Lavorare? Magari anche no

Perché c’è un’ondata di dimissioni in tutto il mondo 

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La pandemia sta cambiando rapidamente le aspettative dei lavoratori, che decidono sempre più di lasciare la loro occupazione per cercare impieghi più soddisfacenti o con maggiore libertà e flessibilità. È una conseguenza della minor importanza del lavoro nelle nostre vite, spiega l’Atlantic

Lasciare il lavoro per provare a realizzare il sogno di una vita è un desiderio che non si avvera, di solito. È un pensiero di molti lavoratori insoddisfatti. Ma mollare tutto per percorrere una strada più incerta è un’utopia che raramente si ha il coraggio di abbracciare.

Poi è arrivata la pandemia. E con la pandemia sono cambiati tutti i parametri.

“Non capisco, questo sistema ha sempre funzionato!”

Il mondo del lavoro è stato stravolto dagli eventi dell’ultimo anno e mezzo. Nuove incertezze, le difficoltà di chi era in attesa di un rinnovo o di una conferma, le complicazioni dovute a un regime di home working forzato, o il rientro in ufficio dopo aver trovato l’equilibrio in smartworking: sono tanti i fattori che hanno reso – per molti lavoratori – il vecchio posto di lavoro una realtà non più così appetibile.

Le conseguenze si vedono nei numeri. Solo negli Stati Uniti il 7% dei dipendenti del settore “alloggi e servizi di ristorazione” ha lasciato il lavoro ad agosto. Significa che un impiegato su 14 tra chi lavora in hotel, camerieri di ristoranti e barbieri ha detto “arrivederci a tutti” in un solo mese.

Gli “abbandoni”, come li chiama il Bureau of Labor Statistics, sono ancora in aumento in quasi tutti i settori. Ad aprile, il numero di lavoratori che hanno lasciato il lavoro in un solo mese aveva battuto il record di tutti i tempi negli Stati Uniti. Sembrava un mese eccezionale, a poco più di un anno dall’inizio dei lockdown. Invece era solo l’alba di qualcosa di più grande: a luglio quella quota è cresciuta ancora di più, ad agosto un nuovo record e c’è da aspettarsi che non sia finita qui.

I numeri e gli scenari sono simili anche in Europa, con le dovute proporzioni e ognuno con le sue peculiarità.

La Germania ha avuto il più alto numero di dimissioni legate al Covid-19 (quindi con motivazioni nuove, nate nell’ultimo anno o poco più) di tutto il continente, con il 6% dei lavoratori che hanno lasciato il lavoro – seguiti da Regno Unito con il 4,7%, Paesi Bassi con il 2,9% e Francia con il 2,3%. Il Belgio ha avuto il minor numero, con l’1,9%.

Un recente sondaggio del World Business Forum ha rilevato che nel Regno Unito e in Irlanda il 38% dei dipendenti aveva intenzione di lasciare il lavoro nei prossimi sei mesi o un anno.

L’ondata di dimissioni è una realtà ormai globale che ha già preso il nome di “The Great Resignation”, o “Big Quit”, e che è stata descritta da Derek Thompson in un lungo articolo sull’Atlantic: «Smettere è un concetto tipicamente associato a perdenti e fannulloni. Ma questo livello di abbandono sembra piuttosto un’espressione di ottimismo: quella di chi dice “possiamo avere di meglio”».

Durante il ‘900, nell’età d’oro del lavoro, molti hanno mantenuto la stessa occupazione per quarant’anni prima di andare in pensione. Ma già negli anni ’60 e ’70 lasciare il lavoro era diventato un sintomo di salute per l’economia, che dimostrava una discreta mobilità e apriva nuove possibilità per moltissimi lavoratori. «Dagli anni ’80, gli americani hanno smesso di meno e molti si sono aggrappati a lavori scadenti per paura che la rete di sicurezza non li sostenesse mentre ne cercavano uno nuovo», dice l’Atlantic.

Questo per quanto riguarda i lavoratori. Poi però ci sono i datori di lavoro e gli imprenditori. «Per i capi – si legge sull’Atlantic – che in epoca pre-pandemia vivevano lavorativamente situazioni molto favorevoli, questo momento dell’economia deve sembrare un caos totale, l’inferno dei manager. Le opportunità di lavoro sono schizzate alle stelle in molti settori. Molte posizioni sono vacanti da mesi».

Intanto le condizioni di base del lavoro vanno incontro a un grande reset: dalla primavera 2020 molte famiglie hanno visto stravolta la loro quotidianità, costrette ad adottare nuovi stili di vita e adattarsi agli spazi che cambiano.

Molte case sono diventate ufficio, scuola, palestra, cinema e ristorante in un solo luogo. È inevitabile che il nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata non sia ancora stato trovato, e probabilmente l’incertezza e i cambiamenti repentini sono la nuova normalità che ci accompagnerà almeno per un altro po’. Quello che è certo è che in questa transizione, il lavoro stesso sembra perdere di importanza nel confronto con altre priorità.

«Eliminando l’ufficio inteso come presenza fisica nella vita di molte famiglie (ma non tutte!), la pandemia potrebbe aver declassato il lavoro come fulcro dell’identità. In effetti, la quota di americani che affermano di voler lavorare oltre i 62 anni è scesa al valore più basso da quando la Federal Reserve Bank di New York ha iniziato a porre la domanda, nel 2014», si legge nell’articolo.

Una regola non scritta delle crisi globali è che lasciano un segno imprevedibile nella storia.

«Non sembrava possibile che il grande incendio di Chicago del 1871 portasse a una rivoluzione nell’architettura, eppure, senza dubbio, contribuì direttamente all’invenzione del grattacielo che oggi caratterizza la città. È ugualmente sorprendente che una delle più importanti eredità scientifiche della Seconda guerra mondiale non avesse nulla a che fare con bombe, armi o fabbricazione: il conflitto ha accelerato lo sviluppo della penicillina e dei vaccini antinfluenzali. E tra gli effetti a lungo termine più salutari della pandemia dell’anno scorso c’è sicuramente la riconsiderazione del lavoro», scrive l’Atlantic.

Per riuscire a mettere i lati positivi della pandemia nella giusta prospettiva può essere utile considerare lo scenario opposto, in cui le nuove tendenze sono ribaltate: le dimissioni sarebbero a zero, le aziende più statiche, la densità abitativa dei centri cittadini schizzerebbe alle stelle (oggi c’è un discreto esodo urbano tanto negli Stati Uniti quanto in Europa). Sarebbe, in altre parole, un movimento di straordinario consolidamento e accentramento: tutti lavorano nelle aree urbane per vecchie aziende che non lasciano mai.

La realtà attuale invece ha una grande spinta centrifuga: verso le periferie, lontano dai vecchi luoghi di lavoro. «Prima della pandemia – è la conclusione di Derek Thompson sull’Atlantic – l’ufficio è stato per molti l’ultima comunità fisica rimasta, soprattutto perché la frequenza alla chiesa e l’appartenenza ai circoli sono diminuite. Ma ora anche i nostri rapporti d’ufficio si stanno disperdendo. “The Great Resignation” sta accelerando, e sta dando una svolta improvvisa alla vita di molte persone».

Le immagini non sono parte dell’articolo originale [ndr]


Trump e lo schiaffo a Biden

Perché c’è un’ondata di dimissioni in tutto il mondo 

Nella storia statunitense, un solo presidente ha ottenuto due mandati non consecutivi: Grover Cleveland, eletto nel 1884, sconfitto quattro anni dopo, ma nuovamente portato alla casa Bianca nel 1892. È l’unico precedente, a cui guardano i fan di Donald Trump nella speranza di una rivincita del loro idolo. Per la verità, più che al passato gli elettori di fede trumpiana possono più concretamente affidarsi al presente. Non solo per la clamorosa sconfitta dei rivali democratici per la nomina del governatore in Virginia, che appena un anno fa aveva votato nettamente per Joe Biden (54%) nella corsa alla Casa Bianca. Anzi, a dirla tutta, il vincitore repubblicano di martedì, Glenn Youngkin, sembra sia riuscito nella sua impresa proprio grazie al fatto di non affidarsi troppo allo stile, agli slogan, alla paranoia dell’ex presidente che continua a definirsi vittima di un colossale scippo elettorale: e questo basso profilo avrebbe garantito a Youngkin anche il sostegno di una parte importante di votanti moderati, sottratti al rivale Terry McAuliffe.

No, quello che tiene in piedi e rende ancora credibile un ‘effetto Cleveland’ è il fatto che per il GOP, il partito repubblicano, Trump è ancora una presenza dominante. Lo dicono tutti i sondaggi: per la maggioranza degli elettori di questo schieramento, il tycoon rimarrebbe il candidato nettamente favorito qualora dovesse partecipare alle prossime primarie: ha ancora dalla sua quasi il 50 per cento delle intenzioni di voto repubblicani, mentre nessuno dei suoi potenziali concorrenti supera attualmente il 25 per cento. Certo, il prossimo appuntamento presidenziale non è dietro l’angolo, molte cose possono ancora cambiare in tre anni. Ma intanto: tutti i ‘rivali’ interni di Trump, quelli manifestatisi finora, hanno dichiarato che non concorrerebbero se lui dovesse scendere nuovamente in campo; risulta in testa nella raccolta di fondi; il suo comitato d’azione politica “Save America” è estremamente attivo e ha già in cassa oltre cento milioni di dollari; la corsa repubblicana verso l’appuntamento del 2024 ruota tutta attorno alla lealtà politica nei suoi confronti; la sua azione potrà essere decisiva per le mid term del prossimo anno (quando il GOP tenterà di riconquistare la maggioranza in almeno una delle due Camere); e colui che fu il 40esimo presidente americano sta pianificando, con l’apertura di un proprio sito (“Truth”, la verità), il suo massiccio ritorno mediatico dopo l’esclusione da Facebook, Twitter, YouTube.

“È già in corsa, e domina la scena repubblicana”, scrive su “The Atlantic” David Frum, l’autore di “Trumpocalypse: restoring american democracy”. Ma l’elemento decisivo sarà il ‘fattore B”, cioè Biden. Il sonoro ceffone elettorale subito da quest’ultimo e dai dem in Virginia è visibilmente legato alle forti difficoltà dell’inquilino della Casa Bianca: popolarità precipitata dopo il caotico e disastroso ritiro dall’Afghanistan, divisioni nel suo partito, difficoltà nel varo del pacchetto record di spesa pubblica (seimila miliardi di dollari) per il sostegno alle famiglie, il piano di ammodernamento delle infrastrutture, il rilancio dell’economia nazionale. Inoltre, dicono gli analisti americani, uno dei principali errori dei democratici in Virginia è stato quello di continuare ad attaccare Trump invece di proporre un programma credibile. Certo, anche se di notevole importanza nazionale, s’è trattato di un voto locale, e Trump, unico capo di Stato americano ad essersi salvato da due tentativi di impeachment, è ancora al centro di inchieste (per il suo ruolo nell’assalto al Campidoglio) e di accertamenti (fiscali). Ma il campanello d’allarme è suonato. E, come ha ammonito ancora David Frum, l’uomo ha fatto della vendetta la sua “principale regola di vita”. Lo aveva detto durante la campagna elettorale: “Vendicatevi sempre; e se vi colpiscono, voi colpiteli dieci volte più forte”. Ce n’è abbastanza per cominciare a temerne il possibile ritorno. Soprattutto se ‘uncle Joe Biden’ continuerà a impantanarsi. Quindi, non dimenticate quel nome: Grover Cleveland.

Nell’immagine: Grover Cleveland, 22mo e 24mo presidente degli Stati Uniti


Polo o pollo?

Perché c’è un’ondata di dimissioni in tutto il mondo 

Di Benedetto Antonini, architetto e urbanista

Tra poco i Luganesi dovranno esprimersi sull’accordo capestro tra promotore pubblico, il Comune di Lugano, e il promotore privato, Credit Suisse e HRS, un consorzio di banche e costruttori, sottoscritto in vista di realizzare quello che pomposamente viene chiamato Polo Sportivo e degli eventi. Accordo ampiamente accettato dal Consiglio comunale uscente. A pochi giorni, infatti, dal rinnovo delle cariche politiche, con l’assillo di scontentare i possibili elettori-sportivi.

Il Comune vuol fare le cose all’in grande anche se non ne ha i mezzi per finanziarne la realizzazione e allora chiama in aiuto i “privati”, i quali, vista la situazione d’emergenza, hanno dettato le loro condizioni che, a detta di chi le cose le capisce, sono fuori mercato e a loro esagerato vantaggio, ovviamente.

Quella del PSE è una tragedia in diversi atti che, come usava fare al teatro dell’Oratorio per evitare le insonnie, potrebbe concludersi con una farsa. Abbiamo detto più atti, poiché si parla di un tiro alla fune durato un ventennio. Nel frattempo, le esigenze, ma soprattutto la realtà e le prospettive del mondo immobiliare sono cambiate radicalmente, ragioni per le quali, il progetto scelto dopo un concorso che, per soddisfare le esigenze economiche del partner privato, prevedeva oltre agli impianti sportivi contenuti residenziali e amministrativi. Questi ultimi, tuttavia, non soddisfano più le esigenze del partner privato.
La sovrabbondanza di appartamenti nuovi con ampio sfitto anche a Lugano e il drastico calo della domanda di uffici, hanno fatto sì che il Comune oltre ad offrire l’uso dei terreni e quant’altro, deve fornire anche gli inquilini.

Sull’esempio di altre città che, invece, essendosi mosse tempestivamente hanno avuto successo, Basilea, Berna, Neuchâtel, san Gallo, inizialmente Lugano ha tentato di ottenere “gratis” gli impianti sportivi, in cambio di importanti concessioni per la realizzazione di volumi per destinazioni redditizie.
Purtroppo, nelle more dell’azione luganese, il mercato immobiliare si è grippato e non basta più offrire la possibilità di costruire edifici vietati dal PR, per cui si è resa necessaria una variante ad hoc del documento pianificatorio appena approvato, ma bisogna offrire un diritto di superficie a metà prezzo e, come se non bastasse, anche, come già detto, gli utenti di detti edifici: gli impiegati comunali, per i quali sarà necessario pagare un affitto, quando ora stanno in casa propria e la Polizia comunale, con un costoso trasloco che farà mancare gli affitti alla Cassa pensione del comune stesso.

Tutti questi “regali”, però, al “generoso” partner privato non bastano, per cui gli impianti sportivi saranno da pagare integralmente.
I promotori pubblici asseriscono che il progetto, nel suo complesso, farà fare passi da gigante all’intero quartiere di Cornaredo, dimenticando di elencare puntualmente in che cosa consisterebbero i fattori di progresso per gli abitanti dei comparti abitativi circostanti.
Beh il vantaggio potrebbe consistere nel poter accedere facilmente, a piedi, alle nuove strutture sportiva da praticanti delle diverse discipline o da spettatori. Per alcuni abitanti è un indubbio vantaggio, ma per quanti? Tutti gli altri avranno soprattutto le conseguenze negative del forte richiamo di traffico generato dalle partite e dagli eventi.
Anche qui, manca la minima prospettiva sulla tipologia degli eventi. Perché valga la pena di organizzarli occorre vi sia un notevole richiamo di pubblico, non bastano certamente i 3000 spettatori delle partite di calcio. Per giustificare l’organizzazione di concerti rock o simili spettacoli bisogna riempire di pubblico non solo le tribune, ma anche il tappeto verde. Chi ama dormire con le orecchie ricolme di Decibel sarebbe servito.

C’è chi vanta l’offerta di uno spazio verde, il quale, però, non potrà offrire oltre all’erba che qualche cespuglio, dato che si trova su una soletta e, quindi, non potrà reggere la crescita di alberi dalla generosa ombra. Per contro, vediamo che la superficie erbosa, rispetto alla situazione attuale sarà notevolmente ridotta per dare spazio sia alla struttura per la polizia sia a cinque palazzine residenziali, il cui uso non è garantito “a pigione moderata”, ragione per cui ci troviamo nella situazione paradossale che il Comune sacrifica una delle rarissime disponibilità di terreno di sua proprietà per un’operazione immobiliare la cui socialità è lasciata alla discrezione di chi le costruisce.

Siccome non son dati limiti al peggio, notiamo che i giovani e gli sportivi del calcio “minore” dovranno andare ad allenarsi e a giocare al Maglio. Operazione improvvida come poche altre che, oltre ad essere assai costosa in sé, esigerà anche il prolungamento di una linea di bus, il cui costo, per ora, non è stato quantificato da nessuno. Come se ciò non bastasse, l’area degli impianti sportivi verrebbe tagliata in due parti da una nuova strada a quattro corsie che costituirà indubbiamente una grave fonte di pericolo per i pedoni che dovranno andare da una parte all’altra. Il progetto non prevede che un passaggio protetto, invitando involontariamente gli utenti che non volessero usufruirne a tentare la fortuna attraversando nel traffico questa malaugurata barriera.
Barriera che, paradossalmente, è stata voluta per togliere la cesura rappresentata da via Sonvico, tra la Ressega (Corner Arena) e lo stadio. Misura apparentemente valida che, però, non trova logica applicazione poco più a sud. Non c’è chi non veda che le affinità funzionali tra le diverse attività previste nell’area del PSE sono assai più strette di quelle tra lo Stadio e la Ressega. La necessità di mantenere il traffico su via Sonvico è suffragata anche dal fatto che le linee di bus continuerebbero ad usarla, a dimostrazione che quella sarebbe la “linea di desiderio” da privilegiare.

Due parole dobbiamo spenderle anche a proposito del palazzetto degli sport.
Per cominciare, perché l’uso del vezzeggiativo per un’opera da cento milioni, con una volumetria tanto grande che gli architetti non hanno osato metterla in mostra e l’hanno sprofondata per tre quarti sotto il livello del terreno?
Ciò comporta che la pratica di talune discipline potrà avvenire, in barba al principio di sostenibilità, solo con illuminazione e ventilazione artificiali. Non ci vorrebbe tanto a spostare questo volume tutto fuori terra al posto delle inutili palazzine d’abitazione, offrendo così spettacolo anche ai soli passanti.

Visti i tanti difetti di natura economica, finanziaria, funzionale ed estetica qui succintamente descritti, è necessario porsi una domanda: quali erano i difetti del vecchio e glorioso stadio denunciati dalla Federazione nazionale? Agli stessi non era forse possibile porre rimedio con una spesa inferiore di un fattore 20, senza prosciugare la capacità d’investimento per tutte le opere promesse in sede di aggregazione? Il maldestro esempio del progetto di risanamento della piscina di Carona sta a dimostrare che la governance del Municipio di Lugano è intesa a soddisfare i bisogni del Centro, mentre gli altri quartieri possono solo pagare.

 – Ma, allora, POLO o POLLO?
– Meglio il secondo, più digesto ed economico.
– E il primo?
– Pollo chi lo vuole!


Acronimo

Perché c’è un’ondata di dimissioni in tutto il mondo 


ChiudeRSI, apriRSI, orientaRSI

Perché c’è un’ondata di dimissioni in tutto il mondo 

Sul settimanale “Azione” di lunedì, nella sua rubrica dedicata ai programmi radiotelevisivi, Marco Züblin ha opportunamente messo l’accento su una certa propensione ombelicale della programmazione televisiva della RSI, che, forse complici le condizioni pandemiche, ha portato ad un’accresciuta offerta di trasmissioni incentrate sul territorio, setacciato in lungo in largo e in sovrabbondanza.

Così, alla mezz’ora canonica e liturgica del “Quotidiano”, ai frequenti racconti locali di “Storie” si possono aggiungere, in settimana, le “uscite” di “Siamo fuori” (diretta quotidiana del pomeriggio fra la gente – che non di rado non c’è, o non si fa trovare, o va inseguita fino a casa) oppure i cicli andati in onda nelle scorse settimane come “Non te lo dirò mai” (sui bricchi ed i boschi dei funghi e di chi li cerca – e a volte trova) o “Salirò” (strade e vallate attraversate in bicicletta).

Insomma, è tutto un arare il terreno (peraltro già ampiamente percorso) che fatalmente, ogni volta, si scopre limitato, per non dire piccolissimo. E allora, fatalmente, ci si imbatte, gira e rigira, negli stessi interlocutori, si finisce negli stessi luoghi (comuni) del “rapporto con il pubblico” che va sempre conquistato e riconquistato, per pubblica missione.

Ora, è indiscutibile, come viene spesso detto e ribadito dall’Azienda, che non c’è servizio pubblico senza pubblico, che è per il pubblico più vasto (seppur differenziato) che si lavora e che è ad esso che ci si rivolge instancabilmente. Nell’offerta lineare, televisiva e radiofonica, la questione sta però assumendo, forse, un po’ troppa angosciata importanza, forse (e anche legittimamente) per il calo di ascolti ed interesse cui si assiste in questi ultimi anni.

Il fenomeno è generale, non tocca certo solo la RSI, ma la natura stessa della fruizione di radio e televisioni generaliste, e magari anche di servizio pubblico. La programmazione “lineare” si confronta (e a volte si scontra) con una domanda del pubblico che trova immediata e più soddisfacente risposta nell’offerta digitale, online.

Del resto, la stessa Direzione Generale della SSR ha da tempo annunciato l’obiettivo di giungere in pochi anni ad un’offerta che sia al 50% lineare e al 50% digitale, e tocca ora alle diverse unità aziendali rincorrere (un po’ a perdifiato, in verità) gli esiti più innovativi (e meno costosi) della “rivoluzione digitale”.

L’impressione è che per quanto riguarda la RSI, di fronte alle tante necessità, soprattutto di risparmio, o di “ottimizzazione” come usa dire più elegantemente, la decisione “strategica” che è stata presa consiste sostanzialmente nel giocare, sul lineare, tutte le carte localistiche, regionali, mentre sul digitale ci si può aprire maggiormente, provare anche a percorrere strade non proprio convenzionali.

Televisione e radio, con la nuova gestione della RSI, cercano di “recuperare” credito ed empatia (notevolmente persi dalla dirigenza precedente) presso il largo pubblico, quello che dà gli alti indici d’ascolto nel preserale e nel prime time, e lo fanno con programmi di facile ed immediato accesso, tendenzialmente di intrattenimento, possibilmente “seriale”.

Dopo funghi e biciclette potremo così aspettarci che arriveranno pesci e pescatori, camperisti, subacquei e maratoneti: basta che si “scopra il territorio” (con il provvidenziale ausilio di stormi di droni). Belle immagini saranno garantite, non c’è da dubitarne, perché il paese è pur sempre un bel paese, e perché i professionisti dell’immagine alla RSI sono molto bravi.

Resta il dubbio che si debba però anche pensare ad una certa “misura”: il troppo, come noto, dopo un po’ non va più giù, e ingolfa anche i palati meno raffinati. Un piccolo e modesto suggerimento: perché non provare ad immaginare che “il territorio” possa essere, ogni tanto, quello “nazionale” e non solo ed esclusivamente, il nostro beneamato Ticino? Certo, per varcare il San Gottardo, e dar conto del resto del paese, la RSI può pur sempre “adattare” produzioni delle consorelle di SRF e di RTS come già fa, meritoriamente, da anni. Il fatto è però che restano come “mondi paralleli” che non comunicano: perché la lingua è diversa, gli stili e gli approcci divergono, il nostro pubblico vuole quel che conosce, cui è abituato, ama la “prossimità”. Appunto, qui si potrebbe fare un bel tentativo: provare a puntare alla “prossimità della coesione”. Obiettivo ambizioso e difficile, ma perché non puntarci? Per ora lo fa, maggiormente e con risultati interessanti, la produzione digitale. Prendiamo ad esempio una serie “podcast” come “ANNA – swiss riot girls”, curata da Valentina Grignoli e dedicata a donne che crescendo o soggiornando in Svizzera, nella storia, hanno cambiato il paese, hanno lasciato una traccia importante della loro presenza. Sette puntate di una ventina di minuti previste quindicinalmente, con la prima già disponibile dedicata alla presunta “strega” Anna Göldi, bruciata sul rogo dopo una sentenza a dir poco opaca ed ambigua.

Una narrazione coinvolgente, un linguaggio moderno e accattivante, buon ritmo, suoni, musiche, rumori per dar conto di una “storia” che merita di essere conosciuta: un bel prodotto che oggi offre il secondo episodio, tutto da scoprire, dedicato a Emma Herweg.

Una proposta che forse il sito RSI potrebbe maggiormente trovare modo di mettere in rilievo, e che comunque si affianca, sempre in ambito culturale, al notevole livello del “canale cultura” curato da Mattia Cavadini. Un canale che offre, spesso e volentieri, “perle d’archivio” incastonate in testi di grande qualità per parlare di temi generali, d’attualità, per evocare o rievocare personaggi e personalità. Basta un’occhiata, aprire il canale, e ci si troverà, ad esempio, in un “focus” dedicato, in questi giorni di commemorazione dei defunti, al tema della morte ed alla maniera di intenderla in Occidente ed Oriente.

Ma quando ci si è dentro, nel canale cultura, è davvero difficile non cominciare a linkare altri capitoli e temi, sempre trovando pagine corredate con documenti d’archivio RSI di notevole livello, preziosissimi: si vedano i “dossier” di Arte, Società e Filosofia. Davvero contributi di rilievo, che meriterebbero una regolare “newsletter” che li promuova.

Ed online è ora anche l’attesa seconda stagione della premiatissima serie di corti intitolata “ARTHUR”, presentata sabato scorso al Cinema Lux di Massagno. I nuovi dieci episodi, di circa 8’ ciascuno, sono già visibili sulla piattaforma nazionale di streaming ad iscrizione gratuita “Playsuisse”: torna dunque, il “serial killer della porta accanto” che fra un delitto efferato e l’altro si è portato a casa, cinque anni fa, una miriade di riconoscimenti internazionali, risultando la serie web più premiata al mondo nel 2016.

Anche questa seconda serie è scritta da Chloe De Souza e diretta da Nick Rusconi con mano sicura e grande talento. La storia, di per sé, si inscrive nel genere “noir”, e come “genere” fa i conti con non pochi riferimenti di produzione seriale di questi anni. Il protagonista, interpretato da un bravissimo Ettore Nicoletti, qui ancor più iconico, personaggio ambiguo e tormentato, ma sempre con un filo di ironia o autoironia, rimanda, fra gli altri, al Frank Underwood dell’acclamatissima serie americana “House of Cards” per il suo modo di rivolgersi improvvisamente in camera, allo spettatore, per un commento, per esprimere uno stato d’animo, un’ intenzione, un turbamento.

Ma “Arthur”, più che nella vicenda raccontata (che mostra qualche limite in relazione, certamente, al formato e alla limitatezza dei mezzi di cui ha potuto disporre) spicca per una scelta di immagini (sporche, fredde, spesso notturne, ma sempre curatissime grazie alla fotografia di Giacomo Jäggli) dentro cui i personaggi si muovono con dialoghi serrati, accoltellandosi o sparandosi, in fondo, come in un fumetto, come in un mondo volutamente bidimensionale, senza profondità, dentro scenari ristretti, concentrazionari eppure affascinanti e vivi.

Una produzione “locale” (RSI con “Inmagine” di Alberto Meroni) che fa i conti, a modo suo e consapevole dei propri “limiti”, con il contesto internazionale, decidendo di darci una vicenda senza tempo e senza luogo, forse americana (ma solo per i cliché evocati) pur svelando, nei titoli di coda, che le immagini sono state girate a Bioggio, Chiasso, Coldrerio, Ligornetto, Mendrisio, Meride, Riazzino… Ecco, torna il territorio. Ma qui è stravolto, trasformato, diventa “neutro” o “assoluto”: un luogo-non luogo, che è forse quello con cui saremo destinati a misurarci anche fuori dalla fiction e fuor di metafora fra non troppo tempo.


Non per paura, ma per esprimere speranza

Perché c’è un’ondata di dimissioni in tutto il mondo 

Ha avuto grande eco, nella sala della Conferenza di Glasgow sul clima, l’intervento di David Attenborough, 95 anni, il più noto naturalista e divulgatore scientifico del mondo, attivo come documentarista alla BBC sin dal 1952.

La sua è stata una testimonianza non “politica”, ma rivolta ai politici, ai potenti del mondo, per metterli di fronte alle loro responsabilità. Il suo è stato un discorso di uno straordinario “esperto”, che non usa parole difficili, termini scientifici, ma impugna la “speranza” per incitare all’azione, ad una nuova “rivoluzione industriale”.

Signore e Signori, mentre passerete le prossime due settimane a discutere, negoziare, persuadere e a cercare compromessi – perché è sicuro che lo farete – è facile dimenticare, alla fine, che il tempo dell’emergenza si riassume in un solo dato: la concentrazione di CO2 nella nostra atmosfera.

È il dato decisivo che determina la temperatura terrestre, e i cambiamenti di quel dato sono il modo più chiaro per raccontare la nostra storia e ridefinire il nostro rapporto con il nostro mondo.

A lungo, nel passato, nella storia, quel dato è rimbalzato selvaggiamente fra i valori di 180 e 300, determinando così la temperatura del globo. Parliamo di un’epoca e di un mondo brutali, selvaggi e imprevedibili, in cui i nostri antenati sulla terra erano pochi e faticavano a sopravvivere.

Circa 10.000 anni fa quel dato si è improvvisamente stabilizzato, e con esso il clima terrestre.

Ci si è trovati così in un periodo insolitamente favorevole, con stagioni prevedibili ed un clima costante e “governabile”. Questo ha favorito, per la prima volta in modo tanto significativo, la civilizzazione: e non si è perso tempo per approfittarne. Tutti i nostri obiettivi, di società, di civiltà, negli ultimi 10.000 anni sono stati raggiunti, grazie alla stabilità climatica di quel lungo periodo.

In quell’arco di tempo, la temperatura terrestre non è mai oscillata di oltre un grado, in più o in meno. Fino ad oggi.

Oggi tutto sta cambiando: le emissioni tossiche dei combustibili fossili sta distruggendo la natura; la crescita costante dell’industrializzazione sta rilasciando nell’atmosfera quantità enormi di CO2 ad un ritmo e su una scala senza precedenti. Siamo nei guai, veramente.

La stabilità climatica, da cui dipendiamo da sempre, si sta incrinando, sta venendo meno; si sta svolgendo una storia fatta di disuguaglianze e instabilità.

Oggi, chi ha avuto minori responsabilità rispetto a quanto sta succedendo, ne sta subendo le conseguenze peggiori.

In definitiva, tutti noi sentiremo il terribile impatto di quanto sta avvenendo, e per qualcuno si tratta di qualcosa già sin d’ora inevitabile.

È così che deve finire la nostra storia? È così che deve chiudersi la parabola di una specie, divenuta sempre più intelligente, capace di capire e leggere gli eventi naturali, eppure incapace, per la sua gretta umanità, di andare oltre gli obiettivi a breve termine, e di guardare invece in prospettiva, verso il futuro, quello di cui si preoccupano giuntamente le giovani generazioni? Spero che questa occasione ci dia l’impulso per riscrivere la nostra storia, per trasformare questa tragedia annunciata in una vittoria. Dopo tutto siamo i più grandi risolutori di problemi mai esistiti sulla terra.

Noi stiamo comprendendo che si tratta di un grave problema. Sappiamo come fermare l’aumento di quel dato, e farlo rientrare nella norma: sappiamo che dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni di CO2 entro questo decennio. Dobbiamo impedire la diffusione di miliardi di tonnellate di CO2 nell’aria.

Dobbiamo fissare un obiettivo concreto: il contenimento ad un massimo di un grado e mezzo di aumento della temperatura, ed abbiamo gli strumenti per farlo. Occorre però una nuova rivoluzione industriale, basata su milioni di soluzioni innovative sostenibili, che in parte sono già sperimentate.

Condivideremo così tutti i vantaggi di avere un’energia pulita a prezzi accessibili; una vita più sana, una natura tanto rispettata da regalarci abbastanza cibo per sostenere tutti noi.

Perché la natura è la nostra più grande alleata.

Se saremo in grado di salvaguardare la natura, essa ci aiuterà nel neutralizzare le emissioni di CO2, riportando il pianeta ad un equilibrio vitale. Mentre lavoriamo per costruire un mondo migliore dobbiamo riconoscere che nessuna nazione ha completato il proprio sviluppo perché nessuna nazione avanzata è ancora in grado di affermare di aver raggiunto la “sostenibilità”.

Tutti hanno ancora strada da fare. Quindi, se tutte le nazioni si adopereranno per raggiungere obiettivi sostenibili, con un ridotto impatto, si saprà raggiungere questo obiettivo; ma solo se si si sarà in grado di capire che si tratta di un processo da favorire e attuare insieme, senza lasciare indietro nessuno.

Useremo questa opportunità per creare un mondo più equo. E la motivazione non dev’essere la paura, ma la speranza.

Noi che viviamo questo presente, e le generazioni che ci seguiranno, guardiamo a questa conferenza considerando primariamente un fatto: se da qui in avanti, quel dato, quel numero che indica i gradi, avrà smesso di crescere, anzi, avrà cominciato a diminuire. La speranza è che sarà questo il risultato dell’impegno preso qui.

C’è un motivo per ritenere che l’esito possa essere positivo: se operiamo separatamente finiremo fatalmente per continuare a destabilizzare il nostro pianeta; sicuramente, lavorando insieme, siamo abbastanza forti da essere capaci di salvarlo.

Nella mia lunga esistenza ho vissuto e sto vivendo un terribile declino, ma voi potreste e dovreste essermi testimoni di uno straordinario rovesciamento di tendenza, in virtù di questa “disperata speranza”.

Signore e signori, è per questo che il mondo vi sta guardando, è per questo che voi siete qui. Ricordatelo.

Grazie.


La defunta obesa

Perché c’è un’ondata di dimissioni in tutto il mondo 

Giorno dei morti. Che dormano in pace. Non vale per tutti, però. La storiella (apparsa su Le Monde dell’altro ieri) val la pena di essere raccontata perché ci dice come l’economia imperante ci perseguiti anche da trapassati.

Madame X muore in casa sua. Il figlio chiama le pompe funebri, ma avverte: mia madre era obesa (92 chili), piuttosto larga (38.5 di massa corporea, si dirà poi). Ordina comunque una bara standard. Quando i due addetti delle pompe funebri arrivano a domicilio per prendere le misure della defunta constatano che il modello standard “non permette di accoglierne il corpo in larghezza”. Forniscono quindi una bara più grande e più larga del previsto, senza nessuna protesta da parte della famiglia.

Il giorno dopo il figlio esprime però al direttore delle pompe funebri il proprio disappunto: la bara “non era conforme” a quella ordinata, il suo formato “farà perdere l’equivalente di tre posti nella cripta familiare”. Il direttore, compunto, fa rilevare lo stato di necessità, aggiungendo che le caratteristiche esterne sono identiche a quelle della bara ordinata, senza sovrapprezzo. E propone quindi varie soluzioni per recuperare spazio nella cripta di famiglia: riduzione dei corpi che già vi si trovano da tempo, sostituzione della bara (ridotta) della defunta dopo un periodo regolamentare di cinque anni, ampliamento della cripta scavando nel sottosuolo… La famiglia rifiuta; pretende l’installazione, gratuita, di una tomba sull’ultima concessione disponibile nel cimitero. Ciò che non viene concesso, per una questione economica. E si va per vie giudiziarie.

La corte stabilisce che non c’è stato nessun errore contrattuale.

C’è chi, defunto, è rimasto quindi in lotta con la produttività, mito inculcato dalla nostra economia e che consiste nel conseguire un risultato superiore ai mezzi impiegati (v. una bara standard rispetto ai posti occupati nella cripta), che qui non ha funzionato. Se, ad esempio, la produttività matrimoniale consiste nella frequenza di concepimenti all’interno di una popolazione, la produttività funeraria dipende dallo spazio che il defunto occupa in una bara, in una cripta, che sarà minore se sei morto obeso. La produttività funeraria (dice il regolamento pubblico) aumenterà proporzionalmente solo con il numero di anni posteriori alla morte, anche per corpi extralarge.


Il G-20 di Draghi e la fontana di Trevi

Perché c’è un’ondata di dimissioni in tutto il mondo 

L’uomo delle formule magiche ci riprova. “Whatever it takes”, aveva scandito da governatore della BCE sull’euro da salvare, appunto “ad ogni costo”. Ed ora, da gran cerimoniere del G20 romano, sull’argomento più importante dell’agenda, assicura che il summit è servito a “tenere vivi i sogni”. Inteso: le speranze per il salvataggio ambientale del pianeta, che stando agli scienziati si avvicina velocemente all’ora zero del disastro irrimediabile. Insomma, proprio il minimo sindacale per tentare di non deprimere troppo le migliaia di delegati che intanto affluivano a Glasgow per Cop-20, l’ennesimo “vitale vertice sul clima” convocato dall’ONU.

C’è l’impegno generico a contenere il surriscaldamento planetario a +1,5 gradi, ma non viene fissata una scadenza da tutti condivisa. Difficile che sia il 2050, che non è proprio dietro l’angolo. Forse, proprio forse, il 2060, sostiene la Russia, affiancata dalla “grande inquinatrice” Cina, che promette ma a sua volta si guarda bene dallo spegnere le sue centrali a carbone. Né Putin né Xi hanno fatto la trasferta in Italia: col pretesto del Covid e ben felici di sottrarsi alla messinscena del multilateralismo diplomatico (discutiamo e decidiamo tutti assieme), che non pochi commentatori giudicano l’unico vero successo politico di questo G20 dopo gli strappi imbronciati, plateali e violenti del trumpismo.

Mosca e Pechino preferiscono ancora e sempre i dialoghi separati e basati sui rapporti di forza. L’assenza fisica dei loro leader non era affatto casuale, gli bastava una fugace apparizione ‘in remoto’. Senza il loro coinvolgimento personale molti obiettivi rimangono a metà strada. Con l’altro pivot della triade mondiale, Joe Biden, in difficoltà a Washington per il varo del piano da 6 mila miliardi di dollari di interventi pubblici, soddisfatto per aver ottenuto (ma chissà per quando e chissà come) l’adesione alla ‘tassa minima’ (15%) sulle società multinazionali che evadono o eludono imposte adeguate ai loro mega-utili grazie alla complicità di fiscale di paesi ‘comprensivi’. Non è molto, non è poco, ma è il massimo di quanto poteva offrire il gran bazar organizzato fra i ruderi dell’impero romano e la fontana di Trevi dove i ‘potenti del mondo’ si sono comportati (per l’ennesima photo opportunity) come il più scontato dei turisti giapponesi, spalle all’opera del Salvi, e monetina lanciata nella celebre vasca. Giusto una monetina per “tenere vivi i sogni”, direbbe Draghi.

Per il resto, a parte i soliti ‘impresentabili’ (da Erdogan a Bolsonaro all’indiano Modi persecutore dei suoi connazionali islamici), poco o nulla. Il ‘poco’ sta nell’ennesima promessa di vaccinare anche la parte più povera del mondo. E il ‘nulla’ riguarda quella che invece è l’emergenza umanitaria più urgente da affrontare: quella dell’Afghanistan, la cui popolazione non è prigioniera solo dei Talebani (che l’Occidente ha rimesso al loro posto) ma anche di una crisi economica devastante. Aiutare Kabul sul piano umanitario significherebbe riconoscere e consolidare il regime degli studenti islamici? No, evidentemente. O non necessariamente. Ma poco importa. Meglio se fame, freddo, disoccupazione, banche chiuse spingono alla fuga milioni di persone. Verso i paesi confinanti. Importante che non si muovano verso Ovest. Svizzera compresa.

Pubblicato da “laRegione” di oggi, 2 novembre 2021


Cop26, l’ipocrisia dei partecipanti

Perché c’è un’ondata di dimissioni in tutto il mondo 

Di Ugo Leo, la Repubblica

Il Gulf Stream da 56 milioni di euro di Jeff Bezos, fondatore di Amazon, ha guidato una parata di 400 jet privati diretti alla COP26 di Glasgow. Tra questi quelli del Principe Alberto di Monaco, di decine di reali e di dozzine di amministratori delegati ‘green’, che hanno creato uno straordinario ingorgo.Domenica almeno 52 jet privati sono atterrati a Glasgow. Previsioni prudenti suggeriscono che la flotta di jet privati in arrivo per la COP26 genererà 13.000 tonnellate di emissioni di CO2, l’equivalente della quantità prodotta da più di 1.600 inglesi in un anno. Il principe Carlo è stato tra coloro che hanno viaggiato in un aereo non commerciale dal G20 di Roma.

I registri di volo suggeriscono che l’aereo era un jet MOD.Bank of America, che nelle pubbliche relazioni vanta il suo ‘impegno per la sostenibilità’, arriverà con due jet privati in Scozia, molto più inquinanti degli aerei commerciali, delle auto o dei treni, con circa due tonnellate di anidride carbonica ogni ora.Joe Biden è atterrato oggi a Edimburgo mentre Angela Merkel e Emmanuel Macron sono arrivati a Glasgow. Solo il presidente Biden genererà circa 1 milione di tonnellate di carbonio per essere presente alla conferenza, grazie a una flotta di quattro aerei, l’elicottero Marine One e un enorme corteo di auto tra cui The Beast e numerosi SUV.Altri jet privati sono atterrati in Scozia da destinazioni tra cui Stoccolma, Roma, Londra e Bruxelles, tutte servite da regolari rotte commerciali. La maggior parte degli aerei è stata noleggiata, rendendo difficile capire chi fosse a bordo.

L’enorme traffico aereo ha costretto alcuni jet dopo aver lasciato i VIP all’aeroporto di Glasgow e volare per 30 miglia verso la vicina Prestwick a causa della mancanza di parcheggio. Boris Johnson è arrivato da Roma sul suo Airbus A321 con la bandiera del Regno Unito, ma è rimasto bloccato e ha sorvolato Glasgow per più di 20 minuti a causa del numero di jet in arrivo. Dietro di lui il presidente della Corea del Sud, arrivato anche lui da Roma, dove si è svolto il G20.


La Piovra mafiosa conquista la Svizzera

Perché c’è un’ondata di dimissioni in tutto il mondo 

La ‘ndrangheta fa ormai parte dell’economia e della società svizzera. Lo rivelano documenti della FedPol, l’ufficio federale di polizia La mafia si è installata in Svizzera, la ‘ndrangheta ha creato strutture permanenti, ha infiltrato la nostra economia. Per decenni autorità e opinione pubblica hanno sdrammatizzato, se già sono casi isolati, da noi certe cose non succedono, “la Svizzera non è uno stato mafioso” aveva proclamato l’ex procuratore pubblico della Confederazione, Michael Lauber. Ma adesso lo stesso consiglio federale confessa d’aver sottovalutato l’infiltrazione mafiosa rispondendo ad un’interpellanza del consigliere nazionale Marco Romano. Un brusco risveglio amplificato da documenti della Fedpol pubblicati in una serie di articoli dell’Aargauerzeitung e dai giornali del gruppo CH-media. La polizia federale rileva che la mafia è presente in tutte le regioni dal Ticino a Zurigo, dai Grigioni a Basilea, dal Vallese a Losanna. I membri della ‘ndrangheta vivono da noi da decenni, sono integrati, conducono una vita apparentemente normale, come quel dipendente comunale di Grancia, come gli impiegati di una pizzeria argoviese, o il clan della bocciofila di Frauenfeld. Figli di mafiosi hanno studiato, sono diventati esperti finanziari, parlano lo schwizerdütsch. Gestiscono, con fiduciarie e commercialisti svizzeri, gli enormi guadagni criminali accumulati in Italia e in Svizzera ad esempio con il traffico di droga o il commercio d’armi. Il denaro sporco viene poi riciclato e investito in particolare nell’edilizia e la gastronomia, infiltrando così la nostra economia. Certo nelle nostre città non vi sono stati agguati e sparatorie, eppure anche da noi la mafia ammazza per vendetta e i suoi regolamenti di conti. Sono omicidi camuffati da suicidi, com’è avvenuto ad un avvocato ticinese, o attribuiti a delitti passionali come in un triplice assassinio a Basilea.

La mafia made in Switzerland non è un fenomeno nuovo, si è organizzata negli scorsi decenni, ma è passata inosservata o meglio abbiamo chiuso gli occhi, le orecchie e la bocca. Come mai? Beh, giocano un ruolo il nostro autocompiacimento, da noi certe cose non succedono, e poi la cultura del segreto e della discrezione che avvolge interessi finanziari talvolta inconfessabili. “I magistrati antimafia erano accusati di danneggiare l’immagine delle piazza finanziaria” ricorda Dick Marty che ha scoperchiato, negli anni ’80, la pizza e poi la Lebanon connection. Ancor oggi non abbiamo una legislazione rigorosa per la confisca dei patrimoni del crimine organizzato, senza contare che avvocati, commercialisti e fiduciarie non soggiacciono ancora alla legge contro il riciclaggio di denaro sporco. E sono solo due settori in cui si può e si deve intervenire per contrastare la piovra mafiosa, per impedire che diventi parte integrante o meglio disintegrante della nostra società.

Nell’immagine: luogo di residenza di mafiosi catturati secondo “Mafie italiane in Svizzera” di Madeleine Rossi