Così Zemmour sdogana l’antisemitismo ed esalta gli estremisti

La candidatura alla presidenza francese di Éric Zemmour scatena in Francia e altrove una certa inquietudine, o forse addirittura il panico 

Di Tiziana Della Rocca, Linkiesta

Nello scontro a distanza con Bernard-Henri Lévy il candidato alla presidenza di religione ebraica ha fatto ricorso, più volte, ai soliti squallidi cliché razzisti. Negli ambienti più a destra la sua stessa figura viene vissuta come un lasciapassare: finalmente qualcuno dice ciò che pensiamo

Anche se sarà (probabilmente) Macron il vincitore delle prossime elezioni, la sua eventuale vittoria verrà comunque ricordata come quella che ha liberato i francesi, e non solo loro, dalla paura di un antico anche se edulcorato fascismo, sempre in agguato in Europa.

Sto esagerando? Non proprio. Zemmour, ebreo di origine algerina, è accusato da Bernard-Henri Levy di fascismo, negazionismo, revisionismo, ed è stato già condannato due volte da un tribunale francese per incitazione all’odio razziale.

Già prima che iniziasse la sua campagna presidenziale ufficiale si era divertito a puntare un fucile, durante una visita alla fiera della sicurezza a Parigi, contro i giornalisti, minacciandoli. A suo dire, per scherzo.

Poi, sui principali media francesi, ha infuocato per mesi il dibattito dicendo che, con la strage del Bataclan, è esplosa in Francia una vera e propria guerra civile, che bisogna combattere e vincere. Malgrado tutto ciò, o forse proprio grazie a questo, il candidato alla presidenza francese continua a far parlare di sé. Il suo primo giorno di campagna elettorale a Villepinte (piccolo comune alla periferia di Parigi) è finito, infatti, in una rissa tra i partecipanti.

Zemmour ha lanciato anche il suo nuovo partito, con il nome di “Reconquête” (riconquista), puntando, come si sa, al tema dell’identità nazionale minacciata sia dall’Islam radicale che dall’Islam tout court e opponendosi, anche, al presunto declino di un Occidente rassegnato a subire l’immigrazione incontrollata. Per lui la Francia si è fatta piccola, subisce, è totalmente domata, piegata, come se non fosse consapevole del disastro umano provocato dalla sostituzione etnica in corso.

Alle accuse di razzismo scagliate contro di lui da Bernard-Henri Lévy, risponde che non ha nulla contro gli stranieri ma preferisce i francesi, il che è come dire che, essendo inferiore ai francesi, nessuno straniero è degno di abitarne il territorio. Lo infanga moralmente, spiritualmente. Occorre, quindi, riappropriarsi della Francia per salvarla dalla morte a cui altrimenti sarebbe destinata.

Dunque vorrebbe salvare il suo Paese dalla presunta invasione straniera. Ma, secondo lui, chi sarebbero gli stranieri da espellere, possibilmente da tutta l’Europa fraternamente stretta, e governata dai più forti? I jihadisti e i salafiti? Certo, loro, i più spregevoli di tutti, ma pure i semplici migranti, ma non solo, anche altri, aggiungo io. Chi sarebbero questi altri? Semplicemente tutti quelli che non la pensano come lui, quelli che non credono che la Francia e l’Europa siano in pericolo imminente; in pratica, coloro che si dichiarano francesi o europei e lo sono anche di fatto, ma non nell’anima. Insomma, chi osa dissentire dalla sua visione, chi non si riconosce nel suo appello identitario.

Non è l’estremismo di Zemmour, unito al suo carisma e al suo fascino, a fare di lui una figura pericolosa: a essere pericoloso è piuttosto il fatto che lui sia ebreo, lo rivendichi, eppure allo stesso tempo sdogani l’antisemitismo.

Zemmour, quando accusa alcuni ebrei francesi di non essere dei veri patrioti francesi perché troppo legati allo Stato d’Israele, non ritira fuori un vecchio stereotipo antisemita “dell’ebreo non assimilabile”? È vero, nell’ebraismo esiste un’identificazione tra religione e nazionalità, ma Zemmour manipola questa convinzione religiosa per dimostrare che un ebreo francese rischia di riconoscere solo Israele come sua vera patria, e quindi non si integrerà mai completamente in altre nazioni.

E quando dice di Bernard-Henri Levy che incarna la figura assoluta del traditore, non ritira fuori, anche qui, lo stesso stereotipo antisemita? Levy non è, per lui, un doppiogiochista che da quarant’anni, pur essendo francese, non fa che denunciare e incolpare i francesi? «Il suo impegno è sempre contro la Francia. Il suo internazionalismo è ancora anti-francese (…) Difende i curdi e Israele perché se ne frega della Francia e dei francesi. Non solo è un traditore della Francia, ma è anche, per questa ragione, il più grande produttore di antisemitismo nel mondo», conclude Zemmour. Levy, se mai, ricorda ai francesi, in modo bruciante, quel che vorrebbero dimenticare, cioè Vichy, la resa, l’onore perduto. È stato il collaborazionismo (che Zemmour difende) a disgustare Levy, la scelta di alcuni francesi in favore dei vincitori. Fatta non per paura o opportunismo, ma perché erano sinceramente filonazisti.

La grande attenzione che l’Occidente giustamente riserva ai fanatici islamici, e la lotta contro questo fenomeno che vorrebbe ingaggiare, può funzionare, insiste Levy, solo se non ci si dimentica come nel nostro stesso cuore, nel cuore dell’Europa, sia nato l’inferno.

Per giustificare il suo ultranazionalismo, Zemmour ha dichiarato di recente che l’ebraismo, in realtà, consiste in una legge, quella mosaica, una terra, e un popolo, e che quindi l’ebraismo vero, quello che lui pratica, è molto vicino all’ideologia sovranista.

Falso. L’ebraismo non consiste in questo: gli ebrei non si radicano mai, la terra rimane sempre “promessa”, anche se conquistata e abitata. È triste sapere che ci siano ebrei che vedono Zemmour come il loro nuovo eroe per i suoi commenti razzisti contro gli arabi. Ma si tratta di un abbaglio, o di una strumentalizzazione: Zemmour non fa che realizzare un vecchio sogno dell’estrema destra, cioè di avere proprio un ebreo che la scagiona da tutti i suoi crimini, compresa la peste dell’antisemitismo.


Voltare pagina e guardare fiduciosi al futuro

La candidatura alla presidenza francese di Éric Zemmour scatena in Francia e altrove una certa inquietudine, o forse addirittura il panico 

È tutto un concentrato di “rese dei conti”, di voltapagina, di dichiarazioni d’intenti per un futuro diverso, in cui quel che non va, o non è andato, di cui molto (anche troppo) si è discusso, prenderà presto e certamente un’altra piega.

Un frullato di comunicati che si fa fatica a distinguere e mettere in ordine: viene il capogiro, e si rischia di ricordarsi solo poche parole, così strane e difficili da capire, che risuonano nella testa come una litania sconosciuta: esimente, claudicante, sofferente, trasparente, sistemica… sofferente, sistemica, esimente, trasparente, claudicante…

Urge subito fermarsi e provare a diradare parole e pensieri accavallati ed incongrui, cercare di tornare alle fonti e capire di cosa si sta parlando.

Prendiamo il “trasparente” comunicato del Ministero Pubblico relativo al decreto di abbandono sul caso dell’abbattimento dell’ex-Macello a Lugano: un testo riportato da diversi portali informativi (ad esempio dal CdT) che offre logicamente (ed emblematicamente) tutto un campionario terminologico in “giuridichese” che solo chi vuole proprio capire a tutti i costi riuscirà a leggere fino in fondo: per i più, dopo un ennesimo “esimente”, si lascia perdere.

Già perché, appunto, stando al testo del procuratore generale Andrea Pagani “sulla scorta di una minuziosa ricostruzione dei fatti(…) non sono risultati adempiuti gli elementi costitutivi dei reati ipotizzati”, anche se vi sono stati errori, sì, però “in stato di necessità esimente – a livello di comunicazione, procedura edilizia e modalità di abbattimento”; in definitiva, solo per “un malinteso dovuto ad un claudicante passaggio di informazioni fra il Capo Impiego del Servizio di mantenimento dell’ordine, dapprima, e un Ufficiale dello Stato Maggiore, poi, operanti da Bellinzona, e chi, sul terreno a Lugano, era addetto a dirigere l’esecuzione degli ordini, lo stabile in discorso è stato interamente distrutto.”

Insomma, un passaggio di informazioni definito zoppicante (claudicante), per cause oggettive elimina il carattere di reato ad un fatto che altrimenti sarebbe tale (esimente). Le cause oggettive quali sarebbero? Che valeva di più operare per la sicurezza di persone che nel paventato caso fossero salite sul tetto avrebbero, forse, rischiato la vita piuttosto che affannarsi per la salvaguardia dello stabile. In altre parole, si è buttato giù tutto per salvare la vita ai molinari. Una tesi davvero suggestiva, su quel tetto che scotta, ancora, poiché in verità, pare, non fosse per nulla pericolante, anzi.

Inutile volerci capire di più, e men che meno domandarsi come sia possibile che tali conclusioni fossero già state annunciate prima di risentire in procura la municipale direttamente implicata. A tal proposito il Procuratore Generale Andrea Pagani ha spiegato che questa coda del procedimento si è resa necessaria “solo per garantire il diritto al contraddittorio all’accusatore privato» mentre Costantino Castelli, l’avvocato che rappresenta i molinari, ha dichiarato che “ la municipale di Lugano Karin Valenzano Rossi si è sostanzialmente avvalsa della facoltà di non rispondere alle mie domande e dunque non è stato possibile chiarire certe palesi incongruenze». (v. CdT, 10.12.2).

Di che restare esterrefatti ed ammutoliti, indotti a desistere dalla ricerca di ogni logica. Allora perché non provare a volgersi verso un’altra importante questione di questi mesi, dove lì sì, si troveranno risposte più convincenti.

Còlti da improvviso impulso a cercare di capire, si passa allora alla conferenza stampa e al comunicato RSI relativi all’esito dell’inchiesta su molestie e mobbing in azienda.

Tutt’altra faccenda, ma anche qui un lungo e complesso procedimento fatto di testimonianze, interrogatori e controinterrogatori. “Gli episodi segnalati sono avvenuti sull’arco degli ultimi 20 anni e sono 129 – tra segnalanti, segnalati e testimoni – le persone convocate ed ascoltate. Le inchieste hanno portato alla redazione di 18 rapporti per un totale di 602 pagine (che non includono i verbali redatti per ogni incontro), ogni caso esaminato ha richiesto mediamente 3 mesi di lavoro, per garantire il massimo rigore, arrivando ad un totale di 986 ore – che equivalgono a 123 giorni di lavoro” si legge nel comunicato RSI.

Su 39 casi segnalati e 18 presi in esame (già perché in 21 casi, chi si è appellato ha rinunciato all’inchiesta), alla fine si è decretato che in 20 anni non ci sono state in Azienda né molestie né mobbing né bossing, però 5 casi di lesione della personalità, quelli sì, ma di lieve o media entità, che saranno doverosamente e proporzionalmente sanzionati (ma l’unità di misura, qual è?).

Insomma, benché la “cultura aziendale” vada riformata e un settore debba essere messo sotto attenta analisi “ambientale”, non ci sono “rilevanze sistemiche”, non è mai successo nulla di grave: neppure che collaboratori venissero licenziati, come ad esempio nel 2016, con tanto di scorta che li ha buttati fuori in un quarto d’ora; erano regole concesse, e che diamine, nel regno dell’esimente, in cui, a posteriori, nessuna delle “vittime” di allora si sarà sentita motivata, da licenziata, ad inoltrare denuncia.

Con incedere claudicante, l’avvocata Martinelli Peter, che ha condotto l’inchiesta, ha potuto spiegare, durante la conferenza stampa, in risposta ad una domanda specifica di un giornalista, che “vado a memoria: dei 5 casi in questione, 3 sono donne e 2 sono uomini”. Vado a memoria? Ma come, è la responsabile di un rapporto legale che alla fine tocca un numero minimo di casi, e “va a memoria” nel dare conto di un tale semplice ma significativo dettaglio? A memoria, vien da pensare, si è recitato un copione ampiamente prevedibile, quasi scontato, gestito per forza di cose da una direzione che si è trovata questo po’ po’ di patata bollente in eredità, senza alcuna responsabilità né conoscenza diretta dei fatti, e che ha forzatamente dovuto assecondare una prassi “nazionale”, dell’Azienda SSR, cui da tempo tocca giocare tutto sulla difesa: dei propri quadri, fino al più alto livello, come della propria legittimità, sotto l’attacco di politica, media privati, corporazioni varie e giù giù fino ai più modesti collaboratori, quelli che osano protestare o dissentire, cui va oggi tutta la gratitudine del Direttore e a cui è destinato addirittura il supporto di uno psicologo del lavoro.

A supporto di queste conclusioni sono subito venuti i comunicati della CORSI (sempre puntuale nel marcar presenza) e dell’ATG, l’Associazione Ticinese dei Giornalisti (in gran parte attivi in RSI) che “vista la “quota molto bassa” dei casi emersi – pari a zero quelli da considerarsi gravi” non ha mancato di invocare “una maggiore prudenza anche da parte del sindacato interno” nel diffondere disagi e malcontenti.

E sì, perché è proprio il sindacato SSM ad aver promosso la raccolta di (troppe?) testimonianze interne alla RSI dopo lo scoppio del caso presso la RTS. Ed è lo stesso sindacato, con un proprio comunicato, a ribadire che nella fase di raccolta di testimonianze, “sono emerse anche segnalazioni per molestie sessuali che per volere delle vittime stesse, non sono sfociate in un’inchiesta”; quelle, ad esempio, raccontate dal collettivo “Io l’8 ogni giorno” in un documento pubblicato dal sito dell’MpS.

Insomma, il sindacato ha fatto un’opera lodevole e lodata, ma adesso è meglio che si dia una calmata. Figurarsi i collaboratori. In fondo si è raggiunto l’obiettivo, evocato subito e ben volentieri dal “Corriere del Ticino” con il titolo “RSI, l’inchiesta si è sgonfiata” (che presuppone, fra l’altro, che fin qui fosse “gonfiata”).

Ma no, tutto ridimensionato, per carità; nel nome della Tolleranza Zero e della Assoluta Trasparenza, ci aspetta un periodo tutto esimente, proteso al cambiamento che parte, ma tu guarda la coincidenza, in entrambi i casi, da una rilegittimazione virtuosa di chi comanda.

Andrà tutto bene, fidatevi, anzi, meglio; cioè resterà tutto com’è, nel paese del (gatto)pardo alla carriera.


Seppelliti da una risata (ma non era il ’68)

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L’altra mattina siamo stati improvvisamente seppelliti da una risata. No, non era il ’68 giunto con una cinquantina d’anni di ritardo, ma la reazione dei legali ticinesi di ogni ordine, grado e anzianità alla lettura del comunicato stampa della procura pubblica ticinese in cui era annunciato, o meglio confermato (perché neppure a Mogadiscio e dintorni si annuncia un non luogo a procedere ancor prima di aver eseguito gli interrogatori di rito), l’abbandono dell’inchiesta penale sui fatti che hanno portato alla demolizione di una parte dell’ex macello di Lugano, una risata cui si sono accodati nel giro di un nanosecondo cittadini di ogni sorta. Ovvia conclusione di una tristissima vicenda.

Gaudeamus igitur, esclamano da secoli i goliardi, e rendiamo lode a questa classe politica che ci ha portati, nel giro di qualche mese, dal dramma alla farsa. E forse anche oltre.

In mezzo abbiamo dovuto sorbirci ogni cosa, dalle esternazioni della prima ora alle versioni sempre più contraddittorie e divergenti seguite, dalla fola dell’occupazione abusiva (ma non c’era una convenzione-contratto siglata da Cantone e Comune da cui la città incassava un affitto a quattro zeri?) degli spazi pubblici da parte degli autogestiti alla loro criminalizzazione, tant’è che a tutt’oggi sembrano essere gli unici colpevoli della distruzione della loro casa (sì, siamo nel mondo alla rovescia di medioevale memoria!), dalle sceneggiate di medici e giornalai che accusavano non si sa bene chi di aver causato la morte di Santo Subito (a no, scusate, è stato il vaccino contro il Covid; anzi no, i referendisti anti-PSE; anzi no…), alla stigmatizzazione di tutti coloro che hanno considerato per lo meno problematico l’intervento delle autorità comunali e di polizia e che hanno provato o per lo meno chiesto di vederci chiaro.

Eppure i fatti sono stati sotto gli occhi di tutti, le macerie dello stabile, della legalità e dello stato di diritto pure. Perché se un privato cittadino qualsiasi avesse demolito uno stabile di sua proprietà senza permesso e senza rispettare le più elementari norme ambientali, sfrattando senza avere in mano la decisione di un giudice gli inquilini che lo abitavano (pardon, occupavano) e in surplus distruggendo le proprietà che questi avevano lasciato all’interno delle loro abitazioni, sarebbe ora sottoposto alle giuste sanzioni penali, civili e amministrative. I nostri, per decisione della nostra prode e indipendente magistratura, no: l’incolumità, messa a rischio dai “brozzoni”, del bianco vestito della nostra immacolata municipale imponeva un’azione rapida ed energica! Gaudeamus igitur, dunque, in alto i calici e lieti i cuori, ché se è vero che l’esempio vien dall’alto d’ora in avanti, per noi tutti, tutto o quasi sarà permesso, in una sorta di paese di cuccagna che non avrà eguali nel mondo.

È il Ticino, bellezza, e noi non possiamo farci niente. Niente!


Un ridicolo Macello

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Così pèrdono proprio tutti

La candidatura alla presidenza francese di Éric Zemmour scatena in Francia e altrove una certa inquietudine, o forse addirittura il panico 

Mentre, su “Naufraghi/e”, leggevo il recente commento di Bruno Brughera dedicato al progetto di un carcere minorile in Ticino (titolo: “Dalle emozioni alle scelte politiche”), me ne è venuta in mente una di emozione, da me vissuta oltre trent’anni fa. In quel periodo ero tutore di un detenuto adulto. Lui era a fine pena, e viveva una nuova libertà “frazionata”, che gli permetteva di uscire in giardino a godersi il panorama: il panorama era quello del carcere minorile ginevrino.

Si nasce delinquenti? O si impara a diventarlo per opportunismo o necessità?

A queste domande si deve cercare di fornire una risposta non facile e molto seria, per poter poi elaborare una politica di contrasto efficace alla delinquenza giovanile. Tenuto conto dell’80% di recidiva che le nostre carceri per adulti annualmente sfornano, è legittimo chiedersi se sia saggio replicare sui giovani quello che sappiamo non funzionare sugli adulti. E vien pure da chiedersi come facciano i promotori a convincersi e a convincere che il loro progetto sia finanziabile con un milione di franchi all’anno, in una fabbrica, per usare una metafora che non dimentica il fattore umano ma che aiuta a farci capire, in cui ben l’80 per cento dei prodotti risulta difettoso.

Con una cifra del genere è praticamente impossibile cambiare i contesti nei quali i giovani in questione sono costretti a vivere. Perché è proprio ‘l’atterraggio’, dunque il luogo dove si arriva una volta usciti di galera, quello che conta di più. Il mio “pupillo” aveva 56 anni e stava tirando la fine di un ergastolo. Prima del quale c’era stata una dozzina di condanne, anche a diversi anni di detenzione. Ripetiamo, la recidiva supera l’80% dei casi. Non è teoria.

L’uomo di cui fui tutore ha trascorso la maggior parte della sua esistenza dietro le sbarre. Il suo mantenimento è costato allo Stato, dunque a noi comunità, oltre cinque milioni di franchi: 170.000 fr. all’anno per tre decenni. Alla società sarebbe costato meno cercare di capirlo alle prime avvisaglie di disagio, piuttosto che metterlo e isolarlo allo ‘zoo’; e magari il cervello di una impiegata di 18 anni non sarebbe finito sulle piastrelle di un ufficio postale.

Così non vince nessuno

PS: il diagramma che vi propongo è di Carlo M. Cipolla, e ci aiuta a definire oggettivamente le qualità di chi promuove una situazione in cui tutti perdono o tutti vincono. I due assi cartesiani rappresentano il guadagno portato dalle azioni delle diverse persone, che possono essere positive, nulle o negative per la persona stessa o per le persone che la circondano.

Michel Venturelli è criminologo


Un’altra idea di sviluppo urbano

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Mentre dalle nostre parti, a Lugano, si è andati a votare per un progetto, quello del PSE, che dopo anni di gestazione è finito oggetto di un referendum e di una campagna accesissima relativa ad un quartiere, a Zurigo gli elettori sono stati chiamati alle urne per esprimersi sul futuro dell’intera città con due oggetti di pianificazione territoriale e energetica. Obiettivo della votazione, non a caso definita la più importante del decennio a livello comunale, era quello di affidare al giudizio popolare una nuova idea complessiva di un agglomerato urbano destinato a crescere per raggiungere, fra 20 anni, il mezzo milione di abitanti.

Nella più grande città svizzera, insomma, si è pronti per affrontare il prossimo ventennio con due idee ben chiare: dare ai quartieri un assetto di “vivibilità” e raggiungere l’obiettivo di zero emissioni di CO2 entro il 2040. Un esempio di lungimiranza, per un piano di sviluppo su vasta scala, pensato e pianificato in termini generali ma con attenzione ai più diversi aspetti della vita quotidiana dei cittadini, con una ridefinizione dei rapporti fra centro e periferie.

Ne ha dato conto, nei giorni scorsi, oltre ai principali quotidiani svizzero-tedeschi, anche “Le Temps”, in un articolo di Boris Busslinger che proponiamo qui in traduzione italiana. 


“Ripensare la città”. È con questo motto che il Municipio aveva approvato e ha poi sottoposto in votazione alla cittadinanza un nuovo piano urbanistico della città.

Largamente approvato dagli elettori domenica 28 novembre, il progetto prevede molte “piccole rivoluzioni” nel tessuto urbano, fra cui lo sviluppo di non meno di 49 “mini-centri” distribuiti in tutto l’agglomerato. Obiettivo: preparare Zurigo ad un aumento demografico e raggiungere l’obiettivo zero emissioni di CO2 entro il 2040.

“Entro i prossimi 20 anni la città di Zurigo dovrebbe superare i 500.000 abitanti” prevedono le proiezioni evocate dalla Municipalità cittadina, composta, lo ricordiamo, di nove membri a rappresentanza di cinque schieramenti politici diversi: Verdi, Socialisti, Verdi Liberali, Liberali Radicali e Lista Alternativa. Come ovunque altrove, anche a Zurigo il Municipio ha dovuto e voluto rispondere così alla necessità di dotarsi di nuovo piano regolatore, secondo le indicazioni già stabilite nel 2013, che prevedono, fra l’altro, un sensibile aumento della popolazione.

La città, dunque, si muove e si dà operativamente un nuovo assetto progettuale, a cominciare dalla costruzione e innalzamento di immobili in due grandi aree situate a nord e a ovest del centro.

Consapevole del fatto che ogni densificazione immobiliare si accompagna ad un aumento demografico, una serie di terreni sono già stati identificati per far sì che vi si situeranno scuole, parchi e campi sportivi. Il principio che informa il complessivo progetto è, infatti, accompagnare la crescita demografica della città con il mantenimento di un’alta qualità di vita degli abitanti; anzi, dove possibile, cercare addirittura di migliorarla.

Per raggiungere questo obiettivo, il progetto auspica un progressivo sviluppo di 49 “centri di quartiere” che permettano di ridurre il più possibile gli spostamenti con mezzi privati nell’area urbana, così da diminuire inquinamento atmosferico e acustico, decongestionare il centro città e liberare degli spazi da adibire a terrazze, piazzali per il tempo libero o per la presenza di punti commerciali.

Insomma, la famosa “città a 15 minuti”, da realizzarsi con la distribuzione in questi 49 centri di tutte le infrastrutture di base necessarie alla vita quotidiana, raggiungibili e fruibili facilmente, a breve distanza, possibilmente a piedi o con i mezzi pubblici.

Certo, il progetto non è privo di incognite: ad esempio lo “spettro” di un ulteriore aumento dei prezzi. Così, si può trovarvi scritto, nero su bianco, che “la città si impegna a prendere in considerazione tutte le possibili misure che permettano di evitare un’escalation dei costi che porterebbe ad una fuga degli abitanti verso i comuni confinanti” e sembrerebbe davvero che si tratti di un impegno preso sul serio dagli elettori che l’hanno approvato con un’ ampia maggioranza, benché ben consci del fatto che Zurigo è e rimane una delle città più care del mondo.

Da notare il fatto che, combattuto da UDC e PLR, il progetto di una “nuova Zurigo” ha potuto godere del sostegno e del supporto di organizzazioni, enti e aziende (si pensi al TCS) sempre più attive nell’impegno verso una sostenibile transizione energetica. Non a caso anche un altro, parallelo, oggetto in votazione il 28 novembre, incentrato proprio sul tema in questione, ha ottenuto il via libera dagli elettori, e porterà dunque all’estensione massiccia di zone a velocità limitata (30 km/h) in centro città e al consistente sviluppo di vie ciclabili.

Si tratta di misure che si rendono ora praticabili e perseguibili grazie ad una votazione che ha definitivamente sotterrato una disposizione relativa ai parcheggi che risale agli anni ‘90 e che imponeva che i posti auto disponibili in città rispettassero una ferrea proporzione rispetto al numero di abitanti. Ora non sarà più così: la città potrà anche crescere demograficamente, senza per questo aggiungere parcheggi a parcheggi, anzi, al contrario, e a maggior ragione, visto che le più recenti statistiche in proposito testimoniano del fatto che a Zurigo la maggioranza degli abitanti non possiede (più) un’automobile.


La prima condizione per rimanere umani

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Ogni 10 dicembre il mondo ricorda lo straordinario risultato di quel giorno del 1948, quando le Nazioni Unite si riunirono per firmare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Il primo articolo sancito dalla Dichiarazione – “tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti” – ci ricorda che la strada da percorre è lunga; e per tante, troppe persone, complicata e tortuosa. L’anno 2021 ci presenta un bilancio complesso; ripercorrendone anche solo le principali tappe ci confrontiamo con situazioni di sofferenza e sconforto, e con una società civile impegnata a resistere su più fronti.

L’anno comincia con una buona notizia, che ci solleva l’animo: il blocco dell’estradizione di Julian Assange verso gli Stati Uniti. Ma soltanto due giorni dopo, non possiamo che essere indignati e increduli davanti alle immagini da Washington sulla violenta irruzione nel Campidoglio di un gruppo di scalmanati sostenitori di Trump mentre è in corso la sessione di certificazione della vittoria del presidente eletto Joe Biden.

Il 1° febbraio un nuovo colpo di Stato in Myanmar; la disperazione di tutte le persone scese in strada a manifestare contro un putsch che liquida brutalmente una breve stagione democratica e contro cui soprattutto i giovani si battono a mani nude, pacificamente.

A marzo, in un referendum, la Svizzera vota con più del 51% il divieto del burqa e del niqab; questa consultazione ha visto gran parte della società civile elvetica coesa per il NO; purtroppo ha vinto la strumentalizzazione della paura.

Nel mese di aprile a San Gallo centinaia di persone protestano per la prima volta contro la misure anti-COVID, e inizia così un vortice di rabbia e scontento verso una gestione della crisi pandemica che crea forti spaccature nella nostra società; ma, soprattutto, che è spesso la manifestazione di una mancata solidarietà.

Maggio: inizia la crisi e poi la guerra di Gaza: Israele bombarda la Striscia – che con due milioni circa di abitanti ha la più alta densità di popolazione al mondo -; avviene in seguito al lancio di missili da parte di Hamas contro il territorio israeliano, e della tensione a Gerusalemme est per l’ordine di sfratto di diverse famiglie arabe; ancora una volta l’unica dialettica è quella delle armi, dello scontro, degli uni contro gli altri e sono di nuovo i civili a pagare il prezzo più alto per decisioni di chi non crede e non vuole dialogo e pace.

A giugno durante i campionati europei di calcio ci siamo inginocchiati contro il razzismo e contro le discriminazioni, mentre in Svizzera eravamo impegnati contro la Legge federale sulle misure di polizia per la lotta al terrorismo (MPT): la nuova norma votata dalla popolazione, permetterà all’Ufficio federale di polizia di prendere una serie di misure contro una persona sospettata di rappresentare una minaccia, anche se “non ci sono prove sufficienti per avviare un procedimento penale”.

Piangiamo insieme ad Haiti, in luglio: in uno dei paesi più poveri al mondo, il suo presidente Jovenel Moïse viene barbaramente ucciso.

La spensieratezza del mese di agosto sarà spazzata via con la morte di Gino Strada e con l’arrivo dei Talebani a Kabul, con il terrore e l’angoscia negli sguardi delle persone che cercano di fuggire dall’Afghanistan; bambine e ragazze sono di nuovo vittime di un fanatismo religioso che ci ricorda quanto sia fragile la Democrazia là dove la comunità internazionale non è in grado d’intervenire nel giusto modo, mentre continua ad investire più sull’industria bellica che sull’istruzione. Dopo 20 anni di intervento militare da parte della coalizione occidentale, lo stesso Occidente accoglie il minimo indispensabile dei fuggiaschi afghani: con una politica che dichiaratamente vuole tenerli lontani da Stati Uniti ed Europa.

Arriva settembre e con un referendum la Svizzera conferma l’approvazione di una legge sul matrimonio tra persone dello stesso sesso; finalmente il matrimonio è per tutt*! Premio Nobel per la Pace 2021 in ottobre: assegnato ai giornalisti Maria Ressa (Filippine) e a Dmitry Muratov (Russia) “per i loro sforzi per salvaguardare la libertà di espressione, che è una condizione preliminare per la democrazia e una pace duratura”.

E si passa quindi dalla speranza allo sgomento: cioè dal G20 alla COP26, ancora una volta i “grandi” della terra si confermano lontani e sprezzanti nei confronti delle future generazioni e sulle conseguenze nefaste del riscaldamento globale.

In occasione di questo 10 dicembre, l’Alta Commissaria per i Diritti Umani, la cilena Michelle Bachelet, riflette sull’importanza dell’inclusione e sul fatto che ancora oggi questa è preclusa a una grossa fetta di umanità mentre – sottolinea – “l’uguaglianza riguarda l’empatia e la solidarietà”.

E così oggi, il nostro pensiero sarà con Patrick Zaki che dopo 22 mesi riabbraccia i suoi cari; e al confine tra la Polonia e la Bielorussia, dove migliaia di migranti e profughi sono “prigionieri” di un braccio di ferro tutto politico, ancora una volta vittime di un inaccettabile ‘crimine’ e di una complice indifferenza che riguarda tutta l’Europa.

Quella delle organizzazioni indipendenti impegnate quotidianamente per il rispetto dei diritti umani è una battaglia difficile, faticosa, spesso solitaria e ancor più spesso taciuta. A loro dovrebbero andare gli auguri e gli incoraggiamenti di questo fine 2021. Ci vuole forza e resilienza a combattere sui così tanti fronti contro la disumanità e la negazione di ogni diritto. Ma ci ricordano col loro impegno che difendere l’Umanità è la prima e principale condizione per restare umani.

L’autrice opera per la ”Fondazione Diritti Umani” di Lugano


ONU, 10 dicembre 1948. Dichiarazione universale dei diritti umani

La candidatura alla presidenza francese di Éric Zemmour scatena in Francia e altrove una certa inquietudine, o forse addirittura il panico 


La vera sfida di Scholz sarà governare quattro anni con una coalizione così diseguale

La candidatura alla presidenza francese di Éric Zemmour scatena in Francia e altrove una certa inquietudine, o forse addirittura il panico 

Di , Linkiesta

Mercoledì 8 dicembre il Bundestag tedesco ha eletto il socialdemocratico Olaf Scholz come successore di Angela Merkel nel ruolo di Cancelliere. Ha ricevuto 395 voti su un totale di 707 e ora guiderà il nuovo governo di coalizione fra tre partiti: i socialdemocratici (SPD), il partito ambientalista dei Verdi e i liberali dell’FDP.

I tre partner della coalizione in realtà non stanno bene insieme. I due partiti di sinistra, la SPD e i Verdi, avrebbero preferito governare insieme al terzo partito di sinistra tedesco, Die Linke (l’ex partito comunista che governava la DDR). Questo però non è stato possibile perché i tre partiti non hanno ottenuto abbastanza voti per avere la maggioranza nel parlamento tedesco. A sua volta la FDP avrebbe preferito governare con i centristi della CDU/CSU. Tuttavia, la CDU/CSU ha ottenuto il peggior risultato della sua storia ed è attualmente un partito senza leader.

Il nuovo governo di coalizione è composto da tre partner molto disuguali. L’SPD e i Verdi hanno fatto una campagna elettorale in cui si sono detti a favore di un sensibile aumento delle tasse per i ceti più agiati, mentre l’FDP ha chiesto una riduzione delle tasse per tutti. Quale sarà il risultato? Che non cambierà nulla. La SPD e i Verdi hanno posto il veto ai tagli fiscali, la FDP all’aumento delle tasse.

Anche in molti altri settori, i divergenti programmi politici dei partiti hanno finito per neutralizzarsi a vicenda all’interno dell’accordo raggiunto per formare il governo. Prendiamo il diritto di locazione: la SPD e i Verdi volevano ridurre i diritti dei proprietari e vietare gli aumenti degli affitti. L’FDP avrebbe voluto liberalizzare il diritto di locazione. Anche in questo caso, il risultato è che la legge tedesca sugli affitti rimarrà invariata, con solo qualche piccolo ritocco, tanto per dire che qualcosa verrà fatto.

I liberali pro mercato dell’FDP, da una parte, e i due partiti di sinistra, dall’altra, si sono effettivamente annullati a vicenda. La FDP è riuscita a impedire molte politiche di orientamento socialista, e per questo i suoi elettori le saranno grati. Inoltre, la FDP è riuscita a ottenere due ministeri chiave: Il ministero delle Finanze sarà guidato dal presidente della FDP Christian Lindner, mentre il ministero della Giustizia andrà a Marco Buschmann, che è da molti considerato un eccellente avvocato. Questo è rassicurante per la comunità imprenditoriale tedesca, che ha sostenuto la FDP, mentre invece gli altri ministri qualche preoccupazione la destano.

I ministeri dell’economia e degli affari esteri saranno guidati dai due presidenti dei Verdi. Annalena Baerbock assumerà il ruolo di ministro degli Esteri, una nomina che potrebbe causare irritazione in molti Paesi. Difficilmente potrà trattare da pari a pari con i suoi omologhi di altri Stati. Durante la campagna elettorale, è emerso che aveva gonfiato il suo curriculum vitae, che includeva una serie di falsità.

Inoltre, sempre durante la campagna elettorale ha pubblicato un libro che si è rivelato contenere ampie sezioni di testo copiato: alla fine ha dovuto ritirare l’intero libro, che non sarà più stampato. Questo ha danneggiato gravemente la credibilità della Baerbock e ha finito per costare al suo partito un numero considerevole di voti.

I Verdi sono impegnati in una politica estera dai toni idealistici, che probabilmente porterà la Germania ad avere problemi con la Cina e la Russia in particolare. Per quanto riguarda la Russia, tuttavia, la SPD, che si è espressa a favore di una politica amichevole nei confronti della Russia, probabilmente vedrà prevalere la sua linea.

La situazione è diversa per quanto riguarda la Cina. I Verdi non si preoccupano degli interessi economici della Germania. Questo potrebbe portare a un nuovo approccio verso la Cina e a un allontanamento dalle politiche perseguite da Angela Merkel, che ha riconosciuto l’importanza di relazioni sane con il Paese asiatico. Prima della nomina a ministro degli esteri, la Baerbock ha chiesto il divieto delle importazioni dalla regione cinese dello Xinjiang e ha rifiutato di escludere un boicottaggio delle Olimpiadi invernali in Cina, cosa che ha fatto infuriare i cinesi.

I Verdi non hanno alcun concetto di realpolitik; vogliono orientare la politica estera tedesca in senso morale e ideologico. Una delle loro richieste chiave è la seguente: la Germania dovrebbe avere una «politica estera femminista». Nell’accordo di coalizione raggiunto dai tre partiti si specifica chiaramente l’obiettivo di una politica estera femminista, qualunque cosa ciò voglia dire.

Si può solo sperare che il cancelliere Olaf Scholz riesca a limitare i danni potenziali che il ministro degli esteri Baerbock potrebbe fare, e che stabilisca lui stesso le principali linee d’azione della politica estera.

E l’impegno della Germania verso la NATO a spendere il 2% del PIL per la difesa? La SPD e i Verdi si oppongono a questo obiettivo, mentre la FDP lo sostiene. I partiti hanno concordato il seguente compromesso: «Vogliamo che la Germania investa il 3% del suo PIL in un’azione internazionale a lungo termine, integrata e globale, rafforzando così la sua diplomazia e la sua politica di sviluppo e rispettando i suoi impegni con la NATO», si legge nell’accordo di coalizione a pagina 144 sotto il titolo “Multilateralismo”. Certo, il 3% è più del 2%, ma il 3% include ogni sorta di altre spese, come gli aiuti allo sviluppo.

Robert Habeck, leader dei Verdi insieme a Baerbock, guiderà il ministero dell’economia con la responsabilità di portare avanti la politica climatica del Paese. Habeck è un filosofo e autore di numerosi libri per bambini, ma ha dimostrato in diverse interviste di non sapere nulla di economia. I Verdi vogliono subordinare tutta la politica economica alla lotta contro il cambiamento climatico.

Quest’anno, le ultime tre centrali nucleari tedesche saranno disattivate e, nei prossimi anni, saranno seguite da tutte le centrali a carbone – senza che ci siano altre fonti di energia pronte per sostituirle! Ancora oggi, come risultato di questa politica, la Germania ha i prezzi dell’energia elettrica che sono i più alti del G20. Il risultato paradossale di questa politica è che la Germania avrà probabilmente ancora più bisogno di importare energia nucleare dalla Francia e da altri Paesi. Il Wall Street Journal ha bollato questa come «la politica energetica più stupida del mondo», e i Verdi vogliono percorrere ancora più velocemente questa strada sbagliata.

La coalizione tra partner così disuguali sopravviverà per quattro anni? Una causa di scontro potrebbe risultare la politica migratoria. Come Angela Merkel, l’SPD e i Verdi vogliono basare la politica migratoria tedesca principalmente su principi morali. Merkel ha aperto le frontiere della Germania nel 2015, ed è stata sostenuta in questo dalla SPD e dai Verdi.

Anche la FDP è favorevole all’immigrazione, ma vuole limitare l’accesso dei migranti al sistema di welfare tedesco e vuole dare la priorità a quei migranti che posso dare benefici economici alla Germania, ad esempio i lavoratori qualificati. Come mostrano tutti i sondaggi, gli elettori della FDP si oppongono a una politica di frontiere aperte. Se la FDP si arrende alle richieste dei Verdi e della SPD sull’immigrazione, potrebbe perdere ampie parti della sua base elettorale.

Allo stesso tempo, la SPD e i Verdi sono messi sotto pressione dai loro stessi rappresentanti nel parlamento tedesco, molti dei quali sono molto, ma molto a sinistra dello spettro politico. Il nuovo segretario generale della SPD, Kevin Kühnert, è un socialista radicale, che ha guadagnato notorietà per aver proposto l’esproprio di aziende come la BMW e per aver detto che solo lo Stato dovrebbe essere autorizzato ad affittare appartamenti. Kühnert preferirebbe avere a che fare con Die Linke e rifiuta tutto ciò che la FDP rappresenta politicamente.

Anche se Olaf Scholz dice che spera di governare con la FDP oltre il loro mandato iniziale di quattro anni, il suo partito e i Verdi la pensano diversamente: tra quattro anni, preferirebbero formare una coalizione con Die Linke, come hanno già fatto a livello regionale in molti stati federali.


Ignazio Cassis, prova d’appello

La candidatura alla presidenza francese di Éric Zemmour scatena in Francia e altrove una certa inquietudine, o forse addirittura il panico 

Fra i consiglieri federali, il meno popolare fra gli svizzeri diventa il presidente degli svizzeri. “Primus inter pares”, Ignazio Cassis. E al di là delle Alpi – mentre la maggioranza del Ticino, comprensibilmente, si compiace per un ruolo istituzionale ritrovato dopo quasi un quarto di secolo – parlano di ‘ultima occasione’ per l’ex medico cantonale. La carta finale per recuperare il terreno perduto, e forse salvare la sua poltrona ministeriale nelle elezioni nazionali del 2023, sempre che anche il suo partito, il liberale, riesca a reggere l’urto. Non è tanto questione di un sostegno fiacco da parte dei parlamentari, che pure ha il suo peso e suona come un monito: c’è comunque chi nell’ultimo decennio ha fatto peggio, e del resto nemmeno l’elezione del socialista Alain Berset a suo ‘vice’ non si può certo definire brillante. C’è, soprattutto, l’immagine politicamente sfibrata di un ministro degli esteri che – sia per temperamento, sia per le circostanze in cui si è dovuto muovere, sia per scelte diplomatiche rivelatesi controverse o decisamente sbagliate – non ha saputo convincere. I sondaggi parlano chiaro, e non hanno nulla a che fare con l’essere esponente di una comunità minoritaria.

È noto il suo relativo isolamento all’interno del Consiglio federale, concretizzatosi nella secca e irrituale sfiducia manifestatagli dai colleghi nel decisivo dossier della trattativa sull’accordo quadro con Bruxelles, stracciato da Berna dopo sette anni di trattativa, e la relativa, imposta rimozione del negoziatore ticinese Balzaretti, che non poteva non aver operato se non in pieno accordo con il suo superiore. Si parlò di schiaffo al capo della diplomazia elvetica, e di ‘scippo’ del dossier, finito nel trita-carte di un clima politico condizionato dalla netta avversità dell’UDC ma anche dalla remissiva passività di partiti poco inclini a contrastare, anche per opportunismo elettoralistico, l’offensiva anti-europea del partito di maggioranza relativa. Cassis cercò di reagire parlando di un ‘suo’ piano B, in realtà mai visto e decollato. “Vada meno in Cina e di più a Bruxelles”, ha tuonato un deputato centrista. Non facile riprendersi dopo una simile débâcle.

Ma c’è altro di discutibile nel suo bilancio politico. Limitiamoci ad alcuni passaggi. L’appiattimento sulla politica estera trumpiana, con la ‘memorabile’ passeggiata tra i ‘merli’ dei castelli bellinzonesi a fianco di Mike Pompeo, il più fedele degli esecutori della disordinata e infelice politica estera dell’ex miliardario poi istigatore dell’assalto al Campidoglio. Oppure la più che inopportuna visita in Zambia di un ministro degli esteri alla miniera di rame della multinazionale svizzera Glencore, già contestata in diverse nazioni del Sud del mondo per pratiche anti-ambientali/anti-sindacali, e in seguito condannata in quel paese africano a sborsare una multa di 13 milioni di dollari per procedure fiscali irregolari. O, ancora, quando, in un campo di rifugiati palestinesi in Libano se ne uscì con l’affermazione che strutture come quelle (e non sono poche in Medio Oriente) dovessero chiudere per favorire la piena integrazione dei profughi nel paese di accoglienza: esattamente quanto chiedono da sempre i governi israeliani per negare il principio stesso del ‘ritorno’ dei rifugiati fuggiti o espulsi durante le varie guerre israelo-arabe. Uno strappo persino rispetto alla codificata politica del Consiglio federale su questo dossier; con relative dimissioni di Pierre Krähenbühl, allora presidente svizzero dell’UNWRA, Agenzia ONU per l’aiuto ai rifugiati palestinesi, sostanzialmente sfiduciato da Cassis, che colse quale pretesto un’inchiesta dell’Agenzia da cui lo stesso Krähenbühl uscì innocentato. E ancora bisognerebbe segnalare una generale, risaputa, scarsa considerazione nei confronti del consigliere federale all’interno dello stesso corpo diplomatico elvetico.

Se si dimentica tutto questo, si capisce poco del non brillante risultato di ieri alle Camere, rivolto a un politico da molti considerato troppo titubante, costantemente preoccupato di non esporsi eccessivamente, di rimanere ‘sottotraccia’, pure quando ci sarebbe stato bisogno di affermazioni più nette anche sulla questione (lui, medico) delle strategie anti Covid via via decise dal Consiglio federale e contestata anche con argomentazioni antiscientifiche e con atteggiamenti aggressivi da una chiara minoranza del paese.

Tattica o temperamento? Probabilmente una e l’altra. Ora Ignazio Cassis è chiamato alla prova decisiva, la prova d’appello. Rilanciare la propria immagine (un po’ come è riuscito a fare Parmelin), ma come? Nel suo discorso dopo la nomina lo ha fatto capire. “La pandemia – ha scandito – non ci dividerà”. Sono le parole chiave di una scelta, di un programma: quello di volersi proporre come mediatore, come ricucitore di una società mai così lacerata, e anche di un governo federale da svelenire al suo interno, e che negli ultimi due anni ha mostrato ed esportato (attraverso un utilizzo dei media senza precedenti) le diversità anche profonde fra i ‘sette saggi’. Opportunità non priva di rischi. E gli auguri non sono solo di rito.