Il cambiamento climatico obbliga a una scelta di campo

Dinanzi a ondate di caldo e altri fenomeni estremi, i media devono spiegare che oggi agire è più urgente che mai 

“Abbiamo un sistema bipartitico e uno dei due partiti è antidemocratico”. La constatazione è di Jay Rosen, professore di giornalismo alla New York University. Rosen parla degli Stati Uniti e si rivolge ai giornalisti per sottolineare che il modello che consiste nel dare voce a entrambi le parti, invalso nel giornalismo politico non solo americano, non è ormai più praticabile visto il crescente estremismo del partito repubblicano. “L’asimmetria tra i due partiti maggiori ha fatto saltare i circuiti del giornalismo mainstream”, scrive, “e ora bisogna immaginare come uscirne”. Ciò che inevitabilmente comporterà una scelta di campo.

Cosa c’entrano queste riflessioni con un’estate in cui abbiamo assistito a temperature record in molte regioni dell’emisfero nord per un’ondata di calore che tuttora imperversa, in cui si sono scatenati incendi furibondi che fanno terra bruciata di regioni grandi tre volte la Svizzera, in cui nel golfo del Messico abbiamo visto il mare in fiamme, in cui nel nostro Paese siamo stati investiti da piogge torrenziali e stiamo ora facendo la conta dei disastri causati dal maltempo?

Anche qui, l’urgenza che i media facciano una scelta di campo. I fenomeni che ho appena descritto sono sintomi del cambiamento climatico, sono un assaggio di quel che ci aspetta. Per chi ancora avesse dei dubbi, questo studio, frutto della collaborazione di ricercatori statunitensi, canadesi, inglesi, olandesi, francesi, tedeschi e svizzeri, definisce “virtualmente impossibile” il caldo estremo registrato nell’America nord-occidentale “senza il Cambiamento climatico causato dall’uomo”.

Proprio per questo, sarebbe tempo e ora che i media sottolineassero l’urgenza di invertire rotta e prendere tutte le misure necessarie a ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Perché altrimenti diventano “facilitatori” dei “crimini climatici”, come scrive George Monbiot in un bel commento pubblicato negli scorsi giorni dal Guardian. Crimini i cui esecutori sono l’industria del carbone, del petrolio e del gas, sottolinea l’ambientalista britannico, ricordando il rapporto interno della Exxon che nel 1979 concludeva che l’uso di combustibili fossili “provocherà effetti ambientali drammatici prima del 2050” e una nota del 1982, sempre della Exxon, che definiva “unanime” il consenso scientifico sugli effetti dell’aumento dei gas a effetto serra nell’atmosfera. Risultato, l’industria petrolifera investì milioni di dollari in think tank il cui solo scopo era alimentare il dubbio. Tattica pagante, perché i media hanno dato ampio spazio a questi presunti esperti, contrapponendoli a ricercatori e attivisti che lanciavano l’allarme: “Se le compagnie petrolifere devono essere chiamate a risponderne – conclude Monbiot – altrettanto vale per i media che hanno amplificato la loro voce”.

E ancora lo fanno, come sottolinea su Twitter Stephen Barlow, citando un articolo sull’ondata di calore nordamericana di Roger Harrabin, specialista di questioni energetiche e ambientali della BBC. Un buon articolo, scrive Barlow, che si conclude però con una frase incomprensibile: “Come immaginiamo si metteranno le cose con un aumento di 2 gradi, fino a poco tempo fa considerato un livello di cambiamento relativamente ‘sicuro’?”. Sin dagli anni ‘90, i 2 gradi di aumento delle temperature sono in realtà un limite massimo, da non superare assolutamente (si veda questo articolo di Carbon Brief).

Com’è possibile che Harrabin, al pari di altri giornalisti specializzati, commetta un simile errore? Secondo Barlow, si tratta di Groupthink, del tentativo di giungere a un consenso interno alla categoria a scapito della realtà dei fatti. Invece di informare si è optato per la difesa del modello economico attuale, scrive Barlow: “Nel corso degli ultimi 30 anni – conclude – al pubblico è stato fatto credere erroneamente che avessimo tutto il tempo per trovare una soluzione all’emergenza climatica”.

Oggi, non ci possiamo più permettere errori simili. Se negli Stati Uniti i giornalisti devono scegliere tra la salvaguardia della democrazia e un concetto di equilibrio ormai superato, nell’ambito climatico la scelta è tra una concezione errata dell’obiettività e la salvaguardia della vita della nostra specie su questo pianeta.

Non è una responsabilità da poco.

Immagine Flickr/Jeanne Menjoulet 


Cuba, le ragioni di una crisi

Dinanzi a ondate di caldo e altri fenomeni estremi, i media devono spiegare che oggi agire è più urgente che mai 

Era dal maleconazo del lontano 1994 che a Cuba, precipitata allora nel cosiddetto periodo especial  (seguito alla fine dei consistenti aiuti dalla ex Urss) non si registravano proteste così massicce e spontanee come quelle verificatesi domenica scorsa in diverse località dell’isola. In quella circostanza, lasciando alle spalle persino la propria scorta, Fidel Castro andò personalmente a confrontarsi in mezzo alla folla infuriata di L’Avana. A salvare il leader maximo dalla profonda crisi economica di quel tempo ci pensò la provvidenziale ascesa di Hugo Chavez in Venezuela col suo incondizionato sostegno a tutti i livelli.

Ed è appunto l’irreversibile crisi e paralisi politica del gigante petrolifero latinoamericano, sopraggiunta alla scomparsa del leader bolivariano, che ha di nuovo lasciato sola la Perla de las Antillas nel mezzo delle sue penurie. Si aggiunga poi a questo la debacle delle uniche forme di entrate di moneta estera del paese: con la drastica riduzione delle rimesse familiari dei cubani negli Usa, la paralisi del turismo internazionale per la pandemia e la richiesta sempre minore dei servizi delle brigate mediche e di maestri all’estero. Ed ecco che Cuba è ripiombata nella crisi più nera (-11% di pil nel 2020). Non contando poi su materie prime proprie e non essendo storicamente un campione di produzione e produttività (come del resto tutti i paesi “socialisti” del passato) il paese è precipitato in una drammatica mancanza di beni di primissima necessità come alimenti, medicine e ricambi che (fin dove possibile) importava. Col risultato di infinite code dei cubani fuori dai centri di approvvigionamento in pesos cubani, mentre i negozi in divisa estera (con l’uso obbligatorio di carte di credito) restano semivuoti.

All’inizio di quest’anno il governo aveva varato una serie di obbligate riforme per rilanciare l’economia reale: abolendo l’artificiale circolazione della doppia moneta, riducendo i sussidi e incrementando salari e pensioni; ma procurando inevitabilmente un ben più consistente aumento dei prezzi.  Da ultimi sono sopraggiunti i draconiani razionamenti dell’energia elettrica e la ancor più grave impennata del contagio del covid 19 che, se fino a qualche mese fa era stato molto ben gestito dalle autorità sanitarie locali, è oggi pressoché fuori controllo con settemila nuovi casi ogni giorno su una popolazione di 11 milioni di abitanti. Il tutto nonostante Cuba si sia dotata da sola di un vaccino che produce da sé pur tra mille difficoltà e che ha coperto fino ad ora poco più di un decimo della popolazione.

Di qui le manifestazioni di protesta di domenica scorsa, partite da San Antonio de los Baños (poco lontano dalla capitale) e moltiplicatesi in una venticinquina di punti dell’isola, all’insegna di “abbasso la dittatura” e del “Patria libre y vivir”, titolo di una recente canzone di rappers cubani in polemica con lo storico slogan rivoluzionario “Patria libre o morir. Alle storiche restrizioni politiche di un sistema a partito unico si è innestato dunque come fattore determinante della mobilitazione nelle piazze quello della lotta per la sopravvivenza quotidiana. E perfetto strumento organizzativo e moltiplicatore si è confermato l’uso dello smartphone e della rete dei social, piuttosto cari laggiù ma raramente oggetto di censura nel paese. Salvo in questi specifici giorni che hanno visto la sospensione totale di internet disposta dalle autorità, poco dopo che erano state diffuse le prime immagini degli interventi repressivi della polizia, con l’arresto di decine di giovani manifestanti (pur con appena, ufficialmente, un solo ferito, per di più agente).

Al di là dell’inesorabile controllo sulla popolazione, il socialismo tropicale cubano resiste ormai da oltre sessanta’anni (di cui metà dopo la caduta del muro di Berlino) proprio perché, a differenza del resto dell’America Latina (dove imperano da sempre vergognosi e crescenti livelli di disuguaglianze) ha sempre garantito diritti economici e sociali (in particolare salute e istruzione) a tutta la popolazione senza distinzioni. Certo non altrettanto ha permesso pluralismo politico e libertà d’espressione. Ammesso che a sole 90 miglia dagli Stati Uniti fosse stato possibile garantire un livello significativo di libertà democratiche senza soccombere.

A schierarsi pubblicamente al fianco dei manifestanti ne ha approfittato subito il presidente Usa Joe Biden. “Con quale autorità morale si permette questo” gli ha fatto immediatamente osservare il nuovo presidente cubano Miguel Díaz Canel (subentrato nell’aprile scorso a Raul Castro anche nella carica di segretario del Partito Comunista Cubano). In effetti risale solo al mese scorso l’ennesima risoluzione dell’Onu contro l’embargo economico degli Stati Uniti nei confronti di Cuba (in vigore dal 1961) plebiscitariamente votata da 184 paesi con il solo voto contrario di Usa e Israele. Unicamente nel 2016 il presidente Obama, ristabilendo relazioni diplomatiche con L’Avana, aveva per la prima volta adottato l’astensione al riguardo. Ma non riuscì ad abolirlo per la resistenza di camera e senato dove il partito repubblicano era maggioranza. Poi il suo successore Donald Trump ha inasprito ulteriormente il già asfissiante boicottaggio all’isola caraibica, per il quale è fatto divieto a qualsiasi impresa privata o istituto finanziario internazionale di operare un qualsivoglia investimento pena incappare in gravi sanzioni della giurisdizione statunitense.

Biden non pare al momento intenzionato a ripristinare la politica di aperture di Obama. Si è limitato a togliere Cuba dalla lista dei paesi “terroristi” in cui Trump l’aveva assurdamente reinserita. Al contrario il nuovo inquilino della Casa Bianca sembra puntare a un rapido precipitare della crisi cubana. La situazione è talmente grave che qualcuno si è persino avventurato a ipotizzare strumentalmente l’instaurazione di un “corridoio umanitario” di aiuti, come se si fosse in un contesto di conflitto militare; quando basterebbe semplicemente che gli Stati Uniti allentassero per l’appunto il feroce sabotaggio dell’economia, che Cuba è costretta a subire semplicemente per la sua indisponibilità a sottomettersi ai piaceri del vicino “gigante del nord”.

L’embargo è sempre stato in realtà l’argomento che ha giustificato le chiusure e l’intransigenza interne dei fratelli Castro, sopravvissuti a ben 12 presidenti Usa, alcuni dei quali con doppio mandato. E le stesse aperture di Obama sarebbero state insidiose nel “contaminare” i precari equilibri nell’isola. Ma oggi Cuba è più che mai sola e alla ricerca di una qualsiasi anche minima boccata d’ossigeno.

Biden è pure accusato di fomentare in vari modi l’opposizione cubana interna e di approfittare del malcontento in vista di una spallata finale. In realtà Washingotn non ha mai smesso un momento di cospirare in mille modi per destabilizzare il socialismo cubano. Ma questa volta non si profila alcuna ancora di salvataggio per la Cuba rivoluzionaria. E la situazione si è fatta insostenibile. Con il rischio di un’implosione del sistema per lo scontro interno generazionale (sorto e accentuatosi sordamente nel novembre scorso nell’ambito culturale-artistico) fra sostenitori del governo (chiamati espressamente da Díaz Canel a “scendere tutti nelle strade e nelle piazze per difendere la rivoluzione”) e i giovani ed esuberanti oppositori. Tanto che persino il novantenne Raul Castro, ritiratosi dalla vita politica, è tornato a fare capolino in una riunione del bureau politico del partito, balenando l’ormai vetusto carisma suo e soprattutto del fratello Fidel, di cui la Rivoluzione è ormai definitivamente orfana.


Italia in delirio: l’Europa è nostra!

Dinanzi a ondate di caldo e altri fenomeni estremi, i media devono spiegare che oggi agire è più urgente che mai 

Il quotidiano “liberal” (di sinistra o giù di lì) “La Repubblica” che celebra l’impresa dell’Italia a Wembley con lo stesso titolo del giornale del rozzo fascista Vittorio Feltri, candidato dell’astuta neofascista Meloni a Milano? Vero, ahinoi. Vero anche che un altro giornale più o meno “liberal”, “La Stampa” dell’ex monarchica Torino, picchia sullo stesso chiodo: “L’EUROPA SIAMO NOI!”  Ohiborobò: a parte il fatto che sino a poco fa l’Italia era ben poco europeista, facciamo – a essere ottimisti – sul “fifty-fifty,” a noi cittadini di una Confederazione di Cantoni e etnie diverse la dichiarazione puzza non poco: immaginate se Zurigo dovesse dire (forse lo pensa, ma non lo dice) la Svizzera siamo noi.

Il legittimo orgoglio per l’impresa sportiva e il susseguente risveglio patriottico è ampiamente giustificato, ma la fierezza per il successo (sportivo) del proprio Paese ha dei limiti, oltre i quali diventa altamente  sospetta: il concetto di superiorità razziale o culturale è inaccettabile, ancor meno accettabile il concetto di “conquista”, entrambi retaggio del peggior fascismo, quello che ai Mondiali del 1938 in Francia aveva imposto alla squadra la divisa nera e il simbolo del fascio littorio, Fra gli Europei gli italiani sono quelli che fanno maggiore fatica a concepire un’entità Europea. Salvini e Meloni, che rappresentano il 40-45% degli italiani, hanno smesso d sparare ad alzo zero contro l’Euro e i “burocrati” di Bruxelles per non perdere la ricca fetta di torta che la perfida Europa ha assegnato al Bel Paese. Ora si dice che si rimane in Europa per cambiarla. L’idea di 27 Paesi che hanno eletto un organo legislativo che legifera a maggioranza è assai remota per molti eredi della “Roma caput mundi”.

Il calcio ne è stato il detonatore e il rivelatore: grazie al pallone, l’Italia non è più un membro dell’Europa ma è l’Europa stessa, né più né meno. Sarà, speriamo, retorica del momento, iperbole calcistico-nazionalista, ma è ugualmente inquietante.

È vero che la stessa Europa ci ha messo infantilmente del suo, quando a Bruxelles ha applaudito per un minuto i l’Italia per aver sconfitto gli arroganti inglesi della “Brexit”. L’ambiguità della vicenda sta nel fatto che in caso di vittoria Johnson e Co. avrebbero tratto profitto, avrebbero avuto un “dividendo” politico. Ma il gioco del calcio riflette in qualche modo “Lo Stato della Nazione?”. Più no che sì, altrimenti il PIL, il debito pubblico, la sanità, l’istruzione, la giustizia e il “welfare” di Spagna, Portogallo, Italia e Grecia sarebbe molto più alto della Germania, spesso sconfitta dall’Italia calcistica, e degli Stati nordici.

Vero però che la squadra di Mancini ha vinto grazie a virtù che non sono necessariamente nelle corde dell’italiano medio: la rinuncia a ogni individualismo, al protagonismo, alla massima “famigli e conigli”, a favore di un progetto condiviso, insomma a favore di un’idea di Stato.

Che Mancini passi alla Storia come un riformatore di costumi, come un grande statista vagamente In odore di santità? Sarebbe una rivoluzione epocale: laddove hanno fallito uomini illustri, sarà una sfera a fare il miracolo? Perché no. Risponde l’illuminato lama Rinpoche al giovane discepolo che gli chiede perché la palla rotola: “perché è ineffabile”. La cosa più incredibile è che vale anche per una palla calciata da Chiellini.


Collasso Afghanistan, tragica resa dei conti

Dinanzi a ondate di caldo e altri fenomeni estremi, i media devono spiegare che oggi agire è più urgente che mai 

Qualche sera fa: le immagini di soldati che si arrendono, trascinati fuori dal loro fragile presidio, inutilmente supplichevoli, massacrati sul posto, poi i corpi martoriati, ripresi da un telefonino. Altre immagini: una colonna di famiglie in fuga, i bambini sulle spalle, uno facilmente distinguibile per la giacca a vento coloratissima, qualche borsone, di quelli che contengono più che altro disperazione e paura.

È l’Afghanistan. L’Afghanistan stretto nella morsa micidiale e implacabile dell’avanzata talebana, ma non solo. Il pensiero va anche a due colleghi e amici, Roberto Antonini e Philippe Blanc, che vi girano un documentario per la RSI. Poche ore fa ho ricevuto un loro messaggio, domani lasceranno quell’inferno, ‘Le Royaume de l’insolence’ come lo definì anni fa un libro che raccontava la tenace e secolare resistenza del paese a qualsiasi tentativo di invasione e dominio stranieri. “Stiamo bene – dice l’sms – ma qui la situazione è davvero allucinante. I Talebani sono a 10 km da Kabul, hanno già conquistato diverse province, la gente è terrorizzata, chi può scappa, ogni giorno attentati anche in città, sembra un crudele countdown”.

Il paese della guerra infinita torna così alla casella di partenza. La ritorsione militare dell’Occidente – a guida americana – per gli attentati dell’11 settembre doveva punire l’Al Qaeda di Bin Laden, annientare gli ‘studenti islamici’ afghani loro alleati e protettori, prosciugarne le basi e gli arsenali, dare respiro e prospettive a una nazione che da oltre cinquant’anni conosce solo la guerra. Missione fallita. Sconfitta in quello che per gli americani è stato il conflitto più lungo della loro storia. Precipitoso e assai poco nobile ritiro. Promesso prima da Trump, poi realizzato da Biden, viatico ad un collasso che si sta realizzando.

Non c’è solo il ritorno dei Talebani, ma di tutti gli ex signori della guerra, gli Ismail Kahn, i Dostum, gli Hetmaktiar, e tanti altri che si sono adattati fra le pieghe dei contingenti Nato, ma sempre pronti a riprendere anche con la forza il controllo delle loro tribù, etnie, territori più o meno estesi, per riprodurre i loro piccoli e irriducibili regni. Con in più i reduci dell’Isis, che in quel disordinato mosaico sperano di ottenere il loro riscatto, un nuovo ‘Califfato dell’Afghanistan’. Al prezzo di altre tragedie, altri morti, altre sopraffazioni, fra cui l’annientamento di quelle piccole-fragili libertà consegnate alle donne in questo interludio, in questo lungo intermezzo di cui era fin troppo facile pronosticare la fine.

Continueremo a proteggervi, fu lo spergiuro dei contingenti e delle nazioni occidentali in ritirata. Senza dire come, senza un moto di imbarazzo. Così come non li aveva imbarazzati l’inutile farsa di un negoziato definito segreto ma che segreto non fu, anzi assai pubblicizzato, e che in realtà doveva consegnare il paese, o gran parte di esso, ai rivoltosi: in sostanza alle composite formazioni islamiste e mujaheddin, più o meno radicali, che avevano già umiliato i sovietici, contribuendo al rovinoso, definitivo collasso dell’URSS.

E c’è dell’altro, non meno pericoloso, nell’immediato futuro del paese. C’è la quasi certezza che i diversi protagonisti della futura guerra civile trovino ciascuno il sostegno di sponsor assai interessati a contrastare (con aiuti finanziari e armamenti) l’altrui ostile influenza. Dal Pakistan all’India, dall’Iran all’Arabia saudita, dalla Turchia alla Cina alla Russia. Un nuovo Libano, o una nuova Siria, dove potenze regionali e non si fanno la loro guerra per interposta persona, o si illudono di poterci riuscire.

Prospettive che rimettono in marcia migliaia di profughi angosciati. Verso gli ostili lidi di un’Europa che teme nuove pericolose instabilità. Verso i porti chiusi. Verso le bloccate vie di fuga balcaniche. Afghani traditi più volte. Dai loro capi-clan. Dagli ex protettori che se la sono data a gambe levate. E anche da una politica migratoria che fin qui ha concesso loro poco, pochissimo. Anche in Svizzera, infatti, gli afghani che hanno ottenuto asilo si calcolano col contagocce. Osteggiati quanto e forse più di altri fuggitivi. Già, perché quella d’Afghanistan era la ‘nostra guerra’, i potenti eserciti della Nato erano impegnati a portare libertà e democrazia, era dunque impensabile che i fuggitivi rifiutassero la protezione del nostro scudo militare: dunque che se ne tornassero nella ‘casa protetta’ ma regolare bersaglio del fuoco amico. Pagine vergognose. In attesa di altri capitoli non meno vergognosi.


Una che sappiamo tutti

Dinanzi a ondate di caldo e altri fenomeni estremi, i media devono spiegare che oggi agire è più urgente che mai 

Il sito web di Radio 3 della BBC elenca sette ragioni per cui bisogna ascoltare Philip Glass. Si va da “crea velocità” a “ha scritto colonne sonore che vestono la contemporaneità”.

Dunque un po’ di orgoglio si può provarlo, visto che in Ticino già nel 1978 ci si era accorti di questo futuro fenomeno musicale. Philip Glass aveva 41 anni e un seguito fedele nei giri artistici e intellettuali newyorkesi.

Grazie ad Oggimusica, un’associazione di persone attente alle nuove tendenze nata appena un anno prima, viene organizzato un concerto a Lugano: una splendida occasione per sentire dal vivo questa musica ipnotica, che ti avvolge e ti spedisce in un universo preciso come una formula matematica.

Bene, tutti a vedere e a sentire Philip Glass, che suona nell’aula magna della scuola di Trevano, luogo deputato alle manifestazioni alternative di quegli anni.

Ci passeranno, sempre per Oggimusica, gruppi e musicisti decisamente all’avanguardia come gli Art ensemble of Chicago, David Tudor, Laurie Anderson, Conlon Nancarrow, Steve Reich, Anthony Braxton e tanti altri.

Non sapevamo bene cosa aspettarci da questo musicista che si presentava da solo, senza l’orchestra a tessere quel complesso intrico di suoni densi e ripetuti con piccole variazioni. Alcuni però avevano già subito il fascino della sua musica grazie a  “Einstein on the beach” l’opera di Glass messa in scena da Bob Wilson.

Eccolo dunque, capelli neri ricci un po’ arruffati, postura modesta quasi mesta, che si avvicina all’organo Hammond. Un breve saluto e via a macinare note su note secondo schemi che sembrano tutti uguali. Sembrano.

Dopo una buona mezz’ora c’è chi in platea comincia a dare segni di impazienza.

A Trevano c’era anche una piccola buvette che rimaneva aperta durante i concerti. Bibite e birra, poca roba, lì ci si trovava a commentare quel che si sentiva di sopra, in sala.

Cinque o sei spettatori vanno e vengono con una certa regolarità, “tanto, quando torni al tuo posto è sempre la stessa roba” o   “adesso vado su a sentire se è cambiato qualcosa ” è la scusa che buttano là tra il sorpreso e il divertito.

Chissà se saranno tronati a sentirlo, sempre a Trevano nel 91, tredici anni dopo,  ormai un compositore più che affermato, conteso da registi cinematografici, teatrali, e coreografi.

Sempre di nero vestito, entrerà con la stessa modestia per avviarsi a passo felpato sul palco dove riluce un Bösendorfer a coda, lo stesso a cui qualche tempo dopo darà una carezza amorevole Terry Riley.

Sarà un’esperienza diversa, con un Philip Glass in vena di parlare, praticamente a introdurre ogni brano con accenni all’ecologia, alla giustizia sociale e alla sua grande ispirazione, la natura. Avrà pensato che magari così si evitavano le fughe in buvette? Nel suo concerto ci regalerà perle da “The Photographer, dall’opera “Akhnaten” da “Songs for liquid days” (in anticipo su Zygmunt Bauman), fino a una composizione allora inedita intitolata “Anima Mundi”.

Ma torniamo al 78, a quella sua prima apparizione capita a metà.

Con una bella sensazione tra il rapito e il sopito ci apprestiamo a lasciare la sala dopo la fine del concerto. Philip Glass non è stanco, ha un po’ di appetito e come consuetudine, i membri del comitato di Oggimusica lo portano a mangiare un boccone in un’osteria del Malcantone. Un locale, guarda caso, dotato di pianoforte. Qualcuno del pubblico si è accodato: non capita tutti i giorni di stare a due metri di distanza da un compositore americano.

Disponibile, di una simpatia tranquilla, Philip Glass dopo aver mangiato si gira verso il pianoforte.  Che ci stia un piccolo concerto extra tutto per noi?

Pare proprio di sì. E via con una delicata sequenza di note che portano il suo inconfondibile marchio.

Però all’osteria non ci siamo solo noi, ci sono anche i locals, ci mancherebbe! Fra i quali un giovialone di quelli che sono sempre pronti a fare una cantatina.

Si avvicina al piano con aria curiosa, un po’ perplessa. Però ascolta ancora per un buon momento questo totale sconosciuto e poi da dietro gli tira una bella manata sulle spalle.
Tee soci, adess però fan sü vüna che sem tücc!


Qualche ricetta contro l’Elvetofobia (ed i suoi effetti collaterali)

Dinanzi a ondate di caldo e altri fenomeni estremi, i media devono spiegare che oggi agire è più urgente che mai 

“Non se ne può più di sentir ripetere la famosa frase di Orson Welles nel ‘Terzo uomo’. Quella che dice che in Italia per trent’anni sotto i Borgia ci furono guerre e carneficine, ma ne uscirono Leonardo, Michelangelo e il Rinascimento. E che da cinquecento anni di amore fraterno, in Svizzera è venuto fuori solo l’orologio a cucù”.

Lo ricorda Guido De Franceschi in apertura della sua prefazione al volume “Svizzera”, una raccolta di contributi di vari autori pubblicata in questi giorni a Milano dalle Edizioni Iperborea nella collana “The Passenger”. E non a caso proprio questa introduzione prende il titolo di “Elvetofobia”, per dire di un paese, il nostro, che come pochi altri, forse nessuno, è oggetto di pregiudizi e di cliché dentro cui, poi, noi stessi ci dibattiamo, una volta per spiegare, una volta per confermare, un’altra ancora per smentire, non di rado anche un po’ goffamente.

Infatti, come ci ricorda, nel volume, lo scrittore Oliver Scharpf, alla celebre battuta di Welles quel che si è riusciti a contrapporre è, semplicemente, che l’orologio a cucù non è un’invenzione svizzera, bensì della Foresta Nera. Per carità, distinguiamo, distinguiamo bene.

È quanto la Svizzera, storicamente, ha passato il tempo a fare: distinguere e distinguersi, vivere di una propria vera o presunta condizione di “eccezione” per affermare, in nome di essa, una costante, reiterata estraneità a quanto capita intorno a lei, divenendo, con il tempo, una sorta di “isola che non c’è” (per dirla con il titolo del saggio di Yari Bernasconi).

Basti pensare al rapporto con i paesi confinanti, al tema dei frontalieri, per esempio, che implica spesso una sorta di “avversione” ampiamente brandita da una certa parte politica, ma che poi, di fatto, costituisce uno degli aspetti cruciali del (buon) funzionamento economico e sociale del paese. Un paese, per intenderci, che è ormai giunto ad una presenza straniera che costituisce quasi un quarto della popolazione, di molto superiore a quanto accade in Italia, Francia, Germania.

Eppure, come in una sorta di stato di “dissociazione” la vita quotidiana svizzera è permeata da una costante “diffidenza” verso tutto e tutti, che si esprime a volte in forme di esplicito rifiuto verso l’adesione ad organizzazioni e contesti internazionali che ne fanno, all’estero, un “caso” non sempre comprensibile e men che meno accettabile. Basti pensare al tema dei rapporti fra Svizzera ed UE.

Collocato nel bel mezzo dell’Europa, punto di transito focale e cruciale per ogni spostamento tra sud e nord del continente, il nostro Paese continua a comportarsi come fosse, in fondo, sempre un po’ messo sotto assedio, anche se poi – detto magari un po’ malignamente – gli assedi li abbiamo storicamente sempre evitati e dai momenti drammatici della storia degli ultimi due secoli abbiamo infine regolarmente tratto i nostri vantaggi.

Lo afferma senza mezzi termini, nel primo contributo al volume, il noto scrittore Peter Bichsel: “Ricca, la Svizzera, lo è diventata soprattutto nel dopoguerra, e questo dopoguerra non deve finire. È anche uno dei motivi per cui abbiamo esitato così a lungo a entrare nell’ONU. (…) ‘Quest’ONU fallirà, e quando fallirà, noi ci guadagneremo’: così la pensavano gli oppositori dell’ONU. Lo stesso vale per l’UE: ‘L’Unione Europea non serve a niente e fallirà, e se noi non falliremo con lei, ne usciremo alla grande’. Abbiamo sempre puntato sulle catastrofi.”

È questo uno degli aspetti che maggiormente ha generato, di riflesso, non pochi sospetti e un bel po’ di (pre)giudizi nei confronti della Svizzera anche negli ultimi decenni, con la rivelazione, per esempio, di quanto le nostre banche abbiano contato nel “gestire” con gran vantaggio loro, e poi del paese intero, capitali provenienti da ogni dove, nascosti e custoditi nel ferreo protocollo del “segreto bancario”.

Un tema, toccato qui con il racconto di una vicenda in qualche modo “esemplare”, perché riguarda proprio uno dei personaggi che hanno messo in crisi il “sistema” attraverso rivelazioni insider e poi denunce, processi, condanne e assoluzioni in un ventennio vissuto con ferma ostinazione, un po’ ossessiva, un po’ folle, eppure, infine, decisiva. Si tratta della vicenda di Rudolf Elmer, oggetto di un’inchiesta dell’”Economist” riprodotta in questo volume nella traduzione di Ada Arduini. Una vicenda da film, tutta da leggere.

E come non parlare di un’altra “istituzione” nazionale, ovvero l’esercito? Lo fa, qui, il giornalista culturale Enrico Bianda, con un bel contributo fondato anche sull’esperienza personale di milite, per dire come anche in questo caso, fra tanti dibattiti, scontri a volte anche aspri sul senso di un esercito che non è mai realmente entrato in guerra, si realizzi però una sorta di alchemico processo identitario: “Una cosa che ho imparato”, dice Bianda,” all’indomani della mia scuola reclute, è che l’istituzione dell’esercito è un elemento fondante dell’identità svizzera”.

Ecco l’identità svizzera che torna ad interrogarsi ed essere interrogata dal mondo che ci circonda, senza che una chiara ed assertiva definizione trovi ancora oggi una sua autorevole espressione. Si ricorderà, in proposito, come fa ancora Yari Bernasconi nel suo saggio, il celebre quanto provocatorio motto dell’artista Ben Vautier che campeggiava al Padiglione Svizzero dell’Esposizione Universale di Siviglia nel 1992: “La Svizzera non esiste”.

Certo, si torna, regolarmente ad evocarne la sua natura di “Willensnation”, il suo multiculturalismo, la sua capacità di integrare e rendere in qualche modo omogeneo quel che omogeneo di principio e storicamente non lo è. Gli stessi rapporti fra le regioni linguistiche, con tanto di famigerato “Röstigraben” sono lì a dirci che le differenze, anche sostanziali sono almeno pari agli elementi unificanti.

Forse, appunto, perché a tenerci uniti è primariamente l’idea, la convinzione, la sensazione, di vivere in una condizione comunque privilegiata, riparata, discosta, in cui finiamo per rinchiuderci come in una gabbia dorata. E qui non possono non tornare alla mente le parole di quello che è stato forse il più grande autore della letteratura svizzera, Friedrich Dürrenmatt, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita.

Nel suo celebre discorso pronunciato il 22 novembre 1990 in omaggio al drammaturgo dissidente e poi presidente ceco Václav Havel, Dürrenmatt definisce la Svizzera ”come una prigione indubbiamente ben diversa da quelle prigioni nelle quali Lei, caro Havel, è stato gettato: come una prigione nella quale gli svizzeri si sono rifugiati. Solo all’interno di questa prigione gli svizzeri si sentono al riparo da aggressioni (…), si sentono liberi, più liberi di tutti gli uomini, liberi – da prigionieri – nella prigione della loro neutralità. Il solo problema di questa prigione è dimostrare che essa non è una prigione, bensì un baluardo della libertà; (…) vista dall’esterno, una prigione è pur sempre una prigione e chi vi risiede è un prigioniero e chi è prigioniero non è libero: per il mondo esterno, liberi sono solo i carcerieri, poiché se questi non fossero liberi sarebbero inevitabilmente dei prigionieri. Per liberarsi da questa contraddizione, i prigionieri hanno assunto anche il ruolo di carceriere: ogni prigioniero, facendo obbligatoriamente il carceriere di sé stesso, dimostra la propria libertà. Lo Svizzero ha dunque il vantaggio dialettico di essere contemporaneamente libero, prigioniero e carceriere. La prigione non ha bisogno di muri, perché i suoi prigionieri sono i carcerieri e vigilano su se stessi e, poiché i custodi sono uomini liberi, trafficano fra loro e con tutto il mondo, e come!” ( da F. Dürrenmatt, “Le ragioni della speranza”, trad. Sabina Chiarini, Il Melangolo, Genova, 1991, p.16)

Parole, che nel loro “stordente” sviluppo argomentativo, ancora dopo 30 anni vanno a sondare nel profondo di un paradosso chiamato Svizzera, su cui occorre riflettere ancora a lungo, per pensare e ripensare l’identità di un Paese che dovrebbe forse cominciare ad abbandonare alcune sue ataviche paure.

Il bel volume “Svizzera” di Iperborea è uno strumento utilissimo per cominciare a compiere questo indispensabile esercizio.


I vibranti Settanta

Dinanzi a ondate di caldo e altri fenomeni estremi, i media devono spiegare che oggi agire è più urgente che mai 

Vien da dire (facendo il verso a una canzone di Raf del 1989) “Cosa resterà degli Anni 70”? Probabilmente più di quello che ci piace ricordare: in Svizzera a partire dal 1971 anche le donne poterono votare, in Italia, durante quelli che poi vennero chiamati Anni di piombo, furono legalizzata l’interruzione di gravidanza, confermata la legge sul divorzio e riscritto il diritto di famiglia. In quegli anni successero anche cose orribili, questo è fuori discussione, e per molti la riabilitazione di alcuni militanti che decisero di andare fino in fondo fu profondamente sbagliata.

È così anche per Giovanna, protagonista di Avanti, parla, il nuovo romanzo in cui Lidia Ravera fa i conti con gli Anni Settanta del proprio Paese. Siamo nella stessa epoca in cui un’allora poco più che ventenne e spregiudicata Ravera assurgeva a immediata notorietà grazie a Porci con le ali, scritto a quattro mani con Marco Lombardo Radice e oggi definito “diario sessuo-politico” con status di cult: vi si narravano le imprese di due giovani alle prese con la militanza e la scoperta della propria sessualità.

Anche la Giovanna di Avanti, parla era una militante, un’attivista che affrontava gli scontri di strada sulla spinta di ideali alti. E, come tale, ha pagato pegno: per la società civile, scontando la propria pena in carcere, per sé stessa, auto-recludendosi in un appartamento sul Tevere, lontana dal mondo, isolata da ogni calore umano. Un giorno però, come lo scoppio di un mortaretto, nella vita di Giovanna irrompe… la vita stessa. E lo fa sotto forma di una famigliola che prende in affitto l’appartamento di fianco al suo; madre, padre e due figli come se ne vedono a bizzeffe, negli anni Venti del 2000: un nucleo ricomposto, allargato, precario quanto basta, fresco, coinvolgente e dedito agli aperitivi e al piacere in genere.

Con una scrittura compatta e avvolgente, contraddistinta da autentiche fiammate di originalità, Ravera racconta dunque di questo cambiamento nella vita di Giovanna che, entrando in contatto con la giovane famiglia, tornerà in contatto con sé stessa e con il presente che la circonda, in un umano e struggente processo.

È questa, per Lidia Ravera, la strada per fare pace con il passato, con il proprio e con quello della propria nazione; un modo per ripercorrere anni difficili e tormentati, in cui l’incertezza regnava sovrana, ma che forse, in un’ottica puramente storica, furono necessari. Oggi è tutto diverso: come osserva la scrittrice, le militanze sono più deboli, quasi sottotono, ma forse è inevitabile, in un presente che boccheggia per sopravvivere. Laddove si impone il precariato, per gli idealismi resta poco spazio. L’unica speranza è rappresentata dal giovane Malcolm, il vicino tredicenne militante ambientalista: è su di lui che la Ravera riversa quel che resta della speranza e dell’ardore di un periodo storico di cui avremmo forse potuto salvare molto di più.

Lidia Ravera, Avanti, Parla, Milano, Bompiani, 2021


Quando Hamas vince nei sondaggi

Dinanzi a ondate di caldo e altri fenomeni estremi, i media devono spiegare che oggi agire è più urgente che mai 

Si parla molto di una guerra, nello specifico tra Israele e Gaza. Assai meno del dopoguerra. Che invece produce sorprese e scossoni. Non necessariamente positive. In Israele, nel nome della solidarietà nazionale – ma in realtà della comune avversione nei confronti di Netanyahu – sulla poltrona di premier arriva il ‘falco’ nazional-religioso Naftali Bennett, profeta dei coloni e delle annessioni territoriali, alla guida di una inverosimile e fragile coalizione senza programma e in cui c’è ogni cosa, dall’estrema destra alla sinistra radicale, tutto e il contrario di tutto. Niente di cui rallegrarsi, s’è detto.

Ma tra i palestinesi va pure peggio. È in piena crisi l’ANP, l’Autorità nazionale a cui gli accordi di Oslo avevano assegnato la gestione più che altro amministrativa dei territori occupati, ora solo la Cisgiordania, essendo Gaza sotto la dittatura islamista di Hamas. Una crisi che ha un nome preciso: Mahmud Abbas, alias Abu Mazen, l’ottantacinquenne presidente dell’Autorità nazionale palestinese, in carica da 17 anni, che ha annullato nuove elezioni e scatenato quella che Le Monde definisce “una violenta ondata di repressione, perdendo quel poco di onore che gli restava” dopo tre lustri di passività politica e di corruzione fra i suoi luogotenenti. Lo scorso mese un suo oppositore, Nizar Banat, che ne denunciava il crescente autoritarismo, è stato picchiato a morte dai poliziotti palestinesi che dovevano arrestarlo; le successive proteste popolari sono state brutalmente represse da agenti in borghese. Così, l’uomo che contribuì alla pace con Rabin, è oggi un “despota aggrappato al potere illusorio di un apparato statale che uno Stato non ce l’ha”.

Abu Mazen sa benissimo di essere uno degli sconfitti politici dell’ultima guerra Israele-Gaza. Pochi hanno dato peso a un recente sondaggio del “Palestinian Center for Policy and Survey Research”, che certifica una svolta poco tranquillizzante: per il 52 per cento dei palestinesi (compresi quelli di Cisgiordania) i radicali islamisti di Hamas sono degni di rappresentarli, contro appena il 14 per cento ancora favorevole al laico Fatah. “Arafat si rigira nella tomba”, ha scritto un osservatore. Si tratta solo di un’istantanea provvisoria, o di un durevole cambio di paradigma all’interno dell’opinione pubblica palestinese? Sta di fatto che oggi Hamas viene visto come la forza che ha saputo fronteggiare la potenza di fuoco di Israele; e Abu Mazen come leader impopolare e cedevole nei confronti dello Stato ebraico. Tremila intellettuali e personalità pubbliche palestinesi gli hanno chiesto di dimettersi.

Così, la somma delle novità politiche israeliane e palestinesi non promette nulla di buono. E disorienta ancor più la comunità internazionale: frastornata e muta negli anni sfacciatamente pro-israeliani di Trump, disorientata dagli enigmi di Biden, convinta che la questione palestinese potesse sparire dall’agenda diplomatica, pigramente ancorata alla soluzione dei due Stati, l’Europa si ritrova come unico e improbabile interlocutore un Abu Mazen del tutto screditato. Un fallimento, ed esplosive insidie.

Testo pubblicato da laRegione del 12 luglio 2021


The Hannibal & Fantozzi Horror Show Awards

Dinanzi a ondate di caldo e altri fenomeni estremi, i media devono spiegare che oggi agire è più urgente che mai 

Prima della nostra esclusiva “compilation” due note  relative al gioco del calcio: l’Italia di Mancini ha meritato il titolo europeo per quanto mostrato nel suo percorso, rovesciando i dati del passato. L’Italia non vince più “all’italiana” ma dettando il gioco. Brera spiegava l’Italia calcistica con la sua storia: soggetta a molte signorie straniere, “Franza o Spagna purché se magna”, è squadra “femmina” capace di reagire alla forza maschile, ma non di agire, di assumere l’iniziativa.

Gli inglesi sono stati giustamente puniti per la loro stupidità: non si può difendere il vantaggio di una sola rete facendo muro con tutta la squadra: prima o poi la palla rimbalza sul calcagno di un difensore, urta il gluteo destro di un altro, picchia contro il palo e qualcuno (il difensore Bonucci) la manda in rete, mentre sulla linea di porta è appostato il centravanti Kane! Una scena emblematica.

È stata una sfida fra due squadre “snaturate” rispetto alla tradizione: l’Inghilterra passiva, attendista, è stata vinta dalla nuova Italia, solidale, umile, conscia di non avere grandi solisti e pertanto votata al gioco collettivo, “uno per tutti, tutti per uno”, convinta delle sue possibilità. Una vittoria sul piano delle virtù caratteriali, più che su quello delle eccelse virtù calcistiche. In materia di calcio il meglio s’è visto dalla Spagna contro l’Italia, poi Azzurri a parte, dalla Svizzera (yes!) contro la Francia, dalla Danimarca e dall’Austria sconfitta dall’Italia.

Ma eccoci ai nostri Oscar “apocrifi”: è stata una dura lotta fra cattivi, disonesti spudorati e autolesionisti tragicomici.

  1. RUEDIGER ANTONIO, Germania, per aver morsicato la spalla al francese Paul Pogba e nello stesso tempo avergli  strizzato dolorosamente il petto. Rüdiger, che porta una maschera (proprio come Hannibal Lecter) a protezione di uno zigomo rotto, contrariamente all’uruguaiano Suarez che ha lasciato i segni dei suoi dentoni sulla pelle di Chiellini, ha tentennato evitando di affondare il colpo: la pietanza non era di suo gusto. Il musulmano Pogba ha cristianamente perdonato l’inquietante difensore, figlio di una tedesca e di un profugo della Sierra Leone: l’abbiamo scampata bella: avesse morsicato il biondino Griezmann, l’on. Quadri avrebbe messo la fotografia sul “Mattino della Domenica” accanto al simbolo storico della Lega. Questi cannibali… Fin che si azzannano tra di loro…
  2. MARTIN DUBRAVKA, Slovacchia, per aver schiaffeggiato la palla nella propria porta, nel tentativo di mandarla oltre la traversa, dopo una conclusione dello spagnolo Sarabia che si era impennata, e dopo aver parato un rigore a Morata. L’autogoal del secolo: si può al massimo eguagliare, impossibile fare qualcosa di più tragicomico.

Nominations

MATS HUMMELS, Germania, che ha trafitto il proprio portiere con un tiro violentissimo suscitando l’entusiamo del figlioletto Ludwig di 3 anni, al quale la mamma non ha avuto il coraggio di spiegare che la palla va scagliata nella porta giusta.

ROMAN ZUBNIN, Russia. Ha preferito la giocata a ritroso, in sicurezza, al portiere, e non si è accorto che il danese Poulsen era rimasto in zona, servendogli un pallone molto invitante, finito logicamente in rete.

GARETH SOUTHGATE, Inghilterra. Ha mandato in campo a un minuto dalla fine dei supplementari due rigoristi freschi, Rashford e Sancho, nessuno dei due ha segnato. Ha dato l’incombenza del quinto e ultimo rigore a un ragazzo di 19 anni, SAKO, anche lui entrato da poco, che prima del rigore, inquadrato in un impietoso primo piano, per poco non si mette a piangere dalla paura, e infatti ha calciato come un giocatore della nostra Quinta Divisione.

Data la rosa sterminata di candidati, più o meno tutti sullo stesso livello, la Giuria ha assegnato anche delle “nomination” collettive con una sola citazione simbolica.

ANTISPORTIVITÀ DISONESTA:  all’intera categoria per la negazione sistematica dei falli evidenti con l’aggravante dell’arroganza che porta alla protesta, ogni tanto punita con il giallo. La citazione va al capitano della Spagna SERGIO BUSQUETS che ha minacciato il tedesco Brych dopo un fallaccio contro l’Italia: come osi punirmi?

ANGIOLETTO “FIJO DE NA PAGNOTTA”. All’intera categoria per la straordinaria capacità mimica nel fingere assoluta innocenza dopo un intervento spaccatibia o un  placcaggio da rugby: mani alzate, occhi sbarrati e imploranti: “quando mai? Un agnellino come sono io?” Citazione per gli atalantini DE ROON (Olanda) MAEHLE (Danimarca) e FREULER Svizzera.

“SPÜDI GIÒ BASS”.  Sputo ergo sum: lo sputo, con il tatuaggio, è ormai diventato uno “status symbol”: normalmente non si sputa, ma io, calciatore, al di sopra delle convenzioni, lo faccio: perché sono arrabbiato, perché contesto l’arbitro, perché ho sbagliato una rete, perché l’arbitro mi ha punito, ecc. Una parolina da parte delle massime autorità calcistiche? I piccini guardano ai loro eroi.

 In preparazione, alla prossima, l’ Oscar della DISONESTÀ STORICA.
Agli inglesi che hanno separato il calcio dal rugby nel 1863, e che cantavano “FOOTBALL IS COMING HOME”, gli italiani rispondono che il calcio è stato inventato a Firenze: ma nel “Calcio Fiorentino” di 4 secoli fa era permessa la mischia a colpi attualmente proibiti come lo sgambetto, la “cintura” e l’uso delle mani: per informazioni rivolgersi al fiorentino storico Chiellini.


Scappano dalla guerra, il Ticino offre loro una galera

Dinanzi a ondate di caldo e altri fenomeni estremi, i media devono spiegare che oggi agire è più urgente che mai 

Ci è rimasto solo il respiro, non abbiamo nient’altro.

Queste le parole di uno dei diciotto uomini rinchiusi nel bunker di Camorino.

Una storia su cui riflettere, se ce ne fosse ancora bisogno, per sostenere la richiesta di chiusura del bunker di Camorino. Sì, perché, dal 2018, anno in cui l’opinione pubblica ha cominciato ad essere informata di quanto stava accadendo nel bunker di Camorino, purtroppo nulla è cambiato. Il bunker, centro di gestione cantonale, continua ad essere la “prigione” di uomini che hanno come unica colpa di essere NEM (senza documenti).

Uomini entrati in Svizzera per chiedere e ottenere protezione, come rifugiati, ma che a causa della legislazione nazionale e internazionale, in materia di immigrazione e stranieri, si ritrovano a “sopravvivere” in un limbo umano e giuridico devastante. L’aver ricevuto una risposta negativa alla loro domanda d’asilo e la conseguente impossibilità di rimpatriarli nel proprio paese d’origine, fa si che per la Svizzera siano considerati illegali sul territorio nazionale e che, pertanto, debbano essere rinchiusi in un bunker, con l’aggravante del divieto di circolazione.

Sotto terra e con l’unica possibilità di aggirarsi sul territorio di Camorino.

Per chi non lo sapesse, il bunker si trova sotto uno spiazzo adiacente la centrale di polizia di Camorino, che rende la zona fortemente “militarizzata”. Sono uomini che scappano da guerre, torture, prigionia, servizi militari al limite della schiavitù e come unica possibilità di prendere una boccata d’aria hanno quella di uscire in una casetta posta in questo spiazzo, con “panorama” sulla centrale di Polizia.

Al momento vi (soprav-)vivono 18 persone provenienti da Algeria, Libia, Eritrea, Afghanistan, Iraq e altri territori storicamente saccheggiati da secoli di colonialismo, guerre e programmi d’accaparramento di risorse naturali.

(Soprav-)vivono ammassati in 3 camerate da 5/8 persone, in locali sprovvisti di finestre e in cui l’aria stantia, e il caldo soffocante, provocano disturbi respiratori e impossibilità di dormire di notte. La casetta adiacente al bunker è più o meno a disposizione ma priva di tutto: una cucina vuota, un frigorifero piccolo e nient’altro che, ogni tanto, stoviglie monouso per una ventina di persone. Nemmeno un televisore.

Nel bunker vige un controllo delle entrate ed uscite, da parte della Securitas, da quando la gestione del centro è stata tolta alla Croce Rossa. Dalle 24.00 alle 7.00, è obbligatorio restare nella struttura e chi non firma entro la mezzanotte, a discrezione dei “securini” presenti, non ha accesso ai 10 franchi giornalieri concessi per tutte le spese (cibo, vestiti, sapone, shampoo, tabacco ecc.).

Non bisogna dimenticare che il bunker è già stato oggetto di indagini per il caso Argo 1, ma sembra che il Cantone se ne sia dimenticato, nel momento in cui decide di non verificare gli atteggiamenti ostili e razzisti degli agenti, avallando, di fatto, i loro comportamenti.

Come NEM, le persone che vi (soprav-) vivono hanno diritto al cosiddetto aiuto d’urgenza, che anche per le cure mediche copre solo le cure di base. Purtroppo, anche per accedere alla visita del proprio medico di base, occorre il benestare dell’infermiera o della Securitas. Non possono personalmente recarsi dal proprio medico, senza la preventiva autorizzazione, che quasi mai viene concessa.

Unici e frequenti farmaci sono i sedativi e psicofarmaci, che, se da una parte permettono a queste persone di poter chiudere occhio nel bunker, dall’altra le sedano rendendole “domabili”. L’esasperazione delle condizioni è portata al punto che molti di loro preferiscono scappare e/o chiedere di tornare in patria, dove rischiano incarcerazioni e/o morte, oppure chiedere il carcere amministrativo.

La legge svizzera, infatti, prevede che una persona che non ha un permesso di soggiorno valido, può essere in qualsiasi momento incarcerata fino ad un massimo di 18 mesi, con l’avallo di autorità giudiziarie inermi e inette, che attendono l’ultimo giorno per decidere se sia giusto o meno incarcerare. Nel periodo di pandemia da Covid, si sono aggravate le condizioni di detenzione all’interno del bunker, dimostrando ancora di più come, nei momenti di crisi, le disuguaglianze già esistenti nella società in tempi “normali” si facciano ancora più marcate e chiare.

Mentre fuori vigevano misure di distanziamento sociale, nel centro di Camorino le persone hanno continuato a vivere ammassate in stanze senza finestre né sistema di aerazione adeguato. Il divario tra chi secondo le istituzioni ha il diritto di vivere una vita degna e chi no è venuto a galla in modo ancora più esplicito, ricalcando chiaramente le linee di suddivisione dell’umanità su cui si fonda il razzismo strutturale anche in questo paese.

La Commissione Nazionale per la prevenzione della tortura (CNPT) già in un rapporto del 2014 dava un tempo di permanenza massimo di tre settimane nei rifugi sotterranei della Protezione civile. Addirittura lo stesso Consiglio di Stato ha dichiarato nel 2020 che «le camerate a Camorino non siano una soluzione troppo confortevole, soprattutto per soggiorni di lunga durata». La realtà è che i soggiorni a Camorino sono solo di lunga durata, e non si tratta di settimane. Alcune persone ci vivono da oltre quattro anni, sottoterra.

Se il Cantone Ticino vuole dimostrare la propria democrazia, legalità e umanità può dare solo una fine al bunker di Camorino: la sua chiusura.

Immacolata Iglio Rezzonico, avvocato


La redazione di Naufraghi/e invita a sottoscrivere la petizione per chiedere la chiusura immediata del bunker di Camorino e altre misure a favore delle persone sottoposte alla legislazione sull’asilo