‘Prendersela con i frontalieri? Un diversivo’

143% di aumento dal 1996. Intervista di Lorenzo Erroi all’economista Spartaco Greppi 

‘Lavoro e benessere sociale migliorano per tutti o per nessuno’

FONTI: UST – STATISTICA DEI FRONTALIERI (GGS), STATISTIK DER UNTERNEHMENSSTRUKTUR (STATENT) / INFOGRAFICA LAREGIONE

Sono più che raddoppiati dal 1996, ma secondo l’economista SUPSI Spartaco Greppi i problemi ticinesi nascono da annose fragilità. E il lavoro si difende per tutti o per nessuno.

Non è una sorpresa, ma fa riflettere: secondo gli ultimi calcoli dell’Ufficio federale di statistica, i frontalieri in Svizzera sono più che raddoppiati dal 1996 al 2020, arrivando a quota 343mila. 70mila sono impiegati in Ticino, dove costituiscono il 29% della forza lavoro (il tasso più alto in Svizzera, mentre in numero assoluto guida la classifica Ginevra con 90mila unità). La crescita è accelerata dopo l’entrata in vigore della libera circolazione nel 2002, ma va precisato che non erode direttamente il lavoro residente, perché nel frattempo è cresciuto anche il numero assoluto di posti di lavoro: in Ticino erano 180mila nel 1996 e ora sono oltre 230mila. Se demonizzare i frontalieri per le difficoltà dell’economia cantonale sa molto di capro espiatorio, è però vero che problemi e squilibri ci sono eccome. Ne parliamo con Spartaco Greppi, che alla Supsi è responsabile del Centro competenze lavoro, welfare e società.

Cominciamo dall’inizio: a cosa è dovuto un aumento così sensibile dei frontalieri?

Intanto, coincide con una crescita del mercato del lavoro: segno che bene o male l’economia ‘tira’. C’entra naturalmente anche la libera circolazione, che ha introdotto numerosi allentamenti normativi, incluso quello riguardante i lavoratori autonomi, fra i quali i cosiddetti ‘padroncini’. Poi assistiamo a una terziarizzazione ad alta intensità di lavoro, ma di un tipo che pretende di unire flessibilità, esperienza e retribuzioni relativamente basse: una domanda che trova in Lombardia un serbatoio ideale, mentre i giovani più formati dalle nostre scuole si spostano a loro volta verso impieghi tecnici altamente qualificati oltre Gottardo, come dimostrano le recenti statistiche sulla loro ‘fuga’. Lì un diverso tessuto produttivo premia non solo le loro competenze, ma anche quelle di frontalieri che in Svizzera tedesca – al contrario di quanto avviene in Ticino – guadagnano sostanzialmente quanto i residenti.

Da noi invece guadagnano il 30% in meno, in un quadro dove i salari mediani di alcuni settori stanno addirittura arretrando. Meglio chiudere le frontiere?

Abbiamo avuto un assaggio di cosa succede con le frontiere chiuse all’inizio della crisi pandemica, quando abbiamo vissuto settimane nel terrore che l’Italia precettasse i suoi infermieri. Più in generale, è del tutto irrealistico pensare che il Ticino, con la sua economia fortemente integrata in reti internazionali e ricca di export, possa ‘fare da sé’. Semmai si tratta di capire come superare certe fragilità che vengono da lontano, in una realtà che accanto ad alcune eccellenze vede ancora una forte dipendenza dalla manodopera a basso costo. In un certo senso bisognerebbe non superare, ma ripensare quell’elevata intensità di lavoro che ci contraddistingue.

In che senso?

Una forte presenza di lavoro qualificato può essere la chiave per lo sviluppo di quello che l’economista francese Robert Boyer chiama ‘modello antropogenetico’, centrato sui servizi dell’uomo all’uomo, sulle prestazioni sanitarie, sociali, culturali, formative. In un modello del genere, nel quale la produzione è quella di benessere e qualità della vita, anche i frontalieri possono giocare un ruolo importante, minimizzando allo stesso tempo le frizioni sociali che ancora si riscontrano.

Ma il frontaliere resta più appetibile se la tendenza è quella a un’economia dei lavoretti, nei quali ognuno è un po’ usa-e-getta. Che fare?

Sicuramente la precarizzazione è da combattere rafforzando le tutele del lavoro. Una lotta che però non può essere solo locale e per certi versi neppure nazionale: oggi bisogna puntare a maggiori tutele e diritti anche a livello europeo. Per cui ben venga il rafforzamento delle misure di accompagnamento (le garanzie di condizioni equivalenti a quelle locali per i lavoratori distaccati dall’estero, l’obbligatorietà dei contratti collettivi in casi di dumping ripetuto e i contratti normali che stabiliscono salari minimi obbligatori, ndr). Però non ci si può fermare lì: serve davvero uno sforzo concertato su fronti più ampi.

La libera circolazione ha contribuito a questa precarizzazione?

La libera circolazione ha avuto effetti molto positivi sulla crescita economica ticinese e svizzera, consolidando la partecipazione ai mercati continentali, incidendo anche sull’acquisizione e la ridistribuzione di gettito fiscale. Però è coincisa con un periodo di intensa globalizzazione e si è innestata sulla ritirata dello Stato dall’economia, penso alle ex regie federali o al settore militare che garantivano una certa sicurezza economica al Ticino. Nel frattempo si è scelto di attrarre imprese non sempre sostenibili, un’economia dei capannoni con dubbie ricadute sul territorio. Anche per questo occorre sicuramente un ripensamento del nostro modello di sviluppo.

Le difficoltà degli ultimi anni hanno generato una certa nostalgia nei confronti di una presunta età dell’oro: quei ‘Trente glorieuses’ nei quali sicurezza economica e protezione sociale parevano al loro apice. C’è chi vorrebbe tornare lì.

Questa è una di quelle che Zygmunt Bauman chiamava retrotopie: utopie rivolte all’indietro, verso epoche rappresentate in maniera molto idealizzata, ma proprio per questo efficaci dal punto di vista politico. Indietro, però, non si può tornare: l’economia di oggi, con la sua dimensione globale e il suo sviluppo tecnologico che trasforma rapidamente e radicalmente il lavoro, non può essere gestita con formule di mezzo secolo fa. Questo vale per l’approccio alla mobilità del lavoro, ma anche al welfare.

C’è però ancora il mito del bel Ticino d’una volta, quello dove i contadini diventavano banchieri e i soldi crescevano sugli alberi.

Un mito, appunto. Il fortissimo sviluppo degli anni 60 e 70 ha creato grandi scompensi, il passaggio dall’agricoltura alla finanza ha bypassato quasi del tutto la formazione di una solida dimensione industriale, lo sfruttamento del lavoro frontaliero era ai limiti della segregazione, con i ticinesi in banca o alle regie pubbliche e gli stranieri nelle posizioni più umili. La crescita economica diffusa nascondeva gli scompensi del sistema, proprio quelli che oggi vengono a galla. Più importante sarebbe allora guardare avanti, senza chiusure, capendo che lavoro e benessere sociale migliorano per tutti o per nessuno, a seconda delle scelte che si fanno per incentivarli e tutelarli. Prendersela coi frontalieri è solo un diversivo.

Per gentile concessione de laRegione


Lo spettacolo è finito

143% di aumento dal 1996. Intervista di Lorenzo Erroi all’economista Spartaco Greppi 

Da quando abbiamo iniziato lo sciopero scolastico per il clima sono passate 150 settimane. Durante questo periodo sempre più persone in tutto il mondo hanno preso coscienza della crisi climatica ed ecologica, mettendo sempre più pressione su di voi – le persone al potere.

Con il passare del tempo la pressione pubblica è diventata troppo forte, avevate gli occhi del mondo addosso. Così avete iniziato ad agire. Non ad agire nel senso di combattere il cambiamento climatico. Ma ad agire come in un gioco di ruolo.  A giocare alla politica, a giocare con le parole, a giocare con il nostro futuro.

Avete fatto finta di assumervi delle responsabilità. Avete recitato la parte dei salvatori, cercando di convincerci che vi stavate occupando davvero delle cose, mentre il divario tra la vostra retorica e la realtà non cessava di crescere. E visto che la consapevolezza è così scarsa,, quasi quasi la facevate franca.

Ma siamo chiari: quello che state facendo non è agire per il clima o far fronte a un’emergenza. No. La vostra è una tattica di comunicazione mascherata da politica. Voi – specialmente voi leader delle nazioni ad alto reddito – state fingendo di cambiare e di ascoltare i giovani mentre continuate più o meno esattamente come prima.

Fingete di prendere sul serio la scienza, dicendo che “la scienza è tornata”, mentre tenete vertici sul clima senza invitare nemmeno uno scienziato del clima come oratore. Fate finta di fare la guerra ai combustibili fossili mentre aprite nuove miniere di carbone, campi petroliferi e oleodotti. Non solo continuate il business come prima: in molti casi state addirittura accelerando e ampliando il processo.

Fingete di avere le politiche climatiche più ambiziose mentre concedete nuove licenze petrolifere ed esplorate in cerca di futuri giacimenti di petrolio. Vi vantate dei vostri cosiddetti impegni ambiziosi per il clima, che se si guarda in modo olistico sono largamente insufficienti, e poi scopriamo che non state nemmeno provando a raggiungerli, quegli obiettivi.

Fingete di preoccuparvi della natura e della biodiversità mentre il mondo sta abbattendo un’area forestale delle dimensioni di un campo da calcio ogni secondo. Fingete di essere leader del clima mentre pianificate una politica agricola comune che renderà praticamente impossibile raggiungere gli obiettivi degli accordi di Parigi.

Fingete di voler “ricostruire meglio” dopo la pandemia, ma sono già state stanziate somme astronomiche di denaro, e non in progetti verdi, qualunque cosa significhi “verde”. Il G7, per esempio, sta spendendo miliardi in combustibili fossili e infrastrutture per combustibili fossili più che in energia pulita.

Tutto questo lo condite con belle parole, nella speranza che qualcuno in futuro annullerà in qualche modo le vostre azioni e le renderà climaticamente neutrali. E quando le vostre parole vuote non bastano, quando le proteste diventano troppo forti, rispondete rendendo le proteste illegali.

Naturalmente accogliamo con favore tutti gli sforzi per salvaguardare le condizioni di vita presenti e future. E questi lontani obiettivi di zero emissioni potrebbero essere un ottimo inizio, se non fossero pieni di lacune e scappatoie. Tralasciate le emissioni delle merci importate, dell’aviazione e delle spedizioni internazionali, così come quelle della combustione delle biomasse, o ne manipolate i parametri. Ignorate l’aspetto cruciale delle emissioni storiche globali, e basate la previsione del  raggiungimento degli obiettivi climatici su tecnologie future delle quali a tutt’oggi non è ancora stata dimostrata l’efficacia o la fattibilità.

Ma mentre le vostre azioni continuano, sempre più persone come noi sanno smascherare la vostra narrazione e i vostri giochi di ruolo. Il divario tra le vostre azioni e le vostre parole sta diventando impossibile da ignorare. Mentre sempre più eventi meteorologici estremi imperversano intorno a noi.

I giovani di tutto il pianeta non abboccano più alle vostre bugie. Vi state allontanando sempre di più da noi e dalla realtà. Alcuni anni fa potevate ancora affermare che ci stavamo muovendo nella giusta direzione. Oggi questo non è più possibile. Attualmente si prevede che il 2021 sarà l’anno con il secondo più alto aumento di emissioni di sempre.

Voi dite che bisogna muoversi lentamente per avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Ma come potete onestamente pensare di coinvolgere la gente se non trattate questa crisi come una crisi?

Se c’è una cosa che la pandemia ha dimostrato una volta per tutte è che le emergenze climatiche ed ecologiche non sono mai state trattate come emergenze.

La crisi climatica oggi – nel migliore dei casi – è trattata solo come un’opportunità di business per creare nuovi posti di lavoro verdi, nuove imprese e tecnologie verdi.

Mentre la pandemia imperversava non si è detto “questo gioverà all’industria della produzione di maschere per il viso” o “questo creerà nuovi posti di lavoro nella sanità e negli ospedali”. Un’azione coraggiosa per il clima porterà naturalmente molti vantaggi e benefici. Tuttavia, è inutile dire che non saremo in grado di risolvere una crisi che non trattiamo come una crisi e di cui non comprendiamo la portata.

Forse fingere di fare qualcosa vi aiuta a dormire la notte? Dite cose solo per il gusto di dirle, perché le parole sono nel vostro copione. Ma mentre siete occupati ad esibirvi sul palcoscenico, sembrate dimenticare che la crisi climatica non è qualcosa di lontano nel futuro: sta già colpendo duramente molte persone in diverse parti del mondo.

Questo a voi può sembrare solo un gioco, un gioco per guadagnare voti, popolarità, punti sul mercato azionario, o la vostra prossima posizione ben pagata in un’azienda o società di lobbying. Un gioco in cui vince chi si concentra sulla confezione piuttosto che sul contenuto effettivo, e chi fa i discorsi più belli e le politiche più miopi e simpatiche.

Voi potrete continuare a recitare la vostra parte, a fare le vostre battute, a indossare giacca e cravatta. Potrete -e vorrete- continuare a fingere. Ma la natura e la fisica non ci cascheranno. La natura e la fisica non sono né divertite né distratte dalla vostra recita.

Il pubblico si è stancato. Lo spettacolo è finito.

Versione della redazione sulla base di una traduzione di DeepL.com/Translator (versione gratuita), con alcune semplificazioni di concetti tecnici difficilmente traducibili. Il testo originale. pubblicato il 1. luglio 2021, si trova nel blog ufficiale di Greta Thunberg 


Siamo ormai nell’era dei disastri climatici

143% di aumento dal 1996. Intervista di Lorenzo Erroi all’economista Spartaco Greppi 

Un evento che si verifica una volta in decine di migliaia di anni. Così l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) ha commentato in un tweet  le temperature che si registrano in questi giorni in Canada. A Lytton, un villaggio della Columbia Britannica, in pochi giorni si sono registrate temperature record sempre più alte: 46.6 gradi domenica, 47.9 lunedì, 49,6 mercoledì; 4.6 gradi oltre il primato precedente, che risaliva al luglio del 1937.

“Senza il cambiamento climatico provocato dall’uomo, sarebbe stato praticamente impossibile raggiungere simili temperature record in giugno”, sottolinea Nikos Christidis, un climatologo dell’Ufficio meteorologico del Regno Unito, citato nell’articolo che la WMO dedica a queste temperature record. “Attualmente un clima molto caldo in giugno – prosegue – è comune ed è probabile che si verifichi due volte ogni tre decenni”. Invece che una volta in decine di migliaia di anni!

“Ondate di caldo diventano più frequenti e intense con l’aumento delle temperature provocato dalla concentrazione dei gas serra – spiega il Capo della divisione della WMO che monitora il clima. – Notiamo che iniziano prima e finiscono dopo e causano problemi crescenti alla salute umana”. Lo confermano le notizie provenienti dal Canada, sempre più simili a un bollettino di guerra: negli ultimi giorni, nella regione, il numero delle morti improvvise supera ormai quota 200. Un bilancio che ci ricorda che oltre certe temperature la vita diventa impossibile, come scriveva l’altro giorno il Guardian, sottolineando che le aree non abitabili diventeranno sempre più estese.

“L’Olocene, il periodo di clima stabile a cui abbiamo messo fine provocando il riscaldamento globale, è durato solo 12 mila anni”, scriveva ieri in un tweet Julia Steinberger: un periodo inferiore alle decine di migliaia di anni necessari perché si verificasse un’ondata di calore come quella canadese. Da qui la sua conclusione: “Siamo ormai nell’era dei disastri climatici”. Professoressa all’Università di Losanna, Julia Steinberger studia le conseguenze dei cambiamenti climatici sulla società. E non nasconde la sua preoccupazione: “Quest’ondata di caldo è così estrema – scrive in un altro tweet – che sta creando combinazioni meteorologiche del tutto nuove visibili dallo spazio, compresi incendi e temporali. Definirla ‘emergenza climatica’ non basta vista l’enormità di quanto sta avvenendo”.

La professoressa Steinberger si riferisce alle conseguenze degli incendi che il gran caldo ha provocato: le nubi di fumo hanno generato intensi temporali, accompagnati da un gran numero di fulmini e da forti venti, con precipitazioni per contro minime o del tutto assenti (come spiega Daniel Swain, climatologo all’Università della California); fenomeno che provoca ulteriori incendi in un apocalittico circolo vizioso.

“Siamo sì ingranaggi della macchina climatica – conclude la professoressa Steinberger – ma dobbiamo essere ingranaggi che comincino al più presto a girare nella direzione opposta. Diventate attivisti, come se la vostra vita ne dipendesse. Perché è così”.

È un appello che si rivolge prima di tutto a noi, cittadini di quello che un tempo si definiva primo mondo e che primi per davvero siamo in termini di emissioni di gas serra.

Saremo all’altezza della sfida? I dubbi sono molti, ma non abbiamo alternativa.


Canada e Bufale

143% di aumento dal 1996. Intervista di Lorenzo Erroi all’economista Spartaco Greppi 


Le notti a bordocampo

143% di aumento dal 1996. Intervista di Lorenzo Erroi all’economista Spartaco Greppi 

Il caldo imperversa ed attanaglia le “notti magiche” di questo pazzo Europeo di calcio, pieno di contraddizioni quanto di pathos, specie per noi svizzerotti, miracolati da una prestazione eccezionale di giovanotti poco puri etnicamente, ma capaci (senza cantare) di contare fino a tre, sia nel prenderle che nel darle agli spocchiosi francesi e poi di annichilirli ai rigori con un parata d’un portiere abile anche a fare grigliate.

“E i francesi che si incazzano, che le balle ancora gli girano”, diceva Paolo Conte parlando di ciclismo, ma potremmo dire anche noi, pensando che mentre nelle strade e piazze svizzere si festeggiava, del tutto legittimamente, una qualificazione ai quarti in cui nessuno credeva, sugli spalti e sul campo di Bucarest, in zona francese, si aprivano e chiudevano conti personali in sospeso, fra allenatore e giocatori, fra giocatori e giocatori, addirittura fra mamme di calciatori.

E allora, con questo caldo che dà alla testa, che costringe gli appassionati in poltrona davanti al televisore a sudare anche involontariamente nell’ascolto di interminabili commenti tecnici di esperti, inframmezzati da valanghe di spot pubblicitari, non resta che aspettare, dalle nostre parti, se proprio si è propensi a tirar tardi, che arrivi il programma che non ti aspetti, proprio dalla RSI: “Zeuro in condotta”.

Il canovaccio, in verità, non ha nulla di particolarmente nuovo: un talk di fine serata, a chiusura e a commento delle partite del giorno, con ospiti (uomini e donne) un conduttore, una co-conduttrice, un gruppo musicale a sera, un “comico” ed un inviato: il tutto dentro un’aula scolastica fatta con niente: sedie accatastate a far da pareti, finte lavagne, sedie che son quasi sgabelli.

Eppure in quel programma classicamente di “intrattenimento”, già testato in precedenti occasioni calcistiche dalla redazione sportiva, c’è oggi, in questa edizione, un clima particolare ed una perizia professionale nel condurlo e realizzarlo che ne fanno un programma, diremmo, “riuscito”.

Il “direttore” Andrea Mangia, che regolarmente vi arriva reduce da ore precedenti di conduzione sportiva, pare liberarsi di ogni peso e fardello e si lascia andare a stimolare la conversazione, come a ruota libera, senza mai perdere il bandolo della matassa, alternando toni e voci in maniera precisa e soprattutto facendo da spalla (lavoro difficilissimo) al cavallo pazzo del programma, l’inviato Nicolò Casolini, sempre a rischio di arresto, specie se costretto a collegarsi ad orari impossibili da città desolatamente deserte e pericolose.

I collegamenti con Casolini sono diventati e resteranno un “must” nella storia dell’offerta di intrattenimento della RSI, e davvero non è poco, perché sanno comunque generare identificazione e comunità, sanno dar vita, in un certo senso, persino ad una sorta di solidarietà del pubblico verso questo curioso personaggio, sempre in braghette, sempre più tatuato, solo nella notte di Baku con il suo fido cameraman Davide Molinelli, un vero eroe misterioso (perché, essendo colui che riprende, non si vede mai, benché venga costantemente evocato).

Dallo studio Mangia non perde un colpo ( forse anche perché ben sorretto in regia) e con il pretesto (o la necessità, a seconda dei casi) di dover tenere a bada e a freno l’intrepido corrispondente, lo pungola e lo stimola sempre opportunamente, aiutandolo moltissimo nel far emergere il suo indubbio e a volte travolgente talento comico.

A confronto di Casolini, il “comico” in studio fa evidentemente un po’ più fatica ad emergere: Gioas Balmelli ci prova, con molta buona volontà, e a volte ci riesce a provocare la risata, specie con giochi di parole che variano fra italiano e dialetto. Da incoraggiare.

Il programma, poi, lancia decisamente una presenza femminile non ancillare, ma con un proprio carattere, nel ruolo della “maestra”. Serena Bergomi è una brava giornalista sportiva che sta mettendo in mostra (e a discreta disposizione) tutto il suo potenziale anche per programmi di intrattenimento, dove, in verità, le presenze femminili non è che abbondino, in RSI. Da valorizzare.

E così, fra una chiacchiera, una battuta, una sciocchezza, una risata, passa ogni sera ben più di un’ora, senza che neanche te ne accorgi, nella scoperta, addirittura, di nuovi gruppi musicali della scena regionale disposti ad adattare il proprio repertorio e le proprie esecuzioni all’angustia dello studio, contribuendo decisamente a far sì che quella di “Zeuro in condotta” sia una possibile “scuola” anche per immaginare, in futuro, format e personaggi per una terza serata che qui appare assolutamente e finalmente riuscita.

Perché l’intrattenimento televisivo è soprattutto questo: uno strumento per comunicare in forme colloquiali e cordiali con un pubblico di riferimento. In “Zeuro in condotta” si sarà partiti dai calciofili, ma certamente, col passar delle serate, il programma è diventato decisamente un luogo in cui il calcio è solo un pretesto. Il “testo” sta nello scrivere un programma che sia fatto e proposto con piacere, per il piacere o la spensieratezza di un’ora, di un giorno, rivolto ad un pubblico che oltre a quello del caldo, ha un bel po’ di altri e ben più gravi problemi (da dimenticare).

“Zeuro in condotta” è un programma che, per un’ora e più, quei problemi te li fa lasciar fuori dall’aula; un programma fresco che dà refrigerio.

Ed è già un bel risultato.


Un Papa a cavallo dell’arcobaleno

143% di aumento dal 1996. Intervista di Lorenzo Erroi all’economista Spartaco Greppi 

Non più tardi di domenica scorsa, sulle pagine del domenicale scritto, redatto e forse pensato da Lorenzo Quadri, si può leggere, con tanto di firma e nell’inconfondibile stile sprezzante, un virulento attacco al “pensiero unico” che contrasta le chiare discriminazioni del governo ungherese nei confronti della causa LGBTQ.

Fra le tante colpe, la Commissione Europea e la sua presidente (chiamata con la classica finezza ed ironia Ursula “Sofà” Van der Leyen) hanno insomma pure quella di non approvare l’operato di Viktor Orbán che dichiara fuorilegge ogni discorso sulla diversità di genere (almeno per i minorenni).

E con un esercizio di acrobazia retorica degna del festival del sillogismo farlocco (tanto per usare un termine molto caro al nostro parlamentare di cui a Berna si hanno scarse notizie) Quadri arriva a parlare della prossima votazione sul tema “Matrimonio per tutti”, che, naturalmente, è un subdolo prodotto generato dalla “solita $inistra immigrazionista. Quella che si spaccia per paladina delle donne e del popolo “arcobaleno”, ma poi continua a far entrare in Svizzera migranti economici, in arrivo da “altre culture”, che sono sessisti, misogini ed omofobi. In altre parole: la $inistra promuove l’omofobia in Svizzera.”

Chissà, forse una volta varrebbe la pena di approfondire il tema dell’utilizzazione bieca e strumentale di falsi sillogismi da parte del linguaggio “quadrista” e populista, ma qui ora è meglio andare dritto a chi ha dato un’ennesima lezione di umiltà e ragionevolezza (e molto altro ancora) non solo o non tanto a Quadri (per carità), ma al mondo, cattolico e non solo.

In coincidenza con la festività religiosa di San Pietro e Paolo, ha fatto molto rumore la notizia di una lettera scritta da Papa Francesco all’amico gesuita James Martin, consultore per il Dicastero vaticano della Comunicazione, per ringraziarlo dello «zelo pastorale» e della «capacità di essere vicino alle persone con quella vicinanza che aveva Gesù e che riflette la vicinanza di Dio».

I passaggi più significativi della lettera sono stati pubblicati lo scorso 21 giugno da “Vatican News” e sulle sue importanti ripercussioni riferisce acutamente Francesco Lepore nel portale informativo “Linkiesta”.

Papa Francesco ha voluto esprimere il suo apprezzamento al confratello gesuita impegnato nella missione d’accoglienza delle persone Lgbtq e nella tutela dei loro diritti, cui dedica da tempo, a New York, buona parte del suo ministero. «Il nostro Padre celeste” scrive Papa Bergoglio, “ si avvicina con amore a ciascuno dei suoi figli, a tutti e a ognuno di loro. Il suo cuore è aperto a tutti e a ognuno. È Padre. Lo “stile” di Dio ha tre tratti: vicinanza, compassione e tenerezza. Così si accosta a ognuno di noi».

È un messaggio forte, che naturalmente irrompe nel dibattito politico italiano a pochi giorni dalla decisione che sarà presa circa il celebre Disegno di Legge Zan contro ogni tipo di discriminazione “omotransfobica”, ma che si colloca anche dentro il contesto più globale di un diffuso acuirsi delle sensibilità per i diritti alla diversità che, nel nostro microcosmo vede nel domenicale leghista uno dei tanti rozzi antagonisti.

Per contro, proprio nel nostro Cantone, un po’ timidamente ma opportunamente, ha preso vita un bel progetto video online che si chiama “The deep NEsT” realizzato dalla giornalista Natascia Bandecchi e dalla fotografa/videomaker Elisabeth La Rosa.

Ne ha parlato “La Regione” lo scorso 26.6. in un ampio articolo di Beppe Donadio intervistando le due autrici di questo “nido di accoglienza” di testimonianze relative ad esperienze di vita vissuta nella cosiddetta “diversità”. Finora sono due i contributi visibili e ascoltabili su Youtube: quello del noto cantautore Roberto Vecchioni che parla dell’omosessualità della figlia e quello di Aldina Crespi, giornalista ed-ex conduttrice televisiva di RSI, che racconta di sé, del proprio percorso di autocoscienza ed “autopercezione”, maturato con una lucida progressiva serenità.

Un racconto, quello di Aldina Crespi, che si ascolta e convive anche, forse, ritrovando quei termini usati da Papa Bergoglio: vicinanza, compassione (nel suo senso etimologico) e tenerezza. Tre stati d’animo, tre predisposizioni verso il mondo, verso l’altro, che sono (o dovrebbero essere) “patrimonio spirituale” della nostra società, anche di quella laica, nell’affrontare la “diversità” senza la presunzione del pregiudizio, senza la barriera di pretesti ideologici, senza i sofismi della strumentalizzazione che nasconde insicurezze e paure.

Ai sillogismi insulsi di certo sovranismo anche nostrano, si potrebbe rispondere, semplicemente, con un piccolo, essenziale ed efficace slogan che ha accompagnato la votazione popolare dello scorso anno per una legge contro la discriminazione legata all’orientamento sessuale: “L’odio non è un’opinione”.

E alla rabbia veemente e rivendicativa di chi impugna e brandisce ogni domenica la propria prosopopea del mal di pancia, si dovrebbe saper rispondere con il tono e la profondità di testimonianze come quelle di “The deep NesT”, con la “vicinanza, compassione, tenerezza” di un pontefice che non ha paura di incrinare secoli e secoli di oscurantismo.

Così, a cavallo dell’arcobaleno, “over the rainbow”,  magari col sottofondo delle note distillate dalla tastiera di Keith Jarrett e, per una volta, semplicemente per ascoltare, e tacere.


Che FIFA la UEFA

143% di aumento dal 1996. Intervista di Lorenzo Erroi all’economista Spartaco Greppi