi cerca di confutarla, sarà subito tacciato di essere ideologico e fazioso.
Secondo il Consuntivo del Cantone per il 2020, i conti si sono chiusi con un disavanzo di 165 milioni di franchi e, a detta del Consiglio di Stato (ma non solo) la colpa sarebbe da attribuire al Coronavirus e ai suoi effetti sugli utili delle imprese e il numero degli occupati. Si tratta, sia detto per inciso, di un deficit pari allo 0,53% del Pil cantonale, un’inezia, roba da far rimpiangere i parametri di Maastricht. Nessuno nega l’impatto economico e finanziario della pandemia, ma nel nostro Cantone il calo dell’imposta sull’utile delle imprese è stato addirittura più marcato nel 2019, ossia prima dell’evento pandemico. Il che si spiega alla luce della riforma fiscale a favore delle imprese e, per quanto riguarda le persone fisiche, all’abbassamento del moltiplicatore cantonale d’imposta, avviato appunto nel 2019. Addirittura, nel corso del 2020, in piena crisi, si è pensato bene di ridurre ulteriormente (dal 98% al 97%) il coefficiente di imposta cantonale, un taglio lineare delle imposte che favorisce gli alti redditi senza avere effetti significativi sui redditi medio-bassi (ricordiamoci che in Ticino, un quarto dei contribuenti sono esentasse).
Benché insufficienti e lacunose, le misure di contrasto al Covid-19, sia sul fronte occupazionale (lavoro ridotto) che su quello dei redditi (come le Ipg per gli indipendenti) hanno perlomeno contenuto il calo delle entrate fiscali imputabile alle politiche fiscali ribassiste, un calo, come detto, che non ha niente a che fare col Coronavirus. In altre parole, è solo grazie all’attivazione dello Stato sociale che il disavanzo pubblico è stato minore di quanto si potesse prevedere.
Se ancora in piena crisi pandemica, si trascura di parlare del fattore fiscale per spiegare l’aumento del deficit pubblico, è certo che appena ci si avvierà verso tempi migliori non si esiterà a tagliare la spesa pubblica per ridurre i disavanzi. Si andrà a colpire la sanità, gli aiuti al lavoro dipendente e indipendente, mantenendo però intatta la politica fiscale a favore dei più ricchi, quella politica dello “sgocciolamento della ricchezza verso il basso” di cui nessuno, però, ha mai visto i risultati concreti. Sono trent’anni che li aspettiamo! Come è che non si sono visti neanche in questi mesi durante i quali la ricchezza dei più ricchi è aumentata in modo spropositato?
Non è facile confutare le narrazioni tossiche, le fake news, le bufale, proprio perché esse non si basano sulla razionalità, ma sull’illusione, l’incanto, il mito. L’idea, ad esempio, che gli sgravi fiscali arricchiscano tutti. È falso, ma funziona. Il problema è che ora il giocattolo si sta rompendo.
Testo dell’intervento nella rubrica Plusvalore di Rete Due