


foto © Marco D’Anna
– Sei convinto, Lou?
– Non lo sono affatto, Jack, ma abbiamo bisogno di lavorare, siamo al verde.
– Allora accettiamo questo schifo di contratto che ci bloccherà qui per due anni per un pasto caldo e un mucchio di stronzate da digerire ogni giorno?
– Non fare lo schizzinoso, Jack, che altro possiamo fare?
Silenzio. In lontananza si sente il fischio di un treno.
– Hai intenzione di rispondere, Jack, siamo in ritardo. Andiamo?
Silenzio.
– A che stai pensando, Jack? Ti conosco, sputa il rospo, che ti salta in testa?
– Hai sentito quel treno?
– E allora? Vuoi montare su un treno come i tuoi vagabondi di Steinbeck?
– No, ma mi ha fatto pensare a una canzone.
– Sarebbe?
– “Folsom Prison Blues” di Johnny Cash.
– Continua.
– Parla di un detenuto che sente passare un treno e si ricorda del momento in cui ha sparato a qualcuno soltanto per vederlo morire.
– Adesso vuoi sparare a qualcuno, Jack?
– No, Lou. Ma non voglio infilarmi da solo in una prigione per poi sperare di sentire il fischio di un treno che mi ricorderà per sempre la libertà che ho perso.
– E allora?
– Metti in moto, ci facciamo un altro pezzo di strada.
– Abbiamo poca benzina.
– Tu punta la Route 66, vedrai che arriveremo in un bel posto.
Dopo tanti anni di viaggi, Marco & Marco non potevano fermarsi. Abbiamo deciso di ripartire attraverso l’Immaginario, del resto lo diceva Saramago, “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione…” Ecco quello che faremo, torneremo per vedere con altri occhi… se volete potrete partire con noi.
Sulla Piazza federale, oggi, 15’000 cittadine e cittadini hanno fatto sentire forte e chiaro il loro no alla prevista riforma dell’AVS (AVS 21), che danneggerebbe ulteriormente una categoria già penalizzata e discriminata. Tutte le ragioni di questo no nella sintesi di una conversazione con Chiara Landi, presidente delle donne USS (Unione sindacale svizzera).
Una premessa è doverosa: non sono un esperto di questioni sindacali e non conosco personalmente Nando Ceruso. Sono un cittadino che cerca di stare attento a quanto succede, con i miei limiti e le mie preoccupazioni circa il futuro economico del Cantone.
Per questo cerco di capire cosa stia capitando da qualche giorno relativamente al caso del nuovo “sindacato” TiSin, dopo la vicenda che lo ha visto stipulare tre Contratti Collettivi di Lavoro che paiono in grave contrasto con l’entrata in vigore, fra pochi mesi, della legge sui salari minimi.
Nel sito di tale “sindacato”, si trova in verità la dicitura “TiSin – Organizzazione per il lavoro in Ticino”: un’insegna che può considerarsi un sinonimo di sindacato, ma anche no. Insomma, non si sa bene. Sta di fatto che ne è presidente Nando Ceruso, personaggio “cresciuto in fabbrica”, fortemente legato ai valori cattolici della Fondazione Monsignor Del Pietro, per molti anni noto, navigato ed influente vice-presidente dell’Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese.
Da qualche anno Ceruso è in pensione, dopo essere stato adeguatamente e pubblicamente omaggiato dalla sua ex-organizzazione, e dunque con più tempo a disposizione per la sua attività di judoka (nientemeno che cintura nera nel Judo Budo Club di Lugano) sia come praticante che come arbitro. Insomma il corpo a corpo, certamente, non lo spaventa.
Forse per questa sua naturale propensione, superata la soglia dei suoi giovanili 70 anni, ha pensato di tornare sul ring (o meglio sul tatami) dello scontro sindacale fondando, appunto, TiSin insieme a tre esponenti della Lega: Sabrina Aldi, Boris Bignasca e Rodolfo Pulino (quello passato con naturale disinvoltura dalle file del Movimento per il Socialismo al Movimento di Giuliano Bignasca).
Già lo scorso anno il quartetto si era presentato, in tutta la sua natura “apartitica” sulle pagine del “Caffè” e Ceruso aveva annunciato che TiSin si proponeva (e si propone, immagino) di “rappresentare quei lavoratori che sono snobbati dai sindacati tradizionali”, quei sindacati, per intenderci, che hanno dirigenti “pagati come dei manager” (forse, mi viene da pensare, lo dice per esperienza, o forse per invidia; o forse non sa cosa dice, io non lo so).
Sta di fatto che già lo scorso anno TiSin sembrava profilarsi, dichiaratamente, come elemento di disturbo rispetto ad una forma di “duopolio” nella gestione delle questioni sindacali da parte di OCST e UNIA. Un’organizzazione, dunque, nata sapendo di dare fastidio, per dare fastidio e per rappresentare un’alternativa all’appiattimento (vero o presunto) della battaglia sindacale di OCST e UNIA, che di fatto hanno concluso in passato un certo numero di trattative CCL sotto i minimi salariali, ma che quegli stessi minimi dicono ora di volerli raggiungere al più presto.
E allora si capisce (mi pare) che la questione sta in una legge, votata cinque anni fa, che entrerà in vigore a dicembre, e che la politica (specie a sinistra) ha gestito di compromesso in compromesso, fino ad arrivare ad una formulazione che prevede in realtà l’esclusione del rispetto del minimo salariale per i contratti in CCL.
Con l’ufficializzazione dei primi esiti dell’attività di TiSin, improvvisamente si scopre che questa organizzazione ha esattamente focalizzato lì, in quella “falla”, il suo (ampio?) margine di manovra.
Insomma, Ceruso non è uno sprovveduto ed ha capito che con la sua esperienza, i suoi contatti nel mondo padronale e qualche amicizia politica, si potrebbe ritagliare una bella fetta di nuovi contratti collettivi, iniqui, ma “a norma di legge”.
Ed ora tutto il fronte sindacale, sdegnato, a sollevare obiezioni e denunce, e i partiti di sinistra a rimpallarsi le responsabilità di questo “malandazzo” dentro una legge che, pur di farla passare, si è annacquata all’inverosimile.
Io non sono un esperto di questioni sindacali, credo che tocchino come poche altre i “nervi scoperti” del nostro orizzonte economico e dei rapporti sociali. Il Ticino, si dice, è sempre più “il Sud della Svizzera”, il Cantone più povero, in cui, con 70.000 frontalieri che ogni giorno varcano la frontiera per lavorarvi (a condizioni fissate da datori di lavoro ticinesi, o svizzeri o autorizzati a farlo da ticinesi o svizzeri), si è ormai di fronte ad un vero problema di “sostenibilità”, specie in una realtà come la nostra in cui il costo della vita è il più alto al mondo.
I “salari minimi” di cui ora stanno tutti parlando, sono davvero minimi, ma anche meno. Sentir parlare di contratti, sempre più numerosi, che prevedono stipendi da 2400 franchi lordi al mese, fa rabbia e tristezza, ancor più quando dal fronte padronale arriva, per tutta risposta, un solo e costante slogan progettuale: “sgravi per i ricchi”.
A me, da incompetente, tutto ciò pare drammatico, grave, complesso, ma soprattutto urgente, perché il Cantone non finisca per tornare ad essere, come nell’Ottocento e inizio Novecento, un luogo da cui emigrare.
E allora, per capire meglio e di più, mi sono messo, martedì, a seguire il dibattito di “Matrioska” su Teleticino, dedicato proprio a TiSin, nel giorno in cui si era svolta una vaghissima conferenza-stampa di Nando Ceruso.
Ebbene, con la moderazione di Marco Bazzi da una parte ho trovato Ceruso affiancato dall’”economista udicino” Pamini, dall’altra due boss sindacali come Gargantini di UNIA e Jelmini dell’OCST, per un dibattito pieno di battibecchi, picche e ripicche, frasi non finite, allusioni, polemiche personali. Che delusione.
Pareva evidente, a me che non sono addentro, che Ceruso dovesse uscire come un “traditore” del proprio passato sindacale, mentre i due sindacalisti fossero, per Ceruso, proprio i “campioni” di quell’appiattimento sindacale fatto di compromessi a catena che hanno portato (in nome dell’elogiatissima “pace del lavoro” evocata da Pamini) alla drammatica situazione in cui si trovano numerose lavoratrici e numerosi lavoratori.
Tutti a rimproverarsi questioni specifiche: “fai i nomi!”, “no, che se tiro fuori le cose che so di voi…” e via di questo passo e tono. Mamma mia. Io volevo solo capire un po’ di più una questione economica e sociale importante. Ho visto qualcosa che assomigliava ad un incontro forse di judo, ma molto meno zen.
Per capire di più dove sta andando l’economia del nostro Cantone cercherò impazientemente un’altra occasione, magari già lunedì, quando l’”affaire” dovrebbe finire oggetto di discussione generale in Gran Consiglio, o quando in Dipartimento, al DFE, si prenderà qualche decisione concordata con la parte padronale.
Resta la sensazione, piuttosto amara, che nel frattempo, fra un litigio televisivo e l’altro, ulteriori nefandezze saranno perpetrate ai danni di chi non parla per non essere licenziato.
Dopo una riflessione durata… dodici anni, le sezioni unite della Cassazione italiana non hanno ritenuto discriminatorio esporre il crocifisso cristiano nelle scuole, demandando la decisione ai singoli istituti e aprendo la via all’esposizione di simboli di altre fedi. Una decisione salomonica, che ha due difetti maggiori: quello di accontentare prima i cristiani, e in subordine i credenti di ogni fede e sponda, lasciando però come al solito inascoltate le istanze di atei e di agnostici; e quello di demandare alla buona volontà di parti irrimediabilmente contrapposte la determinazione finale per i casi concreti, quindi con conflitti (e bei rodimenti di fegato) in prospettiva.
I non credenti (tramite la UAAR, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) hanno sottolineato, felicitandosene, come la sentenza stabilisca che “l’esposizione autoritativa del crocifisso nelle aule scolastiche non è compatibile con il principio della laicità dello Stato. L’obbligo di esporre il crocifisso è espressione di una scelta confessionale [quindi, per precisare, non una simbologia che richiama “trasversalmente” l’identità culturale dell’Occidente] (…); ma nella democrazia costituzionale l’identificazione dello Stato con una religione non è più consentita”.
Come avvenne nel lungo e un po’ surreale dibattito in Ticino sul tema, gerarchie cattoliche e devoti militanti hanno sciorinato le due solite argomentazioni, che tali non sono, solo al fine di depotenziare il dibattito, quasi di ridicolizzarlo. La prima, che il tema sia vecchio e stravecchio, anzi ammuffito, “ottocentesco”; come se la libertà di coscienza e di (non)credenza non sia un argomento sempre fondamentale (basti vedere che cosa succede ora a proposito dei vaccini). La seconda, che l’immagine dell’uomo appeso non sia un simbolo religioso-confessionale, ma una sorta di icona culturale, “l’espressione di un sentire comune radicato nel nostro Paese e simbolo di una tradizione culturale millenaria” (CEI): un’interpretazione che, oltre ad essere espressamente respinta nella sentenza, è a ben vedere piuttosto mortificante per i credenti stessi che vedono il simbolo del loro uomo/dio-morto-per-salvarli ridotta a un’immagine allusiva dello stesso tipo, o poco meglio, della Campbell soup di Warhol o del logo della Cocacola.
Il bisogno psicologico di trovare una ragione a eventi inspiegabili (fino al momento in cui la scienza li spiega, beninteso) ha dato origine a circa tremila divinità, sparse per il mondo e tuttora “in servizio”, la cui dignità mi pare equivalente e non dipende certo dalla diffusione demografica o geografica – con pluralità di mezzi, molti dei quali assai violenti come vediamo ogni giorno e leggendo i libri di storia – delle varie credenze; i cattolici sono non credenti per quanto riguarda duemilanovecentonovantanove di esse. Io ed altri come me lo sono solo per una in più.
Un sistema spregiudicato, disinteressato alle regole e ai diritti degli utenti, ambiguo nelle relazioni internazionali e lontano da un’idea etica. “Facebook: l’inchiesta finale” (Einaudi) delle giornaliste Sheera Frenkel e Cecilia Kang scoperchia una realtà in parte nota e in parte tenuta nascosta, evidenziando come la piattaforma sia diventata un pericolo per la pace e la democrazia.
Poche aziende al mondo hanno avuto lo stesso impatto di Facebook. Non è solo entrato nella vita di miliardi di persone in tutto il mondo, cambiato modi, inventando abitudini e condizionando il linguaggio e la parola. Ma ha anche influito sull’esito delle elezioni in tantissimi Paesi, ha contribuito a disseminare, in mezzo a meme e idiozie, anche false notizie pericolose e contenuti di odio. È diventato uno strumento nelle mani di autorità violente, è stato impiegato a fini manipolatori, ha effettuato esperimenti psicologici sugli utenti inconsapevoli. E se è vero che le primavere arabe si sono servite dei social come mezzo di comunicazione immediato, è anche vero che in Myanmar è stato fondamentale per la repressione dei Rohingya.
Tutto questo fa parte di “Facebook: l’inchiesta finale”, delle giornaliste Sheera Frenkel e Cecilia Kang. È un resoconto serrato degli ultimi cinque anni della società – ma che non disdegna excursus nel passato e, addirittura, nel futuro. Mette in luce, sulla base di una ricchissima documentazione, quello che ha trasformato un social network in una minaccia per la democrazia, dettagliando i minimi passaggi della sua crescita, dei contrasti interni, degli errori. Parlare di Facebook significa descrivere «l’esperimento sociale più significativo dei nostri tempi», cioè scrivere il più grande romanzo del nostro tempo.
Mark Zuckerberg non ne esce bene. Il fondatore mostra, fin dagli inizi, di essere più interessato alla crescita del suo social network che ai problemi della privacy e della protezione dei dati. Il libro ricorda un aspetto spesso trascurato nei resoconti della sua storia (sia accusatori che agiografici): le proteste per le invasioni della sfera personale di Facebook esplodono fin dall’inizio, cioè fin da Harvard. Ma lui le ignora sempre in nome della rapida crescita del network e di un disegno superiore, cioè l’idea di «connettere il mondo». In realtà, come aveva notato il suo primo collaboratore-concorrente Aaron Greenspan, Zuckerberg «acquisiva dati solo per acquisirli». Perché «credo che si rendesse conto che più dati avevi, più eri in grado di costruire un modello del mondo accurato e di capirlo. I dati sono estremamente potenti e Mark lo sapeva. Alla fine ciò che gli interessava era il potere».
Alla sua ambizione sfrenata, lo spirito competitivo spietato (viene sottolineato in più passaggi, ma soprattutto nell’impegno a eliminare la concorrenza acquisendola) il ritratto delle 367 pagine del libro mostra un «un uomo d’affari con poco entusiasmo per gli affari», un Ceo impacciato di fronte ai giornalisti e «incline a sudare e a balbettare durante le interviste più difficili», ma che spesso ascoltava «con la sua espressione notoriamente inquietante. Nelle conversazioni uno a uno era in grado di mantenere lo sguardo fisso per diversi minuti. Ne risultavano silenzi lunghi e penosi. I collaboratori di vecchia data giustificavano questa stranezza con clemenza, sostenendo che la mente di Zuckerberg assorbisse ed elaborasse le informazioni come un computer».
Soprattutto, si rivela un leader con un mindset ristretto, la cui esperienza di vita è «limitata e protetta», tra Exeter, Harvard e la Silicon Valley e questo si riverbera nella cultura aziendale. Molti degli errori strategici di Facebook, tra cui quello fatale di cercare l’espansione planetaria senza immaginare l’impatto di uno strumento informatico in Paesi non democratici (come appunto il Myanmar), derivano anche da qui. Nel libro, ad esempio, si ricorda che molti delle incitazioni all’odio che apparivano sulle pagine social birmane non venissero rimosse perché non c’erano moderatori che capissero, a parte il birmano, le altre cento lingue parlate in Myanmar.
Accanto a lui si inserisce allora, nel 2007, Sheryl Sandberg, direttrice operativa della società. Il suo background è molto diverso, per formazione (economia, business e management) ed età (si iscrive all’università, sempre Harvard, nel 1987, quando Zuckerberg aveva tre anni), ma proprio per questo riesce ad affiancare Zuckerberg, prendendo in carico la parte della monetizzazione. La sua esperienza a Google, i contatti con la politica di Washington, l’inclinazione verso i Democratici la rendono la personalità perfetta per quel ruolo. Quando Facebook finirà al centro delle polemiche a causa delle intromissioni della Russia durante la campagna elettorale del 2016 e per lo scandalo legato a Cambridge Analytica, a lei toccherà anche l’organizzazione della difesa comunicativa e la gestione delle pubbliche relazioni. Non si rivelerà sempre all’altezza del ruolo, ricordano le due giornaliste, come nell’audizione di fronte al Senato nel 2018, quando le sue parole preparate, studiate e calibratissime non funzionano: «Quelle di Sandberg erano esattamente le risposte vuote che il Congresso aveva imparato ad aspettarsi da Facebook». Una performance.
In ogni caso la collaborazione con Zuckerberg funziona, nonostante gli scontri e le perplessità iniziali. “L’inchiesta finale” ha anche questo merito: raccogliendo dichiarazioni private, ricostruzioni da fuoriusciti e materiale pubblico, fa entrare il lettore nella realtà aziendale di Menlo Park. Non è un bel vedere. Le dimensioni colossali e la scarsa trasparenza nelle decisioni provocano tensioni e disarmonia tra i dipendenti, sia programmatori che dirigenti. Soprattutto, la società si dimostra impreparata ad affrontare le difficoltà che la sua grandezza e la sua ambizione le imporrebbero di prevedere.
Si tratta di cose grandi, come le manipolazioni dei finti profili creati dalla Russia per interferire nelle elezioni, ma anche di questioni all’apparenza minori. Fino al 2015 tanti dipendenti, ad esempio, hanno approfittato della posizione di privilegio per spiare i profili di persone cui erano interessati, con accesso a tutte le informazioni possibili (dalle immagini alla posizione in tempo reale, fino alle chat private). La policy era ed è di tolleranza zero per gli abusi, ma entrava in gioco solo quando questi venivano scoperti.
In altri casi le questioni erano più delicate e il libro le documenta con equilibrio. I video della campagna elettorale del 2016 di Donald Trump andavano rimossi, come chiedevano molti dipendenti, o è stato giusto mantenere una posizione neutrale? Le giornaliste sottolineano che, in ogni caso, non si è trattato di una decisione presa sulla base di posizioni di principio bensì di semplice opportunismo: i Conservatori erano già sul piede di guerra contro Facebook, considerato troppo liberal. Andare a colpire Trump avrebbe significato inimicarseli in via definitiva.
(Altra cosa è stato il de-platforming dopo l’assalto al Campidoglio, occasione in cui Facebook si era già munito di una sorta di commissione di saggi, definito da Zuckerberg una «Corte suprema», perché votasse sui casi più spinosi con decisioni che nemmeno lui avrebbe potuto ribaltare. Il Facebook Oversight Board costituiva così la scappatoia migliore per delegare ad altri decisioni impopolari e rischiose).
Non solo. Lo scandalo di Cambridge Analytica è stato un terremoto prima di tutto per i vertici, perché ha scoperchiato al pubblico in modo incontestabile la politica di noncuranza verso i dati personali, la totale mancanza di rispetto nei confronti degli utenti, la spregiudicatezza costitutiva, il disprezzo per le regole e, infine la tattica usuale di Zuckerberg: fare prima e difendersi poi, forte di una enorme squadra di lobbisti al Congresso. «Nel 2020 si era classificata al secondo posto tra le società per azioni singole di ogni settore quanto a spese per le attività di lobbismo, sborsando quasi venti milioni di dollari e superando Amazon, Alphabet, Big Oil, Big Pharma e il settore retail».
Ma a definire le cose resta comunque il peccato originale, che supera il cinismo del fondatore, l’ambizione senza scrupoli di un’azienda che si considera sovranazionale e l’ansia di potere di un gruppo di ex nerd. È il problema dell’algoritmo o meglio, della sua concezione: come spiegano le due autrici, Facebook sarà sempre a metà del guado sui diritti e il rispetto della privacy, mentre la sua missione di collegare le persone del mondo resterà sempre incompleta se – sottolineano –pretenderà di trarne anche profitto. È questo contrasto, tra spinta filantropica e sete di profitti che, in ultima analisi, si trova all’origine di tutte le falle che si sono verificate finora. E che, forse inestricabile, finirà per minarne le fondamenta.
Di Bruno Brughera
Lugano sta diventando un contenitore di “Poli”?
La domanda ci sembra legittima cercando di comprendere cosa sorgerà sulle rovine del Vanoni.
Sì perché, passando da via Simen, un po’ di dubbi e domande rimangono pendenti. Soprattutto se si seguono e si ascoltano le varie dichiarazioni che politici e diretti interessati hanno fatto finora in proposito. Proviamo dunque a ricapitolare, per cercare di capire cosa potrebbe o dovrebbe diventare questo importante sedime – 21’000 metri quadri pregiati- nel quartiere multietnico di Molino Nuovo.
Senza troppa polemica, possiamo affermare che le varie amministrazioni hanno permesso negli anni alla speculazione edilizia di distruggere buona parte del patrimonio storico della città. I miei ricordi di bambino corrono, ad esempio, al “Venezia” cancellato dall’espansione di un grande magazzino, o al Park Hotel, dove ora c’è il Central Park. Ricordi di una Lugano trasformata a suon di abbattimenti e trasformazioni che poco ci aiutano a proiettarci ai giorni nostri, nella “grande Lugano”, un’aggregazione di molte identità sociali che partendo da Carona s’incontrano per lo più sulla sponda sinistra del Cassarate fin lassù alle sue sorgenti, per arrivare a Bogno in alta Valcolla.
La realtà urbanistica e pianificatoria della città di oggi è certamente complessa, affidata a professionisti e alle decisioni della politica e in molti casi al centro di roventi dibattiti e scontri: del resto, al di là di princìpi e prospettive ideali, di mezzo ci sono molti, ma molti soldi da gestire, da guadagnare.
Ma per non invischiarsi in temi pianificatori e interessi politici, è forse opportuno riprendere il discorso dalle vicende della scorsa primavera. Tanto si è detto e discusso della sciagurata demolizione della ala dell’ex-Macello occupata dagli autogestiti e dell’inchiesta della magistratura che, ahinoi, tarda a fornire risposte ai numerosi interrogativi ancora sospesi.
In molti ricorderanno come, fra l’altro, sia stata banalizzata la questione della domanda di demolizione che impone la legge edilizia e quale sia stata la reazione pubblica, per esempio, del municipale Filippo Lombardi, nell’affermare che si sarebbe sopperito all’inghippo con una sanatoria e domanda a posteriori.
Ma al “posteriori” non siamo neanche ancora arrivati; ancora si attende di sapere come siano andate le cose, e più passa il tempo più parrebbe che si infittisca la casistica delle questioni spinose: solo in questi giorni si è saputo, ad esempio, che con l’azione delle ruspe sono caduti anche i muri di un magazzino di proprietà di una ditta privata di impianti elettrici, che aveva ottenuto dal Municipio il diritto di stabilirvisi con un contratto d’affitto.
Quante altre domande ci si potrebbe porre anche per questo nuovo capitolo? Alcune vengono già avanzate in un’interpellanza che sarà discussa in Consiglio Comunale. Ma chi non si chiede, una volta di più, in generale, come funzioni in modo trasparente la gestione di questi spazi, destinati a diventare, naturalmente, i “Poli” del futuro?
È normale che una ditta privata potesse affittare gli spazi per un proprio magazzino nella sede dell’ex-Macello? Per decisione di chi?
È normale che quella ditta, che ha subìto, parrebbe, ingenti danni dall’abbattimento del magazzino, non abbia sporto denuncia, ma, secondo quanto si legge su “La Regione” speri di ottenere un risarcimento? E se si deve un risarcimento alla ditta, non lo si dovrebbe anche agli autogestiti (che sotto le macerie hanno lasciato i propri effetti personali) visto che la loro presenza era sancita da un accordo con Comune e Cantone e visto che si sono sempre fatti carico delle spese correnti?
Nell’attesa di avere almeno qualche risposta a tutti questi interrogativi, ci si potrebbe immaginare che sia almeno salita e si sia accentuata una certa attenzione istituzionale per casi del genere.
Macché, eccoci di fronte ad un nuovo caso di abuso edilizio. Questa volta è un privato ad esserne protagonista. L’istituto Vanoni viene abbattuto, ma solo in parte.
Per chiarire meglio: i lavori di abbattimento dello stabile (quello che era stato “occupato temporaneamente con un’azione dimostrativa dagli autogestiti lo scorso 29 maggio) erano iniziati lo scorso mese di luglio, ma dopo un giorno, quando (ironia della sorte) si era tolto il tetto, tutto si ferma. Qualcuno si accorge che l’incarto è incompleto. Sembrerebbe un fatto veniale, una quisquilia che in poche ore si sarebbe risolta per continuare i lavori.
Da quel giorno sono passati due mesi in cui in non pochi si sono chiesti e tuttora si chiedono che succede: non sarà che qualcosa con la ditta appaltatrice non torna? Non sarà che quella ditta così specializzata, sia già stata in passato protagonista di prestazioni “discutibili”? Altre domande, per ora, senza risposta: tutto è blindato e nessuno sa, o dice nulla.
E pensare che la volontà del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Vanoni è sempre stata di dare il via ai lavori solo a condizione di procedere celermente con l’abbattimento del vecchio stabile e poi con la ricostruzione. Quello stabile, la cui occupazione per dieci minuti provocò lo sconcerto delle autorità per la violazione di una proprietà privata e fu causa di sconforto e disorientamento – a detta del direttore della fondazione Vanoni -, dei ragazzi che anni prima vissero al suo interno, ora è lì, scoperchiato, come fosse stato bombardato.
Un’immagine (possiamo dire schizofrenica?) che ci dà forse la dimensione di come sarà gestito il “Polo Sociale”. Perché, appunto, è di un “Polo Sociale” che si è parlato per dire dell’operazione edilizia dell’ex-Vanoni. Ammesso e non concesso che vi sia una necessità per un polo, com’è possibile che ruoti attorno all’iniziativa di una sola fondazione di diritto privato, per di più fortemente improntata agli orientamenti di Comunione e liberazione?
Con quali presupposti, a questo punto, dovrebbe sorgere un presunto “Polo Sociale”, come tale inserito in un progetto di città che rispecchi interessi ed orientamenti diversi, quando il tutto è lasciato in mano ad una fondazione così profilata? Dobbiamo ritenere che ci troviamo anche qui di fronte ad un progetto di partenariato pubblico – privato?
Viene da chiederselo anche in relazione al fatto che sarà probabile, prima o poi, che entrino in scena contributi pubblici, che verranno elargiti per qualche ragione legata alla “rilevanza sociale” dell’operazione, senza che poi, però, l’autorità politica abbia un effettivo controllo e influsso sulla gestione psi-pedagogica dell’utenza.
Del resto, temi forti e scottanti a livello sociale, come l’educazione, la formazione, la gestione di aspetti problematici legati al mondo di bambini e adolescenti trovano sempre più una risposta pubblica nel lasciarne la gestione a Fondazioni o enti privati (cattolici, possibilmente): è di questi giorni l’inaugurazione, con tanto di presenza del Consigliere di Stato Bertoli, del nuovo “campus” della scuola Parsifal, quella che ha il sito in cui campeggia il nome di Don Giussani.
Ma si potrebbe parlare anche del prospettato “cemc” (centro educativo minorile chiuso), di fatto un carcere minorile, affidato, guardate un po’, ancora alla pia fondazione Vanoni. Per fortuna il progetto giace in un cassetto.
È con questi presupposti che ci facciamo tante domande. Ora, le rovine sono lì in bella mostra e non sappiamo per quanto tempo ancora, ma certamente sorgerà un complesso edilizio milionario (si parla di 56 milioni) che chiameranno “polo sociale”. Poi si riprenderà a parlare di quello sportivo, di quello culturale, di quello congressuale, perché nella batteria dei poli uno tira l’altro.
C’è chi afferma, non senza un interesse di parte, che la lotta di classe non esiste più. Dalla caduta del muro di Berlino e in seguito dell’Unione Sovietica, sarebbe venuta meno l’annosa diatriba fra capitale e lavoro, che aveva caratterizzato i due secoli precedenti. Anche alle nostre latitudini si sentono discorsi del genere, più o meno espliciti. Ultimamente è toccato al consigliere nazionale liberale-radicale Rocco Cattaneo (prima a Millevoci del 26 agosto e poi a Modem del 9 settembre) definire “fuori dal tempo” la proposta d’imporre maggiormente i redditi da capitale per sgravare i redditi da lavoro. Questi difensori della “Fine della storia”, per dirla con Francis Fukuyama, hanno una concezione lineare dell’evoluzione umana, in cui la forma politica della democrazia liberale sarebbe l’ultimo, monolitico e immutabile livello di sviluppo, nel quale l’opposizione fra classi non esiste più. Nulla di più sbagliato, e le prove a supporto sono molteplici. Vediamone alcune.
Partiamo dal Ticino, dove alcune aziende (Plastifil, Ligo Electric e Cebi, si veda La Regione dell’8 settembre) starebbero imponendo ai propri dipendenti un Contratto collettivo di lavoro (CCL) con salario minimo inferiore a quello fissato dalla legge d’applicazione dell’iniziativa popolare “Salviamo il lavoro in Ticino”, accettata dal popolo nel 2015. La contrapposizione fra lavoro e capitale non potrebbe essere più evidente, con i lavoratori in posizione di chiaro svantaggio perché sotto minaccia tangibile di licenziamento. Questo per l’esistenza di quello che Karl Marx chiamava Esercito industriale di riserva, ovvero una massa di lavoratori disoccupati o sottoccupati pronti ad accettare condizioni di lavoro peggiori di quelle attualmente in vigore, e che spingono gli attuali impiegati ad accettarle ugualmente, per non perdere il posto. A quanto pare nemmeno l’autorità dello Stato è in grado d’impedire questa forma di ricatto. Vien da chiedersi, inoltre, se lo Stato – nella fattispecie il Gran Consiglio – avesse l’intenzione di applicare efficacemente l’iniziativa in questione. Tralasciando gli infimi importi fissati come salario minimo e la discutibile applicazione a scaglioni, suscita parecchi dubbi la clausola legata ai CCL: una scappatoia tanto facile da attuare da non sembrare vera. I quesiti aumentano venendo a sapere del coinvolgimento di TiSin, organizzazione (pseudo)sindacale che ha chiari legami con la Lega dei Ticinesi, il partito di maggioranza relativa in Governo e forza politica di primo piano ad ogni livello istituzionale del cantone. Una risposta, parziale quanto significativa, è che lo Stato non è un agente contrapposto al libero mercato – come pretendono gli ideologi liberisti – ma piuttosto un supporto ad esso, soprattutto se a prendere le decisioni sono delle maggioranze borghesi. E allora la lotta di classe si trasferisce in parlamento e chi la vince lo fa ottenendo che tutto cambi (salario minimo) senza che nulla cambi (scappatoia dei CCL).
Il salario è solo uno dei problemi, a cui se ne aggiungono altri, che si rinforzano a vicenda e danno vita a quel dilagante fenomeno chiamato precariato. L’impatto di quest’ultimo va ben oltre il tempo e il luogo di lavoro. La crescente flessibilità richiesta (o imposta) ai lavoratori implica, da un lato, l’impossibilità di avere i necessari tempi di svago e recupero, sia perché si lavora troppo, sia perché si deve essere disponibili anche nel tempo libero (come nei contratti su chiamata), sia perché le pause sono previste in modo da non permettere mai veramente di staccare (negli orari spezzati ad esempio). D’altro lato c’è chi a causa di questa flessibilità non riesce ad accumulare abbastanza ore di lavoro da ottenere una remunerazione sufficiente per mantenere sé stesso e la sua famiglia, trovandosi ugualmente in una condizione di perenne malessere. Gli effetti sono molteplici e si declinano in modo differente a seconda della situazione particolare. Ciò che è comunque generalizzabile è il nesso fra flessibilità, precarizzazione e calo della qualità di vita.
Inoltre, il precariato ha un legame stretto con le condizioni materiali del lavoro. La situazione di continua minaccia di licenziamento – a causa di delocalizzazioni verso l’est Europa o il sud-est asiatico – è causa sia di malessere psico-fisico sia di una forte pressione al ribasso dei salari. In Ticino va aggiunta la componente del frontalierato, che pone questa minaccia anche senza bisogno di delocalizzare la produzione. I frontalieri allargano a dismisura il suddetto esercito industriale di riserva, per di più con persone pronte ad accettare salari di livello molto inferiore agli standard svizzeri. La possibilità di assumere lavoratori frontalieri – che per inciso si trovano nella stessa situazione precaria o disoccupazionale dei loro dirimpettai residenti in Ticino – è uno strumento irresistibile nelle mani di chi dirige un’azienda e vuole assolutamente ridurre i suoi costi di produzione. Il risultato è un dilagante dumping salariale. Proprio quello che il salario minimo dovrebbe cercare di contenere, ben inteso se applicato correttamente, senza scappatoie. Con l’obiettivo magari di ridurre il tasso di rischio di povertà più elevato della Svizzera, che si attestava per il Ticino, secondo l’Ufficio federale di statistica (UFS), sopra il 24 per cento (fra i soli lavoratori occupati) nel 2019, cioè prima della pandemia.
E se nella ricca Svizzera le cose stanno così, altrove vanno peggio. Le già citate delocalizzazioni di attività produttive, che comportano il licenziamento di lavoratori occidentali, spesso non sono un grande miglioramento nelle condizioni di vita nemmeno per i lavoratori che vengono impiegati al loro posto in paesi in via di sviluppo. Qualche anno fa aveva fatto notizia (presto dimenticata a dire il vero) la serie di suicidi nelle fabbriche FoxConn, un’azienda attiva nel sud-est asiatico, soprattutto in Cina, che si occupa perlopiù di assemblaggio di componenti. In parole povere nelle fabbriche della FoxConn si montano i diversi pezzi che compongono, ad esempio, smart-phone, computer e tablet, che poi finiscono nelle nostre case. Gli impiegati della FoxConn sono sottoposti a condizioni di lavoro inimmaginabili: rinchiusi in dormitori separati dal resto del mondo, compresi gli affetti più cari; con turni di lavoro alla catena di montaggio di ben oltre le 10 ore filate e pause esigue; impossibilitati ad avere attività di svago degne di questo nome; e l’elenco potrebbe continuare. La conseguenza è stata una serie di suicidi, a cui l’azienda – che lavora per società come Apple, Samsung e via di seguito – ha cercato di porre rimedio mettendo spranghe alle finestre dei dormitori. Insomma, prima i profitti, poi la salute dei lavoratori, addirittura arrivando al limite estremo di portarli al suicidio per disperazione e di doverli imprigionare per (provare a) evitarlo.
Per non parlare degli effetti del cambiamento climatico, della pandemia da Covid-19 e delle guerre in medio oriente e altrove, di cui stanno facendo le spese soprattutto i più poveri e vulnerabili. Secondo la Banca Mondiale la pandemia di farà aumentare per la prima volta dal 1990 il numero di persone sotto la soglia di povertà estrema. In realtà dal 2015 si era già assistito a un rallentamento della diminuzione di questa cifra. Inoltre non c’è solo la povertà estrema, ma esistono diversi livelli di povertà, se non altrettanto gravi, comunque insostenibili per chi li subisce. In quest’ottica non sorprendono i consistenti flussi migratori, che non si arresteranno sicuramente grazie agli scellerati e disumani accordi con Erdogan, le autorità libiche o magari, in un prossimo futuro, Hassan Akhund in rappresentanza del regime talebano.
La lotta di classe esiste, anzi è più evidente che mai, sia localmente sia sul piano globale. Il problema sta nel livello di squilibrio e di consapevolezza fra i contendenti. Citando Warren Buffet, imprenditore e finanziere che da questa situazione ha sicuramente tratto immensi guadagni, ma che ha perlomeno l’onestà di ammetterlo: “la lotta di classe esiste, certo, ma è la mia classe, quella dei ricchi, che sta portando avanti questa guerra e la sta vincendo”.
Maurizio Solari è assistente presso la facoltà di economia dell’Università di Friborgo
Leggiamo delle “spiegazioni” surreali date dal sindacalista giallo (che, mi pare di ricordare, aveva assunto anni fa un atteggiamento altrettanto “postale” a proposito di una controversia al casinò di Lugano), e quelle probabilmente imparabili dell’avvocato dei padroni delle ferriere, a proposito della vicenda assai nostrana: quella che ha prodotto una farsa di contratto collettivo e ha condotto gente a dover accettare, sotto la minaccia del licenziamento, condizioni salariali oscene pur di salvare il proprio posto di lavoro.
L’avvocato non ha infatti forse torto nel dire che è stato fatto uso di una possibilità concessa dalla legge, cioè quella di derogare alle norme sul salario minimo in presenza di un contratto collettivo di lavoro negoziato tra le parti sociali o i loro rappresentanti. Una possibilità che è frutto di un errore redazionale o di un bug dolosamente messo da qualcuno che già prospettava il suo utilizzo quale grimaldello per togliere valore e portata alla legge; in entrambi i casi, intravedo una certa responsabilità, ma quanto meno banale imprevidenza, da parte di coloro che si occuparono della questione sul fronte dei lavoratori e che non videro il macroscopico rischio.
Quanto al “sindacato” messo in piedi dal figlio della Buonanima e da un paio dei suoi compagni di merende, si tratta di un’operazione che la dice lunga su come da quelle parti si intendono gestire le questioni, anche quelle (come frontalierato e connessi) che pur costituiscono il core business leghista. Il novello sindacato giallo-verde potrà utilmente abbeverarsi di idee e di utili consigli dal suo coinquilino, il municipale che tutti noi paghiamo profumatamente per produrre zero virgola zero, se non livorose chiacchiere domenicali e autentico e quotidiano disgusto (almeno mio personale, ma non solo); vediamo se TiSin (cavoli, che fantasia: come se usare, storpiandolo, un vocabolo dialettale sia sufficiente per accreditarsi come ticinese doc) oserà replicare la trovata mendrisiotta, e in particolare se sul fronte imprenditoriale qualcuno gli offrirà sponda.
A quest’ultimo proposito, e davanti alla manifestata paura di perdere questi contribuenti, qualcuno a Bellinzona dovrà pur dire un giorno che non ci servono aziende che hanno bisogno di versare salari da fame per andare avanti, e che la presenza (foss’anche marginale) di questa imprenditoria rapinosa e senza scrupoli non genera altro che deturpazioni sul territorio, inutile supplementare carico di traffico, attività parassitaria di ogni genere e tipo, e brutte tentazioni per qualche partitino in debito di idee e di cervello (oltre che di coerenza). Che vadano a fare i loro “affari” altrove, costoro; sarà tanto di guadagnato per tutti, in particolare per gli imprenditori onesti.
La disastrosa conclusione per l’Occidente della guerra in Afghanistan ha suscitato, fra i numerosi motivi di riflessione, anche quello sulla esportabilità della democrazia: una questione di principio e di fatto che non è probabilmente mai stata al cuore della lunga occupazione di quel lontano paese, incentrata prima sulla guerra al terrorismo (Biden, in una delle concitate conferenze stampa dedicate al ritiro delle truppe americane da Kabul, ha ridotto a questo la lunga operazione afghana) e poi su un fallito tentativo di stabilizzazione, con scopi geopolitici. Paradossalmente, è stata proprio la reazione disperata di una parte della popolazione locale, quella delle città, di fronte all’avanzata dei Talebani e all’uscita di scena degli occidentali, a diffondere la consapevolezza che, al di là degli scopi prioritari della presenza militare, qualche effetto collaterale positivo sulla vita di una parte della società afghana ci fosse stato (questo fu vero anche del regime socialista per il cui sostegno nel 1979 l’URSS invase il paese) e ora sia purtroppo destinato a sparire. In tal modo alla vergogna della disfatta si è aggiunto il senso di colpa per il tradimento.
L’interrogativo sull’esportabilità della democrazia concerne due questioni: la prima riguarda, al di là della irenica nozione di “esportazione”, la legittimità dell’imposizione con la forza, ad esempio di truppe di occupazione, della democrazia, ricorrendo a un mezzo che contraddirebbe il fine; quanto alla seconda, si tratta di capire se una forma di governo – in questo caso la democrazia – sia indissolubilmente legata ad una storia e ad una cultura particolari, e non sia dunque trasferibile in contesti molto differenti.
Il primo problema è connesso all’idea paradossale, ma non assurda, che la democrazia dovrebbe nascere dalla democrazia, quasi autogenerarsi, come espressione formale e istituzionale di un movimento informale già in nuce democratico (proprio a movimenti di questo tipo Hannah Arendt riconduceva il prototipo dell’agire politico, inteso come agire in comune, pensando a esempi come i soviet ai loro inizi o l’insurrezione di Budapest del 1956). Si tratta della distinzione e del nesso fra potere costituente e potere costituito nel caso della democrazia. Ma la cosa è complicata. Rousseau sosteneva che, affinché un popolo allo stato nascente fosse in grado di apprezzare la democrazia, esso avrebbe dovuto già possedere quelle virtù che solo le istituzioni democratiche avrebbero potuto dargli: l’effetto avrebbe dovuto precedere la causa. Il pensatore ginevrino confidava, per risolvere l’aporia, nel ruolo quasi divino del “legislatore”, una figura in grado di persuadere e guidare il popolo, senza ricorrere alla forza, verso l’edificazione di istituzioni democratiche. Si trattava di un’idea di fondazione della repubblica che Rousseau aveva ripreso da Machiavelli. Ma i legislatori sono rari: Machiavelli e Rousseau pensavano a Licurgo e Mosè; a noi potrebbero venire in mente Gandhi o Mandela.
Di fatto, anche le democrazie possono nascere non da processi pacifici fondati su un generale consenso o sulla graduale trasformazione di istituzioni precedenti (si pensi alla progressiva estensione del suffragio negli stati europei), ma sulla violenza organizzata: come effetto di guerre e guerre civili (rivoluzioni). Anche la Svizzera democratica moderna è sorta, nel 1848, passando attraverso una breve guerra civile. Dopo la seconda guerra mondiale, il ritorno alla democrazia in paesi sconfitti come Germania e Italia, e l’avvento della stessa in Giappone, sono stati garantiti dalle armi dei vincitori. Il potere costituente non ha inizialmente il carattere democratico del potere costituito che deve generare, ma si configura come un potere “dittatoriale” che si autodefinisce rappresentante della presunta volontà di un popolo ancora amorfo; se tutto va bene, l’effettiva democratizzazione avviene gradualmente: pensiamo, nel caso italiano, a tappe quali la costituzione, alla caduta del fascismo, di vari governi di unità nazionale che riunivano le forze a capo della resistenza, il plebiscito su democrazia o repubblica, e poi l’elezione dell’assemblea costituente.
È il tema della transizione democratica, e del suo successo o fallimento. Fra i suoi possibili esiti vi è anche quello dello stabilizzarsi della fase dittatoriale (si pensi alla idea di dittatura del proletariato), in cui i presunti rappresentanti del popolo/classe consolidano il loro potere autoritario, prolungando indefinitamente la fase costituente (il regime di transizione diventa una società di transizione, ad esempio al comunismo). Ma anche il potere costituito democratico stesso può trasformarsi in un nuovo potere costituente, in cui la figura del legislatore vagheggiata da Rousseau fa la sua spettrale apparizione come un Führer osannato dalle masse, e la democrazia si autodissolve “democraticamente”.
A questo punto, subentra il secondo interrogativo, quello relativo ai presupposti sociali e culturali dell’avvento e della stabilizzazione del regime democratico.
La questione può essere posta in termini di principio o di fatto. Nel primo caso possiamo chiederci se il valore della democrazia sia universale o, al contrario, relativo alla storia e alla cultura occidentali, e dunque estraneo in linea di principio ad altre aree del mondo. Se così fosse, la questione democratica sarebbe un aspetto del presunto “scontro di civiltà”. Amartya Sen ha sottolineato come la democrazia non vada ridotta alla possibilità di votare, ma si fondi sulla tolleranza e sulla predisposizione alla pubblica discussione, alla pratica deliberativa. Ambedue questi valori, afferma il grande economista e filosofo, sono presenti non solo nella storia dell’Occidente, ma anche in altre società; in certe epoche lo sono stati addirittura in misura maggiore che in Europa. Parlare in generale di un carattere eminentemente occidentale dello spirito democratico sarebbe dunque sbagliato. Inoltre, le diverse società non sono portatrici di un’identità monolitica, favorevole o refrattaria alla democrazia, ma sono attraversate da differenze, conflitti e contraddizioni. Le donne di Kabul non hanno sui propri diritti la stessa opinione dei Talebani che entrano nelle case a cercare le nubili fra i quindici e i quarant’anni per darle in moglie ai combattenti vincitori, come preda di guerra. I diritti umani, a cominciare dal diritto di avere diritti, non sono una mera trovata occidentale e il legame fra il loro rispetto e la democrazia non è casuale.
Se dalla questione di principio passiamo a quella di fatto, ovvero alle effettive possibilità che in un contesto concreto si avviino e consolidino dei processai democratici, il problema si complica di molto e certo va ampiamente al di là delle competenze di chi scrive. In Giappone è stato possibile, in Afghanistan no. In generale, ogni tentativo di avviare dall’esterno un processo di democratizzazione, ammesso che sia autentico, soffre del peccato originale dell’ingerenza su cui si fonda e presenta il pericolo di costituirsi come un più o meno odioso protettorato straniero. Più nello specifico, fra le ragioni del fallimento indicate dagli osservatori, due sono particolarmente ricorrenti. La prima è la prevalente organizzazione tribale della società afghana. La democrazia moderna, teorizzata inizialmente per piccole repubbliche, si è invece sviluppata innestandosi su ordini giuridici e statuali preesistenti. Laddove questa realtà non si dà, è difficile che istituzioni democratiche possano crescere. Il secondo fattore negativo è la presenza di una versione fondamentalista dell’Islam, quale quella professata dai Talebani, incompatibile con lo spirito tollerante e deliberativo che sta alla base della democrazia, e che in Europa fu favorito dall’illuminismo e dal liberalismo. Qui si aprirebbe il discorso sul rapporto fra islam e democrazia, che certo travalica i limiti di questo intervento.
Ma le sconsolate considerazioni sulla non esportabilità della democrazia hanno a che vedere anche con la sua crisi nelle società occidentali stesse. Da un lato l’equilibrio fra elementi liberali e sociali della democrazia si è rotto, dando luogo a democrazie assai poco sociali o a “democrazie illiberali” (le due varianti possono anche convivere), in ogni caso a democrazie in balia del mercato globale. Dall’altro il nuovo mondo multipolare vede la perdita di peso dell’Occidente, di cui la fuga dall’Afghanistan è un sintomo, e un aumento del potere dei poli non democratici. I paesi autoritari, come Cina, Russia o Turchia, sembrano più dinamici e efficaci sulla scena internazionale. Per contro, quegli stati europei di medie dimensioni, che in passato hanno dominato il pianeta e sono stati lo spazio di sviluppo di molte esperienze democratiche, tendono a diventare irrilevanti sul piano mondiale, e non riescono a fare un salto di qualità verso la costruzione di un’Europa unita, democratica e federale, capace di contare. Le opinioni pubbliche sono paralizzate dalle loro paure: dei migranti, dei virus, dei vaccini, del futuro. Non hanno fiducia nelle loro classi politiche dirigenti, le quali si dividono fra esperti (molto influenti in clima emergenziale e pandemico) e demagoghi, mentre gli statisti fanno difetto.
E tutto questo avviene entro una “infosfera” mondiale (internet) in cui per la prima volta grandi masse possono comunicare a livello globale e vivere lo stesso presente, con effetti liberatori ma anche destabilizzanti. Più che di esportazione della democrazia, abbiamo il problema di una sua ridefinizione. Ma questo non significa rinunciare ad affermarne il valore universale.