Ma davvero Basta

 


Hong Kong, il lungo addio alla libertà

 

Migliaia di persone sono scese nelle strade di Hong Kong in nome della democrazia. Questa volta erano incolonnate per ore, fino a tarda notte e malgrado la pioggia, per acquistare l’ultima edizione del quotidiano Apple Daily, costretto a chiudere alla mezzanotte di mercoledì 23 giugno dopo mesi di scontri a muso duro con le autorità.

Le emozioni, così come le vendite, sono salite alle stelle, in gesti altamente simbolici, che riflettono lo spirito dei cittadini di Hong Kong, decisi a lottare contro l’espansione del potere di Pechino sull’ex colonia Britannica, che si distingue con orgoglio dalla Cina continentale, proprio per le sue libertà, sempre più compromesse. Secondo l’indice della libertà di stampa, nel 2021 Hong Kong è scesa dal 54esimo posto, all’ottantesimo.

La chiusura del giornale posseduto dal magnate dell’editoria Jimmy Lai, in carcere per il suo ruolo nelle manifestazioni del 2019, non è una sorpresa, ma è vista come un’altra vittoria del partito comunista, che ha intensificato gli sforzi per mettere fine, con largo anticipo, alla formula un paese due sistemi, in vigore fino al 2047, secondo gli accordi stipulati nel 1984 tra Londra e Pechino, che garantivano ai cittadini di Hong Kong, diritti speciali per 50 anni, dopo il ritorno alla Cina.

Operativa dal 1995, la pubblicazione era una dei principali critici della leadership di Hong Kong e di quella cinese. Ma dopo numerosi arresti, perquisizioni e il congelamento dei beni legati alla società, la direzione ha deciso di cessare le attività per proteggere i dipendenti.

In Asia, il destino di Hong Kong è da anni un tema di discussione e di inquietudine, e gli sviluppi delle ultime settimane non fanno eccezione. C’è chi gioisce per la ritrovata “stabilità” della piazza finanziaria, dopo anni di disordini; c’è chi ricorda che Hong Kong è stata data per spacciata più volte: dopo il ritorno alla Cina nel 1997, durante la crisi finanziaria asiatica nel 1998, quella globale nel 2008 e ancora a causa della SARS tra il 2002 e il 2004, ma la città è sempre riuscita a riprendersi, rimanendo rilevante ed attrattiva.

Ci sono gli uomini d’affari, molti dei quali si erano uniti ai dimostranti nel 2019 contro la legge sull’estradizione, che si sono rassegnati all’idea di una Hong Kong diversa, ma pur sempre importante finanziariamente. C’è chi è sorpreso che Pechino abbia atteso fino ad ora per imporre il pugno di ferro. C’è poi chi enfatizza che sotto il dominio britannico, Hong Kong non godeva di piena libertà. Il governatore era nominato dal monarca britannico e il potere esecutivo era fortemente concentrato nelle sue mani. Durante l’epoca coloniale, proprio come auspica ora Pechino, Hong Kong non aveva voce in capitolo sulle scelte dei suoi leaders o sul suo futuro. Certo è che durante il ventesimo secolo divenne un rifugio sicuro per dissidenti, rifugiati politici e funzionari cinesi, uno statuto minacciato dall’introduzione, un anno fa, della legge sulla sicurezza nazionale. C’è infine chi sottolinea che il malcontento dei giovani scesi in piazza negli ultimi anni, ha radici profonde nelle diseguaglianze, nel costo della vita e nella mancanza di opportunità, di cui non si parla abbastanza.

Attivisti e politici in esilio continueranno a far sentire la propria voce, a lottare per Hong Kong, a raccogliere fondi per le sue pubblicazioni, per il movimento pro-democrazia, ma chi difende la libertà di stampa e di espressione, prova oggi un disagio e una tristezza immensi, coscienti che la fine di Hong Kong, quale regione amministrativa speciale, sta arrivando a passo spedito. Il governo è pronto ad introdurre una legislazione sulle notizie false, che potrebbe venir usata per soffocare ulteriormente le voci critiche, come sta succedendo in numerosi paesi della regione.

Centinaia di giovani attivisti rimangono in carcere, altrettanti sono stati costretti a lasciare il territorio per sfuggire all’arresto, altri ancora sono privati, giorno dopo giorno, del diritto all’informazione e degli strumenti necessari per sfidare il potere centrale.


Lugano: il ritorno del Grande capo “Cervo bianco”

 

Dai Pascoli dei Cieli dove siede alla destra di Manitou, il vero (falso) “Cervo Bianco”, alias Edgar Laplante, non ce ne voglia: i suoi nipotini che periodicamente si reincarnano nel Canton Ticino (il commendator Berardelli, l’impresario Giulini) nei suoi confronti sono truffatori e millantatori da quattro soldi: a meno che il grande calciatore 36enne Dia Ba sia un “vu cumprà” senegalese e il famoso allenatore brasiliano Abel Carlos da Silva Braga un postino. Ma non sembra essere il caso: diamo dunque al principe irochese Tewanna Ray quel che è del Principe e al nuovo (falso) padrone del F.C. Lugano Thiago Rodrigo de Souza quel che è di Thiago: in tasca neanche un centesimo, ma come genialità nello spillare soldi agli altri e nel raccontare frottole non c’è partita. Thiago aveva promesso di portare a Lugano giocatori mai visti in Svizzera, ed è arrivato con 4 garzoni del “F.C. Sona” serie D italiana, ma Cervo Bianco prometteva e distribuiva letteralmente a piene mani, buttandoli fuori dalle macchine in corsa, i bigliettoni: diamine – nella sua riserva canadese il petrolio sgorgava a fiotti, e nelle sue miniere le pepite d’oro erano grosse come noccioline, i diamanti come uova di quaglia. Era in perenne lite con lo Stato che lo voleva espropriare.

E ancora: a prima vista il Thiago visto a Lugano, con la sua aria da venditore di biglietti della lotteria, non riuscirà mai a sedurre le ricche signore della “crème” luganese come avrebbe fatto “White Elk”, dove elk  sta per alce, non per cervo.

Fra le sue numerosissime prede vantava la contessina austriaca Antoinette Khevemüller-Metsch e sua mamma Melanie, conosciute a Nizza, alle quali in un sol anno aveva sottratto, come stabilito dalle autorità giudiziarie fasciste, numero di lire italiane 1 milione 18 mila 874: ah l’amore! Formidabile “tombeur de femmes”, accolto dal Fascio come un campione dei nativi indiani oppressi dalla plutocrazia giudaico-massonica anglo-americana, “Cervo Bianco” raccoglieva soldi a palate “a favore del suo popolo e della Croce Rossa”, e vendeva un miracoloso olio di serpente della “prairie” canadese che aveva pure proprietà afrodisiache. Cosa ha venduto Tiago de Souza a Renzetti? Alla nostra stampa e ai notabili della città? Una qualche pozione di bava di rospo cornuto argentato dell’Amazzonia? Le “Camicie Nere”, nel  1924, dopo avergli dato la tessera e averlo celebrato al canto di “Giovinezza”, avevano smascherato il falso principe: 2 a 0 per noi. Noi in 3 settimane, loro in un anno. Sparito ed esautorato (sarà vero?) il grande imprenditore De Souza. il cerino rimane nelle mani del povero Renzetti che deve far buon viso a cattivo gioco: quello di de Souza; un po’ più defilato, del suo compare Valbusa, e quello del russo Novoselskiy che fa il diavolo a quattro nel settore giovanile, già bacchettato sulle dita dalla Federazione Svizzera. Ha un figlio su cui punta molto, e specula di fare il colpo grosso crescendo qualche campioncino da vendere a peso d’oro. Ma siccome spesso la vita non pone limiti al peggio, non solo non s’è visto “gnanca ‘n ghell”, ma ora si rischia di pagare, se veramente hanno firmato, signori Braga e Ba.

E ora? Ah! – si potesse recuperare il buon Jacobacci, mandato via perché non all’altezza delle aspettative d’un grande Lugano “brasilero”… va bè, c’è pur sempre il prodotto nostrano, il baldo Baldo Raineri, appena retrocesso con il Chiasso.

Si vedrà. Dimenticavamo: sentito puzzo di bruciato, dove si rifugiò il povero “Cervo Bianco”, alias “Alce”? A Bellinzona, dove viene curato all’ospedale, poi a Lugano, dove vive come ha sempre fatto, a scrocco. Fa una capatina a Neuchatel dove il suo olio di serpente insospettisce i locali, viene rispedito nel nostro Paese, finisce a Mendrisio dove il dr. Bruno Manzoni lo definisce “bugiardo, megalomane patologico”. Ma di genio, e anche grande attore: Edgar Laplante parla il francese di suo padre, l’inglese e la lingua di sua madre, una “squaw” irochese.

Si presenta con un enorme copricapo di piume d’aquila reale, alias tacchino, sparge a piene mani i diamanti della sua miniera, alias fondi di bicchiere, mentre invece sono autentici gli ermellini al collo: della contessina.

L’Italia ce lo porta via e lo condanna a 5 anni per truffa. II professore di antropologia criminale Marco Carrara lo giudica “bugiardo patologico dalla personalità istrionica”. Idem come sopra. Dopo 3 anni viene rilasciato, ritorna al suo Paese, riprende il suoi show di danze e canti indiani imparati dalla mamma, muore d’infarto nel 1944.

A Torino, nel Museo di Antropologia Criminale è conservato e  ammirato un costume Irochese e un maestoso copricapo: e chiedere alla coppia De Souza-Valbusa calzini e mutande? Non c’è paragone.

E infine, scusandoci con i luganesi seri (non molti di questi tempi) per la crudeltà geometrica della domanda: ma perché i vari “Cervi Bianchi” sono così attratti dai nostri pascoli? Per chi ci prendono? Abbiamo un aria così scema? Ai posteri l’ardua sentenza.


La variante Delta decolla ma non troppo

 

Anche a Berna ci si preoccupa. Parlo della variante Delta, che dopo un paio di mesi in cui sembrava marciare sul posto (rappresentava al più qualche decimo di punto percentuale), sta ora facendo segnare una crescita assai rapida. Martedì, nell’ultimo Point de presse, il responsabile della sezione Gestione delle crisi dell’Ufficio federale della sanità pubblica Patrick Mathys ha detto che oggi si stima sia all’origine del 10 per cento circa dei contagi e che è fonte di inquietudine.

Il grafico pubblicato nella pagina dedicata all’evoluzione delle varianti del sito dell’UFSP vale mille parole.

Dopo più di un anno di pandemia, dovremmo avere imparato tutti a riconoscere queste curve, che disegnano una crescita esponenziale: a metà maggio, la variante Delta rappresentava l’1,3 per cento dei contagi, a fine mese il 3,3 e nei dieci giorni successivi ha raggiunto l’8,9 per cento, dopo aver toccato una punta del 9.4 nei giorni precedenti.  Non bastasse, il grafico mostra che a schizzare verso l’alto c’è anche la variante Kappa, sorella della Delta: dallo 0.2 per cento di fine maggio, in dieci giorni ha raggiunto il 5,4 per cento. Le due sotto-varianti individuate per la prima volta in India sembrano dunque prendere il sopravvento anche in Svizzera.

Un’evoluzione che si è registrata in dieci giorni, ho scritto, e non è una svista: perché i dati dell’UFSP si fermano al 10 giugno. Quale sia stata l’evoluzione nelle ultime due settimane è impossibile dirlo:  se il loro tasso di crescita non è cambiato, le due varianti potrebbero ormai essere maggioritarie, visto che la Delta raddoppiava ogni settimana e la Kappa, dal 1. al 10 giugno, si è addirittura moltiplicata 25 volte.

Preoccupante, senza dubbio. Questi dati vanno letti, però, nel contesto del rapido calo dei contagi cui stiamo assistendo. In numeri assoluti la crescita delle due varianti è stata molto meno spettacolare. Dal 1. al 10 giugno il numero dei casi giornalieri si è dimezzato (da 756 a 358 casi) e ciò significa che le due varianti, sommate, sono passate da 27 a 51 casi, mentre da 25 a 32 sono aumentati i casi della variante Delta, quella più preoccupante (a causa della sua scarsa diffusione, non preoccupa per ora la variante Kappa, anche se, come la sorella, riduce l’efficacia della vaccinazione, soprattutto tra la prima e la seconda dose, e può infettare anche chi è già vaccinato).

Tra le buone notizie vi è il fatto che, dopo la seconda dose, i due vaccini utilizzati in Svizzera hanno un’elevata efficacia anche contro queste varianti: il problema è che, secondo gli ultimi dati dell’UFSP, le persone completamente vaccinate sono poco più del 30 per cento, cui si aggiunge un 17 per cento scarso di persone che hanno ricevuto una sola dose e sono perciò protette solo parzialmente.

Di positivo c’è inoltre l’inizio dell’estate i cui effetti stagionali attenuano la contagiosità del virus e che, soprattutto, coincide con la chiusura delle scuole, che rappresentano un terreno di coltura ideale (ragazzi non vaccinati che trascorrono ore assieme in un luogo chiuso e troppo spesso mal ventilato). Resta però il fatto che queste varianti sono nettamente più contagiose, in particolare tra i giovani, e necessitano più spesso di un’ospedalizzazione (seppur in media più breve).

È in questo ambito che si inseriscono le nuove aperture decise ieri dal Consiglio federale. Che dire? Quelle precedenti non hanno causato guai, per cui mi sembra lecito essere ottimisti. A condizione però di seguire con attenzione l’evoluzione delle due varianti oggi in crescita, pronti a intervenire se i contagi tornassero a salire, e di continuare a pieno ritmo con le vaccinazioni.

Come ricordava martedì il virologo Didier Trono, intervistato dalla Radio romanda, solo le vaccinazioni potranno evitare che anche la Svizzera venga a trovarsi in una situazione simile a quella che vive l’Inghilterra oggi. Secondo il responsabile del Gruppo Diagnostica e test della Task force scientifica, solo se entro la fine di settembre tutti coloro che possono si saranno vaccinati – e quindi la copertura vaccinale sarà vicina all’80 per cento – riusciremo a evitare una quarta ondata che rischia di assomigliare a quella che ci ha travolti lo scorso ottobre.


Idee di democrazia – Il video

 

Durante la serata è stato proiettato il documentario prodotto da SRF “La spia e gli anarchici” di Felice Zenoni. Per ragioni legate ai diritti d’autore non possiamo includerlo nel video della serata che trovate qui sotto. Vi consigliamo tuttavia di guardarlo nel sito Playsuisse. La visione è gratuita, ma è necessario registrarsi.


A babbo morto, o quasi 

 

30 maggio: apertura di un procedimento penale per i fatti dell’ex-Macello. 22 giugno: “Entrano nel vivo le verifiche ordinate dal Ministero pubblico rispetto alla procedura di demolizione dello stabile” (lo dice tio, senza un filo di ironia): entrano nel vivo ma senza fretta, a babbo quasi defunto, si potrebbe dire. Si interrogano i municipali, con sfoggio di ferma volontà inquisitoria: un PP per ogni municipale, nientedimeno. Non si capisce se è per non appesantire troppo i cerebri (e abusare della pazienza) dei magistrati con le parole in libertà di qualche eletto, o per accompagnare la cacofonia della comunicazione del Municipio con un bel coro polifonico degli inquirenti. Vedremo se la Procura riuscirà a uscire indenne, in sanità mentale ma soprattutto in credibilità, da questo esercizio millevoci; (unico) elemento positivo di questa modalità, la condivisione generale delle responsabilità tra i magistrati, che dovrebbe scoraggiare qualche personale deriva e fornire strumenti per un esame più articolato.

Questa scelta un po’ plateale, e che sospetto assai “politica” (e di trasversalità partitica), sarebbe giustificata per evitare collusioni tra gli interrogati per il tramite appunto della contemporaneità delle audizioni: esercizio teoricamente meritorio, se il tutto si fosse svolto il giorno dopo i fatti e non dopo quasi un mese, quando la polvere delle macerie si è da tempo depositata e tira già aria fresca da dimenticatoio, da scurdammoce u’ passato, complici anche le vacanze. E quando vi è stato tutto il tempo, altrove, per coordinarsi e per parlare con chi era necessario o opportuno che si parlasse. Volendo essere un filo malevoli (e non vogliamo esserlo, e comunque di certo non nei riguardi dei magistrati inquirenti), si potrebbero intuire cortine di fumo, camion di sabbia e coperchi per pentole all’orizzonte; con in calce il solito personaggio minore, in cerca di crediti da spendere in futuro, disposto a tenere il cerino in mano.

Le audizioni vengono dopo settimane di silenzi pubblici, rotti solo dalle solite panzane, prontamente smentite il giorno dopo dagli stessi che le avevano offerte come verità ultime e definitive. Ultima versione quella affidata al comunicato della settimana scorsa, a nome del Municipio tutto (quindi anche a nome dei – due? – “dissidenti”), in cui si è proposta una versione che avrebbe potuto essere opera di un venditore di rolex falsi all’autogrill di Fiorenzuola. A proposito di assurdità, negli ultimi giorni ci si è anche detto che i capi della polizia comunale e di quella cantonale non furono coinvolti nelle decisioni prese dai loro sottoposti (demolizione “del tetto” tramite ruspe); indignerebbe comunque sia una patente controverità (in un mondo normale, decisioni di questa rilevanza non possono essere prese senza che siano consultati i vertici), sia la gestione vagamente dilettantistica di queste strutture (se si volesse invece credere a questa versione).

Siamo tutti in attesa di quanto emergerà dalle audizioni, legittimamente non attendendoci troppo da questo esercizio.


Zan e ingerenza del Vaticano

 

Oggetto in Italia di bagarre politico-parlamentare, il progetto di ‘legge Zan’ contro l’omotransfobia non piace dunque al Vaticano. E di principio ci può stare. La Chiesa cattolica, come qualsiasi altra ‘chiesa’, in un contesto democratico ha naturalmente il diritto di esprimere civilmente la propria opinione e avanzare i propri suggerimenti su argomenti e decisioni che ritiene lesivi delle proprie convinzioni, anche quando contrappone la “realtà divina”, quindi dell’assoluto, alla realtà prosaica e laica, quella dello Stato.

Quello che invece non ci sta, che non è accettabile, ed è anzi intollerabile, è che la Chiesa intervenga non come espressione di un pensiero religioso ma come entità statale: accade infatti che il Vaticano ‘entra nel parlamento’ italiano per delegittimare un dibattito, sostenendo che l’idea del nuovo ordinamento sia contraria agli accordi fra i due Stati, e questo in base al Concordato voluto prima da Benito Mussolini e poi rinnovato nel 1984 da Bettino Craxi , in realtà nell’indifferenza quasi generale. Qui non si tratta più di confronto democratico, in cui la Chiesa ha sempre giocato pesante facendo valere (e a volte imponendo indirettamente) le proprie convinzioni. Qui si tratta di pura ingerenza di uno Stato straniero nelle faccende di un altro Stato.

Non era mai accaduto. Per esempio: non nel caso della legge sull’aborto, e nemmeno sulla legge che introdusse il divorzio. Dal pulpito, i sacerdoti inutilmente le bersagliarono entrambe con ammonimenti durissimi e richiami alla ‘sicura’ degenerazione di presunti imbarbarimenti morali della società, con automatici e implacabili castighi divini (una profezia ancora in attesa di conferma). Tuttavia, nemmeno allora la diplomazia vaticana si attivò ufficialmente e politicamente come entità statale. Benché con vistosi strappi alla regola, prevaleva timidamente e sempre a fatica il concetto di ‘libera Chiesa in libero Stato’, la felice espressione del pensatore francese Charles de Montalembert, politico e filosofo francese, più volte ripresa da Cavour: formula che intendeva esprimere la visione del liberalismo italiano nei confronti del problema dei rapporti fra Stato e Chiesa. Come detto, pur con progressive, eccezioni e vistose contraddizioni, fra cui appunto il Concordato, che accoglie tutta una serie di rivendicazioni ecclesiali.

Perché, invece, lo Zan ha provocato oltre Tevere una reazione diversa e più ‘invasiva’? E perché proprio nell’epoca di un papa, Francesco, che ha messo la difesa dei diritti umani fra le priorità del suo mandato pontificio, visto che, ha esclamato, in questa società “c’è gente di prima, di seconda, di terza categoria, e addirittura persone considerate scarti”? Si dice che la motivazione principale stia nell’articolo 7 della proposta di Legge, che introduce anche nelle scuole private cattoliche, “una Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia”. Cosa vi sia di sbagliato, anche per la Chiesa, nel contrasto a queste “fobie” non si capirebbe: se non che una mobilitazione del genere non avrebbe senso se non venisse accompagnata dalla spiegazione, ad alunne e alunni, di cosa sia l’universo LGBT. Povere orecchie innocenti. Che potrebbero reagire con turbamento, e soprattutto qualche indesiderata curiosità. Esattamente quello che ha spinto il governo ungherese di Orban, per auto-definizione ‘illiberale”, a proibire nelle scuole e in tv fino a tarda sera, di trattare il tema dell’omosessualità.

Che altro c’è di inquietante nella legge Zan? Il timore che religiosi e fedeli non possano esprimersi liberamente contro le esperienze di vita LGBT senza ritrovarsi davanti a un giudice; mentre l’articolo 4 del progetto stabilisce che “sono fatte salve la libera espressione di convincimenti e opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee e alle libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori e violenti” (qualcosa evidentemente che vada oltre l’infelice omofoba battuta di una Meloni, “preferisco non avere figli piuttosto che un figlio gay”). Immediata l’obiezione: trattasi di una formulazione che un magistrato potrebbe interpretare in modo troppo estensivo. Ma vi sono vari modi anche sul piano giuridico per impedire che ciò avvenga. Del resto, sono forse finiti in tribunale i numerosi medici che, vantando i propri convincimenti religiosi, in Italia e altrove si rifiutano di eseguire un aborto, contravvenendo così alla legge?


DDL Zan

 


Dentro e fuori il rettangolo di gioco

 

Sarà che lo spettacolo, finora, non è dei più esaltanti, sarà che sui campi di mezza Europa si consuma un campionato itinerante che pare sempre più difficile sia da capire sia da gestire (con l’UEFA più tremebonda che mai per il pendente caso Superleague); sarà che di calcio c’è un bel po’ di gente che non ne può più, insomma, saranno tante cose, ma alla fine, in questi giorni, a tener banco sui media e non solo, si susseguono questioni extra-calcistiche montate ad arte e gettate in pasto ai social, per la soddisfazione di chi non aspetta altro che potersi scatenare in giudizi perentori e risolutivi.

Prendiamo i nostri prodi rossocrociati, mosci mosci alla prima con il Galles, inesistenti contro l’Italia e infine miracolati da una prestazione appena sufficiente contro i turchi più dimessi (calcisticamente) della storia, e cosa ne ricaviamo? Insomma, qual è il dibattito? Se “onorano la maglia”, se i nostri undici multietnici ragazzotti, proprio perché tali, un po’ balcanici, un po’ africani, un po’ tutto tranne che puri svizzeri da otto generazioni, possano sentirsi autorizzati a rappresentarci e siano in grado di farlo.

E via con il dibattito, acceso, sulla loro indifferenza verso la missione patriottica che sono chiamati a svolgere, tutto concentrato sulla loro muta e passiva accettazione dell’esecuzione, nel pre-partita, del Salmo svizzero. Ecco, muti perché indifferenti, indifferenti perché, in fondo, ben poco “svizzeri”. Beh, certo, che nove o dieci undicesimi della squadra nazionale rossocrociata siano giocatori dal doppio o triplo passaporto è un dato di fatto, ma poi, toh, un semplicissimo video di SRF già diventato virale, mostra esattamente lo stesso mutismo in nazionali di anni e decenni precedenti, quando in squadra c’erano anche, nientemeno, che svizzerissimi, anzi ticinesissimi come Zappa e Sulser, per dire.

Prendere semplicemente atto che la nostra nazionale, come tante altre, sia una sorta di particolare specchio dei cambiamenti del paese degli ultimi decenni, mostri la sua capacità di accoglienza ed integrazione, non pare proprio sfiorare la narrazione di chi vorrebbe riaffermare la logica del “Blut und Boden”.

Poi c`è chi ritorna ad esternazioni passate dei nostri prodi in cui più che farsi biondi o tatuati “mettevano le ali” (ma non come la Red Bull) per mandare agli avversari e soprattutto al mondo degli spettatori un messaggio politico ben preciso, legato alla insanguinata storia recente dei Balcani. E poi avanti, di riprovazione in riprovazione, per arrivare a non apprezzare l’urlo liberatorio di Seferovic verso la telecamera dopo aver segnato il primo gol alla Turchia.

Così tutto diventa un tema fondato sulla “simpatia” o l’”antipatia” di uno o dell’altro, insomma sul nulla. Ma amplificato da un fatto certo: l’Europeo ed altri eventi simili, rappresentano un’occasione ghiottissima per amplificare qualsiasi messaggio, qualsiasi momento, grazie al potentissimo occhio della trentina di telecamere disseminate intorno al rettangolo di gioco che i calciatori sanno bene dove sono posizionate e come le possono sfruttare.

Certo, eventi globali come questo, portano in tutte le case, brutalmente, anche drammi personali come quello del calciatore danese Eriksen, morto clinicamente in campo e salvato per miracolo dal proprio capitano e dai medici della squadra in un clima di comprensibile angoscia e commozione collettiva che fa ora dei danesi dei “veri uomini” (loro sì, mica i nostri).

Che il calcio sia da tempo uno spettacolo mediatico non è certo un mistero per nessuno. E che fra i calciatori, mediaticamente, ci sia chi conta di più di altri, nemmeno.

Perché stupirsi, dunque, se in una conferenza stampa post-match, Cristiano Ronaldo possa permettersi di spostare due bottigliette di Coca Cola che si trova davanti (in quanto bibita sponsor) affermando che è una bibita che fa male per il troppo zucchero e che lui stesso vieta ai figli che obbliga a bere acqua? Sa di essere guardato da tutto il mondo, soprattutto dai suoi milioni di followers sui social. Risultato? In pochi giorni la Coca Cola pare abbia perso 4 miliardi di dollari in Borsa.

Gli dei del pallone hanno pure questo potere, e la federazione che redarguisce il divo portoghese ricordandogli le regole ed il rispetto per gli sponsor appare, una volta di più, fra ridicola e patetica.

Ed è ancora l’UEFA ( che ormai gioca di rincorsa o di rimessa) ad illustrarsi per un suo nuovo segnale di fermezza nell’impedire alla federazione tedesca di illuminare lo stadio di Monaco con luci color…arcobaleno. Perché una simile iniziativa? Per sottolineare il sostegno della federazione e del Bayern, proprietario dell’impianto, alla causa LGBTQ. Non sia mai detto, proprio quando la Germania gioca contro l’Ungheria, cioè un democraticissimo paese europeo che ha votato una legge che impedisce di occuparsi di temi “di genere” sotto i diciotto anni.

L’UEFA ribadisce che non si fa politica (?), l’Ungheria politica ringrazia con sollievo dicendo che ha prevalso il buon senso. Sì, quel buon senso che prevale nel paese che non vuol saperne di orientamenti sessuali diversi da quelli “tradizionali” che brandisce con fierezza in una delle sue industrie più floride, quella del porno, di cui Budapest è capitale europea dagli anni ’90 (ma anche quello è V.M.18!!)

Insomma, di esempio in esempio, non si riesce proprio a trovare uno spunto di vero calcio. Tutt’al più si può parlare ancora di “stadio”, pensando al  nostro modesto microcosmo luganese che si prepara a lanciarsi nell’impresa del nuovo Polo Sportivo e degli Eventi. Fra i tanti interrogativi ancora irrisolti, pareva assodato almeno un dato: che ci fosse una squadra che nel nuovo impianto deve giocarci. Ora, anche lì, siamo nel campo delle ipotesi che passano dal roboante al depressivo.

Attesa una svolta quasi epocale, in arrivo una nuova dirigenza, pacchi di soldi, un allenatore brasiliano di grande fama (il quasi settantenne brasiliano Abel Braga), un centravanti da paura (il 37enne Demba Ba): insomma un “progetto societario” che guarda al futuro (?). Ma dopo settimane di vana attesa, della nuova dirigenza (e dei suoi soldi) neanche l’ombra. Ed ora il presidente uscente Renzetti torna in scena e al comando, più martire che eroe, e parafrasando una battuta sentita nel programma RSI  di tarda serata “Zeuro in condotta”, arrivato Demba Ba mancano i … quaranta ladroni.

Aspettiamo che si pronunci la Federazione svizzera. Magari anche l’UEFA, perché no. Tanto arriva sempre in ritardo.


L’ex generale contro il nuovo caccia

 

Il siluro contro gli aerei da combattimento non parte dai militanti del gruppo per una svizzera senza esercito (GSsE), ma dall’ex capo supremo dell’esercito in persona. André Blattmann ci fa trasecolare, si associa di fatto alle tesi della sinistra quando fa capire che gli aerei da combattimento non sono necessari e se già ne basterebbero una ventina e non 30 o 40 come previsto. L’ex capo di stato maggiore osserva che gli aerei da caccia servono a combattere dei nemici, ma non ve ne sono in lungo e in largo.

Semmai le minacce per lo spazio aereo sono i droni e i missili da crociera. Per neutralizzarli occorre rafforzare la contraerea e non l’aviazione. Eppoi i costi sono eccessivi, secondo Blattmann i 6 miliardi per i cacciabombardieri bloccano altri importanti investimenti per l’esercito. Il generale in pensione teme poi una devastante sconfitta nel caso di una nuova votazione federale. Un’ipotesi plausibile. La sinistra preannuncia un’iniziativa popolare se la scelta cadrà su uno dei 2 caccia americani in lizza. Sono considerati troppo cari e per di più dei cavalli di troia per le intrusioni digitali del pentagono.

Ed il vento soffia in questa direzione se si confermano le indiscrezioni secondo cui la ministra della difesa Viola Amherd proporrà in consiglio federale l’acquisto dell’americano F-35. E’ l’aereo da combattimento più moderno e sofisticato, una piattaforma elettronica volante, ma anche delicata e soggetta alle avarie. Il governo è diviso. Fra gli avversari dell’F-35, Ueli Maurer e Ignazio Cassis favorevole ad un cacciabombardiere europeo per tenersi buona l’UE dopo il rifiuto dell’accordo quadro.

I giochi sono ancora aperti, ma assumono una dimensione politica che può accentuare lo sgretolamento del mito dell’esercito svizzero. Sette anni fa il popolo ha bocciato l’acquisto del Gripen, lo scorso mese di settembre una casuale e risicatissima maggioranza del 50,1% ha approvato l’acquisto di un aereo da combattimento. Una nuova votazione su un caccia americano può far traboccare il vaso e lacerare l’esercito. La maggioranza che ha votato contro il Gripen, la Fiat 500 come disse Ueli Maurer, accetterà i costi di una Lamborghini come l’F-35? Gli avvertimenti di André Blattman sono più che giustificati.