Il nostro caro Debito Globale

In tredici anni è aumentato di oltre il 30 per cento. Rischi per lo Stato sociale 

Nei giorni scorsi sono stati resi noti i dati relativi all’indebitamento globale [mondiale, ndr], la somma dei debiti pubblici, di quelli privati (imprese e economie domestiche) e dei debiti del settore finanziario. Secondo l’Institute of International Finance (Washington), nel terzo trimestre del 2021 il debito globale ammontava a 296 mila miliardi di dollari, il che equivale al 353% del prodotto interno lordo globale. Cifre inquietanti, specie se si ricorda che dalla Grande crisi finanziaria del 2008, malgrado l’allarmismo sul debito eccessivo e le politiche austeritarie che ne seguirono, l’indebitamento globale è cresciuto di oltre un terzo. Visto l’andamento della crisi pandemica, è lecito prevedere ulteriori aumenti del debito globale, aumenti a fronte dei quali solo tassi di crescita economica fenomenali con tassi d’inflazione alle stelle potranno – forse – rallentarne l’evoluzione. Secondo alcuni, c’è il rischio di andare incontro a crisi d’insolvenza generalizzate. Altri evocano la remissione del debito, addirittura il Giubileo di antichissima memoria, per evitare esplosioni politiche o sociali.

Visti i discorsi ricorrenti sul debito, con la colpa associata all’indebitamento e la virtù rappresentata dal risparmio, è facile aspettarsi un’ondata di critiche al lassismo dei poteri pubblici, accompagnate da tesi allarmiste sul debito e sulla necessità di destare la “fiducia” dei creditori. A farne le spese sarà, manco a dirlo, lo stato sociale e tutte quelle voci di spesa che sono necessariamente aumentate a causa della crisi pandemica (ma non solo).

In realtà, da quarant’anni il debito pubblico riveste un ruolo fondamentale per creditori e investitori, al punto che è lecito sostenere che sono i mercati a dipendere fortemente dal debito pubblico. Chiediamoci: non è forse la finanza a stimolare l’esplosione del debito, assai più delle presunte spese pubbliche eccessive? Solo il fatto che paesi come la Francia, la Germania o la Svizzera riescano a indebitarsi a tassi negativi, ossia guadagnano prendendo soldi in prestito, e, cosa ancor più sorprendente, ci siano investitori che accettano di perdere soldi per prestarglieli, dovrebbe suscitare qualche interrogativo. 

Da quando, a metà anni Ottanta, gli Stati ricorrono direttamente ai mercati finanziari per coprire i propri debiti, l’indebitamento dei paesi ricchi è aumentato in modo impressionante. Gli sgravi fiscali ai più ricchi hanno fatto la loro parte, favorendo l’investimento del risparmio fiscale nel debito pubblico (generato dagli sgravi fiscali). L’aumento del volume dei Buoni del Tesoro, considerati particolarmente sicuri, ha permesso agli investitori di compensare investimenti molto più rischiosi, tant’è vero che la crescita dei mercati azionari e l’impennata del debito pubblico seguono la stessa traiettoria. Anche per le banche, che usano i titoli di Stato come collaterali per procurarsi liquidità da investire a breve (transazioni “repo”, repurchase agreement), il debito pubblico rappresenta il lubrificante indispensabile per realizzare profitti.

Insomma, l’aumento del debito globale va visto come un effetto della finanziarizzazione dell’economia. Il rischio è che gli Stati si sottomettano al volere degli investitori che, confrontati con la possibilità di un’esplosione del debito pubblico, impongono misure d’austerità sociale per non compromettere i propri profitti.

Sul tema segnaliamo l’articolo di Frédéric Lemaire “Cette dette dont les créanciers raffolent” apparso su “Le Monde diplomatique” e in italiano su “il manifesto”, settembre 2021

Testo dell’intervento nella rubrica Plusvalore di Rete Due


Welcome Mr. Page

In tredici anni è aumentato di oltre il 30 per cento. Rischi per lo Stato sociale 

Questa è la storia di Timothy Page, detto Tim, un settantenne britannico che, qualche anno fa, condannato per una frode negli Stati Uniti, da Malibu si è trasferito a Morcote. Questa è anche la storia di un’integrazione riuscita: in Ticino, Mister Page avrebbe messo in piedi un’altra frode, assimilandosi così agli usi e costumi di chi, in riva al Ceresio, ha trovato il lido ideale per costruire i propri castelli di carta.

È nel 2011 che Timothy Page cade per la prima volta nella rete del Security and Exchange Commission (SEC), il potente gendarme dei mercati finanziari americani. L’uomo d’affari è condannato per avere ingannato degli investitori nel cosiddetto caso Connectajet.com, una società di cui sosteneva avrebbe rivoluzionato l’industria dell’aviazione creando un sistema di prenotazione online in tempo reale per viaggi in jet privati. Tra multe e sanzioni civili, l’uomo è stato chiamato a pagare circa 3,5 milioni di dollari.

Nel frattempo, Mister Page ha abbandonato la California, dove viveva. Il tramonto non è più quello sul Pacifico, ma quello di un calmo lago insubrico dove gli squali sembrano trovare casa più facilmente che le alborelle. Ma la lunga lenza del SEC a volte è impietosa, da buoni guardia pesca di un’economia mondiale che è sempre più un grande acquario. In questi giorni, a New York, il gendarme finanziario ha infatti inoltrato una nuova denuncia per colui che la procuratrice Alicia Reed definisce “truffatore recidivo”.

La frode di cui Page è accusato è simile a quella per cui è già stato condannato dieci anni fa: secondo la SEC, l’uomo avrebbe gonfiato artificialmente il prezzo delle azioni di piccole e sconosciute aziende in cui ha investito a basso prezzo per poi, sulla base di false e ingannevoli promesse, venderle a ingenui investitori su cui farci a cresta. Il tutto, a partire dal Ticino.

L’accogliente cantone svizzero ha permesso a Mister Page di sfuggire al pagamento della multa di 3,5 milioni di dollari inflittagli a seguito della prima frode. A dirlo è la SEC: “Timothy Page e Janan Page fuggirono a Lugano, in Svizzera, mettendo al sicuro i suoi beni poco prima che le sentenze finali entrassero in giudicato, pagando solo circa 100.000 dollari” si legge in un recente documento disponibile online e reso noto di recente dal sito romando Gotham City, specializzato nella criminalità economica.

La lettura del documento americano è particolarmente interessante. Mentre in Ticino i poliziotti sguinzagliati dallo sceriffo Norman Gobbi entravano nelle case delle lavoratrici e dei lavoratori stranieri a controllare nel frigo e nella cesta della biancheria, il “frodatore recidivo” ha trovato in riva al Ceresio un luogo d’accoglienza ideale. La sua precedente condanna, facilmente consultabile su Internet, deve essere sfuggita ai cultori nostrani del casellario giudiziale, al quale è sfuggito anche il killer pregiudicato Gennaro Pulice.

Si è trovato talmente bene, il nostro Mister Page, che quando, nel 2014, ha deciso di creare una società a Malta l’ha chiamata … Ticino Capital Limited. Questa società offshore è servita, sempre stando alle ricostruzioni del SEC, per portare avanti la nuova frode. Sulla carta, la Ticino Capital maltese è posseduta da un avvocato della piazza luganese. Lo stesso presso cui l’uomo d’affari britannico ha domiciliato la propria società ticinese, la Thrift Holdings SA, messa in liquidazione nell’agosto del 2020. Thrift, che in italiano significa risparmio, è anche il secondo nome di Tim Page. In nomen omen, verrebbe da dire dato che lui di (poveri) risparmiatori se ne intende.

La casa a Morcote, la società a Lugano: cosa manca a Tim Risparmio Page per essere definitivamente ambientato in Ticino? Un conto bancario, accipicchia! La SEC ha ordinato il sequestro di diversi conti bancari a nome dell’uomo, della moglie e di diverse società offshore in Gran Bretagna, Isole Cayman, Ungheria, Macao, Mauritius, Fiji e, naturalmente, Svizzera. Dove? Alla Banca dello Stato del Canton Ticino. Più ambientato di così…


Lucano colpevole di delitto d’umanità

In tredici anni è aumentato di oltre il 30 per cento. Rischi per lo Stato sociale 

Vi ricorda ancora qualcosa il nome Luca Traini? È il 31enne neofascista (dichiarato) ed elettore leghista (dichiarato), che nel febbraio 2018 a Macerata aveva sparato a sei immigrati, ferendoli, ma l’intenzione era di fare una strage. Nel marzo di quest’anno, in ultima istanza la Cassazione conferma la condanna inflitta al Traini: 12 anni di reclusione, e senza l’aggravante dell’odio razziale sarebbero stati anche meno. A molti non sembrò esattamente una condanna congrua ed esemplare, ma pace: avrà pesato qualche attenuante (il suo stato mentale). Adesso paragonate quella sentenza con la condanna a 13 anni e due mesi (più mezzo milione da ‘restituire’) che giovedì il tribunale di Locri ha comminato a Domenico ‘Mimmo’ Lucano, ex sindaco di Riace, comune celebre in tutto il mondo, oltre che per i Bronzi, per la politica di accoglienza ai profughi, cominciata col soccorso a una nave carica di curdi, e un ragazzo di nome Hassan che se ne uscì con l’ `evangelica’ considerazione: ‘c’è un paese di case senza gente e noi siamo gente senza casa’.

A ‘Mimmo’ non servivano altre parole. Riace si sarebbe salvata, salvando tanti disperati in cerca d’aiuto. Così lui è diventato un’icona, e il suo paese un modello. Segnalato e celebrato in tutto il mondo: film (come ‘Il volo’ del tedesco Wim Wenders), documentari a non finire, reportage per le più celebri testate internazionali, il sindaco finito nella classifica Fortune degli uomini più influenti del mondo, e Riace a lungo meta di un generoso flusso di turismo solidale.

Ma cosa ha fatto di così grave Lucano per vedersi piombare addosso una pena (addirittura doppia rispetto a quella chiesta dal pubblico ministero) che viene riservata ad assassini incalliti, n’dranghetisti mai pentiti, trafficanti internazionali di droga, stupratori seriali? Le principali accuse: favoreggiamento di immigrazione clandestina, truffa, peculato e abuso di potere. Tra l’altro, per aver favorito il matrimonio fra un anziano locale e una giovane immigrata (in Italia bisognerebbe allora annullarne migliaia di matrimoni, e processare un bel po’ di sindaci consenzienti); e per aver assegnato arbitrariamente abitazioni o lavoro a chi riempiva le abitazioni vuote (facendo rinascere un paese abbandonato). Eppure erano molti gli immigrati che gli inviava una Prefettura impotente.

Che Lucano abbia potuto sbagliare, commettere errori, se necessario forzare i limiti della legge, è possibile per un uomo che cercava soluzioni in un’epoca di respingimenti; di centinaia di migliaia di clandestini sfruttati nei campi, pagati una miseria e costretti a vivere in fetidi accampamenti; di un caporalato selvaggio e sempre impunito; di controlli inesistenti e di vergognose connivenze anche di certo sindacalismo ‘distratto’; e, nonostante tutto fosse sotto gli occhi di tutti, di uno Stato assolutamente assente: l’importante era che frutta e verdura arrivassero sulle tavole imbandite, e più o meno siamo ancora lì. Anche a questo ‘Mimmo’ si è ribellato. E, tutti concordano, senza gonfiarsi le tasche, lui che non era certo di famiglia benestante (un giorno sulle scale del tribunale mostrò ai giornalisti il suo conto in banca, c’erano 9 euro). Ma per lui niente attenuanti, sentenza shock, verdetto sconcertante. Per delitto d’umanità.

Pubblicato da laRegione il 2/10/2021

A tre giorni della pesante condanna in primo grado di Domenico ‘Mimmo’ Lucano la Fondazione MDM (Main dans la main), con sede a Lugano, e di cui è presidente Carlo Crocco, ha deciso di attribuire il suo premio annuale (consistente in una somma di fr. 50.000) all’ex sindaco di Riace. Il primo premio MDM venne conferito alla fine degli Anni Novanta a Edmond Kaiser, fondatore di ‘Terre des Hommes’. Successivamente il riconoscimento ha segnalato diverse personalità che si sono distinte in ambito umanitario, in particolare a favore dei bambini in aree di sottosviluppo. Quest’anno il Consiglio di fondazione ha deciso di attribuirlo appunto a ‘Mimmo’ Lucano, il quale, sottolinea la motivazione, “si è adoperato per creare una forma inedita di integrazione, consistente anche nel ridare vita a paesi semi abbandonati”.


Escondida

In tredici anni è aumentato di oltre il 30 per cento. Rischi per lo Stato sociale 


foto © Marco D’Anna

Ti volevo ringraziare, Jack.
– Di cosa, Lou?
– Di quando mi hai detto di mettere in moto e siamo partiti verso la Route 66 fregandocene di quella schifezza di lavoro.
– Già, però sulla Route 66 non ci siamo mai arrivati.
– Però siamo saliti sul treno che con quel fischio ci ha salvati facendoci cambiare strada.
– Un treno che si chiama desiderio?
– Quello era un tram.
– Il treno per Darjeeling?
– No, e neanche per Yuma.
– Il treno delle 7 e 40?
– Sai perché mi piace viaggiare con te, Jack?
– Perché non sai mai dove andremo a sbattere la testa, Lou?
– Già, e perché ci facciamo sempre un sacco di risate e perché non ti sei nemmeno accorto che dopo quel treno ci siamo imbarcati su un veliero bellissimo.
– Guarda, Lou che, invece, questa volta so perfino dove siamo diretti.
– E dove sarebbe?
– Verso Escondida, un’isola oltre il mare.
– È lontana, Jack?
– Non esiste, ce la stiamo inventando

testo © Marco Steiner

Dopo tanti anni di viaggi, Marco & Marco non potevano fermarsi. Abbiamo deciso di ripartire attraverso l’Immaginario, del resto lo diceva Saramago, “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione…” Ecco quello che faremo, torneremo per vedere con altri occhi… se volete potrete partire con noi.


Il Polo immobiliar-sportivo, si iniziano le danze

In tredici anni è aumentato di oltre il 30 per cento. Rischi per lo Stato sociale 

Si sono iniziate le grandi manovre in vista dell’approvazione del monumentale progetto immobiliar-sportivo di Lugano-Cornaredo; “Polo Sportivo e degli Eventi”, opportunamente così lo denominano il Municipio e i fautori del progetto, con furbesca elisione della componente palazzinara e speculativa, che è proprio quella che crea polemica e dissenso. Ed è questa vaga disonestà intellettuale ad irritare un po’, anche se non stupisce troppo dopo anni di opaca e fallimentare gestione della città e dei suoi progetti e interventi (così, a memoria: aeroporto, centro congressuale, autogestione, spiaggette private e terrazze pubbliche, biomedicina, stilisti negrieri, ecc.). Insomma, si parla del buon contorno per nascondere l’indigesto piatto principale.

Non si è ancora messo in campo il pezzo da novanta, cioè il defunto alcalde (al quale qualche spudorato vuole intitolare la mega-struttura), ma diamo tempo ai promotori, guidati con un bel sorriso curiale e poco rassicurante da un ex giornalista prestato alla causa, e con qualche sorprendente apparizione di esponenti socialisti in vena di figuracce; arriveranno anche al defunto, e magari anche ad altro, non facciamoci mancare nulla. Intanto parte il marketing (vi si parla solo di sport, per forza) e la grancassa mediatica, con il gruppo di Muzzano sulle barricate (pubblicità gialloverdi come se piovesse), affiancato dai soliti portalini dei giornalai e financo dal quotidiano gratuito.

E non ci è mancato quasi nulla in questi mesi: dalle intimidazioni para-squadristiche contro chi raccoglieva le firme, al tentativo di delegittimazione del referendum (come si fece per l’aeroporto, auspice addirittura l’ex-giudice Zali) presentato come atto quasi illegale e non lecito esercizio dei diritti popolari, al favoleggiare di alleanze contro natura tra referendisti e grandi famiglie luganesi, a narrazioni mitologiche sui mezzi finanziari a disposizione dei contrari per condurre la campagna (della serie: il bue che dà del cornuto all’asino).

Arrivano adesso i responsabili delle società sportive, a raccontarci l’ovvio e il risaputo, e cioè che la città ha un chiaro deficit a livello di strutture sportive; chi tira le fila si nasconde dietro la loro legittima preoccupazione, facendone “utili idioti” a promozione di una causa che non è la loro. Come se fosse colpa dei referendisti se per decenni Municipio e legislativo comunale hanno colpevolmente dormito, lasciando in sostanza marcire la situazione, e questo nonostante gli appelli delle società sportive e anche delle federazioni; e come se fosse necessario zavorrare il progetto sportivo con una megastruttura immobiliar-speculativa di cui nessuno (se non i promotori privati, e taluni socialisti) sembrava sentire l’esigenza. Mi risulta che diffuso scetticismo sia stato speso sul progetto anche nelle discussioni sul piano direttore comunale; ma ci si tappa le orecchie e si tira dritto, allegramente verso il muro.

Ci si dice che non c’è un piano B, rispolverando una vecchia e poco efficace tattica dell’alcalde buonanima, specialista nel tentare di mettere la gente con le spalle al muro per obbligarla ad accettare l’inaccettabile. Certo che c’è un Piano B, che tutela lo sport cittadino, eccome se c’è; ma non pare bello che lo si sveli adesso, meglio lasciare il popolobestia nell’ignoranza e spingerlo così verso l’agognata soluzione. Insomma, abbiamo anche un insulto all’intelligenza media del cittadino.

Un maggiorente socialista (Ghisletta, per nominarlo), che alla sorpresa generale si sta spendendo parecchio per il progetto nell’incredulità di molti dei suoi, qualche mese fa ha difeso a spada tratta la bontà dell’iniziativa anche sotto l’aspetto finanziario: anche qui belle parole in libertà, che potrebbero far sorgere qualche sospetto nei soliti malevoli. In effetti, un banale confronto con strutture sportive paragonabili in Svizzera permette di capire che lo stadio costerà molto, troppo, e nessuno ha finora saputo spiegare perché. Ma la cosa più grave, e che travalica la discussione sull’opportunità del progetto come tale, è la decisione di mettersi nelle mani dei privati costruttori, ai quali si è peraltro imposto (perché?) un progetto fatto e finito, immodificabile, e di operare in regime di leasing con riscatto: il maggiorente di cui sopra non ha spiegato il motivo per il quale non si sia invece optato per l’emissione di un bond della città (trentennale, allo 0.1% o anche meno) e per un finanziamento in proprio. La scelta del finanziamento privato come modello di business costerà inutili milioni di troppo a Lugano e ai suoi contribuenti, almeno a coloro che accetteranno di rimanerlo; ma, passando alla cassa per anni, qualcuno dovrà pur porsi la domanda perché non si è optato per una praticabilissima alternativa (irricevibile il discorso sul rating, grazie).

Vi sono anche considerazioni di natura urbanistica e di pianificazione cittadina; tra la messe di possibili obiezioni, rileviamo almeno che le ristrutturazioni abitative dei palazzi in centro, lasciati liberi dall’esodo a Cornaredo degli uffici comunali, non sembrano prevedere (come ci si aspetterebbe in un mondo normale) abitazioni per famiglie e per la classe media, ma in gran parte appartamenti fighetti per i week-end di qualche medico o avvocato zurighese. Eggià.

Come succede spesso, e come da tempo immemore si fa in questa bella cittadina, si usano preoccupazioni condivisibili per sdoganare l’inaccettabile. E intristisce parecchio come si sfrutti con bella dose di cinismo l’entusiasmo e la passione degli sportivi per promuovere un progetto in cui lo sport sembra essere pretesto per raggiungere altro.

Nell’immagine: una delle poche visualizzazioni del progetto che rende la volumetria completa delle cosiddette “torri”, normalmente mostrate solo frontalmente


PSE. Polo Speculativo degli Eventi

In tredici anni è aumentato di oltre il 30 per cento. Rischi per lo Stato sociale 


La televisione di domani sarà connessa, personalizzata e irriconoscibile

In tredici anni è aumentato di oltre il 30 per cento. Rischi per lo Stato sociale 

Di Derrick de Kerckhove e Maria Pia Rossignaud, Linkiesta

Tutto cambia affinché nulla cambi vale anche per la televisione? Il vecchio e il nuovo si inseguono, i contenuti da uno schermo passano all’altro così come gli utenti, i nuovi formati cercano di attrarre le nuove generazioni: consumatori fugaci. Ma nonostante tutto la Tv resta il media più seguito.

La televisione, posta davanti al divano in soggiorno ( anche secondo i dati rilevati nell’ultimo anno, quello “pandemico”), continua a governare le nostre ore di svago e informazione, tallonata dal resto degli schermi. Tuttavia, ciò che è cambiato e continuerà a cambiare sarà ciò che consumiamo attraverso quello schermo che in precedenza aveva la piena egemonia della televisione tradizionale: quella conosciuta come trasmissione lineare.

Ma ormai di lineare rimane poco perché oggi dominano le app: YouTube, Facebook, WhatsApp, Instagram, Twitter, Snapchat, Skype, Dropbox, Subway Surfers, LinkedIn, Uber e Google Maps, solo per citarne alcune, che coprono le attività del nostro quotidiano e hanno cambiato il modo di lavorare, interagire, comunicare, raccogliere e diffondere informazioni su persone, luoghi, eventi ecc.

La generazione Z, quella dopo i millennials, secondo il sito Statista si sposta verso nuovi spazi sociali come fonti di notizie mentre la generazione più giovane è molto più propensa ad usare Instagram, YouTube, Snapchat e, sì, TikTok, per ottenere le notizie. Secondo il Reuters Institute report, Instagram è destinato a superare Twitter come fonte di notizie principale tra i giovani consumatori, con il 75% dei giovani sotto i 25 anni che dicono di usare la piattaforma per le notizie e principalmente se in formato video. Infatti, le app preferite per le notizie sono per lo più piattaforme video-first. La generazione Z, dunque, è più propensa a informarsi tramite video (57%) rispetto al testo (43%).

Il punto è che oggi chiunque può produrre video e quindi Tv, o almeno chiunque può immaginare di competere con i grandi player: è il mondo digitale dove la diretta Tv è stata inghiottita da Internet, e si fruisce dovunque e con una miriade di gadget.

Franco Siddi, in qualità di presidente di TuttiMedia ha recentemente sottolineato che guardare al futuro non significa cancellare il passato e che salvaguardare il bene pubblico dell’informazione è soprattutto compito di Rai, Bbc ecc. «Oggi ci troviamo di fronte all’algoritmo – ha scritto nelle pagine di Media Duemila – il tema dell’opinione pubblica si pone in termini diversi. I media hanno sempre avuto un ruolo importante, e continueranno ad averlo se servono solo ed esclusivamente la verità. Grazie ai media si è formata l’opinione pubblica, praticamente scomparsa adesso, e che deve diventare di nuovo importante per la nostra società. Solo da questo punto, dalla riappropriazione del proprio ruolo, può ripartire il giornalismo, anche perché c’è sempre bisogno di giornalisti e di informazione».

Salvare il bene pubblico dell’informazione vale ieri come oggi, il punto è che abbiamo bisogno di una nuova centralità della televisione, come ha ben detto Alberto Marinelli (prorettore alla Sapienza) per sottolineare le profonde trasformazioni nel modo di guardare la televisione: «Oggi parliamo di un’esperienza che supera i modelli e i formati della Tv tradizionale e apre a una straordinaria molteplicità di pratiche, scenari di consumo, schermi, interazioni sui social media».

Il protagonismo delle audience connesse

«Non è più una realtà di nicchia ma è un fenomeno trasversale rispetto alle generazioni: se è vero che sono generazione Z e millennials (quelle più giovani) a caratterizzarsi per la maggiore innovatività, tutti i pubblici mostrano comunque comportamenti esplorativi sia rispetto all’ambiente tecnologico in cui si accede a contenuti televisivi sia rispetto alle pratiche social.

L’audience vuole contenuti sempre disponibili, modellati rispetto ai suoi diversi bisogni, svincolati dal palinsesto, per passare da uno schermo all’altro, da un contesto all’altro, da un tempo di consumo a un altro. I contenuti oggi circolano e si condividono, liberi da vincoli e barriere: è l’era del fluid viewing.

Ipertesto, interattività e connettività diventano le parole chiave perché dobbiamo ridefinire l’utente che da passivo diventa attivo e richiede un contenuto adeguato alla sua nuova forma. Questa potrebbe essere la chiave principale del prossimo sviluppo perché questo tipo di coinvolgimento porta un’emozione nuova, posiziona l’utente al centro dell’opera invece di lasciarlo alla periferia. L’interattività è centrale.

La narrativa ipertestuale dà un potere in più all’utente, stimola anche la sua curiosità e di fatto lo fa divenire coautore. Secondo David Rokeby, artista di nuovi media canadese, invece di creare contenuti statici di musica o pittura, nell’era digitale diviene fondamentale costruire nuovi strumenti e condividere l’opera con l’utente.

Questo potere non è limitato all’intrattenimento e infatti provoca problemi nella cultura della post-verità, perché la possibilità di pubblicare immediatamente è la tentazione irresistibile di prendere il controllo della parola. Questo è il nucleo, o meglio, il centro della criticità della Rete: da una parte dà la spinta ai prodotti commerciali che accelerano l’economia dell’informazione, dall’altra provoca la conseguenza imprevista di una cacofonia derivante dalle tante voci che si alzano su soggetti diversi.

De-coesione sociale

Secondo la studiosa canadese Regina Rini c’è differenza fondamentale tra una notizia “positiva” e una notizia “negativa” sulla Rete. Una notizia positiva raggiunge un piccolo pubblico. Una notizia negativa è letta da migliaia di persone e fa scattare un meccanismo virale. Le fake news sono sempre esistite ma oggi sono velocissime, istantanee, i lettori non hanno modo di difendersi e riflettere. Chi potrebbe riflettere non ha più un contesto avendo messo la propria memoria nel telefonino. Molte volte c’è addirittura l’indifferenza alla verità.

La verità, la verifica, interessa o non interessa? Questo è un nuovo angolo di riflessione perché la televisione del futuro potrebbe dover ritornare sulla qualità del contenuto e indurre a nuovi livelli di riflessione che i giovani stanno perdendo.

Non c’è niente di più condivisibile delle emozioni. È per questo che i social media hanno esteso il mondo della comunicazione come un sistema limbico sociale creando gruppi di interesse a sostegno di un messaggio, di una persona o di un programma. Oggi sono la fonte principale degli audit, in particolare Audiweb con la sua misurazione specifica. Ma la dittatura degli audit può impedire la necessaria metamorfosi della Tv.

La conclusione è un inizio perché, sotto sotto, speriamo che quelle espressioni creative che trovano per ora ospitalità in YouTube – o più recentemente in Facebook – e si caratterizzano per la forma breve, l’inquadratura e il montaggio ottimizzati per la fruizione da piccolo schermo e, soprattutto, per l’esplorazione di formati del tutto innovativi (web series, vlog), restino fuori dalle produzioni delle televisioni che hanno il compito di educare, narrare per permettere, anche, la formazione di un’opinione pubblica.


Questo testo è la postfazione di Derrick de Kerckhove e Maria Pia Rossignaud al volume “Storytelling digitale. La produzione audiovisiva 4.0”, a cura di Simone Arcagni, Luiss University Press, 2021.

Titoli di Naufraghi/e


La pedagogia del Partito comunista cinese, e quella del capitalismo

In tredici anni è aumentato di oltre il 30 per cento. Rischi per lo Stato sociale 

Scandalosissima e totalitaria Cina, vergognati! Fai il lavaggio del cervello alla gente, iniziando dai bambini e dalle scuole. Cosa che hanno fatto già tutti i totalitarismi (ma non solo) del Novecento e che rifà oggi anche la Cina non di Mao ma quella diventata seconda/prima potenza economica del mondo. Contro cui opponiamo i sottomarini nucleari, ma anche i media, oggi inorriditi dal fatto che l’indottrinamento cinese preveda non solo il culto del partito ma anche quello del presidente Xi Jinping.

Da settembre gli alunni delle scuole elementari hanno iniziato infatti a studiare una nuova materia: “il pensiero di Xi Jinping”. Dove Xi Jinping non è tanto il piccolo padre, come si faceva chiamare Stalin, ma il nonno della Cina e dei bambini, con un nuovo tocco di familiarità che non guasta mai.

E molti media occidentali hanno scritto di un ulteriore processo di colonizzazione ideologica – ma anche personalistica – della mente dei giovani che ormai va appunto dalle elementari fino all’università, dove già da tempo il pensiero di Xi Jinping peserebbe nei corsi accademici. Agli insegnanti viene dunque demandato il compito di piantare nei cuori dei giovani i semi dell’amore per il Partito, la patria e il socialismo, come si legge nelle istruzioni emanate dal governo cinese. E ancora: “Le scuole primarie si concentreranno sulla coltivazione dell’amore per il Paese, il Partito comunista e il socialismo. Nelle scuole medie, l’attenzione sarà invece focalizzata sulla combinazione di esperienza percettiva e studio della conoscenza, per aiutare gli studenti a formare giudizi e opinioni politiche di base”, ovviamente secondo l’ideologia ufficiale. Nei college, invece, “ci sarà una maggiore enfasi sul pensiero teorico”. A questo si è aggiunta una campagna di moralizzazione per limitare l’uso dei videogame online (tre ore a settimana), cancellando i talent show in Tv e allo stesso tempo promuovendo una immagine più virile dell’uomo tra i giovani. Ma ciò che marcherebbe davvero la strategia di Xi Jinping – secondo le critiche occidentali – è la sua pervasività. Finalizzata a maggiorare/affinare la capacità di cattura e di controllo da parte del Partito su affari, mass/social-media, cultura e istruzione – sulla vita intera dell’uomo. Costruendo fin da piccoli gli uomini nuovi necessari alla Cina di domani.

Scandaloso, tutto questo? Ma è esattamente ciò che fa anche il capitalismo e il sistema tecnico nel mondo occidentale, la differenza è che l’occidente si dice democratico, la Cina no. Anche in occidente infatti, a partire dalle scuole fino alle università, con accompagnamento di media e di social, si insegna un pensiero unico e un modello esistenziale, quello dell’ideologia neoliberale e della ragione solo calcolante; si insegna che bisogna adattarsi velocemente all’innovazione tecnologica quale che sia e alle esigenze della rivoluzione industriale; che bisogna valorizzare non se stessi come persona, ma il proprio capitale umano per vendersi meglio sul mercato (povero Socrate!); che si deve essere e vivere come imprenditori di se stessi in un regime di concorrenza infinita; che importante è acquisire competenze a fare (hard o soft skill che siano) e non conoscenza per pensare. E la pubblicità non è forse una forma di propaganda capitalistica (lo scriveva già Günther Anders in L’uomo è antiquato), per farci consumare sempre di più, una propaganda come o forse peggio (perché molto più invasiva, pervasiva e persuasiva) della propaganda politica? E la Silicon Valley non è forse una fabbrica di immaginari collettivi e di ideologia, prima che di tecnologia? E il tecno-capitalismo non vuole produrre anch’esso il suo uomo nuovo, formattandolo fin da piccolo sia attraverso il consumismo (da rileggere I persuasori occulti di Vance Packard, libro degli anni ’50 ma attualissimo anche in tempi di micro-targeting), sia con videogiochi e smart-phone e tecnologie-giocattolo? E non vive forse anche l’occidente nel culto della personalità, soprattutto non politica ma imprenditoriale (i guru, i visionari, i creativi) – arrivando a quello che era un grande giornale italiano e che si sta dedicando da settimane alla costruzione mitopoietica di Elon Musk quale modello virtuoso per i giovani italiani? Ma allora: dov’è la differenza con la Cina che celebra Xi Jinping? Prima di scandalizzarci per la Cina (comunque giusto e doveroso) che colonizzerebbe le menti di giovani innocenti ingegnerizzandoli psichicamente con lo stampino dell’ideologia, dovremmo cominciare a scandalizzarci di noi stessi: dei nostri modelli pedagogici (che devono piantare nei cuori dei giovani i semi dell’amore per il mercato, la tecnologia e la competizione) e che rifuggono a priori dal pensiero critico; scandalizzarci dell’ideologia neo-liberale e tecnologica che ci è entrata dentro diventando la nostra forma di vita quotidiana (produrre-consumare-produrre-consumare…oggi anche o soprattutto dati), impedendoci di immaginare altro e di meglio; scandalizzarci per le celebrazioni ad Angela Merkel come grande leader quando in realtà ha demolito l’idea di Europa e di solidarietà (generando populismi ovunque), ha praticato la macelleria sociale sui greci (e non solo), ha vissuto nel dogma dell’austerità quando invece servivano più Stato e più spesa pubblica in funzione anticiclica; scandalizzarci del nostro culto per il denaro e del nostro feticismo infantile per la tecnologia.

Tutti pezzi, questi, di un modello pedagogico/ideologico neoliberale e tecnofilo a prescindere che da tempo ha colonizzato le nostre menti per maggiorare la capacità di cattura e di controllo da parte del capitale e della tecnologia sulla vita intera dell’uomo. Da cui discende poi anche il no svizzero alla tassa sulla CO2 e alla iniziativa 99% e gli industriali del mondo che vogliono tornare a prima della pandemia, producendo ancora più ingiustizia ambientale (non pensando alle future generazioni) e ingiustizia sociale; e pure il voto in Germania, dove per principio ideologico neoliberale ormai introiettato non si cambia nulla o si cambia troppo poco. Anche davanti a un cambiamento climatico sempre più drammatico.


«Bla, bla, bla» – Greta Thunberg a Milano ha tirato le orecchie alla politica degli slogan

In tredici anni è aumentato di oltre il 30 per cento. Rischi per lo Stato sociale 

Di Enrico Pitzianti, Linkiesta

«Green economy: bla, bla, bla. Emissioni zero entro il 2050: bla, bla, bla». Questo ha detto con espressione seria e voce sdegnata l’attivista svedese Greta Thunberg alla platea milanese presente all’inaugurazione della Youth4Climate: Driving Ambition, cioè il summit organizzato dalle Nazioni Unite in cui centinaia di giovani e rappresentanti delle istituzioni discutono del problema del cambiamento climatico. L’idea espressa è chiara: quelle dei leader spesso sono solo parole. Sono promesse sulla riduzione di emissioni, promesse sulla neutralità climatica e altre promesse ancora, ma alla fine dei conti «dopo trent’anni» questi «bla bla bla» non hanno portato risultati concreti.

Non capita spesso di sentire un leader politico – cosa che ormai, va da sé, Thunberg è di diritto – parlare con tanta franchezza. E non capita spesso nemmeno che qualcuno di così influente e seguito inviti tutti a parlare meno e fare di più, visto che tutti, oggi, non facciamo altro che parlare e parlare. In un’altra parte del discorso Thunberg dice: «Questo non è qualche costoso, politicamente corretto, evento green in cui si abbracciano coniglietti”» E anche questa frase, insieme all’ormai virale «bla, bla, bla», dà l’idea della temperatura del dibattito di questi giorni.

A Milano oltre al Youth4Climate, iniziato lo scorso martedì, c’è la PreCop26 che si concluderà invece il 2 ottobre. Di fatto i due eventi sono l’inizio della ventiseiesima conferenza dell’Onu sul clima, la Cop26 che si terrà a Glasgow, in Scozia tra il 31 ottobre e il 12 novembre. Intanto il «bla, bla, bla» di Greta si candida da subito a essere la frase che meglio rappresenta l’insofferenza dei giovani attivisti proprio rispetto a eventi istituzionali come questo, dove la farraginosità della diplomazia rischia di far passare in secondo piano l’urgenza dei problemi discussi. Ma anche una critica all’attivismo di facciata, il cosiddetto “green washing”.

Le parole di Thunberg vogliono segnare un solco, quello tra chi è attivamente impegnato nella causa climatica e chi non lo è. Tra chi parla di ambiente per posizionarsi in società, per darsi un tono o per fini elettorali e chi invece ne parla per poter agire concretamente. La scelta delle parole e dei toni dell’attivista svedese serve a sistemare sin dall’inizio del summit l’asticella dei risultati sul punto più alto possibile della scala dei risultati ottenuti.

Ora ci saranno, almeno dal punto di vista comunicativo, solo due possibilità: se alla fine della Cop26 arriveranno decisioni timide e considerabili come prive di coraggio o incisività, allora il mondo dell’attivismo vedrà concretizzarsi il fantasma dell’ignavia indicato da Greta Thunberg e di conseguenza protesterà e rimanderà al mittente le accuse di idealismo, ricordando che si sapeva che era un «bla, bla, bla». Perché questo non succeda – e questa è la seconda possibilità – i leader dovranno prendere per forza delle decisioni concrete e lungimiranti.

I dati contenuti nel rapporto Climate change 2021, pubblicato ad agosto dal Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) hanno contribuito a far preoccupare cittadini e attivisti e, di conseguenza, a far crescere ulteriormente le aspettative sulla Cop26: il riscaldamento globale è già qui, le temperature crescono «inequivocabilmente» a causa delle attività umane e si può agire, ma serve farlo subito.

Non a caso, a Milano, Thunberg ha aggiunto: «Non possiamo più permettere al potere di decidere cosa sia la speranza. La speranza non è un qualcosa di passivo, non è un bla bla bla. La speranza vuol dire la verità, vuol dire agire», e ancora, «noi vogliamo giustizia climatica, e la vogliamo ora».

Immagine di Claudio Furlan/Lapresse


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