George Soros ‘nemico del popolo’

Come una campagna di fake news ha fatto del finanziere americano il bersaglio dell'illiberale premier ungherese Orbán 

di György Folk, traduzione di Andrea Torsello (da voxeurop.eu/

Le teorie complottiste che riguardano il miliardario e filantropo ungherese George Soros sono state create a fini politici da due spin doctor di Victor Orbán. Una narrazione in fondo banale, ma che si diffonde con grande facilità, non solo in Ungheria.

Miliardario, ebreo, sostenitore di cause liberali e di valori democratici: tutti questi elementi hanno reso George Soros un perfetto capro espiatorio a cui imputare la colpa o l’origine di una miriade di problemi sociali e politici nel mondo.

Ma come è stato possibile che George Soros sia arrivato a ottenere 500mila tweet negativi al giorno? Come è arrivato ad essere accusato di finanziare gli Antifa e il movimento Black Lives Matter, con l’obiettivo (architettato insieme all’ex candidata democratica alla Casa Bianca Hillary Clinton e al cofondatore di Microsoft Bill Gates) di trasformare gli elettori in zombie, “facendo impiantare dei microchip nei corpi delle persone” per assumerne il controllo?

Si tratta di un percorso che ha le sue radici nella storia dei regimi comunisti in Europa dell’Est e che arriva fino alla politica contemporanea.

Ancora oggi il miliardario ungherese è accusato di “combattere il cristianesimo con il suo malvagio Piano Soros” in Ungheria. Nonostante questa campagna diffamatoria nei suoi confronti si sia attenuata negli ultimi due anni, riemerge ancora oggi con l’ultima edizione di una una “consultazione nazionale”, ovvero un questionario inviato ai cittadini ungheresi camuffato da pubblica consultazione democratica.

Le radici delle teorie del complotto intorno al personaggio di Soros risalgono a prima della caduta della Cortina di Ferro: con il suo passato di migrante ungherese che è stato capace di creare la sua fortuna negli Stati Uniti, la sua famiglia di origine ebraica e il suo sostegno agli ideali di democrazia, libertà di parola e libertà individuali, George Soros è il bersaglio perfetto.

Il suo impegno decennale per i movimenti democratici non violenti e il fatto di aver contribuito a influenzare la caduta del comunismo nell’Unione Sovietica e nell’Europa centrale e orientale hanno fatto di Soros un bersaglio molto prima che la disinformazione e le fake news diventassero un fenomeno globale.

Prima del 1989, infatti, Soros aveva già infastidito Mosca e i regimi autoritari dell’Europa orientale, dei Balcani e dell’Asia centrale, sostenendo apertamente i movimenti democratici, le organizzazioni della società civile e gli oppositori politici che combattevano questi sistemi.

“Ultra-ricco”

Una parte importante dell’odio che Soros suscita ha origine nel modo in cui è diventato ultra-ricco. Quando parlano di lui, la cosa principale che i britannici gli rimproverano è di aver mandato – insieme ad altri investitori – in cortocircuito la sterlina britannica a spese della Banca d’Inghilterra.

Cosa è successo? Durante il cosiddetto “mercoledì nero“, il 16 settembre 1992, la speculazione e gli attori del mercato si sono coalizzati per spingere Londra a ritirare la sterlina britannica dagli accordi di cambio europeo; alla fine la sterlina ne uscì rafforzata (una volta controllata l’inflazione e ridotti i tassi di interesse), grazie anche alla ripresa dell’economia britannica. Soros, tramite il suo fondo d’investimento, incassò 1 miliardo di dollari, cosa che gli ha fatto guadagnare la reputazione di principale speculatore valutario del mondo.

Va notato che prima e dopo questo “pound-shorting”, Soros è stato un gestore di fondi di particolare successo con la sua Soros Fund Management LLC, portando ai suoi investitori profitti eccezionali.

Da speculatore a filantropo

Dopo essersi costruito una reputazione di finanziere senza scrupoli, Soros si è guadagnato quella di grande filantropo: il suo forte sostegno alle cause liberali e alle Ong che difendono la democrazia hanno attirato sempre di più l’attenzione dell’opinione pubblica su di lui. La sua attività filantropica è cominciata nel 1979, quando ha fondato in Sudafrica la Open Society Foundation per sostenere i movimenti universitari contro l’apartheid. Dal 1984, in Ungheria e in altri paesi dell’Europa centro-orientale, ha cominciato ad aiutare i movimenti democratici di opposizione attraverso borse di studio e sostegno ai dissidenti europei per studiare all’estero.

Paradossalmente uno dei suoi beneficiari è stato l’attuale primo ministro ultraconservatore ungherese Viktor Orbán, che nel 1989 ha ottenuto una borsa che gli ha permesso di studiare scienze politiche al Pembroke College di Oxford e diventare poi uno dei suoi più acerrimi nemici.

Oltre a sostenere i movimenti democratici nel mondo, dalla Cina al Sud America, Soros nel 1991 ha fondato l’Università dell’Europa centrale (Central European University), costretta di recente a lasciare la storica sede di Budapest in nome della “lotta contro il liberalismo” del governo Orbán.

Altre iniziative di Soros che hanno sostenuto l’istruzione della prima infanzia, le minoranze rom, le organizzazioni per i diritti delle donne e LGBT+, le politiche sulle droghe basate sulla riduzione del danno e i diritti dei disabili… Con i suoi miliardi di dollari a sostegno di tutte queste cause, George Soros è diventato un bersaglio facile per tutta una serie di governi e leader autoritari.

“Nemico Pubblico n° 1”

Anche se le teorie del complotto su Soros esistevano sin dai primi anni ’90, gli esperti di disinformazione concordano sul fatto che l’immagine del finanziere filantropo sia stata attentamente costruita dai due consiglieri politici dell’ex primo ministro conservatore israeliano Benjamin Netanyahu. Arthur Finkelstein e George Birnbaum hanno cominciato a lavorare per Viktor Orbán e il suo governo nel 2008 per costruire una campagna diffamatoria contro Soros, rendendolo il “burattinaio” che muove i fili dietro ai nemici dell’Ungheria, ovvero “l’islam e le forze laiche che stanno invadendo” il paese.

Birnbaum stesso ha riconosciuto in un’intervista rilasciata al giornale svizzero Das Magazin si aver etichettato Soros come “il nemico perfetto”. Il governo guidato dala Fidesz, il partito di Orbán, ha messo in atto questa strategia di comunicazione con un articolo pubblicato su un giornale filogovernativo che sostiene che, mentre “sulla carta, Soros ha chiuso la sua Ong ungherese nel 2008”, ha comunque distribuito oltre mezzo miliardo di dollari a gruppi anti-Orbán nel paese.

Finanziata con denaro pubblico, la campagna del governo ungherese contro il cosiddetto “piano Soros” si è trasformata in vero e proprio stalking da parte della polizia e della giustizia. Ci sono sate campagne diffamatorie contro le organizzazioni della società civile finanziate da Soros. Orbán parlò addirittura di “capitale internazionale” con una chiara allusione antisemita; Soros è stato infine accusato di “tentare di invadere l’Ue attraverso l’immigrazione illegale”.

Nel 2017 l’Ungheria è stata inondata di manifesti che mostravano un Soros sorridente con lo slogan “Non lasciate che George Soros rida per ultimo“. Secondo un articolo ampiamente citato (“The Unbelievable Story Of The Plot Against George Soros” – “L’incredibile storia del complotto contro George Soros”), l’approccio di Finkelstein e Birnbaum ha funzionato bene al punto di aver aiutato Orbán a vincere le elezioni legislative nel 2014 e nel 2018 ed essere poi stata diffusa in tutto il mondo: dalla Russia, alla Polonia, dagli Stati Uniti, all’Italia.

Retrospettivamente possiamo dire che la chiave del successo della strategia di Finkelstein e Birnbaum è stata quella essersi basata su una narrazione anziché sugli argomenti politici, passando da un tema all’altro seguendo sempre lo stesso copione. È stato così possibile creare una sorta di “favola” nella quale tutto il materiale e il vocabolario necessari sono elencati: Orbán ha potuto dunque parlare del “piano Soros” praticamente su qualsiasi argomento, secondo i suoi bisogni e interessi politici.

L’immagine di Soros quindi, grazie a siti vicini all’estrema destra americana o complottisti come Breitbart e Infowars, che lo hanno definito un sostenitore della “globalizzazione” per esempio, ha assunto una dimensione mondiale. L’ex candidata repubblicana al Congresso degli Stati Uniti, Marjorie Taylor Greene, ha per parte sua ripetutamente definito George Soros un “nemico del popolo”. L’avvocato di Donald Trump, Rudy Giuliani, dichiarò infine alla stampa che Soros “intende distruggere il nostro governo per qualche sua ragione malata che risale al suo passato altrettanto malato”.

Questi e innumerevoli altri attacchi – spesso a sfondo antisemita – contro Soros hanno portato a un florilegio di accuse tra le più svariate. Tra queste, il fatto che paga i manifestanti o che organizza il loro trasporto in gruppi, oppure che si occupa di fornire mucchi di mattoni o sanpietrini vicino alle zone dove si tengono le proteste.

Nel 2018 una rete televisiva rumena ha accusato Soros di pagare i cani per protestare contro il governo. Recentemente è stato tacciato di finanziare i programmi di vaccinazione contro il Covid-19 allo scopo di impiantare chip nelle persone per consentirgli in seguito di manipolarle.

Secondo Matthew Lyons, ricercatore specializzato in populismo e estrema destra, le accuse e la narrazione globale riguardo Soros si inseriscono in una lunga storia di miti stereotipi antisemiti: “Uno degli argomenti antisemiti centrali è stato, per secoli, quello di raccontare gli ebrei come un gruppo malvagio e potente che opera dietro le quinte”, ha detto al Guardian. Rappresentare Soros come “globalista” lo inserisce di nuovo in questa narrazione che è quella che è stata usata per secoli per raccontare gli ebrei in Europa. Ironicamente — e cinicamente — questa costruzione arriva da due spin doctor israeliani.

Immagine di  Emanuele Del Rosso


Cuba, la domanda che manca e l’ipocrisia che cresce

Come una campagna di fake news ha fatto del finanziere americano il bersaglio dell'illiberale premier ungherese Orbán 

Non sono mai stato corrispondente dagli Stati Uniti, non sono mai stato a Cuba, non ne sono innamorato perché non l’ho mai conosciuta fisicamente (forse solo storicamente), non ho mai avuto parenti vittime di dittature. Insomma, quando si parla o si discute di Cuba o dei rapporti tra Stati Uniti e Cuba o di ciò che si prova sotto una dittatura, sono il malcapitato, mi  manca (di fronte ad altri interventi apparsi su questo sito) tutto quanto fa  un competente. Tuttavia, come cittadino del mondo che ne segue le vicende, con il vizio di giornalista e l’interesse di economista, forse mi è permesso constatare che quando si parla di Cuba e Stati Uniti o semplicemente di Cuba, manca sempre la famosa seconda domanda del giornalista e non si accenna mai all’imperante ipocrisia politico-economica che sovrasta tutto.

La seconda domanda è questa: quali sono le vere intenzioni degli Stati Uniti, in combutta continua con Cuba, che è sulla porta di casa, da oltre mezzo secolo? Forse si presuppone: liberarla, portarvi la libertà e la democrazia (come infatti hanno via via preteso in Cile, Iraq, Yemen, Siria, Afghanistan, Libia, Palestina, Venezuela, Colombia). Evitare insomma regimi ostici, corrotti o ideologicamente opposti, risistemare le cose nel sistema (capitalista) che non può aver alternative, far fiorire le proprie idee e costumi, i propri interessi economici, assumersi la responsabilità universale di tutori e difensori dei diritti dell’uomo. E’ vero, dare una risposta univoca e onesta non è facile. E’ però possibile una constatazione: in un modo o nell’altro, hanno fallito dovunque siano intervenuti. Forse la libertà dev’essere un’altra cosa. Siamo vivendo, dopo l’Irakq, l’ultima triste rappresentazione in Afghanistan, dopo anni e miliardi di dollari, persino con l’aiuto di altri paesi occidentali. Tornano i Talebani, trionfanti. A noi hanno sempre lasciato un gravoso compito, in ogni occasione: curarci di dare la libertà ai rifugiati che hanno creato (ora stanno arrivando quelli afgani).

Si deve però almeno ammettere che il caso di Cuba  interroga maggiormente, dà un altro piglio alla seconda domanda mancante: se in sessant’anni (calcolando dalla Baia dei Porci, 1961) non si è riusciti a smuovere Cuba, relativamente piccola isola sulla porta di casa, dalla “dittatura feroce” (comunista, tipo quella albanese?), qualcosa ciurla nel manico del preteso democratico salvatore. O non è ritenuto credibile o è addirittura temibile nelle sue vere intenzioni o interessi dagli stessi cubani (quelli che abitano a Cuba, non quelli scappati in Florida o altrove). O i cubani, tutto sommato, sono degli inetti o preferiscono essere quel che sono o i metodi e le pressioni adottate per farli cambiare  hanno generato effetti opposti (non ci sono mai state dittature con repressioni, imprigionamenti, martirii- come si imputa a quella castrista- che siano vissute così a lungo: come mai?). Ci vuole l’economia bloccata che incontra il detonatore di una pandemia per provocare (forse) la deflagrazione si attende da mezzo secolo. Si sa da tempo che prendere per fame, peste adjuvante, è sempre stato il miglior mezzo per far capitolare il nemico, sin dagli assedi ai castelli.

L’imperante ipocrisia politico-economica dominante emerge dalla denuncia fatta in questi giorni da due organizzazioni della società civile (Bank Track e Justice for Myanmar) che hanno la credibilità che non si meritano gli Stati Uniti (e forse neppure la Svizzera). L’ipocrisia sta nel ritenere che ci sono dittature “rispettabili” se entrano nei tuoi schemi mentali, nel tuo sistema economico, nei tuoi interessi o giochi geostrategici.  Sappiamo, per decreto americano imposto a tutti, anche alla Svizzera, che Cuba non  vi  rientra perché non vi si assoggetta. Giuste e benvenute sono quindi ritenute le proteste e dimostrazioni ora in atto in quell’isola, in nome della libertà, e condannabili le repressioni che hanno già causato un morto, sinora accertato, e imprigionamenti vari, perché possono mutare le cose.

Mi  si dirà che Cuba, sulla porta di casa, non è Myanmar (ex-Birmania, Asia sudorientale), anche se quattro volte più popoloso dell’isola caraibica e paese più strategico  nel “gioco del mondo” caro agli Stati Uniti (confina con India e Cina). Paese comunque retto da tempo da una feroce dittatura militare (stando a dati usciti dall’Onu, dal febbraio scorso sarebbero stati uccisi 930 oppositori e se ne ritengono imprigionati quasi 7 mila). Ciò che qui conta però rilevare è che le due organizzazioni internazionali  sono riuscite a compilare una lista, da nessuno smentita, con 19 banche che investono ciascuna oltre un miliardo di dollari in società che lavorano con la giunta militare. Tra queste banche primeggiano le americane Bank of America, JP Morgan Chase, Morgan Stanley, Goldman Sachs, Wells Fargo, ma anche le svizzere UBS e Credit Suisse. Un rapporto dell’Onu indicava lo scorso anno come questi finanziamenti esteri finiscono in due conglomerati finanziari che controllano tutta l’economia del paese, con la conclusione ch’essi garantiscono le risorse necessarie a sostenere le attività dei militari, accusati di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. Ricordiamo che le due banche svizzere, pena gravi sanzioni americane, com’è già capitato alcune volte, non possono aprire conti o praticare versamenti su Cuba, neppure per beneficienza o per ricerca medica, neppure per i cittadini con doppia cittadinanza (svizzera e cubana).


Come squadernò il Novecento e la lettura

Come una campagna di fake news ha fatto del finanziere americano il bersaglio dell'illiberale premier ungherese Orbán 

Quando, nel 2001, esce una raccolta di lezioni di Roberto Calasso – ‘La letteratura e gli dei’ – uno dei maggiori poeti americani contemporanei, Charles Simic, lo recensisce sulla “New York Review of Books”. Per l’epigrafe iniziale sceglie una frase di Stéphane Mallarmé: “Tutto, al mondo, esiste per finire in un libro”. Quella frase contiene forse il miglior saluto da rivolgere a Calasso, nel momento in cui giunge la notizia della sua morte. E’ banale notarlo, eppure non può non colpire che la sua scomparsa arrivi proprio nel giorno in cui escono due suoi brevi libri autobiografici, uno dedicato a Bobi Bazlen, nume tutelare di Adelphi (Bobi); l’altro imperniato sui suoi primi dodici anni di vita, Memè Scianca, fino al 1954: tempo che appartiene a un altro secolo, certo, ma un secolo ormai più distante di quanto possa dire qualunque cronologia, anche la più precisa.

A partire dagli Anni Ottanta, Calasso ha offerto ai suoi lettori una serie di opere di difficile definizione, quasi sempre in bilico fra la narrativa e il saggio. E muovendosi in una selva vertiginosa di nomi, da Omero a Baudelaire, da Kafka a Tiepolo a Turing: con  l’agilità di chi, forse, poteva essere tra gli ultimi ad aver letto davvero ‘tous ces livres’. Si potrebbe dire, approssimando, che la meta di questo lungo cammino siano state l’enigma della mente umana e la presenza degli dei, appunto, “ospiti fuggevoli della  letteratura”. In questi quarant’anni Calasso ha toccati i temi più disparati, a cominciare dal fascino già arcaico per il sacrificio, fino al suo ritorno in quel momento cruciale, per la Storia d’Europa, che è la Rivoluzione francese; o ancora, in anni più recenti, con i terribili episodi di terrorismo che hanno ferito a morte l’Occidente. Oppure, si pensi come algoritmi e intossicazione telematica fosse al centro di un pamphlet uscito nel 2017, “Innominabile attuale”. Un libro che mostrava anche le doti intuitive di Calasso, la sua capacità di annusare lo spirito del proprio tempo (provare, per credere, i paragrafi che, in tempi non ancora obbligati di distanza virtuale, raccontavano la completa “trasposizione dell’universo in forma digitale”, e il conseguente rischio mortale che informazione e fine di ogni “mediazione” comportano per il pensiero, o per ogni pratica politica). In questo lungo e suggestivo polittico, Calasso sembra affermarsi, più che come un attento rifinitore di dettagli, come un creatore di larghi affreschi: “La folle Baudelaire”, per esempio – uscito nel 2008 – non è solo un ritratto del maggior lirico della modernità europea. E’ piuttosto l’impossibile tentativo di affermare quella che il risvolto di copertina ribattezzava l’ “onda Baudelaire”: un’onda che ha “origine prima di lui, e si propaga di là di ogni ostacolo. Fra i picchi e i cavi di quell’onda si riconoscono Chateaubriand, Stendhal, Ingres, Delacroix, Sainte-Beuve, Nietzsche, Flaubert, Manet, Degas, Rimbaud, Lautréamont, Mallarmé, Laforgue, Proust…”. E un’analoga sensazione di coralità si ricava già dalle pur diversissime “Nozze di Cadmo e Armonia” (1988), grande inventario del mito classico, che resta probabilmente il suo lavoro più noto.

Eppure Calasso non andrà letto soltanto come un diagnostico del presente e come un imperterrito rabdomante del mistero, magari a volte anche troppo fiducioso nelle possibilità di quella che lui stesso chiamerebbe una “letteratura assoluta”. Viene in mente, invece, proprio una pagina  del “Memè Scianca” appena pubblicato, nella quale si racconta del padre e dei suoi favolosi libri.  Di certe parole incontrate per caso, di cui Roberto subisce profondamente te l’attrazione. Come la parola glossatori: “Di loro non sapevo niente, salvo che commentavano qualcosa, con le loro glosse. E questa idea di uno scritto che nasce da un altro scritto, lo rielabora, gli aggiunge qualcosa che prima non c’era, mi sembrava qualcosa da seguire*. Forse le pagine migliori, le più fascinose di Calasso, sono proprio quelle che fioriscono a margine di un altro testo: quelle in cui il lettore, il commentatore e lo scrittore, si salda o anzi inestricabilmente, in un amoroso esercizio di abnegazione.

Il Calasso ‘ultimo’ è un Calasso tutto sommato inusuale per chi ne conosca almeno un poco il percorso: uno scrittore più intimo, diciamo in maniche di camicia, non in una posa da ritratto ufficiale. Vi si avverte come l’esigenza di di ricomporre qualcosa, di sistemare per l’ultima volta, dopo gli scaffali della propria biblioteca (“Come ordinare la proprio biblioteca” era, non a caso, il titolo di un  libello uscito appena l’anno scorso). anche gli scrittori fragili della propria memoria. Inevitabile è la tentazione di leggere, in questi tre titolo finali – cui andranno aggiunte le “Allucinazioni americane”, che hanno invece per protagonista il cinema, edite solo nel maggio di quest’anno – una sorta di discreto ma intenzionale congedo. Un congedo che riguarda i propri affetti così come il centro dei desideri, il vero dio della propria personalissima religione: il libro. Non può non spiccare il fatto che esistano, in effetti, due tipi di incontri, altrettanto fondamentali, per il giovanissimo Roberto: quello con le persone e quello, appunto, con  i libri. Simbolo del secolo che non c’è più, il libro è il vero protagonista della brevissima autobiografia consegnata a Memè Scianca’: un “relitto amato” è, fra gli altri, un volume di poesia di Fargue, del 1963.

E preziosissima è l’edizione Crès delle “Fleurs du mal” -anno 1930 – il primo e unico libro rubato al nonno Codignola. “Il mio interesse per i libri -annota Calasso su un quaderno di scuola – ha origini abbastanza remote: anche quando non sapevo ancora leggere, amavo andare con grossi volumi sotto il braccio, su cui disegnavo strane e primordiali figure”. Di questo amore misterioso, intellettuale e insieme artigianale per un oggetto desueto eppure potente, Roberto Calasso è stato fra i più straordinari testimoni: un  testimone per cui non possiamo non sentire gratitudine e nostalgia.

di Massimo Natale

per gentile concessione de il manifesto


L’ Adelphi di Calasso vigore eversivo di una scommessa

Come una campagna di fake news ha fatto del finanziere americano il bersaglio dell'illiberale premier ungherese Orbán 

La vita intellettuale di Roberto Calasso coincide con la storia dell’Adelphi e costituisce un’applicazione eloquente dei principi alla base di quella esperienza. I suoi saggi sono inseparabili dalle esigenze che determinarono la nascita della casa editrice e nel cui clima presero forma alcuni dei tentativi più innovativi nel panorama editoriale italiano. Una programmazione eccentrica, nata sulla spinta della genialità eterodossa di Roberto Bazlen  e di Luciano Foà, ha mostrato, nel corso degli anni, il vigore di un progetto eversivo nel clima dominante.

Quando l’Adelphi fu fondata, nel 1962, la tradizione letteraria egemone fu rimessa in gioco. I grandi modelli teorici, vincenti nel clima degli anni Sessanta, si richiamavano, con tutte le sfumature possibili, al modello di uno storicismo integrale, paradigma di una cultura arroccata a difesa di numi tutelari intransigenti e tirannici. Le voci estranee alle tendenze dominanti sembravano pericolose ed eretiche. Il Lukàks della “Distruzione della ragione”*, pubblicato da Einaudi nel 1964, ribadiva, in maniera sistematica, il rifiuto di qualunque cultura che non si identificasse con la linea del  marxismo passato attraverso la filosofia di Hegel. Da Fichte, Schelling e Schopenhauer, arrivando a Freud e Weber, non c’erano autori utilizzabili. Quel mondo escluso, messo da parte come un nemico irriducibile, rappresentava l’irrazionalità che aveva minacciato il cammino dello spirito europeo e ne aveva intaccato la forza. Sul piano dei modelli letterari, la gerarchia non era meno netta. Il realismo critico di Thomas Mann era ancora un modello che dominava sulle altre esperienze concorrenti, e si imponeva come la via maestra della narrativa.

Adelphi scelse un’altra strategia. Si attestò su posizioni che erano allora specifiche di una élite intellettuale raffinata e controcorrente. L’autore, che diventò la pietra angolare di un sistema originale e alternativo, fu Nietzsche. Nel 1964, dopo una lunga e inutile trattativa con Einaudi, esce il primo volume dell’edizione critica delle sue opere: un’impresa che è rimasta come una pietra miliare dell’editoria del secondo dopoguerra. L’autore di Zarathustra è  solo l’avamposto di una rivoluzione che avrebbe portato a galla libri e autori apparentemente cancellati o rimossi per sempre.

Cominciò la grande diffusione degli scrittori della Mitteleuropa, da Joseph Roth a Karl Kraus, da Robert Walser ad Alfred Kubin e Thomas Bernhard, fino a Danilo Kis e Milan Kundera. Con loro tornavano in vita autori dimenticati negli scantinati di qualche libreria e si cominciarono a recuperare in maniera sistematica le opere di Alberto Savinio, o, nei nostri anni, i testi di Giorgio Manganelli e di Carlo Emilio Gadda.- Questo coraggioso programma ha inciso sulla fisionomia di nuove e diverse intelligenze e ha permesso che gli orizzonti della conoscenza si allargassero prepotentemente. Ora che Roberto Calasso non c’è più, si deve sperare che lo spirito dell’antico progetto sopravviva e che gli eredi sappiano muoversi con uguale coraggio.

di Matteo Palumbo

per gentile concessione de il manifesto


Grazie per non sbagliare!

Come una campagna di fake news ha fatto del finanziere americano il bersaglio dell'illiberale premier ungherese Orbán 

“Ninetta monta in gondola che mi te porto al Lido. – Mi no che non me fido, che ti vol mezzo milion.”-

Scriveva questa frase Stefano Benni anni fa sull’Espresso. C’era lo sciopero dei traghetti e l’andare di qua e di là dai canali a Venezia creava qualche problema.

Mi è venuta in mente questa “variante d’autore” sagomata su una canzoncina popolare, ascoltando la radio: si danno i brillanti risultati delle nostre atlete che a Tokyo hanno portato via tre medaglie su tre in sella alla bici da cross.

Mi è venuta in mente perché quasi tutti pronunciano “muntanbaic”. Da lì alla Ninetta il passo è breve. Ninetta munta in bike che mi ta porti in vall… e via con le possibili risposte, magari in assonanze birichine (che vi risparmio).

E se ormai non si fa più caso ai social, al doping e alle performances pronunciate con gli accenti fonici o tonici sbagliati, il manàgment fa ancora ridere, se non altro per la somiglianza con scmanegià, che a volte ci sta proprio bene, visti certi manager.

Lo strapazzo fonetico del vocabolario inglese va di pari passi con le contaminazioni dell’anglosassone nel parlato italiano. E anche delle altre lingue nazionali.

Grazie per il supporto nell’implementazione del format.

Il Grazie per…, invece del più elegante grazie di.., è nato molto tempo fa con la campagna contro il fumo. Quel Grazie per non fumare compariva scritto a mano in cartelloni e autoadesivi (posters and stickers) accanto a una margheritina.

Già allora erano stati in diversi a storcere il naso, ma poi ci si è fatta l’abitudine. Oggi, grazie anche al supporto indesiderato dei traduttori automatici (o pigri) è tutto un Grazie per. In tedesco e in inglese è Danke für… Thank you for… senza possibili variazioni.

Le ferrovie, la posta e la telefonia, le banche, nelle loro comunicazioni in italiano ci informano che il treno è in arrivo in quindici minuti sul binario tre, che il tale ufficio è aperto lunedì al venerdì. E che l’accreditamento e l’addebitamento sono stati registrati ecc. ecc.

Assolvo invece a pieno titolo i politici d’oltralpe che si sforzano di parlare in italiano. Perdóno loro tutto, anche alla Leutard, molto diligente nelle sue lezioni, che ha coniato l’ormai mitico “circolamento dei personaggi” (libera circolazione delle persone).

La parola supporto mi ricordo averla imparata quando la mia mamma mi diceva di prenderle il supporto per il ferro da stiro. Una cosa solida, su cui si può fare affidamento. Insomma, un sostegno scomparso come vocabolo e come verbo dalla parlata italiana.

Oh, anche in italiano si possono fare confusioni di senso: nel suo libro su Giovanni Leone, Camilla Cederna racconta che durante l’intervista, nella bella casa di Napoli, il Presidente della Repubblica spiegava la sua carriera politica come “il frutto di una solida credenza”. La giornalista aveva davanti a sé un mobile massiccio che per un attimo (essendo lei laica) l’aveva tratta in inganno.

Su implementare, no long comment. È orrendo.

Il Format è ormai come lo Speech: entrati di diritto nella lingua dei media. Convive bene anche col dialetto “tel fé ti ‘l speech?” (giornalisti del Quotidiano in trasferta a Olivone).

Adesso basta. Continuate voi. Ascoltate radio e tv (che come ricordava qui Maurizio Chiaruttini, fanno a chi ne fa di più) e avrete di che divertirvi.

Sicuramente i genitori delle campionesse di muntanbaic, gonfi di orgoglio, avranno telefonato alle loro brave figlie.

Fossero state ticinesi le ragazze avrebbero certo detto: “Grazie del telefono!” Bontà tutta nostrana.

A proposito, la giusta pronuncia è maunten (Eglish Dictonary, Penguin books, 1969) cui si attacca là baik.


Sardegna, nel paese assediato dagli incendi

Come una campagna di fake news ha fatto del finanziere americano il bersaglio dell'illiberale premier ungherese Orbán 

Sbarchiamo a Porto Torres sabato mattina e ci dirigiamo verso l’Oristanese, come da tradizione: di una vita, se penso a Luca, il cui padre è sardo da generazioni; da una quindicina d’anni a questa parte per ciò che riguarda la sottoscritta. La Sardegna che conosciamo noi non è quella da cartolina, con spiagge bianche, lettini da sole e ombrelloni tutti ordinati, cocktail sul mare che costano un occhio della testa e movida notturna zeppa di discoteche e nomi noti. Siamo volutamente lontani dalla villa di Berlusconi, dal Billionaire di Briatore, dagli yacht delle celebrità. La Sardegna che amiamo noi non esiste, è per i pochi che si avventurano fuori dai percorsi turistici, per le viuzze di paese o su per i sentieri di montagna.

I media nazionali le dedicano un trafiletto ogni tanto, solitamente in occasione di disastri naturali come incendi estivi e smottamenti oppure in presenza della becera propaganda elettorale fatta sulla pelle dei pastori. La rivolta del latte, ultima problematica attenzionata da stampa e televisione, è servita solo a coloro che hanno racimolato voti facili, dettati dalla rabbia e dalla frustrazione. Dopo settimane di proteste e vuote promesse, infatti, il tema ha perso mordente e la Sardegna è tornata nuovamente nel cono d’ombra dell’indifferenza generale. E, da allora, per i pastori sardi poco o nulla è cambiato.

La nostra destinazione è Scano, un paese di 1473 abitanti, con piccole casette che si aggrappano alle pendici del Montiferro. Anche qui poco o nulla è cambiato, questa volta in accezione positiva. Un luogo operoso, dove ci si sveglia alle prime luci dell’alba per andare a lavorare la campagna e a curare gli animali, i cui ritmi quotidiani sono scanditi dalle esigenze della terra e del bestiame, principali fonti di guadagno per l’economia locale. Ci accolgono il piazzale assolato della chiesa, la via che taglia in due il paese, le sue genti che salutano cordialmente al nostro passaggio.

Una macchina ha preso fuoco sulla statale a Bonarcado, a una trentina di chilometri di distanza, e provocato un incendio che sembrerebbe esser stato domato. Nel primo pomeriggio veniamo a sapere che si è riacceso, complici il vento e la sterpaglia secca; normale amministrazione durante la stagione estiva, per niente preoccupati scendiamo verso le spiagge. Sarà per poche ore, però, poiché da dietro la collina di Porto Alabe fa capolino una nube di denso fumo marrone: del verde, e in grande quantità, sta bruciando da qualche parte. Ci rimettiamo in auto prima che il fumo raggiunga la strada. A Scano dicono che a Bonarcado la situazione è sfuggita di mano, il vento ha fatto propagare le fiamme in men che non si dica, mezzi e uomini non bastano, piccoli focolai si sono accesi in altre località. Dolosi? Naturali? Qualsiasi ipotesi è plausibile. Da quella che i sardi chiamano ormai “campagna incendi” e che parrebbe una vera e propria associazione a delinquere volta a far girare il business dell’emergenza, venendo incontro anche agli interessi di chi vorrebbe convertire forzatamente valli e boschi in terreni per il pascolo; all’ipotesi della circostanza fortuita, con queste temperature torride è sufficiente una scintilla per far scoppiare un incendio, che sia per colpa di una marmitta ancora calda o di una bottiglia buttata lungo il ciglio della strada. Seguiamo il tutto con l’attenzione che si dedica a una vecchia abitudine, l’isola convive da decenni con il fuoco.

È solo dopo cena che iniziamo ad allarmarci. Il telegiornale porta brutte notizie. Il fuoco si è diffuso come una piaga, un cancro che soffoca la terra e lascia dietro di sé cenere e distruzione. Le immagini mostrano Santu Lussurgiu attanagliata dalle fiamme (com’è possibile che siano arrivate già fin lì?), a Usellus i pastori cercano di portare in salvo il bestiame, Villaurbana e Arzana sono ridotti a paesaggi spettrali. Dopodiché il nulla, i ripetitori televisivi di Badde Urbana vengono danneggiati dall’incendio. Per avere notizie di prima mano ci rechiamo alla Compagnia barracellare, la sede si trova in cima al paese e consta di un’unica e piccola costruzione in pietra. Nello spiazzo antistante iniziano ad ammassarsi persone in cerca di rassicurazioni e dei volontari si mettono a disposizione per il controllo del territorio. L’atmosfera è tesa, lo scirocco ci sferza con tale ferocia da spostarci di metri, l’enorme cumulo di fumo che sovrasta ormai tutto il Montiferro ha preso il posto del cielo notturno. Il vento soffia incessante dal pomeriggio e ha diviso il fuoco in due lingue pericolosissime, una che sale dietro al paese e l’altra diretta verso Cuglieri, a pochi chilometri da noi, subito dopo la valle. I barracelli si organizzano in fretta e furia, c’è da andare sul monte a monitorare l’incendio, sperando che il fuoco non scavalli e raggiunga anche Scano. Torniamo a casa in silenzio, ci attende una lunga notte. Chiudiamo tutte le finestre per non far entrare il fumo e guardiamo in direzione di Cuglieri: oltre la linea nera del bosco le fiamme si ergono altissime. Andiamo a dormire, senza sapere se verremo svegliati dalle campane della chiesa… i rintocchi significherebbero l’evacuazione. Mi sveglio in piena notte fradicia di sudore, non per colpa dei 35° presenti in camera. Un vecchio mai visto in vita mia mi urla in faccia “arriva, il fuoco, arriva!”: è solo un incubo, ma mi alzo comunque a controllare se nello zaino ho messo tutto il necessario per un’eventuale fuga dal paese.

È domenica mattina. Senza più televisione come fonte primaria d’informazione, ci immergiamo nella giungla del web e dei social networks. Video e immagini sono scioccanti. Nella notte le fiamme hanno devastato il territorio di Cuglieri e, scansandoci, sono scese verso il mare, raggiungendo Santa Caterina di Pittinuri e S’Archittu. A Porto Alabe lo scirocco cambia improvvisamente direzione e punta verso Tresnuraghes, prima di calare e concedere finalmente una tregua. Nella sua corsa mortale il fuoco investe 70 chilometri di territorio tra l’Oristanese e l’Ogliastra: brucia più di 20000 ettari di boschi, oliveti e campi, danneggia le case, lambisce le spiagge; distrugge le aziende agricole, arde vivi gli animali, sfolla 1500 tra locali e turisti. Scappano anche corpi forestali e volontari, colpiti e ustionati dai tizzoni ardenti. I danni a flora e fauna sono incalcolabili, si stima che ci vorranno cinquant’anni per ripristinare l’equilibrio ambientale. Anche Sa Tanca Manna non esiste più: l’olivastro simbolo della Sardegna, che ha resistito a 2000 anni di storia e al grande incendio del ’94, nulla ha potuto di fronte a questo mostro maledetto che tutto inghiotte e porta via. L’avevo ribattezzato Barbalbero; ci resterà la foto ricordo di una serena gita in famiglia di qualche anno fa, tutti raggruppati ai suoi piedi. Se solo ci fosse una politica di prevenzione degna di questo nome, se solo la regione investisse risorse per il controllo del territorio, se solo gli uomini di buona volontà avessero mezzi di soccorso su larga scala.

La tregua è finita. A metà mattina il vento riprende forza e con esso i roghi, che raggiungono presto Magomadas, Tinnura… e Sennariolo. Siamo i prossimi. Impossibile fermare l’avanzata delle fiamme, inutile sperare in un miracolo. Tutti gli uomini di Scano si trovano in campagna, molti hanno passato lì la notte. Monitorano la situazione, puliscono il più possibile da rovi e sterpaglie, cercano di creare delle linee tagliafuoco, bagnano muretti, terra, piante. Il fumo precede l’arrivo delle fiamme, non c’è più tempo, bisogna portare in salvo greggi e bestiame, rientrare in paese. Mattia riesce a portare via i cavalli e i cani da caccia all’ultimo momento, prima che il fuoco divori stalla, cucce, la Jeep parcheggiata. Alcuni decidono di restare e difendere la propria terra, con il corpo, con il cuore; rischiando tutto, anche la vita. Due giovani torneranno in paese dopo ore, con gli occhi rossi e il viso coperto di fuliggine nera: in mezzo a quell’inferno hanno continuato a girare in cerchio con una canna dell’acqua a testa, delimitando la proprietà, salvandola, salvandosi.

Il paese è circondato, 400 abitanti vengono fatti evacuare da Sa Serra al Centro giovanile, ma i soccorsi ancora non si vedono, siamo soli. Il vecchio sconosciuto del mio incubo aveva ragione, il fuoco è arrivato. L’incendio prende il campo sportivo e minaccia la pineta, a pochi metri dalle case… di questo passo entro sera faremo la stessa fine di Cuglieri. All’improvviso vediamo arrivare due Canadair, che si fiondano sulla valle e iniziano a liberare il loro prezioso carico: l’acqua significa la salvezza di Scano. Dal piazzale della chiesa assistiamo impotenti, con la speranza che facciano in fretta, che riescano a calmare le fiamme, a limitare i danni. Sentiamo le sirene delle ambulanze, che ci confermano che stanno portando al sicuro gli ospiti della casa anziani; ci raggiungono carabinieri, pompieri, due elicotteri, altri due Canadair. I forestali stanno lavorando alla nostra destra, tagliano alberi con le motoseghe a un centinaio di metri in linea d’aria: è l’ultimo disperato tentativo di creare una barriera che fermi l’ennesima e pericolosa lingua di fuoco. Vi sono il crepitio di foglie e rami, il rumore dei mezzi, l’aria irrespirabile, gli occhi che bruciano, la gola che pizzica, l’angoscia che attanaglia. Però, in qualche modo, Scano di Montiferro ha resistito. La pineta è salva, l’incendio sta andando oltre, purtroppo è diretto verso San Leonardo… sappiamo che si estinguerà solo quando non vi sarà più nulla da distruggere.

Nei giorni successivi ci sarà la conta dei danni, immensi per questi piccoli nuclei che sopravvivono grazie ad agricoltura, pastorizia e allevamento. L’incendio del 2021 resterà nella storia per la tragicità delle sue conseguenze, ambientali in primis, e per aver messo in ginocchio l’intera economia locale, per la quale bisognerà intervenire urgentemente. Eppure, nonostante gli attimi di terrore vissuti e l’aver perso tutto, nonostante le ferite profonde che il fuoco lascia dopo il suo passaggio, il popolo sardo non ha mai chinato il capo: è rimasto unito in mezzo all’inferno e ancora una volta ha mostrato una natura stoica e fiera, che non arretra di fronte a nulla. Ed è con la dignità e l’orgoglio di appartenere a una terra meravigliosa, tutta da scoprire, che faranno bonifica, ricostruiranno, cominceranno da capo, si rialzeranno. Che i politicanti nelle loro sale riunioni aiutino o meno. Perché la Sardegna, da sempre, si salva da sé.

Immagini di Eleonora Giubilei e Luca Milia


Fiscalità lib-lib, una storia vecchia, anzi muffissima

Come una campagna di fake news ha fatto del finanziere americano il bersaglio dell'illiberale premier ungherese Orbán 

Ormai strutturalmente insonne, ho avuto tutto il tempo per leggermi i commenti alla proposta lib-lib di progressivi sgravi per i contribuenti più ricchi; a partire dal prevedibile e acritico entusiasmo del prezzolato cronista muzzanese, già a muso duro contro gli oppositori, a qualche riflessione più intelligente e articolata, financo dubitosa.

Non mi sorprende la proposta liberale, che è fotocopia di quella che qualche anno fa formulò tra qualche pernacchia la destra-destra del fu valletto della consigliera e dell’economista di ultimo banco (sì, lui, quello che voleva il salario minimo solo per i residenti); l’aria che tira è quella, cioè del liberismo puro e duro, e con tanti saluti per gli alt(r)i valori liberali. Dalle ragnatele del cassetto delle idee si è tolta la solita cosa, cioè la rinuncia a un gettito sicuro (almeno una quarantina di milioni l’anno, tra Cantone e Comuni, anche se per questi ultimi e per tutti i loro contribuenti è in agguato l’aumento del moltiplicatore) per inseguire un vantaggio assai incerto, cioè l’afflusso di ricconi attirati da una tassazione in linea con la media svizzera; vedendo proposte di questo genere, la mente corre alla famigerata riforma fiscale delle imprese III, che aveva modalità e obiettivi simili ma che determinò un bagno di sangue miliardario a livello di gettito, in quanto il futuro non fu di certo quello che si prevedeva sarebbe stato. Aggiungo però che cercare di attirare imprese, o di non farle emigrare, mi parrebbe in sé obiettivo più ragionevole e saggio (perché con potenziali effetti strutturali per l’economia, per l’occupazione) che non quello di cercare di attirare qui qualche miliardario, mobile e volubile per definizione e comunque in grado di trovarsi lidi fiscalmente assai più favorevoli del Ticino; e qui al massimo venirci in vacanza, se è in deficit di fantasia.

In buona sostanza, temo che la proposta servirà soprattutto a favorire coloro che sono già grossi contribuenti ticinesi, quindi con nessun effetto positivo sul gettito; i liberali sono sicuri del fatto loro, di certo pensano anche alla loro, di pagnotta, e a quella della loro clientela attuale, e magari futura. Uno dei promotori ha addirittura cercato di venderci, in video, l’idea balzana (e di futuro ancora più incerto) secondo cui il riccastro approdato in Ticino vi porterebbe anche la sua azienda, con effetti sull’occupazione. Pretesti e chiacchiere sciorinati in libertà, tanto non costa nulla, a nessuno potrà essere rimproverato un futuro non all’altezza di entusiastiche previsioni: si troveranno sempre motivi e fatti che, adeguatamente addomesticati, giustificheranno il fallimento delle ottimistiche previsioni. E intanto, ad altri il compito di raccogliere e di mettere insieme i cocci; sulle spalle dei soliti, beninteso, classe media in testa.

Scontata l’opposizione di trincea della sinistra, e gli altri partiti della galassia del centro-destra? Detto della Destra gongolante, la Lega affida al cervellone (che, complice l’estate ballerina, ha sostituito il trois pièces nuziale d’ordinanza con una specie di sahariana nordalpina) il compito di puntualizzare che la proposta – che costui ben si guarda dal commentare – deve essere inquadrata in un progetto più ampio che preveda altri sgravi; mentre un maggiorente democristiano, richiesto di esprimersi sul tema, riesce a lamentosamente lagnarsi per il fatto che la loro proposta socialissima di riduzione delle imposte di… circolazione sia ancora al palo, come se questa cosa c’entrasse qualcosa con quell’altra. Insomma, imbarazzo, attendismo e confusione al loro massimo.

Ma c’è una cosa più preoccupante. Questa proposta liberale è un’ulteriore, e assai inquietante, conferma dell’incapacità di un partito, pur con questa storia e con questi valori ideali, di esprimere autentica e operativa progettualità in relazione al territorio. In effetti, ci si limita a stancamente riproporre qualche stantia ricettina dall’esito incerto, ma che muove sempre dalla volontà di beneficiare di una rendita di posizione, e nello specifico di ricchezze create altrove e senza alcun radicamento socio-economico. Sintomo del permanere, dello sclerotizzarsi, di una mentalità vecchia e muffa, parassitaria, figlia (meglio: nipotina) di un tempo – che molti ancora vorrebbero rinascesse – in cui lucrammo allegramente sulla ricchezza generata altrove e da stranieri, su fattori esterni ed esteri quali l’incertezza politica, la fiscalità e l’evasione fiscale, senza essere noi obbligati a realizzare nulla di indigeno, di autoctono, e beneficiando di un benessere che fu ben poco giustificato da nostri veri meriti.

Sul fronte della progettualità, e come ripetutamente ho detto, encefalogramma piatto, visioni e progetti zero virgola zero; vale per tutti i partiti, nessuno escluso. L’esempio del turismo è illuminante; mentre attorno a noi le regioni investono e si attrezzano per creare emozioni e occasioni, una cultura vera dell’accoglienza, qui siamo ancora alla mera vendita delle montagne e dei laghi (di cui beneficiamo senza merito e senza sforzo, per dono della natura e per puro culo), o di quelle che pomposamente definiamo “eccellenze eno-gastronomiche”, come se bastasse questo per nutrire la vocazione turistica che costituisce una delle poche autentiche opportunità del territorio.

Ovviamente, dopo le buone idee occorrerebbe anche che lo Stato potesse mobilitare i mezzi finanziari per realizzarle, facendo dell’ente pubblico un motore dell’economia privata; ed è probabilmente la sotterranea coscienza che nulla di decente uscirà dalla spremitura di pur augusti cervelli che fa dire ai liberali che l’unico modo per accedere al benessere è di continuare a sfruttare economicamente la ricchezza prodotta altrove da idee e da ingegno altrui. Un calcolo che ha funzionato bene per decenni; ma che, a termine, rischia di lasciarci a piedi.


Che Rebus la Libertà

Come una campagna di fake news ha fatto del finanziere americano il bersaglio dell'illiberale premier ungherese Orbán 


Petković se ne va: così fan tutti

Come una campagna di fake news ha fatto del finanziere americano il bersaglio dell'illiberale premier ungherese Orbán 

Dal punto di vista dello sport la decisione di Petković è oscena: non si lascia una Nazionale costruita in 7 anni di lavoro e portata pochi giorni fa ai quarti di finale di un Europeo eliminando i campioni del mondo della Francia ai rigori, e, sempre ai rigori,  a una sconfitta più che onorevole contro la Spagna, dopo aver giocato 47 minuti in 10. Non si lascia un gruppo che fra due mesi affronta l’Italia per la qualifica ai Mondiali, occasione d’oro per far dimenticare il penoso 3 a 0 subito a Roma rinunciando a giocarsi la partita. Certo, ma lo sport non conta nulla.

Conta solo la logica di mercato: se la Svizzera mi fa lavorare sino al 2022 in caso di qualifica ai mondiali, e il Bordeaux mi offre un contratto di 3 anni la scelta, da un punto di vista professionale e finanziaria, è chiara: così fan tutti, allenatori e giocatori, mercenari al soldo di chi offre di più: Donnarumma, eletto miglior giocatore ai recenti Europei, gestito da Raiola, il procuratore più bravo (più rapace…) del mondo guadagna 6 milioni l’anno. Il Milan sale a 8. Raiola lo vende al Paris S. Germain per 10. Il divorzio avviene sempre con la stessa formula: la squadra che ha formato e cresciuto il campione si rammarica, ma augura ogni bene al suo ex giocatore; che naturalmente non si sposta per i soldi, ma per “una nuova sfida”, in questo caso anche per godere di una nuova “cultura”: non appena  avrà un momento libero, Donnarumma sarà al Louvre, o sulle tracce di Emile Zola. Non lo vedrete mai in un ristorante con le stelle Michelin, o nelle boutique di lusso. Chi se ne va ringrazia di cuore la squadra che gli ha permesso di prendere il volo nel vasto mondo, e assicura che quei colori resteranno sempre nel profondo del suo cuore. Applicate questa formula al caso Petković e sarete nel giusto.

Non sappiamo quanto guadagnava con la Nazionale e quanto guadagnerà in Francia (lo sapremo forse fra poco), dove Petković, dopo aver eliminato la squadra di Deschamps, ha nettamente aumentato il suo valore di mercato.

Ma c’è dell’altro: Petković era stimato come tecnico, ma non amato da tutti come persona: la Svizzera targata UDC-LEGA lo ha preso a pesci in faccia sui “social” dopo la partita contro l’Italia. Per questa fascia di popolazione rossocrociata inoltre, in squadra c’erano troppi giocatori che non si identificavano completamente con il Paese: non cantano l’inno? Bastava mettere (prima!) la mano sul cuore. Ci ha messo del suo anche la Federazione, che per gravi lacune culturali, non ha saputo prevedere lo sciagurato comportamento dei due ridicoli “aquilotti” in maglia rossocrociata Xhaka e Shakiri contro gli odiati serbi. Un raro concentrato di grullaggine da una parte, la nostra, e dall’altra.

Anche l’idea di cedere ai capricci di Xhaka, a cui si sono accodati Akanji e Elvedi, facendo arrivare da Zurigo in aereo un parrucchiere di fiducia alla vigilia della partita contro l’Italia per trasformarli in biondini da passerella, non è stata brillante; oltretutto l’Italia non è a corto di parrucchieri: o si temeva che alla lozione venisse aggiunta una polverina in grado di provocare una grave dissenteria?

Poco brillante anche la dichiarazione  del capo-stampa: “sie wollten ein Zeichen setzen”. Volevano marcare presenza, “annoncer la couleur” direbbero i francesi.

Sul campo s’è visto solo un colore da minestrina di zucca tardo-autunnale con poco zenzero: proprio come i capelli.

Ora, a frittata fatta, si tratta di trovare in brevissimo tempo un allenatore: Favre si è chiamato fuori, dopo Petković uno rischia di bruciarsi, questo è Il problema: bisognerà puntare su uno svizzero all’estero, magari su quell’Urs Fischer che sta facendo bene con l’Union Berlino, o su Wicki, ora negli Stati Uniti. Il povero Tami, direttore delle Nazionali che ha espresso rammarico per  la scelta di Petković, è di fronte a un compito arduo: non si poteva però costringere un allenatore a rispettare un contratto contro la sua volontà di cambiare aria.


Non chiediamo la luna

Come una campagna di fake news ha fatto del finanziere americano il bersaglio dell'illiberale premier ungherese Orbán 

Di Graziano Meli, già responsabile della formazione di base, DIpartimento economia aziendale, sanità e sociale (DEASS)  SUPSI

Complice il periodo estivo e la sensazione di una ritrovata stabilità sanitaria, ai più sarà sfuggita la decisione del Parlamento di accettare il controprogetto del Consiglio federale e delle Commissioni parlamentari in risposta all’iniziativa presentata nel 2018 e supportata da oltre 140.000 firme. Attenzione ed applausi per la categoria degli operatori sanitari si sono progressivamente smorzati e anche sulla stampa la notizia ha avuto scarsa eco.

CF e parlamento hanno riconosciuto solo in parte gli argomenti espressi dal testo dell’iniziativa ed hanno elaborato un controprogetto che tuttavia non soddisfa gli iniziativisi poiché non include misure per migliorare le condizioni di lavoro e una dotazione di personale che soddisfi le esigenze dei pazienti e garantisca la loro sicurezza. Per il comitato questi sono due elementi chiave per non perdere infermieri formati e garantire un’assistenza infermieristica di alta qualità a lungo termine per la popolazione. L’iniziativa popolare chiede di fissare nel nuovo articolo 117c della Costituzione federale il principio che vincola Confederazione e cantoni a

  • riconoscere e promuovere le cure infermieristiche come componente importante dell’assistenza sanitaria,
  • provvedere affinché tutti abbiano accesso a cure infermieristiche sufficienti e di qualità,
  • assicurare che sia disponibile un numero di infermieri diplomati sufficiente per coprire il crescente fabbisogno, e
  • fare in modo che gli operatori del settore delle cure infermieristiche siano impiegati conformemente alla loro formazione e alle loro competenze.

Mi sono diplomato come infermiere nel 1982, quasi 40 anni fa, ed in questo periodo ho potuto svolgere la professione in Ticino e a Losanna in reparti di medicina, chirurgia, cure intense, nel soccorso pre-ospedaliero ed infine nella formazione a diversi livelli. In questi anni ho assistito al progressivo e costante rafforzamento della formazione che oggi è offerta a livello accademico e a livello terziario non universitario. La qualità della formazione è stata continua, così come l’evoluzione tecnica, scientifica, relazionale che infermiere ed infermieri hanno sviluppato. Le infermiere e gli infermieri sono oggi professionisti altamente qualificati, capaci di lavorare in autonomia ed in modo interprofessionale, e di assumersi alte responsabilità nella cura di pazienti in contesti sanitari diversi. Dal mio osservatorio privilegiato ho potuto curare, agire, osservare e riflettere con numerose colleghe e colleghi ancora attivi/e nei servizi di cura a domicilio, in strutture residenziali o abitative. La formazione è anche spazio di confronto e di scambio tra colleghi e colleghe.

La professione di infermiere ed infermiera è ancora e sempre bellissima e permette di mettere in campo la propria esperienza e le proprie competenze tecniche, relazionali, sociali in diversi ambiti. L’infermiere esperto/a, comunicatore/trice, membro di un gruppo di lavoro, avvocato della salute a sostegno ed in difesa di persone vulnerabili, in situazione di fragilità, nei diversi periodi della vita e nel fine vita.

“Il personale infermieristico svolge un ruolo molto importante anche nell’assistenza e la consulenza di malati cronici o affetti da malattie incurabili e degenerative. Le cure palliative permettono di alleviare le sofferenze di queste persone, garantendo loro la miglior qualità di vita possibile fino alla fine. Le cure professionali sono incentrate sulle esigenze, i bisogni e i desideri dei pazienti e dei loro familiari e si basano sul  rispetto e la competenza”  (dal sito per-cure-infermieristiche-forti.ch)

Chi conosce un’infermiera o un infermiere avrà avuto modo di percepire in questi ultimi anni il progressivo senso di frustrazione e di insoddisfazione legato all’evoluzione della situazione nei contesti di cura. In ospedale, nelle case per anziani, nei servizi di cura a domicilio, nelle strutture riabilitative: la situazione è comune ed insoddisfacente. Le condizioni quadro di attività, gli orari e la turnistica, la dotazione del personale, il carico di lavoro, la complessità delle situazioni di cura, le mansioni ed i vincoli amministrativi, la dipendenza da ordini medici nel proprio campo di responsabilità, la mancanza di spazi di confronto, non permettono più di vivere e percepire soddisfazione per la professione e per il lavoro svolto. La relazione con i pazienti e con i loro familiari è veloce, contenuta. La possibilità di essere al loro fianco è sempre più esigua. La sicurezza dei pazienti è condizionata dagli effettivi di personale disponibile e presente. Molti decidono quindi di abbandonare la professione. Quasi la metà del personale infermieristico qualificato abbandona la professione. Un terzo di questi lascia prima del 35° anno d’età. Un fattore importante che spiega questo fenomeno è l’esaurimento emotivo, il burnout, secondo uno studio particolare svizzero condotto dall’Istituto di scienze infermieristiche dell’Università di Basilea (Bollettino Obsan 3/2014).

Non intervenire sulle condizioni di lavoro non permetterà di risolvere nemmeno il problema della penuria di personale. L’aumento del numero di studenti in formazione non sarà sufficiente a rispondere ai bisogni se il sistema sanitario continuerà a perdere, ogni anno, personale qualificato. Occorre quindi formalizzare misure atte a favorire la permanenza del personale infermieristico anche con una adeguata politica di remunerazione delle cure che valorizzi la professione e lo sviluppo professionale degli operatori del settore delle cure infermieristiche.

Forse nel titolo di questo breve articolo mi sono sbagliato: se volere la luna significa proporsi quello che può sembrare impossibile a molti, ma che in realtà dovrebbe essere normale, cioè non limitarsi a proclamare i propri valori, ma praticarli concretamente, con azioni positive quotidiane, creazione di occasioni di relazione, allora infermieri e infermiere, con questa iniziativa, non rinunciano a volerla la luna. Per tutte le persone che hanno e avranno bisogno di cure.

“Forse s’avess’io l’ale / Da volar su le nubi, / E noverar le stelle ad una ad una, / O come il tuono errar di giogo in giogo, / Più felice sarei, dolce mia greggia, / Più felice sarei, candida luna” (Giacomo Leopardi).

Il 28 novembre un deciso, forte SÌ all’iniziativa per cure infermieristiche forti, oggi e domani.