Ticino paese delle Gru

Mentre aumenta il numero degli appartamenti sfitti le gru crescono ovunque 


Da una zattera alla scoperta di una piattaforma

Mentre aumenta il numero degli appartamenti sfitti le gru crescono ovunque 

È diventato un vero tormentone: oggi quasi più nessuno guarda la televisione assecondando il palinsesto, aspettando l’ora esatta per accendere il televisore e ritrovare i programmi preferiti.

Oggi, la gran parte dei telespettatori, in ogni parte del mondo, sceglie non solo cosa guardare, ma anche quando, grazie all’offerta di menu consultabili e accessibili in ogni momento.

Anche nel nostro microcosmo, svizzero e svizzero italiano, ormai gli appuntamenti da aspettare con il fiato sospeso e all’ora precisa sono ormai solo quelli sportivi, da vivere e convivere “in diretta”, in tempo reale.

Per il resto, compresi gli appuntamenti informativi, ci si può sempre arrivare dopo cena, con comodo, magari anche dopo il caffè con l’amaro.

E poi, naturalmente, c`è la possibilità di accedere, senza problemi, in un batter d’occhio, alla sterminata offerta delle piattaforme di streaming a pagamento, da Netflix a Apple+ ad Amazon prime, contenitori di fiction (ed un po’ di documentaristica) per lo più americana, un po’ prodotta un po’ distribuita: grandi budget per grandi audience in tutto il mondo.

Eppure, appunto nel nostro microcosmo svizzero e svizzero italiano, da qualche mese una nuova piattaforma di questo tipo, naturalmente molto più modesta nelle possibilità e nelle ambizioni, sta ottenendo un bel seguito di pubblico con l’offerta di produzioni nazionali, delle quattro regioni linguistiche, proposte in versione originale con i sottotitoli almeno in tre lingue.

Dunque, per intenderci, tutto è visibile, per noi, in italiano o con i sottotitoli in italiano: basta andare su playsuisse.ch e si scoprirà così un ventaglio di film fiction e documentari davvero sorprendente, che mette gratuitamente a disposizione degli utilizzatori titoli di ogni genere realizzati, grosso modo, nell’ultimo ventennio.

Non c’è davvero che da sbizzarrirsi nello scegliere fra corti d’autore, animazioni per bambini, documentari d’inchiesta o di viaggio, fiction seriali o di successo nelle sale.

Notevole la presenza di produzioni o coproduzioni della RSI, da documentari premiati a livello internazionale come “Il ponte spezzato” di Philippe Blanc o “Non ho l’età” di Olmo Cerri, alle fiction di grande successo come la serie di corti “Arthur”, girata da Nick Rusconi.

Ma per il pubblico svizzero italiano ciò che forse merita maggiore attenzione e curiosità in “Play Suisse” è scoprirvi produzioni nazionali sconosciute, di grande suggestione e fascino, come ad esempio i documentari romandi di “Passe-moi les jumelles” (con testo ed immagini sempre curatissimi), oppure i documentari d’inchiesta di “DOK” (si pensi a quelli dedicati alla medicina).

Non sono che due esempi, relativi, fra l’altro, a due noti appuntamenti settimanali di SRF e di RTS, ma sulla piattaforma proprio questo criterio, legato alle testate d’origine dei prodotti, è completamente aggirato e dimenticato.

L’offerta di video è organizzata per macrotemi (Fiction, Documentari, Famiglia, Festival) e per temi come Natura, Educazione, Arte, Musica ecc.

Proprio nella sezione “Musica”, che nei primi mesi ha già offerto vere “perle” come l’integrale dei concerti e delle sinfonie di Beethoven oppure una rassegna in formato “Lockdown” del meglio della produzione pop, rock e folk nazionali, in questi giorni si aggiunge una particolarissima serie di documenti straordinari: quaranta grandi concerti della storia (e della leggenda) del Festival Jazz di Montreux proposti per la prima volta insieme (e naturalmente sempre gratuitamente) in coincidenza con l’inizio e lo svolgimento della 55ma edizione del Festival.

La lista degli artisti è da mozzare il fiato dei tanti appassionati: Carlos Santana, Chick Corea, Phil Collins, Johnny Cash, Deep Purple, Patty Smith, Emerson Lake & Palmer, e chi più ne ha più ne metta.

Un’operazione importante e di prestigio, che qualifica ulteriormente la piattaforma digitale SSR come collettore di iniziative di grande portata, realizzate in collaborazione con istituzioni ed eventi di richiamo culturale internazionale: basti andare a vedere, passando al cinema, nella categoria “Festival”, le sezioni dedicate a selezioni di film di rassegne come “Vision du Réel” di Nyon, o il NIFFF (Neuchâtel International Fantastic Film Festival).

Verrebbe insomma da dire che pur “nel suo piccolo” (se confrontata con giganti come Netflix) anche la piattaforma Play Suisse sa fornire non poche occasioni per scoprire vere e proprie chicche, per lo più “nascoste” nel nostro giardino nazionale, da cogliere al volo e tenere con sé per sempre.

Un esempio per tutti: il cortometraggio “La femme et le TGV” realizzato nel 2016 da Timo von Gunten, che in 30 minuti esatti racconta una storia (vera) e indimenticabile di una donna che vive sola in una casa cantoniera dove ogni giorno passa un solo treno, un TGV appunto, che le cambierà la vita. Protagonista un’attrice straordinaria, un mito, nientemeno che Jane Birkin, che qui non  nasconde di apparire com’è, una donna settantenne senza trucco né ritocchi, per fornirci un’interpretazione eccezionale che ha portato il film alla candidatura all’Oscar.

Un film semplicemente bellissimo, da trovare, assolutamente, dentro lo scrigno di Play Suisse!


Le Temps – Anche missionari svizzeri nel Canada delle stragi

Mentre aumenta il numero degli appartamenti sfitti le gru crescono ovunque 

di Céline Zünd

Manuel Menrath, ricercatore all’Università di Lucerna, ha studiato per anni la storia dei popoli autoctoni dell’America del Nord. Poi ha voluto raccoglierne le testimonianze dalla loro viva voce. Si trasferisce dunque in Ontario, per incontrarvi le popolazioni di Cris e d’Objiwés, “in riserve così appartate che nessuna strada è in grado di portarvi sul posto”, racconta al telefono.

Circa 40.000 persone appartenenti alle ‘prime nazioni’ vivono attualmente a settentrione di questa provincia canadese. Menrath è rimasto sconvolto dai racconti sulle atrocità commesse “nelle scuole residenziali”, istituti in cui i bambini indigeni venivano trasferiti con la forza, e maltrattati. Per lo più dirette da sacerdoti cattolici, le “scuole residenziali” hanno accolto 150.000 bambine e bambini nativi canadesi, nel periodo fra il 1850 e il 1996. Su questi incontri, lo storico lucernese ha recentemente pubblicato il libro “Unter dem Nordlicht”.

Da alcune settimane il grande pubblico scopre con orrore questo buio capitolo legato alla creazione del Canada moderno, con l’esumazione di resti umani da fosse comuni, situate attorno agli istituti religiosi. Episodi traumatici che in realtà si estendono ben al di là delle frontiere nazionali. “Si tratta anche di una storia europea, e di una storia svizzera”, sottolinea Manuel Menrath: infatti, fra i missionari che  nel XIX secolo hanno contribuito a sradicare la cultura indigena c’erano anche monaci provenienti da Einsiedeln, da Nidvaldo, o da Ginevra.

Manuel Menrath, qual è stato il ruolo dei missionari svizzeri nell’America del Nord?

Esiste un legame diretto fra la ‘Kulturkampf” in Svizzera e in Europa, e le attività missionarie nel Nord America. Messi sotto pressione in patria dalla separazione del religioso dal politico, i monaci fuggirono negli Stati Uniti, e più tardi in Canada. Paradossalmente nel liberalismo nord americano, in cui la separazione Stato- Chiesa era più avanzata, trovarono un terreno fertile alle loro missioni.

Chi erano questi missionari svizzeri?

Martin Marty, partito dalla Confederazione nel 1860, è una delle principali figure. Ha costruito in Canada un monastero ancora più grande di quello di Einsiedeln, da cui proveniva. Ci fu Johan Dolder, un ecclesiastico del Canton Lucerna vissuto nel monastero di Engelberg. Il monaco ginevrino Louis Rabel. O ancora dei monaci del convento Maria Rickenbach nel canton Nidvaldo. Ma non si tratta soltanto di una storia cattolica: “La società delle missioni di Losanna”, protestante, attiva fra il 1983 e il 1945, si era fissata come obiettivo la conversione degli autoctoni del Canada e dell’America del Nord.

Quale influenza hanno esercitato nella storia coloniale di quelle terre?

Negli Stati Uniti erano almeno una cinquantina. In Canada il loro ruolo è meno conosciuto. I missionari erano in difficoltà nel relazionarsi con gli autoctono canadesi. Hanno allora cominciato a costruire scuole allo scopo di renderli sedentari e poterli controllare. Hanno così contribuito a gettare le basi di un sistema destinato ad annientare la cultura indigena.

Cosa ha scoperto nei colloqui con gli autoctoni?

Ci sono ancora circa 8.000 persone ancora in vita e che hanno soggiornato in un pensionato. Si auto-definiscono “sopravvissuti”, e questo già spiega molto della sorte che era riservata ai piccoli ospiti. Le storie che raccontano sono atroci, quasi inimmaginabili. I bambini venivano sottratti alle famiglie. Si tagliavano loro i capelli. Gli si proibiva di parlare la loro lingua. Una donna mi ha raccontato di essere stata picchiata così forte da aver perso l’udito da un orecchio. Un’altra di aver subito violenza da un prete dopo essere stata legata sulla sedia di un dentista. Per punire i minorenni, gli insegnanti infliggevano loro scariche elettriche, fino al punto di farli svenire. Un uomo mi ha mostrato le bruciature di sigarette sulla schiena. Altri raccontano la storia di bambini catturati durante un tentativo di fuga, e che non sono mai riapparsi.

Qual era il principale obiettivo delle “scuole residenziali”?

Si trattava di scuole statali, il cui obiettivo, fissato dalla legge, era l’educazione delle popoli autoctoni. In realtà, si trattava di un’operazione per l’annullamento della cultura indigena. Si pensava che sottraendo i bambini nativi dal loro contesto si sarebbero integrati nella società dominante. L’obiettivo, comunque, non era quello di farne delle élite, ma della mano d’opera a buon mercato

I suoi interlocutori le hanno parlato di violenze commesse da insegnanti svizzeri?

Fra loro diversi mi hanno raccontato di aver avuto insegnanti svizzeri, senza tuttavia associarli a particolari atti di violenza. Ma il semplice fatto che degli Svizzeri abbiano operato in quelle scuole significa che hanno contribuito a un sistema ‘genocidario’

Perché le fosse comuni vengono scoperte soltanto ora?

Gli autoctoni si battono da tempo per scoprire la verità sui figli scomparsi. La ‘Commissione verità e riconciliazione’ (CVR) ha pubblicato nel 2015 un rapporto spaventoso, che denunciava maltrattamenti e sparizioni. Ciò che mi ha colpito, è il numero elevato delle scoperte. E ancora non si è terminato….Tutto questo riapre profondi traumi. Al tempo stesso però si tratta di un lavoro necessario per la ricostituzione della memoria. Che gente di tutto il mondo si commuova e si rattristi per questi orrori, consente di al dolore di esprimersi. La particolarità di questo mio lavoro di ricerca sta nel fatto che le vittime siano ancora in vita e sono profondamente segnate. Tra gli autoctoni del resto si registrabo tassi di suicidio molto più alti della media, così come per povertà, alcolismo e tossicodipendenza.

Qual è la responsabilità della Svizzera?

In quanto Stato la Confederazione non ha responsabilità particolari. Tuttavia non dobbiamo credere che questo problema sia un problema che riguardi solo Stati Uniti e Canada: dei coloni svizzeri hanno contribuito all’imperialismo e alla cancellazione delle culture indigene. Tuttavia non ne siamo coscienti. Un esempio che dice molto: nel volume di riferimento per la geografia delle scuole secondarie, nella Svizzera tedesca, l’episodio che concerne la vita degli Inuits in Canada nemmeno menziona le riserve della popolazione nativa, l’esistenza delle “scuole residenziali”, dei trasferimenti forzati, nemmeno lo sterminio degli autoctoni. Si presenta un’immagine romantica e lontano dalle realtà di questo paese.

Da Le Temps, 6 luglio 2021
Nell’immagine il missionario svizzero Martin Marty con due sacerdoti davanti ad un collegio nel Dakota del Sud (
archivio privato dello storico Manuel Menrath)


Giorgio Mainini – ‘Adesso Basta’ lo dico io!

Mentre aumenta il numero degli appartamenti sfitti le gru crescono ovunque 

Una settimana fa, mentre il Signor Sindaco, una Signora Municipale e tre Signori Municipali erano interrogati da cinque Signori Magistrati (e il Signor Renzetti parlava delle difficoltà della Signora Società Calcistica di Lugano, di cui niente mi può interessare meno), ero andato a farmi un giretto in motoretta. Come già altre volte in passato, frammenti di pensieri che vagavano nella mia testa sono precipitati come particelle sospese in un liquido. Ecco la forma che hanno assunto.

Premesso che l’articolo 292 del Codice di procedura penale recita “Disobbedienza a decisioni dell’autorità: Chiunque non ottempera a una decisione a lui intimata da una auto­rità competente o da un funzionario competente sotto commina­toria della pena prevista nel presente articolo, è punito con la multa.”, il Signor Sindaco, la Signora Municipale e i Signori Municipali hanno tutti i diritti di stare ben zitti su che cosa hanno dichiarato. L’altro punto di vista, il mio, che vale quel che vale, è questo: il Signor Sindaco, la Signora Municipale e i tre Signori Municipali non sono nati tali, ma lo sono diventati per elezione popolare. Di conseguenza We the People dovremmo pur avere il diritto di sapere che cosa è davvero successo la notte del macello all’ex macello. Perché, come direbbe qualcuno, parte delle loro entrate proviene da imposte e tasse che i cittadini (il popolo, la gente, nümm, altre varianti) pagano con bella disponibilità d’animo. E alla cittadinanza si deve quel rispetto che finora non è apparso. È dal 29 maggio, data dell’intervento delle ruspe, che assistiamo all’indecente balletto delle notizie a spizzico e contraddittorie: abbattuto per l’invasione dell’ex Vanoni, telefonata precedente al fatto, non avevamo mai parlato di demolizione, noi avevamo parlato di abbattere solo il tetto, e così via. E poi lo scaricabarile: l’ordine è venuto dalla polizia, no la polizia non c’entra, la polizia agisce secondo i suoi metodi, e così via. Il tutto condito dalla “promessa” di dare chissà quando una sede ai Molinari alla Stampa, quando si sa benissimo che Canobbio si opporrà.

E quindi ‘Basta!’ adesso lo dico io. È ora di fare chiarezza, senza nascondersi dietro al dito del segreto istruttorio, che permette di rinviare alle calende greche una risposta agli evidenti quesiti. Dopo l’interrogazione dei municipali, durata una giornata, che cosa resta ancora da fare? Forse darsi il tempo di trovare di comune accordo il capro espiatorio tra qualche funzionario comunale o agente di polizia troppo zelanti? O tra gli operai che hanno manovrato la ruspa?

Perché, in sostanza, delle due una:

  • o l’ordine di abbattimento di una parte dell’ex macello è venuto da un organo politico qual è il Municipio, e allora la Signora e i Signori succitata/i se ne assumano la responsabilità,
  • o è venuto da organi di altro genere, e allora la Signora e i Signori succitata/i devono dichiarare o di non sapere che cosa fanno i loro sottoposti o di essere stati turlupinati da istanze che, a loro volta, devono assumersene la responsabilità.

In altri tempi e in altre occasioni l’invito a “fare un passo indietro” l’avrebbero espresso più partiti politici e associazioni di vario genere.

Se gli interrogati parlassero nonostante il disposto dell’Art. 292 del CPP potrebbero essere multati: tenendo presente la diffusa abitudine di infliggere sanzioni e multe sospese con la condizionale e la spesso ridicola loro entità si potrebbe procedere a una pubblica raccolta di fondi per aiutare i colpevoli a sopravvivere con immutato tenore di vita.

Qualche altra notiziola:
Il Caffè – Intervista a Paolo Bernasconi sull’ex Macello; “Municipali e Governo non dicono la verità”
Il Caffè: La polizia diede alla municipale un rapporto per i colleghi – Una Relazione a Valenzano prima della manifestazione

E la saga continua.


Molini di sabbia

Mentre aumenta il numero degli appartamenti sfitti le gru crescono ovunque 


E riecco il Grillo guastatore

Mentre aumenta il numero degli appartamenti sfitti le gru crescono ovunque 

È una domanda semplice semplice: può esistere un Movimento 5 stelle senza Beppe Grillo? In questo interrogativo per ora ancora inevaso c’è tutto il tormento di quello che da dal voto del 2018 è il maggior schieramento italiano; c’è lo scontro tra il menestrello votato alla politica e il principe del trasformismo Giuseppe Conte; c’è insomma un pezzo di futuro politico italiano.

O ‘l’elevato’ – come lo stesso comico che non fa più ridere si definì prima di salire alla corte di Draghi – oppure l’uomo che lui stesso aveva scelto prima come premier di due governi che sembravano un ossimoro e poi come il salvatore di un Movimento in caduta libera nelle urne (regionali, municipali, europee) e nei sondaggi?

Ma è una vecchia storia quella del menestrello inventore del ‘vaffa’, motore di una contestazione popolare decisamente più solida dell’Uomo qualunque della meteora Guglielmo Giannini (quello del ‘non rompeteci più le scatole’), e inventore immaginario di rinnovamenti sempre falliti.  Soprattutto, simbolo paradossale di un movimento nato dal basso ma allo stesso tempo creato e sempre gestito dall’alto: grazie allo slogan-pretesto di una democrazia diretta ma nei fatti rigidamente controllata e indirizzata nei meandri di una rete privata (Rousseau) per la quale non si capì mai se premiasse il profitto (suo) o il giovamento politico.

Tutto questo, e altro ancora, anche nei genuini sforzi di rinnovamento della società italiana, è stato Grillo. Che, di fronte alla dura legge e alle contraddizioni del governare, ha poi assistito, fra l’impotente e lo svogliato, al progressivo sfarinamento ideologico della sua creatura. Per molti aspetti diventata come e peggio degli altri: nulla che assomigliasse all’urlato proposito di aprire il Palazzo ‘come una scatoletta di tonno’, e tutto o quasi studiato per il mantenimento delle posizioni di potere. Inghiottendo ogni cosa, anche la perdita di 47 parlamentari passati ad altri scranno a Montecitorio e Palazzo Madama. Nella prima fase accettando un documento programmatico che per metà doveva inglobare le pretese della Lega (grandi opere, pipeline, trafori, facili pre-pensionamenti, politica anti-immigratoria, crudeltà dei porti chiusi); nella seconda l’alleanza col Partito democratico, ex nemico pubblico numero uno dei penta-stellati, ma in realtà di più agevole convivenza, grazie all’inconsistenza programmatica, e al desiderio di rimanere sempre e comunque al governo, di un centro-sinistra impalpabile e sempre più lontano dalle tute operaie dei Cipputi. In mezzo il democristiano Giuseppe Conte, in qualche modo graziato, almeno nella prima parte dell’esperimento, dall’emergenza e tsunami Cvid-19.

Quindi, la terza piroetta: il sostegno all’uomo del “Whatever it takes”, il Mario Draghi “salvatore” di un’Europa prima osteggiata dagli stellati, il premier che ha limato gli ultimi moti ribellistici di chi, anche se esponente di governo, andò a sostenere pubblicamente la peggior parte, criminogena e fascistoide, dei ‘gilet gialli’ francesi. Una ulteriore ‘normalizzazione’ ammantata e giustificata ai ‘grillini grulli’ – pilotati in un ennesimo referendum pretesto – dal grande progetto della trasformazione ecologica di cui l’ex comico si attribuì abilmente il gran merito, come un gigantesco copricapo di piume dei capi tribù pellerossa.

Una creatura politica che Beppe Grillo ha sempre diretto o etero-diretto, anche quando sembrava deciso al ritiro, al ritorno alle origini, a ricalcare anche senza la verve di un tempo scene non più politiche. Poteva allora lasciare a Conte il timone di una barca finita ampiamente sotto la linea di galleggiamento? Figurarsi. Ed infatti rieccolo – anche dopo l’angosciata ma anche volgare, patetica e controproducente video-difesa del figlio accusato di stupro -, rieccolo di nuovo nel suo ruolo preferito, quello del guastatore di un introvabile rinnovamento. Possiamo immaginare cosa diventerebbe un movimento definitivamente ‘normalizzato’ (anche a rischio scissione) dal ‘salvatore’ democristiano. Ma oggi cosa sarebbe un grillismo ancora e sempre a guida Grillo?


La sfiducia che minaccia il sogno di Xi Jinping

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L’insolito discorso combattivo di Xi Jinping, l’ostentazione di forza visti il 1. luglio a piazza Tiananmen in occasione dei 100 anni del partito comunista cinese (PCC), sono per molti la prova della crescente fiducia della Cina in sé stessa e nel proprio operato, di fronte alle critiche e alle pressioni del mondo. Per altri è invece un segnale del bisogno di flettere i muscoli e galvanizzare il suo popolo, le giovani generazioni in particolare, che stanno perdendo interesse nel partito.

Il partito comunista cinese aveva solo 13 membri nel 1921, quando venne fondato; ne conta oggi 95 milioni e controlla in pratica ogni aspetto della vita all’interno del Paese. Fatti che non dovrebbero preoccupare chi sta al comando, invece per alcuni analisti uno degli elementi più indicativi del discorso di Xi è stato l’appello ai giovani affinché sostengano gli obiettivi nazionali, in un momento in cui la mancanza di ambizione e di partecipazione alla vita pubblica, allarma Pechino.

All’inizio del 2021, il Ministero della Pubblica Istruzione ha lanciato una campagna educativa con l’obiettivo di rafforzare la fedeltà dei giovani al partito. Sono ben precise le linee guida nel curriculum delle scuole primarie e secondarie. Un’iniziativa che tradisce una certa ansia per la conservazione dei cosiddetti “geni rossi”, delle credenziali rivoluzionarie e della legittimità del partito.

Non ci sono dubbi che negli ultimi 40 anni, il PCC abbia migliorato il tenore di vita del popolo più di qualsiasi altro governo in 4.000 anni di storia cinese. Il gigante orientale ha una classe media di 300-400 milioni di persone. Per questo il sostegno per le autorità rimane alto, ma ci sono crepe nel sistema, che preoccupano il Presidente Xi Jinping, anche Segretario Generale del partito.

Con un tasso di natalità in declino, la crescita economica incerta e la frustrazione per lo stress accumulato durante la ricerca di una “vita migliore”, molti giovani hanno perso fiducia nel partito. Pochi sanno che in Cina il tasso di suicidi o di tentati suicidi è tornato ad alzarsi, specialmente tra i giovani. Le pressioni scolastiche e professionali sono tra le cause principali ed indicano un disagio profondo, in contrasto con quella prosperità senza precedenti, celebrata da Xi.

Malgrado la forte censura che impedisce di sapere quale sia la vera storia del partito o cosa succeda dentro e fuori il Paese, le nuove generazioni sono sempre più informate e consapevoli delle possibilità e dei valori che esistono altrove. C’è anche malcontento per l’inasprimento della sorveglianza sotto il controllo di Xi, che continua ad accumulare potere. I suoi pensieri sono stati incorporati nel partito e abbandonando il tradizionale mandato di leadership di dieci anni, ha distrutto la fiducia nello stesso sistema.

Sono i giovani che per mesi hanno sfidato Pechino nelle strade di Hong Kong, così come furono i giovani a chiedere riforme politiche nel 1989, un confronto che sfociò nel massacro di Piazza Tiananmen, che la Cina ha cancellato da tutti i libri di storia. Ecco perché c’è il bisogno di “metterli in riga”, prima che possano ribellarsi agli ideali con cui Xi intende continuare a governare.

Se il partito ha cercato di fare appello all’idealismo giovanile, a fare notizia in Occidente è stato il monito rivolto al mondo: “Chi farà il bullo con noi troverà una grande muraglia d’acciaio forgiata da 1,4 miliardi di persone” ha detto Xi, in un chiaro riferimento agli Stati Uniti, con cui le tensioni rimangono alte. I media internazionali si sono soffermati su queste parole per ricordare il pericolo e le contraddizioni del gigante cinese, basti pensare a quanto avviene a Hong Kong o alle ostilità con Taiwan.

L’ascesa della Cina rimane fonte di ansia per l’Occidente. La retorica anti-cinese di Donald Trump, che ha spesso rasentato il razzismo, è stata sostituita dal tono più costruttivo di Joe Biden, ma gli attriti di fondo rimangono sulle questioni di potere e sulla visione del mondo. Rimane il mistero attorno al Presidente cinese, così come la mancanza di fiducia, una parola chiave sia nelle relazioni esterne, che nelle dinamiche interne.

La Cina è sulla buona strada per diventare dominante a livello economico e forse anche militare. L’Occidente pensava che tale crescita sarebbe stata accompagnata dalla liberalizzazione politica, ma le parole di Xi, il tono e tutti i simbolismi dell’evento, a cominciare dall’abito in stile Mao, confermano quanto l’Occidente si sia sbagliato su questo punto.

Nella Cina di Xi, il sistema è plasmato dalla paura, non dalla fiducia. Sebbene Pechino usi parole forti contro i suoi detrattori, è forse più preoccupata della potenziale sfiducia dei suoi giovani, che di quella dell’Occidente, che ha bisogno del mercato cinese.

È difficile sapere se il discorso di Xi Jinping abbia convinto i giovani scettici che vuole fidelizzare o rischia di giocare contro la sua guida e quindi la realizzazione del suo sogno: una Cina invincibile e riunificata, con Macao, Hong Kong e Taiwan sotto il governo diretto di Pechino entro il 2049.

Immagine: reinhold möller CC-BY-SA


Ex macello: i poliziotti non credono all’azione autonoma

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Gli agenti e i poliziotti non ci stanno a fare da capro espiatorio nella vicenda dell’ex macello di Lugano per colpe (supposte) altrui. Dato che i vertici delle nostre forze dell’ordine, come la politica del resto, si sono chiusi in un assordante silenzio, è a loro, quelli che sempre sono sulle strade e sempre obbediscono agli ordini, che ci siamo rivolti per cercare di capire cosa pensino dei fatti successi a Lugano nella notte tra sabato 29 e domenica 30 maggio all’ex macello di Lugano e sondarne l’umore. Non è certo un sondaggio rappresentativo, ma da quello che abbiamo potuto appurare parlando con numerosi di loro, tra gli agenti regna lo sconcerto e l’incomprensione, con punte di malcelata rabbia.

Non siamo a poliziotti sull’orlo di una crisi di nervi, ma di sicuro fra le fila degli agenti il malumore serpeggia assai. Sgombriamo ogni dubbio: non per quanto fatto sabato 29 maggio – praticamente nessuno ha mostrato comprensione per le ragioni dei molinari – ma appunto per come è stata gestita la faccenda dai loro superiori e, soprattutto, dalla politica. E così diversi parlano e si sfogano, ovviamente a condizione che venga loro garantito l’anonimato più assoluto.

Andiamo con ordine. Prima pillola per loro indigesta, i rinforzi vodesi, inutili per molti. “Hanno organizzato la giornata come se dovessimo affrontare chissà che – ci ha spiegato un agente – quando sapevamo benissimo che sarebbero stati due o trecento al massimo (i dimostranti, ndr.), di cui pochi potenzialmente violenti”. Un eccesso di prudenza da parte di Municipio e vertici di polizia che non è andato giù a tutti, poiché “se non riusciamo a tenere sotto controllo da soli una manifestazione del genere, abbiamo sbagliato mestiere!”, ha sbottato un altro. O i vertici non li ritengono abbastanza preparati per adempiere a questo compito, si chiedono borbottando i più?

L’occupazione di via Simen

Ma cosa è veramente successo quel sabato? Secondo più testimoni la polizia sapeva benissimo che dopo la manifestazione alcuni ragazzi avrebbero occupato (simbolicamente e temporaneamente secondo i molinari) lo stabile della Fondazione Vanoni in via Simen. Del resto impossibile che non lo sapesse, visto che ne parlava tutta la piazza. Dunque ne saranno venuti a conoscenza anche gli agenti infiltrati tra i manifestanti – tutti i nostri interlocutori danno per certo che ci fossero – e che di conseguenza avranno riferito a chi di dovere cosa bolliva in pentola.

Perché allora non prevenire l’occupazione, magari piantonando con qualche agente l’edificio Vanoni prima dell’arrivo dei dimostranti? Perché, così ci è stato spiegato, “l’ordine era di intervenire solo in caso di comprovata necessità”, ossia a cose avvenute. E così è stato. Nessuno si spinge a dire che il casus belli è stato creato apposta, o è stato lasciato creare, ma molti affermano che si poteva agire altrimenti, prevenendo l’occupazione più che reagendo ad essa.

Alcuni, sia detto per onestà di cronaca, hanno comunque giustificato o per lo meno mostrato comprensione per quanto fatto (o non fatto, a seconda dei punti di vista) dai superiori spiegandoci che è molto meglio contenere e bloccare qualcuno in un edificio che impedirgli di entrare e magari scatenare una risposta violenta in strada. Sarebbe insomma stata applicata la regola del supposto minor danno. Plausibile, ammettiamolo.

“Il bello deve ancora venire”

Poi vi sono stati lo sgombero e la demolizione dell’ex Macello, e qui le cose si ingarbugliano e le bocche in alcuni casi si tacciono o parlano per sottointesi (in fondo, indicativo anche questo). Tutto sommato però la sequenza degli avvenimenti è chiara. “Abbiamo ricevuto l’ordine di sgomberare lo stabile, abbiamo chiesto e ricevuto conferma e abbiamo fatto quello che dovevamo fare senza praticamente alcun serio problema”, così il racconto sintetico di un agente sul posto. Ordinaria amministrazione, insomma.

Senonché uno dei poliziotti presenti ci ha detto che a sgombero avvenuto è stato loro raccomandato di tenere alta l’attenzione, “perché il bello deve ancora venire, ho sentito dire a un certo punto (o una frase del genere). Allora ho pensato che si aveva paura del ritorno dei molinari, che avrebbero tentato di rientrare magari con la forza, ma adesso non ne sono più così sicuro, anche se voglio crederlo”. Purtroppo per lui, le informazioni emerse in queste ultime settimane lasciano poco spazio alla sua speranza.

“Discussi tutti gli scenari”

La frase sentita dal nostro agente sarebbe comunque un ulteriore tassello a dimostrazione che la polizia aveva preparato la demolizione dello stabile. La domanda quindi è sempre la solita, quella cui un giorno speriamo sia data una risposta definitiva: ha agito in modo autonomo, scavalcando tutto e tutti, oppure per ordine dell’autorità politica, qualunque essa sia?

Nel corpo la prima ipotesi scatena lo sdegno, riassunto in modo esemplare e molto diretto da un ex graduato in pensione: “Nel corso della mia carriera non ho mai avuto una grande considerazione dei vertici (del corpo, ndr.), ma una cosa del genere non posso neppure immaginarla: per me è impossibile che abbiano agito senza un ordine diretto! Bisognerebbe essere davvero c… per farlo!”.

Per lui, e per tutti gli agenti che hanno parlato, vi è un’unica certezza, cui si aggrappano quasi disperatamente: tutti obbediscono agli ordini che qualcuno ha dato, e questo vale – deve valere – sia per i capi che per l’ultimo arrivato. La catena di comando e la sua intrinseca correttezza non possono essere messe in discussione, pena la frantumazione dei fondamenti e dell’etica su cui si basa il corpo di polizia. Qualsiasi corpo di polizia.

Del resto è cosa nota che vi sono state riunioni preparatorie tra il Municipio di Lugano e la polizia, ed è per loro evidente che in queste riunioni “per principio e prassi – è sempre il nostro ex graduato che parla – tutte le opzioni vengono messe sul tavolo e tutti gli scenari valutati”. Tutti? “Tutti, anche i più improbabili”. E qui si tace.

“I politici non potevano non sapere”

Insomma, secondo i numerosi agenti interpellati l’ordine di demolire l’ex macello può essere stato dato e/o avallato solo dai diretti superiori dei loro capi: i politici. Fermi alla versione data dal Municipio il giorno dopo la demolizione (un’operazione pianificata benissimo e portata a termine con rigore e competenza, dichiarò il sindaco prima che iniziasse il valzer delle versioni), la maggioranza dei nostri interlocutori è convinta che le cose siano andate così: l’ordine di demolire l’ex macello è stato preso in pieno accordo con l’autorità politica, perché appunto “i politici non potevano non sapere”.

Questione anche di credibilità. “Se si scoprisse che siamo noi i primi a violare le regole, con che faccia vado a sanzionare le persone che commettono un’infrazione?”, si è infatti chiesto un agente. Bella domanda; questa pure attende una risposta.

Impossibile naturalmente, dato il silenzio stampa generale (Municipio, capo del Dipartimento cantonale delle istituzioni e vertici della polizia), sapere quando le riunioni preparatorie per l’ex macello si siano tenute, cosa è stato detto e chi vi abbia partecipato. Alcuni impiegati dell’Amministrazione comunale ci hanno comunque spiegato che la prassi prevede che vi partecipino il o i municipali interessati, i capiufficio e i tecnici necessari (eventualmente altre persone esterne) e in casi particolari – e questo nessuno ha il dubbio che lo fosse – il sindaco. Dunque sicuramente Michele Bertini prima e Karen Valenzano Rossi poi assieme ai vertici della polizia comunale e di quella cantonale (e/o alle persone da loro delegate in comando), molto probabilmente il sindaco. Altri non si sa. Anche su questo si attendono delucidazioni.


Quando se ne va un’icona

Mentre aumenta il numero degli appartamenti sfitti le gru crescono ovunque 

C’è davvero qualcosa di straordinario nel cogliere, in una notizia triste come quella della scomparsa di Raffaella Carrà, una sorta di “brivido malinconico” che attraversa improvvisamente la storia della cultura, del costume, dello spettacolo italiani nati con il boom economico e lo splendore dei mitici anni ’60.

Proprio nel 1960 Raffaella Pelloni, diciassettenne emiliana doc, ottiene il diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, realizzando il sogno di una ragazza che da bambina, come ebbe a raccontare, aveva avuto una vita non certo facile: “Io sono cresciuta senza un padre. Era danaroso ma troppo playboy e mia madre divorziò nel 1945. Oggi, quando si parla delle adozioni a coppie gay ma anche etero, faccio un pensiero: ‘Ma io con chi sono cresciuta?’ Mi rispondo: con due donne, mia madre e mia nonna. Facciamoli uscire i bambini dagli orfanotrofi, non crescono così male anche se avranno due padri o due madri. Io le ho avute. Sono venuta male?“, raccontò al settimanale Il Venerdì di Repubblica.

Un’infanzia particolare, retrospettivamente rivendicata in modo chiaro e per nulla conformistico nella sua specificità ci può già dire molto di quello che le permetterà poi  di diventare una sorta di “detonatore benefico” dell’abbattimento di molti pregiudizi morali e sessuali dell’Italia di quegli anni.

Dopo gli inizi nel cinema che la portano ad affiancare persino Frank Sinatra nel film “Il colonnello Von Ryan”, nel 1965, è soprattutto con la televisione che, diventata Carrà, ha saputo a poco a poco creare una propria immagine aderente al sentire comune, all’idea di bellezza, leggerezza e di umanità, amata trasversalmente dal pubblico di ogni età, adorata ed imitatissima persino da tanti “artisti” della comunità LGBT.

Un successo, il suo, che diventa travolgente a cominciare dalle prime serate di “ Canzonissima” in cui entra nella storia del costume italiano proprio per il “costume di scena” che si poteva (come infatti è stato) anche moralisticamente denunciare, così tutto focalizzato in quell’ombelico in bella mostra, come non si era mi visto prima in uno spettacolo televisivo; un ombelico che lei stessa definì “a forma di tortellino”, riconducendo dunque la sua “provocazione” alle dimensioni popolane e popolari di rara consapevolezza autoironica, che ne ha fatto un personaggio mai volgare, magari solo un po’ malizioso, dentro quelle sgargianti tutine aderenti mozzafiato a fasciare la figura snella e slanciata di una soubrette diventata presto professionista impareggiabile nel gestire ospiti e pubblico.

Il suo rapporto con il pubblico è sempre stato un rapporto autentico, diretto, costruito su una non comune capacità d’ascolto;  quello di una “diva” che sapeva rispondere alle sollecitazioni e agli ammiccamenti (alla Sordi, in un leggendario “tuca tuca”, per esempio) con la propria inconfondibile risata, che accompagnava con un movimento della testa all’indietro tanto naturale quanto fissato, per sempre, nella memoria collettiva degli spettatori.

E poi, con il pubblico, la Carrà ha avviato un tipo di contatto nuovo dentro un contenitore pomeridiano, “Pronto Raffaella” diretto da Gianni Boncompagni,  che non ha certo preso alla leggera, che non ha certo ritenuto “punitivo”, ma che ha anzi elevato a vero programma di servizio e di svago (si pensi al celebre gioco “Indovina quanti fagioli ci sono nel barattolo di vetro?”), raggiungendo risultati d’ascolto mai visti né mai più raggiunti.

E che dire della tv dell’emozione di “Carramba che sorpresa”? La Carrà inventa un genere, che avrà poi abbastanza rapidamente le sue derive, ma che in mano a lei, alla sua leggerezza e sensibilità non passa mai la misura di una “buona televisione di servizio verso il pubblico”, quella del grande intrattenimento di qualità,  con cui “carrambata” entra di diritto nel vocabolario italiano e in cui la Carrà ha saputo portare un’esperienza unica di chi ha calcato scene e percorso studi televisivi internazionali, negli Stati Uniti così come in Spagna e nel Sudamerica, dove è stata a lungo una primadonna, proprio come in patria.

Una primadonna, un mito, un’icona, eppure, per tutti e prima di tutto una donna capace di emanare un’energia ed una vitalità incredibili, anche quando doveva nascondere tristezze e dolori della vita privata. Con il titolo “Amore”, nel 2006, presenta un programma dedicato alle adozioni a distanza: coinvolgendo il pubblico ottiene il risultato incredibile di aiutare ben 130.000  bambini del Terzo Mondo.

Negli ultimi anni si era “concessa” una presenza come giudice in un dei tanti “talent show” (The Voice of Italy) ma quel tipo di televisione non era (più, o mai stato) il suo. E infatti, la sua ultima fatica televisiva l’ha vista nuovamente in veste di interlocutrice attenta, partecipe, intelligente, nell’incontrare altri personaggi celebri della tv italiana ritratti nel loro privato: nella serie “A raccontare comincia tu”, ha offerto con tutta la sua umana empatia, una serie di incontri originali con Renato Zero, Sofia Loren, Riccardo Muti, Luciana Littizzetto, Paolo Sorrentino (ah, “La grande bellezza” da premio Oscar con quel tormentone “A far l’amore comincia tu” che era stata, appunto, una delle sue canzoni più note e provocatorie).

Per cercare di capire fino in fondo le ragioni di tanto successo, verrebbe la tentazione di evocare, solo per un momento, il celebre saggio di Umberto Eco intitolato “Fenomenologia di Mike Bongiorno” (1961), il primo esempio di raffinata critica televisiva in cui il noto semiologo e scrittore osserva come il successo del presentatore consista nella sua “mediocrità” o, meno brutalmente, “medietà” che non fa sentire inferiore a lui nessuno spettatore, e verrebbe da chiedersi se vi possa anche essere una possibile “fenomenologia di Raffaella Carrà”.

Certo sarebbe ben diversa e in realtà vi si è esplicitamente misurato, in una sorta di strano esperimento-istallazione, l’artista Francesco Vezzoli, proponendo alla Fondazione Prada nel 2017 una rassegna dei celebri programmi della Carrà raccontati come fossero cartine di tornasole delle trasformazioni in atto in Italia, fra gli anni ‘70 e ’80, nell’ambito dei comportamenti sociali, della sessualità e della moralità.

È vero, la discografia di Raffaella Carrà è punteggiata da tormentoni di successo piuttosto banali, con velati accenti pruriginosi, eseguiti con danze sinuose e presi molto sul serio, con tanto di pubbliche reprimende, dall’Italia cattolica e bacchettona di allora: si pensi solo a “Com’è bello far l’amore da Trieste in giù”.

Nell’immagine: Raffaella Carrà intervistata dalla TSI in veste di attrice


Quante vite vale un punto del PIL?

Mentre aumenta il numero degli appartamenti sfitti le gru crescono ovunque 

La notizia è clamorosa: il Dipartimento federale delle finanze si rifiuta di rendere pubblici i documenti sui quali il Consiglio federale avrebbe deciso come affrontare la pandemia. Clamorosa perché i documenti sono stati negati anche a Adrian Lobsiger, incaricato federale per la protezione dei dati. Lo rivela oggi la Radiotelevisione Svizzera tedesca.

Tutto è nato da una dichiarazione di Ueli Maurer, intervistato il 21 novembre dello scorso anno, in una Samstagsrundschau di Radio SRF, sulle misure adottate dal governo per affrontare la pandemia: “Abbiamo deliberatamente preso un certo rischio perché abbiamo soppesato gli interessi in gioco” aveva dichiarato Maurer in quell’occasione. Güterabwägung è la parola utilizzata da Maurer, che si potrebbe tradurre con analisi costi-benefici.

Avvalendosi della legge sulla trasparenza, un radioascoltatore aveva chiesto al Dipartimento di Maurer di conoscere i documenti alla base di questa valutazione e, dinanzi al rifiuto, si era rivolto all’Incaricato federale per la protezione dei dati, che in questi casi dovrebbe avviare una procedura di conciliazione. La procedura si è però subito arenata quando anche a Lobsiger è stato negato l’accesso alla documentazione. Il Dipartimento accampa ragioni formali: si tratterebbe di documenti interni al Consiglio federale che non soggiacciono alla Legge sulla trasparenza. Un “colpo basso” ha reagito Adrian Lobsiger, secondo il quale “ci sono ancora forze nell’amministrazione federale che non hanno fatto i conti con la Legge sulla trasparenza”, accusa ovviamente respinta dal Dipartimento di Maurer, secondo il quale si tratta di un’eccezione espressamente prevista dal legislatore.

Ma non è la diatriba tra Incaricato alla protezione dei dati e Dipartimento delle finanze che mi interessa e tanto meno i cavilli giuridici attorno ai quali si accapigliano. Dal mio punto di vista, clamoroso, per non dire vergognoso, è il fatto di negare all’opinione pubblica il diritto di conoscere le ragioni che hanno portato a scelte che si sono tradotte nel sacrificio di migliaia di vite umane.

Perché i costi li conosciamo: a fine settembre 2020 si contavano in Svizzera 1783 decessi, erano 2037 a fine ottobre, 4445 a fine novembre, 7082 a fine dicembre. Più di cinquemila morti in tre mesi, eccoli i costi. Una cifra spaventosa che si è ulteriormente appesantita nei mesi successivi, per arrivare ai 10350 decessi dell’ultimo rapporto settimanale dell’Ufficio federale della sanità pubblica. Morti in larga parte dovuti alle scelte del Consiglio federale, che in autunno ha scientemente deciso di lasciar campo libero alla pandemia come evidenziano questi grafici tratti dallo stesso rapporto.

Non conosciamo per contro i benefici che hanno spinto il Consiglio federale a sacrificare queste persone. Non conosciamo i criteri usati per calcolare i benefici. Non conosciamo studi e scenari dai quali sono stati ricavati i dati messi sull’altro piatto della bilancia, quando si è deciso deliberatamente di prendere un certo rischio, per dirla con le parole di Ueli Maurer.

Ed è questo che, secondo me, avrebbero diritto di sapere la popolazione svizzera, i padri e i figli, le mogli e i mariti dei deceduti, coloro che hanno lottato tra la vita e la morte in un reparto di cure intensive, coloro che a fatica riuscivano a respirare grazie all’ossigeno, coloro che ancora oggi risentono degli strascichi della malattia per effetto del cosiddetto Long Covid.

Quante vite vale l’ipotetico punto del prodotto interno lordo che il Consiglio federale ha voluto salvare?

A me sembra lecita la domanda e doverosa la risposta.

Nell’immagoine il sito di SRF con il servizio di Samstagsrundschau