Fare e disfare è tutto un guadagnare (miliardi)

Il “caso Amazon”, un fiume in piena di guadagni e di distruzione dei prodotti invenduti 

Fra le tante “logiche” di mercato su cui si regge da secoli ormai, la “libera” economia mondiale, vi è quella ben nota fondata sul rapporto fra domanda ed offerta. Quando l’offerta è nettamente superiore alla domanda il prodotto perde valore, “costa meno”. Per ovviare a questo pericolo chi produce getta letteralmente via parte della propria produzione in modo che quella in commercio non perda valore.

È ormai leggenda, nel nostro contesto nazionale, dentro il capitolo dei costi e delle sovvenzioni statali per l’agricoltura, come ogni anno si dica che vengano gettati quintali e quintali di albicocche vallesane perché non scenda il loro (alto) costo e rendimento.

In ambito di economia globale il meccanismo si ingigantisce ovviamente a dismisura, e non solo nel commercio di albicocche o di ogni altro genere alimentare. A una produzione che per principio deve assolutamente e continuamente aumentare si affianca, in modo altrettanto esponenziale, la necessità di “smaltire” le eccedenze, togliere di mezzo i prodotti in eccesso, gettare letteralmente via milioni e milioni di prodotti.

In questi ultimi giorni è tornato a far parlare di sé, in tal senso, il massimo distributore mondiale di prodotti d’uso comune, nientemeno che Amazon, il gigante dell’e-commerce nato nel 1994 da una modesta “startup” di tale Jeff Bezos, oggi l’uomo più ricco del mondo, con un patrimonio stimato in circa 200 miliardi di dollari. Se ne occupa, fra l’altro, anche Natascha Fioretti su “Azione” dello scorso 5 luglio.

Un’inchiesta condotta in Scozia dall’emittente televisiva ITV in uno dei 175 mega-magazzini Amazon distribuiti nel mondo, ha rivelato infatti che un quantitativo incredibile di prodotti invenduti o ritornati da acquirenti insoddisfatti, viene eliminato sistematicamente. Elettrodomestici di ogni tipo, televisori ancora nuovi ed impacchettati, computer, smartphone, fino a cubetti lego o mascherine anti-Covid, vengono eliminati in discariche senza il minimo rimpianto, anzi, come un fatto necessario, che permette di liberare spazi di magazzino per altri prodotti.

Si tratta di una realtà inquietante, di cui riferisce in un lungo articolo il settimanale “Internazionale” traducendo un’inchiesta pubblicata in Inghilterra dal “Tribune”.

In verità, di questa incredibile prassi erano già emerse importanti rivelazioni in altri Paesi prima che in Inghilterra: nel 2019 due altre inchieste, realizzate rispettivamente in Francia e in Germania avevano già scoperchiato, non senza ampi echi polemici, il vaso di Pandora degli sprechi programmatici di Amazon nei magazzini situati nei due Paesi.

Della questione si era pure occupata l’emissione “Patti Chiari” di RSI con un duro servizio di denuncia.

Il fatto è che, come illustra bene l’articolo del “Tribune” tradotto da “internazionale”, che questo avviene per un meccanismo specifico dell’attività di Amazon che consiste nel mettere a disposizione dei vari produttori due atout fondamentali: una grande visibilità data dal proprio portale ed uno spazio nei propri magazzini per conservare la merce in attesa delle ordinazioni. E proprio qui sta la questione: i magazzini di Amazon sono hangar sterminati che accolgono i prodotti delle più diverse aziende “affittando” gli spazi al metro quadrato. E naturalmente, ogni anno l’affitto aumenta, come i margini di guadagno della grande Internet Company, rendendo per lo più maggiormente dispendioso il ritiro della merce invenduta da parte dei singoli produttori piuttosto che il loro “smaltimento” in blocco di cui Amazon, benevolmente, (ossia a poco prezzo) si occupa per liberare spazi destinabili a nuovi prodotti.

Una logica, verrebbe da dire “perversa”,  che nell’inchiesta della ITV condotta dal giornalista Richard Pallot a Dunfermline, nella Scozia orientale, fa sì che soltanto in quel deposito si distruggano ogni anno milioni di prodotti invenduti, molti dei quali neppure tolti dal proprio imballaggio. Figurarsi cosa possa accadere nei depositi sparsi nel mondo. Leggiamo:

“Un lavoratore di Amazon protetto dall’anonimato ha raccontato a Pallot: ‘Il nostro obiettivo è distruggere 130mila oggetti ogni settimana’. Un documento conferma che in sette giorni sono stati contrassegnati per lo smaltimento 124mila prodotti, e solo 28mila per le donazioni. Un dirigente ha rivelato a Pallot che in poche settimane sono stati distrutti fino a 200mila oggetti. Secondo il lavoratore anonimo circa metà era composta da prodotti restituiti, spesso in buone condizioni, mentre l’altra metà era rappresentata da quelli nuovi, alcuni di buona qualità. “L’altro giorno abbiamo fatto sparire ventimila mascherine ancora dentro le confezioni. Non ha senso”, ha dichiarato. Alcuni prodotti finiscono negli impianti di riciclaggio, ma la maggior parte va direttamente nelle discariche.”

Allucinante. Eppure funziona così, da anni, anche perché vuoi mettere la comodità, per il consumatore, di ricevere il proprio pacchettino personale in pochi giorni dall’ordinazione, con una convenientissima offerta di pannolini? O di cartucce per stampanti? (O di stampanti 3D per pannolini, magari?)

“Il modello di Amazon, basato sulla spedizione di grandi quantità di prodotti in piccoli pacchi consegnati direttamente a casa entro pochi giorni, se non poche ore, oggi non è sostenibile e probabilmente non lo sarà mai. Ma è la conseguenza di una spinta che dura da decenni ad anteporre i prezzi bassi a tutto il resto e a considerare i lavoratori e l’ambiente come elementi sacrificabili in virtù del profitto.

Per cambiare questi princìpi basilari del nostro sistema non basterà modificare il nostro modo di fare acquisti né introdurre nuove tasse per arginare le grandi aziende. Servirà un profondo ripensamento del modo in cui funziona la nostra economia.”

Che sia il caso di pensarci, ciascuno di noi, non solo quando compriamo le albicocche?

Immagine: RSI


Paragoni improponibili?

Il “caso Amazon”, un fiume in piena di guadagni e di distruzione dei prodotti invenduti 

Condivido l’indignazione della presidente della Commissione europea dopo la scoperta dello scandalo delle intercettazioni tramite il malware israeliano Pegasus, in particolare da parte di regimi e di governi non esattamente alfieri dei diritti dell’uomo, ai danni di giornalisti, di politici di opposizione e di altri rompiscatole. Questi organi dello Stato hanno una visione assai distorta del loro ruolo e del significato della legalità democratica. Non ho invece sentito niente di analogo provenire da Berna, et pour cause: sarebbe stato un po’ spudorato che anche qui ci si inalberasse (o ci si ergesse a giudici o a censori) dopo che la Svizzera ha per decenni tollerato che tramite una società svizzera gli USA abbiano potuto intercettare segreti di Stato di decine di governi esteri (caso Crypto). Si possono sempre fare le vergini in sala parto, per carità, ma c’è un limite anche all’esercizio di ipocrisia. Nei due casi, siamo di fronte alla violazione di elementari principi democratici, della buona fede e della quotidiana decenza, con qualche addizionale titolo di demerito per l’atteggiamento del nostro esecutivo; e non è poca cosa, a dispetto di quanto può pensare qualche minimizzatore parlamentare.

Sempre a proposito di paragoni improponibili ma non troppo, e di legalità: mi sono rivisto le immagini tremende della rievocazione del G8 di Genova, e dell’assurda e squadristica violenza alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto. Un caso in cui organi dello Stato hanno agito al di fuori di ogni regola di civile coesistenza, ma soprattutto al di fuori di quella legalità che essi erano pur chiamati a tutelare. Non assolvo comportamenti dei manifestanti nelle strade di Genova, e chi agisce con violenza anche per nobili ideali deve sapere che rischia, a un certo punto, di dover anche contare e piangere i propri morti; ma nulla giustifica la violazione della legge da parte di coloro che per mandato e per vocazione devono invece tutelarla. Il Ticino non ha avuto il suo G8; come in una sorta di farsesca caricatura, ha invece avuto la vicenda dell’intervento poliziesco di sgombero e di distruzione parziale dello spazio dell’autogestione, in cui coloro che per ruolo sono i tutori della legalità (amministratori pubblici e polizia) non hanno esitato ad esserne invece i deturpatori. Al netto (per nostra fortuna, e per altrui disgrazia) delle cieche violenze e dell’innocente sangue versato, nei due casi è stato immolato un principio fondamentale, come quello del rispetto delle leggi, un atto di cui non credo sia stata ben misurata la straordinaria gravità istituzionale; e nei due casi, chi si è reso responsabile di questo inaccettabile vulnus fatica ancora (in Italia e in Ticino) a riconoscerne non solo la serietà ma la stessa esistenza.


Verità e giustizia, la missione di Haidi

Il “caso Amazon”, un fiume in piena di guadagni e di distruzione dei prodotti invenduti 

“Io dico sempre che Carlo vivo appartiene a chi l’ha conosciuto. Mi rendo conto che Carlo, dal momento in cui è stato ucciso, è diventato pubblico: però il Carlo vivo è proprio nostro. Ed è un Carlo che amiamo molto”.

Sono parole di Haidi Giuliani, che ho conosciuto nel 2002, durante la preparazione di “Ritorno a Genova”, il documentario che avevo realizzato per Falò con Harry Haener sugli avvenimenti del G8 di un anno prima e in particolare sulla morte di suo figlio Carlo, ucciso con un colpo di pistola in piazza Alimonda, il 20 luglio 2001, alle 17 e 27.

Minuta, determinata, lucida e coraggiosa, Haidi resta nei miei ricordi l’incarnazione di una madre coraggio, che dal giorno del dramma dedica la sua vita a quel figlio tanto amato: “Quando si racconta di qualcuno che non c’è più, si rischia di cadere nel patetico, di dire com’era bravo, buono, simpatico, intelligente, e chi non l’ha conosciuto pensa sempre che siano delle esagerazioni”, mi aveva detto. “Ma Carlo è stato un figlio eccezionale e raccontarlo è difficile”.

Più che raccontare Carlo, Haidi da allora si batte perché sia fatta piena luce sulla morte del figlio, di cui ha ricostruito con certosina acribia le ultime ore di vita, raccogliendo documentazione, testimonianze, pareri di esperti. Un impegno che continua ancor oggi, vent’anni dopo: “Ogni giorno io cerco di fare qualcosa per ottenere un minimo di giustizia e di verità sull’uccisione di Carlo”, ha dichiarato nell’intervista proposta ieri dal Radiogiornale RSI.

Quella che segue è la trascrizione dell’intervista che mi aveva rilasciato diciannove anni fa. Un’intervista in larga misura inedita che ho riletto con emozione, rivivendo i sentimenti di ammirazione e di condoglianza che l’incontro con questa donna straordinaria avevano suscitato in me allora.

Dal giorno della morte di Carlo hai una missione…
La mia vita è cambiata perché non ho più un figlio, e questo l’ha cambiata completamente. Poi è cambiata per il bisogno di sapere perché: perché sono successe certe cose. E allora cominci a  cercare, a parlare con la gente, a leggere i giornali, i libri; cerchi le persone, chi era lì, le testimonianze. E infatti i primi mesi sono passati così.
Nei primissimi tempi, sono rimasta in piazza Alimonda, venivo a casa perché molta bella gente veniva da noi, amici, ma anche persone che non conoscevo e amici di Carlo che non conoscevo. Tutto il mio tempo, però, lo passavo nella piazza in cui hanno ucciso Carlo. E lì ho cominciato a sentire testimonianze e poi via via è venuto il resto e la coscienza che, se per mio figlio non posso fare più niente, fare luce su quel che gli hanno fatto, può aiutare altri giovani come lui. Aiutare la verità e altri giovani.

Piazza Alimonda, mi hai detto, è il luogo che più amo.
Sì, fa impressione. Io vado raramente al cimitero dov’è Carlo, perché lì lo sento morto. In piazza Alimonda mi sembra di trovare ancora un pochino di lui. Faccio un po’ come i cani che vanno a cercare il padrone nell’ultimo posto dove l’hanno incontrato. Io, probabilmente, vado a cercare mio figlio nell’ultimo posto dove lui è stato. Eh sì, dovrei odiare quella piazza, ma non riesco a odiare neanche una piazza.

Mi avevi detto: siamo di certo i genitori che più volte hanno visto morire il loro figlio.
Sì, tantissime volte. Io ho passato notti e notti, soprattutto i primi tempi, perché c’era questo bisogno di capire, di sapere, di vedere e perché ero convinta di poter trovare, nel materiale girato o nelle fotografie, la verità di quel che era successo.

Nella tua ricerca, in questi 11 mesi, qualche verità l’hai trovata?
Sì, grazie a molte persone che ci hanno aiutato, anche grazie a meravigliosi esperti che sono riusciti a leggere foto o filmati che sembravano illeggibili. Praticamente, in queste foto e filmati, sono riusciti a vedere tutto: il punto esatto in cui si trovava Carlo, il punto esatto in cui si trovava la camionetta; non solo, i movimenti di Carlo, perché si vedono bene anche dai filmati che ha girato la polizia e quindi abbiamo potuto ricostruire esattamente la scena, e grazie ai filmati abbiamo potuto ricostruire tutto quello che è avvenuto prima. Grazie alle testimonianze abbiamo potuto ricostruire la giornata di Carlo, ogni suo movimento.
Il giorno dopo l’uccisione di Carlo, don Andrea Gallo ha parlato di una trappola e devo dire che tutte le testimonianze, tutti i documenti che ho visto gli danno ragione.

Una trappola perché? Per dividere i manifestanti, metterli in balìa delle forze dell’ordine?
Ma, forse anche peggio. Io credo che la morte di Carlo sia stata voluta.

Perché volere la morte di Carlo?
Se noi leggiamo tutto quel che è stato scritto sui giornali precedentemente al G8, vediamo un’orchestra di voci, minacce, arrivano i no-global, lanceranno sacchetti di sangue infetto, arriveranno aggressioni da terra e da mare. Metà dei genovesi se ne sono andati, Genova era una città semi deserta in quei giorni. Sono rimasti i genovesi che non potevano andarsene. Perché tutto questo? Perché sgomberare gli ospedali, le carceri? Perché fare arrivare 200 di quei sacchi in cui si mettono i cadaveri? Si aspettava un terremoto? No, si aspettavano delle manifestazioni. Il giorno prima c’è stata una manifestazione, grande, pacifica, allegrissima, fantasiosa, colorata, non è successo nulla. Perché il 19 non succede niente e il 20 sì? Perché si va ad aggredire un corteo in un percorso che era stato precedentemente autorizzato? Perché non si fermano i Black bloc, gli unici che, in realtà, creano danni alla città? Troppe cose fanno pensare che ci fosse una volontà di creare disordine e screditare un movimento assolutamente pacifico.

Se ti trovassi di fronte Placanica, l’agente che ha sparato a tuo figlio, cosa faresti?
Non so…  Non ho mai creduto nella bontà della galera. Non mi interessa che qualcuno vada in galera. Mi interessa che si sappia come sono andate le cose, chi veramente ha sparato a Carlo, e perché. Mi interessa che chi è responsabile dei disordini e delle violenze gravi che sono state fatte nella nostra città sia messo di fronte alle sue responsabilità. Questo mi interessa. Non mi interessa incontrare nessuno, nessuno mi può riportare a casa Carlo.

Tu credi che sarà fatta verità?
Io credo che sia mio dovere, che sia nostro dovere fare tutto il possibile perché sia fatta verità, e ripeto non per una soddisfazione personale. Non ho più soddisfazioni personali. Credo che sia un fatto di giustizia. Io incontro tanti giovani, ho incontrato tanti giovani, ma come si fa, davanti a un ragazzo, dirgli tu devi vivere per un mondo bello, positivo, per un mondo dove la gente si ama, quando chi regola, chi amministra, chi dovrebbe proteggere questo mondo non lo fa in modo corretto e anzi crea tante ingiustizie? Io credo che per tutti i figli come Carlo si debba credere nella giustizia e fare tutto perché la giustizia trionfi, come si dice, con una brutta espressione.


Jovanotti – Noi che siamo stati a Genova

Il “caso Amazon”, un fiume in piena di guadagni e di distruzione dei prodotti invenduti 

Testo pubblicato da Jovanotti su Facebook

Il 20 luglio di vent’anni fa c’ero anche io a Genova. L’intenzione era di partecipare al grande corteo pacifico. Avevo convinto i miei musicisti e un paio di amici a seguirmi in questa cosa. Sul rimorchio di un camion avevamo allestito casse e strumenti per suonare durante la marcia annunciata per il pomeriggio. Ero lì per “jubilee 2000” (qualche mese prima c’era stata la mia cosa sul palco di Sanremo), sotto questa sigla si ritrovavano tutte le organizzazioni e le persone da tutto il mondo unite nel sostenere la cancellazione del debito dei paesi più poveri del pianeta. Un debito  accumulato negli anni nei confronti dei paesi ex colonialisti e di grandi istituzioni finanziarie (Fondo monetario internazionale su tutte). Era una causa giusta, condivisa da milioni di persone compresi molti economisti illuminati e lungimiranti.

Siamo arrivati a Genova al mattino presto partendo da Milano. Entrando in città è stato subito chiaro che l’atmosfera non prometteva niente di buono. Io non ero mai stato in una zona di guerra ma quella lo era chiaramente, nonostante all’arrivo alla scuola di Boccadasse dove ci eravamo dati appuntamento ci fosse radunata un’umanità che più varia non se ne può vedere e nessuno dei presenti  con l’aria minacciosa o sospetta. Il programma prevedeva la grande marcia pomeridiana con centinaia di migliaia di persone previste e alla sera avrei incontrato Bono e Bob Geldof in un hotel in centro dal quale avremmo forse potuto raggiungere alcuni rappresentanti autorevoli delle istituzioni per portare le richieste di “cancella il debito”. Non c’erano ancora i social network e le cause si sostenevano mettendoci di mezzo il corpo, andando di persona, se possibile e dove possibile, a farsi sentire, se possibile e dove possibile.

Verso mezzogiorno le prime notizie di tensioni e scontri in giro per la città, che era stata allestita dal governo di allora come una specie di scenografia della paura, e al porto una roccaforte che più che inespugnabile sembrava un invito al tentativo dei “soliti” di superare i limiti imposti. I segni erano chiari anche ad uno come me che non aveva praticamente mai partecipato ad una manifestazione “di protesta”: quella era la scenografia allestita per un teatro di guerriglia. Finestre chiuse, serrande abbassate, blindati ovunque.

Mi ricordo che nella scuola con noi c’era anche un gruppo di suore, e facevo fatica ad associare quelle giovani religiose che si preparavano a marciare con le barricate di container che erano state piazzate dappertutto in città.

Non c’erano ancora i social network, le informazioni arrivavano attraverso la radio, i tg e i telefoni mobili che non erano ancora “smart”. Poche immagini non “approvate” , i cellulari non spedivano ancora le foto e i filmati.

Nel primo pomeriggio quando stavamo per metterci in movimento verso la zona del corteo è arrivata la notizia non subito confermata ma così credibile da suonare immediatamente  come un fatto avvenuto: c’era stato un ragazzo ucciso. Non c’era ancora il nome: Carlo Giuliani, che arrivò poco dopo, a segnare per sempre quella giornata come una delle più brutte del nostro dopoguerra. Un paese democratico si era trasformato in un luogo lugubre e squilibrato.
Decidemmo di non accendere gli strumenti e di non partecipare al corteo, non tanto per questioni di sicurezza, ma perché erano saltati tutti i presupposti per una risoluta ma pacifica richiesta di ascolto da parte di istituzioni che si dimostravano distanti e ciniche. Fu un pomeriggio drammatico, e poi quella notte di violenza ingiustificata nella scuola Diaz e poi nella caserma  di Bolzaneto, una notte di vergogna istituzionale che ancora oggi fa venire i brividi a pensarci. Mentre a Bolzaneto accadeva quello che poi si è saputo l’allora presidente della Cammissiine Europea Romano Prodi riceveva Bono, Geldof e me insieme ad alcuni membri operativi di “jubilee 2000” nel suo ufficio sulla nave famigerata ancorata nel porto di Genova. Fuori l’inferno, oltre le barricate di container  un silenzio che avevo sentito solo in Vaticano da bambino. La nave al suo interno era perfetta, lucidata e splendente, un luogo irreale, in quel momento. Fu un incontro breve e imbarazzato che doveva servire a formalizzare certe nostre richieste ma soprattutto a una “photo opportunity” a vantaggio delle parti, sopratutto quella (decisamente maggioritaria) dei manifestanti pacifici, molti dei quali avevo fatto migliaia di km per essere lì a Genova quel giorno. Era l’inizio del millennio, non c’era ancora stato l”11 settembre, c’era una certa dose di speranza di cambiamento nell’aria, o almeno io sentivo questo…

Mi pare di ricordare che poi arrivati lì decidemmo di non farla nemmeno la foto, non era davvero il caso, c’era stato un ragazzo morto e mentre eravamo lì con Prodi a parlare a Bolzaneto, poco distante, stava succedendo il finimondo, venivano massacrati di botte ragazzi inermi.

Ci ritrovammo a notte fonda nella stanza di Bono nell’hotel a seguire le notizie, poi ci salutammo, lui il giorno dopo aveva il concerto degli U2 allo stadio di Torino. Io tornai alla scuola di Boccadasse, dormii un paio d’ore nel mio sacco a pelo e prima dell’alba lasciai la città con il van che avevo affittato, mentre i miei musicisti lo avevano già fatto la sera prima.

La sera del 21 raggiunsi Bono al “delle Alpi”, a Torino, mi invitò nel camerino, ci sedemmo e poco prima di salire sul palco mi parlò dell’Irlanda degli scontri e del terrore,  e gli raccontai degli anni di piombo quando ero bambino a Roma, rapide immagini che lui concluse con una frase che ricordo ancora: “political violence brings to death, you have to know it when you decide to use violence for a political purpose”.

Sono passati vent’anni, è un anniversario strano perché sembrano due secoli. Ammetto che ci fosse una certa ingenuità nel mio sguardo, che non è svanita del tutto, che anzi considero preziosa, una sorta di antidoto al cinismo e un allenamento a contestualizzare, sapendo che facendo si può sbagliare ma non facendo non si fa.

Attratte verso il centro della terra le cose cadono. Qualcuno che alza gli occhi e si ribella, le cose cambiano


Genova, 20 luglio 2001: la morte di Carlo Giuliani

Il “caso Amazon”, un fiume in piena di guadagni e di distruzione dei prodotti invenduti 

Nel 2002, un anno dopo il G8, con Harry Haener avevo realizzato per Falò “Ritorno a Genova”, un servizio che rievocava quello che era successo l’anno prima. Il documentario era incentrato in particolare sulla morte di Carlo Giuliani, ucciso in piazza Alimonda il 20 luglio 2001, alle 17 e 27, con un colpo di pistola. Nel corso della realizzazione del servizio, nel quale nessuna voce ufficiale aveva voluto esprimersi, avevamo incontrato e intervistato la madre di Carlo, alcuni suoi amici, un’infermiera del Genoa Social Forum, un fotografo e un cameraman che avevano assistito e fotografato, rispettivamente filmato la sua morte. Questo è il loro racconto.

Haidi Gaggio-Giuliani Il giorno prima c’è stata una manifestazione, grande, pacifica, allegrissima, fantasiosa, colorata, non è successo nulla. Perché il 19 non succede niente e il 20 sì? Perché non si fermano gli unici che, in realtà, creano danni alla città? Questi fantomatici Black bloc cominciano già il mattino del 20 a disselciare piazza Paolo da Novi, a rifornirsi di armi, pietre, bastoni.

Monica Battifora, infermiera del Genoa Social Forum La prima piazza dove sono scoppiati gli scontri era piazza Paolo Da Novi dove mi trovavo con un furgone dei sanitari. Dopo il passaggio di quelli che sono stati definiti i Black Bloc, che come cimici hanno cominciato a smontare la piazza, appena si sono allontanati c’è stata la prima carica, molto violenta. Da li abbiamo cominciato a scappare, a girare per la città un po’ allo sbando come tutti gli altri.

Andrea Burlando, amico di Carlo Giuliani Io sono un gran curioso e mi sono fatto un giro della città, ho visto i famosi Black bloc, che erano quattro gatti, ma sapevano fare abbastanza bene quello che facevano. Però la polizia non s’è vista: due ore di disastri senza vedere la polizia.

Haidi Gaggio-Giuliani Piazza Manin era la piazza tematica dei Lilliput, di Mani tese, di Pax Christi, cioè dei famosi violenti, no? Lì Carlo ha incontrato una parte dei suoi amici ed è anche la piazza da cui lo abbiamo sentito per l’ultima volta. Erano circa le tre, tre e un quarto del pomeriggio. Poi dopo che abbiamo sentito Carlo, è arrivato un gruppo di Black bloc che hanno aggredito alcuni manifestanti, soprattutto quelli che avevano le macchine fotografiche, per poi proseguire per Corso Ermellini. Subito dopo, la polizia, che non era intervenuta al passaggio dei Black bloc, ha aggredito i manifestanti e per quanto ne so anche Carlo ha ricevuto delle manganellate.

Enrico Agostino, amico di Carlo Giuliani Io facevo parte del corteo dei disobbedienti, eravamo in diecimila circa. Quello che ci ha colpito già al nostro arrivo è che abbiamo trovato uno scenario devastato. C’era una macchina incendiata proprio in mezzo alla strada, vetrine rotte lungo il tragitto che avevamo percorso, cose che erano già successe durante la mattina. Noi ci eravamo detti, se gli scontri ci sono già stati avranno risolto tutto, ora passiamo noi che abbiamo deciso di mettere in gioco il nostro corpo, di sfidare la zona rossa, ma in modo pacifico. Quando siamo arrivati abbiamo trovato le forze dell’ordine schierate. Non ci hanno dato neanche il tempo di valutare, di pensare alla situazione e ci hanno scaricato addosso una ventina, una trentina di fumogeni. Il panico era generale, l’unica via di fuga era dietro di noi, ma immaginatevi diecimila persone in una strada stretta! Finiscono per calpestarsi. Il rischio più grande lo abbiamo corso lì.

Giuseppe Laruccia, cameraman Ci sono state le prime cariche quando ancora il corteo era in fase di assestamento e il gruppo di contatto si stava sistemando. In un punto dove il corteo era autorizzato.

Marco D’Auria, fotografo Secondo tutte le testimonianze che ho raccolto, i carabinieri hanno attaccato la testa del corteo, dove vi erano fotografi e giornalisti, senza motivo apparente e la battaglia si è svolta in gran parte lungo via Tolemaide, con un lunghissimo tira e molla di poliziotti, caroselli di blindati e manifestanti dall’altra parte che contrattaccavano.

Enrico Agostino, amico di Carlo Giuliani Le cariche sono durate più di tre ore. Loro caricavano, prendevano qualche prigioniero e si ritiravano. E procedevano, avanzavano piano piano. Poi c’erano barricate, più o meno improvvisate, per rallentare la loro avanzata.

Marco D’Auria, fotografo Una cosa che mi ha colpito moltissimo è stato il continuo via vai di blindati dei carabinieri. A un certo momento uno di questi blindati si è diretto a grande velocità verso il corteo, che si è aperto e per puro miracolo nessuno è rimasto sotto. Io credo che questo episodio abbia contribuito a esacerbare ancora di più gli animi. Uno di quei blindati è stato successivamente fermato, c’era un gruppo di ragazzi, chi con sassi, chi con mazze e bastoni, che ha cominciato a danneggiare il blindato, ma qualcuno ha fatto scendere l’autista e lo ha fatto scappare incolume.

Monica Battifora, infermiera del Genoa Social Forum C’erano ferite al capo, alla nuca di persone che stavano scappando, che erano in terra. Segni plurimi, fino a venti segni di manganellate tatuati sulla pelle, persone ferite sulla schiena. Erano ferite da difesa, avambracci, dita spezzate per difendersi dai manganelli. E ferite da lacrimogeni: i lacrimogeni venivano sparati ad altezza tronco. Ho visto denti spaccati, labbra lacerate, contusioni pazzesche. Non eravamo attrezzati per curare ferite simili.

Enrico Agostino, amico di Carlo Giuliani I sentimenti nostri erano prima di incredulità e poi di rabbia, perché non eravamo una minaccia per nessuno.

Andrea Burlando, amico di Carlo Giuliani Eravamo persone disarmate che si sono trovate a correre inseguite per la propria città e a un certo punto abbiamo detto basta, perché se ti inseguono, ti tirano i lacrimogeni, se cadi quelli a terra li bastonano… Io sono venuto per dire quello che secondo me è giusto nelle strade di casa mia, come ti permetti di picchiarmi? Adesso vediamo se a modo mio riesco a farti smettere di picchiare. Non si voleva niente più di quello.

Giuseppe Laruccia, cameraman Sia manifestanti che forze dell’ordine erano su via Tolemaide, ma c’è stato un intervento laterale dei carabinieri, in via Caffa, che ha cercato di isolare il gruppo di contatto delle tute bianche.

Andrea Burlano, amico di Carlo Giuliani Ci siamo trovati tutta la polizia davanti che caricava, l’unica via di fuga era via Caffa, c’erano 30 carabinieri e bisognava passare di lì. Siamo corsi qua. 30 carabinieri, per quanto coraggiosi, quando si trovano di fronte 2000 persone, se ne vanno. Sono scappati.

Giuseppe Laruccia, cameraman Nel retrocedere su via Caffa, le camionette di supporto hanno cozzato fra di loro, poi in piazza Alimonda una camionetta è rimasta bloccata vicino a un cassonetto

Andrea Burlando, amico di Carlo Giuliani La jeep è stata lasciata lì come esca, la gente, esasperata da ore di cariche, ha cominciato a fare quello che hanno definito un assalto criminale, che alla fine non era altro che tirare delle pietre: con più di due minuti di assedio intorno alla jeep, uno è uscito con un graffio e basta. Quindi non era poi così criminale.

Marco D’Auria, fotografo C’era una grandissima tensione, sia perché erano appena stati sparati dei lacrimogeni, sia perché la situazione era in continuo movimento, sia perché la camionetta da una parte era accerchiata, si sentiva continuamente il rumore delle pietre che volavano e quindi era come se si sapesse che doveva succedere qualcosa.

Giuseppe Laruccia, cameraman In quel momento ho avuto la sensazione che si stesse oltrepassando il limite, nel senso che ho avuto la percezione che la situazione fosse fuori controllo da parte di tutti i soggetti presenti in piazza.

Haidi Gaggio-Giuliani Carlo non si vede. Abbiamo guardato i filmati con molta attenzione ma non c’é mai. Carlo si vede spuntare improvvisamente quando la pistola è già puntata ed è puntata contro un ragazzo che é davanti a lui, con la felpa grigia col cappuccio. E in quel momento si vede Carlo che arriva e guarda in basso e evidentemente vede l’estintore e da come lo raccoglie si capisce che ha visto la pistola.

Giuseppe Laruccia, cameraman Tra gli oggetti che volavano a un certo punto ho sentito il primo sparo, che mi ha letteralmente raggelato, e a distanza di uno, due, tre secondi c’è stato il secondo sparo, che ha provocato il fuggi fuggi dei manifestanti che erano attorno alla camionetta. Mentre stavo riprendendo mi sono bloccato, la telecamera mi è letteralmente scivolata dalla mano, soprattutto quando ho realizzato che il defender stava passando sul corpo di Carlo Giuliani, prima in retromarcia, poi andando via.

Marco D’Auria, fotografo Io sono certo che se quello sparo fosse stato in aria, la piazza si sarebbe comunque vuotata all’istante.

Andrea Burlando, amico di Carlo Giuliani C’era un plotone che avrebbe spazzato via duemila manifestanti e non si sono mossi, finché non sono partiti gli spari, era un segnale che stavano aspettando.

Haidi Gaggio-Giuliani Io credo che la morte di Carlo sia stata voluta. Non mi interessa che qualcuno vada in galera. Mi interessa che si sappia come sono andate le cose, chi veramente ha sparato a Carlo, e perché. Mi interessa che chi è responsabile dei disordini e delle violenze gravi che sono state fatte nella nostra città sia messo di fronte alle sue responsabilità. Questo mi interessa.

Una speranza che vent’anni dopo – mi si permetta – in larga misura resta tale.


“Io, medico, in quella notte orribile”

Il “caso Amazon”, un fiume in piena di guadagni e di distruzione dei prodotti invenduti 

Nonostante tutto ancora ci si interroga, a vent’anni di distanza: quale fu l’errore del ‘movimento’ che aveva deciso di sfidare e contestare i “grandi” del pianeta riuniti a Genova?

Il Corriere della Sera ne individua uno, uno solo, di carattere essenzialmente politico: “Ci arrivarono male, i no global, a quell’appuntamento così in anticipo sui tempi di una esperienza fatta di embrioni che ancora dovevano coagularsi in una sola entità. Nell’anno precedente il G8 di Genova divenne chiaro che il movimento era diventato veicolo anche di soggetti indesiderati, come il cosiddetto Blocco nero, termine che in origine indica una tattica di protesta violenta. I segni che qualcosa di brutto sarebbe potuto accadere erano ovunque”.

Ma, si aggiunge subito dopo, “se questa è la premessa, quel che accadde dopo non ha alcuna giustificazione”. Ricordiamolo, cosa avvenne. Le cariche violente contro le parti pacifiche assolutamente maggioritarie del corteo, le manganellate senza giustificazioni, la sospetta passività di carabinieri e polizia nei confronti dei black bloc in azione, l’incursione nella scuola Diaz dove dovevano passare la notte centinaia di giovani, le false prove (molotov e bastoni) sistemate dagli agenti al momento del blitz per colpevolizzarli e additarli come pericolosi protagonisti dei disordini, il trasferimento illegale alla caserma di Bolzaneto, i pestaggi, le minacce (“vi violenteremo come è successo nella guerra di Bosnia”, veniva urlato alle ragazze), le inaudite costrizioni, inneggiare “viva il duce” imposto anche ai giovani detenuti.

Ci fu tutto questo, oltre all’uccisione di Carlo Giuliani. Vi fu quella che un uomo delle forze dell’ordine, al processo, definì ‘macelleria messicana’. Testimonianze che fecero il giro d’Europa, perché parecchi di quei giovani raccontarono, traumatizzati e feriti, al rientro nei loro paesi, anche in Svizzera. Una pagina ignobile. Con un medico genovese, Paolo Cremonesi, che racconta per la prima volta, a La Repubblica, dopo due decenni. Un estratto:

“Mezzanotte del 20 luglio, Stazione ferroviaria di Brignole, mi sto occupando di un attacco d’asma per lacrimogeni all’ospedale Galliera. Mi segnalano presunti scontri vicino alla scuola Diaz. Vado a vedere. Funzionari di polizia mi fanno entrare. La palestra, luci fioche, confusione. Quanto sangue. In italiano e in inglese urlo: ‘quelli che stanno male da una parte’. Un centinaio di ragazzi… Braccia e ossa rotte, ferite alla testa, uno con la mandibola che va da una parte all’altra. Pure una ragazza con la bocca piena di sangue, ha perso tutti i denti, segni di percosse sulla schiena…Recuperiamo stecche per immobilizzare le fratture, non bastano, usiamo parti di scatole di cartone… Tutti traumatizzati, in particolare alle braccia, alzate in segno di pace… I ragazzi delle ambulanze sotto shock, ci fanno usare una barella per volta… Nei giorni precedenti un clima terribile: parlavano di attacchi chimici, batteriologici, nucleari, all’aeroporto avevo fotografato i Patriots parcheggiati per intercettare i possibili missili… La Regione aveva fatto arrivare i sacchi neri per i cadaveri…“.

Negli anni successivi, un lungo tragitto processuale, elusioni, depistaggi, anche quando si trattò di chiarire la faccenda della false prove; si concluderà con la condanna, per falso, dell’intera catena gerarchica della polizia. Ma pagheranno in pochi per le accuse di sevizie e lesioni nella caserma di Bolzaneto, quasi tutte prescritte. Anche perché il Codice penale non contemplava il reato di tortura. Arrivato anni dopo. Arrivato troppo tardi.


G8 di Genova. Illesi per caso

Il “caso Amazon”, un fiume in piena di guadagni e di distruzione dei prodotti invenduti 

Alcuni di noi tornarono a casa con questo slogan: illesi per caso. Perché per certi aspetti fu solo per caso che molti di noi non finirono per terra pestati a sangue lungo Corso Italia o nella prigione di Bolzaneto, in quei giorni e in quella notte. La notte fra il 21 e il 22 luglio di vent’anni fa, a Genova, durante il G8.
Quella notte ero appena uscito dalla sede del Genoa Social Forum dove aveva spedito un articolo in redazione. Alcuni amici mi aspettavano per concludere la serata in un bar miracolosamente riaperto dopo tre giorni di guerriglia urbana e saracinesche rigorosamente chiuse. Sembrava tutto finito. Tutto ciò che aveva preceduto il vertice e tutto ciò che significava quella contestazione sembrava finito: male.

Un ragazzo, Carlo Giuliani, era stato ucciso durante gli scontri. Tra venerdì e sabato mattina Genova aveva assunto le sembianze di Beirut sotto attacco. Dall’alto della scalinata di Punta Vagno che portava al Media center si guardava giù increduli: le strade sembravano quelle di Santiago del Cile, vere e proprie scene di deportazione, pestaggi, sangue. Essere giornalisti non contava.
Quella notte, solo per caso, non mi trovavo dentro la scuola Diaz quando la polizia italiana è sbarcata e ha massacrato decine di ragazze e ragazzi. Ero uscito qualche minuto prima.
Il tempo di sederci in un bar a qualche decina di metri. Un rumore veloce di camionette e auto che ci sono passate davanti. Il proprietario ha immediatamente tirato giù le saracinesche. Chiusi dentro. Ma dovevo uscire. Uno spiraglio. Mi sono piegato e sono corso verso la Scuola Diaz. Tutti già schierati. Non si entra. Dalle finestre urla, corse, movimenti. Un cordone di poliziotti impedisce di avvicinarsi. Fino alle 4 di mattina.
Buio inesorabile. Una notte che è durata anni.
Le immagini le avete viste. Le menzogne le abbiamo ascoltate. Non c’erano terroristi dentro quella scuola. Bisogna ripeterlo: non c’erano terroristi in quella scuola. Ho intervistato tanti ragazze e ragazzi alloggiati alla scuola Diaz. Non erano terroristi e non erano black bloc.
Quel sabato sembrava tutto finito. Quella notte, poi, la sottile linea tra la democrazia e la dittatura è sembrata così sottile da scomparire. Quella notte non abbiamo dormito. Illesi per caso. Fuori. Ma dentro.
Vent’anni sono tanti. E ancora su quei giorni e su quella notte non si è detto tutto. E non abbiamo ancora capito come sia stato possibile tutto ciò. Ma non dimentichiamo.


Genova 2001

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A proposito della repressione a Cuba

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Di Naya Dedemailan, attrice cubana residente in Ticino

Ho sempre avuto bisogno del sole, ma oggi più che mai ho bisogno di quel sole che ti brucia la pelle fino a farti male, perché in quel dolore quasi piacevole ci sta tutta la mia infanzia. I ricordi di quando partivamo presto al mattino per andare al mare perché dopo le nove il sole è così forte da non permetterti di camminare troppo a lungo. I ricordi di mamma che ci vestiva come ci si veste da queste parti quando si va in montagna, a maniche lunghe per evitare che ci scottassimo, diceva, anche se dopo, quando al mare arrivavamo per davvero, il sole era già alto in cielo e mamma lo sapeva che ci avrebbe bruciato la pelle e che ci saremo scottate. Ma quando sei al mare è tutta un’altra storia… un’altra storia…

Ecco, forse la mia testa oggi ha bisogno di quelle storie e di quel mare che oggi non posso raggiungere. Mi accontenterei anche solo del bruciore sulla pelle per sentirmi un po’ a casa, così sono corsa al lago, sotto il sole. Fa molto caldo oggi, un caldo che assopisce, confonde, stordisce. Il sole picchia forte sulla testa, sulle tempie e la pelle brucia. Bello, ma stavolta niente crema, niente bagno, oggi io ho bisogno di questo. E mentre ascolto la musica sulla mia cassa portatile, mi sembra di essere un po’ a casa, e un po’ di Cuba forse me lo sono portata sulla spiaggetta alla Foce e non ho paura di disturbare il vicino di asciugamano, o di infastidire la coppia che si bacia sotto l’unico cespuglio ambitissimo a quest’ora da tutto il resto dei turisti.

Qualcosa mi brucia dentro, alzo la musica, e la alzo ancora e ancora, ma non perché non mi interessa degli altri, ma perché oggi ho un dolore dentro il corpo così disperato e forte che cerco di soffocare con quella musica così potente. Il dolore della repressione, che da domenica 11 luglio stanno soffrendo i miei amici nella nostra Cuba. Vorrei essere lì con loro e condividerne la paura. Quella paura e quel terrore che conosco perché il regime ci ha intriso la mia vita e quella dei miei amici. Il mio pensiero si perde tra le note di “Patria y Vida” con cui Yotuel il cantante di “Gente de Zona” ha voluto opporsi al “Patria o muerte” che per 40 anni è stata l’ossessione liturgica del regime, un incubo per la nostra generazione.

Controllati, spiati, amici contro amici, padri contro figli. Ed infatti avrei avuto paura anni fa a scrivere un articolo come questo perché il regime legge tutto, il regime non accetta critiche o dissenso, il regime è vendicativo e ti addita come traditore della Patria, ti condanna a morte. Ora la paura ha lasciato spazio all’indignazione e alla rabbia. Il pensiero viaggia veloce alle ultime notizie di questi giorni, al caos che è scoppiato sull’isola di Cuba durante le manifestazioni di protesta che dovevano essere pacifiche, come quelle che si fanno qui nella democratica Europa, ma che si sono trasformate in una caccia all’uomo forsennata, violenta e crudele, sangue nelle strade e urla di dolore e penso che forse è solo un incubo dovuto a questo caldo.

Vorrei fosse così, fosse dovuto alla confusione dentro la mia testa bollente… forse ora ho bisogno di entrare in acqua e nella speranza di far sparire tutto, mi immergo nelle acque fresche del lago, e man mano passa tutto: il caldo, lo stordimento. E’ strano, l’acqua è fresca ma il bruciore sulla pelle continua, anche sotto la pelle, si espande come un filo di ferro ardente, come un fiume di lava che scorre dentro e fa male ovunque fino agli occhi e per fortuna sono in acqua, penso, e mi immergo mille volte, per poter piangere… beati i pesci che non sanno che esiste il pianto e piango sott’acqua dove nessuno può vedermi, spalanco gli occhi per farmi entrare il lago dentro e sotto quelle acqua mi sembra di vedere Alberto.

Alberto, un attore come me, che era scappato da Cuba clandestinamente nel 2006. Erano in 11 su quella barca ma di quegli 11 si sono salvati in due. I due che hanno potuto raccontare l’orrore che avevano vissuto in quelle ore. Una nave della marina cubana li aveva sorpresi mentre scappavano, e a tutta velocità li aveva centrati in pieno, spaccando in due pezzi la loro piccola imbarcazione. C’erano a bordo anche due ragazzini di 12 e 15 anni che, come Alberto, sono spariti inghiottiti dal mare, disarcionati dai fedeli guardiani della Rivoluzione. Ripenso al suo funerale, al dignitoso e terrorizzato silenzio dei suoi genitori. Dopo diversi giorni un pescatore trovò nella sua rete in mezzo ai pesci la gamba di un uomo, era la gamba di Alberto, ci disse la scientifica dopo la prova del DNA, divorato dagli squali.

Ripenso a sua figlia di 10 anni, rimasta orfana grazie ai fedeli guardiani della Rivoluzione. Penso a lui e a tutti i miei amici confinati nel loro silenzio, e penso alle serate spensierate passate a giocare a domino, alle nostre tournee teatrali, alle repliche degli spettacoli, ai loro figli, nascosti dentro le quinte con i loro sorrisi spalancate e muti, per non disturbare mentre le loro mamme recitavano, o a quei figli più grandicelli seduti in prima fila perché così le loro mamme li tenevano d’occhio anche durante lo spettacolo e penso a Iris, attrice come me, e al suo Dante che come gli altri figli è cresciuto in teatro che è fatto di polvere di palcoscenico e di versi di Shakespeare. Dante che oggi ha 15 anni.

Che cosa potremmo mai raccontare a Dante di questo inferno? Che oggi Iris, sua madre, non tornerà a casa, che quel sipario non si alzerà per lei questo weekend e che quei riflettori sveleranno la tragica storia di una madre che è uscita a manifestare pacificamente domenica scorsa 11 luglio e che è stata portata via con la forza dalla polizia, e che ancora oggi, dopo una settimana nessuno sa che fine abbia fatto. Cosa potrei mai dire a Mayito, suo compagno e regista della compagnia teatrale El Espacio Interior, che l’aspetta a casa e ha pubblicato la foto del suo arresto: una giovane attrice di teatro scesa in piazza semplicemente a protestare. E non c’entrano niente gli americani, o il bloqueo, l’embargo. Tutti siamo contro l’embargo. No. Qui c’è solo l’odio e la repressione del governo contro chi non la pensa come loro. Perché è stato il governo cubano che ha dato l’ordine di fare arresti sommari, pestaggi e sparare tra la folla. Chi non la pensa come loro deve morire.

È questo che fanno i guardiani della Rivoluzione? È questa la loro idea di comunismo? Perché se una cosa del genere succede in Europa diventa subito un sopruso intollerabile? Perché quando succedono a Cuba queste cose vengono invece tollerate e giustificate, come ho sentito oggi a Bellinzona durante la manifestazione svizzera a favore del governo cubano? Perché se voi protestate contro le violenze dei vostri governi vi definite “attivisti dei diritti umani” e noi invece siamo solo dei “provocatori” ? Non abbiamo forse noi gli stessi vostri diritti? Non vogliamo forse le stesse cose che chiedete voi? Essere liberi. Liberi di pensare, di parlare e manifestare, anche contro il governo. Esattamente come fate voi, in Svizzera ed in Europa. Allora perché la violenza della polizia europea è scandalosa ma quella della polizia di Cuba è accettabile?

Il presidente Dìaz Canel ha aizzato i suoi seguaci a scendere in piazza armati di bastoni contro un popolo disarmato incitando alla guerra civile al grido “Patria o Muerte”. Non si tratta di essere anticomunista o filoamericani, perché non è questo il punto. Si tratta di violenza, di repressione, di dittatura. Si tratta dell’inferno. Aprite gli occhi, svegliatevi dal sogno, è finita l’utopia. Il re è nudo. Qui si tratta di vita e di morte. Io grido “Patria y Vida” e amo il mio paese.


A capofitto in un disastro climatico

Il “caso Amazon”, un fiume in piena di guadagni e di distruzione dei prodotti invenduti 

Vi proponiamo una libera traduzione (autorizzata ma non verificata dall’autrice, che non parla italiano) di una serie di tweet di Julia Steinberger pubblicati il 14 settembre. Professore ordinario all’Istituto di geografia e sostenibilità dell’Università di Losanna, Julia Steinberger è una specialista delle sfide sociali legate all’impatto dei cambiamenti climatici.

Ci stiamo buttando a capofitto in un disastro climatico di scala planetaria e i nostri governi e le nostre economie continuano a ignorare completamente l’uscita di emergenza che pure ci sarebbe. Se non ce la faremo, non è perché non esistano soluzioni.

Negli ultimi 13 anni l’obiettivo delle mie ricerche è stato quello di dimostrare che agendo sulla domanda esiste una via di uscita all’emergenza climatica. Fondamentalmente, le soluzioni sono tre:

  1. agire sull’offerta, ovvero decarbonizzare la produzione;
  2. agire sulla domanda, e cioè ridurre i consumi;
  3. trovare soluzioni di geoingegneria.

La prima soluzione è più o meno ben esplorata dalla ricerca, anche politica. La seconda no, per niente. La terza non fa per me perché non mi piace ricorrere a pericolosi cerotti quando possiamo affrontare le cause alla radice.

Se si ha l’audacia di rimettere in discussione i consumi, si scoprono molte cose interessanti:

  1. alcuni consumi sono necessari per il benessere, ma altri non lo sono;
  2. la quantità di consumo necessaria al benessere diminuisce nel tempo;
  3. la crescita di alcuni tipi di consumo è strettamente legata all’aumento del benessere (tra questi il cibo e l’elettricità nelle case);
  4. la crescita di altri tipi di consumo non è collegata al miglioramento del benessere (energia aggregata, PIL internazionale);
  5. sappiamo quali tipi di consumo permettono condizioni di vita decenti;
  6. possiamo valutare attraverso dei modelli quanta energia ci vorrebbe per raggiungere quei livelli di consumo date diverse tecnologie, geografie, climi, eccetera;
  7. la quantità di energia che ci vorrebbe per condizioni di vita decenti per tutti con tecnologie ottimali è meno della metà di quella che usiamo ora;
  8. le famiglie che hanno accesso a tecnologie e servizi pubblici migliori godono di un benessere maggiore con un uso di energia inferiore alla media, anche nei paesi più poveri;
  9. ci sono fattori macroeconomici che consentono ai paesi di raggiungere un maggiore benessere con consumi più bassi e sono democrazia, equità e servizi pubblici di alta qualità;
  10. ci sono fattori che impediscono ai paesi di raggiungere un benessere elevato con un consumo di energia inferiore e sono la ricerca della crescita economica una volta raggiunti redditi moderati ed economie basate su industrie estrattive.

In altre parole, agendo sulla domanda, esiste una via di uscita perfettamente praticabile, a cui ogni società può puntare per proteggere la popolazione attraverso una riduzione radicale delle emissioni. Si tratta di ridurre i consumi investendo in tecnologie e servizi pubblici efficienti nel nord globale, mentre nel sud globale i consumi aumentano e lo sviluppo viene sostenuto con tecnologie e servizi pubblici efficienti. Non è così complicato, per nulla.

  • Per le abitazioni, sono necessari massicci investimenti pubblici per migliorare l’isolamento e introdurre riscaldamenti a pompa di calore.
  • Per i trasporti, sono necessari investimenti massicci nei trasporti pubblici e nella mobilità dolce.
  • Per il cibo, è necessario passare a diete sane a base vegetale (elemento cruciale anche per la conservazione della biodiversità).
  • Per i tipi di consumo non coperti dall’alloggio, dal trasporto e dal cibo, ci si deve basare sui principi di sufficienza e di economia circolare.

In questo modo, anno dopo anno potremo ridurre notevolmente la domanda di energia e di terra: tanto da essere in grado entro un decennio o due di soddisfare la domanda attraverso lo sviluppo delle energie rinnovabili e di rallentare o addirittura invertire la perdita di biodiversità.

I nostri governi, però, non fanno assolutamente nulla in questa direzione. Semmai, vanno in direzione opposta. La cosa più difficile per me è svegliarmi ogni mattina cosciente che ci siano soluzioni praticabili per garantirci un futuro sicuro e rendermi conto che non si fa nulla, né ora né mai.

Non perché le ricerche non ci siano (anche se bisognerebbe fare di più, certo); non perché i risultati non sono validi, no nulla di tutto questo: non troveremo delle soluzioni perché i nostri governi non sono qui per servire noi, ma per servire un sistema economico, il sistema capitalistico che si alimenta di energie fossili.

Dovendo scegliere tra questo sistema economico e la vita sulla terra i nostri governi scelgono Exxon, Shell, Aramco, Gazprom, Total, BP, ma anche VW, Audi, BMW, Mercedes-Benz, GM, Ford e così via.

Invece di fare tutto il possibile per tirarci fuori dalla situazione più pericolosa che l’umanità abbia mai affrontato, nel bel mezzo della sesta estinzione di massa governi e politici ignorano l’enorme potenziale delle misure volte a ridurre la domanda per combattere le emissioni e salvaguardare il benessere.

Ed è veramente ripugnante, orribile.

Sì, certo, abbiamo bisogno di una rivoluzione, di attivismo climatico, ecologico ed economico. Ma non credo che l’attivismo possa essere efficace se non si batte per ridurre la domanda. Per avere una seppur minima speranza, dobbiamo mostrare qual è l’uscita di emergenza.