È il secolo più lungo della Storia

L’Europa si accorge della guerra, ma solo perché la crisi ucraina mette in pericolo le sue fonti energetiche, mentre si è sempre girata dall’altra parte davanti alle tragedie del continente 

Di Alberto Negri

Che cos’è una guerra? La prima cosa che succede è che si spegne la luce: come ho visto accadere a Baghdad, Kabul, Sarajevo, Damasco, Tripoli, Mogadiscio. La luce può anche non tornare più per anni, sostituita dal ronzio dei generatori, mentre il cielo viene illuminato dai traccianti dei proiettili.

Gli europei sembra che se ne siano dimenticati e si spaventano soltanto adesso per l’incendio artificiale dell’Ucraina che potrebbe fermare il flusso regolare del gas russo. Eppure di guerra gli europei ne hanno avuta una recente, nel cuore dell’Europa, nell’ex Jugoslavia, ma l’hanno vissuta come l’aspetto lontano di un conflitto etnico e religioso di un remoto Novecento.

Ed è stato questo il più grande errore dell’Europa: pensare che il Novecento fosse finito. In realtà non è ‘il Secolo breve’, come scriveva il marxista britannico, nativo di Alessandria d’Egitto, Eric Hobsbawm. Questo è il secolo più lungo della storia dell’umanità. E continua ancora oggi nel cosiddetto Terzo Millennio. Che vi piaccia o meno.

Allora tutti pensavano, dietro uno schermo fatto di illusioni e ignoranza, che il ‘900 fosse terminato con il crollo del Muro di Berlino nel 1989, e poi con la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Certo, cambiavano i regimi, i confini territoriali, nuove nazioni nascevano e fenomenali ideologie che avevano mosso il mondo vennero archiviate assai frettolosamente: ma non potevano scomparire i popoli, con la loro storia, le loro tradizioni, le loro credenze. Così, sul finire del secolo lungo, sono risorti, in forma diversa, quelli che pensavamo fossero fantasmi del passato, come gli imperi seppelliti dl tempo, da quello russo all’ottomano. Forse che oggi non chiamiamo tranquillamente Putin ‘lo zar’ ed Erdogan ‘il sultano’?

Hobsbawm faceva finire il secolo con il crollo dell’Unione Sovietica. In realtà il secolo era duro a morire, e la fine della Jugoslavia, con guerre a ripetizione nel cuore dell’Europa, il coinvolgimento di grandi potenze e Paesi confinanti, lo dimostrava. Con la fine della Jugoslavia si dissolveva uno degli ultimi Stati multi-etnici e multi-religiosi d’Europa. Ma c’è sempre un prezzo da pagare all’indifferenza.

Torna in mente quello che aveva detto a noi cronisti, nel suo appartamentino popolare di Belgrado, Milovan Gilas, braccio destro del maresciallo Tito, colui che aveva trattato con Stalin per fermare un’invasione sovietica della Jugoslavia: “Qui stiamo regolando i conti della seconda guerra mondiale”. Tra massacri e pulizie etniche, con migliaia di morti e milioni di profughi, non era difficile credergli. Vicino a Srebrenica, nel luglio 1995, durante il massacro di oltre 7 mila musulmani bosniaci, vidi in una donna appesa a un albero: si era impiccata pur di non finire in mano alle milizie, e il marito si era fatto saltare con una granata. I morti non dovevi neppure cercarli: la mattina ti risvegliava l’odore dei cadaveri in decomposizione al sole e all’afa.

Ma questi racconti, l’europeo medio, preso dalle vacanze dell’estate, non li voleva sentire fino ad oggi, ha voltato la testa dall’altra parte. Si sveglia adesso perché oltre all’odore dei morti, sente puzza di gas e di crisi economica. E che dire della lunga arroganza di Biden, che accusa la Russia di preparare ‘pretesti’ di guerra dimenticando che gli Stati Uniti ne hanno fabbricati di vergognosi per le aggressioni al Vietnam, in Kosovo, e per l’Iraq nel 2003?

Altro che secolo breve. Nel 1992, con il crollo della Jugoslavia, la Repubblica di Macedonia dichiarò l’indipendenza e a 100 km da Salonicco la gente scese in piazza a protestare davanti alla statua di ‘mega Alexandros’. Greci e slavi si davano battaglia per l’eredità del nome. Per risolvere questa disputa ci sono voluti quasi trent’anni, con la firma dell’accordo di Prespa del 2018, e il cambio di nome della Repubblica di Macedonia in Macedonia del Nord.

Per favore, non chiamate più il ‘900 il ‘secolo breve’. L’amico David Hearst, direttore di Middle East Eye – di origini polacche, ucraine ed ebree – ricorda che nel ’41, quando il Terzo Reich invase l’Urss, i nazisti vennero salutati come liberatori in quella parte d’Europa. Le perdite civili totali durante la guerra e l’occupazione tedesca dell’Ucraina sono state stimate in quattro milioni, inclusi 1,6 milioni di ebrei. Secondo il Simon Wiesenthal Center “l’Ucraina, per quanto a nostra conoscenza, non ha mai condotto una singola indagine su un criminale di guerra nazista locale, e tantomeno ha perseguitato un perpetratore dell’Olocausto”. E neppure se ne è parlato nei giorni della memoria. Oggi nell’Ucraina di Kiev bramosa della Nato, un persecutore e criminale come Stepan Bandera, che giurò fedeltà a Hitler, è considerato un eroe nazionale, e le milizie e i gruppi che si richiamano a lui sono istituzionalmente la ‘Guardia nazionale ucraina’, che addestra i civili e aizza alla guerra.

Chiamatelo ancora secolo breve, se ne avete il coraggio.

Per gentile concessione de ‘il manifesto’


Ex macello: i fatti, i reati e le bugie

L’Europa si accorge della guerra, ma solo perché la crisi ucraina mette in pericolo le sue fonti energetiche, mentre si è sempre girata dall’altra parte davanti alle tragedie del continente 

Quel che è successo la sera del 29 maggio a Lugano in viale Cassarate sul sedime dell’ex macello “ha dell’incredibile”; inoltre “è pacifico” che quella sera le autorità commisero almeno un reato dato che “l’elemento oggettivo… è stato adempiuto”. Tranquilli, non lo diciamo noi, e non lo dice neppure il molinaro di turno: lo afferma papale papale il procuratore generale Andrea Pagani nel suo decreto di non luogo a procedere contro il vicecomandante della polizia cantonale e la municipale di Lugano Karin Valenzano Rossi.

Decreto che abbiamo potuto visionare e dal quale emerge anche che in alcuni casi le versioni tra Polizia e Municipio divergono, per cui, come scrive Pagani, resta “aperta la questione a sapere quale delle due posizioni sia quella aderente alla verità”, ossia chi tra agenti di polizia e municipali abbia se non mentito per lo meno omesso qualcosa di fronte al procuratore generale. Ammettiamolo, indipendentemente da come si giudichi la vicenda, non una bella cosa.

Ma veniamo al documento. Si potrà anche non condividerne le conclusioni, ma bisogna pur ammettere che il pg il suo lavoro di ricostruzione di quanto successo quella sera l’ha fatto. Ed è di questo che ci occuperemo, non delle considerazioni giuridiche che riporta: ai giudici, visto che c’è un ricorso in ballo, la futura sentenza. E i fatti dicono questo (silenzio, parla Pagani…).

Tutto ebbe inizio l’11 marzo 2021, giorno in cui il Municipio di Lugano, a maggioranza, decise di sgomberare l’ex macello “quando ritenuto più opportuno da polizia comunale e polizia cantonale”, ma comunque entro il 18 marzo. Lo stesso giorno va in scena una videoconferenza (si era in periodo di restrizioni sanitarie) alla quale partecipano i comandanti delle due polizie e l’esecutivo cittadino. Non è specificato chi fosse presente per il Municipio, ma più avanti è riportato che a questo tipo di riunione partecipavano sempre e solo il fu sindaco Marco Borradori e il municipale responsabile, ossia prima delle elezioni di aprile Michele Bertini, poi Karen Valenzano Rossi.

Sia come sia, i due comandanti “hanno evidenziato [al Municipio, ndr.] i possibili scenari a seguito dello sgombero coatto o non coatto”. La sera dell’11 marzo il comandante della Cantonale ha poi incaricato il suo vice di pianificare, con l’ausilio della Comunale, l’eventuale sgombero. Per questo è stato creato uno Stato maggiore, “composto da ufficiali della polizia cantonale e da un ufficiale della polizia comunale”. In totale “una quindicina di ufficiali” (ci si permetta un commento: non sono un po’ tanti?).

Piccolo particolare ma importante: si è “iniziato a ipotizzare da subito anche degli interventi di natura edilizia”, in modo da evitare una rioccupazione degli spazi da parte degli autogestiti. Due le ipotesi: la “muratura degli accessi agli stabili” e “la demolizione totale dello stabile ubicato a sud del comparto”.

Il giorno dopo, la mattina presto, iniziano gli scambi di mail tra i vari corpi e ufficiali di polizia per capire cosa e come fare. Scambi rapidi, visto che già alle 10.35 arriva la risposta definitiva, ossia la conferma che lo stabile occupato dai molinari “si può procedere a demolirlo subito” dopo il previsto sgombero. In proposito viene però immediatamente evidenziato come “ai fini legali e procedurali” per dar seguito alla decisione è necessaria una licenza ad hoc. Licenza edilizia, annota Pagani, che tuttavia “non solo non è mai stata rilasciata; non è mai stata chiesta”.

Forse perché il 18 marzo, data fatidica entro la quale l’ex macello doveva essere sgomberato, il Municipio, “dopo aver preso atto di un parere della Divisione affari giuridici, (…) è tornato sui suoi passi”, annullando la prima disdetta per inviarne una nuova, con termine di 20 giorni. Tale disdetta, del 22 marzo, è stata affissa sul cancello di entrata del Centro. Prima conseguenza, i lavori preparatori dello Stato maggiore vengono congelati; seconda conseguenza, il Municipio invierà il 14 aprile una diffida con termine di 10 giorni per lo sgombero dello stabile, e il 14 maggio emanerà la decisione di esecuzione, dichiarandola “immediatamente esecutiva”.

Nel merito il procuratore generale Pagani afferma che “non è competenza dello scrivente magistrato rispondere al quesito se questa procedura, sotto il profilo del diritto amministrativo o civile, sia corretta”, un’affermazione che lascia aperta la porta a varie interpretazioni; ci chiediamo inoltre se un Municipio in cui siedono quattro persone che hanno studiato diritto abbia bisogno di un parere giuridico per sapere come procedere a uno sfratto, una procedura amministrativa in sé non complicatissima (e nümm a pagum, direbbe qualcuno).

Ma torniamo alla nostra storia. Il 6 maggio si svolge una riunione tra una delegazione dello Stato maggiore, il sindaco Marco Borradori e la municipale Karen Valenzano Rossi. E qui le versioni tra le parti iniziano a divergere: da una parte la polizia che afferma, verbale ad uso interno alla mano, che ai due municipali è stato prospettato tutto quanto poi successo, ossia la demolizione dello stabile; dall’altra i due che negano “assolutamente” qualsiasi allusione all’abbattimento dello stabile.

Qui è la seconda volta che il pg Pagani si permette un commento. Leggiamo testualmente: “Pur facendo fatica a credere che durante la riunione non si sia mai accennato almeno genericamente all’ipotesi di una demolizione, può rimanere aperta la questione a sapere quale delle due posizioni sia quella aderente alla verità”. Ci sembra però che non si faccia molta fatica a intuire da che parte penda il magistrato.

Ma continuiamo con la cronologia dei fatti. Dopo la riunione del 6 maggio, e dopo l’annuncio della manifestazione del 29 da parte degli autogestiti, la polizia in un rapporto del 26 maggio chiede se “ammesso che si dovesse presentare l’occasione per opportunità, il Municipio è d’accordo a dare e ribadire il suo nulla osta allo sgombero forzato? Oppure, considerato come allo stato attuale si stia valutando un possibile canale di dialogo con il Molino, ritiene preferibile un “non intervento” della polizia per lo sgombero?”.

Se non intendiamo male, persino la polizia avverte implicitamente il Municipio che se si sgombera, il “canale di dialogo” fatalmente si chiuderà. Malgrado ciò il giorno dopo l’esecutivo luganese “concede il nulla osta allo sgombero”, ma solo “se la manifestazione degenerasse, la polizia dovesse intervenire, oppure dal profilo tattico-strategico sia indicato effettuare lo sgombero”.

E arriviamo finalmente al 29 maggio. Tutto tranquillo all’inizio, tant’è che, come dichiarato dal vicecomandante della polizia cantonale, “attorno alle 18 l’opzione sgombero era completamente fuori dai nostri piani”. Poco dopo però l’occupazione dello stabile disabitato della Fondazione Vanoni in via Simen determina la svolta. Con un piccolo cortocircuito temporale che il pg non approfondisce: alle 19.45 una delegazione della Fondazione ha sporto formalmente denuncia contro i manifestanti, ma già alle 19.35 due membri dello Stato maggiore avevano telefonato alla municipale Karen Valenzano Rossi per sapere se “la manifestazione era da considerarsi degenerata”. Dopo un rapido giro di telefonate a tutti e sei i colleghi, alle 19.53 “il Municipio a maggioranza dava il nulla osta allo sgombero”, che è poi iniziato alle 20.39 e si è concluso alle 20.53. “Pacificamente”.

Notiamo qui che il pg Pagani non ha neppure approfondito la questione della mail resa pubblica da Unia (e riportata da Naufraghi/e) e smentita dalla polizia, secondo cui già alle 17.50 era stata contattata una ditta per la demolizione dell’ex macello. Confermata invece la telefonata delle 20.10 a un ingegnere alle dipendenze del Comune di Lugano per sapere se era “in grado di reperire delle maestranze” per “piccoli lavori di muratura” (non di demolizione, dunque). La risposta, affermativa, è arrivata alle 20.18, l’avviso alle ditte di intervenire alle 21.15. Tuttavia durante quest’ultima telefonata la polizia ha pure chiesto se l’impresa “avesse a disposizione una pinza demolitrice”. “Ricevendo risposta negativa” è stata indirizzata a un’altra ditta.

Ai responsabili delle due imprese sorge però spontanea una domanda: se ci avete chiamati per piccoli lavori di muratura, cos’è che dobbiamo demolire? Giusto per sapere se il materiale richiesto “andava bene per i lavori concreti”. Si decide quindi per un sopralluogo, che avverrà verso le 22.30.

E qui inizia quella che il pg Pagani definirà poi “claudicante passaggio comunicativo”, noi armata Brancaleone allo sbaraglio: alle 21.26 il responsabile di una delle due imprese telefona al citato ingegnere comunale segnalandogli che gli erano stati chiesti macchinari per una demolizione; l’ingegnere chiede lumi alla polizia comunale che dapprima si dichiara all’oscuro (21.32), poi (21.36) dopo essersi informata presso i colleghi dello Stato Maggiore ammette, specificando però che “non vi è ancora nessuna decisione definitiva”.

Quello che non sapevano è che alle 21.20 alla municipale Karen Valenzano Rossi era stato chiesto se il Municipio autorizzava la demolizione “del tetto ed eventualmente una parete” dello stabile dove solitamente stavano gli autogestiti. Segue consultazione telefonica non di tutto il Municipio ma solo di quattro colleghi, e alle 21.27 alla polizia arriva il nulla osta a procedere. A questo punto l’ordine viene impartito dai vertici della polizia ai vari sottoposti.

“Quel che poi succede ha dell’incredibile”

Queste sono le parole del pg Pagani, che parla anche di “incomprensibile improvvisazione comunicativa”.

Riassumendo quanto emerso: a capo dell’operazione vi era un ufficiale che era stato inserito nello Stato maggiore solo a metà maggio, che ha dichiarato di non sapere quale stabile doveva essere murato/abbattuto. Di conseguenza ha comunicato all’ufficiale sul campo “che si doveva abbattere una parte dell’ex macello, senza specificare cosa si intendesse per una parte”.
Ma neppure l’ufficiale sul campo sapeva quale edificio e cosa si dovesse abbattere, per cui, rendendosi conto che non sarebbe stato “in grado di eseguire l’ordine”, chiede “esplicitamente che venisse sul posto qualcuno che se ne intendesse”.

Seguono altre telefonate, di cui vi risparmiamo il contenuto. Infine, alle 22.28, al povero ufficiale arriva via Whatsapp la planimetria dell’ex macello, con evidenziato in giallo lo stabile da demolire. E lui evidentemente, dato che l’ex macello come noto è composto da più edifici, ha capito “che bisognava demolire tutto lo stabile”, appunto una parte del tutto. Così all’una e nove minuti del 30 maggio le ruspe hanno iniziato il loro definitivo lavoro. Da notare come le versioni tra i vari ufficiali di polizia, anche se non si contraddicono nella sostanza, non collimino completamente. E anche questo appare piuttosto preoccupante.

Seguono poi paginate di considerazioni giuridiche sui reati penali ipotizzati, considerazioni su cui come detto non ci addentriamo, e che si possono così riassumere:

  • Abuso di autorità: riempito il requisito oggettivo del reato, non quello soggettivo (non luogo a procedere);
  • Violazione delle regole dell’arte edilizia: reato non adempiuto;
  • Danneggiamento: reato adempiuto. Procedimento penale abbandonato per causa esimente


Autogestione, muri imbrattati e comunicati stampa

L’Europa si accorge della guerra, ma solo perché la crisi ucraina mette in pericolo le sue fonti energetiche, mentre si è sempre girata dall’altra parte davanti alle tragedie del continente 

“Naufraghi/e” esce oggi con la presentazione in anteprima di un importante documento qual è a tutti gli effetti il Decreto d’abbandono firmato dal Procuratore generale Andrea Pagani circa i fatti che lo scorso 29 maggio hanno portato all’abbattimento di un’ala dell’ex-macello di Lugano, sede degli autogestiti del Molino.

Si tratta a nostro avviso di un contributo significativo per la comprensione di una vicenda che ha continuato a mostrarsi controversa e per certi versi inquietante, viste le differenti versioni che ne sono state fornite nel tempo.

La posizione del nostro portale, in merito, è stata più volte fortemente critica nei confronti di una narrazione ufficiale piena di lacune ed incongruenze, che ci è sempre parso doveroso mettere in rilievo, fino alla stessa decisione di chiudere il caso, dal punto di vista penale, con il citato “Decreto”.
Il documento commentato da Rocco Bianchi non fa che rafforzare la sensazione di disagio che emana da una gestione del “caso autogestione” che ha avuto nel Municipio cittadino, nelle autorità comunali e cantonali di polizia, degli attori che hanno proceduto in maniera perlomeno discutibile, attraverso modalità che con pieno diritto abbiamo cercato di mettere in rilievo e che continuiamo a mettere in discussione anche in questo caso.

Non possiamo però esimerci dallo stigmatizzare quanto abbiamo appreso da numerosi siti nella giornata di ieri, riguardo ad una scritta fortemente ingiuriosa apparsa su un muro di cemento dell’area dell’ex-Macello: una scritta che dice “Il Molino vive, Borradori no”, apposta accanto ad altre scritte con slogan genericamente anarchici.

Potrà pure essere stata opera di un singolo, isolato ed “estremo” autore, potrà non rappresentare la voce dell’Assemblea degli autogestiti (e la speranza è che giunga da essa una forma di dissociazione da queste modalità comunicative), ma in ogni caso, per messaggi di questo genere, sulla zattera dei Naufraghi non c’è assolutamente né spazio né comprensione. Riteniamo fondamentale principio che in un dibattito, uno scontro anche duro, fortemente antagonista, rimanga un margine ineludibile di rispetto, delle parti e della personalità di chi si “combatte”.

Riteniamo simili slogan assolutamente inaccettabili, come ampiamente discutibili ci sembrano i termini usati da un comunicato pubblicato da “Mattinonline” per condannare l’episodio, reiterando un linguaggio spregiativo verso gli autogestiti, definiti “fancazzisti”, dopo che a lungo sono stati “brozzoni” ed altro ancora; un linguaggio che pervade ormai da anni sciaguratamente il dibattito politico ed è diventato mestamente il veicolo privilegiato con cui la Lega si esprime nei confronti di ogni suo avversario (politico o meno) soprattutto attraverso il suo tristo domenicale.

Restiamo dell’idea che, nel gioco delle parti, tocchi anzitutto alle istituzioni e all’autorità politica il compito di dettare i termini, anche formali, di qualunque confronto democratico. Se la “lingua” del partito di maggioranza in Municipio è quella adottata da anni dal suo settimanale, tocca poi a tutti noi prendere atto, con decisa condanna, come una sorta di “deriva argomentativa” possa poi spingersi in eccessi disgustosi, in una spirale che va assolutamente fermata.


Un mondo bipolare

L’Europa si accorge della guerra, ma solo perché la crisi ucraina mette in pericolo le sue fonti energetiche, mentre si è sempre girata dall’altra parte davanti alle tragedie del continente 

A leggere la stampa occidentale è ben chiaro che non esistono alternative a una scelta tra uno dei due campi, tra Russia e Stati Uniti; ma soprattutto che si sa molto bene chi è nel torto, e chi nella ragione.

Mi riconosco poco in questo dibattito binario e manicheo, bipolare: fatico a trovare ragioni per preferire un presidente ben più anziano della sua anagrafe – che tra un ruzzolone, una lussazione e una dormitina fuori programma ci ammannisce come verità di fede le narrazioni interessate dei suoi militari e dei suoi signori della guerra – a un autocrate che puzza di tagliagole lontano un chilometro; o viceversa. Le penose intemerate di Biden mostrano un nervosismo più dettato da questioni interne (le prossime elezioni parlamentari di metà mandato) che non da affetto autentico e da umana partecipazione al destino degli ucraini; un banale problema di voti e di consenso che Putin però non è nemmeno costretto a porsi.

Il presidente russo ha un track record da incubo, e non sembra abbia rinunciato a certe funeste pratiche da Lubianka, gestendo il paese come fosse roba sua e di qualche suo amico. Vede con  preoccupazione (che è però difficile non capire) l’eventuale entrata dell’Ucraina nella NATO, con la prospettiva di armamenti ostili fuori dalla porta di casa. A ruoli invertiti, abbiamo ben visto come gli Stati Uniti abbiano reagito alla rivoluzione cubana e alla presenza sovietica a Cuba (un embargo totale che dura da esattamente mezzo secolo), e ci vuol poco ad immaginare come Washington tratterebbe per ipotesi un passaggio del Messico sotto l’influenza di Mosca o di Pechino.

È appena il caso di ricordare che l’Ucraina è uno Stato sovrano e ha pieno diritto di determinarsi e di scegliere i propri alleati, per qualsiasi motivo essa decida di farlo. Parrebbe però elementare norma di coesistenza che la NATO evitasse di associarsi territori in collocazioni geografiche così critiche per gli equilibri internazionali.

Dalla farsa delle “armi di distruzione di massa” di Saddam, e prima ancora dalla gestione muscolare (per non dire altro) della situazione in Sudamerica, per finire con le balle vertiginosamente messe in fila a proposito della Cina e dell’Afghanistan, ho smesso di credere a una sola parola pronunciata dagli alti scranni della Casa Bianca o del Pentagono. Anzi, tendo a pensare che le cose stiano proprio all’opposto di quanto ci viene detto da quelle sponde. Non per questo ritengo più credibile quanto giunge dal Cremlino.

Il tema vero è probabilmente un altro. Non serve rieditare, sterilizzando i conflitti tramite la sopraffazione, pratiche come quelle della “sovranità limitata” (da Plutarco a Breznev), o delle sfere di influenza o di prassi analoghe che richiedono la limitazione della libertà di territori per la tutela della sicurezza nazionale di uno Stato dominante. Sarebbe invece bello poter riscoprire, al di là dei poveri risultati del NAM [Movimento dei paesi non allineati, ndr], il ruolo e la necessità etica del non allineamento, cioè della capacità di elaborare concetti di coesistenza non basati sul precario equilibrio degli armamenti e su un confronto pseudo-ideologico, ma su una visione fondata sull’ovvia necessità di vivere insieme nel contesto di una dialettica di idee. Sembra però vano chiedere qualcosa all’Europa, strapazzata tra il vassallaggio nei riguardi degli USA e il panico da imminente crisi energetica; una situazione che richiederebbe appunto scelte alternative, non scelte di campo.

Non succederà nulla di tutto questo, beninteso. Perché da una parte ci sono pressioni per fare una guerra, o almeno per prepararla, perché tutto questo rende parecchio e perché creare un nemico, demonizzandolo, è una potente arma di distrazione di massa per l’elettorato interno; e dall’altra c’è una visione imperiale senza sfumature, feroce e senza pietà. Oscillando tra questi due poli in fibrillazione rumorosissima, suona troppo flebile la voce della ragionevolezza, della pacificazione e della compassione.

Inutile preoccuparci dell’intelligenza artificiale, diceva uno che la sa lunga, quando la minaccia viene piuttosto dalla stupidità naturale.


Le mani di Putin sul Donbass

L’Europa si accorge della guerra, ma solo perché la crisi ucraina mette in pericolo le sue fonti energetiche, mentre si è sempre girata dall’altra parte davanti alle tragedie del continente 

Le mani sul Donbass. Le mani di Putin. O la zampata violenta dell’orso russo ferito, che trent’anni dopo l’implosione dell’Urss e la perdita dell’impero vuole, se non riscrivere la storia, quantomeno prendersi una rivincita almeno parziale. Settimane di escalation verbale e di mosse militari, e sul piano inclinato dell’ultimo dramma europeo, la crisi ucraina registra il suo primo punto di caduta nel più logico degli scenari: il riconoscimento ufficiale da parte del neo-zar della regione a maggioranza russofona, con le sue due principali regioni, di Donetsk e Lugansk, già auto-proclamatesi da tempo Repubbliche indipendenti, e dove già da sette anni si combatte lungo le trincee che dividono esercito ucraino e milizie secessioniste: dalla Russia eterodirette, foraggiate, armate e sostenute sul terreno da soldati dell’Armata Rossa con diversa divisa. Non è il caso di farsi illusioni. Di fatto si tratta di un’annessione da parte di Putin, e già i suoi carri armati sferragliano verso quella parte non piccola di Ucraina che, con modi poco democratici, ha deciso il suo definitivo distacco da Kiev.

La sua mossa, Putin l’ha condita e giustificata con un discorso-fiume in diretta televisiva e mondiale. Rivolta in gran parte alla sua opinione pubblica interna, per solleticarla e compattarla sul suo progetto di ‘riconquista patriottica’. Ma, naturalmente, anche ai ‘nemici esterni’. Lo ha fatto lungo quattro direttrici, quattro principali accuse. Primo: l’Occidente non capisce o non vuole capire che l’Ucraina fa ‘storicamente parte della Russia’, quella zarista e in seguito anche quella sovietica, tesi non nuova, già scandita la scorsa estate nell’intervista a un giornale tedesco: Ucraina culla della stessa cultura russa; e qui l’ex ufficiale del KGB di stanza nella Germania dell’Est al tempo del Muro, ne ha avute anche per Lenin (che aveva regalato lo status di Stato all’Ucraina, ma all’interno dell’Unione delle Repubbliche Sovietiche) e per i suoi passivi successori: come dire, voi dell’Ovest, anticomunisti dichiarati, accettate una realtà ereditata dalle forzature storiche del monopolio sovietico. Secondo: Kiev diventata ‘serva’ degli interessi occidentali, dalla rivolta di piazza Maidan in rivolta, dietro cui Mosca ha sempre visto unicamente la mano degli Usa e dell’Europa . Inoltre, l’accusa alle presidenze democratiche ucraine di non aver rispettato gli accordi di Minsk, in particolare l’ampia autonomia promessa al Donbass. Terzo: un’Ucraina nella Nato, prospettiva data per scontata, costituirebbe una minaccia supplementare e di maggiore pericolosità per la sicurezza nazionale, con basi missilistiche americane capaci di colpire e sorprendere il centro di Mosca in una manciata minuti. Quinto: il costante spostamento ad est dell’Alleanza Atlantica, che ha inglobato buona parte degli ex satelliti europei dell’Urss, portandosi fin sotto le mura dell’assediata fortezza russa, causa principale della più esplosiva crisi dell’ultimo trentennio, e forse anche degli stessi anni della guerra fredda.

Lo sappiamo, una parte di questi rimproveri non sono del tutto campati in aria. Gli Stati Uniti, principali teorici e motori dello spostamento a Est della Nato, hanno fatto orecchio da mercante (anche a critiche espresse in America), e hanno trascinato i passivi e svogliati ‘contribuenti’ europei dell’Alleanza, i meno portati a uno scontro sia per indole sia per precisi motivi economici, essendo la Russia il loro principale fornitore di energia (gas e petrolio). Ma non basta questo errore dell’Ovest a giustificare l’uomo del Cremlino, che ragiona e si muove come se non esistesse un diritto internazionale, come se non esistesse la regola dell’integrità territoriale degli Stati nazionali riconosciuti internazionalmente. E nemmeno ce ne voleva una conferma, visto che già sette anni fa Mosca fece sul Mar Nero, nella penisola di Crimea (praticamente staccandola dall’Ucraina e annettendola) ciò che ora sta facendo nel Donbass.

Putin (dopo aver mobilitato, attorno all’Ucraina assediata, il più potente dispositivo militare della storia recente) non poteva certo accontentarsi dell’assicurazione che ‘l’adesione dell’Ucraina nella Nato non è in agenda’, come gli ripetevano soprattutto i mediatori europei che si sono accomodati dall’altra parte del surreale e provocatorio lungo tavolo (nove metri) sistemato nei saloni del Cremlino. Sul punto voleva, e a questo punto chissà se lo chiederà ancora, un impegno scritto sulla neutralità ucraina, intesa che, nonostante le tesi russe, mai ci fu in passato in un documento scritto. Ma forse nemmeno questo sarebbe bastato, visto che il presidente russo aveva tracciato anche perentorie ‘linee rosse’ in base alle quali, sostanzialmente, la Nato avrebbe dovuto fare marcia indietro da diversi punti sul fronte dell’Est. Probabilmente non sarebbe bastato perché l’ambizione di Putin è fondamentalmente quella di inserire la parte di Ucraina riconquistata, e se possibile dell’intero paese, nella dorsale di nazioni euro-asiatiche disposte ad allearsi in un’alleanza polituico-militare a guida russa.

Certo, la sida di Putin (con gli arsenali atomici stracolmi, come ha voluto ammonire lo stesso presidente russo assistendo alle manovre militari in Bielorussia a fianco dell’impresentabile Lukashenko) non è sinonimo di prospettiva di guerra totale lungo le frontiere orientali. L’Occidente non può, non vuole, non deve reagire in armi; non può e non vuole morire per Kiev. Sempre che non si scivoli in una spirale ancora inimmaginabile. Hanno in serbo, americani ed europei, le tanto sbandierate sanzioni economiche, che stavolta definisce devastanti, ‘di una durezza senza precedenti’, anche perché stavolta si tratterebbe di mettere al bando la Russia dal sistema finanziario internazionale. Putin, benché sostenuto dalla Cina, non può non aver messo in conto le pesanti ricadute anche sulla sua economia. Gazprom potrebbe veder sfumare buona parte del 7 miliardi che l’Unione europea gli versa ogni mese, e Mosca potrebbe essere costretta ad intaccare le riserve da 600 miliardi di dollari detenute dalla Banca centrale russa. Se fino a ieri si parlava di un neo-zar che si era messo in un angolo e che rischiava di perdere la faccia, oggi la mossa del neo-zar inverte le posizioni. Con prospettive comunque incerte. E assai inquietanti.


Di scuola, giovani, disagio e futuro incerto

L’Europa si accorge della guerra, ma solo perché la crisi ucraina mette in pericolo le sue fonti energetiche, mentre si è sempre girata dall’altra parte davanti alle tragedie del continente 

Di Linda Terziroli, “Pangea.news”

Quando si sono incontrati, in una libreria di Milano, la prima cosa che Andrea gli ha chiesto è stata la lista delle sue canzoni preferite. E Daniel, l’ex bullo protagonista di Ero un bullo di Andrea Franzoso (DeAgostini), gli ha passato una sfilza di brani rap. Da Mondo Marcio a Guè Pequeno, Marracash, Jake la Furia e i Club Dogo… È a partire dalla musica che Andrea si è messo in ascolto di Daniel per scriverne la storia, entrando in punta di piedi nella sua vita.

Daniel Zaccaro vive a Quarto Oggiaro, periferia nord di Milano, un’infanzia nei cortili delle case popolari. In casa pochi soldi, e i genitori che non fanno che litigare. Ama il calcio e in campo è il più forte, tanto che a dieci anni gioca coi pulcini dell’Inter. Suo padre nutre aspettative esagerate su di lui, e quando il figlio viene scartato, lo umilia pesantemente: “Non vali niente”. A scuola diventa un bullo temuto da tutti e inizia a collezionare piccoli furti, biciclette e motorini, poi passa, con un amico, a rapinare le banche. Il bullo di Quarto Oggiaro sogna di diventare come Renato Vallanzasca, il boss della mala milanese degli anni Settanta, o come Totò Riina, uno che “si è fatto da sé”. Due giorni prima dei suoi diciotto anni Daniel finisce al Beccaria, il carcere minorile di Milano.

È considerato un ragazzo perduto, irrecuperabile. E subisce diversi trasferimenti in altri istituti penitenziari a causa della sua cattiva condotta. Poi, all’improvviso, la svolta. Avviene quando Daniel, per la prima volta, incontra degli adulti credibili, “che hanno meritato il mio rispetto”: un brigadiere della penitenziaria, Antonino Stara; una professoressa di lettere in pensione che faceva la volontaria in carcere, Fiorella; e, soprattutto, don Claudio Burgio, il cappellano del Beccaria e fondatore della comunità Kayrós, che accoglie i “ragazzi difficili”. Ma nel libro c’è un’intera comunità educante che ha saputo andare oltre l’etichetta, al “personaggio” che Daniel si era cucito addosso fino a diventarne prigioniero. Educatrici e psicologhe che gli hanno dato fiducia e a cui Daniel si affida, accettando addirittura di rinunciare alla liberazione anticipata per poter proseguire il progetto rieducativo. Supportato anche dal suo avvocato, che lo incoraggia a raccontare tutta la verità ai giudici. “Perché è la verità che ti renderà libero. Non mi importa di farti uscire dal carcere, oggi, col rischio che domani tu ci finisca di nuovo. Io voglio portarti fuori dal circuito criminale una volta per tutte”. Oggi si è laureato e fa l’educatore. Abbiamo incontrato l’autore del libro Andrea Franzoso

Ero un bullo è un romanzo biografico, di formazione. Che lezione possono ricavarne gli adolescenti? «Se proprio vogliamo trarne una lezione, questa è soprattutto per gli adulti», risponde Andrea Franzoso. «Non è un caso che Daniel abbia deciso di cambiare strada quando ha incontrato degli adulti coerenti e autorevoli. Purtroppo, oggi i ragazzi faticano a trovare dei modelli positivi nel mondo adulto, percepito come ipocrita e distante. Gli adulti sono per lo più fragili, assenti e inadeguati. E la scuola, per molte famiglie, è un parcheggio per i figli. Molti genitori sono interessati soltanto al pezzo di carta, al diploma. Nonostante ci siano ancora tanti bravi maestri e professori, eroici resistenti, la figura dell’insegnante è svilita. (…). Certo, talvolta li comprendo pure, i presidi – ops, i “dirigenti scolastici” –, che rischiano di ritrovarsi inquisiti persino se un alunno si schiaccia il dito in una porta. Più che alla conoscenza, oggi si punta alla “competenza”. Ma così i ragazzi perdono il sapere, il gusto, la meraviglia, e resta l’insipida istruzione, la tecnica. Per non parlare dell’alternanza scuola-lavoro: un inutile spreco di tempo. A scuola, piuttosto, si dovrebbero leggere i classici, la grande letteratura, mettere in scena le tragedie greche, fare teatro: occorre formare l’uomo prima che il lavoratore-consumatore funzionale all’economia di mercato».

Che caratteristiche hanno, per contro, gli adulti credibili incontrati da Daniel? «Il brigadiere Stara è uno che si assume le proprie responsabilità, che educa i ragazzi al lavoro ben fatto. Fiorella, la volontaria, ha un’autentica passione per l’insegnamento. Mi ha colpito una scena che mi ha descritto raccontandomi di Daniel. In carcere Fiorella organizzava un cineforum, a cui Daniel partecipava assiduamente. Finché non fu trasferito in un altro raggio. Fiorella andò a trovarlo. “Cosa avete visto oggi? – le chiese lui – Uno dei tuoi soliti film lenti e noiosi che ti piacciono tanto?”. Lei ci rimase di sasso: “Se li trovavi così noiosi, perché allora venivi sempre a guardarli?”. La risposta di Daniel fu spiazzante: “Mi piaceva osservare te mentre li seguivi: eri così concentrata che alla fine mi facevo prendere anch’io. Si vedeva che ti appassionavano, e allora mi sforzavo di trovare un senso…”. È grazie a Fiorella che Daniel riprende gli studi. “Daniel, arriverà un momento nella tua vita in cui sarai così in difficoltà da non poterne uscire. Non saranno i soldi a salvarti, ma il sapere”».

E oggi, di che cosa soffrono gli adolescenti, quelli delle baby gang e delle risse finite sui giornali? «Il male che li corrode si chiama insignificanza, non sanno trovare un senso all’esistenza, un orizzonte, una prospettiva. Questa società dell’apparenza, del successo a ogni costo, che ha demolito ogni valore, lascia un vuoto incolmabile. L’individualismo e la competizione hanno reso l’uomo più solo, sciogliendo i vincoli di solidarietà e rendendo precari non solo i lavori, ma anche gli affetti. I ragazzi non trovano punti d’appoggio solidi, i loro bisogni e i loro desideri restano inascoltati, il futuro è incerto, e allora, schiacciati sul presente, cercano accettazione e riconoscimento attraverso gli oggetti, i brand, i like. La rabbia e la frustrazione aumentano, e gli adolescenti non trovano nemmeno le parole per esprimere il proprio disagio e la sofferenza. Senza le parole, e dunque senza le idee, quello che rimane è la violenza, perché dalle pulsioni passano direttamente alle azioni: non c’è pensiero, riflessione, creatività. La povertà lessicale dei nostri ragazzi – aggravata dal dilagare dei social – è un problema serio, anche di ordine sociale».

In Ero un bullo c’è un capitolo intitolato “La parole che non ho”, in cui Franzoso racconta le difficoltà di Daniel a dare voce al proprio vissuto interiore. “Ogni tanto il suo discorso sembrava incepparsi: gli mancavano le parole. Daniel si rese conto che il suo linguaggio non riusciva a descrivere appieno ciò che sentiva. E allora procedeva per continue approssimazioni, oppure ricorreva a qualche esempio, mai del tutto congruo, o ai versi delle canzoni che amava”. In carcere Daniel ha trovato salvezza nei libri. Divorava soprattutto le biografie: attraverso le vite degli altri cercava di decifrare la propria. “In ogni libro ritrovava qualcosa di sé: magari nella descrizione di una scena simile a qualcosa che aveva vissuto o in un aspetto del carattere di un personaggio. Ancora una volta per dare un nome a ciò che sentiva dentro di sé aveva bisogno delle parole degli altri. E così leggeva per orientarsi, per trovare l’uscita dal labirinto in cui si sentiva imprigionato”. Mentre leggeva, e imparava nuove parole, riuscendo a dare un nome ai propri demoni, sentiva la rabbia defluire.

“Era un bullo” con la sua storia forte, spietata, autentica, può essere un libro salvifico. «Daniel avrebbe potuto dichiararsi vittima della propria storia, di quel suo passato cha stava per distruggerlo, e in tal modo autoassolversi dei propri errori e reati. E invece se ne è assunto sino in fondo la responsabilità, trasformando la sua storia in uno strumento potentissimo a servizio degli altri. Mostrando che non esiste un copione già scritto. Fino all’ultimo possiamo decidere di cambiarne il finale».


E Putin comincia dal Donbass

L’Europa si accorge della guerra, ma solo perché la crisi ucraina mette in pericolo le sue fonti energetiche, mentre si è sempre girata dall’altra parte davanti alle tragedie del continente 

Così, accelerando sul fatale piano inclinato dell’ultimo dramma europeo, la crisi ucraina registra il suo primo punto di caduta nel più logico degli scenari: il Donbass, la regione a maggioranza russofona, con le sue due principali regioni, Donetsk e Lugansk, autoproclamatesi Repubbliche indipendenti, dove già da sette anni si combatte fra reparti ucraini e milizie scissioniste eterodirette, foraggiate, e armate dal Cremlino. Le due entità che Vladimir Putin ha formalmente riconosciuto nel loro definitivo distacco dall’Ucraina all’inizio del suo fluviale discorso di questa sera.

Un passo, un’interferenza, che suona come un atto di guerra, pur non essendolo ancora sul piano formale. E un fiume in piena con cui il neo-zar ha denunciato non solo Kiev per il mancato rispetto degli accordi di Minsk (soprattutto la piena autonomia di quelle regioni), ma soprattutto l’Occidente. Colpevole tre volte, sostiene Putin: 1. di non tener conto della Storia, cioè di un’Ucraina che per secoli ha fatto parte della Grande Madre Russia, sotto forma zarista o sovietica, a cui Lenin aveva accordato la condizione di Stato ma solo all’interno della Federazione delle Repubbliche comuniste; 2. di voler inglobare Kiev nell’Alleanza Atlantica, con la possibilità di piazzare missili della Nato “a soli cinque minuti dal Cremlino”; e così di accrescere la minaccia alla sicurezza nazionale portandola fino alle porte di casa dell’ex impero, oltretutto con la garanzia, se accolta fra le braccia dell’alleanza militare occidentale, che l’Ucraina possa in futuro beneficiare dell’articolo 5 che garantisce l’immediata mutua assistenza militare dei paesi Nato in caso di aggressione armata.

Putin naturalmente sa benissimo che l’adesione dell’Ucraina ‘non è all’ordine del giorno’, come gli hanno ripetuto il cancelliere tedesco Scholz, il presidente francese Macron, e tutti gli interlocutori europei che hanno tentato una mediazione. Del resto, nemmeno da Washington è arrivata un’indicazione sostanzialmente diversa, anche se Joe Biden ha sottolineato a più riprese che non si può negare a un Paese indipendente di fare quantomeno richiesta di adesione. Ma era chiaro da tempo che l’uomo di Mosca avrebbe giocato d’anticipo, anche in violazione del diritto internazionale e dell’integrità degli Stati: principi che del resto egli ha già violato, esattamente sette anni fa, con l’annessione della Crimea, dopo un referendum non certo trasparente fra i votanti della penisola affacciata sul Mar Nero.

La svolta di stasera può trasformarsi rapidamente in qualcosa di assai più serio e tragico. Una repubblica riconosciuta dalla Russia (e ancor prima di Putin dalla Duma, il suo parlamento) può chiedere di far parte di quella Alleanza euro-asiatica guidata da Mosca con cui il presidente russo, ossessionato dall’idea di ristabilire la trascorsa potenza del suo paese collassato dopo la caduta del Muro, cerca di ricomporre una parte almeno del mosaico sovietico, finito in pezzi tre decenni fa; e facendone parte il Donbass avrebbe diritto all’esplicita e fattiva assistenza militare del Cremlino, esattamente come avvenuto poche settimane fa nel ricco Kazakistan, dopo la repressione delle proteste popolari contro la corrotta leadership di Astana.

Sembra quindi impensabile che la reazione e le ritorsioni occidentali possano ritardare. Prime fra tutte, quelle ‘sanzioni di eccezionale portata e senza precedenti’ con cui, fra l’altro, si pensa di paralizzare la Russia sul piano del circuito finanziario mondiale. Se prima era il capo del Cremlino a dare l’impressione di essersi messo in un angolo, e di non poterne uscire senza un pericoloso colpo di mano, ora sono americani ed europei a non potersi permettere una fase di tentennamenti e di attesa. Quanto basta per temere anche il peggio.


Giustizia federale? Troppo lenta se si tratta di banche

L’Europa si accorge della guerra, ma solo perché la crisi ucraina mette in pericolo le sue fonti energetiche, mentre si è sempre girata dall’altra parte davanti alle tragedie del continente 

È in corso in questi giorni al Tribunale penale federale (TPF) il processo nei confronti di Credit Suisse. La banca è accusata nell’ambito di una clamorosa vicenda di riciclaggio che ha coinvolto un potente e sanguinario boss della mafia bulgara, Evelin Banev. Senza entrare nei dettagli della vicenda, diamo solo un dato: 146 milioni di franchi. È l’ammontare che, secondo il Ministero pubblico della Confederazione (MPC), Credit Suisse – per il tramite di una sua ex impiegata anch’essa accusata – avrebbe riciclato all’organizzazione criminale guidata da Banev.

L’inchiesta della magistratura (che potrebbe riservare sviluppi importanti in seguito a un’indagine giornalistica condotta a livello internazionale) è iniziata quasi 15 anni fa mentre i fatti imputati risalgono ancor prima, al periodo 2004-2008. Un altro mondo, un’altra epoca. Ovvio quindi che, in entrata di processo, le difese abbiano fatto leva su queste lungaggini e chiesto che il caso venisse archiviato per avvenuta prescrizione. I giudici hanno poi deciso di andare avanti, ma hanno già ribadito che i fatti verificatisi prima del febbraio 2007 sono in effetti prescritti e non saranno esaminati.

Il caso è significativo della lentezza della giustizia svizzera in materia di criminalità economica. La vicenda di Credit Suisse è soltanto l’ultima di una lunga lista di casi che arrivano troppo tardi davanti ai giudici di Bellinzona. Oltre a macchiare la reputazione della giustizia (esiste un cosiddetto principio di celerità), indagini così bislunghe segnano anche la vita dei protagonisti dei vari casi, siano essi imputati o vittime.

Certo i casi sono internazionali, necessitano di rogatorie in Stati a volte poco collaborativi, e di complesse analisi finanziarie. Ma la macchina giudiziaria elvetica è oggettivamente lenta. Troppo lenta. In questi giorni ricorre il trentesimo anniversario dall’inizio dell’operazione Mani Pulite. In quegli anni, dal 1992 al 1999, da Milano partirono oltre 400 rogatorie per la Svizzera. I tempi di risposta furono lunghissimi, dovuto certo all’incompletezza di alcune domande italiane, ma anche alle innumerevoli possibilità di ricorso cavalcate in Svizzera dalle difese dei depositari dei conti elvetici. Oggi, i tempi della collaborazione giudiziaria si sono certo accorciati, così come all’interno della Svizzera è stata aumentata la prescrizione per i reati finanziari. Ma la Svizzera resta lenta.

Tra le varie cause vi è proprio l’uso sistemico della tecnica del ricorso. Prendiamo la cosiddetta “apposizione sigilli”, prevista dal codice di diritto processuale penale (articolo 248). In tutti i procedimenti di riciclaggio o corruzione, la maggior parte delle prove si trova sugli estratti conto, ma anche su supporti elettronici. Se un procuratore vuole però ottenere questi dati spesso si trova confrontato con l’opposizione calcolata dei diretti interessati che chiedono di sigillare il contenuto invocando la violazione di un segreto. A decidere sarà un giudice che dovrà ordinare tutti i dati, le e-mail, e filtrare i messaggi per determinare ciò che è utile per il procedimento. E così passano gli anni… “Nei procedimenti per crimini economici, la procedura di sigillatura è un disastro. È totalmente inadatto alla lotta contro il crimine economico” ha dichiarato Yves Bertossa, procuratore a Ginevra e figlio di quel Bernard Bertossa che tanto si è battuto – spesso invano – per migliorare la reattività della Svizzera nella lotta al riciclaggio e alla corruzione internazionale.

Prendiamo un caso specifico. Dal 2019, la Procura federale sta indagando nei confronti della banca J. Safra Sarasin per il suo ruolo nell’affare brasiliano Petrobras. Da due anni gli inquirenti aspettano di potere accedere a 18 hard disk di informazioni interne messe sotto sigillo nel Canton Vaud (che fa stato poiché l’inchiesta è condotta dalla sede di Losanna dell’MPC) su richiesta degli avvocati della banca. Un ritardo talmente lungo che lo stesso MPC ha accusato il tribunale vodese di “diniego di giustizia” chiedendo di pronunciarsi sulla sua richiesta di levata dei sigilli e avvertendo che “i termini di prescrizione dei procedimenti penali per alcuni fatti potrebbero essere raggiunti”.

L’affare è giunto così al Tribunale federale che, pur riconoscendo la “lentezza” della procedura, ha respinto la richiesta della Procura federale. La sentenza parla da sé: da un lato afferma che il termine di prescrizione è comunque già scaduto per una parte degli atti di cui è accusata la banca; dall’altro ricorda come la procedura di dissequestro sia stata anche rallentata da una richiesta di ricusazione presentata dalla banca contro il procuratore incaricato dell’indagine.

Una procedura, quella di chiedere la ricusazione, che non è isolato ed è un’altra tattica per dilatare le inchieste. Tattica utilizzata anche dalla banca Cramer che, per il ruolo della sua filiale luganese, è anch’essa sotto indagine penale da parte dell’MPC per il caso Petrobras. Inutile dire che il ricorso è stato respinto, facendo però perdere tempo prezioso alle indagini e avvicinandole alla prescrizione. Un ultimo dettaglio: gli avvocati di J. Safra Sarasin e Cramer sono gli stessi. Ecco chi sono gli unici vincitori.


Pechino 2022: trionfo dello sciovinismo globale

L’Europa si accorge della guerra, ma solo perché la crisi ucraina mette in pericolo le sue fonti energetiche, mentre si è sempre girata dall’altra parte davanti alle tragedie del continente 

Ma tutto ciò è esattamente l’opposto dello spirito olimpico resuscitato dal cattolico De Coubertin sulle ceneri di quello “pagano” cancellato su ordine di S. Ambrogio nel 393 d.C.

Quello sciovinismo che all’inizio ispirò lo stesso De Coubertin che voleva “rebronzer la France” , ridare vigoria alla Francia, umiliata dagli atletici prussiani a Sedan. Ma poi, il barone Pierre Fredy, che farà in tempo a vedere l’orrore delle Olimpiadi di Hitler e Goebbels a Berlino, si pentirà e farà di tutto per eliminare il “cancro” dello sciovinismo, che pensava di aver sconfitto ideando personalmente il simbolo dei 5 cerchi che rappresentano tutti i popoli del mondo riuniti per celebrare in amicizia la loro forza vitale.

Ora, separare un certo patriottismo, legittimo, dallo sciovinismo, non è facile. Lo è però quando la RAI riesce in due Telegiornali, 13.30 e 20.30, a presentare l’argento di Sofia Goggia e il bronzo di Nadia Delago, come una “impresa della valanga azzurra”, senza riuscire a citare una sola volta il nome della vincitrice, Corinne Suter. Surreale.

Lo è quando la stessa TV nazionale, che coprirà i prossimi Giochi Olimpici, dice che il primo posto di Deromedis nella finalina di ski-cross (che gli è valso il quinto posto nella classifica finale) “vale quasi quanto l’oro olimpico”. Quando la matematica diventa opinione.

Legittima invece l’opinione del presidente del Coni Malagò quando parla del bronzo della Brignone nella combinata, ma del tutto sbagliata: “medaglia strepitosa, complicata: in una gara difficilissima ha dimostrato di essere clamorosamente completa”.

La combinata femminile era la gara di livello più basso in assoluto: con la Brignone c’erano solo 3 ragazze all’altezza: Shiffrin, caduta, Gisin, vincitrice, Holdener seconda.

Non male nemmeno la RSI: il commentatore dello sprint nel fondo femminile (bravo peraltro) ci comunica di essere un “mentalist”, un ipnotizzatore quasi: ci assicura che “farà di tutto con il suo commento per portare alla medaglia Nadine Fähndrich”: impresa non riuscita. Una folata di vento gli ha disturbato la comunicazione senza fili. Nadine sarà quinta.

Ma il peggio è venuto dall’Eurovisione in occasione delle “brevi”(il “teletext”) nelle prove cronometrate della discesa femminile: da nord a sud, da est a ovest, la gloriosa sigla inventa una nuova disciplina: la discesa al salto di porta. Libera nel vero senso della parola. Chi la salta è squalificato, ma non per i redattori in preda a libido sciovinista: l’oro va alla RSI  che titola: “Svizzere scatenate in allenamento: 5 nelle prime 8”. Peccato che la prima, Nufer, abbia saltato una porta come la quinta, Gisin: nessuna delle due, dovendo superare tutte le porte, si qualifica per le gare.

Paradossalmente (ma non troppo…) i meno sciovinisti sono stati i cinesi. Poi, vedremo nei fatti se si deve “crescere insieme nello spirito olimpico”, se “è stato gettato un seme: quello della gioia e della fratellanza fra i popoli”.

Ma intanto il regista Zhang Yimou, vincitore a Locarno con “Sorgo Rosso”, nella Cerimonia di chiusura (solo il ticinese Finzi-Pasca lo può eguagliare) ci dà un altro esempio di poesia e di vero spirito olimpico: i bambini che cantano in greco l’inno di Kostis Samaras passeranno alla storia, anche perché, dal 1960, si canta in inglese o nella lingua del paese che ospita. 

Ci voleva un cinese per calarci questa lezione?

A questo punto ci chiediamo: come è possibile far sorgere un impianto olimpico a pochi  passi da una centrale nucleare? L’orribile immagine passerà a sua volta alla storia: siccome i cinesi hanno un senso estetico non inferiore al nostro, la conclusione non può essere che una: dimostrare (ce n’era bisogno?) che sono una potenza atomica.

Si chiude con il passaggio di consegne da Pechino a Milano-Cortina2026, per l’Olimpiade rifiutata da tutti i partiti svizzeri, dai socialisti specialmente, vittime di un imperdonabile abbaglio ideologico: il CIO ha sempre addossato i debiti al Paese organizzatore e tenuto i profitti per sé: sino a poco fa, sino a quando nessuno li ha più voluti, al  punto che ora il CIO, con l’acqua alla gola, cede sui suoi princìpi, permettendo una sede a Milano e una a Cortina, e addirittura co-finanziando il progetto. L’Italia l’aveva capito, la Svizzera no. C’è solo da sperare che fra 4 anni, ma le immagini della presentazione non ci confortano, lo sciovinismo da “Vittoria schiava di Roma” (o di Berlino)  lasci campo allo sport.


L’esercito inutile

L’Europa si accorge della guerra, ma solo perché la crisi ucraina mette in pericolo le sue fonti energetiche, mentre si è sempre girata dall’altra parte davanti alle tragedie del continente 

I venti di guerra in Ucraina sono giunti fino in Svizzera, solleticando le gerarchie militari elvetiche. Norman Gobbi, colonnello e capo del dipartimento ticinese delle istituzioni, rassicura la popolazione sulle qualità del nostro esercito che, “anche grazie ai futuri aerei da combattimento, sarebbe in grado di dare una risposta a 360 gradi alle attuali e future minacce”. Beato chi ci crede.
Vale la pena di citare qualche fatto, per capire che la sicurezza della Svizzera è più fragile di quanto si voglia far credere.

Fino a due anni fa i nostri top gun volavano solo durante le canoniche ore d’ufficio. Dopo le 17 il cielo svizzero era aperto a qualsiasi incursione.

Il Consiglio federale, su suggerimento dei vertici militari, ha proposto di acquistare i caccia bombardieri americani F-35 per circa 6 miliardi di franchi, con costi di manutenzione esorbitanti. Fonti del Dipartimento della Difesa statunitense hanno denunciato 871 carenze tecniche dell’F-35. Per far volare questo giocattolino si dovrebbero spendere dai 55 ai 60 mila franchi l’ora. Notizia recente, i 36 caccia sono molto più rumorosi degli attuali F/A18. Da 3 a 5 decibel in più, ciò che significa un rumore doppio. Per chi abita nelle vicinanze degli aeroporti di Payerne (VD), Meiringen (BE) e Emmen (LU) “si può contare su effetti negativi sul sonno – ha dichiarato Eric Lainey, medico specialista del sonno – ma anche su malattie cardiovascolari”. Il Dipartimento della difesa riconosce questi difetti e trova la scappatoia.

I voli saranno drasticamente ridotti: del 50% a Payerne e a Meinringen e fino al 70% a Emmen. Dunque, gli aerei sarebbero indispensabili, ma voleranno poco! Meno male. E ancora, acquistare l’aereo americano significa dipendere dagli USA. Vale a dire che la sovranità e la sicurezza dei dati non sono garantiti e Viola Amherd, capa della Difesa, ha candidamente ammesso: “Quando si acquista un aereo è del tutto normale che si creino delle dipendenze”.

Nell’autunno del 2020 il 49,9% dei votanti ha detto di no allo stanziamento dei 6 miliardi. Nel 2014 i cittadini elvetici hanno bocciato la proposta di acquistare i Gripen. Tornando alle urne per decidere sull’acquisto dei jet, potrebbe bastare poco per bloccare l’operazione.

Ma le pecche dell’esercito non si limitano all’aviazione. Lo scorso anno il preventivo per l’informatica era sbagliato. Invece dei 460 milioni di franchi di costi previsti, se ne sono spesi 100 in più. Per correggere l’errore si risparmia sulle munizioni, 60 milioni in meno. In caso di minaccia, l’armata Brancaleone elvetica sparerà a salve.

L’anno scorso la scuola reclute a distanza per 4800 soldati è stata sospesa, perché si è inceppato il Learning Management System. L’esercito incespica con l’informatica, per comunicare dovrà recuperare i piccioni viaggiatori.

Durante la pandemia sono state buttate 700 mila mascherine muffe, non a norma: una truffa di 6 milioni di franchi! Nel 2020, il Laboratorio dell’esercito di Spiez ha rivelato che l’echinacea combatte il Covid -19. Una bufala: il farmacista cantonale ticinese Zanini ha corretto: è come bere un grappino.

L’ultima perla grigioverde è la notizia delle reclute bastonate, sul casco, da un sergente nella caserma di Liestal (BL). Il comandante ha ordinato un’inchiesta, ma poi Daniel Reist, portavoce dell’esercito, ha corretto affermando che si tratta di istruzione ordinaria per insegnare alle reclute ad agire sotto pressione fisica e psichica. Vessazioni e molestie sembra non siano estranee durante le scuole reclute”.

È scandaloso che, di questi tempi, si pensi di investire miliardi di franchi nelle armi, invece che nella salute, nella formazione e nell’economia. L’esercito ha assunto utili compiti civili durante la pandemia. Così come ha fatto, soprattutto, la Protezione civile con 365 mila giorni di servizio con 26 mila militi. L’esercito con compiti di combattimento è inutile.