Cose semplici, cose complesse

Alcuni temi politici, antichi e recentissimi, che mostrano la difficoltà di rapportarsi al reale 

“Relative Gleichbehandlung”: un fondamentale concetto costituzionale che, nella sua teutonica oscurità, suona più innocuo nella sua formulazione tedesca che non in quella italiana, “parità di trattamento relativa”. In effetti, questo principio non chiede certo di mettere un limite alla parità di trattamento, ma di ben chiarire che – com’è ovvio – cose uguali devono essere trattate nello stesso modo e cose diverse, appunto, diversamente. A corollario ciò significa che, se data, la complessità osta a soluzioni semplici; e, di converso, che questioni semplici richiedono soluzioni a misura appunto della loro semplicità.

Ne parlo soprattutto alla luce di due recenti iniziative, che ipotizzano soluzioni semplici per questioni in realtà complesse, in quanto richiedono un esercizio attento di differenziazione.

Da una parte, la richiesta degli ufficiali svizzeri di imporre il servizio militare anche alle donne, che secondo costoro dovrebbero finalmente avere l’onere di pari doveri se pretendono di accedere a pari diritti; in filigrana si coglie il consueto pensiero troglodita che alligna ancora – e financo trionfa, anzi sembra titolo di merito e premessa per la carriera – in certi ambiti della società e dell’economia, cioè che se le donne alzano la cresta occorre che qualcuno gliela faccia abbassare, magari a suon di ordini urlati maschiamente nelle orecchie, di scuole di sezione e di servizi di parco. Qualcuno dovrà forse chiarire che il tema non è di semplice soluzione, soprattutto perché i ruoli imposti alle donne dalla biologia ma soprattutto da strutture sociali inadeguate rendono complesso il loro inquadramento nell’esercito. A prescindere dal fatto che non sembra ragionevole aggiungere un ulteriore, e costoso, tassello a un’istituzione che ha una funzione unicamente retorico-sociologica, oltre che psicologico-psichiatrica per i trogloditi di cui sopra, e non ha giustificazione vera nei fatti.

Poi, la richiesta dei giovani lib-lib che chiedono un aumento progressivo dell’età del pensionamento, tenendo conto della migliorata speranza di vita e delle piangenti casse dell’AVS. Da un punto di vista generale, non è contestabile che si viva di più e meglio, che l’incertezza del futuro e un po’ di egoismo conduca a figliare meno, e che quindi la società invecchi al punto tale che ci sono ormai sempre meno pagatori di contributi a fronte di un numero sempre maggiore di arzilli percettori di rendite. Ma anche qui un mero criterio anagrafico non può certo gestire una pluralità di casi, ad esempio quelli che concernono professioni usuranti. Insomma, non c’è una soluzione semplice se il problema è complesso; e quella proposta è una soluzione troppo semplice, e fa comprendere come l’assoluta parità di trattamento possa condurre a soluzioni inique.

A fronte di questo, vi sono alcune cose semplici che vengono, a torto, trattate come complesse e quindi oggetto di decennali e sterili discussioni. Mi riferisco al tema, banale quant’altri mai, della tassazione dei coniugi, che dovrebbero finalmente poter pagare le tasse come se fossero due soggetti fiscali indipendenti, e non scontare una sorta di “progressione a freddo” dell’aliquota derivante dal loro mutato stato civile. Altro aspetto, quello della parità salariale tra uomini e donne, a parità di prestazione professionale; un criterio di ovvia giustizia ed equità che richiederebbe un intervento deciso, ma che si scontra con una deficiente volontà politica, con resistenze imprenditoriali e con il solito Neanderthal-pensiero. Ricordo un consigliere di Stato, forse obnubilato dalla dieta, che aveva sostenuto serenamente che in fondo le donne possono prendere meno perché il loro è un salario aggiuntivo/ancillare rispetto a quello del loro signore-e-padrone; per dire. Accanto a questi temi, la defiscalizzazione del valore locativo e, forfetariamente, del canone di locazione: interventi di banale giustizia ed equità fiscale che però vengono messi sotto il tappeto da decenni per motivi anch’essi fiscali, financo da coloro (antistatalisti e risparmisti di ogni sponda) che potrebbero farne popolarissimi cavalli di battaglia.

Probabilmente l’epoca dei social, la diffusa ostentata ignoranza e la convinzione che l’immediatezza di internet possa sostituire la fatica “classica” dell’apprendere, rendono più difficile rendersi conto non solo della complessità del mondo e delle cose, ma anche a volte della sua linearità. E la politica è diventata, purtroppo, uno dei luoghi in cui questo deficit di cultura e di capacità di analisi si manifesta in modo più flagrante, e rischioso per noi tutti.


Benedetto Antonini – Che macello l’ex-Macello

Alcuni temi politici, antichi e recentissimi, che mostrano la difficoltà di rapportarsi al reale 

Sull’incresciosa vicenda dell’evacuazione della sede ventennale dei giovani autonomi e della susseguente demolizione della parte più antica dell’ex-macello di Lugano, molto è stato scritto, ma molto dovrà ancora essere scritto.
Marco Borradori, all’uscita dal tribunale dov’era stato sentito dalla Procura in qualità di persona a conoscenza dei fatti, interpellato dai giornalisti che lo attendevano impazienti, ha esclamato: “Io non ho demolito nulla!”.
Niente di più errato: di certo,  lui e i suoi colleghi di Municipio, oltre al vecchio Macello hanno distrutto eccome! Hanno distrutto la credibilità dell’Autorità esecutiva della Città che si voleva il faro, il motore del Cantone.
Hanno distrutto la struttura democratica di una parte importante del Paese, la relazione tra Municipio e polizia, tra Municipio e popolazione e, purtroppo, come ha scritto Il Caffè (se ne sentirà la mancanza!) ha reso palese l’avanzare strisciante di una piega autoritaria che la politica sta prendendo in modo non troppo strisciante in tutto il Ticino, ad immagine e somiglianza di ciò che sta succedendo a livello nazionale ed oltre.
Pur perdendo buona parte delle sue iniziative, l’UDC nazionale sta dettando la politica del Parlamento bernese. Da noi, la Lega dei Ticinesi, priva di idee, si è alleata con la piccola UDC per far numero, facendosi dettare la politica dalla cugina più piccola (ma fino a quando?), la quale pur mancando di elettori, purtroppo, di idee ne ha, parecchie e non certo di quelle che mi vedono d’accordo.

A questo punto espongo tre considerazioni importanti.
La prima parte dal clima prefascista così ben descritto da Stefan Zweig: se non ci mobilitiamo per contrastare la deriva politica, le giovani generazioni si ritroveranno a dover fare i conti con olio di ricino e manganelli. Ben vengano “I Naufraghi”, ma per ora mi sembra che sia un blog che convince i convinti, un foro dove noi che abbiamo vissuto il ’68, siamo felici di dirci ciò che andiamo dicendo. Posso sbagliarmi, ma non ho mai letto nei media una citazione del “nostro” blog.

La seconda è riferita alla tolleranza, anzi, alla necessità di avere un centro giovanile autonomo che pur faccia anche un po’ di gazzarra. Si tratta di una necessità sociale che, avendo letto Edgar Morin, mi permetto di dire più vecchia dell’uomo. Sembra, infatti che i giovani maschi, soprattutto, delle specie di scimmie superiori che ci hanno generato, si comportino esattamente come i giovani autonomisti, ossia in modo diverso non conformista, dissacratore e iconoclasta. Quando esagerano vengono “messi in riga”, tuttavia è grazie allea loro esuberanza ed alla loro creatività che la “cultura” degli adulti e degli anziani, per sua natura statica e ripetitiva, evolve e progredisce.
Per una società come la nostra tanto invecchiata, emarginare i giovani, peggio ancora invitarli a riunirsi in un ex-depuratore periferico, rappresenta non solo un’offesa, ma anche un pericolo suicidario.
L’azione politica è fatta anche di simboli: tutti sanno che discariche e depuratori devono essere piazzati là dove non danno fastidio a nessuno, lungo la linea della minima contestazione. Insomma i giovani autonomisti trattati come rifiuti della società dei consumi.

La terza considerazione mi porta a dire che se si volesse cambiare qualcosa di positivo per uscire dal vicolo cieco, occorrerebbe mettere a disposizione dei “molinari” una sede decente in centro Città, come ebbe ad affermare Christian Marazzi. La sede più idonea dal profilo edile, ma soprattutto simbolico, è la parte dell’ex-Macello scampata alla furia distruttrice “degli angeli mandati da Dio” come successe a Sodoma e Gomorra. Fin dalla prima dichiarazione, il Sindaco si affrettò ad affermare che si erano limitati a demolire la parte “non tutelata” formalmente. Mi risulta, tuttavia, di non essere il solo a nutrire dubbi sulla scelta normativa di Lugano, poiché la parte demolita meritava, fosse solo per i suoi valori storico-iconici, di essere tutelata, almeno come quella risparmiata, visti i lavori di riattazione che ha subito.
Ritengo dunque che la persona, o le persone, che saranno designate per mediare un dialogo tra Autorità e Molinari dovrebbe portare in dote l’offerta di reinsediarsi nei citati edifici, con la condizione di meglio aprirsi alla popolazione, organizzando eventi un certo numero di volte all’anno.
Se però questa offerta non trovasse interesse, penso che Comune e Cantone dovrebbero acquistare l’edificio in disuso da tempo della Fondazione Vanoni e proporlo quale sede alternativa.

Il discorso non può, dunque, esaurirsi “a coda di pesce”, come probabilmente spera il Municipio, ma va tenuto acceso ed attuale, affinché la sua conclusione sia la dimostrazione di un cambiamento di politica.

Benedetto Antonini è architetto e urbanista


Il malinconico destino di un percorso letterario volutamente appartato

Alcuni temi politici, antichi e recentissimi, che mostrano la difficoltà di rapportarsi al reale 

Quanto silenzio bisogna
aver ascoltato, quanto cielo negli occhi
avuto per risentire di là dalla stanza
la luce che allora faceva cantare sopra la boccia
i fiori di pisello appena colti
levati in volo sui verdi
raggi rifratti dei gambi,
e palpitare il vento d’ali di farfalle
rosa, turchesi, una stravolta, bianca
sorpresa in sogno.
Quanti giorni d’inverno indifferenti
durare dietro la porta socchiusa sperando
che trasalga quella voce ancora
e che non invano
vi saremo vissuti vicino.

Quanto silenzio è il titolo della prima poesia che dà il titolo alla prima raccolta di versi in italiano di Federico Hindermann (Milano, Scheiwiller, 1978).

Un titolo che suona, evocando temi e toni cari all’autore, ma anche che risuona, oggi, in occasione del centenario della sua nascita, come una sorta di malinconico rinvìo alla scarsa attenzione che i nostri media danno a questa importante ricorrenza.

Certo, Hindermann è stato un autore molto particolare, che in italiano ha cominciato a scrivere tardi e solo versi, quando già aveva scritto saggi e tradotto in tedesco opere importanti della letteratura mondiale.

Certo, come autore svizzero italiano, è stato scoperto tardissimo, semplicemente perché “non ticinese”, non legato al mondo letterario e culturale del Cantone, ma attivo a Zurigo, a dirigere una prestigiosa collana di letteratura mondiale per la casa editrice Manesse. E poi, Hindermann, di padre basilese e madre piemontese, ha vissuto per decenni ad Aarau, dove – per dirla con l’amico e noto critico italiano Pietro Citati – ogni mattina usciva dalla propria casa percorrendo una strada silenziosa, salutando o ignorando i passanti, per arrivare alla stazione e prendere il treno che lo avrebbe portato a Zurigo.

Ecco, la silenziosa Bachstrasse di Aarau era un po’ il mondo intimo e poi poetico di un autore che ha scritto numerose raccolte di versi uscite in Italia e poi finalmente anche in Ticino, facendone, poco a poco, e senza che lui mai si adoperasse per promuoversi, un grande della nostra letteratura del Novecento.

Insieme a Giorgio Orelli, nato anch’egli in quel 1921 misteriosamente benedetto per le nostre sorti letterarie, Hindermann è oggi da considerare il massimo poeta svizzero in lingua italiana. Ne fa fede un volume antologico uscito nel 2018 a Milano, presso le edizioni Marcos y Marcos, a cura di Fabio Pusterla e Matteo Pedroni, intitolato significativamente Sempre altrove.

Sempre altrove sembra davvero essersi posta la produzione poetica di Hindermann, così come sempre altrove ci portano i suoi versi, frutto di un’indagine del mondo che parte da una condizione di appartatezza per estendersi con grande libertà e non rare e quasi funamboliche sperimentazioni sintattiche, sempre coltissime e raffinatissime, alla minuziosa descrizione o evocazione di “cose perdute: il passato caduto dalla betulla, la nocciola scivolata tra le zampe dello scoiattolo, i ricordi smarriti intorno alla lampada spenta” ( cit. P.Citati, intr. F.H., Poesie 1978 – 2001).

A nove anni dalla sua scomparsa, Federico Hindermann è un autore che offre continue, costanti sorprese, chiavi di lettura della realtà che stanno lì, anche in brevi stornelli o mottetti, in testi di tre versi (che hanno caratterizzato la sua ultima produzione) da leggere come fossero haiku giapponesi, soppesando parole e silenzi sulla misteriosa bilancia di un equilibrio sempre da ritrovare, nello spazio e nel tempo.

Nel silenzio, sempre altrove, ricordiamo Federico Hindermann con un senso di debito ancora non saldato verso un vero grande poeta ed intellettuale svizzero (italiano) oggi, una volta di più, troppo trascurato dalle cronache ma ben presente con le sue centellinate parole sulla nostra modesta zattera, al largo, altrove, come il suo prezioso lascito letterario, ancora ampiamente da sondare.

Lode a Federico Hindermann, ma sottovoce, con discrezione ed un po’ di ironia, quei tratti che fra i tanti scritti gli ha fatto dire:

La lode va meritata non tanto da chi la riceve quanto da chi la tesse. Dimostri costui di averne il diritto. Fuori i documenti! Quasi sempre ne è sprovvisto. Si procuri almeno un alibi, chiarisca il suo passato, spieghi per quali motivi e come sia giunto fin qui presente alla manifestazione: gradita, vuol dar da bere brindando, al complimentato ( che forse si vergogna inorridito). (da Un pugno di mosche, ANA Edizioni, 2003, p.35)

Senza alcun merito, ma nella convinzione che la nostra cultura ed identità siano fatte anche dai versi di Federico Hindermann, il nostro è, qui, solo un grazie.


Se parli ti soffoco

Alcuni temi politici, antichi e recentissimi, che mostrano la difficoltà di rapportarsi al reale 

Intervista di Ivo Silvestro al filosofo Nicola Emery in occasione di un incontro alla Biblioteca cantonale di Lugano per la presentazione del volume della collana Incontri internazionali Max Horkheimer ‘Potere e pregiudizio’ (Mimesis). 

L’incontro aveva come titolo ‘Se parli ti soffoco’…

Con questa formula si dà espressione alla minaccia del potere che colpisce i diversi, costringendoli al silenzio, costringendoli a perdere il logos, la parola, il respiro, ogni soggettività: pratiche di disumanizzazione che rendono l’altro, il portatore di una differenza, qualcosa di “sporco” e “mostruoso” quando semplicemente cerca di affermare la propria identità.

Questo lo vediamo bene nell’attualità, sia quella geograficamente lontana – penso a Black Lives Matter – sia quella a noi più vicina, con l’eliminazione di ogni spazio per le forme di vita alternative. Ma io credo che queste siano pratiche connaturate con l’idea moderna di sovranità statale, cosa che cerco di dimostrare tentando un’archeologia di queste pratiche distruttive dell’alterità.

Quanto è antica questa pratica?

Si può andare molto indietro nel tempo: io faccio riferimento a un capitolo che mi sembra importante, il racconto spagnolo del ‘Lazarillo de Tormes’ che ci riporta alla nascita della modernità. Modernità che inizia da una parte con la scoperta dell’America – cioè con la distruzione delle società dei nativi americani – e dall’altra con la contemporanea cacciata dei marrani dalla Spagna. È lì che si crea la naturalizzazione della discriminazione perché si parla di ‘limpieza de sangre’ come criterio di inclusione/esclusione: la differenza del marrano, dell’ebreo, dell’infedele viene sostanzializzata e il pregiudizio religioso assume la fisionomia di una differenza di natura, addirittura di sangue.

Nel libro si affrontano molti tipi di discriminazione, come sessismo e antispecismo. Cosa c’è in comune?

A mio modo di vedere la riduzione alla “natura” dell’alterità. La direzione che si prende è quella di una disumanizzazione che spesso passa da una animalizzazione dell’altro. È un’idea che ha una lunga storia: il selvaggio, il diverso non è umano e deve essere rigettato nella foresta, perché chi è esterno alla società politica proviene da uno “stato di natura” ferino, violento, incontrollabile, anarchico. Hobbes ha impiegato magistralmente questo fittizio stato di natura per giustificare lo stato, il gelido mostro del Leviatano che espropria le soggettività dalla possibilità di manifestare la loro potenza anche politica.

Non dobbiamo dimenticare che il Leviatano è la trasfigurazione di un mostro biblico, che con la modernità subisce una metamorfosi in positivo: il mostro biblico diventa il dio Stato. E tutto quello che non rientra nello spazio politico del Leviatano viene invece trasfigurato in mostro da mettere al bando. In questo il racconto ‘Lazarillo de Tormes’ è chiarissimo.

Quali vicende narra questo racconto?

Faccio riferimento a un episodio narrato nel prosieguo del 1620 della versione originale del ‘Lazarillo’ che è una sorta di meticcio migrante che fa naufragio ai confini della Spagna. I pescatori che lo trovano, vedendone la “natura diversa”, lo trasformano in una sorta di mostro mettendogli delle alghe in testa. Non lo riconoscono come soggetto e decidono di trasportarlo in giro per la Spagna, chiuso in una tinozza con l’acqua che gli arriva alla gola: in questo modo se il pesce-mostro Larazillo prova a prendere parola, immediatamente viene tirato sott’acqua grazie a una fune. Soffocare, annegare…

La riduzione al silenzio, come detto, è parte del processo di disumanizzazione.

Certamente nell’attualità i casi sono tanti. Penso ai richiedenti d’asilo posti in situazioni intollerabili, addirittura sottoterra nei famosi bunker che ci sono in Svizzera come quello di Camorino. Lo dico perché è un segno di estrema violenza ‘topografica’.

Il racconto è importante perché, nell’interpretazione che ne do, si intreccia con delle istanze filosofiche non di Hobbes ma di Spinoza. Il marrano Lazarillo riesce a organizzare una sorta di rivolta: abbiamo una bella scena di sommossa popolare nella quale chi lo aveva posto in quella bagnarola – che anticipa la tortura del waterboarding – finisce come pesciolini infarinati e pronti a essere fritti. Così dice il testo, con un rovesciamento di prospettiva carnevalesco, molto interessante. Io sono arrivato a questo racconto grazie a un testo di Rousseau, ma secondo me non va interpretato nella prospettiva di Rousseau e del contratto sociale, ma in quella di Spinoza, il quale rovescia il circolo paura-potere. Quel circolo vizioso di paura, soggezione e protezione che è alla radice dell’idea dello stato sovrano di Hobbes dove lo stato ci protegge se cediamo ogni nostra potenzialità, con Spinoza si rovescia e ad avere paura è il potere stesso quando le soggettività riprendono la parola e l’agire, scrivono la loro contro-storia.

Però oggi l’oppressione non avviene solo da parte dell’autorità che anzi viene chiamata a intervenire a tutela delle minoranze.

Indubbiamente il pregiudizio è diffuso anche nelle masse e questo lo sappiamo bene guardando ad esempio la storia dell’antisemitismo, e anche l’attualità lo conferma.

Dobbiamo chiederci perché accade e sono possibili più risposte. A mio modo di vedere una spiegazione ancora valida è quella della Scuola di Francoforte che fa leva sul desiderio inconscio di vendetta delle masse nei confronti del diverso. Vendetta che deriva dal fatto che le masse stesse subiscono il cosiddetto disagio della civiltà, sono sottoposte alla rimozione della loro libertà e della loro felicità. Questo rimosso torna come desiderio di liquidare coloro che a loro avviso riescono a non subire lo stesso tipo di frustrazione e di repressione. Un esempio sono “gli asilanti che non lavorano”: perché io lavorando subisco il disagio della civiltà e non posso permettere che l’altro possa avere una vita diversa dalla mia. Invece di elaborare questa sofferenza – ad esempio in una lotta per l’emancipazione e per contratti di lavoro migliori – proietto questo disagio sull’altro e faccio di lui il nemico. Non tocco i rapporti sociali esistenti, che pure mi opprimono, ma proietto sul nemico immaginario, sui ‘deracinés‘, magari ancora capaci, malgrado tutto, di ridere e ballare.

E per quanto riguarda il ruolo dello stato?

Non è ovviamente possibile affrontare in poche parole questo tema, ma vi è una tensione tra le possibilità che abbiamo di ampliare il diritto a garanzia delle minoranze e il continuo ritorno di un formalismo giuridico, che taluni chiamano nichilismo giuridico, che con i suoi procedimenti amministrativi e le sue procedure burocratiche spesso fa l’opposto, portando a una regressione della forma stato a qualcosa di etnicamente e nazionalisticamente connotato. Quello che voglio dire è che non è sufficiente fare appello allo stato di diritto per risolvere tutti i problemi – fosse così! – perché anche lo stato di diritto è una cosa molto complessa, al cui interno troviamo dinamiche contraddittorie, tensioni, interessi, pre-potenze eccetera. È tristemente ben noto il paradosso storico: stato di diritto-stato di delitto. In altri termini, il vero e ‘spregiudicato’ universalismo può essere ridotto entro confini?

Per gentile concessione de laRegione


Cuba mi amor

Alcuni temi politici, antichi e recentissimi, che mostrano la difficoltà di rapportarsi al reale 

È difficile criticare Cuba per una generazione come la mia cresciuta a pane e Fidel con salsa alla Che. Cuba è un piccolo paese che ha fatto la storia del ‘900, ha ispirato mille lotte di liberazione, ha assicurato alla sua gente una qualità di vita senza confronti con quella che i poveri sperimentano in America Latina.

E poi c’è la politica americana per strangolare Cuba con il blocco commerciale, e i tentativi di invasione e di assassinio di Fidel: crimini contro cui ti schieri senza riserve con l’Avana.

Tuttavia è inaccettabile chiudere gli occhi su ciò che non è andato e non va nella conduzione del PCC, e liquidare il popolo dei manifestanti come ignoranti sobillati dalla CIA e le loro proteste come dettate da “agenti provocatori” che manipolano la rete, solo mezzo d’informazione alternativo a quelli ufficiali.

Fausto Bertinotti – amico personale di Fidel – ha dichiarato a La Repubblica (14 luglio) che a Cuba “ci vorrebbe una rivoluzione nella rivoluzione” e che “sarebbe un gesto grande e coerente con la nascita del socialismo cubano un governo che oggi dicesse a chi manifesta “avete ragione voi”, non solo per ascoltare ma per costruire la storia assieme”.

Qualche viaggio a Cuba e l’ascolto di cittadini comuni, ma anche di dirigenti del PCC, mi permettono qualche considerazione, senza pretese.

I cubani sono molto fieri della loro indipendenza e della loro resistenza allo strapotere degli USA e solo una minoranza è totalmente avversa ai dirigenti politici. Ma questa indipendenza è molto relativa . La scarsità della produzione locale, anche agricola, è severa. L’economia non è mai stata diversificata. Cuba dipende dalle importazioni ma non ha contropartite da offrire: non bastano la canna da zucchero, il rum e i sigari, di cui faceva incetta l’URSS in cambio di molti beni ma chiedendo fedeltà incondizionata al Cremlino. E neppure basta il turismo e l’esportazione di “brigate sanitarie”.

Ho visto terre incolte e sentito contadini chiedersi perché non venissero date a loro.

Ho incontrato medici che guadagnano molto meno di un cameriere o parking-boy che riceve mance dai turisti, e laureati in storia che chiedono di farti da guida per una mancia.

Cittadini comuni mi dicevano che da loro “tutti rubano”. Un esempio piccolo: chi lavora in una fabbrica di sigari li ruba per venderli in nero ai turisti.

Sono rimasto incantato e perplesso nel vedere quante risorse un paese così povero investe in cultura, sport, formazione di artisti, medici e altri accademici: ma poi mancano artigiani e operai e molte abitazioni e infrastrutture vanno in pezzi per mancanza di manutenzione. Il tenore di vita dipende sì dai beni collettivi di cui si può usufruire gratuitamente (istruzione, sanità, cultura, sport), ma anche dai beni individuali che si possono scegliere e acquistare: e lo squilibrio fra i due è troppo grande.

Che fare? Che dire? Non possiamo dettare noi i passi concreti che il governo cubano deve fare per rispondere allo scontento inascoltato di suoi cittadini, di cui la discesa in piazza è solo “un grido di disperazione”, come dice lo scrittore Leonardo Padura che vive e lavora a Cuba: risultato non solo della crisi economica e sanitaria ma anche di “una crisi di fiducia e di una perdita di speranza”. E a queste, aggiunge, le autorità cubane non devono rispondere con i soliti slogan, e men che meno con la forza e l’oscurità, ma con soluzioni che non devono essere solo di natura materiale, ma anche politica.


il manifesto – Se da Kabul fugge anche Hashmat

Alcuni temi politici, antichi e recentissimi, che mostrano la difficoltà di rapportarsi al reale 

di Alberto Negri

Kabul addio: se ne vanno tutti. Anche Hashmathullah, il mio interprete e compagno di viaggio, ha preso un volo degli americani per San Francisco. Su facebook c’è la sua foto all’aeroporto coi suoi figli. Hashmat, come si faceva chiamare, lo conosco dal 2001, allora aveva 18 anni e sul mio passaporto c’è ancora il visto dell’Emirato dei talebani.

Nel maggio di quell’anno ero andato dal Pakistan in Afghanistan accompagnato da un’esortazione, che era assai poco incoraggiante, di un collega dell’ora mio giornale: “Cosa vari a fare lì, da quelle parti non accade mai nulla di rilevante per noi”.

Ma il visto per Kabul mi era costato una gran fatica e una complicata trafila a Parigi per ottenerlo, e non avrei mai rinunciato a quel viaggio. L’ultima volta che c’ero andato era ancora l’Afghanistan dei signori della guerra, ero stato ospite di Ismail Khan a Herat e di Rashid Dostum a Shebergan, nella provincia di Mazar el Sharif, dove il generale uzbeko aveva il suo vero quartier generale.

I talebani in Pakistan si stavano ancora formando, incoraggiati dal ministro degli interni dell’allora premier Benazir Buttho, che avrebbero poi ucciso in un attentato nel 2007. Nella caserma di Dostum c’era una pozza di sangue che macchiava anche il muro di cinta, pensai che avessero ammazzato un montone, in realtà, mi informarono, avevano appena schiacciato e ucciso contro il muro, con un carro armato, uno degli uomini del generale che aveva rubato dei soldi. Dostum mi ricevette su una sorta di trono luccicante di perle e pietre preziose che immaginavo avesse comprato con i proventi dei campi di papavero che inondavano la sua provincia.

Lo incontrai tempo dopo, in esilio a Teheran, quando i talebani lo avevano cacciato e avevano ucciso a Mazar al Sharif undici diplomatici della Repubblica islamica iraniana. Allora Khamenei avrebbe voluto mandare una spedizione punitiva e sollecitò anche gli americani a intervenire. Non ebbe risposta.

Tutti quelli che mettevano in difficoltà l’Iran erano graditi agli USA e ai loro alleati del Golfo: in quel momento erano i talebani, poi fu la volta dei jihadisti e dell’Isis che insieme i turchi e gli emiri del petrolio tentarono di far fuori Assad in Siria. Oggi Dostum è il vice del presidente Ashraf Ghani: chissà se resterà al suo posto o lo incroceremo in un altro esilio, se i talebani lo cercheranno di nuovo.

Nel maggio del 2001 incontrai per la prima volta Hashmat nella hall dell’Hotel Intercontinental, dove, come ovunque in Afghanistan, non c’erano luce, acqua e telefono. Pensai che se si era offerto di farmi da accompagnatore era evidente che avesse il permesso dei talebani. Facemmo un giro della collina che sovrasta il Politecnico di Kabul, e Hashmat mi fece notare che era stato costruito dai sovietici a forma di stella rossa. La stella rossa a cinque punte venne utilizzata dal 1917 come un simbolo del comunismo, rappresentava allo stesso tempo le cinque dita della mano del lavoratore e i cinque continenti, il che si mette in relazione con l’internazionalismo della parola d’ordine marxista: “proletari di tutto il mondo, unitevi”. Queste cose Hashmat le sapeva perfettamente e me le raccontava, lo zio parlava russo e poi diventò anche capo della nuova polizia nella valle del Loghar. Me le diceva sottovoce, naturalmente, perché parlare di comunismo sotto i talebani – ma anche altrove – non era un argomento gradito.

L’unico collegamento con l’esterno che avevamo era una piccola radio a onde corte per ascoltare la BBC, peraltro proibita pure quella dal regime del mullah Omar. Era lui che la teneva nascosta a casa sua, per evitare che mi cacciassi nei guai, e l’ascoltavamo insieme in cantina, un volta al giorno, con un filo per captare le trasmissioni, che usciva da una piccola finestra. Hashmat aveva occultato questa sottile rudimentale antenna in un canaletto di terra. Sotto il pavimento, in apposite intercapedini, il papà e la mamma di Hashmat tenevano di tutto, dai soldi alla televisione (vietatissima) a scatole di cibo d’emergenza. C’erano anche un paio di kalashnikov con le munizioni, ma i fucili qui tutti li hanno sempre avuti.

Poi, pochi mesi dopo, venne l’11 settembre.

Il regime dei talebani con gli alleati di Al Qaida cadde, ma si continuava a morire. Partii da Jalalabad tre giorni prima che Maria Grazia Cutulli e Julio Fuentes fossero uccisi sulla strada per Kabul. Ritrovai Hashmat, che mi aiutò a sopravvivere al dolore, e vennero tempi migliori. Migliori, non belli. Hashmat mi portava dappertutto, e proprio nella valle del Loghar intervistammo in clandestinità l’ex ministro della giustizia talebano, quello che durante l’Emirato tagliava le teste. Disse che era pronto a fare un accordo anche con gli americani: quello che accadde molti anni dopo, a Doha, in Qatar. Forse, all’epoca, si sarebbe potuto negoziare una via d’uscita meno traumatica di quella che si profila oggi.

Anche per Hashmat adesso il biglietto è scaduto. Ha lavorato con gli americani e con noi, dai talebani è considerato un collaborazionista, come gli harkis algerini dopo la guerra anti-francese, come i vietnamiti di Saigon. Ora è salito sull’aereo per San Francisco, ha lasciato il suo paese e il suo mondo, più per salvare la sua famiglia che sé stesso. A Kabul non ritroverò il mio amico afghano: col tempo, nella vita si resta sempre più soli, e non resta che augurare buona fortuna a tutti.

Per gentile concessione de ‘il manifesto’


Vaccini

Alcuni temi politici, antichi e recentissimi, che mostrano la difficoltà di rapportarsi al reale 


I crucci di Ignazio Cassis con l’Unione europea

Alcuni temi politici, antichi e recentissimi, che mostrano la difficoltà di rapportarsi al reale 

“Ignazio Cassis arriva o troppo tardi o troppo presto”. La battuta rispecchia l’accoglienza di Cassis all’Unione europea per la sua prima vista ufficiale in assoluto da quando dirige il dipartimento degli esteri, da ben 4 anni insomma. Troppo tardi, perché i cocci dell’accordo quadro sono finiti nella spazzatura. Troppo presto perché la spaccatura è troppo brusca per riattivare una trattativa affossata dopo ben 7 anni di discussioni. L’UE è irritata e affila l’arma delle ritorsioni. La Svizzera vuole calmare le acque, salvare il salvabile. Francia e Germania le voltano le spalle, soltanto l’Austria mostra comprensione.

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz sollecita l’Unione europea a proseguire la collaborazione scientifica con la Confederazione. Era in giugno, ma appena un mese dopo l’UE esclude la Svizzera dalla champions league della ricerca scientifica. A farne le spese i politecnici, le università, ma anche piccole e medie imprese che non sono più associate ai progetti più promettenti di Horizon Europe.

Un’altra ritorsione penalizza le imprese di apparecchiature mediche. I loro prodotti non sono più certificati automaticamente in Europa, soggiacciono ad una trafila burocratica, i costi aumentano le esportazioni diminuiscono. Come se non bastasse Swissmedic non ha più accesso alle banche dati europee. E’ tagliata fuori dalle informazioni sulla sicurezza di centinaia di migliaia di medicamenti e tecnologie mediche. Riuscirà a fare tutto da sé? Di certo il carico di lavoro aumenterà notevolmente, con un’impennata dei costi che si ripercuoterà inevitabilmente sui premi delle casse malati.

L’Unione europea esaminerà in autunno il futuro delle relazioni con la Svizzera. Le prime avvisaglie vengono da parlamentari europei come il tedesco Andreas Schwaab : accusa la Svizzera di non accettare compromessi, di rinchiudersi su posizioni massimaliste. Più conciliante l’austriaco Lukas Mandl, invita a valorizzare ciò che accomuna e non ciò che divide. Determinanti saranno però la commissione e il consiglio dei ministri. Risoluzioni concrete slitteranno probabilmente all’anno prossimo, sotto la presidenza francese. E proprio la Francia ha il dente avvelenato contro la Svizzera, considera un affronto la bocciatura degli aerei da combattimento europei a favore dell’americano F-35. I nodi da sciogliere sono molti, dunque per di più in una costellazione decisamente ingarbugliata.


Dieci dubbi legittimi sulla vaccinazione, zero buone ragioni per non vaccinarsi

Alcuni temi politici, antichi e recentissimi, che mostrano la difficoltà di rapportarsi al reale 

Milioni di svizzeri non si sono ancora vaccinati contro il Covid- 19. Poco più del 40% della popolazione si è finora sottoposto alla doppia dose di vaccino e, dato ancor più preoccupante, le vaccinazioni stanno rallentando benché sia ormai assodato che si tratta della sola risposta valida per far fronte alla nuova ondata e alla variante Delta.

Perché rifiutare o rimandare un tale aiuto, con il rischio di favorire una nuova ondata di contagi e la conseguente reintroduzione di regole e limiti alla nostra libertà personale, oltre che alla messa in pericolo della nostra salute?

Abbiamo posto la domanda su diversi canali social e poi sottoposto le dieci ragioni più frequentemente evocate ad alcuni esperti. È proprio sulla base del loro contributo che proviamo a rispondere ai tanti dubbi ancora in circolazione, mostrando che gli argomenti sollevati non hanno alcun fondamento.

  • “Aspetto di vedere come va” – “Ho paura degli effetti a lungo termine della vaccinazione”

È una delle preoccupazioni più frequenti sui vaccini utilizzati in Svizzera, che si basano su una nuova tecnologia fondata sull’impiego dell’RNA, una sorta di “replica” del virus in forma attenuata che induce a generare anticorpi; una tecnica sperimentale che secondo taluni non fornirebbe per ora dati certi a lungo termine.

La risposta degli esperti è pressoché unanime: se ci fossero effetti secondari si manifesterebbero entro tre o quattro mesi dall’iniezione. “Questo margine è ormai ampiamente superato e non vi sono notizie di tali effetti sugli adulti che si sono sottoposti alla vaccinazione negli scorsi mesi” conferma Claire-Anne Siegrist, direttrice del Centro di vaccinologia dell’Ospedale Universitario di Ginevra.

Dopo più di tre miliardi di dosi somministrate nel mondo in circa dodici mesi e con una farmacovigilanza mondiale rafforzata, eventuali effetti secondari a lungo termine si sarebbero manifestati da tempo. Visto che così non è, questi timori sono infondati.

  • “Non sono a rischio” – “Il vaccino è più dannoso del virus”

Del tutto errato. “Gli effetti secondari del virus sono ben più importanti e duraturi di quelli del vaccino, anche  fra i giovani!” assicura Claire-Anne Siegrist. I postumi del Covid, o del Covid lungo, che riguardano tutti i malati, sono più debilitanti degli effetti secondari benigni dei vaccini.

Eppure il messaggio non sembra passare, poiché “attualmente le persone ospedalizzate sono adulti non vaccinati fra i 20 e i 60 anni” osserva Alessandro Diana, pediatra e specialista in malattie infettive all’Ospedale Universitario di Ginevra.

Coloro che si credono protetti diventano così la popolazione vulnerabile. “C’è in questo caso un’ipotesi che potrebbe trasformarsi in pericolosa realtà. Vi sono persone che preferiscono il ‘rischio subìto’ (essere infettati dal virus) al rischio auto-inflitto (avere effetti secondari causati dal vaccino) e questo può tramutarsi nella convinzione che sia meglio non vaccinarsi anche se si sa che la malattia porta con sé maggiori pericoli”, è l’analisi di Samia Hurst, specialista in bioetica, vice-presidente della task force Covid-19.

  • Questo vaccino è inutile – “Non impedisce completamente che la malattia venga trasmessa”

Di fronte agli effetti del Coronavirus il vaccino non costituisce, è vero, una barriera invalicabile. Ma ne riduce molto, molto nettamente i rischi. “Con i vaccini citati, che chiamiamo RNAm, la protezione contro l’infezione è dell’ordine del 95% per la variante Alpha e dell’88% circa per la variante Delta, come noto più contagiosa” sottolinea Alessandro Diana. Stando a riscontri ottenuti molto recentemente a Singapore e in Israele, è vero che la percentuale di protezione per la variante Delta sarebbe un po’ inferiore, attestandosi fra il 65% e il 69%. Ma sono dati non ancora confermati e pubblicati.

La vaccinazione riduce comunque anche fortemente la possibilità di essere colpiti da una forma grave della malattia così come di trasmetterla. “È ora chiaramente dimostrato che se comunque ci si ammala, nella stragrande maggioranza dei casi avviene in una forma benigna e che la quantità di virus nel naso è di molto inferiore, il che diminuisce di gran lunga la possibilità di trasmettere la malattia”, precisa Claire-Anne Siegrist.

L’esperienza acquisita in Israele e in Gran Bretagna, due Paesi in cui la popolazione è largamente vaccinata, appare molto incoraggiante: benché i casi accertati di Covid siano aumentati in seguito all’allentamento delle restrizioni, si tratta in grande misura di casi benigni, con un decorso minimo.

  • Il personale curante teme il vaccino – “E’ la prova che non è sicuro”

In Svizzera la proporzione esatta di personale ospedaliero e delle case di cura per anziani che rifiuta di farsi vaccinare contro il Covid-19 non è nota. Diversi sondaggi fanno immaginare che possa trattarsi di una posizione né marginale né predominante. “In linea generale il fronte di personale sanitario dubbioso di fronte al vaccino è analogo quantitativamente a quello dei pazienti, che varia, a seconda degli studi, dal 5 al 30%”, indica Alessandro Diana.

“Non bisogna credere che tutti gli operatori sanitari siano esperti di vaccini”, rileva Samia Hurst. “Fra il personale curante c’è un ampia fetta di operatori che non hanno alcuna dimestichezza con le malattie infettive e ne sanno poco poiché sono comunque molto sollecitati nel lavoro ospedaliero e hanno poco tempo per informarsi e approfondire il tema. Di conseguenza, si pongono le stesse questioni dei pazienti e magari le condividono”.

Per i due esperti da noi interpellati si tratta certamente di una questione da affrontare al più presto, iniziando quanto prima ad organizzare corsi di informazione per il personale curante, in modo che prenda confidenza con il tema ed acquisti fiducia negli effetti della vaccinazione.

  • “Siamo delle cavie !” – “Le ricerche sono state frettolose e approssimative”

I vaccini contro il Covid sono stati sperimentati e sviluppati in maniera straordinariamente veloce. “È la mobilitazione inedita dei settori pubblico e privato di fronte alla pandemia ad aver prodotto un risultato eccezionale, ottenendo in un anno risultati che finora sarebbero stati frutto di ricerche di un decennio”, spiega Alessandro Diana.

Gli Stati come mai prima hanno ampiamente finanziato le ricerche dei laboratori scientifici, mentre aziende specifiche di produzione dei farmaci sono sorte molto rapidamente sin dai primi incoraggianti risultati delle ricerche. “Di fronte a questo virus, le regole del gioco finanziario sono state stravolte, ma non quelle delle procedure scientifiche” aggiunge Samia Hurst.

È stato svolto ogni possibile test sui vaccini e le agenzie incaricate di stabilire la loro omologazione (come Swissmedic, per esempio) per guadagnare tempo ne hanno valutato i risultati man mano che venivano pubblicati senza attendere la conclusione delle ricerche.

In queste condizioni, soltanto coloro che si sono volontariamente sottoposti a test clinici per sperimentare i vaccini possono essere considerati delle “cavie”. “I primi 100.000 volontari hanno accettato di assumersi dei rischi solo parzialmente preventivabili. Non possiamo che essere loro estremamente grati”, sottolinea Claire-Anne Siegrist.

  • “Non mi fido.” – “Gli scandali sanitari provano che a prevalere è sempre il dio denaro”

Gli interessi finanziari sono effettivamente importanti nel caso dei vaccini, ma non lo sono forse anche nella produzione, per esempio, del paracetamolo? Venduto in Svizzera dal 1959, l’antidolorifico più utilizzato nel Paese ha fornito nel 2019  grandi introiti, benché nel 2018, nell’indifferenza generale, sia stato all’origine di 1200 casi di intossicazione.

Perché? Perché l’acquisto di prodotti di prima necessità, come gli alimenti o i medicamenti, si fonda su un principio di fiducia. E perché regni la fiducia, sono anche state create delle specifiche agenzie di controllo. “Abbiamo meccanismi di sorveglianza che hanno già mostrato la loro efficacia. Swissmedic, per esempio, opera in modo indipendente ed è fondamentale che sia così”, assicura Samia Hurst.

  • “Gli strumenti precauzionali sono più che sufficienti” –“Non serve un vaccino, ho la maschera”

Chi sostiene questa tesi, davvero, dimostra grande miopia: verrebbe da dire che il tampone se lo infila nell’occhio. “Le precauzioni individuali, per quanto importanti, non hanno impedito la seconda e la terza ondata del virus”, ricorda Claire-Anne Siegrist. Il fatto che il virus si trasmetta per via aerea ha reso insufficiente la protezione delle mascherine chirurgiche e i rischi sono oggi ancora maggiori con la variante Delta, che è del 60% più trasmissibile della variante Alpha.

“Tutti saranno confrontati prima o poi con il coronavirus. A ciascuno di noi la scelta se questo avverrà infettandosi e ammalandosi o attraverso la vaccinazione”, riassume Alessandro Diana prima di aggiungere ironicamente: “Quale delle due forme di esposizione vi sembra più pericolosa?”.

  • “Ho già contratto il Covid” – “ Dunque sono protetto”

In parte è vero. “Chi ha contratto il Covid è meno esposto al rischio di infettarsi di nuovo e di avere complicazioni rispetto a chi non è mai stato infettato né si è vaccinato”, conferma Alessandro Diana. Diversi studi hanno dimostrato che gli anticorpi anti-Covid restano attivi nell’organismo anche per diversi mesi dopo l’infezione.

Ma attenzione: questa protezione potrebbe rivelarsi in certi casi insufficiente a evitare una nuova infezione, in particolare con la variante Delta, più contagiosa, che sta ormai diventando dominante in Svizzera. Uno studio recente pubblicato dalla rivista Nature mostra che sei mesi dopo l’infezione la capacità degli anticorpi di neutralizzare la variante Delta si riduce da quattro a sei volte rispetto a quanto avviene con la variante Alpha. Per questo alle persone che hanno già contratto la malattia si raccomanda di farsi somministrare comunque una dose di vaccino al fine di rafforzare l’immunità acquisita dopo l’infezione.

  • “Ho paura di avere una reazione allergica”

Con la vaccinazione sono possibili reazioni allergiche gravi, choc anafilattici che necessitano interventi d’urgenza. “Si tratta, comunque, di casi molto rari, che insorgono all’incirca in un caso su un milione, soprattutto su persone che hanno forme pregresse di reazioni anafilattiche nei confronti di componenti specifici del vaccino, come ad esempio il polietilene glicolo”, spiega Alessandro Diana.

Ogni persona cui viene praticata la prima vaccinazione è tenuta sotto osservazione per un certo periodo proprio per verificare che non abbia reazioni allergiche. Se ciò avviene, si interviene immediatamente somministrando una dose di adrenalina. “Tutte le persone che hanno avuto questa forma di complicazione post-vaccinale sono state trattate in questo modo e nessuna ne è morta”, sottolinea ancora il vaccinologo.

Va notato che numerosi farmaci possono scatenare reazioni allergiche gravi. “Il rischio di una reazione allergica è dunque più alto nel caso in cui si contraesse la malattia, che andrebbe poi combattuta con diversi medicamenti”, mette in guardia Claire-Anne Siegrist.

  • “Parto in vacanza” – “Farò l’iniezione al mio rientro”

Attenzione a simili calcoli azzardati. Il processo completo di immunizzazione dura un mese e mezzo: alle quattro settimane che devono passare tra le due dosi si devono aggiungere due settimane dopo la seconda dose perché la protezione sia completa. Nel frattempo, la variante Delta non si prende però le vacanze e infetterà un gran numero di persone non immunizzate. “Il miglior calcolo da fare sarebbe dunque quello di sottoporsi alla prima iniezione prima di partire e alla seconda dopo che si è tornati, anche se magari fra le due passa un po’ più di tempo del mese previsto solitamente”, consiglia Claire-Anne Siegrist.

Articolo di Fabien Goubet e Pascaline Minet pubblicato da “Le Temps” il 15 luglio 2021. Adattamento e traduzione di Enrico Lombardi. Link a ulteriori approfondimenti si trovano nel testo originale (in francese)


Murmansk

Alcuni temi politici, antichi e recentissimi, che mostrano la difficoltà di rapportarsi al reale 


foto © Marco D’Anna

Mi chiamo Advan, sono nato sulle rive del lago Bajkal, la mia casa era una yurta infilata fra i boschi dalle parti dell’Isola di Ol’chon, appartengo al popolo dei buriati. Mio padre mi portava sempre alla roccia dello sciamano e lì pregavamo tutto il giorno, mi diceva che nella grotta viveva una divinità che avrebbe ascoltato i miei desideri e avrebbe sempre guidato i miei passi. Ogni volta scrivevo una preghiera su un nastro colorato, lo legavo al ramo più alto e restavo a guardare mentre vibrava nel vento.
Mio padre scavava un buco nel ghiaccio e pescava un paio di pesci, li faceva bollire con le patate, mangiavamo e poi continuavamo a pregare fino a quando il cielo diventava blu e duro come il lago. Noi buriati siamo sempre stati nomadi, la madre di Gengis Khan era nata da queste parti, a Barguzin. Ho camminato seguendo il nord fino a quando sono arrivato al mare, lì mi sono fermato. Adesso lavoro a Murmansk in una fabbrica dove si fonde l’acciaio, si sta caldi là dentro, le ciminiere all’alba mi ricordano i tronchi secchi e le nuvole i nastri colorati che sventolano con le mie parole, il freddo è lo stesso e certe volte il cielo blu si tinge di ruggine, ma forse è per il fumo.
Continuerò a camminare un giorno, questo lo so.
È scritto nel nastro che ho dentro.

testo © Marco Steiner

Dopo tanti anni di viaggi, Marco & Marco non potevano fermarsi. Abbiamo deciso di ripartire attraverso l’Immaginario, del resto lo diceva Saramago, “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione…” Ecco quello che faremo, torneremo per vedere con altri occhi… se volete potrete partire con noi.