Anche la lingua conta

La trascuratezza e il degrado linguistico oggi sono ovunque. La RSI si deve adeguare? 

Ho nostalgia di Franco Liri. Non perché sia diventato il simbolo di una battaglia che pure condivido, quella in difesa del Parlato di Rete due. Ne ho nostalgia proprio in quanto autore della Costa dei barbari, la trasmissione che per tanti anni, con leggerezza e rigore, ha diffuso il rispetto per la lingua italiana, per le sue regole e la varietà dei suoi registri.

Nel corso degli anni Ottanta, dopo un periodo di assenza dal palinsesto, la Costa dei Barbari prese nuova vita sotto la responsabilità produttiva di Luigi Faloppa, allora capo del settore Parlato di Rete due. Franco Liri  (pseudonimo di Bixio Candolfi, che ideò il programma assieme a Gabriele Fantuzzi) tornò a scrivere i testi e Flavia Soleri, Luigi Faloppa e Febo Conti ripresero a interpretarli al microfono improvvisando battute e commenti scherzosi. Si divertivano e facevano divertire gli ascoltatori. Ma erano ben consapevoli del loro ruolo di istanza critica di fronte all’uso maldestro dell’italiano e della necessità di richiamare anche i giornalisti alla loro responsabilità nei confronti della lingua.

Come molti ricordano, accanto alle rubriche dedicate agli errori nei testi pubblicitari e negli articoli di giornale, ce n’era una intitolata «Alla radio e alla tivù fanno a chi ne fa di più». A quell’epoca, Rete due era un punto di riferimento importante anche per gli altri settori della RSI. I suoi giornalisti venivano interpellati sui temi culturali ed erano chiamati a fornire contributi alle testate informative. E l’autorevolezza della rete si esprimeva anche attraverso le competenze linguistiche e i corsi di dizione del capo del Parlato, che non mancava, quando era il caso, di prendere il telefono per segnalare direttamente ai colleghi errori, imprecisioni e goffaggini nell’uso della lingua.

Lo spunto per queste considerazioni e questi ricordi mi è venuto dall’ultima Newsletter della Corsi, nella quale possiamo leggere il rapporto del Consiglio del pubblico sulle Cronache della Svizzera italiana. Dopo aver segnalato «qualche sbavatura linguistica che comunque non intacca il giudizio positivo» e aver poco elegantemente fatto il nome e il cognome di un redattore che ha definito «clienti» i visitatori dei musei, il rapporto si conclude con una serie di «domande alla redazione». Una suona così: «Intervistato sulla folle notte in una scuola del locarnese, il Presidente del Consiglio di Stato si dice “incazzato” (citazione). Giusto che il servizio pubblico sdogani, seppur detta da altri, tale espressione? Che limite dare all’utilizzo del registro da parte degli intervistati, indipendentemente dal loro ruolo istituzionale?».

Il fatto è che il populismo si esprime anche nell’uso della lingua, nella caduta delle distinzioni tra registro alto e registro basso, discorso formale e discorso informale, e nella confusione (consapevole o no) tra il tono colloquiale e la lingua da bar. E purtroppo gli stessi giornalisti non sono immuni da questa forma di populismo. Espressioni prese pari pari dal dialetto come «alla fine della fiera», «la NZZ ci va giù abbastanza pesante», «si chiude baracca e burattini», «il parlamento non ne arriva a una», pronunciate non nel contesto di in un informale talk show, ma nell’ambito di trasmissioni informative basate su testi scritti, ne danno testimonianza.

Quest’uso trasandato dell’italiano può indurre a pensare che sia venuta a mancare la consapevolezza del fatto che la lingua è un organismo vivo e stratificato, che risponde ad esigenze diverse in contesti comunicativi diversi. Se assumiamo, al contrario, che nei giornalisti tale consapevolezza ci sia (e io sono sicuro che c’è), allora dobbiamo dedurre che siamo di fronte a una decisione: la decisione di usare la lingua senza fare distinzioni di registro per «essere più vicini all’ascoltatore». Non rendendosi conto che si tratta, a ben guardare, di una scelta irrispettosa proprio nei confronti del pubblico. È l’equivoco del «parlare come si mangia» che, come ha osservato Virginio Pedroni in un suo intervento sul prospettato ridimensionamento di Rete Due, induce alla fine a bandire anche la forchetta. Il discorso vale per la RSI come per i giornalisti della carta stampata (i «colleghi della stampa scritta», come vengono designati con un goffo pleonasmo) e del digitale.

Ma il fatto aggravante è che non si tratta solo di scarsa eleganza: la trascuratezza — complice la disattenzione e forse la fretta — tocca anche il piano del lessico, della grammatica e della logica. Cosa avrebbe detto Franco Liri di fronte a frasi come queste: «più di 12000 euro al mese: è a quanto si aggira lo stipendio dei parlamentari», «… uno studio realizzato da un team internazionale, tra i quali anche esperti dell’istituto federale», «mille persone sono in quarantena, il che significa che chi lavora non può andarci», «a ciò coincide una riorganizzazione del personale»? Cosa avrebbero detto a La Costa dei barbari  di estrose invenzioni lessicali come «la crisi pandemica ha dopato i pacchi spediti dalla posta», «dopo un anno di prolungo», «la partita è stata rinviata a data da destinarsi»?

Come detto, il fenomeno non è limitato alla RSI. La trascuratezza e il degrado linguistico oggi sono ovunque: nei mass media, nei discorsi dei politici e, temo, anche nella scuola, se chi è uscito dall’università può scrivere su giornali e testate online frasi come: «Lo Zurigo passa a Cornaredo di giustezza», «Emilio T. è il più votato di un buon margine», «nessuno, a parte lo stesso Cassis, avrebbe trovato adoperabile la sua proposta».

Ma la RSI è servizio pubblico. Il suo mandato culturale e il suo ruolo educativo le dovrebbero imporre di distinguersi, non di adeguarsi. La lingua, per i giornalisti, è uno strumento del mestiere, e i buoni artigiani devono aver cura dei propri attrezzi.


Dany Stauffacher vive a Lugano o a Timbuctù?

La trascuratezza e il degrado linguistico oggi sono ovunque. La RSI si deve adeguare? 

Su segnalazione di un’amica ho guardato in differita la trasmissione “Matrioska” su Teleticino di ieri sera, 15 giugno.

Durante la trasmissione uno degli invitati, il signor Dany Stauffacher, che non conosco e che mi guarderei bene di criticare sul nulla, si è appellato al ruolo dei socialisti nell’affaire del Molino e della sua demolizione. In particolare, se l’è presa col sottoscritto che sarebbe apparso “dal nulla” a commentare la situazione di quell’infausta notte non essendosi precedentemente occupato della situazione di tensione venutasi a creare.

Vorrei invitare il signor Stauffacher, che forse vive davvero a Lugano ma che magari in anni recenti ha passato parecchio tempo a Timbuctù, a rileggersi le numerose prese di posizione di AIDA – Associazione idea autogestione – di cui sono membro e anche uno dei fondatori. L’associazione, in questi ultimi anni, si è occupata e preoccupata di promuovere l’idea di autogestione a Lugano e in Ticino e di instaurare un dialogo (ricordo solo l’evento di un anno e mezzo fa nell’aula magna dell’USI coorganizzato dal rettore Boas Erez e da AIDA dove di fatto politici e società civile incontrarono proficuamente l’assemblea del Molino).

Vorrei, inoltre, ricordare al signor Stauffacher le trasmissioni a cui ho partecipato in tempi non sospetti, ad esempio sulla RSI, in contrasto con l’allora municipale di Lugano Michele Bertini. Sulla vicenda del Molino e dei molinari sono stato intervistato anche dal “Corriere del Ticino” online in occasione dell’assemblea pubblica tenutasi alcuni mesi fa alla Foce.

Vorrei infine ricordargli che ero presente agli avvenimenti della notte terribile di Lugano in qualità di osservatore e di testimone e di aver personalmente mediato in via Vanoni affinché la manifestazione-occupazione molinara si concludesse senza scontri né violenze. Cosa in effetti verificatasi.

La mediazione, ormai difficilissima dopo l’infausta demolizione all’ex Macello, è una cosa seria e si confida che, quando si parla di qualcuno che la pensa magari diversamente, si abbia la decenza di informarsi sul suo conto.

AIDA, in ogni caso, continuerà a promuovere un’idea di autogestione a Lugano e in Ticino, cosa di cui si occupa e preoccupa da alcuni anni ormai.

Sergio Roic è membro di AIDA – Associazione idea autogestione


Nuove spartizioni

La trascuratezza e il degrado linguistico oggi sono ovunque. La RSI si deve adeguare? 


Una questione d’avverbio

La trascuratezza e il degrado linguistico oggi sono ovunque. La RSI si deve adeguare? 

Solo un avverbio, che sarà mai? Perché allarmarsi per una eventuale sua soppressione? E invece i motivi di preoccupazione sono forti. Perché, nell’ambito del dibattito parlamentare sulla modifica del Codice di procedura civile, la cancellazione di quell’avverbio rappresenterebbe un’altra insidia alla libertà di stampa nel nostro paese.

Di che si tratta? Nella sua versione attuale, la legge consente a tutti di sottoporre alla magistratura la richiesta di bloccare un prodotto giornalistico (stampa scritta, radio, tv, online) pubblicato o che sta per essere pubblicato: articolo o programma radiotv che il ricorrente considera lesivo per la sua persona, fisica o giuridica. Si chiama misura cautelare. La legge dice che è possibile ottenerla se il magistrato ritiene che quanto é stato pubblicato o sta per essere pubblicato può causare “un pregiudizio particolarmente grave”, se l’intervento è palesemente giustificato, e se non appare sproporzionato. Una giusta tutela dei cittadini, dunque. Allora? Allora accade che la maggioranza della Commissione affari giuridici della Camera dei cantoni intende cancellare da questo articolo 266 del Codice di procedura civile l’avverbio “particolarmente”, allo scopo di concedere l’applicazione della misura provvisionale quando un pregiudizio è (semplicemente) grave.

Non è affatto una nuance di poco conto. Proposta dal senatore PLR Thomas Hefti [nell’immagine], senza molte spiegazioni, ha scritto “Le Temps”, e senza che ne sia seguito un vero dibattito.  Interrogato dal giornale “24 Heures”, Hefti ha spiegato che va riequilibrato il rapporto fra i media e i cittadini. Ottenendo il sostegno della maggioranza della Commissione giuridica. Insufficiente si è rivelata l’opposizione socialista al progetto. Carlo Sommaruga, senatore ginevrino, ha sottolineando che “i giornalisti devono già affrontare regolarmente richieste per bloccare il loro lavoro, e sarebbe pericoloso abbassare ulteriormente la soglia per facilitare la richiesta di provvedimenti di provvisionali…Bisogna contrastare qualsiasi ulteriore riduzione dello spazio garantito alla libertà di informare, perché significherebbe indebolire lo stesso dibattito democratico”.

È stata “Gotham City”, rivista specializzata in inchieste sulla criminalità economica, e presa spesso di mira dai finanzieri bersaglio delle sue indagini giornalistiche, a denunciare per primo il pericolo rappresentato dall’emendamento. Convincendo non pochi editori, ma anche sindacati e giornalisti, che la cancellazione di quell’avverbio non è una piccola cosa, e rappresenta in effetti una pericolosa forma di censura preventiva. Si tratta di un’iniziativa politica che può indebolire la protezione dei giornalisti, mettendoli ulteriormente sotto pressione. Insieme agli editori, sarebbero infatti costretti ad affrontare un aumento esponenziale delle procedure per ottenere provvedimenti cautelari. Soprattutto la stampa d’inchiesta sarebbe costretta a investire energie, tempo e denaro. Nulla che possa incoraggiare un giornalismo che spesso in questi casi deve confrontarsi con chi dispone di importanti mezzi economici per avviare pratiche che possono rivelarsi complesse e lunghe. Ed è anche così che si conta sulla ‘resa preventiva’ di chi invece dovrebbe essere messo nella condizione di informare. Certo, rispettando le leggi cui anche i giornalisti sono confrontati, nonché le regole e la vigilanza del Consiglio svizzero della Stampa.


Pari diritti (ma dove?) e pari doveri

La trascuratezza e il degrado linguistico oggi sono ovunque. La RSI si deve adeguare? 

Qualcuno, beffardo, ha affermato che non dovremmo lamentarci, poiché volevamo la parità dei diritti tra uomo e donna, e questa passa, naturalmente anche dai doveri. Quindi è giusto che, come hanno deciso le Camere federali questa settimana, anche le donne lavorino fino a 65 anni.

Qualcuna (nello specifico trattasi della Consigliera nazionale pipidina Ruth Humbel), forse ancora più beffardamente, ha fatto riferimento alla – presunta – solidarietà tra uomini e donne per quanto riguarda l’AVS, dichiarando che “gli uomini versano di più e le donne ricevono di più”.

Ma fermiamoci un attimo… perché gli uomini “versano di più” alle casse AVS? Forse (è solo un’ipotesi, magari perfino un poco maliziosa) perché spesso esercitano professioni meglio retribuite grazie al fatto che hanno potuto fare carriera, sapendo che il “sacrificio professionale” in famiglia (quei part-time di cui ci hanno abituati ad accontentarci) lo fa qualcun altro? Oppure versano di più perché, proprio in quanto maschi, possono contare su un salario maggiore? E che le donne “ricevano di più” non è esattamente vero, se pensiamo che un quarto delle donne in Svizzera possono contare solo e unicamente sulla rendita AVS.

L’ufficio federale di statistica (su admin.ch), nei dati più recenti a nostra disposizione, risalenti al 2018, riporta una differenza salariale tra generi, a parità di qualifiche e funzione, dell’8-22,1% nel settore privato e del 11,4% in quello pubblico. E non abbiamo ancora i dati post pandemici, che però non fanno esattamente ben sperare, se pensiamo che in Italia, su 100’000 posti di lavoro scomparsi, almeno 99’000 hanno toccato lavoratrici donne.

Ma non è tutto, infatti, come ha ben evidenziato la Consigliera agli Stati Marina Carobbio, sono soprattutto le donne, e solo raramente gli uomini, a occuparsi del vasto e sfuggente ambito non pagato delle cure, rivolte non solo ad eventuali figli (quindi gravidanze comprese), ma anche di parenti bisognosi.

Il tempo dei doveri, ci viene abbastanza ovviamente da dire, sarà solo quando la questione dei diritti non verrà più liquidata con una scrollata di spalle e un sorrisetto di sufficienza, alla Humbel, per intenderci.

Un motivo in più per scendere in piazza, il 14 giugno.


Altro che parità: la differenza oggi scatta cinque minuti prima

La trascuratezza e il degrado linguistico oggi sono ovunque. La RSI si deve adeguare? 

Sono le 15:19 e da questo momento tutte le donne che lavorano in Svizzera smettono di essere retribuite rispetto al loro collega di sesso maschile.

Anche due anni fa, il 14 giugno 2019, giornata del grande sciopero femminista, sciopero delle donne, ci eravamo fermate per la stessa ragione, però allora erano le 15:24.

Questo perché la disparità salariale invece che diminuire è aumentata! Le donne in Svizzera percepiscono il 19% in meno rispetto ad un uomo che corrisponde a 1’512 franchi al mese per ogni singola donna che lavora.

Sapete cosa significa? Che ogni donna viene derubata in media di 18’144 fr. all’anno e di 362’880 per 20 anni! Ogni singola donna.
E questo per parlare del solo lavoro salariato!

Cosa dire, invece, del lavoro totalmente gratuito che svolgono le donne per la cura domestica e dei bambini? Sono le donne a svolgerlo per circa il 70% e sapete quanto vale?
408 miliardi di franchi all’anno!

Ma nonostante tutto questo valore, oggettivo e materiale, il lavoro delle donne è invisibile, sottopagato, sfruttato e precario.

Eppure, senza il lavoro femminile, indispensabile per la sopravvivenza di tutti, la società in cui viviamo collasserebbe. All’istante.
Ce ne siamo accorti solo lo scorso anno, all’apice della pandemia, ma a quanto pare lo abbiamo già dimenticato.

Due anni fa eravamo in 10’000 in questa stessa piazza per rivendicare uguaglianza di diritti, uguaglianza di opportunità, libertà e rispetto; ma dopo due anni, pochissimo si è mosso.
E invece di progredire ci troviamo ad affrontare venti tempestosi e contrari che vogliono arrestare la nostra lotta di emancipazione e di liberazione.

A due anni dal grande sciopero delle donne il Parlamento ancora si dibatte per aumentare l’età di pensionamento delle donne!

Quante volte ve lo dobbiamo dire? Il nostro NO rimane NO!
Vi abbiamo sconfitto nel 2004 e nel 2017 e lo faremo anche questa volta!
Non pagheremo ancora noi il prezzo di una politica ingiusta e cinica!

C’è addirittura chi osa appellarsi al principio dell’uguaglianza per sostenere l’innalzamento dell’età di pensionamento delle donne.

Come osate? Come osate appropriarvi degli argomenti della nostra lotta per schiacciarci ancora una volta nel vostro sistema discriminatorio e oppressivo!
Ricordatevelo bene: noi indietro non torniamo!

E combatteremo sempre l’una accanto all’altra per distruggere il castello dei privilegi che avete costruito per voi stessi e in cui vi siete trincerati spalleggiandovi l’uno con l’altro.
Non staremo zitte per farvi sentire comodi e a vostro agio!

Noi combatteremo ancora e ancora, fino a conquistare la parità, fino a cambiare radicalmente questa società, fino a che non ci saranno più sfruttate e sfruttati né oppresse e oppressi.
Noi non ci spezziamo e partiamo al contrattacco!


Il corpo e il coraggio

La trascuratezza e il degrado linguistico oggi sono ovunque. La RSI si deve adeguare? 

Tra le tante donne intervenute oggi, durante il corteo di Bellinzona, c’è Anna. Anna è una studente di 18 anni che ha voluto sottolineare, raccontando un suo vissuto personale non privo di sofferenza, l’importanza per le donne di ieri, come per quelle di oggi, di partire dal proprio corpo.

“Il corpo è mio e  lo gestisco io”

Era questo il grido che si levava dalle manifestazioni femministe negli anni ’70. Mezzo secolo fa.

Lo slogan che portava molte donne alla consapevolezza del forte bisogno di ribellarsi e di reagire al dominio e all’oggettivazione del loro corpo dettato dal patriarcato.

Uno slogan che non perde di verità anche adesso. Oggi come ieri le donne sentono il bisogno di ripartire dai loro corpi, di poterli gestire autonomamente. Sottrarli al dominio di un sistema che toglie loro autonomia decisionale e soprattutto la forza di reagire a soprusi.

Autogestione è questo. È coltivare la forza di percorsi di autodeterminazione.

Sono arrivata ad esserne consapevole solo dopo aver raggiunto il livello massimo di condizionamenti dettati da un patriarcato che gioca sulla apparente debolezza e semplicità di giovani donne ancora prive di strumenti per rispettare se stesse.

Rendevo il mondo ogni giorno più fiero di me. Eseguivo ordini apparentemente autoimposti che mi portavano alla dipendenza dal sogno di una libertà letta su cartelloni pubblicitari e profili Instagram da milioni di followers. Ero fiera di me.

Sempre più fiera e sempre più infelice, spenta, trasparente, senza identità.

Ci ho messo 6 mesi per riuscire a raggiungere solo il desiderio di disintossicarmi da tutto ciò. Mi sono poi autorizzata anche all’attivismo per far capire che si può. Si può uscire di lì.

Unite possiamo, insieme con la forza della sorellanza diventeremo gocce dell’onda del cambiamento.

È ancora necessario dire “i corpi sono nostri e ce li autogestiamo”. La nostra forza parte da qui. E da qui potremo sentirci autorizzate ad autogestirci in tutto. Insieme possiamo essere una forza nuova, solidale, una forza per fermare gli abusi, le discriminazioni e i femminicidi.

Solo sentendoci individui, anzi, individue libere e uguali ma uniche come lo siamo ora qui oggi, possiamo essere davvero autonome e autogestite ed uscire insieme dalla subalternità.

Voglio continuare a gridare per tutte coloro che non hanno voce. Ma vorrei ancora di più mostrare quanto è bello camminare sul sentiero della libertà.

“Sorella, io ti credo!”


Sconfitti non solo i Verdi

La trascuratezza e il degrado linguistico oggi sono ovunque. La RSI si deve adeguare? 

L’affossamento alle urne della legge sul CO2 à una battuta d’arresto nella lotta al surriscaldamento climatico, nel contempo infiamma il clima politico. L’UDC chiede nientemeno che dimissioni della presidente del PLR Petra Gössi, rea d’aver cavalcato l’onda verde e contribuito a forgiare la legge sul CO2 sconfessata, seppur di misura, dal popolo.

Fra i motivi, la concomitanza con le due iniziative sui pesticidi e l’acqua potabile che hanno fortemente mobilitato gli elettori delle regioni rurali, tanto che la partecipazione alle urne è schizzata ad un eccezionale 60%. Il doppio NO alle iniziative agrarie ha trascinato nel baratro anche la legge sul CO2. D’altro canto, i sostenitori hanno condotto una campagna fiacca, persino banale. Erano troppo sicuri di sé, pensavano di vincere in carrozza grazie alla vasta alleanza fra associazioni economiche e tutti i partiti, unica eccezione l’UDC.

Il risveglio è molto brusco, tanto più che la legge sul CO2 era considerata una pietra miliare dell’attuale legislatura. Un’improvvisa battuta d’arresto, come avvenne, ma sull’altro fronte, nel 2017. UDC e PLR avevano allora la maggioranza in parlamento. Ne hanno approfittato per concedere sostanziosi sgravi fiscali alle imprese, per loro era il tema più importante della legislatura, ma poi hanno subito una cocente sconfitta alle urne. Il popolo striglia la supponenza, su entrambi i fronti. Questa volta frena gli slanci nella protezione del clima e dell’ambiente che figurano comunque fra le principali preoccupazioni della popolazione.

Appare azzardato preannunciare sin d’ora un declino dei verdi e dei verdi liberali. Tanto più che è il PLR a subire le maggiori ripercussioni del voto negativo sul CO2. Il responso delle urne accentua le spaccature all’interno del partito sulla linea ecologista promossa dalla presidente Petra Gössi. Attualmente la tendenza più marcata riguarda proprio la crisi a livello nazionale del PLR. D’altro canto riuscirà L’UDC a raccogliere i dividenti elettorali della sua vittoria sul CO2? I verdi e verdi liberali hanno oltrepassato lo zenit? E’ semplicemente impossibile dare una risposta seria, attendibile. Le prossime elezioni federali del 2023 sono ancora lontane, dobbiamo attendere perlomeno le prossime consultazioni cantonali per avere qualche indicazione plausibile.


Uno due tre tutti giù per terra

La trascuratezza e il degrado linguistico oggi sono ovunque. La RSI si deve adeguare? 

Ricetta sicura per una débâcle. Metti insieme due iniziative agrarie che non si capisce perché debbano essere due, che in qualche parte sono un tantino sovrapponibili, e che anche per questo risultano assai poco adatte a mobilitare il tuo elettorato. Poi – senza rispondere a dovere e con convinzione – lascia che gli avversari della legge CO2 la descrivano esclusivamente, e con scarsa adesione alla realtà, come una faccenda di forte aumento delle ‘fetide’ tasse e di costi ‘eccessivi’. Quindi – con troppa sicumera, e convinto che basti l’alleanza trasversale con gran parte dei partiti tradizionali – dai per scontato che, sullo stesso progetto di legge, non sia il caso di agitasi troppo e di tentare di farsi capire meglio da una frangia radicale del mondo ecologista che, in base all’eterna logica ‘tanto peggio tanto meglio’, diventa ‘fuoco amico’ alleandosi in pratica con i fucilieri dell’UDC. Infine, dimentica che – nonostante i non pochi sussidi per tenere in piedi il settore primario – quel mondo contadino esercita ancora il suo fascino e raccoglie comprensibili simpatie nella popolazione che l’agricoltura l’ha abbandonata in massa e da tempo.

Insomma, errori tattici, eccessivo ottimismo, poco piglio battagliero, e naturalmente – oltre alla veemenza verbale  – i ‘piccioli’ in più a disposizione della propaganda del fronte avverso.  Ecco, fai un due tre quattro, e la frittata è servita. Con una domenica decisamente nera per le ambizioni ambientaliste, nemmeno tanto rivoluzionarie. “Verdi” immediatamente pressati dall’inevitabile domanda: forse che si sia esaurita l’onda verde in Svizzera? E con quali conseguenze sulle non lontane elezioni nazionali per il rinnovo delle Camere? E quindi sulla composizione del Consiglio federale? Tormenti, contrapposti alla soddisfazione dell’UDC, che celebra un’altra vittoria solitaria, dopo aver sparato sulla CO2 , anche e naturalmente, e contro ogni evidenza, presentandola come una ‘legge socialista’.

Ora comunque qualcosina si farà in sede parlamentare, promette la destra, e ci penserà il progresso tecnologico. Quando, di tutta evidenza, come ha ben illustrato il prof. Sergio Rossi su queste pagine, è proprio l’assenza di giusti incentivi a non favorire la svolta green delle imprese elvetiche. Ma no, semmai è  ancora e sempre l’immigrazione  il problema, visto che, “l’arrivo nella Confederazione di due milioni di stranieri dal 1990 ha vanificato” la buona condotta degli elvetici in fatto di emissioni di CO2 (l’ udc Piero Marchesi dixit); come se oltre a respirare quei due milioni non hanno fatto funzionare anche braccia e cantieri e fabbriche. 


Ginevra, ombelico del mondo?

La trascuratezza e il degrado linguistico oggi sono ovunque. La RSI si deve adeguare? 

Fili spinati, zone rosse, transenne e tanta tanta polizia. La villa «La Grange» dove si terrà il primo incontro fra Biden e Putin il 16 giugno prossimo, al centro del parco di Eaux-Vives di Ginevra e a due passi dal famoso jet d’eau, si presenta così: più che una villa in un parco, un bunker di lusso. A tal punto che il consiglio di Stato ginevrino ha invitato la popolazione a non uscire se non necessario. Quasi fossimo improvvisamente e di nuovo in piena pandemia, per dire.

Un evento che la maggior parte dei commentatori ha paragonato a quello del 1985 tenutosi a Ginevra fra l’allora presidente statunitense, Ronald Reagan, e il suo omonimo russo, Michail Gorbačëv. Che tutti, Svizzera in prima fila, hanno voluto addobbare di superlativi e caricare di significati per lo più simbolici.

Ma a guardarci bene, qualcosa non quadra. Da quel 1985 il mondo è cambiato. La cosiddetta «guerra fredda» è finita più volte. E le superpotenze non sono più due e non solo quelle due.
La prima impressione, dunque, è che tanto cancan mediatico e politico sia il risultato di una qualche miopia a uno scopo preciso. In altri termini, il revival dei due presidenti nella Ginevra internazionale giova a questo – direbbero i romandi – à remettre l’église au centre du village, a rimettere la chiesa al centro del villaggio. Come a ribadire chi governa il mondo : gli USA, la Russia (con la benedizione dell’ONU che li guarda dall’altra parte del lago). Peccato che il mondo è cambiato (l’ho già detto?) ; non siamo in guerra fredda, e là, in fondo a quello che chiamiamo Oriente, c’è un paese che ha dato del filo da torcere a entrambi i presunti keymaker principali fino a destabilizzarli se non a detronizzarli e negli ultimi 20 anni. Ovviamente parliamo della Cina.

Eppure, la narrazione che vuole Stati Uniti e Russia incontrarsi per la prima volta dopo la elezione di Joe Biden proprio qui e proprio ora fa gioco a molti. Fa bene alla Russia (da anni stretta in questo braccio di ferro fra Pechino e Washington), fa bene all’Unione europea (super-alleati degli Stati Uniti e con un dossier Ucraina e Bielorussia da risolvere), e fa bene all’ONU (reduce da cinque anni di attacchi da parte di Donald Trump). E poi fa benissimo alla Svizzera. Ginevra è contenta, e Berna esulta. A qualche settimana dalla rottura dei negoziati con Bruxelles sull’accordo-quadro era quello che ci voleva. Rimettere la chiesa al centro del villaggio. E se il villaggio si trova sulle rive del Lemano tanto di guadagnato. Poco importa poi se le cose non stiano esattamente così. L’importante è trarne beneficio. La Svizzera che ha rotto con l’Unione europea, la Svizzera che non ha seguito gli altri paesi nelle sanzioni contro la Russia, la Svizzera che incontrerà Biden due volte, martedì e mercoledì, è il luogo simbolico ideale per riproporre un mondo che non c’è più ma che rassicura tutti. Tutti tranne la Cina, s’intende. Ma avete mai visto Pechino inquietarsi per così poco? No, e allora: che il summit possa iniziare e che tutti possano godere della luce riflessa dallo spettacolo offerto.

Purtroppo, ecco la seconda delusione. Non solo si tratta di un prodotto con una data di scadenza stampata sopra (che però si può addirittura ri-piazzare sugli scaffali del mercato globale), ma persino nei contenuti, sfugge di cosa, di quale dossier esatto, e con quali eventuali dichiarazioni altisonanti si possa parlare a summit terminato.

Lo ammetto, in parte sarà pure colpa del sottoscritto che non li ha colti, ma non è davvero chiaro cosa ci sia sul tavolo, oltre al simbolo. Ok, direte: c’è la questione nucleare, ovvero  l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, accordo saltato dopo l’uscita di Washington a guida Trump. C’è poi il trattato New START sulla riduzione delle armi nucleari firmato da Stati Uniti e Russia a Praga nel 2010 che scade nel 2026 (dopo l’ultima e recente estensione) anche se tutto ciò fa tanto «guerra fredda». C’è la questione dell’anno, la pandemia, e relativo impegno per la vaccinazione mondiale, argomento però già affrontato al G7 in Cornovaglia a suon di miliardi di dosi. Ci sono poi questioni più regionali, ma non per questo meno spinose: la Siria (e relativo rapporto con Israele per gli Stati Uniti), la Corea del Nord, dimenticata per qualche tempo ma sempre lì a fare capolino con un redivivo e dimagrito Kim Jong Lu, orfano del suo contraltare Donald Trump. C’è la questione che interessa Bruxelles ma soprattutto Berlino, la costruzione del gasdotto North Stream 2, ora in acque danesi e che dovrebbe rifornire di energia l’Europa.
Se vogliamo credere alle dichiarazioni di Joe Biden, c’è la questione dei diritti umani. Qualcuno, però, durante il colloquio, potrebbe bisbigliare all’orecchio di Biden un non poco giustificato «Da che pulpito…».

Ci sono poi questioni personali da redimere: «caro Joe, sono davvero un assassino secondo te?» potrebbe chiedere Putin a Biden, dopo le dichiarazioni del presidente statunitense in una recente intervista. Biden potrebbe rispondere sbattendo i pugni sul tavolo e chiedendo di smetterla con i continui attacchi informatici contro le infrastrutture americane – a detta di Washington – condotti da Mosca. E potrebbe insistere per vedere estradato l’esperto di Internet e uomo d’affari russo, Vladislav Klyushin, detenuto in Svizzera da due mesi (ma la notizia è uscita solo lo scorso 3 giugno, guarda un po’), accusato di insider trading e cioè di essere entrato in possesso di informazioni riservate sul mercato azionario.
C’e’ infine chi parla anche di uno scambio di spie che potrebbe andare in scena a Ginevra. Roba anche questa da guerra fredda, tanto per aggiungere qualche spennellata anni 80, mi sa.

Ma alla fine, abbiamo il forte sospetto che si parlerà soprattutto di altro. E cioè di chi a quel tavolo non c’è: la Cina. Un problema per entrambi, ma per diversi motivi. Un problema economico, geopolitico e finanziario di prim’ordine. E così, il vertice fra Biden e Putin a Ginevra, invece che diventare il remake di un film già visto e che molti media e governi stanno cercando di proiettare sugli schermi dell’opinione pubblica mondiale, sarà un incontro fra avversari che hanno un problema in comune. E la morale che ne potrebbe uscire alla fine potrebbe essere una sola: il nemico del mio nemico è mio amico.