In tredici anni è aumentato di oltre il 30 per cento. Rischi per lo Stato sociale
Nei giorni scorsi sono stati resi noti i dati relativi all’indebitamento globale [mondiale, ndr], la somma dei debiti pubblici, di quelli privati (imprese e economie domestiche) e dei debiti del settore finanziario. Secondo l’Institute of International Finance (Washington), nel terzo trimestre del 2021 il debito globale ammontava a 296 mila miliardi di dollari, il che equivale al 353% del prodotto interno lordo globale. Cifre inquietanti, specie se si ricorda che dalla Grande crisi finanziaria del 2008, malgrado l’allarmismo sul debito eccessivo e le politiche austeritarie che ne seguirono, l’indebitamento globale è cresciuto di oltre un terzo. Visto l’andamento della crisi pandemica, è lecito prevedere ulteriori aumenti del debito globale, aumenti a fronte dei quali solo tassi di crescita economica fenomenali con tassi d’inflazione alle stelle potranno – forse – rallentarne l’evoluzione. Secondo alcuni, c’è il rischio di andare incontro a crisi d’insolvenza generalizzate. Altri evocano la remissione del debito, addirittura il Giubileo di antichissima memoria, per evitare esplosioni politiche o sociali.
Visti i discorsi ricorrenti sul debito, con la colpa associata all’indebitamento e la virtù rappresentata dal risparmio, è facile aspettarsi un’ondata di critiche al lassismo dei poteri pubblici, accompagnate da tesi allarmiste sul debito e sulla necessità di destare la “fiducia” dei creditori. A farne le spese sarà, manco a dirlo, lo stato sociale e tutte quelle voci di spesa che sono necessariamente aumentate a causa della crisi pandemica (ma non solo).
In realtà, da quarant’anni il debito pubblico riveste un ruolo fondamentale per creditori e investitori, al punto che è lecito sostenere che sono i mercati a dipendere fortemente dal debito pubblico. Chiediamoci: non è forse la finanza a stimolare l’esplosione del debito, assai più delle presunte spese pubbliche eccessive? Solo il fatto che paesi come la Francia, la Germania o la Svizzera riescano a indebitarsi a tassi negativi, ossia guadagnano prendendo soldi in prestito, e, cosa ancor più sorprendente, ci siano investitori che accettano di perdere soldi per prestarglieli, dovrebbe suscitare qualche interrogativo.
Da quando, a metà anni Ottanta, gli Stati ricorrono direttamente ai mercati finanziari per coprire i propri debiti, l’indebitamento dei paesi ricchi è aumentato in modo impressionante. Gli sgravi fiscali ai più ricchi hanno fatto la loro parte, favorendo l’investimento del risparmio fiscale nel debito pubblico (generato dagli sgravi fiscali). L’aumento del volume dei Buoni del Tesoro, considerati particolarmente sicuri, ha permesso agli investitori di compensare investimenti molto più rischiosi, tant’è vero che la crescita dei mercati azionari e l’impennata del debito pubblico seguono la stessa traiettoria. Anche per le banche, che usano i titoli di Stato come collaterali per procurarsi liquidità da investire a breve (transazioni “repo”, repurchase agreement), il debito pubblico rappresenta il lubrificante indispensabile per realizzare profitti.
Insomma, l’aumento del debito globale va visto come un effetto della finanziarizzazione dell’economia. Il rischio è che gli Stati si sottomettano al volere degli investitori che, confrontati con la possibilità di un’esplosione del debito pubblico, impongono misure d’austerità sociale per non compromettere i propri profitti.
Sul tema segnaliamo l’articolo di Frédéric Lemaire “Cette dette dont les créanciers raffolent” apparso su “Le Monde diplomatique” e in italiano su “il manifesto”, settembre 2021
Testo dell’intervento nella rubrica Plusvalore di Rete Due