Bye bye Mister Bibi

Un’affollata, contraddittoria coalizione libera Israele da Netanyahu. L’uomo forte è Naftali Bennett, leader dei coloni, e c’è poco da gioire 

Quella che si compiace di essere “l’unica democrazia” del medio-oriente ci ha già offerto, nella sua storia, qualche bizzarria e non poche storture. Per esempio: è una democrazia selettiva, che ha proclamato Israele “lo Stato degli ebrei” nonostante il 20 per cento della popolazione sia musulmano o cristiano; ancor peggio, è una democrazia che da oltre mezzo secolo occupa i territori palestinesi, procede ad annessioni, porta a 700 mila i coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est; oppure la democrazia di governi che dovevano la loro sopravvivenza a mini partiti religiosi, ago della bilancia e partner molto esosi che ottenevano praticamente tutto per il mondo ultra-ortodosso.  Vabbè, musica nota e un po’ deprimente.

Ma stavolta siamo a una eccentricità politica senza precedenti. E assai paradossale. Pur di liberarsi, dopo un regno durato 12 anni, di Benjamin Netanyahu, tutti gli altri, ma proprio tutti, si sono inventati una inverosimile cordata multicolore, qualcosa che ricorda una sorta di circo barnum piuttosto che una coalizione di governo: dai partiti nazional-religiosi annessionisti alla sinistra radical-pacifista, otto formazioni che salgono su un carro molto variopinto. Risultato, anche, di livori personali di non pochi che dopo essere stati partner regolari e servili del longevo ex premier, per motivi più che altro di ambizione personale hanno deciso di voltargli le spalle.

A guidarli, due pivot che già di loro sembrerebbero inconciliabili: il pluri-ministro Naftali Bennett, leader del sionismo politico, con tre passioni: l’informatica (che gli ha garantito una ricchezza ultra milionaria), l’annessione di tutti i territori palestinesi, la moltiplicazione degli insediamenti ebraici, insomma uno che per ideologia e prassi sulla carta è pure peggio di Bibi; e poi Jair Lapid, ex personaggio del giornalismo televisivo, e amletica guida di un centrismo cerchio-bottista. Questi due si alterneranno alla guida del governo, due anni a turno. E, con loro, altri alleati inverosimili: partiti che sognano Heretz Israel (la grande Israele biblica), partiti personalistici senza profilo politico, partiti della sinistra storica in profonda crisi esistenziale come il Labour, persino il piccolo Meeretz della sinistra radicale unico superstite della soluzione dei due Stati, e infine uno schieramento della minoranza araba che fino a pochi mesi fa veniva accusato di essere associabile al “terrorismo fascio-islamista” e che oggi garantisce i 4 seggi indispensabili per assicurare la maggioranza alla Knesset.

In nome dell’altisonante mantra dell’interesse nazionale. In realtà, appunto, con un unico collante: la cui sigla è “ttb”, acronimo di “tutto tranne Bibi”. In altre circostanze, in un quadro di coerenza politica più credibile, l’uscita di scena di Netanyahu sarebbe stata una buona notizia per chi crede che l’uomo abbia portato più guai che soluzioni nel rapporto con le popolazioni ‘occupate’. Certo, un mini-bonus di fiducia iniziale non si nega a nessuno. Ma cosa c’è da festeggiare di fronte a questa idra confusa, a questo corpaccione mosso da spinte contraddittorie, a questo carrozzone che non promette niente di buono, sia in fatto di tenuta, sia di contenuti, sia di programmi (per ora non esistenti)? Magari rispianando in fretta la strada a un ritorno del lottatore Bibi? Insomma: da festeggiare, niente; da temere, molto.


Vincono i cittadini, Shell condannata

Un’affollata, contraddittoria coalizione libera Israele da Netanyahu. L’uomo forte è Naftali Bennett, leader dei coloni, e c’è poco da gioire 

di Daniela Passeri

La compagnia petrolifera Shell é responsabile per la crisi climatica, deve tagliare le sue emissioni di CO2 del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019, e cambiare la sua politica industriale. Shell non può continuare a estrarre combustibili fossili, trivellare, fare esplorazioni mentre la febbre del pianeta sale, ma deve assumersi le sue responsabilità e deve farlo subito, perché le sue attività e tutti i prodotti della sua filiera petrolifera, in Olanda e nei paesi dove Shell opera, costituiscono una minaccia a un diritto umano fondamentale, quello alla vita e alla salute delle persone. Lo ha stabilito – ed è la prima volta che accade – un giudice olandese della prima Corte dell’Aja nel processo che ha visto la Royal Dutch Shell citata in giudizio con l’accusa di non aver rispettato l’Accordo di Parigi sul clima, accusa presentata da 17.379 cittadini olandesi con il supporto delle organizzazioni ambientaliste.

La sentenza ha fatto in pochi minuti il  giro del mondo, attesa com’era da chi è in prima linea per la giustizia climatica, per le enormi conseguenze che il verdetto potrebbe avere su altre aziende petrolifere come Shell, che sono tra i principali responsabili della crisi climatica: secondo i dati discussi nel dibattimento, le cinque maggiori compagnie oil&gas (Shell, Chevron, Exxon, BP e Conoco Philips), sono responsabili del 12,5% di tutte le emissioni climalteranti prodotte nel mondo a partire dal 1854. Da sola, Shell è responsabile di 1,6 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno, che equivalgono al 3% di tutte le emissioni globali.

Fa fatica a contenere la gioia l’avvocato Roger Cox, lo stesso che aveva istruito e vinto nel 2019 una causa analoga contro il governo olandese, che fu di conseguenza obbligato dai giudici a spegnere due centrali a carbone in Olanda per allinearsi agli obiettivi climatici. “Siamo ad un punto di svolta: questa causa è unica nel suo genere perché per la prima volta un giudice impone a un’azienda inquinante di rispettare l’Accordo di Parigi – ha commentato a caldo Cox -, la sentenza può avere conseguenze importanti per altre aziende simili”, Se lo augura anche Sara Shaw, dell’Associazione Friends of the Earth International, che definisce la sentenza una “vittoria storica per la giustizia climatica: ci auguriamo che essa inneschi un’ondata di cause climatiche contro i principali responsabili delle emissioni per indurli a smettere di estrarre e bruciare idrocarburi. Questa é una vittoria delle comunità del Sud globale che già stanno facendo i conti con i devastanti impatti climatici”.

Shell ha già annunciato che ricorrerà in appello. Ma gli avvocati che hanno sostenuto l’accusa sono convinti che la sentenza abbia effetto immediato, e si aspettano che fra alcuni giorni la compagnia dichiari come intenda raggiungere i massicci obiettivi di riduzione delle emissioni che sono stati fissati dai giudici: “Come Shell dovrà raggiungere questi obiettivi non dobbiamo dirlo noi. Dipenderà da loro. Hanno nel loro staff alcuni dei migliori tecnici del mondo, troveranno di sicuro una soluzione” ha dichiarato Donald Pols, direttore di Milieudefensie, “noi continueremo a portare in tribunale, insieme ad altre organizzazioni della società civile, le aziende che mettono in pericolo con le loro attività la stabilità climatica. Una sentenza che fino a cinque anni fa sembrava impossibile ora è stata pronunciata”.

Nelle ultime settimane, a giocare a favore della necessità impellente di accelerare sulla transizione energetica sono intervenute due massime autorità. In Germania, una sentenza della Corte costituzionale del 30  aprile scorso ha dichiarato insufficiente la legge climatica tedesca e ha imposto al governo Merkel di migliorarla. Pochi giorni dopo, un report della IEA, l’Agenzia internazionale per l’energia, ha indicato la necessità di smettere di investire nelle fonti fossili come l’unico modo di abbattere le emissioni e raggiungere gli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi. Non senza un pizzico di ironia, Pols ha detto che la sentenza di questi giorni aiuterà Shell “a diventare la prima compagnia petrolifera a partecipare alla transizione energetica”, e che il verdetto non avrà effetti sulla sua competitività, dal momento che “stiamo lavorando ad altre cause simili, quindi le altre compagnie petrolifere non godranno di alcun vantaggio competitivo”. Resta da capire a cosa potrebbe andare incontro Shell se non rispettasse la sentenza. Secondo l’avvocato Cox, i cittadini olandesi che hanno fatto causa e le organizzazioni ambientaliste potrebbero chiedere un risarcimento, “ma riteniamo che non sia necessario: ci aspettiamo che una compagnia come Shell rispetti la giustizia. Diamole solo il tempo di reagire”.

Shell, da parte sua, ha diramato un comunicato nel quale dichiara di “investire milioni di dollari in energia a basse emissioni, in stazioni di ricarica di veicoli elettrici, idrogeno, fonti rinnovabili e biocarburanti. Vogliamo far crescere la domanda per questi prodotti e aumentare queste nuove attività sempre più velocemente. Continueremo con questi sforzi e faremo appello contro questa spiacevole sentenza”. Secondo Michael Burger, a capo del Sabin Center  for Climate Change Law, un dipartimento della Columbia University, che monitora in tempo reale i casi di giustizia climatica globali, “senza dubbio questo verdetto contribuirà a sviluppare altre cause simili nel mondo”. Per l’eurodeputata verde Jutta Paulus “le aziende non possono nascondersi dietro l’inattività degli Stati, ma hanno il dovere di contribuire alla politica climatica. Da domani tutti gli investimenti in progetti del settore oil&gas saranno sempre più a rischio”. Il messaggio per le compagnie che producono petrolio e gas è forte e chiaro. Per Greenpeace International “Shell non potrà più violare i diritti umani per conseguire i propri profitti a scapito delle persone e del pianeta. Il petrolio, il carbone, il gas devono rimanere nel sottosuolo. I popoli del mondo chiedono giustizia climatica”. Ora un po’ di giustizia è stata fatta.

Pubblicato per gentile concessione de ‘il Manifesto’

 


Le macerie della legalità

Un’affollata, contraddittoria coalizione libera Israele da Netanyahu. L’uomo forte è Naftali Bennett, leader dei coloni, e c’è poco da gioire 

laRegione, 2 giugno 2021
di Martino Colombo e Filippo Contarini

Sia la municipale Valenzano Rossi, sia il sindaco Borradori, a precisissima domanda dei giornalisti, hanno affermato che la demolizione era parte di un dispositivo di polizia, che la vita delle persone era in pericolo e per questo bisognava demolire subito.  Che attraverso la demolizione bisognava ripristinare la legalità. La realtà però è un’altra. La demolizione di un’ala del complesso dell’ex Macello avvenuta sabato notte è completamente illegale.

La clausola generale di polizia, prevista sì dalla Costituzione, permette all’autorità di prendere tutti i provvedimenti necessari qualora sia confrontata con un pericolo grave, immediato e non altrimenti evitabile. Nessuno di questi elementi era riscontrabile sabato sera a Lugano: la manifestazione si è svolta tranquillamente per le strade della Città, come riconosciuto anche dai Colonnelli del Ceresio; a partire dalle 19 circa alcuni manifestanti pacifici sono stati bloccati da molti agenti antisommossa nello stabile ex Vanoni e nelle vie adiacenti: nessuno poteva né entrare né uscire; nel frattempo, fuori e dentro il Csoa Molino non c’era più nessuno. Non c’era alcun pericolo grave, immediato e non altrimenti evitabile alla base della decisione (di cui nessuno, nell’ignavia più totale vuole prendersi la paternità) di demolire l’ala del centro sociale. Chiaramente i municipali coinvolti, sapendo di dire boiate richiamandosi alla clausola di polizia, poi si contraddicono dicendo che comunque si sistemerà tutto con una moratoria. Una sanatoria che daranno a sé stessi, dal momento che l’autorità che concede sanatorie se non sono state presentate domande di demolizione…è il Municipio stesso. Che diritto è questo, in cui un’autorità agisce nella consapevole illegalità e poi annuncia che sanerà sé stessa?

La realtà delle cose è che ai municipali coinvolti, della legalità non interessa nulla. L’unica volontà che emerge è quella di farla pagare ai ‘brozzoni’ per cacciarli dal salotto luganese. Con una differenza di peso tra le due parti: quando i “molinari” compiono reati, comunque lo fanno a livello individuale e la loro eventuale “illegalità” deve essere accertata nei modi e nelle procedure previste dalla legge. Così funziona lo Stato di diritto. Mentre l’autorità stessa non può muoversi all’esterno della legge, dal momento che è lei stessa ad essere incaricata di farla rispettare. Anche questo è un principio dello Stato di diritto. Che però a Lugano è stato sospeso. La legge edilizia prescrive infatti l’obbligo della licenza per procedere a qualsiasi demolizione di un edificio. Gli avvocati Borradori e Valenzano Rossi ben lo sanno. La domanda di demolizione va va controllata nelle forme e nei tempi previsti, per un motivo di garanzia di ricorso. Infine, ad eccezione dell’area ormai abbattuta, tutto il complesso dell’ex Macello è anche tutelato in quanto bene culturale. E i regolamenti comunali prevedono che ogni intervento suscettibile di modificare un oggetto tutelato deve essere sottoposto preventivamente al municipio, tramite domanda di costruzione. Peraltro non si può escludere che in giro ci sia amianto. Per questo le demolizioni immediate, alle due di notte, non sono mai giustificate, nemmeno da una clausola di polizia.

Ciò che è stato fatto è un gesto altamente simbolico, di una violenza esorbitante e completamente esterno alla legalità. Siamo indignati e addolorati e speriamo che la comunità luganese e il cantone tutto chiedano di mettere fine a questa cultura dell’illegalità che ha preso piede a Lugano, travalicandone poi i confini con l’avallo, più o meno visibile, dello Sceriffo sceso dalla Leventina.


Bottegai, caritatevoli, marziani

Un’affollata, contraddittoria coalizione libera Israele da Netanyahu. L’uomo forte è Naftali Bennett, leader dei coloni, e c’è poco da gioire 

Ci sono tre atteggiamenti che tendono a prevalere dopo l’abbandono da parte della Svizzera delle trattative sull’Accordo Quadro con l’Unione Europea: l’uno è da bottegai, un altro da agenzia di soccorso, quasi caritatevole, il terzo da marziani.

L’atteggiamento da bottegai

L’atteggiamento da bottegai consiste nel calcolare che cosa si  rischia di  perdere nell’abbandonare il tavolo. E qui emergono subito un paio di stranezze.

La prima è che non si indaga, come parrebbe più logico, su ciò che si guadagna a buttare tutto a carte quarantotto. Nessuno, neppure un pensatoio federale, neppure un istituto universitario, ha fatto un calcolo per dirci, dove e che cosa ci guadagneremo. Viene il dubbio che non sia possibile o conveniente. A meno che si dia per scontato che l’unico profitto   (ora così esaltato da Blocher e dall’Udc di Chiesa) sia quello da collocare  sotto la parola che esaltiamo da alcuni anni : sovranità. Data ovviamente per sovranità “non perduta”. E allora è difficile calcolarne e a maggior ragione monetizzarne il guadagno. Sia perché sovranità  è parola-valigia (che cosa ci mettiamo dentro, al netto?  i “nostri” diritti popolari, la giustizia fatta in casa, le libertà per lo scampato capestro europeo?). Sia perché, per un minimo di coerenza più che di etica politica, sovranità  non dovrebbe essere oggetto commerciabile e monetizzabile. Benché,  ad essere sinceri, da buoni svizzeri pragmatici e calcolatori, la soppesiamo spesso per quel tanto che, rinunciandovi un poco, può rendere.

O siamo indotti, sempre per questioni di bottega, a commerciare.  Quanta ne  abbiamo venduta, ad esempio, non solo per affari economici, ma anche per convenienze politiche, senza che nessuno movesse paglia, agli Stati Uniti (per ricavarne affari e posizioni o per pagarne uscite miliardarie per le banche)  oppure al sol nascente della Cina (per cercare di  non perdere un mercato immenso e promuovere convenienze bancarie o industriali)? Dando poi ad ambedue largo spazio anche in casa nostra (v. ad esempio le regole bancarie o monetarie americane imposteci oppure lo scorrazzare imperiale dei fondi di investimento americani che condizionano industrie alimentari e farmaceutiche o quello delle multinazionali monopolizzanti che mettono in forse anche la nostra libertà di stampa oppure la cessione-fusione di industrie cosiddette strategiche; mettiamoci anche, per dovere di cronaca, anche il quasi obbligo di acquistare gli aerei  statunitensi).

La seconda stranezza è che non si riesce a capire come, essendo tanto consci della propria forza  e della propria indispensabilità nella gran bottega europea, sia economica sia finanziaria, o persino nella propria intelligenza e  superiorità istituzionali, non si sia riusciti a imporsi o a concludere o a staccarsi prima, almeno per dare una prova del nove sul chi siamo. Non si dica che è per l’amore del dialogo o del mantenere i buoni rapporti con i vicini. Nessuno dopo tanti anni  e tiramolla può crederci. La verità, che non si vuol dire, è che  non è così facile e  utile buttar via la cassa della bottega per una valigia incerta  di sovranità. Tanto che si continua a ripetere, tremebondi, da Parmelin a Cassis a Economisuisse:  la porta della bottega deve rimanere aperta.

L’atteggiamento di agenzia di soccorso

L’atteggiamento di agenzia di soccorso (o di carità) lo si rileva in alcune dichiarazioni di politici e in alcuni commenti. Consiste nel  costruirsi  la certezza che  a  dover tremare per quell’abbandono è la grande ma fragile  e sconnessa Europa e  non la piccola e rocciosa  Svizzera.

La quale, oltretutto, nei confronti dell’Europa, fa opera economicamente di soccorso (o caritatevole).  Dapprima rimettendo sul tappeto  il miliardo di coesione, contributo che  la danarosa Svizzera vorrebbe comunque  onorare, e che  servirebbe ad “oliare” quegli ingranaggi europei che garantiscano buoni rapporti per salvaguardare i propri interessi. E’ sempre bottega, ma sa anche  di filantropia con sconto fiscale. Metodo che va sempre più di moda nel capitalismo attuale. La sostanza di questo atteggiamento è però altrove.

È ovvio che l’Unione europea non l’abbia  presa bene e che ritorsioni potrebbero esserci. Ed ecco allora che la Svizzera gioca d’anticipo, con qualche sottaciuto avvertimento. Unione europea e Bruxelles, non dimenticatevi che noi vi diamo e assicuriamo 800 mila posti di lavoro, che ci sono 300 mila frontalieri che lavorano da noi e che altri 500 mila producono (da voi) beni e servizi che al netto (deducendo quindi ciò che noi produciamo per voi) noi comperiamo da voi. E che noi vi comperiamo più di quello che vi  vendiamo. E in questo genere di ritorsione si dimenticano, con poca intelligenza e poco realismo, almeno tre cose.

La prima che una Svizzera demograficamente esangue , dove le persone attive e il lavoro rimangono sempre e comunque il primo fattore della produzione economica e della salute finanziaria, senza quell’apporto importante di lavoratori  europei  potrebbe chiudere bottega in molti settori (pensiamo solo all’industria alberghiera o alla salute, ma persino nell’insegnamento ad alti livelli); d’altronde se ci arrivano, non ci arrivano a caso, ma su domanda, sempre pronti a rispedirli a casa  al primo sentore di crisi, con una manovrabilità unica in Europa (che fa anche i nostri tassi di disoccupazione quasi nulli rispetto all’ Europa).La seconda è che quelle persone non sono delle “assistite” (dalla generosità svizzera), ma creano una gran fetta di reddito nazionale. Basterebbe pensare che ancora poco tempo fa  è stato calcolato che tre quarti della crescita ticinese erano determinati da afflussi dall’estero di nuovi residenti e  sono quelli che hanno protratto benessere al Cantone. Ora questo afflusso, divenuto ormai deflusso, non basta più ed ha peggiorato ulteriormente il bilancio demografico ed anche economico. E, per farne a meno o anche solo per contingentarlo radicalmente (come possibile ritorsione?) bisognerebbe rinunciare in buona parte al mito del PIL in continua crescita oppure ricorrere…alla manodopera là dove abbonda, come quella africana.

L’atteggiamento da marziani

L’atteggiamento da marziani può svilupparlo chi più di me è esperto in politica internazionale. Ma, in fondo, è presto detto: in un mondo che va verso due forti e travolgenti polarizzazioni (Stati Uniti/Occidente – Cina/Asia) il ruolo dell’Europa dovrebbe essere fondamentale e forse salvifico. Non è sgretolandola, come vogliono i due supercolossi, e vivendo e comportandosi da marziani, extraeuropei dentro l’Europa, o pretendendo di essere il passeggero che non paga il biglietto, che riusciremo a non essere colonizzati non dall’Europa, in cui viviamo, ma dagli Stati Uniti o dalla Cina, come in parte già lo siamo.


Il paradosso di un NO

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Una questione di fiducia, e di menzogna

Un’affollata, contraddittoria coalizione libera Israele da Netanyahu. L’uomo forte è Naftali Bennett, leader dei coloni, e c’è poco da gioire 

Vi sono elementi e dinamiche comunicative che manifestano in modo palese un atteggiamento in cui la relazione all’altro passa per il tramite della menzogna e dell’infingimento. È quello che mi sono detto ascoltando le parole che colui che regge le sorti della città ha speso per giustificare la vicenda dello sgombero e della demolizione dell’ex-Macello; evento assai luttuoso non per le perdite umane, ma per la cancellazione di taluni principi etici e democratici che ritengo fondamentali e di banale sensatezza.

Chiacchiere assurde a proposito di tetti che perdevano, di polizia che postula demolizioni, di interventi non pianificati e dettati dall’urgenza (anzi, dall’emergenza; e c’è qualcuno, un legale nientedimeno, che ha scomodato la Polizieklausel per tutto giustificare), in un profluvio di sciocchezze che è, tra l’altro, palesamento verbale della totale mancanza di rispetto per i destinatari di cotante balle, e in particolare per la loro intelligenza.

Mi fido poco poco di coloro che – soprattutto in politica – non comprendono il ruolo e la forza dei simboli, e soprattutto trascurano che occorre prudenza e intelligenza nel maneggiarli, a maggior ragione se si intende distruggerli, e con essi, i valori che essi incarnano; giocare con i simboli è pericoloso, si rischia di farsi molto male. Nel caso dell’ex-Macello, il luogo (che era fisico, certo, ma eminentemente simbolico in quanto alludeva alla permanenza di cose e di idee, a resilienze e a resistenze) è stato sostituito dalle macerie, anch’esse simboliche, evocatrici di un atto di inutile e stupida violenza, del tentativo di cancellare idee e diritti; e allusive di una forma mentale che sdogana l’arbitrio come mezzo di affermazione della forza del potere. Una violenza, per di più, perpetrata da coloro che abbiamo incautamente deputato a tutelare un territorio nella sua complessità, anche a livello di emozioni e di umano sentire; e certo non a sostenere partigianamente la posizione di una parte, sia essa pure maggioritaria, benpensante e fornita di poteri e di mezzi finanziari per comprarseli.

Sono attonito, ma non incredulo visto il track record di questo sindacato, che questo gravissimo vulnus ai principi e all’etica della democrazia sia potuto accadere da noi; per di più nel connivente silenzio di coloro che hanno tollerato questo scempio etico e ideale e che ora tacciono, piegando la testa sotto il vento dello sdegno, fiduciosi che passerà la buriana e si potrà continuare a fare come se nulla fosse stato. Parlo delle segreterie dei partiti, del legislativo comunale, del Cantone, tra i molti altri; con l’ovvia eccezione dei peggiori, cioè i vincitori di questo fine settimana di usuale pochezza provinciale. Due municipali ora si smarcano (in evidente imbarazzo per non essere nemmeno stati interpellati) e una denuncia penale è stata depositata contro l’esecutivo comunale per i fatti di sabato; ma siamo lontani dalla coralità di opposizione che un evento del genere avrebbe dovuto suscitare in un paese civile.

Lo sappiamo, e dobbiamo farcene una ragione: la città vuole movida, bella gente, rumorose libagioni, brutta musica sparata in faccia, presenza di riccastri (meglio se cafoni), proterve ostentazioni da Monte-Carlo in diciottesimo, sproloqui su inesistenti “eccellenze eno-gastronomiche”, appartamenti con imprendibili viste, schiamazzi ad ogni ora, etica del lusso, ignoranza arrogantemente esibita; “torneremo a vivere di eventi”, strilla una claim turistica dai cartelloni in centro, come se di “eventi” qualcuno – se non l’organizzatore – possa effettivamente vivere. In mezzo a questo stordente chiasso, la presenza dell’ex-Macello era una silente allusione a un’alternativa possibile (e questo indipendentemente dal giudizio, e dal credito che si può darle), in uno spazio autonomo e autarchico, a se stesso bastevole, alternativa rabbiosa e refrattaria ai compromessi; insopportabile per certuni, che hanno cercato, e infine trovato, il pretesto per eliminare un dissenso anche solo consumato in spazi chiusi, a volte ostilmente impermeabili. Nessuno può tentare di essere libero, se non si omologa e quindi rinuncia al sogno, questa la lezione.


Uso strumentale di autonomia

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Vetrine tirate giù a colpi di mattoni, urla, auto in fiamme, ragazze e ragazzi con i volti nascosti dai passamontagna pronti alla violenza, se necessario. Da parte dei cittadini e delle cittadine, paura, tanta paura per l’imponderabilità dei dimostranti; da parte delle/i dimostranti il timore di avere perso una causa che sembra ancora una volta più lontana, ossia l’ottenimento di un centro votato all’autogestione.

Sì, stiamo parlando di un gruppo più o meno nutrito di giovani che “occupa” e a voce alta reclama quello che considera un proprio diritto. E sì, l’intervento della polizia, in forze e determinato a una repressione dura, forse da qualche parte è perfino legittimato.

Ma stavate forse pensando ai fatti di sabato notte a Lugano?

Noi non ci riferiamo di certo a quella squallida vicenda, e tantomeno ai Molinari. Pensavamo infatti agli autonomi di Zurigo che a più riprese e in epoche diverse hanno tenuto sotto scacco città, politici, e autorità. Quest’anno ricorre il 41esimo (!) anniversario dagli eventi del 1980 che resero tristemente famosa la città sulla Limmat, consegnando ai posteri la frase Züri brännt, Zurigo brucia.

Sabato notte però a Lugano non bruciava nulla, nessuno ha picchiato nessuno, non sono stati lanciati mattoni, eppure il dispiegamento delle forze di polizia ci ha ricordato nientemeno che Zurigo, se è vero (ed è vero) che i rinforzi sono stati mobilitati perfino dal lontano Canton Vaud.

Il giorno dopo, e quelli dopo ancora, quando in Ticino ci si è chiesti perché sabato 29 maggio non si sia lesinato con la repressione, e soprattutto con la distruzione fisica di quello che era un luogo simbolico, la classe politique ha tirato in ballo l’expertise degli agenti, abituati a riconoscere il potenziale violento di determinate situazioni: è proprio sulla scorta dell’esperienza di quegli agenti che si è voluti intervenire.

Una domanda: il potenziale violento (“la manifestazione è degenerata” è il mantra di questi giorni) di cui sopra era rappresentato unicamente da quei manifestanti che hanno avuto l’infausta idea di occupare l’ex Istituto Vanoni? Se così fosse, ci verrebbero i brividi a pensare a quella che sarebbe stata la risposta di Lugano se si fosse trovata confrontata con i problemi di città vere come Zurigo, Basilea o Ginevra, e non con una piccola bomboniera dove un termine come “autogestione” fa ancora paura nel 2021.

È in questi momenti che la consapevolezza di vivere in provincia si fa sensazione dolorosamente reale.

Nell’immagine: guerriglia urbana a Zurigo


Il Molino, da lontano ma così vicino

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di Djamila Beretta Piccoli

Unquillo, Argentina, 30 maggio 2021

Vedo le immagini della distruzione di una parte dell’ex macello di Lugano, dell’edificio occupato dal Molino. Leggo le parole del sindaco e alcuni/e municipali, la sensazione d’ingiustizia, di rabbia, di tristezza occupano per qualche minuto la mia persona…. . Poi ricordo, perché ricordare vuol dire: “ripassare attraverso il cuore”. Ricordo le feste di primavera al parco Tassino, ricordo l’occupazione dell’edificio degli ex Molini Bernasconi, Il Maglio, le manifestazioni, la musica, i colori, le mille attività autogestite proposte, le assemblee in città, le prese di posizione difendendo sempre quella parte di società che resiste per un mondo dove entrino tutti i mondi possibili.

Il centro sociale autogestito piace a molte/i, piace per la forma in cui si prendono le decisioni (assemblea), in cui devi avere pazienza, tempo per ascoltare tutte le opinioni. Piace perché è un luogo dove in tante e tanti ci sentiamo a nostro agio. Dove abbiamo potuto confrontarci e crescere, conoscere realtà di altri Paesi. Luogo dove a volte vi sono state centinaia di proposte culturali e anche momenti di vuoto. Luogo di alti e bassi, luogo dove ci si mette in discussione. Luogo che continua ad imparare. Luogo che continuerà ad esistere perché in molte/i cerchiamo l’alternativa. Non ci conformiamo con lo standard, con le proposte commerciali o con una cultura classista. In diverse/i sosteniamo le svariate forme alternative d’espressione culturale, forme alternative di famiglia, di scuola, di vita.

Ad alcune/i non piace il Molino o non vedono la necessità di un’esperienza d’autogestione, ma capiscono che una città deve poter includere diverse realtà.

Perché una città che include, permette di sviluppare menti critiche, di crescere vedendo, sentendo le differenze e dunque di andare verso un mondo dai mille colori. Ma forse il borgo ticinese è cresciuto velocemente a livello economico, trascurando la crescita intellettuale, trascurando l’esperienza pratica. Ha trascurato l’ambiente, ha trascurato una riflessione sociale. È passato dal mangiare alborelle e castagne a dar da mangiare alle macchinette del casinò.

Il “nuovo” ruspante municipio, poco creativo, parla di voler il dialogo, ma qualcosa mi dev’essere sfuggito…, su quali siano le basi per un dialogo. O forse, come già scritto, il metodo punitivo patriarcale è d’attualità nella cittadina luganese. Lugano, che a suon di ruspe e in nome del progresso, in nome del potere ha spesso distrutto teatri, cinema, antiche e meravigliose costruzioni, riempiendo la città di telecamere, svuotando il centro città, chiudendo i parchi. “Addio Lugano bella…”.

L’autogestione si rafforza fra le macerie dei graffiti, fra i mattoni impregnati di risa, chiacchiere e baci. Sento fino in Argentina le note delle canzoni che ci hanno fatto ballare, cantare e bere vino . Ed è così che verso alla madre terra un vino fatto di sorellanza e fratellanza, e ricordo che, come la terra è di chi la lavora, la protegge e la ama, gli spazi occupati sono di chi li mantiene vivi.
E viva è la forza di continuare, abbracciate/i , sorridendo con lo sguardo della speranza e la consapevolezza che ci stiamo guardando e che la fiamma è sempre accesa.

Perché si possono distruggere le mura, i libri, le costruzioni, ma non vi lasceremo andare oltre, non vi lasceremo prendere le nostre anime ribelli, non lasceremo spazio alla frustrazione. Festeggeremo la morte e la rinascita allo stesso tempo, danzeremo nelle piazze, esprimendo la creatività di chi non molla mai! Con lacrime di tristezza ed allegria continueremo a seminare realtà autonome!


Andrea Pilotti – Ticino di nuovo terra di emigranti

Un’affollata, contraddittoria coalizione libera Israele da Netanyahu. L’uomo forte è Naftali Bennett, leader dei coloni, e c’è poco da gioire 


Chi è stato democraticamente eletto si comporti in maniera democratica

Un’affollata, contraddittoria coalizione libera Israele da Netanyahu. L’uomo forte è Naftali Bennett, leader dei coloni, e c’è poco da gioire 

La redazione di Naufraghi/e sottoscrive il seguente appello, redatto e promosso da Nelly Valsangiacomo e Tommaso Soldini.


I movimenti di autogestione hanno una storia lunga e variegata. Esperienze di autogestione come quella avviata nel 1996 e che si è sviluppata nell’ambito del CSOA IL MOLINO si iscrive nel contesto di analoghe esperienze urbane nel resto d’Europa e in Svizzera.

Sono forme di contestazione di un certa strutturazione della democrazia, ma NON del sistema democratico, al quale si riferiscono chiaramente nella loro teorizzazione e organizzazione.

Al contrario, l’azione violenta e sproporzionata da parte della polizia, avallata con la mano sinistra e negata con la mano destra dal Municipio di Lugano, non è da considerarsi tale, a meno che non ci si riferisca a forme di pseudodemocrazia, profondamente illiberali.

Alla luce di questi accadimenti, come cittadine e cittadini che hanno in alta considerazione le istituzioni e la difesa della democrazia, non possiamo che interrogarci sull’etica che ha reso possibile uno sproporzionato ricorso alla forza, così come sull’applicazione dei principi democratici da parte delle autorità della città di Lugano in un’operazione che non solo sembra inadeguata, ma anche profondamente e inspiegabilmente cattiva.

Se invitiamo a cominciare seriamente il dialogo con una realtà che ha piena legittimazione, reputiamo altresì fondamentale che si chiariscano le eventuali responsabilità delle autorità cantonali e che soprattutto i responsabili a livello comunale assumano le conseguenze di questo atto.

Per queste ragioni è opportuno che il Dipartimento dell’interno dica in modo chiaro se e quanto fosse coinvolto e in un’azione illegale e pericolosa e violenta; come è necessario che le autorità luganesi coinvolte ammettano di avere bloccato per ore delle persone in via Simen (fingendo di non sapere che quella era solo un’occupazione temporanea e simbolica) con il preciso scopo di sgomberare, anzi distruggere un bene della cittadinanza, un simbolo della cultura alternativa, ma soprattutto una grossa fetta del sentimento di libertà e sicurezza di cui ogni cittadina e cittadino deve poter beneficiare. Ci attendiamo che chi è stato democraticamente eletto rispetti le regole della democrazia e si assuma pienamente le responsabilità, unico modo per ripristinare lo Stato di diritto.