Un tetto sbagliato e un grave silenzio

Ex-Macello, rivelazione della ‘Domenica’ del Corriere del Ticino: hanno abbattuto il tetto e l’edificio ‘sbagliati’, e hanno taciuto 

Ex Macello. Tutto tace, ma tutto parla. Tace la magistratura, e giustamente. Ma c’è un altro silenzio, assolutamente non giustificabile e politicamente pesante come un macigno, o come le macerie prodotte dalle ruspe intervenute nella notte del 29-30 maggio. Un silenzio squarciato oggi dalla notizia pubblicata in esclusiva dalla ‘Domenica’ del Corriere del Ticino.

In sostanza: il ‘tetto pericolante’ – motivo e pretesto per sbriciolare un edificio del centro autogestito – non era… il tetto giusto. Non era affatto in condizioni problematiche, non rappresentava quel pericolo invocato dalle versioni ufficiali per un intervento di forza che, venne spiegato, doveva evitare che la copertura crollasse sugli stessi molinari: i quali, si dava per certo e scontato, dopo la simbolica occupazione dello stabile Vanoni in Via Simen, sarebbero tornati nel centro di Viale Cassarate, avrebbero tentato di forzare un eccezionale cordone di polizia, e riuscendovi (sic) si sarebbero riappropriati dell’edificio a rischio della propria incolumità, con conseguenze gravi anche in termini di mantenimento della sicurezza cittadina.

Non poteva rappresentare una minaccia, perché era il tetto sbagliato. Scrive infatti l’autore della rivelazione, Andrea Bertagni: “il tetto dell’edificio che la notte del 29 maggio è stato abbattuto non era quello veramente pericolante, anche perché il soffitto era stato puntellato, proprio dalla Città, ed era anche isolato… Un tetto pericolante però c’è davvero nell’area dell’ex Macello, ma è ancora in piedi, perché nemmeno sfiorato dalle ruspe”. Se confermato – ma possiamo credere che, anche per come è riportata, la notizia è stata ben verificata – non proprio un errore da poco, tutt’altro che irrilevante: sia per le indagini in corso sia per la ricostruzione di responsabilità, contraddizioni, semi-verità e semi-bugie con cui si è tentato di alzare una cortina di fumo, cortina fumogena necessaria ad una serie ufficiale di motivazioni e assunzione di responsabilità che da subito ha fatto acqua da tutte le parti, e ora ci mancava pure… il tetto sbagliato dell’edificio sbagliato in una decisione comunque sbagliata. Naturalmente sarà stato uno sfortunato… malinteso in un momento di comunicazioni convulse, o sarà stata la distrazione e la fretta… degli operai convocati quel sabato sera, ricorderete, in orari più che sospetto. Oppure, oppure: guarda caso, quello tirato giù era l’unico stabile del complesso che eventualmente poteva essere abbattuto nell’area dell’ex Macello, gli altri essendo edifici protetti per legge.

Ma l’aspetto più discutibile, diciamo scandaloso e inquietante, sta sul versante tutto politico di quest’ultima scoperta. Dalla notte delle ruspe all’apertura dell’inchiesta della magistratura (che formalmente impone ‘bocche cucite’ ai convocati a Palazzo di giustizia) passarono trenta giorni. Un intero mese per… tacere una verità, quella dell’errore del tetto e della demolizione dell’edificio sbagliato, che non poteva essere ignorata (perché altrimenti sarebbe ancora più grave), già nelle ore immediatamente successive ai fatti, dai ‘decisionisti’ municipali e cantonali. Sapevano e hanno taciuto. Chi ne era era al corrente nell’esecutivo cittadino, a Bellinzona, ai vertici della polizia? Si saprà, c’è il diritto di sapere. La trasparenza sta alla base della correttezza democratica. Non è una bella parola che la politica, di qualunque parte, possa invocare a corrente alternata, e in base alla propria convenienza del momento.


Pollice verso per Ignazio Cassis

Ex-Macello, rivelazione della ‘Domenica’ del Corriere del Ticino: hanno abbattuto il tetto e l’edificio ‘sbagliati’, e hanno taciuto 

La presenza ticinese in consiglio federale scricchiola. Il barometro elettorale di metà legislatura della SSR è un campanello d’allarme per il secondo seggio del PLR occupato da Ignazio Cassis. Certo, il sondaggio è soltanto un’istantanea e molte cose possono ancora succedere nei due anni che ci separano dalle elezioni federali del 2023. È probabile ad esempio che nel frattempo la pandemia scompaia e non figuri più fra i temi della campagna elettorale. Ma aldilà dei fattori contingenti, il barometro indica alcune tendenze di fondo più costanti. L’UDC rimane di gran lunga il primo partito svizzero. Il PLR prosegue nel suo costante declino. L’onda verde si conferma, le preoccupazioni ecologiche non vengono offuscate dalla pandemia. Il risultato è che nei sondaggi il PLR è ormai tallonato dai verdi il cui distacco sull’ex partitone si riduce allo 0,4%. Sono praticamente alla pari, ma i liberali radicali hanno due seggi in governo, i verdi nessuno. Una situazione insostenibile secondo il presidente dei verdi Balthasar Glättli che rivendica con forza un seggio in consiglio federale se le tendenze del barometro saranno confermate alle urne. Gli fa eco il presidente dei verdi liberali, Jürg Grossen. È ancora cauto, ma il suo partito ha il vento in poppa, rasenta ormai la barriera del 10% delle preferenze rosicchiando voti al PLR. In queste condizioni diventa sempre più difficile difendere il secondo seggio liberal-radicale in consiglio federale ed a farne le spese sarebbe Ignazio Cassis e non la sua collega di partito Karin Keller-Sutter. Nell’indice di popolarità, il ministro ticinese figura nettamente battuto da tutti i suoi colleghi. È relegato all’ultimo posto sia per la sua influenza in governo, sia per la sua simpatia. L’ancora di salvezza per Ignazio Cassis potrebbe venire dall’alleanza di centro (ex PPD) che riesce a mantenere il suo impatto elettorale grazie alla fusione con il PBD, l’ex partito borghese democratico. La scadenza delle elezioni federali del 2023 sarà comunque cruciale e tutt’altro che scontata per la presenza del Ticino in consiglio federale.


Il giovane Holden, il Ticino Club e ‘allora le foibe?’

Ex-Macello, rivelazione della ‘Domenica’ del Corriere del Ticino: hanno abbattuto il tetto e l’edificio ‘sbagliati’, e hanno taciuto 

Di Lorenzo Erroi, laRegione Ticino

“Il guaio è che a me piace, quando la gente va fuori tema”. Il giovane Holden amava chi inizia a parlare della fattoria di famiglia nel Vermont e poi, “tutt’a un tratto, si mette a parlare di quella lettera che suo zio aveva scritto a sua madre, e che suo zio aveva avuto la poliomielite e via discorrendo”. Il personaggio di Salinger sarebbe senz’altro incantato dal dibattito politico ticinese, nel quale la digressione è divenuta un’arte. Per dire: tiri giù un centro sociale pieno d’amianto nel cuore della notte, ma ti metti a parlare delle scritte sui muri dei molinari. Spari proiettili di gomma addosso ai giovani, però la questione centrale diventa il volume della musica. Hai un problema di sviluppo economico insostenibile – perché attrai aziende fiscalmente corsare e settori a scarso valore aggiunto – e discuti di Mister demografia e nuovi sgravi.

Ma il capolavoro assoluto di fuori tema, il triplo carpiato della supercazzola lo stiamo vedendo con la storia di TiSin. In questo caso, il problema centrale dovrebbe essere chiaro: c’è un finto sindacato che firma finti contratti collettivi per fregare lavoratori veri; in cima al finto sindacato siedono politici di quella Lega che pure ha approvato la nuova legge sul salario minimo, la stessa che ora si cerca di aggirare; in più i lavoratori coinvolti sono frontalieri, persone delle quali via Monte Boglia – sede anche del ‘sindacato’ – spergiura da eoni di volersi liberare.

Una figuraccia del genere è talmente grossa che per schivarla il solito diversivo non basta, ci vuole del genio. Qui la digressione deve farsi multipla, ardita, a tratti dadaista. Ecco allora che prima di tutto ci si è mobilitati per screditare la legge sul salario minimo: gente che fino a ieri indossava tutta impettita il distintivo legge-e-ordine ora ti spiega che beh, insomma, è una legge disastrosa e qualcosa bisognava pur fare. Anche se quel qualcosa è aggirarla, anche se ad aggirarla è chi le leggi le fa. Poi sono partite le operazioni simpatia a reti unificate, per far vedere il lato pacioccone di quelli beccati con le mani nella marmellata. Infine si è scelto di screditare i sindacati veri, accusati di essere troppo ricchi e perfino di fungere da “protettorato del frontalierato” (e no, non l’ha scritto il Mattino). Ci manca solo “e allora le foibe?”.

Va detto che la tecnica funziona, complice la tumida prosa di chi mette insieme piazze No Vax e manifestazioni sindacali, leghismo di risulta, finto liberalismo da padronazzi e franchismo da apericena. La palla è finita in tribuna così alla svelta che quasi nessuno guarda più la vera partita: quella in cui a giocarsi la faccia sono i populisti nostrani, i loro rappresentanti in Gran Consiglio, ma anche coloro che per tornaconto o quieto vivere gli tengono bordone. Intanto i responsabili di questo pasticcio – protetti dagli scudi di Teflon dei loro opliti – si lasciano scivolare addosso i dubbi, le critiche, il surreale casino istituzionale che loro stessi hanno creato. Senza rispondere a nessuno, perché se la prima regola del Fight Club è “non parlare mai del Fight Club”, quella del Ticino Club è “parliamo d’altro”.


Oggi al Festival – Quo Vadis Aida

Ex-Macello, rivelazione della ‘Domenica’ del Corriere del Ticino: hanno abbattuto il tetto e l’edificio ‘sbagliati’, e hanno taciuto 

Ogni giorno Naufraghi/e segnala un film del ricco programma del Film Festival Diritti Umani Lugano


Nel febbraio 1992, il Consiglio di Sicurezza ONU istituisce la missione di peacekeeping UNPROFOR, con il mandato di creare le condizioni di pace e di sicurezza necessarie per la negoziazione di una soluzione della crisi jugoslava. L’anno successivo, ai caschi blu verrà conferito il compito di vigilare su una serie di aree protette anche ricorrendo all’uso della forza, seppur in legittima difesa. Tra queste zone, nel 1995, Srebrenica sarà raggiunta da decine di migliaia di bosniaci musulmani in fuga dall’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina guidato dal generale Ratko Mladić. Qui, un contingente olandese di caschi blu in inferiorità numerica e mal equipaggiato, si troverà a facilitare le operazioni di smistamento ordinate dai serbo bosniaci di 350 musulmani che avevano cercato rifugio nella base ONU di Portocari incaricata di proteggerli. In 5 giorni verranno uccisi più di otto mila maschi bosniaci musulmani tra i dodici e i settantasette anni. Ventitré mila donne e bambini verranno deportati soffrendo torture e stupri. Lo scandalo di Srebrenica e il deterioramento della situazione di Sarajevo, porteranno nell’autunno dello stesso anno Bill Clinton a convocare a Dayton, in Ohio, i capi delle fazioni in lotta. A dicembre, Izetbegović, Tudjman e Milosević firmeranno gli accordi di pace a Parigi, per la cui implementazione verrà predisposto un contingente di 35 mila uomini, guidati da reparti NATO.

Bisognerà attendere il 2007 perché la Corte internazionale di giustizia stabilisca che il massacro di Srebrenica, essendo stato commesso con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei musulmani bosniaci, costituisca un genocidio. Ulteriori dieci anni occorreranno perché Mladić riceva la condanna all’ergastolo per crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità. Per quanto riguarda l’Olanda, il governo di Wim Kok presenterà collettivamente le dimissioni nel 2002, sette anni dopo il verificarsi dei fatti, assumendosi la responsabilità del coinvolgimento dei caschi blu nelle operazioni, ma non la colpa del massacro. Nel 2019 infine, la Corte Suprema olandese emanerà la sentenza definitiva sulla connivenza dei Paesi Bassi nella vicenda, ritenuti responsabili per 350 morti di Srebrenica al 10%, poiché questa sarebbe stata secondo la Corte la probabilità per i soldati olandesi di riuscire nell’impresa di salvarli.

Narrando degli eventi drammatici di quel luglio 1995, il film Quo Vadis Aida, offre la possibilità di perpetrare la memoria di un genocidio per il quale la giustizia offre solo una soluzione parziale. Il dialogo e la riconciliazione, sono necessari per superare divisioni ancor oggi esistenti.

Trama
Bosnia, luglio 1995. Aida è un’interprete che lavora con l’Organizzazione delle Nazioni Unite nella cittadina di Srebrenica. Quando l’esercito serbo occupa la città, la sua famiglia è tra le migliaia di cittadini che cercano rifugio nell’accampamento delle Nazioni Unite. Come persona informata sulle trattative, Aida ha accesso a informazioni cruciali per le quali è richiesto il suo ruolo di interprete. Cosa si profila all’orizzonte per la sua famiglia e la sua gente? La salvezza o la morte? Quali passi dovrà intraprendere?

Domenica 17 Ottobre 2021, Cinema Corso, Lugano, ore 17:30

Intervengono al dibattito
Relatori: Elda Baggio, Vicepresidente Medici Senza Frontiere Italia – Moderatore: Nicole Corritore, giornalista e addetta stampa Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa


Gad Lerner – L’Italia assente dalle urne

Ex-Macello, rivelazione della ‘Domenica’ del Corriere del Ticino: hanno abbattuto il tetto e l’edificio ‘sbagliati’, e hanno taciuto 

Intervista realizzata a Bellinzona il 10 ottobre


Fame nel mondo, scandalo intollerabile

Ex-Macello, rivelazione della ‘Domenica’ del Corriere del Ticino: hanno abbattuto il tetto e l’edificio ‘sbagliati’, e hanno taciuto 

Sradicare la fame e la povertà resta uno degli obiettivi più ambiziosi che l’umanità si sia mai posta. Se nel 2015 risultava chiaro a tutti, stati membri dell’ONU compresi, come la Dichiarazione del Millennio fosse stata amaramente disattesa, ora si guarda con apprensione agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030.

Il bilancio stilato per l’odierna Giornata mondiale dell’alimentazione, infatti, è catastrofico. Secondo la FAO (Food and Agriculture Organization), oltre tre miliardi di persone soffrono la fame: a non potersi permettere un’alimentazione sana è quasi il 40% della popolazione mondiale. All’Africa spetta un preoccupante ma prevedibile primato: è il paese più colpito dall’insicurezza alimentare, con oltre metà dei decessi infantili causati da fame e malnutrizione. Anche le recenti crisi umanitarie in Afghanistan e ad Haiti contribuiscono a peggiorare il quadro generale.

Ma è il mondo intero a essere sotto scacco ed è proprio la pandemia da COVID-19 a esacerbare la situazione: le popolazioni più a rischio, già provate da conflitti e da eventi climatici estremi, hanno sempre maggiori difficoltà ad avere accesso al cibo e ai beni di prima necessità. L’aumento della povertà impedisce alle famiglie di acquistare cibo per il sostentamento quotidiano, mentre gli agricoltori non riescono a vendere il proprio raccolto, creando un circolo vizioso in cui milioni di persone necessitano aiuti alimentari d’emergenza.

Si stima che i piccoli agricoltori producano più della metà del cibo a livello mondiale. Le grandi aziende e le multinazionali ne producono invece il 40%, ma controllano ben il 70% delle superfici agricole. Ciò significa una concorrenza spietata per l’accesso alla terra, alle risorse idriche e, di conseguenza, ai mercati. Le aziende familiari, che producono in modo ecologico e sostenibile, vengono il più delle volte messe all’angolo dall’industria agroalimentare. A quest’ultima sono imputabili le principali problematiche della nostra era, come deforestazioni massicce, utilizzo di monocolture, pesticidi e fertilizzanti, inquinamento di acqua e sottosuolo: pratiche con pesanti ripercussioni sull’equilibrio degli habitat naturali, nonché sulla salute umana e animale.

Il modo di produrre il cibo che finisce sulle nostre tavole è tra i primi responsabili della diminuzione delle risorse naturali, dell’estinzione delle specie e del deterioramento ambientale. Tutti fattori che causano siccità, povertà e fame, amplificando ulteriormente le disuguaglianze sociali già esistenti e creandone di nuove.

Per aiutare le popolazioni più povere ad affrancarsi dalla fame è quindi necessario, e urgente, contribuire al loro sviluppo agricolo: in primis con scelte politiche coraggiose, che incentivino gli investimenti responsabili, l’innovazione, il risanamento ambientale. Rendere la produzione sostenibile, inclusiva e resistente ai cambiamenti climatici, puntando su partecipazione delle famiglie e prezzi accessibili a tutti, è qualcosa di possibile già oggi. Sarebbe prioritario che i governi concretizzassero i loro intenti, superando retorica e soprattutto interessi di parte.

Mentre sovrappeso e obesità rappresentano la nuova piaga dei paesi ricchi, la fame condanna chi ne soffre a un inferno perenne. L’alimentazione è un diritto umano fondamentale, negato ancora a tanti, troppi.


Giornata Mondiale dell’Alimentazione

Ex-Macello, rivelazione della ‘Domenica’ del Corriere del Ticino: hanno abbattuto il tetto e l’edificio ‘sbagliati’, e hanno taciuto 


Oggi al Festival – The Cave

Ex-Macello, rivelazione della ‘Domenica’ del Corriere del Ticino: hanno abbattuto il tetto e l’edificio ‘sbagliati’, e hanno taciuto 

Ogni giorno Naufraghi/e segnala un film del ricco programma del Film Festival Diritti Umani Lugano


The Cave, in italiano “la caverna”, è il nome con cui era noto l’ospedale realizzato nel sottosuolo della Goutha orientale, alla periferia est di Damasco. La struttura rimase in attività fino a marzo 2018. Allora, Amani Ballour, direttrice dell’ospedale, insieme allo staff medico, dovette evacuare i pazienti e abbandonare l’enclave dopo una resistenza durata sei lunghi anni. Appena un mese prima, l’ospedale aveva curato numerosi civili colpiti da bombe al cloro. Nel 2013, Goutha era stata teatro di un ulteriore attacco a base di armi chimiche. All’epoca fu usato il Sarin, un gas nervino classificato come arma di distruzione di massa. La produzione, acquisizione o conservazione di questo tipo di armi è proibita da una apposita Convenzione internazionale di cui la Siria non faceva parte all’epoca dei fatti. A seguito dell’attacco chimico di Ghouta dell’agosto 2013, la Siria, a lungo sospettata di possedere armi chimiche, accettò di metterle sotto supervisione internazionale, prendendo parte ad un programma di distruzione delle stesse e accettando di applicare la Convenzione in via provvisoria. Tuttavia, gli attacchi chimici che nuovamente si verificheranno nel paese negli anni a seguire, indicheranno la presenza di scorte non dichiarate.

Pur non facendo ancora parte, nel 2013, della Convenzione sulle Armi Chimiche, la Siria rimane perseguibile in base al diritto internazionale umanitario. Tuttavia, la Corte Penale Internazionale, competente nel giudicare crimini di guerra commessi nel territorio o dai cittadini di uno Stato membro del trattato istitutivo della stessa, non può occuparsi direttamente del caso della Siria. Quest’ultima in effetti, non è un paese firmatario dello Statuto di Roma, nome con cui è noto il trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale. L’impasse potrebbe essere superata, come avvenne per la Libia nel 2011, dal Consiglio di Sicurezza Onu, che ha il potere di deferire alla Corte per fattispecie che ricadono fuori dalla sua giurisdizione. Ciononostante, la Russia, e in parte anche la Cina, ha ripetutamente fatto ricorso allo status di membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per bloccare qualsiasi tentativo di portare la Siria di Bashar al-Assad innanzi alla giurisdizione della Corte Penale Internazionale. Ne consegue che gli attacchi chimici perpetrati nel paese restano ad oggi senza formale condanna penale a livello internazionale. L’incapacità del Consiglio di Sicurezza di identificare formalmente i responsabili degli attacchi in Siria nei fori competenti, supporta un messaggio estremamente pericoloso, ovvero che l’uso di armi chimiche resta tollerato ed impunito dal diritto internazionale. La speranza che questo possa cambiare resta tuttavia accesa, per Amani Ballour e per l’umanità.

Trama
Dopo il documentario candidato all’Oscar Last Men in Aleppo, il regista siriano Feras Fayyad torna nel suo paese natale per seguire l’operato inarrestabile della pediatra Amani Ballour, anima e responsabile di The Cave, l’ospedale sotterraneo in cui si tenta con pochi mezzi di aiutare tutti gli aiutabili, in primis i bambini. Una storia potente, disarmante, sulle conseguenze atroci di attacchi chimici, di crimini contro l’umanità, ma anche di sessismo e arretratezza culturale di chi non accetta che a capo di un ospedale ci sia una donna.

Sabato, 16 Ottobre 2021, Cinema Corso, Lugano, ore 20:45

Intervengono al dibattito
Moderatore: Aldo Sofia, giornalista – Ospiti: Feras Fayyad, regista

 


Il ‘no’ verde al PSE

Ex-Macello, rivelazione della ‘Domenica’ del Corriere del Ticino: hanno abbattuto il tetto e l’edificio ‘sbagliati’, e hanno taciuto 

Di Danilo Baratti, portavoce dei Verdi di Lugano 

Com’è noto i Verdi sono l’unico partito a non aver appoggiato, in Consiglio comunale, il messaggio oggetto di questo referendum, né quello precedente – il numero 10472 – votato nel giugno del 2020. La nostra presenza tra i fautori del NO è la naturale conseguenza della nostra posizione critica. Del resto condividiamo pienamente gran parte degli argomenti presentati fin qui. Anche per questo mi limito, per non ripetere cose già dette, a tre brevi osservazioni aggiuntive di carattere più generale.

La prima è legata al mantenimento del vecchio stadio. Se riteniamo importante, per principio, che la proprietà pubblica resti riservata ad attività pubbliche (sociali, culturali, sportive), qui c’è in gioco anche un altro principio, quello della conservazione e valorizzazione di quanto è ancora  funzionale. E questo è un principio importante per i Verdi. Lo stadio di Cornaredo sarà forse inadatto alle esigenze attuali del calcio-spettacolo della Super League, del calcio-finanza, del calcio-azienda, ma certamente è adattissimo al gioco del calcio di squadre minori e giovanili e per gli allenamenti. Ma direi al gioco del calcio in generale. Lo stesso vale per la pista di atletica, ancora idonea allo scopo. E la vecchia tribuna, depurata da quanto le si è costruito addosso, oltre che ancora funzionale è un oggetto architettonico interessante. Il nuovo va costruito in armonia con il vecchio che può ancora svolgere le sue funzioni, non distruggendolo.

La seconda riguarda il senso della misura. Abbiamo ereditato, dalla magniloquente e spendacciona era Giudici, i grandi progetti. A parte l’esercizio di riequilibrio finanziario degli ultimi anni, sembra che da quell’era, pur con qualche esitazione, non si sia mai usciti. Eppure la realtà – economica, sociale, ambientale – è profondamente cambiata, anche se molti sembrano proprio non accorgersene. È tempo di predisporsi saggiamente alla decrescita, per non doverla subire, drammaticamente impreparati, come frutto amaro delle alterazioni climatiche e degli squilibri sociali accentuati dalle politiche neoliberiste. Invece si ragiona sulla città del futuro pianificandola – a pezzi – con i criteri del passato.

La terza riguarda il principio stesso della chiamata alle urne su un progetto di queste dimensioni. Indipendentemente dalla forma di finanziamento scelta – una sorta di leasing trentennale attraverso il “partenariato pubblico-privato” invece di un investimento diretto con il relativo indebitamento – siamo di fronte a un progetto esorbitante dal grande impatto finanziario. Sembra quindi giusto che la popolazione sia chiamata a esprimersi. Eppure a essere irritati da questa legittima richiesta, concretizzatasi con la raccolta delle firme, sono soprattutto quegli ambienti che a livello cantonale un mese fa chiedevano, e in parte hanno ottenuto, il referendum finanziario obbligatorio.

Chiudo con una considerazione sulla campagna in corso: come ogni scelta politica e pianificatoria, anche questa può essere vista con occhi diversi, ma nella campagna c’è una doppia asimmetria. La prima è evidentemente finanziaria, con Golia che ha già tappezzato città e siti web di cartelloni e banner mentre Davide fa quel che può. L’altra è argomentativa: mentre i referendisti cercano di fare un discorso analitico sul progetto, la controparte punta tutto, ingannevolmente, e direi populisticamente, sul «sì allo sport» e sull’inesistenza di un piano B.


Oggi al Festival – Das Neue Evangelium

Ex-Macello, rivelazione della ‘Domenica’ del Corriere del Ticino: hanno abbattuto il tetto e l’edificio ‘sbagliati’, e hanno taciuto 

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Dopo Pasolini e Mel Gibson, il regista Milo Rau sceglie nuovamente Matera per mettere in scena la passione di Cristo. Per il ruolo di Gesù, chiama Yvan Sagnet, attivista camerunense che nel 2011 guidò lo sciopero dei braccianti di Nardò, in provincia di Lecce. Il cammino di mobilitazione iniziato in tale occasione, porterà all’introduzione della legge anti caporalato (L. 199/16) e, nel 2017, ad una storica sentenza italiana che riconoscerà, per la prima volta in Europa, il reato di riduzione in schiavitù. Nei 18 mesi successivi all’inizio del 2017, 561 persone verranno arrestate grazie alla legge suddetta, un dato significativo della diffusione del fenomeno nella Penisola. Nonostante le condizioni dei lavoratori siano da allora migliorate, esiste ancor oggi spazio per lo sfruttamento dei lavoratori sotto forme di para legalità.

Le condizioni di vulnerabilità e discriminazione in cui versano i braccianti favoriscono il persistere del fenomeno di razzializzazione del lavoro, ovvero della ghettizzazione e disumanizzazione di un’intera categoria di individui al fine di permettere ai produttori di ottenere guadagni maggiorati. La mancanza di uno stato di diritto forte è complice della contaminazione della gestione del lavoro migrante da parte del crimine organizzato di stampo mafioso. Importante comunque sottolineare che l’esistenza di caporali non è una problematica circoscritta esclusivamente al perimetro italiano, ma un crimine transnazionale che raggiunge molteplici paesi mediterranei, come la Spagna e la Grecia. L’attenzione mediatica nei confronti di questo fenomeno, amorale, che eppur si concretizza nella civilissima Europa, si deve all’instancabile lavoro di lotta di numerosi attivisti e braccianti e al messaggio che film come Das Neue Evangelium consegnano alla società: non smettere mai di vigilare.

Trama
Quale sarebbe il sermone di Gesù nel Ventunesimo secolo? Chi sarebbero i suoi apostoli? Il regista Milo Rau torna a Matera per mettere in scena una Passione in una società composta da disugaglianze e ingiustizia. Insieme all’attivista politico Yvan Sagnet, che interpreta il ruolo di Gesù, il regista crea una storia profondamente biblica. Nelle vesti del Cristo, Yvan torna, come “pescatore di uomini”, nel più grande campo di rifugiati vicino a Matera e tra le persone finite nel campo trova i suoi “discepoli”. Alleatisi ai piccoli imprenditori locali fondano la “Rivolta della Dignità”, una campagna politica che si batte per i diritti dei migranti.

Venerdì, 15 Ottobre 2021, Cinema Corso, Lugano, ore 17:30