Massimo Nava – Le atrocità e le sanzioni

Gli orrori scoperti a Bucha aumentano la condanna e la pressione internazionale su Putin, ma con il rischio di un prolungamento e di un ampliamento del conflitto. Intervista a Massimo Nava, corrispondente del Corriere della Sera 


Le generose inchieste della procura federale su dossier russi

Gli orrori scoperti a Bucha aumentano la condanna e la pressione internazionale su Putin, ma con il rischio di un prolungamento e di un ampliamento del conflitto. Intervista a Massimo Nava, corrispondente del Corriere della Sera 

Il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha annunciato la creazione di una speciale task force per chinarsi sulle possibili implicazioni penali del conflitto tra Russia e Ucraina. Guidato dal nuovo procuratore generale Stefan Blättler, il gruppo di lavoro avrà due focus: crimini di guerra e criminalità economica. Su quest’ultimo fronte la speranza è di un cambio di passo rispetto all’era Michael Lauber. Sotto la sua condotta, infatti, diverse indagini per corruzione e riciclaggio legate alla Russia sono finite nel nulla. O meglio: sono finite nel modo migliore per il Cremlino. Tanto che c’è chi, come ha fatto il giornale russo d’opposizione Novaja Gazeta, ha parlato di connivenza. Certo è che sotto la guida di Lauber le relazioni tra le massime autorità giudiziarie elvetiche e quelle russe è stata molto intensa. E ha avuto come esito risultati contestabili. Ecco i casi principali.

L’8 dicembre 2015, Alexei Navalny inoltra all’MPC una denuncia sulle presunte attività di riciclaggio svolte in Svizzera da Artiom Chaika, figlio dell’allora procuratore generale russo Yuri Chaika. Il giovane Chaika avrebbe investito soldi dalla dubbia origine nell’acquisto di una villa da 3 milioni a Coppet (Vaud) e nelle azioni di una società finanziaria di Losanna . Per Navalny, l’origine del denaro risalirebbe ad una controversa acquisizione di una compagnia di navigazione il cui proprietario era stato trovato morto. Per la Svizzera, però, non c’è nulla da indagare. Tre mesi dopo la denuncia, nel marzo 2016, l’antenna ticinese della Procura federale emana un non luogo a procedere: due paginette striminzite in cui si dice, in sostanza, che “non sono emersi elementi costitutivi di reato”.

Il caso vuole che, quello stesso mese di marzo 2016, Michael Lauber era a Mosca per discutere di lotta alla corruzione con il suo omologo russo. Il suo nome? Yuri Chaika. Un viaggio che fu molto controverso. Come rilevato in seguito dalla stampa le autorità russe avevano riempito di regali la delegazione svizzera: vodka, caviale e oggetti in porcellana voluminosi al punto che dovettero essere stoccati presso l’ambasciata elvetica a Mosca.

Nel luglio 2017, viene chiusa un’altra indagine sull’asse Mosca-Berna. L’inchiesta archiviata è quella che vedeva indagata Elena Srkynnik, ex ministra dell’agricoltura considerata molto vicina a Vladimir Putin. La donna controllava diversi conti in Svizzera, alcuni dei quali alla BSI di Lugano. Secondo il decreto d’abbandono, tra il 2003 e il 2010, ci sono state transazioni “economicamente irrintracciabili e quindi sospette” per un importo di più di 140 milioni di dollari. Ciò malgrado, l’indagine è stata abbandonata. Il motivo: la mancanza di cooperazione da parte delle autorità russe. Il decreto spiega che la Procura generale russa aveva risposto alla Svizzera che “non c’erano sufficienti sospetti per proseguire un’indagine”, e che la richiesta di assistenza giudiziaria svizzera “non poteva più essere eseguita”.

Questa risposta era contenuta in una lettera datata 29 dicembre 2016. Coincidenza vuole che lo stesso giorno Vinzenz S., un ispettore della polizia federale specializzato in affari russi, fosse tornato a Berna dopo un viaggio non autorizzato a Mosca. Il poliziotto pensava forse di ottenere prove per sostenere il caso contro Elena Skrynnik. Quello che raccoglie è però la conferma che Yuri Chaika aveva ricevuto ordini “dall’alto” per rifiutare l’assistenza giudiziaria per questo caso. Alcuni mesi dopo, l’indagine contro l’ex ministra è dunque abbandonata. Settanta milioni di franchi sequestrati all’entourage dell’ex ministra sono liberati.

Vinzenz S. è stato poi licenziato e condannato, in prima istanza e in appello, dal Tribunale penale federale (TPF). La ragione: aver accettato un invito ad una partita di caccia all’orso in Kamtchatka offerto dalle autorità russe. In Russia, l’uomo era di casa e si è recato più volte per trattare casi delicati. Oltre all’inchiesta Skrynnik, anche i casi Aereoflot e Magnitsky. Quest’ultima vicenda si è chiusa mestamente la scorsa estate. Nel 2011, il magnate britannico Bill Browder aveva segnalato all’MPC l’arrivo su conti svizzeri di diversi milioni di dollari originati da una maxi frode da oltre 230 milioni di dollari al fisco russo sulle tasse pagate a Mosca dal fondo detenuto dallo stesso Browder. Il suo avvocato russo, Sergeï Magnitsky, aveva scoperto la truffa ed era morto in carcere a Mosca. La Svizzera aveva così aperto un’indagine penale e bloccato diciotto milioni di franchi su dei conti controllati da presunti protagonisti della frode. Su tutti il marito di un ex alta funzionaria del fisco di Mosca, Olga Stepanova.

Proprio nell’ambito di questa indagine, Vinzenz S. si era recato più volte in Russia. In almeno un’occasione venne accompagnato dallo stesso Michael Lauber e dal suo fedelissimo Patrick Lamon, il procuratore incaricato dell’indagine. Sul web circola una foto imbarazzante della delegazione svizzera su una barca da pesca in compagnia dei colleghi russi tra cui Saak Karapateyan, ex vicedirettore della procura generale russa, morto in un incidente di elicottero nel 2018.

Durante il suo processo, il poliziotto ha ammesso che uno dei suoi viaggi in Russia, quello della battuta di caccia che gli è valsa la condanna, aveva come scopo quello di preparare l’audizione di Andreas Gross. L’agente della Fedpol era stato incaricato dall’MPC di interrogare questo ex parlamentare svizzero e relatore del Consiglio d’Europa, nell’ambito della procedura indagata da Lamon sul caso Magnitsky. Gross è infatti l’autore di un rapporto intitolato “Rifiutare l’impunità per gli assassini di Sergei Magnitsky“.

L’udienza di Gross si è svolta poco dopo in una modalità piuttosto aggressiva. Vinzenz S. sembra aver abbracciato pienamente la tesi delle autorità giudiziarie russe, che presentano Magnitsky e il suo ex capo Bill Browder come truffatori manipolati dalla CIA. Durante il suo processo, l’ex ispettore ha spiegato che il caso Magnitsky avrebbe dovuto essere chiuso molto prima e affinché ciò accadesse, il rapporto di Gross doveva essere “discreditato”.

L’indagine svizzera è stata chiusa nel luglio del 2021, con Lauber già dimessosi per l’affaire FIFA e Lamon da poco andato in pensione. La procura federale è riuscita sì a dimostrare un legame tra la frode e parte del denaro sequestrato. Tuttavia nessuno è mai stato indagato in Svizzera. Il testimone principale identificato dagli inquirenti elvetici è morto improvvisamente a Londra durante le indagini. Ricorsi permettendo, la gran parte dei 18 milioni di franchi congelati in Svizzera saranno presto liberati. Torneranno nelle mani di chi ha beneficiato della maxi frode. Na zdorov’ye!

Nell’immagine: illustrazione dalla Novaja Gazeta


Il massacro di Bucha tra morti in strada, fosse comuni e cittadini giustiziati: “Crimini di guerra russi”

Gli orrori scoperti a Bucha aumentano la condanna e la pressione internazionale su Putin, ma con il rischio di un prolungamento e di un ampliamento del conflitto. Intervista a Massimo Nava, corrispondente del Corriere della Sera 

Di , Il Riformista

A Bucha, sobborgo di Kiev dove le truppe russe sono entrate il 25 febbraio (secondo giorno di guerra) e sono rimaste fino al 31 marzo, quando il sindaco Fedoruk ha annunciato la liberazione della città, la fuga dei militari mostra il massacro e la ferocia messa in campo dalle truppe di Mosca nel tentativo di assalto alla capitale.

Violenze gratuite e deliberate che spingono il sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, a parlare di “genocidio”, di “crudeli crimini di guerra” la cui responsabilità è da attribuire a Vladimir Putin.

Secondo quanto denunciato da Human Rights Watch, che ha chiesto un’indagine sulle violenze in Ucraina, a Bucha, a circa 30 chilometri a nord-ovest di Kiev, vi è stata “crudeltà folle e deliberata e violenze contro i civili ucraini da parte delle forze russe”, scrive lo European Media Director di Hrw, Andrew Stroehlein.

La fuga dei russi, ‘coperta’ lasciando migliaia di mine sul terreno, ha svelato i massacri compiuti nei giorni scorsi. Fosse comuni, cadaveri di civili per la strada, gente fucilata con le mani legate dietro la schiena: è questo il “repertorio” delle violenze di Mosca, oltre ovviamente ai palazzi distrutti da artiglieria e aviazione. 

https://twitter.com/sumlenny/status/1510310628153516042

Secondo quanto ricostruito da Human Rights Watch in un report, il 4 marzo le forze russe a Bucha hanno arrestato cinque uomini e ne hanno giustiziato sommariamente uno. Un testimone ha detto a Human Rights Watch che i soldati hanno costretto i cinque uomini a inginocchiarsi sul ciglio della strada, coprendosi la testa con le loro magliette e sparando a uno di loro dietro la testa.

Il sindaco di Bucha, Anatolii Fedoruk, ha denunciato in una intervista alla Reuters che la città è letteralmente “cosparsa di cadaveri”, con decine di corpi senza vita che giacciono nelle strade. Corrispondenti di AFP hanno confermato di averne visti oltre venti solo in una delle strade della città.

Fedoruk ha anche aggiunto che le autorità ucraine hanno seppellito 280 persone in fosse comuni a Bucha dopo aver ripreso il controllo dei territori. Nell’intervista con Reuters ha stimato il bilancio delle vittime ad oltre 300 persone.

Mikhail Podolyak, consigliere del capo dell’ufficio del presidente dell’Ucraina, ha invece definito quanto accaduto a Bucha “l’inferno del 21° secolo”. “Corpi di uomini e donne giustiziati con le mani legate. I peggiori crimini del nazismo sono di nuovo in Europa. Ciò è stato deliberatamente compiuto dalla Russia. Bisogna imporre un embargo sulle risorse energetiche, chiudere i porti. Smettetela di uccidere adesso”, è la richiesta ucraina.

https://twitter.com/Podolyak_M/status/1510515725609451525


Troppo giovani per morire in guerra

Gli orrori scoperti a Bucha aumentano la condanna e la pressione internazionale su Putin, ma con il rischio di un prolungamento e di un ampliamento del conflitto. Intervista a Massimo Nava, corrispondente del Corriere della Sera 

Tre diciottenni. Ilya, che di anni sembra averne anche meno, la faccia pulita da adolescente, un mezzo sorriso, lo sguardo azzurro fiducioso. David, la fronte corrucciata, le labbra strette, il viso teso e ‘da duro’, sotto il basco azzurro. Yegor, apparentemente il più mite dei tre, lo sguardo triste, il ciuffo ben pettinato, alle spalle lo scivolo di un parco giochi. Poi Alexey, Anatoly, Alexander, e un altro Alexey: diciannove anni. Venti ne ha Mikhail, e potresti dargliene di più, tanto è serio il viso orgoglioso della sua divisa. Il più vecchio, Vitaly, l’espressione preoccupata, un cappello militare troppo grande, 21 anni: eppure sembra il più piccolo.

Foto di soldati ragazzi. Ragazzi russi. Caduti in guerra. Sembra che nemmeno sapessero di essere destinati al fronte ucraino. Oppure, chissà, forse avevano assicurato loro che sarebbe stata una questione di pochi giorni, del famoso blitz, e che sarebbero stati accolti da una popolazione festante e sollevata, dopo essere stata ‘liberata’ dai nazi-fascisti. Li avevano privati anche dei cellulari, ‘arma’ impropria, c’è il rischio che chiamino casa, che raccontino una contro-verità. Alcuni di loro, e molti altri uccisi in battaglia, erano addirittura di leva, anche se la legge formalmente lo escluderebbe, ma per Mosca, e probabilmente anche per loro, questa doveva essere una semplice ‘operazione militare speciale’, e non una vera guerra.

Alle spalle avevano qualche mese di naja, poi sono improvvisamente finiti nelle periferie di Kiev, di Mariupol, di Kharkiv, di Chernobyl, di altre città assediate. Non meno impauriti di chi, dall’altra parte, finiva nel mirino dei loro kalashnikov, dei loro mitra, dei loro cingolati. Con armi, dicono gli esperti, meno moderne e performanti. Con un addestramento troppo breve e precario. Con una determinazione di certo minore rispetto a quella dei nemici, questi molto più consapevoli e motivati, meglio equipaggiati e più preparati, in un confronto violento e apparentemente impari. In concreto sembra non ci sia stato il grande, generale, costoso ammodernamento dell’esercito russo di cui si è favoleggiato in molti centri di studi militari occidentali.

Nemmeno erano nati, i ‘soldatini’, quando il neo-zar aveva preso possesso del Cremlino. Bambini quando Mosca decise di scatenare sanguinose offensive in zone ribelli da riportare nella Federazione. Ragazzi quando, probabilmente inconsapevoli e poco interessati, nei palazzi del potere si elaboravano i progetti per riportare il loro paese all’antica potenza imperiale. Li chiamano ‘la generazione Putin’. Molti provengono da regioni e centri urbani periferici, i posti più sperduti dell’ ‘impero’, assai meno sviluppati, in un paese dove gli squilibri sociali ed economici sono profondi. Così, come in altri conflitti ad opera di altre potenze vere o presunte (anche in Vietnam, anche in Iraq, anche in Afghanistan) pure nell’esercito putiniano affluiscono i giovani più poveri, perché non hanno molte alternative.

Anche in Ucraina dai 18 anni non puoi lasciare il paese, sei arruolabile. Ma, dicono, i più giovani e meno esperti servono nelle retrovie. Rispetto al numero dei morti in battaglia, le foto pubblicate dei soldati ragazzini caduti in battaglia sono proporzionalmente poche. Rese note dopo i funerali in patria. O dai nemici, perché quelle istantanee hanno anche un valore propagandistico. Molte delle famigerate bare di zinco non andrebbero direttamente in Russia, ma fanno tappa (piuttosto a lungo) in obitori dell’amica e alleata Bielorussia. Mostrare i morti non è cosa, può colpire il morale di una nazione che secondo i sondaggi ufficiali, frutto anche di un’informazione a senso unico, si è stretta attorno al suo comandante. La guerra, almeno nei primi mesi, ricompatta. Fino a quando si vedrà.

Comunque senza più Ilya, Anatoly, Vitaly, David, e altre decine o forse centinaia di ragazzi, uccisi dalla guerra dei più ‘grandi’.


I confini e le frontiere della cultura

Gli orrori scoperti a Bucha aumentano la condanna e la pressione internazionale su Putin, ma con il rischio di un prolungamento e di un ampliamento del conflitto. Intervista a Massimo Nava, corrispondente del Corriere della Sera 

“Panta rei”, tutto scorre, dicevano gli antichi, forse Eraclito, evocando l’unicità di ogni esperienza ed il divenire continuo di ogni fenomeno, di ogni evento, naturale, sociale, nel corso della storia.

Pantarei è l’insegna di una prestigiosa iniziativa editoriale di cui è stato artefice, per vent’anni, dal 1965 al 1985, Eros Bellinelli e che i figli Luca e Matteo hanno fatto rivivere per pubblicare un volume in ricordo della vita e dell’attività del padre intitolato “Eros Bellinelli (1920-2019) – Oltre confini e frontiere”.

Il libro, ricchissimo di documenti e fotografie dell’archivio privato della famiglia, è stato presentato ancora l’altra sera a Locarno con gli interventi del figlio Matteo e di Lorenzo De Carli, responsabile del sito “LanostraStoria.ch”, che all’attività pubblica di giornalista e produttore radiotelevisivo di Bellinelli dedica un articolato dossier.

Infatti, nella lunga ed inesausta attività di “divulgatore” e promotore culturale, Eros Bellinelli ci ha lasciato una serie incredibile di testimonianze, in buona misura raccolte e conservate negli archivi della RSI e non ancora del tutto valorizzate. Il libro dà conto, con precisione, di molte di esse, e sistematizza, in alcuni capitoli-chiave, i diversi “campi d’interesse” in cui si è esercitata la sua vera e propria “militanza”: da quella propriamente politica, vigorosamente socialista, legata a “Libera Stampa”, a quella giornalistica, come redattore e poi responsabile di molti programmi e settori della RSI; ancora, come promotore di iniziative editoriali e culturali che hanno saputo qualificare il nostro Paese: si pensi al premio letterario “Libera Stampa” o, appunto, alle edizioni Pantarei, con i tanti nomi che vi sono indissolubilmente legati, sia fra gli autori della Svizzera italiana sia fra quelli italiani.

L’elenco di scrittori ed artisti promossi, apprezzati, diffusi con passione da Eros Bellinelli è sterminato: da Piero Bianconi e Plinio Martini ad Adriano Soldini e Giorgio Orelli; sul versante letterario italiano si va da Pratolini a Cassola, da Fortini a Sereni. E non parliamo poi di pittori e scultori, tutti indagati e proposti alla platea del grande pubblico, in interviste o in saggi critici, con l’affetto ed il rispetto dovuti a dei veri amici.

Tutta questa passione, Eros Bellinelli l’ha riversata quotidianamente nell’intrecciare i suoi diversi campi d’attività, facendo incontrare ed incrociare nomi ed opere attraverso i libri, gli articoli, le emissioni radiofoniche e televisive. Bellinelli ha attraversato e segnato profondamente la storia dei primi decenni della RSI, incarnando perfettamente un presupposto a lungo fondante, nell’attività dell’azienda di servizio pubblico: quello, appunto, di contribuire in modo decisivo alla “crescita culturale” della comunità, mettendola in costante contatto con gli esiti più innovativi che venivano dalle opere di autori affermati o di talento d’oltre confine (e non solo di lingua italiana).

La “frontiera” non c’era, e se c’era andava superata. Non solo quella geografica, ma anche quella, mentale, psicologica e culturale, di un territorio di provincia com’era (e com’è) il nostro, cui il lavoro quotidiano di promozione e divulgazione culturale di Bellinelli ha provato a fornire strumenti di crescita indiscutibili.

Con lui, i suoi amici, fra cui non si può non ricordare, doverosamente, in campo radiotelevisivo, il nome di Bixio Candolfi: proprio lui, quel “Franco Liri” dell’epica emissione “La costa dei barbari”.

Ma scorrendo il nome delle tante emissioni radiofoniche e televisive cui ha dato vita Bellinelli, da “Orizzonti ticinesi” a “La giostra dei libri”, da “Radiogioventù” a “Cantiamo sottovoce” (per citarne solo alcune) non possiamo non giungere alla semplice constatazione che stiamo parlando, complessivamente, di un contributo fondamentale nella costituzione di un tessuto sociale, quello svizzero italiano, che intorno e dentro a quelle produzioni ha potuto riconoscersi, o riconoscere la parte migliore di sé, quella aperta verso il futuro, e oltre ogni confine.

In questo senso si può dunque parlare di “militanza”: per Eros Bellinelli una sorta di “emancipazione culturale” corrispondeva al più cruciale senso di servizio pubblico dell’azienda RSI.

Obiettivi che per lui stavano dentro una sorta di “missione” da perseguire anche con severità, certamente, e sempre, con estrema serietà, che si trattasse di parlare di cultura, di fare intrattenimento “intelligente” e “scanzonato”, come di affrontare le urgenze politiche del Paese.

La “sua RSI” era quella, in fondo, che lui incarnava e a cui dava voce, con il suo porsi elegante, garbatamente intransigente nel perseguire una forma di “educazione del pubblico” che per lui stava, anche, nella cura della lingua e della dizione, nell’attenzione estrema, ai dettagli della scrittura e della pronuncia. Ma per lui era anche la piena convinzione, che si trattasse, più in generale, di perseguire un obiettivo più latamente politico, quello di far crescere in competenze e capacità d’analisi un pubblico indistinto che andava “educato” al bello, al meglio, grazie ai mezzi di un’azienda chiamata proprio a questo ruolo.

Oggi i tempi sono cambiati, sotto molti punti di vista. “Panta rei”, tutto scorre e si trasforma.

Niente succede allo stesso modo una seconda volta. Se pensiamo che gli esordi giornalistici di Eros Bellinelli risalgono agli anni della Seconda Guerra Mondiale e che per poco, nella sua lunga esistenza, non è arrivato a vivere un’attualità in cui brutalmente con la guerra, oggi, torniamo a fare i conti, dobbiamo pur dire che confronti o parallelismi sono impensabili, per parlare di guerra, come per parlare di ogni altro evento, per di più attraverso la stampa ed i mezzi audiovisivi.

Anche la RSI non è più quella di “Telescuola”, ed è forse giusto così. In ogni caso bisogna prenderne atto. Ciò non toglie che la storia, e le storie di chi le ha dato così tanto, rimangono pur sempre uno strumento importante e utile da conoscere e ricordare per leggere il presente e pensare il futuro, anche circa il senso del servizio pubblico e dei suoi “linguaggi”.

Sentirsi artefici di un’emancipazione, di una crescita, anche dentro un contesto socio-culturale diverso, può ancora essere considerabile come un obiettivo da perseguire, da opporre, alla più facile rincorsa di “ciò che piace al pubblico”. La “lezione” di Bellinelli, in questo senso, rimane viva e autorevole, anche per costruire una “strategia” aziendale qualificata, che di fronte ai non pochi attacchi che giungono da chi con lei è cresciuto e che a lei deve, magari ancora oggi, una parte non trascurabile dei propri “successi”, si ricordi cosa significa vivere in una comunità che dispone di uno strumento, pubblico, di tale importanza identitaria.


La coscienza sporca dei danni collaterali

Gli orrori scoperti a Bucha aumentano la condanna e la pressione internazionale su Putin, ma con il rischio di un prolungamento e di un ampliamento del conflitto. Intervista a Massimo Nava, corrispondente del Corriere della Sera 

Di Massimo Nava, Corriere della Sera

In questi giorni di guerra, di fronte alle infinite sofferenze inflitte al popolo ucraino, mi sono tornate in mente le sofferenze inflitte a un altro popolo, con le stesse modalità – bombardamenti dal cielo, carri armati nelle città, missili dal mare -, con drammatiche conseguenze sul futuro di un Paese. Di diverso, ci sono le motivazioni della guerra. In Iraq, nel 2003, gli Usa pretesero di esportare la democrazia con le bombe e di abbattere una dittatura, nella presunzione che questa fosse in possesso di armi di distruzione di massa. In Ucraina, Putin pretende di sottomettere un popolo che la democrazia la desidera e la difende, un Paese che guarda all’Europa, nella presunzione che la marcia degli ucraini verso l’Occidente comprometta la sicurezza della Russia. La differenza è politica e ideologica, riguarda l’interpretazione di un pretesto falso o presunto, non è certo etica, poiché non esiste un’etica delle bombe.

Sono passati quasi vent’anni. In Iraq, le vittime del dopoguerra – vittime di scontri religiosi, terrorismo e miseria sono molte di più che nel tempo di guerra. Il diritto internazionale, le ragioni della pace, le aspirazioni dei popoli non hanno fatto molti passi avanti. Anzi, il diritto internazionale fatto a pezzi ha fornito altri pretesti per soprusi, violenze e folli ambizioni. Di analogo, nella nostra epoca recente, c’è la ripetitività della sofferenza, il massacro degli innocenti, le stragi dei civili, tutto ciò che va sotto la spregevole definizione di «danno collaterale», in realtà una condizione di massa.

Se avrete voglia, rileggete questi appunti. Marzo 2003, Baghdad. Nella terra di Abramo, come in un colossal biblico, il «Kahmsim», il vento del deserto, sembra un monito alla follia degli uomini, una rivolta della natura che prova inutilmente a dirci che il tempo per fermarci non è ancora scaduto, prima che l’Eden dell’antichità diventi un deserto di macerie, morti, scorie chimiche, petrolio in fiamme. Il vento spazza con violenza la capitale irachena, piega i palmizi, solleva nuvole di sabbia che vanno a confondersi con le nuvole nere delle trincee di fuoco e oscura il sole a mezzogiorno. Nella tempesta perfetta, la forza della natura si allea con gli effetti della guerra, il tonfo delle bombe non si distingue più dai colpi tremendi che le raffiche infliggono alle cose e agli uomini. Gli elicotteri Apache e il Settimo Cavalleggeri (la colonna di carri armati americani) appoggiati dall’aviazione e dai missili si sono aperti la strada da Karbala, nel fianco sud di Bagdad, che è la porta d’ingresso all’aeroporto, ai ministeri e alla «reggia» di Saddam. Un missile ha sfiorato l’università, uno dei più antichi atenei, dove i padri domenicani andarono a tradurre in latino in Corano e fecero tradurre in arabo la Bibbia. Ci fu anche il tempo del dialogo fra civiltà millenarie. Oscurando anche la memoria, la tempesta è davvero perfetta. E la trincea di fuoco accesa da Saddam confonde il giorno in una notte così nera da soffocare anche i primi vagiti. Molte donne incinte hanno perso il loro bambino. Aborti spontanei, effetto del terrore, di corse affannate negli ospedali durante i boati che fanno tremare le mura e il cuore. O a causa di tagli cesarei prematuri, richiesti dalle stesse madri che non vogliono correre il rischio di avere le doglie in casa mentre il cielo nero è attraversato dai missili.

Il Saint Raphael sembra oggi un reperto, rispetto al tempo in cui il sistema sanitario era un esempio per il mondo arabo. «Tutti i bambini piangono quando vengono al mondo – dice un’infermiera – ma i piloti lassù dovrebbero ascoltare questo pianto». La guerra, raccontata dal nuovo strumento della «diretta», il videotelefono, drammatizza lo spettacolo del campo di battaglia, ma gli sottrae ampiezza e profondità. La sofferenza quotidiana dei civili entrerà in una statistica dell’Onu, quando ciò che resta della Comunità delle Nazioni verrà chiamata ripulire con tonnellate di aiuti la coscienza internazionale e il teatro di guerra. Si calcola che due milioni di bambini iracheni avrebbero bisogno di immediata assistenza. «Il mondo dovrebbe sapere che l’infanzia irachena è colpita anche da guerre psicologiche, sanitarie, alimentari», dice Marianne, la madre superiora. «In dodici anni di embargo, gli ospedali sono stati privati di tecnologie, medicinali e attrezzature. Per curarsi, la gente deve ricorrere al mercato nero, come se le medicine fossero sigarette». Secondo l’Unicef, quattromila bambini al mese muoiono a causa delle peggiorate condizioni igieniche e sanitarie. La mortalità infantile sotto i cinque anni è quasi triplicata rispetto agli anni Novanta. In Iraq, il 40 per cento della popolazione ha meno di 14 anni. Intere generazioni hanno conosciuto soltanto Saddam, embargo e bombe. E decine di migliaia di padri sono oggi soldati morti.

Le suore di Madre Teresa di Calcutta hanno inventato la contraerea più efficace. Ogni notte, quando il cielo rimbomba, si stendono su tappeti orientali, accanto ai letti dei loro bambini. Prendono fra le braccia quelli che strillano più forte e raccontano che dopo il tuono arriverà la pioggia. Alla Casa della Carità, una delle ultime villette neocoloniali annegate fra orrendi palazzotti di cemento, la guerra è un evento naturale che non uccide, una favola paurosa, ma a lieto fine, perché la pioggia, come l’acqua del Tigri e dell’Eufrate, rende florido il deserto. I bambini che arrivano qui hanno handicap fisici e mentali. Nessuno può camminare, mangiare e addormentarsi da solo, ma la mente funziona abbastanza per avere paura e fare domande, in inglese, perché questa è la lingua delle suore arrivate dall’India. «Viviamo dell’aiuto di Dio e degli uomini – spiega suor Nancy -; gli iracheni sono generosi. Ci sono giorni che arriva tanta roba da sfamare anche i poveri del quartiere e quelli che di notte vengono qui a cercare rifugio».

La Casa della Carità venne istituita negli anni Novanta, con la benedizione di Madre Teresa e il personale beneplacito di Saddam Hussein. Era un’epoca in cui andava ancora forte l’idea dello Stato multiconfessionale, rispettoso di una storia secolare, crocevia di culture. Proiettili all’uranio impoverito, caduti sul Paese dal ’91, hanno fatto crescere casi di malformazioni e handicap mentali. I più sfortunati fra i bambini iracheni vengono abbandonati. Suor Nancy dice pietosamente che sono orfani. «Orfani» di musulmani e di cristiani. Le migliaia di uomini armati, appostati agli angoli delle vie, nelle trincee di sacchetti di sabbia, con le mitragliatrici puntate sul nulla, sembrano tante repliche del tenente Drugo, l’ufficiale che aspetta nel deserto i tartari che ancora non arrivano. Diceva uno studente : «Non ci sono civiltà migliori, ma civiltà diverse. La vostra non sta facendo una bella figura»

Nell’immagine: tank americani in posa davanti alle “Mani della Vittoria” in Piazza delle cerimonie a Baghdad durante l’Operazione Iraqi Freedom (novembre 2003)


Strategia per la pace

Gli orrori scoperti a Bucha aumentano la condanna e la pressione internazionale su Putin, ma con il rischio di un prolungamento e di un ampliamento del conflitto. Intervista a Massimo Nava, corrispondente del Corriere della Sera 

Stragi e distruzioni: l’orrore in presa diretta. Gli interessi geopolitici divergenti tra la coalizione di stati USA-UE e la Russia sono riesplosi in “Ucraina”. Così 23 anni dopo l’aggressione della Nato alla Serbia, l’Europa è nuovamente teatro di una guerra. Questa volta voluta dalla Russia in quell’Ucraina in cui sul Tibisco v’è “un obelisco, austroungarico che segnava il baricentro di terraferma tra l’Atlantico e gli Urali, il Mediterraneo e il Mare di Barents” scrive Paolo Rumiz, giornalista, inviato anche in Afganistan all’inizio dell’occupazione USA, che nel 2008 fece un viaggio di 6000 km con mezzi pubblici che lo portò dalla Kirkens (Norvegia) sul confine russo zigzagando lungo la linea di confine tra Russia e i paesi europei confinanti, raggiungendo Odessa. “Già allora – prosegue – si sapeva che il Mittel Europa non sta affatto nei caffé viennesi, ma molto più a oriente, anche di Budapest e Varsavia. Il cuore batte qui, centinaia di km oltre l’ex Cortina di ferro[1]”.

“Chiunque ha un briciolo di memoria – ammonisce Rumiz – sa che la fascia di territorio fra i Balcani e il Baltico è anche una linea di faglia altamente infiammabile, dove Est e Ovest non hanno ancora risolto le loro pretese imperiali e dove il fango ha inghiottito sessanta milioni di vite in una successione di tragedie lunga un secolo. Non possiamo consentire che si incendi ancora”. Ed invece di soffocarlo subito prima che divampi in modo irreparabile “- come indicava qui Marco Revelli – lo attizziamo, facendo affluire disordinatamente armi letali a milizie o gruppi non controllati né controllabili, che potrebbero usarle per sabotare possibili accordi e prolungare le ostilità”.

Assenza di un’autorità riconosciuta a livello internazionale

I conflitti sono parte integrante del mondo vivente a cui apparteniamo; in quello umano segnalano: incompatibilità, interessi, priorità diverse. La capacità di risolverli in modo pacifico – ovvero senza soprusi e violenze – è un surplus significativo e provato. Seppur esista il diritto, non esiste, contrariamente a quanto avviene a livello dei singoli stati, federazioni o unione di Stati, un’autorità superiore che possa sancire chi abbia ragione o meno in caso di divergenza, assicurandone l’applicazione.

Le Nazioni Unite, create dopo la seconda guerra mondiale proprio per assicurare “il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”, non lo sono in quanto le decisioni dell’assemblea devono essere ratificate dal Consiglio di sicurezza composta da 15 membri di cui 5 (Cina, Francia, Regno unito, Russia e Stati uniti) sono membri permanenti e hanno diritto di veto. In concreto: basta il veto di uno dei 5 membri permanenti per inficiare le decisioni e/o le risoluzioni dell’Assemblea. Ciò che è avvenuto e avviene frequentemente.

Di conseguenza rimangono due opzioni contrastanti:
lo scontro – vince il più forte; nel caso dell’Ucraina sanzioni ed isolamento economico della Russia d’un lato e rafforzamento della resistenza Ucraina con la consegna di nuove e più efficaci armi”;
la costruzione della pace che sostituisca il conflitto armato. (È l’opzione chiesta a gran voce sulle piazze di moltissime città da un ampio movimento di persone, snobbato o non considerato dalla politica).

I gravi e responsabili omissis della politica

“È vietato di attaccare o di bombardare, con qualsiasi mezzo, città, villaggi, abitazioni o edifici che non siano difesi” recita l’art.25 della “Convenzione dell’Aja sulla guerra terrestre” del 1907. Articolo attivato durante la seconda guerra mondiale per preservare alcune città dalla rappresaglia nazista (fra cui Rotterdam, Parigi, Bruxelles, Belgrado, Roma, Firenze, Atene).

Il primo protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1949, aggiornato nel 1977 precisa che “tutti i combattenti così come le armi mobili e l’equipaggiamento militare mobile devono essere trasferiti” dalle città” e che “Le autorità e la popolazione non devono commettere atti ostili. Infine, nulla può essere fatto per sostenere atti di guerra”.

Purtroppo come fa osservare Norman Paech, avvocato e professore di scienze politiche e diritto pubblico all’Università di Amburgo, ”il diritto internazionale umanitario delle Convenzioni dell’Aja e di Ginevra è andato regolarmente perso nei combattimenti”, come avvenuto nelle guerre in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, dove il principio di “città non difese” non è stato osservato. Addirittura, diversi crimini di guerra sono stati perseguiti nella guerra jugoslava e lì, come sottolinea Paech, “principalmente solo contro serbi, croati, albanesi del Kosovo e bosniaci”; “la parte degli aggressori, la NATO, è rimasta indenne. Era, dopo tutto, la loro corte”.

Eppure il concetto di “luoghi non difesi” non è stato cancellato dal diritto internazionale umanitario: è stato volontariamente dimenticato. E continua ad essere dimenticato in Ucraina, mentre tardano a concretizzarsi le condizioni per un compromesso strategico tra Stati Uniti-NATO e Russia.

Che fare?

Concretamente nel caso della guerra in Ucraina occorre rivendicare senza indugio l’attivazione immediata del “principio delle città indifese”, che implica la proibizione di interventi armati su città non difese, da cui deve sparire, ovviamente, qualsiasi arma. Non v’è contro-argomento che impedisca di farlo: tutti gli Stati devono esigerlo, invece di donare armi e/o glorificare la resistenza armata dei civili contro l’aggressore. Qui si tratta di salvare vite umane. Purtroppo, a parte il Papa, nessun governante occidentale, Svizzera compresa, sembra disposto promuoverlo.

L’imperativo è spegnere l’incendio subito: anche se, come ricorda Paech, “nella logica della guerra, cedere la “città aperta” può essere considerata vigliaccheria di fronte al nemico, nella logica della pace è invece prudenza di fronte a un avversario con il quale si deve venire a patti in forma compatibile anche dopo la guerra, per il bene della popolazione”. Senza tregua l’unica certezza per gli abitanti delle città assediate sarà: sacrificio e sofferenza, fuga o morte, e finito il conflitto: rancori, profonde ferite a livello psicologico. Gli “Ucraini- ribadisce Paech- hanno solo la scelta tra l’occupazione russa in una città che è ancora per metà intatta o in una che in gran parte sarà distrutta”.

Costruire la pace

Diciamocelo forte e chiaro, senza maschera: il modello socio-economico di cui la politica è responsabile oltre alle disuguaglianze crescenti, alla devastazione ambientale, sta creando a tutti i livelli conflitti di interesse tra Stati nazione e blocchi, sempre più micidiali L’unica strategia per affrontarli è quella della pace. La pace, come la neutralità o la democrazia, non esiste in astratto o per decreto: è frutto di una continua pratica, che sappia coinvolgere tutti gli attori, volta a negare il ricorso di forza e violenza. Dirsi pacifista non vuol dire nulla: ciò che conta è agire da pacifista.

Non sono pensieri nuovi, anzi! Negli anni 20 del secolo scorso Gandhi fu promotore di un’azione politica non violenta, di assenza di nuocere o di uccidere per sbarazzarsi dalle catene del colonialismo. Nei successivi Anni Sessanta prese vita in Occidente la Scuola scandinava della “peace research”. I cui nomi più noti sono J. Galtung -fondatore dell’irenologia (la scienza della pace: lo studio delle cause e presupposti della pace) che nel 1960 fondò a Oslo l’International Peace Research Institute, e Alva Reimer Myrdal (Premio Nobel per la pace nel 1982) che nel 1966 fondò l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace a Stoccolma. Nel 1981 Olaf Palme, primo ministro svedese inspirandosi a tali idee, propose con Willy Brand la creazione di una fascia cuscinetto demilitarizzata tra est e ovest. Palme non ebbe tempo di proseguire il suo intento: fu assassinato ad inizio nel febbraio 1982.

Epilogo

Questa guerra, come tutte le guerre, finirà presto o tardi. Più durerà più lo sconquasso materiale e umano sarà micidiale e le conseguenze nelle relazioni tra popoli e anche membri di una stessa nazione che hanno vissuto fianco a fianco, poi divisi da frontiere generate da interessi supremi della geo-politica, saranno devastanti.

La responsabilità dei governi Europei è enorme: un’UE senza linea in fatto di politica estera, ognuno a far di proprio conto, ligia però a seguire la NATO nelle sue iniziative.

Una Svizzera incapace di giocare il ruolo di nazione neutrale che propugni con tenacia l’osservanza dei principi del diritto internazionale riguardanti la salvaguardia e la protezione delle popolazioni civili sottoscritti a Ginevra.

Al termine, parafrasando Brecht, ci saranno vinti e vincitori, tra i vinti farà la fame la povera gente, fra i vincitori farà la fame la povera gente”.

ETRE PACIFISTE, di Jean Rostand

Etre pacifiste c’est écouter avec méfiance ceux qui prétendent quel les massacres d’aujourd’hui pourront empêcher d’autres massacres plus important demain;
Etre pacifiste c’est, sans méconnaitre les droits de l’avenir, donner la priorité à la vie des vivants;
Etre pacifiste c’est vouloir la paix même si la paix n’a pas tout à fait la même couleur qu’on préfère;
Etre pacifiste c’est lui rendre grâce alors même que toutes nos passions ne trouvent pas leur compte;
Etre pacifiste c’est admettre que l’intérêt de la Paix ne coïncides pas toujours avec celui de la Patrie ou de notre idéologie;
Etre pacifiste c’est ne pas consentir aux grossières falsifications que diffusent les propagandes;
Etre pacifiste c’est ne pas clamer qu’on veut la paix, quand on fait le jeu des fanatismes qui le rendent impossible;
Etre pacifiste c’est condamner c’est condamner, dans tous les camps, les intransigeances et les jusqu’auboutismes;
Etre pacifiste c’est s’affliger quand on voit un fusil ou une arme quelconque dans les mains d’un enfant:
Etre pacifiste c’est préférer que les réconciliations devancent les charniers;
être pacifiste c’est n’être jamais tout-à-fait sûr d’avoir raison quand on donne son assentiment à la mort des autres…

Estratto del discorso [qui il testo completo] fatto il 26 aprile 1968 da Jean Rostand, biologo, filosofo, membro dell’Académie française, fondatore e presidente d’onore del Mouvement pour le désarmement, la paix et la liberté MDPL


L’autore dell’articolo è specialista in problematiche dello sviluppo
Nell’immagine: i partecipanti alla Conferenza dell’Aia del 1907


L’unione delle destre non è più utopia

Gli orrori scoperti a Bucha aumentano la condanna e la pressione internazionale su Putin, ma con il rischio di un prolungamento e di un ampliamento del conflitto. Intervista a Massimo Nava, corrispondente del Corriere della Sera 

Di Gennaro Malgieri, Formiche.net

Nella corsa per l’Eliseo, Eric Zemmour, dato al quarto posto, poco più su della centrista neogollista Valérie Pecresse, ha lanciato l’idea, che in molti tra gli elettori della destra sostenevano da tempo, di unire le sue forze a quelle di Marine Le Pen e provare a dare scacco matto al presidente uscente, Emmanuel Macron.

Soffia un leggero vento di rivoluzione politica in Francia. In poche settimane si sono capovolti i pronostici e tra poco meno di due settimane, al primo turno delle presidenziali, l’orientamento che fin qui è risultato prevalente, vale a dire la vittoria di Emmanuel Macron, potrebbe andare in frantumi. Per una ragione molto semplice. Eric Zemmour, dato al quarto posto, poco più su della centrista neogollista Valérie Pecresse, ha lanciato l’idea, che in molti tra gli elettori della destra sostenevano da tempo, di unire le sue forze a quelle di Marine Le Pen e provare a dare scacco matto al presidente uscente.

Naturalmente della partita sarebbero anche coloro i quali, pur militando tra i Républicains, si mostrano disposti ad abbandonare la navicella che naviga in un mare in gran tempesta anche per aver sbagliato, come i sondaggi dimostrano, la candidata da opporre alle destre e a Macron.

La situazione pertanto è la seguente: il presidente al 20%, Marine Le Pen al 20% e Jean-Luc Melenchon, che è riuscito a mettere in piedi una sinistra che fino a qualche settimana fa era completamente allo sbando, valutata al 15%. Questo risultato reso noto da OpinionWay-Kea Partners per Les Echos per il primo turno delle presidenziali di domenica 10 marzo, porterebbe destra unita, con Zemmour, sondato al 10%, se si alleasse con la Le Pen (tra i due incomincia a correre buon sangue), al 30%: dieci punti avanti a Macron. Le porte del primato al secondo turno si spalancherebbero a meno che France insoumise di Melénchon non appoggiasse Macron, ma l’ipotesi al momento è irrealistica tenendo conto che buona parte dell’elettorato repubblican-gollista non lo permetterebbe sostenendo la coalizione destrista.

Gli altri contendenti qualcosa ai diversi schieramenti potrebbero portare, al secondo turno naturalmente: l’economista Yannick Jadot valutato al 5% delle preferenze, seguito da Fabien Roussel con il 3%, Anne Hidalgo con il 2%, Nathalie Arthau, Philippe Poutou e Nicolas Dupont-Aignan con l’1%. Prima che Zemmour facesse il suo endorsement, al secondo turno, il sondaggio citato era propenso a dare la vittoria a Macron, nel caso di un ballottaggio con la Le Pen: 55% contro il 45% della leader del Rassemblement national. Ma è un calcolo che non tiene conto delle sparute compagini di destra e dei citati “simpatizzanti” per la Le Pen degli ex-sarkozyani.

E poi Zemmour sta crescendo, più in vista del suo partito in costruzione che vuol fare entrare all’Assemblea nazionale nelle elezioni di maggio, che delle presidenziali nelle quali  otterrà certamente una buona affermazione anche grazie alla presa di posizione dei rapporti con gli americani. “Il nostro alleato statunitense – disse circa un anno fa in una conferenza a Rouen – mette i nostri leader in attesa senza ascoltarli e permette alla Turchia di minacciarci”. Una posizione assai condivisa in Francia dove hanno capito che Joe Biden vuole usare l’Europa senza farsi troppo male, in rapporto al conflitto russo-ucraino, anzi, senza rimetterci niente. Sapendo che le sanzioni colpiranno il nostro continente con le ritorsioni di Putin, ma sfioreranno appena gli Stati Uniti.

Inoltre, nella stessa occasione, Zemmour sottolineò un dato che dovrebbe far riflettere alla vigilia del voto: “Dicono che Emmanuel Macron sia incostante. Non è vero: durante tutto il suo mandato Emmanuel Macron ha mantenuto una rotta chiara, svantaggiando gli interessi francesi a vantaggio di una diplomazia europea che non è mai esistita e che mai esisterà”. Insomma, Zemmour è in sintonia con buona parte dei suoi connazionali che nei prossimi dieci giorni potranno farlo crescere nei consensi.

E non manca di realismo politico. Dopo una campagna elettorale nella quale ha dato battaglia a Marine Le Pen – definita nel corso del recente meeting al Trocadero, una “socialista” per il suo programma economico – Zemmour ha aperto, come si diceva, a una riconciliazione con la candidata del Rassemblement National, qualora riuscisse a superare la soglia del primo turno.

“Non siamo arrabbiati l’uno con l’altra, siamo solo concorrenti, siamo rivali”, ha dichiarato il leader della Reconquete ipotizzando la possibilità di organizzare incontri comuni in vista del secondo turno: ma a suo vantaggio, convinto com’è, peccando di eccessivo ottimismo, di andare al ballottaggio con Macron, all’insegna del motto che è “l’unico in grado di unire la destra”.

A suo giudizio la Le Pen non può farlo, perché mentre l’elettorato di Zemmour è composto da fillonisti e classi popolari, i suoi elettori sono in maggioranza operai e piccoli impiegati”. Infatti, pochi giorni fa, Zemmour, appoggiato dalla nipote di Marine Le Pen, Marion Marechál e dal clan dei Le Pen, a cominciare dal patriarca Jean-Marie, ha previsto che se arriverà al secondo turno “molti dei personaggi più influenti del partito repubblicano, come Eric Ciotti, Francois Xavier Bellamy e Nadine Morano, chiederanno ai propri elettori di votare per me”.

Utopia o lucido realismo? La breve stagione dell’idillio delle destre è appena incominciata. Potrebbe riservare sorprese clamorose. Una nuova rivoluzione francese, per esempio. O almeno una più radiosa primavera politica.


Vi racconto Putin e la sua deriva

Gli orrori scoperti a Bucha aumentano la condanna e la pressione internazionale su Putin, ma con il rischio di un prolungamento e di un ampliamento del conflitto. Intervista a Massimo Nava, corrispondente del Corriere della Sera 

Fino a pochi giorni fa ‘Novaja Gazeta’ (per cui lavorava anche Anna Politkovskaja ) è stata in Russia la testata più indipendente e più coraggiosa nella denuncia della dittatura putiniana e anche della guerra contro l’Ucraina.. E’ stato costretto a sospendere la pubblicazione, a causa delle pressioni del Cremlino, che minaccia di togliergli la licenza e quindi la possibilità di avere un futuro. Lo ha deciso il suo direttore, Dimitri Muratov, Premio Nobel per la pace 2021. Prima di questa resa provvisoria, Muratov ha rilasciato un’intervista filmata di straordinaria intensità e importanza a Katerina Gordeeva, che ha potuto riprendere anche il lavoro di una redazione che vive e opera conoscendo perfettamente i rischi che ciascun giornalista corre per tentare di raccontare la sua verità. Muratov ripercorre il ventennio dell’impero putiniano, senza timore di elencare tutti i motivi per cui oggi la Russia è governata da un dittatore.
Nel video di YouTube è possibile attivare i sottotitoli in italiano. Qui sotto riportiamo la traduzione di Elisa Baglioni, Giulia De Florio, Luisa Doplicher e Claudia Zonghetti pubblicata da Valigia Blu

Dmitrij Muratov (d’ora in avanti DM): Sai che ti abbiamo cambiato nome al programma? Chiedilo anche a lui. Adesso si chiama: “Di’ NO alla Gordeeva”.
Katerina Gordeeva (KG): No, non mi piace.
Voce fuori campo: No alla guerra, non a lei!
KG: Non sono la guerra, io, infatti…

KG: Non la prendo da lontano: come sta?
DM: I lati della medaglia sono due, come sempre. Uno è il nostro pubblico. Ogni giorno ci leggono circa quattro milioni e mezzo di persone: sul sito e sui social network; lo vediamo dalle statistiche: circa 27, anzi più di 27 milioni di contatti. L’altro lato… Sai, ne abbiamo già viste tante, ci siamo abituati: la morte di amici e colleghi, la guerra in Cecenia, la guerra in Georgia… Abbiamo subìto centinaia di minacce. I fascisti, i nazisti russi di BORN [organizzazione militante dei nazionalisti russi, NdT] ci hanno recapitato delle teste di maiale perché capissimo cosa poteva succedere a tutti noi, da chi pulisce al caporedattore. Insomma, ne abbiamo viste di tutti i colori… Perciò, direi che al momento i nervi non sono a fior di pelle, ma sottopelle. Certo, per i più giovani la musica è diversa. Il loro stato d’animo spazia dalla curiosità allo sconforto, e va da sé che la voglia di andarsene tra loro è molto forte. Abbiamo già scansionato i loro passaporti… Così, se c’è l’occasione…

(Riunione di redazione di Novaja Gazeta)
– Se non c’è altro passiamo alle notizie.
– Fra ieri sera, questa notte e questa mattina le aziende straniere se ne sono andate tutte. Tutti i produttori di auto: Mercedes, BMW, Toyota e via dicendo. Per aerei e aeroporti non si capisce niente perché Airbus e Boeing chiedono di restituire 520 aerei in leasing. Se ci fidiamo di RBK [grande conglomerato mediatico russo, NdT], l’unica opzione che il governo considera è la nazionalizzazione della flotta.
DM: Ieri ho parlato con i medici: in pratica i dentisti devono chiudere, perché tutte le cose di uso comune, inclusi gli impianti, le corone, i trapani eccetera, erano perlopiù tedeschi. Altra cosa: ieri ho parlato con uno dei nostri migliori chirurghi, ci possiamo scordare le protesi. Femori, anca e ginocchi: era tutta roba estera… Le nostre protesi si usurano troppo in fretta. E per quanto i cinesi copino sempre al meglio gli europei, le loro non reggono minimamente il confronto.
– Sull’argomento medico posso aggiungere problematiche molto più serie: sono sospesi i trapianti di midollo, e non solo. L’Organizzazione internazionale di soccorso oncologico rifiuta i pazienti che vengono dalla Russia.– Rifiutano di portarli fuori dal Paese, ma continuano ad aiutarli qui da noi.– E ancora, per capirci, un altro aspetto chiave. Non ci sono riserve valutarie. La Banca centrale che dichiara di voler introdurre la regolamentazione dei cambi al 30% tassando l’acquisto di valuta ed eliminando il 20% dell’IVA sull’oro, significa, tecnicamente, che non hanno compratori per le tonnellate di oro su cui facevano conto. Vuol dire che pensavano di vendere a qualcuno che, invece, ha detto di no. Dunque cercheranno di prendere i soldi alla gente usando l’oro come garanzia.
– Metteranno le mani sulle cassette di sicurezza?
– Sì.
– Fantastico.
– Altre notizie?
– Cherson è caduta e continuano a bombardare Char’kov [forma russa del nome della città; quella ucraina è Charkiv. Per le due città seguenti la forma ucraina è rispettivamente Černihiv e Kyijv, NdT], dove hanno già colpito la cattedrale. I bombardamenti continuano anche su Černigov e Kiev. Queste le notizie dal fronte.

…

DM: Queste sono le copertine di quest’anno, vedi?
KG: Sì.
DM: Ho parlato con un mio amico, un pilota eccezionale e molto conosciuto. Di solito i piloti non sono star, lui sì: è il migliore. Mi ha detto che gli aerei “restano attaccati al cemento”. È gergo del mestiere, ed è tremendo. Non avranno i ricambi e gli aerei in leasing torneranno alla base. E considera che il 50% della nostra flotta è costituita da Airbus. Le persone non potranno incontrarsi perché non potrà decollare niente. Nessuno partirà: né gli aerei, né noi.

KG: Ma fino all’ultimo lei aveva immaginato che la guerra fosse possibile?
DM: Purtroppo lo avevamo intuito, e con un po’ anticipo. C’eravamo confrontati molto, sull’argomento: tra di noi, tra i vari uffici, con tutti. Avevamo capito che sarebbe successo subito dopo le Olimpiadi. E che delle Paralimpiadi, che sono subito dopo, se ne sarebbero fregati. Abbiamo subito fissato alcuni punti. Il primo: parlare con tutti, con tutti e sempre, perché reagire alle parole è un meccanismo innato. Però se inizia la guerra non ci lasciano scelta. L’avevamo capito da un po’ di cose. In alcune sue dichiarazioni Vladimir Putin aveva fatto l’elenco lucidissimo delle offese arrecate alla Russia e alla sua persona. E molto si capiva dal lessico che sceglieva di utilizzare. Li ho letti, quei discorsi: c’erano sempre di mezzo i nazisti, i fascisti, la Grande guerra patriottica [nome russo della Seconda guerra mondiale, NdT], le grandi imprese dei nostri antenati. Era chiaro che per Putin quella guerra non era mai finita. Anagraficamente non l’ha fatta, la Seconda guerra mondiale, ma mi viene da pensare che è come se stesse cercando di vincerla di nuovo lui. E la sua vittoria consiste nel difendere gli esiti di quella guerra che lui ritiene giusti. In Ucraina Putin sta combattendo la sua personalissima Seconda guerra mondiale. Questa è la mia ipotesi. Le coscienze sono militarizzate… Anche quelle filantropiche, a volte, e penso al Reggimento immortale [che sfila nei cortei con le foto dei veterani della Seconda guerra mondiale, NdT]. Non è un caso che abbiano portato via l’idea a TV–2 e a Lapenkov e Mučnik [Sergej Lapenkov, ex giornalista di Tomsk, fra gli ideatori del Reggimento immortale; Julija Mučnik, anche lei di Tomsk, giornalista di TV-2, NdT] che se l’erano inventato, e lo abbiano trasformato in un movimento patriottico governativo, mentre prima era una cosa un po’… individuale, un po’ da nonni, e comunque…
KG: Da famiglie, no?
DM: Esatto, da famiglie, brava. Prima era una cosa da famiglie, ora è una cosa paramilitare. Questi templi utili ai soldati per ricordare la guerra. Che poi significa una cosa sola: vivere nel passato. Per cosa? Per portare a casa la vittoria. Come se non lo avessero già fatto allora.

KG: Gli uomini della cerchia di Putin restano al suo fianco per paura, oppure credono in quello che fa?
DM: Ieri ho parlato con alcune persone di potere. Evitiamo di chiamarli “élite”, però, per cortesia. Chiamiamoli “i potenti”, “l’entourage”, ma élite proprio no. Hai presente la famosa riunione del Consiglio di sicurezza, quella in cui degli uomini tremanti andavano al leggio e si piazzavano lì a gambe aperte… Sai perché stavano a gambe aperte, Katja? È colpa del pannolone.
KG: Vabbè, su…
DM: Per questo non voglio chiamarli “élite”. E comunque i prescelti, le persone al potere, non sono mai stati così uniti fra loro. E non parlo di affari o di soldi: è un tema affine, ma è un’altra cosa. In questo momento sono compattissimi, condividono in tutto e per tutto la visione del mondo del presidente Putin. E la sua immagine del mondo è quanto mai solida e incrollabile: come le piramidi egizie, di fatto, dove tra le pietre non passa neanche un raggio di sole. La sua immagine del mondo è lampante: la Russia è una fortezza. Che non per niente è il titolo del libro dell’ex vice portavoce della Duma, ora defunto. Michail Jur’ev, se non sbaglio si chiamava così. Molte citazioni, interi passaggi di quel libro (che è un libro complottista) finiscono dritti dritti nei testi del Presidente. “Il nostro è un paese isolazionista, è un paese con grandi risorse minerarie, non ha bisogno di nessuno. Deve capire che l’Occidente è il nemico, che il mondo è il nemico”. E questa immagine del mondo ha attraversato le generazioni e ha generato l’élite di oggi…

KG: Vede, alla fine le è scappata, quella parola!
DM: È la forza dell’abitudine!
KG: In senso politologico sono un’élite.
DM: Non so, non sono pronto a chiamarli eroi, élite…
KG: Élite non è un complimento, comunque.
DM: Sono commilitoni, loro. Ascolta, l’élite è fatta di persone che con sangue, sudore e lacrime conquistano la felicità per il proprio paese.
KG: Questo si chiama onore, o valore.
DM: Dunque non possiamo chiamarli élite. Dicevo: sono tutti d’accordo con Putin, non c’è alcuna spaccatura interna. Continuano a rifilarci teorie secondo le quali finirà tutto presto, dicono che ci sarà un avvicendamento al vertice quale conseguenza di chissà quali crepe nell’élite… Non c’è nessuna crepa.
KG: Però lo ha detto anche Lei che avevano paura, al Consiglio di sicurezza.
DM: Avevano paura, sì, ma di non sapere la risposta giusta! Perché alla fine erano lì per dare l’esame, ma non erano certi di sapere tutto il programma. Adesso l’hanno imparato per benino.
KG: E lo condividono?
DM: Non metterei la mano sul fuoco per tutti, ma la metto di sicuro per dire che fanno comunque quello che Putin dice loro di fare. Tutto quanto. Non credo si sia mai visto un governo più fedele di questo.
KG: Pazzesco.

(Discorso di Dmitrij Muratov alla sottocommissione del Parlamento Europeo per i diritti umani)
DM: Non possiamo accettare che l’esercito russo uccida gli ucraini e che le forze armate ucraine, per difendersi dall’aggressione, uccidano i soldati russi. Di nuovo si occultano i cadaveri. Di nuovo abbiamo decine di feriti, madri che piangono. Decine di madri russe, come durante la guerra cecena, vanno in cerca dei figli, seguono le loro tracce. Una cosa devo dirvela, però. Non credete ai sondaggi governativi russi. In Russia la gente non vuole la guerra. Non confondete i russi con il potere che ha scatenato questa carneficina. Questa guerra ha tolto il futuro ai nostri figli, glielo ha frantumato.

…

KG: Quando è iniziato tutto questo? E perché l’Ucraina? Non è iniziato nel 2014, comunque, no?…
DM: No, è iniziato prima. Per capire a cosa ci ha ridotto Putin, dobbiamo tornare a prima del 2006 (o giù di lì, non vorrei sbagliarmi). Se ti ricordi, a Bruxelles c’era una rappresentanza diplomatica russa presso la NATO con vari ambasciatori, tra i quali, tra l’altro, anche Rogozin [oggi direttore generale dell’Agenzia russa per l’esplorazione spaziale, NdT]. All’epoca Putin aveva proposto molto seriamente di discutere l’eventualità di un ingresso della Russia nella NATO, e si era molto stupito quando gli avevano risposto che ci voleva un periodo di prova, che c’erano dei documenti da preparare. Lui era convinto che non avrebbero rifiutato una proposta più unica che rara, e quelli facevano storie! In seguito, quando si convinse che lo stavano prendendo in giro, arrivò il discorso di Monaco, nel quale, a conti fatti, già nel 2007 abbiamo sentito esattamente quello che sentiamo ora. Nessuno però lo ha preso sul serio. Giusto i regimi di qualche paese latinoamericano, e Cuba.

KG: Eppure è uno dei discorsi più importanti di Putin.
DM: Infatti, proprio così. Ma non lo hanno ascoltato… Solo la seconda parte, che era più conciliatoria. I politici importanti, i leader europei, non l’hanno preso sul serio. Credevano fosse retorica, e invece l’anno dopo c’è stata la guerra in Georgia, con il presidente Bush che diceva una cosa a Putin e un’altra a Mikheil Saak’ashvili [all’epoca presidente della Georgia, NdT]. E i servizi segreti che confrontavano le versioni. Penso che quello sia stato il momento di frattura più grave rispetto a ciò che la Russia ha sempre detto sull’adesione ai valori occidentali, sulla dittatura della legge, sul fatto che eravamo aperti, che il mondo era globale… Di fatto finì tutto in quel momento esatto. “Non credono a nulla e capiscono solo la forza”. Non solo non credono a nulla, ma capiscono solo la forza! “Non capiscono la nostra lingua…”. Fu una sorta di monologo interiore. Il monologo interiore di un potere collettivo offeso con l’Occidente. Offesissimo, anzi: se la sono presa a morte. Poi, però, è successa un’altra cosa: di colpo Putin ha capito che chi gli parlava di valore intendeva in realtà “prezzo”. Facci caso: Putin ha comprato all’ingrosso una gran quantità di figure di primo piano della politica occidentale per metterli nei consigli di amministrazione di società e compagnie statali russe.
KG: Gente che adesso sta lasciando di corsa quegli incarichi.
DM: Ora li lasciano di corsa, ma altrettanto di corsa sbavavano per accettarli. Fra quella gente c’erano un primo ministro francese, un cancelliere tedesco, anzi un paio, diversi politici italiani. Tutti con la loro bella poltrona. E con in cambio…
KG: Un sacco di soldi.
DM: Non lo so per certo di tutti, non lo ricordo a memoria. Ma posso dirti che si trattava di diversi milioni di dollari all’anno. A quel punto Putin s’è fatto una bella risata: e questi vengono a parlarmi di valori? I soldi vogliono, quelli lì! Ne era certo. Credo che ragionasse così: “Non mi avete voluto come amico? Peggio per voi”. È una logica risaputa. Anch’io sono cresciuto in un ambiente simile. È la logica della strada, o dei bambini delle elementari e delle medie. Non vuoi essere mio amico? Peggio per te! È una ferita psicologica grossa. Che si è riaperta nel momento di maggior crisi, nel momento più critico per il nostro paese… Perché, cos’è successo nella notte del 23 febbraio? Hanno mandato in frantumi il futuro del paese. Lo hanno frantumato, sì. Ma persino in quel momento, Putin ha fatto il suo lungo elenco di offese. E non basta, c’era anche un’altra cosa nel discorso di Putin. Ha detto: scusate, con chi dovrei fare accordi, io, se i loro politici cambiano di continuo?! Ora te lo sto parafrasando, ma nel complesso, se ci pensi, da quando noi abbiamo Putin, in Germania si sono avvicendati alcuni cancellieri, qualche presidente negli Stati Uniti, mezza dozzina di primi ministri in Italia e di presidenti in Francia. Cambiano di continuo. E in effetti, con chi può parlare, Putin, se non con Gandhi? “Non fai in tempo ad abituarti, che quello finisce il mandato! Dov’è la razionalità? Non c’è”. Così Putin è diventato il politico più esperto al mondo. È al potere da poco più di 22 anni: già da premier aveva un’influenza enorme. Nessun politico europeo o nordamericano è rimasto al potere così a lungo. Lui, poi, li conosce tutti come le sue tasche e non crede più a niente né a nessuno. Potrei giurare che sta pensando: “Davvero lo avete capito solo ora che abbiamo mandato le truppe per – com’è che la chiama? – l’operazione speciale in Ucraina? Davvero prima non avevate capito nulla?”. Quando aveva rovesciato Janukovič… O negli otto anni del Donbass… E se gli dicono: ma non è stata la Russia a entrare in Donbass? Lui ribatterà: “In Crimea la gente ha votato”. È cominciato tutto da lì. È la sua logica, questa. È successo perché l’Occidente non ha riconosciuto l’annessione della Crimea. “La gente ha votato, accidenti” dice lui. C’è questa consapevolezza, questa convinzione dell’offesa subita, e la certezza assoluta e incrollabile di aver ragione. Quando pensava di avere una ragione più risicata, di serie B, le offese si accumulavano e basta. Ma con l’arrivo dei missili Iskander, Bulava e Cirkon, è diventato chiaro che le offese potevano essere sbandierate tranquillamente.

KG: Secondo lei, Putin si è reso conto che, a oggi, nessuno ha mai vinto una guerra contro chi ritiene di star difendendo la propria patria? E penso all’URSS nella Seconda guerra mondiale, o alla Russia con Napoleone.
DM: Katja, possiamo anche scavare nella storia, ma la storia non si ripete, temo io. Certo, con una tale potenza, con una tale forza in campo, per qualche tempo lo si può anche prendere in leasing, un altro paese, magari dividendolo in più parti. È solo una mia ipotesi, ma è plausibile: 1) Una parte occidentale, con Leopoli capoluogo, che può vivere come più le pare e piace; 2) Una parte centrale, che naturalmente deve essere un protettorato russo (e vedremo chi sarà il favorito alle eventuali elezioni); 3) E una parte orientale che, certo, apparterrà di fatto alla Russia. Il piano, più o meno, era questo, credo. Ma poi s’è scoperto che lì c’era qualcuno con le palle: Zelen’skij. Pochi credevano in lui, e in Ucraina già perdeva consensi. In più, i nostri propagandisti pensavano che il popolo ucraino avrebbe accolto l’esercito russo con i fiori in mano.
KG: Chiunque sia stato in Ucraina nell’ultimo anno avrebbe potuto dirgli che non sarebbe andata così. Lo hanno ingannato?
DM: Adesso te lo spiego, cos’è successo. Non l’hanno ingannato: è stata una cosa più sottile. Allora: le nostre autorità ordinano alla tv di Stato di trasmettere propaganda per convincere la gente. Poi guardano la televisione per controllare che esegua l’incarico assegnato, e a poco a poco anche loro iniziano a credere a quello che si sono inventati e che hanno detto alla tv di trasmettere. La psicologia ha un termine apposito per questo processo: autoinduzione. Capisci, uno dei motivi più seri di quanto è accaduto è che si sono ingozzati della loro stessa propaganda fino a rivomitarla. E hanno finito per credere alle cose che si erano inventati.

(Discorso di Dmitrij Muratov alla sottocommissione del Parlamento Europeo per i diritti umani)
DM: La radio Echo Moskvy, che lei ha menzionato, è stata appena chiusa. Esisteva da 32 anni, sono nostri amici, sono amici di Novaja Gazeta; solo a Mosca hanno un milione di ascoltatori, e diversi altri milioni in decine di città della Russia. Echo Moskvy era una radio sistemica, fondamentale per il nostro paese. Ma tre colletti bianchi hanno tolto a decine di milioni di persone la possibilità di leggere il sito e di ascoltare Echo Moskvy. Questi tre burocrati si chiamano Jurij Alekseevič Kostin, presidente di Gazprom–Media Radio; Julija Sergeevna Golubeva, vicedirettrice generale di Gazprom–Media; Leonid Fedorovič Sovkov, presidente del consiglio d’amministrazione. Ricordatevi questi nomi: Kostin, Golubeva e Sovkov. Queste persone hanno tolto un punto di vista libero e indipendente a decine di milioni di persone in Russia. Ci hanno messo quindici minuti di orologio, in un consiglio d’amministrazione in cui non hanno nemmeno invitato Aleksej Venediktov, che di Echo Moskvy è il direttore. È una junta, una dittatura militare!
Dedicheremo un intero numero alla guerra in Ucraina e alla chiusura di Echo Moskvy. Echo Moskvy è indissolubile dalla storia russa, è da sempre una piattaforma per lo scambio di opinioni. Echo Moskvy si è espressa contro la guerra, e lo stesso abbiamo fatto noi. Sono sicurissimo che questo sia il motivo principale per cui l’hanno chiusa. Perché in questo momento qualsiasi voce contro la guerra è considerata un attacco allo Stato.

…

DM: Per me quella di Echo Moskvy è una tragedia umana enorme. Molti di loro sono miei amici da sempre. Venediktov lo conosco da 30 anni almeno. È un mio carissimo amico, e spero di esserlo anch’io per lui. Questa paura di qualunque punto di vista alternativo, visto che solo la propaganda è verità… Persino i sondaggi sul consenso sembrano fatti solo sugli spettatori dei canali di Stato… È una tragedia enorme, quello che è successo. Hanno staccato di colpo la spina. È una follia. Ricordi la canzone? “Si mostra alla finestra, ma con la spina nascosta dietro la schiena”. È Vysockij [noto cantautore russo d’epoca sovietica, NdT], giusto? Hanno staccato la spina a Echo. La legge sugli agenti stranieri ha smantellato tutti i mezzi di informazione più indipendenti, giovani e vivaci. C’è un esodo gigantesco – gigantesco – di giornalisti, professionisti, analisti, programmatori e specialisti di grandi dati che lasciano la Russia. Si vedrà presto cosa intendo. Per me è una perdita personale. La specie può solo peggiorare, in questo modo. Come hanno potuto chiuderla così, la radio? Chi pagherà gli stipendi dei prossimi due mesi? Non c’è una legge che lo vieta? No. Che domande faccio… “I russi vogliono la guerra?” e “Non c’è una legge che lo vieta?” non sono più domande retoriche.

KG: Quanto pensa che resisterà Novaja Gazeta?
DM: Secondo me, due giorni [si era al 7 marzo 2022; in realtà ha resistito molto di più: fino al 28 marzo, NdT]. Se ora approvano la legge sulle notizie false, sui fake, qualsiasi nostro collaboratore può finire in prigione per un bel po’, da 2 a 15 anni. Perché? Diranno che quello che ha scritto è falso. Ma come, se abbiamo verificato la notizia con due o tre fonti? Se abbiamo i filmati. “È falsa perché lo diciamo noi, capito? Perché noi della procura, del Roskomnadzor [addetti al controllo della comunicazioni, di fatto un analogo del Glavlit, l’organo di censura d’era sovietica, NdT] e di piazza Staraja [uffici della presidenza, NdT] diciamo che è falsa”. Invece è la verità. È la verità riguardo ai feriti, e ai morti. Perché il nostro lavoro è proprio di stabilire il numero delle vittime e di mostrare alla gente l’entità reale degli eventi. Questa non è un’operazione speciale, Katja. Hai visto quel meme che circola, che strappa un sorriso amaro? Il romanzo di Tolstoj ha un nuovo titolo: “Operazione speciale e pace”.
KG: O anche “…e obbligo alla pace…”.
DM: Esatto, anche la “pace” hanno cambiato. Ecco, se approvano la legge, con pene di quell’entità come si può rischiare che i colleghi finiscano in prigione? Come si fa? Da noi, per esempio, ogni notizia viene esaminata da una serie di persone, almeno una decina. E quindi? Riempiamo una tradotta solo con i nostri giornalisti? Con tutti quanti gli inviati? Se quella legge verrà approvata, in Russia i mezzi di comunicazione indipendenti verranno cancellati. Senza tribunali [imparziali] la legge sulle fake news ucciderà i media.

(Riunione di redazione di Novaja Gazeta)
– Poi… c’è quello che succede nell’industria cinematografica e musicale.
– Che è già ferma.
– Ripetono le première: roba da pazzi.
– Insomma, per farla breve, è un disastro totale.
– Altre proposte?

DM: Rapidamente.
– Riassumo io. Tutti i pezzi sono stati consegnati. Forse oggi o domani avremo un reportage: il ritratto di un sergente di Čeljabinsk che è rimasto ucciso. Abbiamo un inviato sul posto.
– Arnol’d mi ha appena mandato qualcosa, ma dice di mostrarlo agli avvocati, che al Roskomnadzor non piacerà di certo. Ora lo facciamo.
– Io ho un pezzo di Nina Petljanovaja, sul lato umano della questione. Sono madri ucraine di bambini malati di cancro che scrivono delle lettere in tempo di guerra alle madri russe di bambini malati di cancro. Eccole, sono tre lettere. Spezzano il cuore.

La copertina dedicata a Echo Moskvy

DM: Questo va pubblicato subito.
– Ho il pezzo, tra poco lo consegno.
– Se non c’è altro, parliamo della prima pagina di questo numero. Propongo di dedicarla a Echo Moskvy.
– E a che altro si potrebbe, scusa?
– Le alternative ce le avremmo: l’economia, e…
– L’economia c’era prima che chiudessero Echo Moskvy…
– Mettiamo “Eco di guerra” come titolo.
– “Eco di guerra”.
– Sì.

KG: Lei ha visto con i suoi occhi un discreto numero di guerre. Оra lo dirige, il giornale, ma è stato redattore durante le altre guerre. Quello che vede ora, l’esercito russo, l’esercito ucraino e i mezzi di cui dispongono, le consente di farsi un’idea dello Stato dei due eserciti? Mi sembra di essere riuscita a formulare la domanda con la dovuta cautela.
DM: Chiaro, sì, l’hai posta con grande tatto. Ricordo bene il Karabach [zona contesa tra l’Armenia e l’Azerbaigian, NdT], dove le truppe aviotrasportate d’epoca sovietica cercavano di salire sui monti con carri armati vecchissimi. Era uno spettacolo penoso. E ricordo la Prima guerra cecena, e ancora prima: l’Afghanistan. Già lì avevo visto un esercito ben addestrato, ma che non capiva perché stava combattendo. Di fatto combattevano per difendersi gli uni con gli altri, e non per dovere internazionale. Non se ne rendevano minimamente conto. Lo slogan di quella guerra era “vendichiamo il compagno morto in battaglia”. Nessuno si chiedeva “cosa ci facciamo qui”. La guerra cecena, poi, ci ha messo davanti agli occhi cose tremende.
KG: La prima?
DM: Sì. Ricordo un campo pieno di fango su cui sostavano dei veicoli corazzati BTR. I soldati avevano tagliato degli alberi e li stavano bruciando per scaldarsi. Io ero in macchina con un cameraman del Primo canale [primo canale televisivo di Stato, dove di recente Marina Ovsjannikova ha mostrato il suo cartello, NdT], Vasja. Siamo tornati indietro, al mercato locale, abbiamo comprato una tanica da tre litri di latte fresco, un po’ di biscotti e salame affumicato. Poi abbiamo parcheggiato vicino a quel campo e abbiamo raggiunto i soldati. Ho passato loro il mio taccuino perché ci scrivessero i numeri di telefono di casa: di ritorno a Mosca avrei avvisato le famiglie che erano vivi. Facevo il postino e il vivandiere: portavo latte, biscotti e salame. Il loro comandante aveva gli occhi fuori dalle orbite. Era capitano, ma fra gli stronzi lo avrebbero fatto generale. Davanti ai soldati mi ha urlato: “Adesso ti ficco una pallottola in testa”, e l’ha ripetuto anche a Vasja. Poi ha buttato tutto il cibo a terra e ha costretto i soldati a calpestarlo, e lui ha fatto lo stesso. La terra nera, il latte bianco, le facce infelici di quei ragazzi con le mani piene di pustole… Erano tutti soldati di leva. Mentivano quando dicevano che non c’erano reclute: erano tutte reclute. Tutte reclute. Tutte. Giuravano e partivano, alcuni senza nemmeno i sei mesi di addestramento. Questo era l’esercito dell’epoca. Ora è un’altra storia. Aspetta, però. In realtà gli eserciti sono due: quello tradizionale russo e quello di Kadyrov [capo della Cecenia, NdT]. Il secondo è addestrato a combattere e ama farlo: è il loro lavoro, la loro missione di vita. Sono ben equipaggiati, hanno attrezzature e divise all’avanguardia. E durante la guerra in Cecenia hanno catturato molti “shaitany” [spiriti maligni del mondo islamico, NdT], i diavoli russi, come li chiamano loro.
KG: Ma no, non sono gli stessi!
DM: Invece sì, molti appartengono a quella generazione. E sono tanti.
KG: Gente sulla quarantina, quindi?
DM: Esatto.
KG: Nelle foto avranno 25 anni.
DM: Ci sono diverse foto, guardale bene tutte. Ci sono facce che conosco. È gente istruita all’uso delle armi sin dalla più tenera età, per tradizione del loro popolo. E, poi, per Kadyrov la Cecenia non è una piccola regione russa a statuto speciale. È un esercito di cui lui è il comandante in capo e che, al primo squillo di tromba, si trasforma nella fanteria di Putin. Sono fortemente motivati, e la loro motivazione è combattere. L’esercito russo non ha un motivo per andare in Ucraina a combattere. Le informazioni che ricevo sono di vario tipo. I soldati russi non capiscono perché devono combattere contro gli ucraini. Ma quelli sono gli ordini. Oggi un comandante non butterebbe a terra il latte, però il sistema militare è rigido e gerarchico per definizione, e la paura delle punizioni, del tribunale militare, dell’ira del comandante spinge comunque i soldati a obbedire. Ma che siano motivati perché difendono la patria, questo proprio no. Al contrario di Putin, il comandante supremo, loro non ce l’hanno, questa motivazione. Putin ha la certezza assoluta (e non so se gli viene dall’intelligence o se è una sua convinzione interiore) che se non avesse attaccato ora l’Ucraina, nel giro di qualche giorno l’Ucraina avrebbe attaccato il Donbass. Può insistere quanto gli pare, ma la realtà è che l’Ucraina non ha attaccato il Donbass, mentre noi abbiamo attaccato l’Ucraina. E adesso? “Abbiamo scongiurato un male maggiore con uno minore”. È così che argomentano. Ma come possono essere certi che sarebbe successo? O anche solo che sarebbe potuto succedere? In otto anni nessuno ha visto i bombardamenti e i morti nel Donbass. Chi c’è andato, a verificare nel Donbass?
KG: Noi li abbiamo visti.
DM: Sì, ma l’OCSE li ha visti? No. L’OCSE ha mandato una missione, ha fatto qualche indagine. L’Occidente ha ignorato tutto, si è disinteressato. Alcuni battaglioni di volontari hanno fatto attività di sabotaggio. E allora? Cosa vi aspettavate? La domanda vera che faccio io è: “Chi è entrato per primo nel Donbass?”. Era una regione fiorente. Pensa agli Europei di calcio del 2012! Ecco, se confrontiamo il Donbass di qualche anno fa con quello di oggi, con l’idea del “mondo russo”, come l’hanno concepita Jur’ev e molti altri, tra i quali Konstantin Malofeev [Konstantin Malofeev è noto anche in Italia per i legami con Savoini/Salvini; dal 2017 l’Ucraina ha spiccato per lui un mandato di cattura internazionale accusandolo di creare gruppi paramilitari illegali, NdT] e tutti i cosiddetti politologi di corte, era una regione molto fiorente con un magnifico stadio, bellissimi centri commerciali, parchi. Guardalo ora. Qual è il risultato? Cosa hanno fatto lì? Ok, Malofeev si è indebitato con la banca VTB per decine di milioni di dollari. Voleva costruire delle centrali del latte e gli sono morte tutte le vacche. Allora ha mandato Strelkov, il capo della sua sicurezza, a Slavjansk, nella regione di Doneck: è da quel giorno che si parla di un bambino crocifisso che non è mai esistito. MAI. Un nostro fotoreporter, Evgenij Fel’dman, era lì, a Slavjansk, il giorno della notizia, proprio sulla piazza dove lo avrebbero crocifisso. Quando Feld’man riferisce la notizia alle persone in piazza, si stupiscono tutti. Non avevano guardato la tv: erano lì fra i piccioni, le vecchiette leggevano un libro… Chi è entrato per primo nel Donbass, eh? Noi o qualcun altro? Cosa ci facciamo lì? È questa la domanda. Se siamo entrati in quel territorio (che poi è il motivo della guerra di oggi) è perché combattiamo in Ucraina per contrastare l’America e un fantomatico Occidente, cioè il male che identifichiamo con l’area Schengen. Lo facciamo perché l’Occidente non ha riconosciuto l’annessione della Crimea. Tanto la Crimea ha votato, no? Voi non riconoscete la volontà delle persone? Bene, allora noi mandiamo laggiù Strelkov e la nostra tv crocifiggerà il bambino di Slavjansk. E così, passo dopo passo, secondo dopo secondo, ci avviciniamo al momento in cui – l’ho scritto da qualche parte – il Presidente della Federazione russa vorrà giocare con il pulsante nucleare. Proprio come il proprietario di una macchina costosa giocherella con il portachiavi per far vedere che è la sua. L’hai mai visto fare?
KG: Solo negli anni Novanta.
DM: E cosa credi che intendessi? Come negli anni Novanta. Tornando a essere seri, non sono sicuro al cento per cento che a un certo punto, quando le sanzioni inizieranno a demolire l’economia in modo irreversibile… Ed è quello che sta già succedendo ora… Putin lo ha già detto? “A chi serve un mondo senza la Russia?”. Tra l’altro, non è nemmeno un pulsante: si deve proprio girare una chiave.

KG: Finora abbiamo parlato del potere politico. Ma esistono anche uomini d’affari importanti che, col passare delle ore, stanno perdendo quasi tutto ciò che hanno ottenuto in questi anni. Perché non parlano?
DM: Non tutti restano in silenzio. Quando Abramovič ha capito che gli avrebbero tolto tutto, ha venduto il Chelsea e ha dichiarato che avrebbe devoluto il ricavato agli aiuti umanitari per l’Ucraina.
KG: A mio parere è un grande passo.
DM: Sì. E dico sul serio.
KG: È una dichiarazione molto importante, che dovrebbe incoraggiare gli altri a cambiare atteggiamento. Un segnale.
DM: No no. Te lo ripeto. Non è così, Katja. Ricordi, hanno la museruola e i pannoloni… Alcuni di loro…
KG: Quindi solo Abramovič può permettersi di…
DM: No. Alcune persone molto intelligenti, che hanno creato enormi industrie senza i prestiti per azioni, ora non parleranno, perché capiscono perfettamente che lo Stato potrebbe nazionalizzare le imprese che non sono in perdita. E vogliono proteggere il lavoro di una vita. In realtà qualcuno si è espresso, e penso a Fridman, che è già stato colpito dalle sanzioni. Ma è un caso particolare: i suoi genitori vivono a Leopoli. Non solo, lui ci organizza importanti festival jazz ed è anche tra i finanziatori del monumento alle vittime dell’Olocausto ideato dal genio di Il’ja Chržanovskij [regista cinematografico, NdT]. Perciò si sente ferito e offeso per essere stato colpito dalle sanzioni: lui rispetta il suo paese, il paese dei suoi genitori, dov’è nato. Tra gli uomini d’affari si levano soltanto singole voci di protesta, a differenza degli sceneggiatori, di attori e scrittori, di medici e insegnanti e, ovviamente, dei nostri colleghi.
KG: E degli scienziati.
DM: Gli scienziati, certo!
KG: È molto importante che lo facciano!
DM: Sorry! Scienziati e medici, hai assolutamente ragione. Il mondo degli affari si difende con il silenzio e non con le proteste. Non dobbiamo aspettarci altro, perché non succederà.

KG: Crede che quanto è accaduto sia una sorta di fallimento anche della sua strategia? Voglio dire: in un momento molto difficile lei ha negoziato tra le parti. È riuscito a dialogare con le autorità e con i manifestanti; è intervenuto per liberarli dopo i fermi, ne ha aiutati altri… Non le sembra che proprio i compromessi abbiano portato a questa rovina totale?
DM: Te lo spiego così, Katja. Certo, le ho sentite, queste cose… Ma non avendo tempo da dedicare ai social sono riuscito a evitare molta merda. Mi è solo passata vicino. Qualcuno ha detto qualcosa, io replicavo…
KG: Ma era già tardi.
DM: E io evitavo di rivangare la questione. Qualcosa ho sentito, però mai nulla contro il giornale; accusavano me. Il contrario sarebbe stato molto peggio. Dialogare, ascoltare… È l’essenza del mio lavoro. Avrai notato quanto sia sensibile alle parole : parlo-ascolto, parlo-ascolto. Bisogna ascoltare le ragioni e intervenire, e bisogna farlo sempre, quando c’è la possibilità. Perciò, se mi chiamano dal commissariato, in panico, e chi lo fa è gente onesta, brave persone che non reggerebbero a una notte di fermo per problemi di salute, io vado… Capisci? Che colpa hanno? Hanno twittato, fotografato, caricato vario materiale, oppure hanno protestato su Instagram… Insomma, serve qualcuno che vada a negoziare perché li rilascino. Ora, però, non credo di avere più questa possibilità.
KG: Il tempo del dialogo, dei compromessi… Il tempo…
DM: Ora siamo in guerra. In redazione abbiamo deciso di accettarli, i compromessi, di non ostinarci per principio, e di farlo per noi stessi e per i nostri lettori. Per loro è importante che si conducano inchieste, che gli inviati lavorino e siano bravi a farlo. Si può chiudere un occhio per aprirne un altro, come dicono nel film “Il giorno delle elezioni” [commedia del 2007 diretta da Oleg Fomin, NdT]. Negli ultimi due anni, sulla base di certe mie valutazioni ho rifiutato due articoli in tutto, tra le migliaia che mi hanno sottoposto.
KG: Su cos’erano?
DM: Il primo pezzo era semplicemente brutto, bruttissimo. Il secondo era molto personale, troppo. Ho invitato l’autore in redazione, gli ho dato ragione, poi ho esposto il mio punto di vista: quando un ragionamento, una polemica politica, diventa una resa dei conti, la vendetta arriva anche dall’altra parte. E ci siamo trovati d’accordo. È successo circa tre anni fa. Per cui, lo ripeto: finché non si lamentano del giornale, di me mi importa poco. Mentalmente sono molto solido: non m’importa nulla di cosa dicono gli altri di me.

KG: Io mi riferivo a uno stato interiore, dato che personalmente…
DM: Giusto, non ho risposto alla domanda fino in fondo. In redazione ci eravamo già detti da un po’ (sarà stato un mese e mezzo fa, o forse due) che nel momento stesso in cui, dio non volesse, la guerra fosse scoppiata… E del resto qualche presentimento – diciamo – informato ce l’avevamo anche… Da quel momento preciso non avremmo potuto fingere né parlare per eufemismi, e avremmo dovuto dichiarare apertamente la nostra posizione. Non è una radicalizzazione, la mia, no… È che la gente odia la guerra. Anzi no, peggio. Odiare non è la parola giusta. La disprezza, piuttosto. E questo disprezzo per la guerra quale strumento di resa dei conti, quale ultima… Ricordi cosa diceva Tolstoj? [in realtà è Samuel Johnson, NdT]: “Il patriottismo è l’ultimo rifugio del mascalzone”. Ecco. Ora l’ultimo rifugio del mascalzone è la geopolitica. Insomma, quel giorno eravamo tutti d’accordo che non saremmo stati al gioco. Che non avremmo tollerato “sì, ma…”. “Sì, ma…” cosa? Se ricominciano a morire soldati delle due parti, russi e ucraini, se muoiono i civili e vengono distrutte città pacifiche…

(Discorso di Dmitrij Muratov alla sottocommissione del Parlamento Europeo per i diritti umani)
DM: Questo numero ha due prime pagine. Questa è la seconda. [Si legge: “Per fortuna c’è anche una buona notizia: la parola “pace” non è ancora vietata”. Per la prima, con le “tigri”, si veda più avanti]
Cosa possiamo fare? È la domanda più importante, questa, e conto molto su di voi. Serve un armistizio. Un armistizio immediato. E un cessate il fuoco. I punti dei colloqui devono essere questi: cessare il fuoco, evitare una catastrofe umanitaria, salvare la popolazione civile, aprire corridoi umanitari, mettere in salvo i feriti, scambiare i prigionieri, e permettere che i caduti vengano sepolti. Queste sono le cose più importanti che possiamo fare insieme. Grazie per l’attenzione.

…

DM: Ieri abbiamo fatto questo titolo: “Le tigri marciano su Kiev”. Per far capire il livello di pazzia. “Tigri” è come chiamano i blindati russi, se non lo sai.
KG: Lo so.
DM: Capito che bel nome si sono inventati…
KG: È curioso, mi colpisce molto, questo tipo di rimando… Dico bene? Le “tigri” erano i Panzer VI nazisti, lo sappiamo. E sappiamo anche che l’attacco è stato alle quattro del mattino [come quello dei nazisti contro la Russia nel 1941, NdT]. Perché non la sente nessuno, la somiglianza con il 1941?… Perché, davvero… È una cosa mostruosa…
DM: Non c’è risposta a questa domanda, ma…
KG: È tremendo!
DM: Si coglie una sorta di ironia, di sarcasmo… Non credo, non voglio credere che sia stata un’imitazione consapevole degli stilemi del Reich…
KG: Anche perché…
DM: Noi abbiamo la Skabeeva [Ol’ga Skabeeva è una conduttrice televisiva e commentatrice politica russa, soprannominata “la bambola di ferro di TV-Putin” per il suo sostegno incondizionato e militante alle politiche del Presidente, NdT], mica la Riefenstahl…

KG: Diciamolo pure! [pausa] Secondo i sondaggi ufficiali la maggioranza dei russi appoggia l’operazione militare…
DM: Ferma. Aspetta. Che sondaggi?
KG: Quelli ufficiali.
DM: Come come?
KG: Quelli ufficiali.
DM: E chi li fa?
KG: Il VCIOM [Centro nazionale di studi dell’opinione pubblica, NdT].
DM: E il VCIOM è statale, no?
KG: Sì.
DM: Quindi lo Stato fa sondaggi con una sua società di sondaggi per consolidare il proprio potere. Ma che diavolo…
KG: Se anche le percentuali reali fossero la metà, sarebbero comunque troppo alte.
DM: Giusto. Sono d’accordo. Sì. Solo che persino per le loro stime un terzo degli intervistati è contro la guerra. Lo dicono i sondaggi ufficiali: un terzo. Abbi pazienza, lo sai quant’è, sul totale della popolazione? Sono cinquanta milioni di persone. È un numero enorme.
KG: E immaginando che la gente menta, possiamo anche ammettere che menta sia una parte di chi è pro sia una parte di chi è contro… In proporzione diversa, certo, ma alla fine si equivalgono comunque. Di solito questo fa sì che dalle liti da divano si passi a quelle fisiche. Come valuta questa eventualità?
DM: Ti rispondo indirettamente. Proseguo il tuo ragionamento di prima. Prendiamo il sondaggio di gennaio del centro Levada: sono domande dirette, sondaggi telefonici. La gente ha paura, lo capisci… È chiaro che se ti chiedono: “Lei è d’accordo che il presidente riporti l’ordine con le sue – come si chiamano – operazioni militari speciali?”. Conoscono il tuo numero di telefono, sanno dove abiti… Cosa vuoi rispondere? “Certo che sono d’accordo!”. Hanno paura, cavoli, Katja! Si parla solo a quattr’occhi, senza fare nomi, nemmeno al telefono. Fra poco anche noi proporremo un sondaggio diverso. Ora non è il caso di parlarne nel dettaglio… Cosa ha fatto il Levada? Ci ha dato due numeri. Adesso te la faccio io, una domanda. Spiegami una cosa, Katja… Ci stai?
KG: Sì.
DM: Dunque. Più o meno il 70% è contro la guerra, tanto più se contro l’Ucraina. Il 70%. Dunque l’inverso rispetto al sondaggio di Stato. Però, Katja, lo stesso 70%, più o meno, appoggia l’operato di Putin in quanto Presidente della Federazione Russa. Come può essere? Dimmelo tu.
KG: È durissima. Cioè, secondo me è davvero durissimo fare una diagnosi.
DM: Esatto. Questo, più o meno, è il nostro mondo complicato.

KG: Non saremo alle soglie di una qualche importante opposizione civile interna, col rischio che le conseguenze siano terribili?
DM: Una “operazione militare speciale” civile?
KG: L’ha detto lei…
DM: Non pensavo a una guerra civile in Russia. Pensavo, e molto seriamente, a come tenere insieme queste due percentuali, quelle del VCIOM e del Levada.
KG: Già, come si fa?
DM: Di una cosa sono convintissimo. E cioè: serve un armistizio.
KG: E lei ci crede?
DM: Aspetta: armistizio, colloqui, corridoi umanitari, aiuti umanitari, scambio di prigionieri, recupero dei corpi, dei cadaveri, e scambio dei caduti. Questo serve. Non c’è altro di cui discutere. Che altro c’è da dire? Niente. Non ci sono altri accordi da fare.
KG: Ripeto io: armistizio, scambio di prigionieri, recupero dei caduti e corridoi umanitari.
DM: Scambio di prigionieri e corridoi umanitari, e gli aiuti umanitari. Ah, e ancora, certo, lo scambio dei caduti, per poterli seppellire degnamente. A Saratov c’è ora Nadja Andreeva, una nostra inviata. Senti che storia assurda. Non farò il nome del ragazzo… Lo ammazzano il 24 febbraio. L’avviso, la notifica, arriva il giorno del suo compleanno, che se ricordo bene è il 25. Ordinano la bara, scavano la fossa, la coprono con la plastica e cominciano a chiedere: quando ci danno il corpo? L’hanno perso, il corpo. E a tutt’oggi a Saratov c’è una tomba vuota con sopra un telo di plastica. Per questo dico che bisogna scambiare i corpi dei caduti, creare un corridoio umanitario e dichiarare un armistizio, e scusa se insisto tanto. Cos’è un armistizio? È il cessate il fuoco. Perché, perdonami, che razza di trattative sono quelle di Gomel’, là, al confine… se intanto a Char’kov si spara a più non posso? Se si spara mentre si tratta?…
KG: Perché proprio a Char’kov?
DM: Eh, Char’kov… Le fabbriche militari, gli impianti… Da quel che ho capito, per chi ha preparato il fantasmagorico piano di spartizione dell’Ucraina, Char’kov è una città che deve passare sotto l’influenza russa. Sai cosa dicevano oggi tutti contenti alla tv? “Cherson è caduta!”. E siete contenti?! A questo serve l’armistizio: vuol dire basta sparare.

KG: Va bene. Ma lei crede che sia fattibile?
DM: Io credo che siccome non c’è altro modo, dato che nessuno tornerà indietro sull’annessione delle repubbliche del Donbass e di Lugansk, che nessuno di quelli ora al potere restituirà la Crimea… La questione è chiusa, come già hanno ripetuto più volte. Resta solo la possibilità che non sterminino la popolazione… Tanto prima o poi la guerra dovrà finire. Il punto è: con quanti morti.
KG: E quanto tempo ci vorrà.
DM: Evidentemente al grande capo avevano sicuramente promesso che sarebbe stata questione di un attimo. E invece qua si continuano a contare i giorni. È passata una settimana, e per quanto ne so io, ne hanno chiesta un’altra. O forse ne avevano previste due da subito. Sia come sia, la fine è ancora lontana. Infatti, se la Russia ha accettato di trattare… Perché nel frattempo non si pensa a un armistizio?

KG: Quanti giornalisti avete ora in Ucraina?
DM: Non te lo dico. C’è la tua amica…
KG: Kostjučenko?
DM: No, non dirò altro. Perché hanno già cominciato a controllare i documenti… Ne ho qualcuno nei territori non occupati e altri, invece, in quelli già occupati. Ma non voglio fare i nomi di nessuno.
KG: Ha paura per loro, capisco. E per sé stesso ha paura?
DM: Mai. Insisti, ma lo sai benissimo: a domande sulla incolumità dei miei collaboratori…
KG: No, un momento…
DM: Sulla paura abbiamo scelto di non rispondere. Solo gli scemi non hanno paura. Dire che ce l’abbiamo però, sarebbe molto strano.
KG: Tutti emigrano, però, lo vede.
DM: E allora?
KG: Rimarrete lei e Venediktov?
DM: Che c’è di male… E poi lui ha un sacco di roba buona nell’armadietto. Lo conosco bene, quell’armadietto. E so anche chi ha la chiave, di quell’armadio pieno di liquori meravigliosi. Resteremo io e lui, certo.

(Riunione di redazione della Novaja Gazeta)
DM: Dobbiamo preparare i format per le dirette su YouTube, dovremo spostare tutto lì. Di fatto, quando anche a noi succederà quello che è successo ai colleghi, anche noi dovremo passare su YouTube.
– Allora pensiamo anche a un canale Telegram, perché se ci bloccano, bloccano tutti i canali con un legame ufficiale con noi. Mentre se facciamo un canale dove postare informazioni slegate dal giornale… Per un po’ potremo resistere al blocco.

…

KG: Una domanda importante: crede che i nostri figli, almeno, o al peggio i nostri nipoti, potranno parlare senza odio né sensi di colpa con i loro coetanei ucraini? Da quello che vedo, ai nostri coetanei non succederà.
DM: Per la nostra generazione sarà impossibile. Potranno farlo quelli che adesso hanno 20, 21, 22 anni… Loro hanno un’empatia diversa. La stragrande maggioranza di loro è contrarissima alla guerra, e la maggioranza ha capito subito, nel giro di un paio di giorni, che quello che avevano sarebbe stato il loro ultimo iPhone (e l’iPhone è importante, per loro), o che quello che era decollato era l’ultimo aereo… E che i paesi che sognavano di vedere li avrebbero visti solo sulle pagine delle riviste.
KG: Certo, sono stronzate rispetto a tutta la gente ammazzata, ai morti…
DM: Non sono stronzate, no, perché loro sognavano di avere un futuro, un futuro in cui tutti amavano la Russia, in cui il mondo apriva le porte alla Russia e la Russia le apriva al mondo, dove i confini erano una convenzione, buoni per la dogana e un minimo d’ordine. Sognavano davvero che li avrebbero trattati da pari a pari, che sarebbero arrivati un sacco di turisti, e che tra la Russia e il mondo si sarebbe ricreata l’atmosfera dei Mondiali di calcio. Ecco, più o meno questo. O guarda, ancora meglio: l’atmosfera del 2014 a Soči, prima dell’annessione della Crimea. Questo è il mondo che sognano i giovani. Volevano un mondo felice, e non un mondo in cui bisogna far scorte di medicine per la nonna, perché fra poco si troveranno solo i generici.

KG: Prova vergogna per non essere riuscito a cambiare le cose?
DM: No. Sono amareggiato, sono amareggiato da morire; ma non provo vergogna, no. Guardo quella parete, quella con i giornali, e non provo nessuna vergogna per questa cosa che faccio da trent’anni. Provo dolore perché Anna, Jurij e Igor’ non ci sono più. Perché non ci sono più Stas, Nastja e Nataša [giornalisti e collaboratori di Novaja Gazeta, e attivisti. Rispettivamente, con l’anno in cui sono stati uccisi: Anna Politkovskaja (2006), Jurij Ščekočihin (2003), Igor’ Domnikov (2000), Stanislav Markelov (2009), Anastasija Baburova (2009) e Natal’ja Estemirova (2009), NdT]. Perché proprio questa guerra ci ha portato via, ci ha ammazzato, Nugzar Mikeladze [uno dei fondatori della Novaja Gazeta, morto nel 2015 di cancro; Muratov sottintende che abbia contribuito l’amarezza per l’invasione del Donbass, NdT]; di questo sento la responsabilità e la colpa. Ma vergogna per quello che facciamo proprio no, neanche un po’.
KG: Però non è andata bene…
DM: Ascolta, qualcosa l’abbiamo fatto. Qualche gol l’abbiamo segnato. Come andrà a finire, però… In questa vita, andrà come ha detto il mio amato Evgenij L’vovič Švarc [scrittore e sceneggiatore russo (1896-1958), NdT]: “Andava tutto così bene. Finirà malissimo”. Mi dispiace, ma finché si combatte non ho niente da dire per tirarti su il morale. Però, per qualche motivo, ora come ora credo che sia chiarissimo da che parte stanno il bene e il male. Basta vedere chi appoggia la Russia e chi no, e intendo all’ONU. Da una parte abbiamo un paio di dittatori, dall’altra parte il mondo in cui, tendenzialmente, si vive meglio che in Corea del Nord. E anche questo significa molto. Comunque, io confido, voglio confidare che arriveremo a un armistizio. Tutto qui. È un desiderio piccolo, ma difficile da esaudire.


Casa, dolce casa

Gli orrori scoperti a Bucha aumentano la condanna e la pressione internazionale su Putin, ma con il rischio di un prolungamento e di un ampliamento del conflitto. Intervista a Massimo Nava, corrispondente del Corriere della Sera