La RSI fra sfide e bollicine

A Comano e Besso un nuovo Comitato Direttivo tutto da capire e interpretare 

Sulla zattera dei naufraghi, in ore convulse di tempesta, fra ruspe, macerie e una bella dose di dimostrazione di forza e di potere, giungono anche (per pura coincidenza) messaggi in bottiglia, affidati ai social o direttamente indirizzati alla nostra periclitante imbarcazione, che si interrogano sulle prime concrete decisioni prese dal nuovo corso RSI, ovvero da Mario Timbal, che, da due mesi alla direzione dell’Unità Aziendale svizzero-italiana del servizio pubblico radiotelevisivo nazionale, ne ha presentato il nuovo “Comitato direttivo”.

Al centro dell’attenzione, naturalmente, il ritorno in azienda (su chiamata, e con la benedizione della CORSI) di Matteo Pelli, che la RSI l’aveva lasciata nel 2013 come bravo e simpatico (e scontentato) conduttore televisivo, per ritrovarsi in un attimo ad accogliere le offerte di diventare direttore di Radio 3i, e poi anche di Teleticino.

“Sfide” – come le ha definite con un termine ormai utilizzato da chiunque debba motivare con gravità una propria scelta di cambiamento – che hanno rappresentato, come afferma in un’intervista al CdT, “il periodo più bello della mia vita”. (vedi CdT, 29.5.21)

E naturalmente è una nuova “sfida” quella che ha accettato di affrontare, tornando alla RSI come nuovo responsabile del Dipartimento Programmi e Immagine al posto di Milena Folletti, che ha recentemente (e misteriosamente) lasciato l’azienda. Dopo anni in cui, non di rado, ha ribadito che non sarebbe mai “tornato all’ovile”, benché tutti lo pronosticassero (chissà come mai?), ci è voluto il cambio alla dirigenza RSI e l’insediamento dell’amico d’infanzia Mario Timbal, per convincerlo a lasciare, in lacrime, la sua famiglia di Melide (e forse, chissà, anche quella di Muzzano, che poi è la stessa, in verità).

Storie di provincia, verrebbe da dire, in cui tutti si conoscono e in cui, dunque, fatalmente, si finisce per privilegiare gli amici o gli amici degli amici, possibilmente influenti sul territorio per carisma e censo, tanto più se, come dichiarato da Timbal (vedi “La Regione”, 29.5.21), “il curriculum di Matteo parla comunque più del suo cognome”.

Che poi, di fatto, i destini del panorama massmediatico svizzero-italiano siano fortemente legati a due fratelli sembra essere una pura ed ininfuente coincidenza: “La Regione”, che ha titolato ironicamente un articolo “Vogliamo un Pelli anche noi”, se ne faccia una ragione: di Pelli residui disponibili non ce n’è più (per intanto).

Certo, negli anni melidesi, Matteo Pelli ha ottenuto riscontri e successi indiscutibili, che del resto, e giustamente, ricorda ai distratti: la diretta radiotv del Capodanno in Piazza Riforma (sottratta abilmente alla concorrente RSI); il record mondiale di diretta radio ininterrotta dei suoi due amici e collaboratori “Blues Brothers”. O ancora, alcuni “format” di notevole brio e freschezza, assolutamente “giusti” per la loro collocazione dentro il palinsesto di una radio e una televisione privata regionale (che pure riceve, ricordiamolo, un contributo dal canone nazionale).

Ora Matteo Pelli è uno dei quattro membri del Consiglio Direttivo della RSI, a capo, appunto, del “Dipartimento Programma e Immagine”. Per fare che cosa? Stando alle dichiarazioni di Mario Timbal, “Matteo non viene a dirigere nessun dipartimento di contenuto”; stando allo stesso Matteo, per portare “bollicine” ai programmi.

“Le bollicine le porto con me da quando sono nato, sono una mia cifra”. Ah, beh, può darsi, c’è da credergli, ma che vuol dire? Cerca di spiegarlo, sempre alla “Regione”, il neo-direttore: ”Istituiremo al posto dell’attuale Comitato dei programmi, un “commissioning board”(?), un organo di creatività diffusa, democratico dove tutti i partecipanti saranno alla pari. (…) Con Matteo voglio avere non più un organo che controlli la creatività, ma un organo che faccia da ‘coach’, che sproni la creatività e inviti a sperimentare”.

Creatività e sperimentazione sono bei concetti e belle parole, se poi le si associa alle bollicine diventano magari pure sulfuree, com’è nella natura di Matteo Pelli. Ma dietro a queste parole, non risulta assolutamente chiaro come tutto questo slancio creativo si traduca in fatti e decisioni in merito alle non poche difficoltà in cui versano l’Azienda SRG/SSR e la sua “succursale” RSI.

Le informazioni che si possono desumere e acquisire dopo la nomina del nuovo “Comitato Direttivo” sono davvero scarse, non fanno alcun cenno alle necessità di tagli e risparmi, evocano solo liminarmente la situazione di disagio interno legato alle inchieste per molestie e mobbing, per esempio. Ma, guarda un po’, proprio a questo proposito, un settore aziendale particolarmente sotto pressione come quello delle Risorse Umane viene promosso a dipartimento, mentre a RTS (è bene ricordarlo) una prima misura relativa all’”affaire” aveva portato, per dire, alla rimozione proprio del responsabile delle Risorse Umane.

Ma forse ci penserà l’altro nuovo dipartimento, quello della Comunicazione e Marketing diretto da Doris Longoni a spiegare al pubblico perché due “stati maggiori” sono diventati dipartimenti (anch’essi senza concorso) e acquisiscono tale ruolo in un momento tanto delicato.

E forse proprio questo nuovo dipartimento avrebbe potuto mettersi subito alla prova con un tipo di comunicazione meno ermetica di quella che riguarda questo vero o presunto salto di qualità strutturale ed organizzativo dell’Azienda.

Sì, perché altrimenti si potrebbe rapidamente tornare all’”effetto Lyra”, ovvero a lasciare che vaghe decisioni interne, fra uno spiffero e l’altro, finiscano in pasto ai commenti più diversi sui social, portando poi magari ad una qualche “imbarazzante” raccolta di firme, chessò sulla “promozione di quadri in momenti di crisi”.

Perché a ben guardare, l’investitura data al Comitato Direttivo ha logicamente portato a puntare i riflettori sul ritorno di Matteo Pelli e sulle implicazioni che il suo ruolo “direttivo” avrà in relazione ai rapporti con gli immediati dintorni mediatici governati dal fratello.

Ma accanto a questo punto, ce n’è un altro, forse ancor più problematico: ma quando si parlerà, di fatto, e concretamente, del cosiddetto “core business” dell’Azienda, ovvero i programmi? Quando sentiremo chi li fa e farà, e in che condizioni, al netto delle bollicine?

E infine, come risponderà la RSI alle esigenze di una più stretta collaborazione e ad una più chiara legittimazione nel contesto nazionale? E come affronterà il tema della cultura aziendale e della cultura in azienda? La Svizzera della SSR, per intenderci, non è propriamente quella in miniatura che si vede dalle finestre di Teleticino.

Saranno “sfide” anche queste: ci penserà Matteo?


Ex-Macello, balle spaziali e altre ottusità

A Comano e Besso un nuovo Comitato Direttivo tutto da capire e interpretare 

Impunemente ottusi: così definirei i capibastone della politica luganese in Municipio, e la vicenda dell’autogestione non è che l’ultima clamorosa manifestazione di tale ottusità, tanto più sfacciata perché esternata al riparo di personali conseguenze.

Sull’ex-Macello l’atto di forza fu deciso dal partente Bertini, che così fece un regalino avvelenato a coloro che lo hanno in pratica espulso dalla politica; chi gli ha succeduto, e che nello specifico mi infligge una delusione personale un po’ crudele, non ha fatto che proseguire acriticamente in questa linea, cercando appunto di addebitarla alla gestione precedente ma in sostanza avallandola. Appena chiuse le urne, e incassata una impunità elettorale che resterà tale anche dopo la fine del mandato (complice la memoria da pesce rosso degli elettori), si è dato corso al progetto, approfittando anche di una certa dabbenaggine delle vittime, che hanno dapprima rifiutato un negoziato da gestire in modo intelligente (e quindi, per una volta almeno, una possibile operazione-simpatia presso il pubblico) per poi abbandonare uno degli oggetti del contendere (il luogo) e stupirsi di trovarselo poi, al ritorno, occupato dalla polizia.

Non ho particolare contiguità con i valori dell’autogestione, anche se considero utile e interessante questa sensibilità, ma ritengo essenziale che essa abbia diritto pieno di cittadinanza e di espressione, non fosse altro che per un banale e ovvio (almeno dovrebbe esserlo, per chi si dice liberale) rispetto della diversità delle opinioni.  Questo significa, semplicemente, che Lugano deve offrire uno spazio per questa sensibilità e per coloro che ne sono portatori, e non “in un luogo un po’ decentrato, ma ben servito dai mezzi pubblici” (parole dell’autocrate), o su Marte, ma in città; l’ex-Macello era, a ben vedere, il luogo ideale. Di tutto questo, che dovrebbe fare parte del bagaglio minimo di un politico, non vi è traccia; l’autogestione è da sempre stata vista con quel disprezzo che i mediocri riservano a chi non la pensa come loro.

L’autocrate cittadino ha sciorinato la solita vertiginosa serie di balle spaziali per “giustificare” l’arbitrio e la sproporzionata violenza messi in campo. Tutto rientra nel banale quotidiano di uno che migliaia di persone perbene hanno assurdamente ritenuto degno di reggere le nostre sorti; gli esempi sono molteplici, e mi sono permesso di evidenziarli con chiarezza parecchie volte, su queste sponde e altrove. L’operazione di polizia fu ben preparata e trovò terreno fertile, come si è detto, in una serie di errori tattici degli autogestiti; poliziotti vodesi (che mi si dice, dormirono a Faido, prima del blitz) non poterono di certo essere mobilitati in una giornata. Altro che reazione a provocazioni; uno storytelling, quello di B, che è un insulto a qualsiasi intelligenza media.

Sono invece stupito che gli unici giuristi veri che siedono in Municipio, tra cui chi mi ha deluso, non si siano posti ovvie questioni legate alla proporzionalità dell’intervento, alla legittimità giuridica della demolizione notturna di uno spazio che assume ora valenza quasi simbolica, all’autorità (un giudice, e non un poliziotto o un sindaco, per capirsi) che avrebbe dovuto ordinare preventivamente lo sgombero in assenza di requisiti d’urgenza (se non quelli provocati dalla stessa autorità che lo ha ordinato, che di certo non la legittimano), agli aspetti amministrativi e giuslavoristici che avrebbero ostato sia alla demolizione sia ai lavori effettuati nottetempo sul sito. Dagli altri tre giuristi, da ultimo banco per non dire altro, non mi aspettavo nulla, e se non il peggio almeno da due di loro: da uno che fu a bottega da cotanto papà (e delle disinvolte operazioni di quest’ultimo disse di non sapere nulla), e dall’altro che mai esercitò e si limita a mungere da anni salari da noi contribuenti in cambio di una surreale presenza-assenza che ci ridicolizza un po’ al nord del Alpi.

Resta il fatto che, al di là di qualche banale disponibilità verbale che non costa nulla, Lugano sta tentando di liquidare l’esperienza dell’autogestione, che è viva, feconda e operante in moltissime città della Svizzera “vera”. Anche in questo triste caso, Lugano dimostra di essere una banale, ottusa e arrogante caricatura di questa bella Svizzera.


Lettera aperta al signor sindaco

A Comano e Besso un nuovo Comitato Direttivo tutto da capire e interpretare 

Egregio signor sindaco,

come contribuente della città di Lugano e come cittadino di questo comune, mi permetto di porle alcune domande in merito agli avvenimenti di sabato notte in viale Cassarate e in via Simen.

  • Non è stata presentata regolare domanda per la demolizione della parte non protetta dell’ex macello, tant’è che Lei ha dichiarato che si procederà con una sanatoria. Però sa, se io devo anche solo toccare mezzo muro di casa mia, devo inoltrare una domanda in anticipo, perché altrimenti i servizi comunali non sono contenti e magari mi danno anche una multa. Trova questo agire di principio corretto?
  • Visto che proverbialmente l’esempio vien dall’alto e che, senza voler qui ricordare la multa non data all’ex sindaco per un abuso edilizio in pieno centro storico, non è la prima volta che qualcuno di molto in alto procede in questo modo, vuol dire che da oggi tutti noi comuni cittadini possiamo fare in questo modo, prima facciamo e poi il Municipio chiude un occhio e sana qualsiasi cosa si sia fatta?
  • Abitando in una casa d’epoca, so per esperienza vissuta che prima di ogni intervento bisogna controllare la presenza di amianto nell’immobile. Questi controlli sono stati effettuati? Quando? Che risultati hanno dato?
  • Nel caso invece non siano stati fatti, Lei si è quindi assunto il rischio di immettere nell’aria aria polveri potenzialmente contaminate da particelle altamente cancerogene, mettendo dunque in pericolo la salute di tutta la popolazione?
  • Per lo meno gli operai addetti alle ruspe e i poliziotti erano stati debitamente informati del rischio che correvano per la loro salute? Hanno assunto delle seppur minime protezioni per ridurlo?
  • E i presenti accorsi sul posto?
  • In che modo le macerie sono state smaltite o si ha intenzione di smaltirle?
  • È a conoscenza del fatto che proprio dietro l’ex macello c’è una scuola. I bambini questa mattina saranno regolarmente presenti oppure sono stati tenuti a casa per precauzione?
  • Ha dichiarato che la demolizione è stata decisa a maggioranza dal Municipio su suggerimento della polizia. Tuttavia la municipale socialista ha dichiarato di non saperne nulla. È possibile sapere chi c’era alla riunione? E di quale maggioranza stiamo parlando?
  • Una riunione di tale gravità davvero l’avete fatta al telefono?
  • E chi ha tenuto il verbale?
  • Inoltre da quando nel nostro stato di diritto la polizia “suggerisce” al Municipio cosa fare in una questione di edilizia pubblica? E il Municipio per di più obbedisce? Perché una volta sgomberato e lo stabile vuoto, e dunque messo in sicurezza, non c’era più alcuna ragione di ordine pubblico che rendesse questo intervento immediatamente necessario, ne converrà anche Lei.
  • Mi permetta, ma ieri sera si sono verificati i primi scontri tra molinari e, pare, esponenti di estrema destra. Inoltre a suo tempo il Governo cantonale vi aveva reso attenti sul rischio di una deriva violenta e su quello di creare una situazione in cui per anni si potrebbe giocare al gatto e al topo, tra occupazioni, sgomberi e chissà che altro. Davvero la situazione era così drammatica da agire con tale fermezza e celerità? Perché sa, forse sarà per il fatto che, come Lei del resto, siamo cresciuti durante i cosiddetti anni di piombo, ma non mi sembrava che quando uscivo per Lugano dovevo mettere l’elmetto e fare attenzione agli angoli delle strade o a chi incontravo.
  • Che misure avete preso per contrastare le frange violente degli autogestiti e dei loro rivali di destra?
  • Per quanto tempo avete intenzione di mantenerle?
  • Se quanto letto corrisponde al vero, all’interno dell’ex macello vi erano suppellettili appartenenti a privati (mobili, libri e quant’altro). Perché non si è dato il tempo ai legittimi proprietari di recuperare le loro cose?
  • Non sono un giurista, ma non crede che così facendo si è esposto se non a una denuncia da parte dei proprietari delle cose distrutte, per lo meno a una richiesta di risarcimento per danni?
  • Nel caso, ne risponderà Lei come sindaco, il Municipio in corpore oppure la città, ossia noi cittadini-contribuenti?
  • Visto che stiamo parlando di soldi e vista la non florida situazione delle finanze comunali, sarebbe così gentile da informarci quanto ci è costata tutta questa operazione?
  • A suo dire l’intervento allo stabile della Fondazione Vanoni è stato richiesto dai proprietari. Pur tuttavia che gli autogestiti avessero intenzione di occupare (simbolicamente e dunque temporaneamente, a loro dire) quello stabile ne parlava tutta la piazza durante la manifestazione di sabato. La polizia l’unica a non saperlo?
  • Gira voce che in questi anni la città di Lugano abbia ricevuto dal Cantone una sorta di compensazione per degli interventi all’ex Macello (si parla di 50.000 franchi). È vero? Nel caso potrebbe illustrarci come sono stati adoperati (se sono stati adoperati)?
  • Dal 2002 gli autogestiti considerano l’ex macello la loro casa; il Municipio ha affermato ancora ieri di essere aperto al dialogo: mi scusi, ma Lei davvero dialogherebbe con chi le ha appena demolito quella che a torto o a ragione considera la propria casa?
  • Egregio signor sindaco, non voglio tediarla oltre, ma mi faccia per favore capire un’ultima cosa. Se non ho interpretato male le sue ultime dichiarazioni, Lei e il Municipio tra le condizioni per la ripresa del dialogo con i Molinari avete posto il rispetto della legalità; tuttavia, oltre a quelli emersi in quest’ultimo intervento, fin dall’avvio della procedura di sfratto agli autogestiti dell’ex macello dubbi sulla legalità dell’agire suo e del Municipio ne sono stati sollevati non pochi, anche da autorevoli giuristi sicuramente non legati all’autogestione: signor sindaco, mi scusi, ma giusto per essere una volta tanto chiari, di quale legalità sta parlando?

Certo di una sua celere ed esauriente risposta,
Rocco Bianchi


Cristina Zanini Barzaghi – Si è voluto forzare la mano

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Ascolta l’intervista

CZB: Innanzitutto smentisco l’affermazione dell’Mps [che ha parlato di una sua condiscendenza con le operazioni di sgombero e demolizione, ndr]. Io mi sono battuta sin dall’inizio prima contro lo sgombero e poi anche contro diciamo il demolire gli edifici, o toccare gli edifici, che -ricordo- sono un bene culturale di interesse cantonale, nemmeno solo comunale. Quindi io devo attenermi naturalmente in modo collegiale a quanto decide il municipio ma mi sembra che la situazione è andata un po’ oltre a quello che si poteva ritenere come proporzionato

Cristina Zanini, è appena terminata la conferenza stampa (quella che oggi si chiama info point, perché bisogna sempre dire tutto in inglese) del municipio. Una conferenza nella quale non si è forse riusciti molto bene a dipanare l’intreccio delle responsabilità e delle decisioni. Cosa effettivamente è successo, e chi, e quando e dove sono state decise le azioni che abbiamo visto tra ieri e questa notte?

Beh naturalmente io devo rispettare la maggioranza del Municipio. Si sa benissimo che io sono sempre stata contraria allo sgombero. Ho saputo molto tardi ieri sera che era stata avviata la procedura dello sgombero, mi ero interessata per far sì che avvenisse nel modo più indolore possibile. Avevo di nuovo come ho già fatto per diverse volte segnalato che gli edifici non vanno toccati, che bisognava interpellare i servizi per fare in modo che se ci fosse stata un’azione della polizia si doveva avere anche una preparazione dal punto di vista edile e poi nella notte la cosa è un po’ sfuggita, nel senso che è stato deciso di abbattere una parte una parte dell’edificio per ragioni di “sicurezza” e… niente: io ero comunque sempre stata contraria ma non ho potuto evidentemente far nulla contro questa azione.

È difficile togliersi l’impressione che la decisione dello sgombero fosse stata prevista da tempo e diciamo che alcune frasi che si sono sentite nella conferenza stampa rafforzano questa convinzione. Si aspettava il momento giusto per agire ma la decisione c’era.

Certamente, è da novembre che c’è la decisione dello sgombero, quindi si trattava solo di capire quando sarebbe avvenuto. È proprio anche per questo motivo che ho chiesto più volte di sapere nel dispositivo che era in preparazione -che non era tutto a conoscenza del municipio, come avviene sempre per questo genere di operazioni- fosse anche inserito il tema del preservare l’edificio. I servizi del dicastero che mi trovo a seguire non sono stati minimamente coinvolti, forse anche per ragioni di segretezza però sta di fatto che lo sgombero era annunciato da mesi. Prima o poi sarebbe avvenuto, ma io immaginavo uno sgombero semplicemente degli abitanti dell’ex macello, non la demolizione di un nostro edificio, di proprietà della città. Decisamente un po’ sproporzionato.

Da questi fatti, quali sono le conseguenze politiche che sarebbe giusto secondo lei trarre?

La conseguenza politica è che comunque la decisione di fondo di andare a sgomberare prematuramente, quando stiamo già proseguendo con un progetto di riqualifica su tutto il sedime… e ci sarebbe stato comunque il tempo (più di un anno) per poter discutere anche delle alternative per l’autogestione… L’errore politico è di aver voluto forzare la mano e dire noi vogliamo sgomberare, senza nemmeno sapere poi in questo sedime che cosa succederà.

Per terminare evidentemente non ha senso parlare di futuro, non ha senso parlare di prospettive, perché apparentemente non ce ne sono. Ma cosa dovrebbe concretamente fare il Municipio per uscire da questa dinamica che non porta da nessuna parte?

Io avrei delle idee su come uscire però fino adesso le mie idee non trovano spazio. Penso che anche attorno all’autogestione ci siano tanti movimenti giovanili, e non tutti necessariamente così radicali. Penso che il municipio debba iniziare a costruire un vero discorso di coinvolgimento dei giovani nel progetto del futuro ex macello.

 


Scusi, è qui Lugangeles?

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Quello che resta

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E infine fu solo ruspa

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Ruspa doveva essere, e infine l’invocata ruspa fu. La ruspa salvinianamente intesa. Categorica, risolutiva, che deve intervenire lasciando solo macerie. Così, l’ex Macello lungo il Cassarate – diventato il simbolo di una prova di forza per molti aspetti assurda, e naturalmente asimmetrica, fra municipio ed autogestiti – è venuto giù. Di notte, scena surreale, qualche lingua di incendio, tutt’attorno un dispositivo esagerato di mezzi e uomini in divisa nera anti-sommossa, che Lugano ricorderà a lungo. Rinforzi massicci fatti arrivare anche da due cantoni romandi. Eran già qui per dare una mano al servizio d’ordine del Giro d’Italia sconfinato in Ticino, è stata l’inverosimile e ‘opportuna’ barzelletta suggerita  per qualche ora a quelli che stavano al di qua del cordone impenetrabile. E’ bastato uno scambio di battute con due agenti di lingua francese per rendersi conto che i rinforzi nemmeno sapevano della carovana del Giro che attraversava il confine, e per cui sarebbero eventualmente bastati pochi agenti in più e qualche bandierina per dirigere il traffico.

No, è chiaro che la decisione era stata pianificata da tempo. Programmata, preparata, predisposta. Altro che quel ‘non interverremo – diceva magnanimo il sindaco Borradori nel primo pomeriggio – anche se non hanno ottenuto l’autorizzazione’ di manifestare partendo da Piazza della Riforma. A lato del Burger King. Un filo di musica, gente tranquilla, qualche famigliola, i soliti discorsi anti-capitalismo, qualche beffarda provocazione, del tipo l’accordo si può raggiungere  soltanto “dopo la chiusura delle banche della città”. E tuttavia, fra quelle parole intenzionalmente  beffarde e senza senso i molinari , gli ‘irragionevoli’, avevano infilato anche il sostantivo ‘dialogo’. Non poco, viste le premesse. Clima di festa più che di protesta.

Fino all’imbrunire. Fin quando qualcuno lassù, alla testa del pacifico corteo, ha pensato di raddoppiare: un’occupazione, a rischio, non basta. Meglio una seconda, in via Siemen, bersaglio l’ex Istituto Vanoni. Occupazione , s’è comunque capito, provvisoria, per qualche ora, giusto per tirare fino a fine notte con un rave da organizzare dentro e soprattutto fuori dal palazzo avvolto nell’enorme plastica da cantiere che impacchetta la vetusta e (dirà il sindaco) fin troppo trascurata struttura, frecciatina alla fondazione proprietaria. È stato comunque un errore, sospirerà a cose fatte una parte degli auto-gestiti e dei sostenitori. Ed errore effettivamente stato.  Anche perché – in una tempistica strana e sospetta – in una quindicina minuti il Vanoni e quelli che ci sono entrati o sostavano fuori si ritrovano rinchiusi in un accerchiamento di polizia troppo sostanzioso per essere, ancora una volta, improvvisato.

C’é chi parla di una trappola in cui si sono infilati da soli i manifestanti: loro sono quasi tutti lì, mentre escavatrici e pale ferree già si avvicinano all’ex Molino, per compiere la loro missione finale. Prima di entrare in azione, basterà evacuare ‘tranquillamente’ un piccolo gruppo di persone, fra decine di agenti e una quindicina di mezzi pronti alla bisogna. Pronti, molto pronti.  Altro che ‘c’è stata un’altra violazione della legge e allora era giusto intervenire’, come sostenuto dalla neo-responsabile municipale della sicurezza. Dopo aver annullato – sembra – decine e decine di giorni liberi ad altrettanti agenti della polizia cittadina? Dopo aver fatto affluire come indispensabile rinforzo altre decine di poliziotti anti-sommossa da due lontani cantoni svizzeri? Suvvia, esclamerebbero i cronisti d’antan. La storiella non regge, l’abbiamo capito tutti.

Dalla zattera dei Naufraghi nelle ultime settimane sono partiti messaggi chiari, sulle responsabilità anche del cantone cofirmatario degli accordi di vent’anni fa; sulle esperienze di altre città svizzere dove – certo dopo non poche tensioni e scontri – i centri autogestiti si sono fatti, e funzionano, addirittura in un caso con un referendum popolare che ha bocciato l’idea di sgombero forzato; sul fatto che nell’esecutivo cittadino la decisione di ordinare lo sgombero sia stato accettato con un solo voto di maggioranza, maggioranza risicata e significativa. No, a Lugano no. Decisione presa, studiata, attuata.

Ma le ruspe lasciano macerie, non soluzioni. Vedremo come reagiranno gli autonomi. E vedremo se l’idea di offrire un’isolata nuova sede su, alla Stampa (notizia che ci hanno confermato ‘in alto’), abbia un senso e un futuro, visto che 19 anni fa gli autonomi accettarono sì di spostarsi, ma proprio perché sarebbero finiti in centro città, non ai suoi margini. Altri tempi, e altri negoziatori, con dentro persino il Nano. Ma mica lo sanno quei quindici ragazzotti che ieri sera giravano e provocavano i “molinari comunisti” attorno al ponte sul Cassarate, e a studiata distanza. Manipolo di aspiranti manganellatori. Della peggior specie.


C’era una volta l’autogestione

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Qualcuno ricorda l’iconica scena finale del film “C’era una volta in America” in cui il personaggio interpretato da James Woods scompare dopo aver abbandonato una festa? Scompare in presenza di un gigantesco camion tritatutto. Lo spettatore si fa due conti e si chiede: ma allora è stato tritato?

Ieri, nel pomeriggio, e susseguentemente nella notte a Lugano è stata tritata, piuttosto che una o più persone fisiche, l’idea di autogestione. Un’idea e una prassi che Lugano e il Ticino conoscono concretamente da circa 25 anni, dalla metà degli anni Novanta data infatti la prima occupazione di uno stabile nella città sul Ceresio. Tra alti e bassi, quello che è poi stato denominato il centro sociale Il Molino ha svolto le sue attività per un quarto di secolo, osteggiato da una parte della politica e ben frequentato da una importante fetta della popolazione giovanile della città.

Ieri e stanotte, con un colpo di spugna (“Non tollereremo altre provocazioni” è il refrain “politico” di certuni), con una manovra che ai più è parsa preparata in anticipo, il Municipio neoeletto di Lugano ha dato via

  1. al contenimento della manifestazione dei “molinari” in via Vanoni
  2. allo sgombero dei “molinari” e delle loro cose dal sedime in riva al Cassarate dove sorgeva il centro sociale
  3. alla demolizione, addirittura, di un edificio (quello appunto occupato dai “molinari” con regolare accordo tra Cantone-Città-Alba, associazione dei “molinari” – vedi video nel sito del Corriere del Ticino).

L’intento, neppure malcelato, è stato quello di cancellare, anche fisicamente, l’idea dell’autogestione da Lugano eliminandone ogni traccia.

Ma andiamo con ordine: nel primo pomeriggio di ieri i “molinari” organizzano una pacifica (anche se non autorizzata) manifestazione in centro città. Tutto si svolge tranquillamente fino al momento in cui gli autogestiti inscenano un corteo che percorre la città dirigendosi, ohibò, non al sedime del Molino ma in via Vanoni, dove sorge un edificio da anni vuoto, un tempo un centro di aiuto per l’infanzia. Gli autogestiti “occupano” o piuttosto rivendicano quello spazio inutilizzato issando striscioni rivendicativi sulla struttura, mentre dall’altra parte del fiume comincia (la tempistica non è molto chiara) lo sgombero del sedime occupato, sgombero effettuato dalla polizia (anche quella romanda, giunta in forze in città) fondamentalmente per “vendetta municipale” visto che “non si tollereranno altre provocazioni”. La netta sensazione è che il Municipio, una volta votato lo sgombero agli sgoccioli della passata legislatura (con voto 4 a 3 a favore, ricordiamolo), abbia atteso – avendo preparato nei dettagli lo scenario dello sgombero – l’occasione buona per metterlo in atto.

Ieri sera e ieri notte ero presente sia in via Vanoni sia poi davanti all’ex centro occupato in via di demolizione. Il capo della polizia presente in via Vanoni mi ha pure consentito, accanto allo storico leader molinaro Teo Casellini, di tentare una mediazione con gli “occupanti” (occupanti più che altro della strada prospiciente all’edificio), mediazione che un paio d’ore dopo è scaturita, nella sostanziale calma (c’è stato, è vero, un isolato assalto delle forze dell’ordine ai “molinari” senza un’apparente ragione), con l’identificazione e l’abbandono del luogo da parte degli “occupanti”.

A due passi dal Cassarate andava invece in scena la vergognosa “istantanea” demolizione dell’edificio già occupato dai “molinari”: un rutilante assalto di ruspe e benne all’idea che, a Lugano e in Ticino, ci possa essere anche un modo alternativo di concepire la vita in società, lontano dai costosi biglietti d’ingresso e dai toni paludati di fare e fruire la cultura. I poliziotti romandi che “difendevano” la demolizione ci hanno risposto: “Vous savez a qui vous devez vous adresser” alla nostra domanda sul cosa e perché ci facessero lì in quel momento.

Sapremo pure a chi indirizzarci, nelle prossime settimane e mesi, quando sarà stata posta la domanda – perché la domanda si pone, checché ne pensi il vendicativo Municipio luganese – sul come, dove e quando le forze giovanili che hanno a cuore una socialità orizzontale invece che verticale potranno riunirsi per promuovere le loro attività; attività magari non coincidenti in tutto e per tutto con l’ideale (?) “cresci (economicamente) e non rivendica (politicamente)” che ha pervaso negli ultimi decenni quella parte della società e della politica che ama demolire gli spazi e le opportunità di chi ha un’idea diversa dalla loro o che, semplicemente, non ci crede.

Sergio Roic fa parte di AIDA (Associazione idea autogestione)


Sconcerto democratico

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Basterebbe ricordare l’incendio dei Molini Bernasconi, nel giugno 1997
Basterebbe ritornare alle proposte concrete di un centro socio-culturale alla Termica (poi destinata a un cinema multiuso)
Basterebbe fare una riflessione sulle telecamere della polizia che nel 2001 spiavano il Molino
Basterebbe un accenno allo sgombero del 16 settembre 2002
Basterebbe tenere presente che i contratti di prestito gratuito o di locazione con sovvenzioni in città (non in mezzo al nulla) sono moneta corrente per permettere a realtà culturali alternative di svilupparsi.
Basterebbe riprendere attentamente il filo della storia del CSOAilMolino per rendersi conto della sostanza del progetto che si è cercato di tessere e delle difficoltà incontrate.
Basta pensare alle forze di polizia spiegate, alle ruspe, alle dichiarazioni, ben più che contradditorie, delle autorità per cominciare a porsi serie domande sulle istituzioni luganesi.
E non è nemmeno una questione di essere a favore o contro la realtà del Molino. È proprio puro e semplice sconcerto democratico.


Macello Municipio

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