Mikhail Gorbaciov, il comunista eroe a Ovest traditore in Russia

Avrebbe voluto fermare Putin, ma se ne è andato mentre il suo successore tenta di cancellare ogni suo lascito 

In tarda età affermò che, dopo essere stato immerso nell’opprimente atmosfera degli ultimi anni staliniani, “proprio la lettura di Marx e Lenin aveva rappresentato un’esperienza liberatoria e una lezione di analisi storica”.

In effetti, Mikhail Sergheevic Gorbaciov non rinnegò mai il comunismo sovietico, che comunque ne aveva garantito l’istruzione fino agli studi universitari, e di cui prese la guida nella primavera nel marzo 1985. Del resto non sarebbe mai arrivato sotto la torre Spasskaia del Cremlino se a sceglierlo non fosse stata la mummificata gerontocrazia (gli Andropov, i Cernenko, i Suslov, i Gromyko) che, tra un funerale e l’altro, lo aiutarono nella scalata al potere supremo, convinti che quel ‘giovane dai denti d’acciaio’, come disse uno di loro, avrebbe potuto rimediare all’inarrestabile declino economico e sociale della superpotenza bolscevica, la massima potenza nucleare dell’epoca, impantanata nell’invincibile guerra d’Afghanistan, ultima anticamera prima del definitivo collasso dell’Urss. Di cui ‘Gorby’ fu al tempo stesso l’ingenuo riformatore ma anche l’involontario rottamatore.

Non è vero che glasnost e perestrojka, trasparenza e ristrutturazione, fossero solo slogan rimasti nel cassetto delle illusioni e dell’ingenuità del loro ideatore. Realizzò la prima, la trasparenza, e fu uno tsunami, un’onda d’urto alta, violenta, devastante anche per la corazza apparentemente impenetrabile e inviolabile dello Stato, del partito unico, della dittatura ormai da molto tempo non più ‘dei lavoratori’: la stampa di regime fu spinta a occuparsi di temi fino ad allora tabù (contemporanei o di natura storica che fossero); gli intellettuali vennero incoraggiati a esprimersi liberamente dopo decenni di pesante censura; arrivarono nelle sale – affollatissime – film di denuncia tenuti nascosti al pubblico; nelle librerie approdò finalmente anche ‘Arcipelago Gulag’ di Solzenicyn, il grande atto d’accusa del sistema sovietico, contro lo stalinismo ma anche contro Lenin; il settimanale “Argomenti e Fatti”, nato alla fine degli Anni Settanta, trattò argomenti mai affrontati dalla stampa di regime, e raggiunse una tiratura di 30 milioni di copie. Arrivò la catastrofe nucleare di Cernobyl, che fra l’altro evidenziò quanto la politica della segretezza fosse pericolosa e insostenibile, e dopo le ridicole smentite iniziali dei funzionari sovietici, fu in sostanza la ‘glasnost’ a imporre un cambiamento di rotta.

“Di quest’uomo di ci può fidare”, fu il giudizio della Thatcher dopo il primo incontro a Londra con Mikhail Sergheevic. E furono le parole che sdoganarono in tutto l’Occidente il rinnovatore che al di qua della cortina di ferro diventò popolarissimo, che aprì ad Europa e America come nessun altro dirigente sovietico prima di lui, che capì l’insensatezza e l’impossibilità di inseguire gli Stati Uniti nel programma di riarmo anche stellare, che ordinò il ritiro da Kabul, che con Reagan (il quale per primo aveva definito l’Urss ‘impero del male’) trovò l’intesa per l’accordo sugli euromissili, che poi auspicò persino un processo di denuclearizzazione del mondo intero da realizzarsi in un paio di decenni; che andò a Berlino Est per dirgli ‘senza riforme sarai punito dalla Storia’ (premessa al crollo del Muro); e che al suo paese annunciava la possibilità di confronti elettorali in cui coinvolgere forze della società non allineate, che parlava di ‘casa comune europea’.

Cosa allora non funzionò? Su quale binario e su quale ostacolo andò a sbattere e si frantumò la locomotiva del cambiamento? Fu su quello della perestrojka, della ‘ristrutturazione’ soprattutto economica. Dove fra l’altro non mancarono certo novità anche di portata storica, come la concessione e il varo delle prime forme di piccola proprietà privata. Ma dove, in un perenne gioco di equilibrismo, tutto rimase a metà strada: in una via di mezzo fra capitalismo e comunismo sovietico che si trasformò in accidentato sentiero, senza sbocchi. E che oltretutto cadde in una fase di transizione resa ancor più difficile per le casse pubbliche dalla forte caduta del prezzo del petrolio. Lo storico di origine russa Stephen Kotkin riassume il dramma gorbacioviano sottolineando le “ripetute contraddizioni che accompagnarono il tentativo di alimentare l’auto-riforma dell’economia pianificata, sforzo degno di Sisifo, senza rinunciare né alla pianificazione né al socialismo”. Uno ‘stop and go’ con cui il segretario generale tentava di tenere a bada e addomesticare i centri operativi ultra-conservatori, che vedevano sempre più minacciata la loro posizione di potere e non tanto la loro ideologia: nel partito, nell’alta e piccola burocrazia, nel corpaccione dei servizi segreti, nell’esercito. Quasi a confermare che si tratta di un sistema non riformabile; che è solo ingenuità il sogno di un ‘socialismo dal volto (più) umano’; e anche che, per una miriade di ragioni, l’Urss di ieri e la Russia putiniana di oggi non possono essere la Cina, nel suo mix di pugno di ferro politico e progresso economico.

Abituati al poco (o pochissimo), ma a un poco garantito (lavoro e casa), i russi entrarono nella grande disillusione, la produzione crollava, la crisi economica mordeva, i negozi riproponevano le scene di lunghe file e mancanza di prodotti sugli scaffali come ai tempi peggiori. Tutto il resto seguì precipitosamente. Fino al duello finale con Eltsin, che, nel nome della democrazia e contro il tentato golpe tardo-comunista, di fronte al parlamento preso a cannonate arringava la folla salendo su un carrarmato; e che davanti alle telecamere, col dito minaccioso puntato verso il petto del rivale, gli ordinava di firmare il decreto che doveva mettere fine all’Unione Sovietica, senza idee chiare sulla futura traiettoria da seguire. Fu Eltsin, non Gorbaciov, a piantare l’ultimo chiodo sulla bara dell’Urss; ma fu l’uomo della ‘perestrojka’ a fornirgli il martello. E del resto, nell’ultimo suo discorso alla nazione, Gorbaciov ammise: “Ci abbiamo provato, non ci siamo riusciti”. Per poi aggiungere in anni recenti: “Il paese, la sua popolazione, la sua cultura, la sua storia non erano pronte al rinnovamento”.

Non sorprende dunque che agli occhi del suo popolo Gorbaciov non sia affatto un eroe, ma piuttosto il traditore, il detestato colpevole della fine dell’impero. Sentimento ampiamente condiviso da Vladimir Putin: che ha definito la fine dell’Urss ‘la più grande tragedia del ventunesimo secolo”, e che con la forza vuole recuperare parti dell’impero. Putin che ha riabilitato per molti aspetti Stalin (per non aver ceduto l’impero nemmeno sotto il terribile urto nazista, come se però non ci fossero anche gli orrori dello stalinismo) ma che sicuramente non riabiliterà Gorbaciov, per il quale ha speso soltanto un telegramma di condoglianze di quattro righe. Indiscutibile protagonista della Storia, amato soprattutto nelle nazioni dell’Europa orientale, a cui la sua politica ha comunque sciolto le catene della sudditanza a Mosca, Gorbaciov un merito indiscutibile lo lascia: ha evitato di usare la forza quando avrebbe potuto farlo per imporsi, evitando il vecchio automatismo, il riflesso bolscevico di chi invece inviava (e ancora invia) i carri armati per rottamare al più presto chi voleva (e ancora vuole) liberamente scegliere. Aveva chiesto ai pochi rimastigli fedeli di ‘fermare Putin’. Se ne è andato ultra-novantenne proprio mentre il suo paese, la Russia del neo-zar, spera e programma il ritorno al passato imperial-conservatore, cancellando le residue tracce dell’epoca e del lascito gorbacioviani.


Minestrone Woke, il torto di chi ha ragione (e viceversa)

Avrebbe voluto fermare Putin, ma se ne è andato mentre il suo successore tenta di cancellare ogni suo lascito 

In una delle operette tra le più ispirate di Giacomo Leopardi ci troviamo di fronte alla Moda che dialoga con la Morte. La Moda insiste, argomenta, ironizza con crescente resa e vigore, perché tre sono le cose che madama la Morte è bene che digerisca: entrambe sono immortali, vengono dalla stessa madre e dunque sono sorelle, molte sono le sue opere che hanno favorito sorella Morte.

Il Woke, parafrasando Leopardi, mi sembra, almeno nella sua veste estivo-elvetica, una di queste opere. Stare svegli, prendere coscienza, difendere i valori e i diritti delle minoranze, sia chiaro, sono tutte espressione di immediata felicità. Chi non vorrebbe appartenere alla categoria di quelli che s’indignano, riflettono, traducono la consapevolezza in azione dunque cambiamento dei costumi sociali? Negli Stati Uniti il dibattito è acceso e carico di complessità. Si parla di attenzione alle minoranze, ma anche di ridefinizione dei valori del Paese a partire dalle nuove consapevolezze, che non possono ignorare le sanguinose contraddizioni che lo contraddistinguono. Infatti non nego lo stupore di fronte a una nazione che, negli ultimi anni, condanna il poliziotto che ha causato la morte di George Floyd, avvia un movimento che si chiama cancel culture, rende illegale l’aborto, invade il Campidoglio, usa il cavallo Weinstein per ripulire la società dai predatori sessuali, elegge un presidente di colore e subito dopo Donald Trump.

Insomma, mi è davvero difficile scovare il disegno che si cela dietro questa parziale ricostruzione degli ultimi accadimenti. Ma nello stesso tempo mi rendo conto che la distanza culturale tra chi ha indossato l’elmo del vichingo per sognare un colpo di Stato e chi vede nella statua di Cristoforo Colombo l’emblema di un sopruso che va sanato è due volte quella che separa la Terra dalla Luna.

Sono molti gli esempi e forse le derive che si susseguono negli ultimi tempi, perché se un traduttore bianco non può lavorare sul testo di una poetessa di colore, allora uno storico di Milano non può parlare di Africa, anche se il suo intento fosse quello di studiare i processi di dominio che hanno formato l’attuale cultura occidentale. Il rischio di mescolare tutto è alto, per cui sarà difficile parlare di educazione se non hai figli, di politica se non sei in parlamento, ma persino giudicare un piatto di spaghetti alle vongole se non sei un cuoco o almeno un operatore marino.

Fa dunque un po’ effetto osservare come l’estate svizzera abbia reso politica quella che a me è parsa più una scaramuccia tra estremismi con birra ghiacciata. Perché se è facile immaginare che un gruppo di bianchi epigoni di Bob Marley possa intrecciarsi le zazzere per sentirsi parte di una storia musicale che ha un suo posto d’onore nel nostro immaginario, è altrettanto semplice comprendere le ragioni di chi, applicando come termine di giudizio la filologia e non la simpatia, possa vedere in quella band il simbolo del capitalismo post-coloniale, che si appropria di tutto ciò che fa consumo, sballo, omologazione.

La cosa poteva forse finire lì, concerto bloccato, rabbie che si incontrano, indignazioni incrociate.

Hanno invece pensato bene di rimixare, ergendosi a paladini del liberalismo, i giovani Udc, notoriamente invidiosi dei centri sociali, perché saranno anche brozzi e immorali, però possono uscire la sera con la certezza che qualcuno con cui parlare lo si trova sempre. Al contrario tutte le sfumature del borghese implicano qualche ora di whatsapp per mettere in piedi uno straccio di serata in un locale pubblico. Sono più eleganti, ma si divertono meno, questo è certo.

Ed ecco, mi viene da pensare, perché hanno approfittato della ghiotta occasione per rilasciare comunicati e difendere la svizzerità rasta intrufolata tra mura anarchiche.

La Moda, nel dialogo di Leopardi, spiega a sua sorella Morte che entrambe sono figlie della Caducità. La fugacità distoglie da tutto ciò che potrebbe avere un senso, e rendere in qualche modo immortale la nostra esistenza. Treccine sì treccine no è forse una banalizzazione di quel che potenzialmente potrebbe essere letto in questo saliscendi Woke tra anticapitalisti e giovani destroidi. Però mi resta il sospetto che tutto nasca dalla voglia di esserci più che dal desiderio di difendere dei valori. L’episodio è diventato notizia, dunque ci sentiamo tutti invitati a cavarne qualcosa, almeno un’opinione. Leopardi avrebbe reciso la questione in modo netto, perché secondo lui i giornali stessi sono un ostacolo al sapere, costretti come sono a svilire la serietà per risultare appetibili, divulgativi e cool. Io cerco di essere un po’ più cauto, perché il giornalismo non sta tanto bene, e non certo per le ragioni del poeta infinito. Però continuo a vedere la distanza tra la Terra e la Luna, tra i movimenti di protesta dopo l’assassinio di George Floyd o di Carlo Giuliani e quattro ragazzi di Melide che si tatuano il volto di Nelson Mandela sotto l’ascella. Non è la stessa cosa.

Da questa disputa estiva, insomma, mi resta addosso la malinconica consapevolezza che il cortocircuito destrasinistra si è fatto fluido, cosa che non aiuta chi avrebbe voglia di assistere a un teatro politico che sa distinguere tra ciò che ha valenza epocale e ciò che è solido come un Rakete [ghiacciolo, ndr] al sole.


Le gabbie di Mariupol e il processo di Norimberga

Avrebbe voluto fermare Putin, ma se ne è andato mentre il suo successore tenta di cancellare ogni suo lascito 

Di Maurizio Delli Santi, MicroMega

Nei territori ucraini occupati dalla Russia si continua a violare il diritto internazionale, ora anche con l’avvio a Mariupol del processo di appello a 23 combattenti del Battaglione Azov già condannati a morte in primo grado. Sul punto è opportuna una “nota a margine”, spiacevole, ma così è. Nonostante la notizia del processo sia stata diffusamente rimbalzata dalle agenzie, mentre scriviamo le pagine web del sito istituzionale della Corte penale internazionale sono ferme al 28 luglio: non recano nemmeno un cenno di un qualsiasi avvertimento o esortazione che sarebbe giusto aspettarsi dall’Ufficio del Prosecutor. Avrebbe fatto bene a ricordare ai giudici del Donbass i princìpi di diritto che nel processo vanno tassativamente osservati, a meno di non incorrere loro stessi in “crimini di guerra”. Sarà che alle ferie agostane hanno diritto tutti, ma probabilmente a un organismo con tali responsabilità si può anche chiedere un onere diverso, almeno di fronte a questi scenari. L’auspicio è che al più presto l’International Criminal Court possa porvi rimedio.

Almeno le Nazioni Unite sono scese in campo con una netta presa di posizione: anche per i militari dell’Azov vanno assicurate le condizioni di un processo equo e la protezione prevista in ogni caso dalle Convenzioni di Ginevra, assicurando in primo luogo un pieno ed effettivo diritto di difesa. La portavoce dell’ufficio diritti umani dell’Onu, Ravina Shamdasani, ha definito «inaccettabile e umiliante» la spettacolarizzazione con cui le autorità del Donetsk stanno presentando il processo. La propaganda parla di un nuovo “processo di Norimberga”, con una campagna mediatica incentrata ancora sul presunto “nazismo” del regime ucraino e delle sue componenti militari come il Battaglione Azov, e sono state divulgate notizie e immagini su poco credibili confessioni che proverebbero il coinvolgimento degli imputati in “atti di terrorismo”. Non basta: l’enfasi che si è voluta dare al processo vede ora l’allestimento dell’aula nel distrutto Teatro Filodrammatico di Mariupol.

Qui giornalisti e fotografi hanno potuto riprendere l’installazione delle gabbie dove saranno reclusi gli imputati, e sono state date indicazioni sulla simbolica circostanza che le gabbie sono state costruite con tondini forgiati dai validi operai russi con il ferro proveniente dall’acciaieria Azovstal, strenuamente difesa per 86 giorni dai combattenti dell’Azov. Per ultimo, la dezinformatsiya degli apparati di sicurezza russi ha provato a far passare per appartenente al Battaglione Azov anche Natalia Vovk, la donna ucraina indicata come autrice o comunque coinvolta nell’attentato che ha ucciso la figlia dell’ideologo Dugin. A prescindere dai dubbi sulle effettive responsabilità dell’attentato, l’indicazione sull’appartenenza di Vovk all’unità speciale è apparsa strumentale al processo e dalle verifiche delle principali agenzie internazionali è risultata infondata.

Ma questioni giuridiche più specifiche pongono in evidenza il grave vulnus con cui ci si accinge a celebrare il processo. Il primo aspetto riguarda l’esercizio della giurisdizione in un territorio che è occupato de facto dalla Federazione Russa, ma da considerarsi sempre sotto la sovranità dell’Ucraina. Le modalità di conduzione del processo non hanno poi osservato gli “standard internazionali” previsti pure nel caso di crimini di guerra come stabilito dalle Convenzioni di Ginevra, anche qualora non fosse riconosciuto lo status di “prigionieri di guerra”. Si tratta in particolare della pubblicità delle udienze, dell’esercizio concreto del diritto alla difesa, e del divieto di interrogatori condotti con violenze e torture. Se poi fosse confermata l’accusa di mercenariato ci sono le previsioni della Convenzione del 1989 che lo escludono per le unità sottoposte comunque alle autorità militari dello Stato, e che prevedono un obbligo di informazione, preventiva e successiva, al segretario generale delle Nazioni Unite e allo Stato di origine degli imputati.

Secondo poi i princìpi generali del diritto, la condanna alla pena di morte, che non è in ogni caso esclusa dalle norme del diritto dei conflitti armati e in particolare dalle stesse Convenzioni di Ginevra, non è commisurata al grado di offensività per il solo fatto del mercenariato o anche per l’ispirarsi a ideologie come il nazismo. In astratto la pena capitale potrebbe configurarsi ove fosse effettivamente accertato il coinvolgimento in atti di terrorismo e crimini di guerra. Sul punto vale però precisare che non risultano documentati i capi d’accusa relativi ai presunti “atti di terrorismo” o altri “crimini di guerra” per i quali effettivamente sarebbe consentito un processo, secondo le richiamate garanzie, a carico dei combattenti da considerarsi altrimenti come “prigionieri di guerra”, come tali tutelati dalla Convenzione di Ginevra. Le agenzie di stampa hanno riportato indicazioni di fonti filorusse secondo cui alcuni militari dell’Azov avrebbero confessato di essere stati “addestrati a compiere atti di terrorismo”. Ma sul punto, anche se tali ammissioni fossero state fatte, va verificato in quali condizioni sono state rese, e se si tratta di testimonianze circostanziate. Soprattutto tali dichiarazioni richiedono specifici riscontri, atteso che ad esempio non possono considerarsi “atti di terrorismo” o “crimini di guerra” gli atti compiuti esclusivamente contro obiettivi di interesse militare, in quanto sarebbero da considerarsi “legittimi” atti di guerra, come lo sono gli “atti di guerriglia” o di “sabotaggio”, non diretti contro obiettivi civili e popolazione civile.

Quanto poi alla evocazione del Tribunale di Norimberga, si tratta di un’altra scandalosa mistificazione. Il processo contro i criminali nazisti del Terzo Reich, tra cui figuravano principalmente i responsabili dell’Olocausto, fu condotto con ben altre modalità e diversi presupposti giuridici. Non si è mai avuta notizia di torture praticate sugli imputati, il cui diritto alla difesa fu sostenuto in ogni fase del processo, come dimostrano i puntuali resoconti cinematografici dell’epoca. Nessuno fu recluso in gabbie di ferro e tutti gli imputati comparirono liberi sugli scranni, da cui poterono esprimere tutte le loro opinioni e considerazioni. In ogni modo fu tutelata la dignità della persona, e a Göring fu persino consentito di ostentare in aula la propria spavalderia e l’uniforme di maresciallo del Reich.

Ma soprattutto il “tribunale dei vincitori” si basava sul London Agreement, che recava in annesso la Charter of the International Military Tribunal, un accordo internazionale formalmente sottoscritto dalle quattro potenze alleate, Usa, Urss, Regno Unito e Francia, e ratificato da altri 19 Stati. In esso venivano enunciati princìpi di giurisdizione universale tutt’ora validi, e l’imparzialità del processo fu garantita dalla costituzione di un collegio di giudici internazionali espressi dagli “Stati garanti”.

Per il processo di Mariupol non si può certo parlare di “princìpi giuridici” e di “garanti” che possano legittimarlo. Se i “giudici” del Donetsk avessero realmente cognizione di ciò che significa rivestire quel ruolo dovrebbero sospendere il processo. E rinviare le carte alla Corte penale internazionale, unico giudice imparziale che – nonostante qualche défaillance – potrà garantire un processo equo, cui hanno diritto anche i combattenti dell’Azov.

Nell’immagine: le gabbie in costruzione nel teatro di Mariupol


La Germania al centro della crisi energetica minaccia la stabilità europea

Avrebbe voluto fermare Putin, ma se ne è andato mentre il suo successore tenta di cancellare ogni suo lascito 

Di Andrea Muratore, InsideOver

L’elettricità in Germania ha sfondato quota mille euro al megawattora per i contratti di fornitura con consegna al 2023 e anche nelle contrattazioni ordinarie si assesta oltre gli 800 euro/MWh, dieci volte il valore dell’anno scorso. Lo tsunami energetico si è già espanso con effetto virale dal gas alla generazione elettrica ed è Berlino, una volta di più, la trincea maggiormente assediata. Un livello analogo è stato registrato in Francia, ma solo temporaneamente per la chiusura di alcuni reattori nucleari per riparazioni.

La Germania nel caos

Il continuo aumento dei prezzi sconvolge Berlino e la sua principale risorsa, l’industria manifatturiera ed esportatrice che rappresenta il centro della sua economia ed è volano dello sviluppo dell’intero Vecchio Continente, le industrie di buona parte del quale, dall’Est Europa all’Italia settentrionale, sono inserite nella sua catena del valore. E in vista dell’autunno e dell’inverno il combinato disposto tra rischi sulla fornitura di gas dalla Russia, che potrebbe causare uno choc energetico, inflazione galoppante e alti costi dell’elettricità potrebbe portare all’inaudita situazione di costringere il governo di Olaf Scholz a imporre razionamenti o addirittura lockdown produttivi per la crisi energetica. O, in altro modo, le imprese a cessare temporaneamente le loro attività facendo il vero “tetto” ai prezzi dell’energia con strumenti di mercato.

Il problema può essere di portata continentale, in questo caso. Con l’integrazione delle filiere, la frenata della Germania sarebbe uno choc per tutta Europa. Italia in testa. Non dimentichiamoci che quando l’industria tedesca starnutisce, l’economia italiana prende il raffreddore: con 78,69 miliardi di euro di export nel 2021 Berlino è stato il primo mercato di destinazione dei prodotti finiti e dei semilavorati italiani, fondamentali per auto, macchinari, componenti e elementi della meccanica tipicamente simbolo dell’eccellenza tedesca.

Le società energetiche nel mirino

In Germania il volano dello stop rischiano di essere le compagnie di distribuzione. La Germania non ha un grande colosso energetico come Eni e Total, ma molte compagnie e agenzie che governano a livello statale e di Lander le reti e lo stoccaggio del gas e del petrolio acquistati all’estero.

“L’attuale situazione di mercato accresce i rischi che alcuni operatori possano trovarsi a corto di liquidità, rischiando il fallimento in assenza di un intervento di sostegno dall’esterno”, nota Il Fatto Quotidiano. “I fornitori sono infatti costretti a comprare oggi a prezzi decuplicati rispetto a quanto pagavano prima i clienti e non hanno ancora incassato i proventi delle future bollette adeguate ai nuovi costi”, e ciò crea un circolo vizioso, tanto che dopo una prima linea di aiuti deliberata dal governo “il colosso tedesco Uniper ha chiesto altri 4 miliardi di euro di sostegno”.

E per la Germania, che ha già deliberato un taglio del 15% ai consumi nazionali chiedendo a famiglie e imprese di fare la propria parte, potrebbe presentarsi presto l’incognita di scegliere tra l’accelerazione dei piani di contingentamento dell’uso di gas nel settore pubblico e privato e l’accollamento all’industria degli oneri aggiuntivi. Con compensazioni economiche maggiori alla parte più lesa come contropartita per indorare la pillola. Decisione a perdere in quanto condizionata, inevitabilmente, dai vincoli di bilancio e spesa legati alla scarsezza delle risorse e dei margini di manovra a disposizione, dalle politiche finanziarie europee che stringono i cordoni della borsa e dall’atavica ritrosità tedesca a mosse che possano, a prescindere dal contesto interno, alimentare l’inflazione.

I costi della crisi

Le famiglie a reddito medio e basso in Germania stanno lottando per far fronte all’aumento dell’inflazione e ai prezzi dell’energia alle stelle, irritate da quella che vedono come inazione del governo per la loro difficile situazione. L’inflazione è aumentata vertiginosamente negli ultimi mesi, toccando il 7,5% a giugno e, secondo l’ultima stima della banca centrale tedesca, è probabile che aumenterà ulteriormente in autunno, raggiungendo la doppia cifra, come del resto sembra essere destino per tutta Europa.

Il pacchetto anticrisi varato in primavera per alleviare la crisi includeva un’agevolazione una tantum dell’imposta sull’energia di 300 euro per i cittadini e un pagamento di 200 euro per i beneficiari del welfare, a cui è stato aggiunto un incentivo al trasporto sostenibile: un biglietto del trasporto pubblico di 9 euro al mese dal valore universale per tutto il Paese con scadenza a fine agosto, che non sarà prorogato a causa dei costi elevati. Nel frattempo i costi per la popolazione aumentano mentre su alcuni campi l’inflazione ha già raggiunto portata epidemica. Secondo l’Ufficio federale di statistica, a luglio i prezzi complessivi alla produzione che le imprese dovevano sostenere a causa dei rincari delle materie prime e del caro-energia erano superiori del 37,2% rispetto allo stesso periodo del 2021. Per le imprese, con un aumento medio del 105 per cento, il principale choc è arrivato ovviamente dalle bollette energetiche. Per i consumatori, oltre il livello medio dell’inflazione sono giunti anche i prezzi alla produzione dei beni di consumo: +16,2%. I prodotti alimentari erano fino al 21,1% più costosi rispetto all’anno precedente: particolarmente rincarati il burro (+75,2%), il latte (32%), il caffè (31,6%) e la carne (23,5%).

Commerzbank, uno dei maggiori istituti di credito societario tedeschi, ha affermato la scorsa settimana che la crisi del gas potrebbe portare a una “grave recessione”, confrontando le conseguenze con la crisi finanziaria globale del 2008 e andando oltre le pur fosche stime del Meccanismo Europeo di Stabilità che prevedono una recessione del 2,5% in caso di interruzione delle forniture del gas russo. Se la crisi energetica continuerà, potrebbero essere i rincari a fermare l’industria anche in assenza di mossi ostili di Mosca, in un contesto in cui alcuni settori dell’industria tedesca sono particolarmente energivori. Il settore chimico è il più significativo (29% dei consumi totali), sebbene circa un terzo della quota di consumi facesse riferimento al consumo di materie prime come il gas, che viene utilizzato direttamente per produrre determinati prodotti. Segue col 21% dei consumi l’industria dei metalli e della siderurgia.

Il modello esportatore tedesco è a rischio?

Per un’economia dipendente dall’export e sul podio delle potenze esportatrici globali con Cina e Stati Uniti, questi dati sono una Spada di Damocle in questi casi. Lo tsunami energetico accelerato dalla guerra in Ucraina bussa alle porte della Germania e minaccia di far danni. Come successo con la crisi dell’Eurozona accelerata dall’austerità di marca tedesca e con il rallentamento da Covid-19, anche sul fronte energetico sarà dalla situazione tedesca che si potrà capire la temperatura dell’Europa e la gravità della febbre alla sua economia. “A livello globale non esiste economia più esposta ai cambiamenti della globalizzazione della Germania”, ha detto a DW Andreas Nölke, professore di scienze politiche alla Goethe University di Francoforte.

Lo studioso sostiene che la Germania è diventata dipendente dalla sua potente base di esportazione e ha bisogno di un nuovo modello economico per soddisfare le esigenze di un contesto globale fattosi sempre più complicato. “La Germania è stato uno dei paesi che ha beneficiato maggiormente del periodo di globalizzazione che abbiamo visto dal 1990 fino alla crisi finanziaria globale e forse subito dopo”, ha affermato. “Ma ora che la globalizzazione sta lentamente ma costantemente retrocedendo penso che la Germania sia nei guai”. E con essa può esserlo tutta l’Europa, a partire dall’Italia. La soluzione della crisi energetica in Germania è di interesse europeo, e Berlino si deve impegnare per fermare gli effetti dei rincari, della speculazione e dell’incertezza su gas e elettricità per dare una prospettiva all’economia del Vecchio Continente. Il governo Scholz ha aperto alle discussioni sui tetti europei al gas e, in dialogo con l’Austria, inizia a ragionare sul decoupling dei prezzi tra l’elettricità generata da fonti fossili e quella generata da rinnovabili. Primi, timidi passi in attesa di un piano di insieme sull’autonomia energetica. E la Germania, Paese centrale dell’Unione Europea, ha onore e onere di dare una linea andando oltre la rovinosa incertezza del governo Scholz in materia.


Le metamorfosi del lavoro coatto

Avrebbe voluto fermare Putin, ma se ne è andato mentre il suo successore tenta di cancellare ogni suo lascito 

Di Martino Mazzonis, Il Mulino

Forse qualcuno ricorderà la vicenda della Diamond Princess, una nave da crociera che nei primi mesi del Coronavirus rimase settimane in quarantena. Quando i passeggeri sbarcarono non ne sapemmo più molto. Diverse di queste Disneyworld marittime rimasero dove erano con a bordo i marinai e, talvolta, parte del personale, lontani migliaia di chilometri da casa. Gli equipaggi restarono settimane bloccati nelle loro cabine anguste, senza luce o aria naturale. Alla fine di questa quarantena da isolamento in carcere duro venne comunicato loro il licenziamento.

Negli stessi mesi i mercantili andavano in su e in giù per i mari del pianeta con a bordo marinai i cui turni venivano allungati di settimane per mantenerli in isolamento. Qualcuno ricorderà anche l’episodio di 21 grammi, il film di Alejandro González Iñárritu in cui una domestica messicana non può tornare a casa sua perché clandestina nonostante le vengano affidati i figli di una famiglia più che benestante. Le vicende dei marinai, come quelle di mille altre mansioni svolte in Occidente o ai quattro angoli del pianeta, oggi sono una delle tante ragioni per cui vale la pena leggere un libro di storia come Le metamorfosi del lavoro coatto (Il Mulino, 2022) dello storico Alessandro Stanziani.

I diritti del lavoro e il diritto del lavoro, le modalità con cui si regolano i rapporti tra padroni e manodopera sono un mondo meno omogeneo di quanto tendiamo a immaginare. Non lo sono oggi e men che meno lo sono stati nella storia dell’umanità. Schiavitù, servitù e lavoro libero sono spesso stati insiemi che si intersecavano e sovrapponevano, aree grigie o mondi lontani che si ignoravano, come nel caso dell’aristocrazia operaia britannica che da un certo punto della storia in poi comincia a ottenere concessioni e diritti negati ai lavoratori delle colonie, parte della stessa economia. Eppure il modo in cui ci raccontiamo la storia dell’Occidente è quello di un cammino incessante dalla schiavitù alla libertà individuale delle persone che lavorano: superato un paradigma, raggiunta una consapevolezza, diciamo a partire dal pensiero liberale illuminista, la strada verso un mondo di uomini liberi (le donne meno) è arzigogolata ma in discesa. Non solo, libertà del lavoro e progresso economico camminano assieme, perché la schiavitù tarpa le ali allo sviluppo  perché, per dirla con Adam Smith, uno schiavo non ha incentivi a migliorare la propria condizione, non gli interessa essere produttivo.

Il primo merito del libro di Stanziani è proprio quello di decostruire questa narrazione che tendiamo ad avere sostanzialmente introiettato per cui, a partire da un certo momento della storia dell’umanità, l’Europa cambia e il lavoro servile, coatto, schiavistico rimane come segno di arretratezza ai margini dell’economia e fuori dai suoi confini. Nella storia ricostruita in questo volume sia la coercizione sia i profitti ottenuti grazie ad essa sono motori dello sviluppo come l’aumento della produttività, i diritti, la spinning jenny e il vapore. I marinai di cui si parlava sopra, marginali quanto indispensabili come vediamo nei mesi della crisi delle supply chain sono un segno contemporaneo di quanto sia sensata la lettura che Stanziani offre delle vicende descritte in un libro tanto documentato quanto ricco di spunti e aneddoti. “Lavoro libero e lavoro coatto si intrecciano, si sovrappongono, e quasi sempre rispondono l’uno all’altro. Descrivono una sola e unica storia, ma quale?”, scrive lo storico nell’introduzione.

L’altro merito del volume è quello di essere una storia globale: leggendolo scopriamo dei viaggi di Bentham in Russia e di un Panopticon come potenziale strumento di controllo dei lavoratori svogliati (e quindi non solo dei marginali, dei misfits), seguiamo le vicende dei marinai e arriviamo fino alla brutalità esercitata dalle potenze coloniali in Congo. Scegliere sistemi economici e sociali diversi tra loro come oggetto di studio aiuta a individuare convergenze ed enormi differenze nelle vicende, così come nei comportamenti delle élite, guidate di volta in volta da interessi diversi.

Qui e là nel volume si affaccia una figura che quelle vicende le ha attraversate tutte, dalla Polonia natale all’Africa, passando per la vita da mozzo nei Mari del Sud: Jozef Teodor Konrad Korzeniowski, il vero nome di Joseph Conrad. Grazie a questi squarci, Stanziani ci aiuta a collocare nel nostro immaginario la storia che ricostruisce – e si tratta di un pregio per un libro che ricostruisce vicende che vanno dalla Russia zarista alle piantagioni del Sud degli Stati Uniti, alle navi, luogo globale ante litteram, fino agli orrori del Congo coloniale.

Questi pregi “letterari” non devono far perdere di vista il valore scientifico che riguarda appunto la ricostruzione di un percorso non lineare e non concluso, per cui «ogni epoca e ogni contesto propongono definizioni molteplici della libertà e della coercizione al lavoro, ciascuna riflesso di interessi particolari e allo stesso tempo espresse nelle pratiche reali del lavoro […] non si tratta tanto di reperire l’emergenza del “lavoro libero” e della “civiltà”, né, inversamente, di stigmatizzare la persistenza delle “tradizioni corporative” o anche delle forme celate della schiavitù, ma di capire le mutazioni delle forme storiche del lavoro, le conseguenze in termini di libertà e di coercizione e, in ultima analisi, di afferrare le ragioni per cui, fino ai nostri giorni, i progressi intellettuali politici e delle condizioni di vita, soprattutto in Occidente, non siano riusciti a sradicare la coercizione al lavoro finanche nelle sue forme più estreme su buona parte del pianeta».

Già, perché fin dalle origini del Welfare e delle conquiste del lavoro, quelle conquiste operaie non riguardavano che una fascia relativamente piccola di lavoratori, anche nei Paesi dove venivano implementate. Parallelamente proseguono o nascono forme di indebitamento e vincolo al lavoro in società che aboliscono la schiavitù (il capitolo sulle isole Mascarene) – pratica diffusa oggi nei luoghi di partenza e arrivo dei migranti o istituzionalizzate nella Penisola araba. Ma proprio negli anni in cui il progresso avanza in Occidente, il lavoro coatto è parte integrante dei sistemi economici (gli imperi) dove le riforme si applicano. “Tutti in Europa concordano sulla necessità di non estendere i nuovi diritti sociali ai mondi coloniali. L’ideale di una missione civilizzatrice della Francia procede di pari passo con la volontà di ritardare il più possibile l’accesso delle popolazioni arretrate”, scrive Stanziani nelle conclusioni.

Il volume ripercorre una storia fatta di zone grigie, ambiguità legali, passi avanti e indietro, giurisprudenza che non coincide con la pratica del lavoro. Marinai, schiavi, servi possono essere formalmente liberi o liberati e venire lo stesso usati come lavoratori forzati in condizioni terribili dalla Marina britannica o francese, lo status di alcuni mestieri non è mai definito appieno, gli aiuti e ricompense di Stato per le famiglie dei marinai forzati non riguardano mai tutti. E poi ci sono le forme estreme di reclutamento coatto, i semi schiavi presi nelle colonie. Quella che Stanziani ricostruisce attraverso fonti giuridiche e processuali, diari, letteratura coeva alle vicende che indaga è una storia che mostra come l’avanzamento dei diritti sociali ed economici non sia una linea retta e, soprattutto, non riguardi il mondo del lavoro, ma solo una sua parte. In questo, viene da dire, le dinamiche che descrive sono utili a osservare il mondo contemporaneo e la sua organizzazione dell’economia, dai servizi non qualificati nelle metropoli, fino al lavoro agricolo, come nelle ambiguità nei rapporti che si creano tra il personale domestico e di cura e le famiglie che le impiegano. Notevole è anche lo sguardo sulle dinamiche dello sviluppo economico e sociale in Europa, che avviene mentre parallelamente, in territori dove sventolano Union Jack o tricolore, le condizioni di chi lavora restano le stesse o talvolta peggiorano.

Nel volume incontriamo la giurisprudenza che regola il lavoro, l’economia e la società che spingono a quella regolamentazione per ragioni che, ancora una volta, cambiano a seconda del luogo e del sistema economico e sociale (la Russia e gli Stati Uniti, gli imperi coloniali) e, infine, l’uso che delle regole possono provare a fare i lavoratori sottoposti a vessazioni normali ma in teoria escluse dalla legge. Nella ambiziosa lettura di Stanziani lo sviluppo capitalistico non è associato alla trasformazione della manodopera in lavoro salariato, ma coercizione ed estensione dei diritti camminano assieme, in forme diverse e a latitudini diverse.

Nell’immagine: i frutti del lavoro coatto finiscono anche sulle nostre tavole


Perché l’Ucraina sta bombardando la Crimea (e come cambierà la guerra)

Avrebbe voluto fermare Putin, ma se ne è andato mentre il suo successore tenta di cancellare ogni suo lascito 

Di Michelangelo Freyrie, Linkiesta

Il contrasto non può essere più stridente: mentre a Mosca Vladimir Putin passava in rassegna i modelli di nuovi sofisticati sistemi d’arma high-tech, in Crimea le forze armate ucraine mettevano in scena la peggiore umiliazione possibile per l’esercito russo. Nelle ultime settimane si sono moltiplicati gli attacchi missilistici e sabotaggi a installazioni militari sulla penisola annessa dalla Russia nel 2014. Gli attacchi alle basi aeree e ai depositi di munizioni conferma quello che già sapevamo: l’artiglieria ucraina ha la capacità di attaccare in profondità e nessun sistema antiaereo russo (o della NATO, per quel che vale) è in grado di contrastare improvvisi scrosci di proiettili con pochissimo preavviso. Le fonti di fuoco e i tipi di effettori usati (granate d’artiglieria, missili balistici, droni kamikaze) troppo variegati per avere difese one size fits all.

L’incapacità delle forze armate russe è stata recepita anche dalla popolazione civile, forse una delle poche situazioni in cui il velo della censura e della propaganda sono stati perforati dalla realtà dei fatti.

Mosca ha abbozzato, parlando di incidenti e spostando l’attenzione su presunti attacchi terroristici dei nazisti ucraini sul territorio legittimo della Federazione. Ma è impossibile negare i numeri: secondo Interfax, il ponte che collega la penisola illegalmente annessa alla Russia continentale ha visto il transito di 38.000 macchine lunedì, un record assoluto che rimarrà impresso come le foto delle colonne di fumo sullo sfondo degli stabilimenti balneari.

Il piano militare al di là dei simboli

Il piano simbolico è importante perché conferma l’intenzione di Kyiv di continuare una lotta senza quartiere all’interno del perimetro del territorio internazionalmente riconosciuto come Ucraina, così come delle zone a ridosso del confine. È qua che si sono concentrate le azioni di sabotatori, un cambio di passo rispetto all’utilizzo di elicotteri d’assalto a Belgorod qualche mese fa. I vantaggi sono molteplici: i russi hanno indubbiamente migliorato le difese antiaeree in questi settori, ma l’utilizzo di artiglieria di produzione americana avrebbe rappresentato una linea rossa per gli alleati internazionali, che non vogliono provocare un’escalation generalizzata.

Ma la logica militare dietro questi attacchi è ferrea. Come nelle prime settimane del conflitto, la Russia ha ancora parecchie difficoltà nello stabilire linee di rifornimento logistico su gomma. Le immense perdite di camion e l’utilizzo di linee ferroviarie obbliga gli invasori a concentrare le proprie riserve in grossi depositi a ridosso del fronte, la cui profondità (ovvero lo spazio di manovra vulnerabile al fuoco nemico e nel quale organizzare le difese) è particolarmente marcata.

La rigidità organizzativa e le circostanze rendono difficile per i russi adattarsi alla minaccia ucraina. Ciò è un grosso vantaggio per Kyiv, che con questa campagna di bombardamenti mirati sta cercando di affievolire la schiacciante superiorità russa in termini di munizioni e artiglieria. Se nelle retrovie regna il caos, infatti, sulla linea del fronte sono gli invasori ad avere ancora il vantaggio in termini di potenza di fuoco. I russi possono permettersi bombardamenti ininterrotti su vaste porzioni del fronte, gli ucraini no.

Non è solo la mancanza di munizioni il problema, bensì anche il numero insufficiente di bocche da fuoco e la diversità fra munizioni e sistemi d’arma utilizzati. Le truppe di Kyiv avrebbero addirittura danneggiato alcuni esemplari di Panzerhaubitze 2000, gli obici semoventi tedeschi donati poche settimane fa, cercando di mantenere un ritmo di fuoco troppo alto e logorando così le unità in dotazione, oltre che sparando granate di produzione sovietica inadatte al sistema.

Freni e frizioni

L’unica speranza dei difensori, sapendo di non poter intaccare le immense riserve di munizioni e pezzi di ricambio russe, è quindi creare penurie di rifornimenti al fronte disturbando i sistemi logistici nemici.

Inoltre, annunciando offensive mai materializzatesi attorno a Kherson e danneggiando le infrastrutture nel sud del Paese, gli ucraini si sono dimostrati in grado di esercitare pressioni in diverse parti del fronte e costringere Mosca a sfoltire le proprie unità in Donbass. Truppe più distribuite equivalgono a direttive d’attacco più deboli e un attrito operativo maggiore: le unità russe e separatiste, già sfinite da mesi di guerra, esauriscono la loro spinta offensiva più rapidamente e tendono a maggiore insubordinazione e ammutinamenti.

Perché allora gli ucraini hanno posto un freno a una vera offensiva di terra per sfruttare la debolezza delle linee russe? Un assalto sarebbe una scommessa con un’altissima posta in gioco. Il costo di un fallimento sarebbe molto alto per un Paese per il quale munizioni e uomini sono risorse limitate.

In più, gli ucraini scontano una mancanza di organizzazione nella gestione di operazioni multidominio e di operazioni con armi combinate, ovvero coordinare operazioni fra diverse braccia delle forze armate e tipi di assetti (forze corazzate, artiglieria, fanteria eccetera). Queste capacità sono fondamentali per poter avanzare dopo un primo sfondamento e sfruttare vantaggi locali. Per questo si è finora deciso di logorare le strutture che sostengono le operazioni al fronte; rimane da vedere quando gli ucraini si riterranno in grado di montare attacchi più di largo respiro rispetto a semplici incursioni sulla linea del fronte.


Sovranismo e testosterone

Avrebbe voluto fermare Putin, ma se ne è andato mentre il suo successore tenta di cancellare ogni suo lascito 

Nel paese europeo che, stando alla sua attuale leadership, più dovrebbe essere ‘maschio’ per meglio realizzare un virile sovranismo e un’orgogliosa purezza razziale, proprio il ‘maschio’ è in crisi. E per responsabilità di chi? Naturalmente… delle donne. Ci sarebbe da ridere e derubricare la faccenda tra le idiozie della nostra epoca. Se non fosse che la demente teoria (in realtà non poi così estranea anche a latitudini più occidentali), viene certificata addirittura da uno studio ufficiale del parlamento ungherese, fedelissimo al premier e illiberale ‘conducator’ Viktor Orbán. 

Così – non bastassero le minacce dei rifugiati tenuti a bada da muri e filo spinato, l’omosessualità che corrompe i bambini, le pretese dell’Unione Europea sul rispetto dello Stato di diritto, i nemici dell’ammirato Putin e i sostenitori dell’aggredita Ucraina – Budapest ha individuato una nuova minaccia. Sulla base di quali strambe constatazioni il genere femminile sta diventando una minaccia per il testosterone magiaro? Per cominciare, l’Ufficio dei revisori economici della Camera (sì, economici) segnala che negli ultimi dieci anni all’Università si sono iscritte più ragazze che ragazzi, e oggi sono al 54,5 per cento. Poi, il tasso di abbandono dei maschietti procede a un tasso decisamente più elevato. Quindi, l’astrusa conclusione: in un futuro non troppo lontano la nazione sarà popolata da troppe donne laureate che sicuramente non troveranno uomini alla loro altezza, saranno perciò meno interessate a sposarsi e ad avere figli in un paese già in rapida discesa demografica (oggi quasi dieci milioni di abitanti, e soltanto 8,3 milioni tra un quarto di secolo). 

Ma un punto cruciale del documento shock deve essere ancora segnalato. È il ruolo negativo della cosiddetta ‘pink education’, cioè del fatto che la grande maggioranza del corpo docenti è formato da donne, privilegiando così tratti e profili femminili, mortificando le caratteristiche maschili, con conseguenze sia sul piano sociale, sia per l’economia del paese. Sostiene il rapporto che in tal modo le competenze maschili vengono svalutate e i giovani “perdono la capacità di riparare un rubinetto, aggiustare un computer, montare un mobile”; viene svilita la loro maggiore inclinazione “all’assunzione di rischi e all’imprenditorialità”;  corrono il rischio di “problemi mentali e comportamentali”; l’eguaglianza di genere “è fortemente indebolita”; e sarebbe un bel guaio visto che “i tratti maschili sono indispensabili per lo sviluppo ottimale dell’economia” (rivelazioni del giornale di Budapest ‘Negszava’). Non risulta che a fronte a questo allarme siano state avanzate proposte immediate e concrete per affrontare l’insidiosa minaccia. Ma inevitabilmente il pensiero corre veloce al ritorno almeno parziale della donna riproposta nel suo antico ruolo di ‘angelo del focolare’.

Già tre anni fa la Commissione europea per i diritti umani segnalava per l’Ungheria un netto arretramento in fatto di diritti delle donne, mentre, sempre nel 2019, l’unica ricetta di Orbán per far fronte alla galoppante denatalità provocata anche dall’emigrazione,  fu la promessa dell’esenzione a vita della tassa sui redditi per tutte le madri che si prendono cura di… almeno quattro figli. 

Dopo l’appello alla purezza razziale, ecco il timore panico per giovani donne più studiose, più applicate, si spera anche più libere, ma considerate una minaccia per la fragilità maschile. Parliamo del faro, del ‘paese guida’ del populismo nazionalista nel vecchio continente. Crisi del testosterone, ultima frontiera del nuovo sovranismo.

Scritto per laRegione
Nell’immgine: cose già viste, la famiglia ideale dei sovranisti


Neutralità integrale

Avrebbe voluto fermare Putin, ma se ne è andato mentre il suo successore tenta di cancellare ogni suo lascito 


“Confesso tutto” – Un documento inquietante e terribile

Avrebbe voluto fermare Putin, ma se ne è andato mentre il suo successore tenta di cancellare ogni suo lascito 

Di Meduza – Valigia blu

All’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, le truppe russe hanno assaltato la regione di Kyiv. Mentre i comandanti faticavano a coordinare un attacco alla capitale, i soldati russi, male equipaggiati e confusi, in vari villaggi hanno buttato i residenti fuori dalle loro case, rubando oggetti di valore ed elettrodomestici, e uccidendo civili in modo indiscriminato. Alla fine di aprile, le truppe di occupazione si sono ritirate in fretta e furia, lasciandosi dietro testimoni e prove fisiche delle atrocità commesse. Il 15 agosto, il sito russo iStories ha pubblicato un’inchiesta con diverse interviste a soldati coinvolti nei crimini contro i civili nel villaggio di Andriivka. Il sito Meduza ha pubblicato una sintesi tradotta in inglese dell’inchiesta.


Il sito di inchieste iStories ha scoperto i nomi di diversi soldati russi coinvolti in furti, saccheggi e uccisioni di civili ad Andriivka, un villaggio nella regione ucraina di Kyiv. Andriivka è stato occupato dalle truppe russe dal 27 febbraio alla fine di aprile. I giornalisti hanno appreso i nomi di quattro soldati che hanno preso parte all’occupazione esaminando 25 fotografie, scattate dal telefono di un residente locale lasciato dai soldati quando si sono ritirati.

I soldati russi hanno scattato le foto all’interno e nei dintorni della casa del residente Anatoly Danilenko. Il 13 marzo hanno costretto la famiglia di Danilenko – lo stesso Anatoly, sua moglie e il suocero 95enne – a lasciare l’abitazione. Una volta andati via i soldati, le medaglie militari del suocero di Anatoly, un televisore e diversi elettrodomestici sono scomparsi.

I soldati visibili nelle foto sono Daniil Frolkin, Dmitry Danilov, Ruslan Glotov e Ivan Shepelenko, tutti appartenenti alla 64ª Brigata di Fucilieri a Motore dell’esercito Russo. Le foto li ritraggono in posa con le armi, con una pipa e con le medaglie militari sul petto.

Gli abitanti del posto hanno identificato i soldati dalle foto. Secondo la residente Tatyana Udod, Daniil Frolkin e altri soldati hanno rubato il veicolo Lada grigio che lei e suo marito avevano pianificato di usare per evacuare. Secondo quanto riferito da altri abitanti, i soldati hanno usato l’auto per trasportare uomini che poi sono stati uccisi o sono scomparsi.

Un altro soldato, Dmitry Danilov, usava un motorino rosso rubato per spostarsi in città, secondo Tatyana Tkachenko, nativa di Andriivka. Ha anche detto che Danilov era uno dei dieci che hanno preso un videoregistratore dalla casa di un anziano di nome Ivan in via Shevchenko. Tra gli abitanti del villaggio, in molti hanno affermato che Danilov non avrebbe permesso loro di seppellire le persone morte durante l’occupazione.

Secondo i residenti, i soldati russi hanno giustiziato in via sommaria più di una dozzina di civili. Quelli che seguono sono solo alcuni degli omicidi descritti nel rapporto di iStories:

  • Il 2 marzo, i soldati sono arrivati con un carro armato a casa di una persona del posto, Igor Yermakov e lo hanno portato “dal loro comandante”, come raccontato dalla moglie di Yermakov. Il 4 marzo, Yermakov è stato trovato morto con ferite da arma da fuoco e altri segni di violenza. Secondo la moglie di Yermakov, potrebbe essere stato ucciso perché aveva delle foto di attrezzature militari russe nel telefono. Inizialmente Yermakov era stato sepolto in un giardino fuori casa; dopo il ritiro delle truppe russe dal villaggio è stato trasferito in un cimitero.
  • Il 12 marzo, gli amici d’infanzia Vitaly Kibukevich e Vadim Ganyuk sono stati uccisi in via Sloboda ad Andriivka. Kibukevich si era arruolato nelle Forze di Difesa Territoriale all’inizio della guerra, mentre Ganyuk non aveva alcun legame con l’esercito, stando ai suoi parenti. Il fotografo e videoperatore Ruslan Yaremchuk è stato ucciso nella stessa strada lo stesso giorno. Secondo la figlia di Yaremchuk, i soldati russi potrebbero aver sospettato che il padre fornisse all’esercito ucraino dati sui movimenti delle truppe russe. Tutti e tre gli uomini sono stati sepolti nei cortili esterni alle loro case.
  • Tre residenti di Andriivka che hanno parlato con iStories hanno detto che dopo il 12 marzo, diversi soldati russi si sono vantati di aver ucciso tre persone in via Sloboda. La residente Tatyana Tkachenko ha riferito di aver sentito un soldato dire a un altro: “Abbiamo fatto fuori tre persone nella strada accanto”. Tatyana e suo marito, Mykola, hanno riconosciuto uno dei soldati come Daniil Frolkin.

Il Procuratore generale dell’Ucraina ipotizza per Frolkin la “violazione delle leggi e degli usi di guerra”. Gli investigatori lo hanno accusato di aver ucciso un civile ad Andriivka, di aver rubato un’automobile a un altro civile e di aver rubato medaglie sovietiche e ucraine a un veterano della Seconda guerra mondiale. Il sito di inchieste ucraino Slidstvo.Info ha parlato con un residente di Andriivka di nome Vasily, che afferma di aver visto Frolkin sparare alla testa di Igor Yermakov mentre era inginocchiato, il 2 marzo.

Durante una telefonata con i giornalisti, Danilov ha negato di aver preso il videoregistratore del cui furto è stato accusato da una persona del posto, ma ha ammesso di aver guidato il motorino rosso di qualcuno in giro per il villaggio. Durante l’occupazione, ha detto, lui e i suoi commilitoni “cercavano costantemente persone che avessero dato le coordinate di attrezzature militari russe”. Quando trovavano persone sospette, Danilov ha detto che “conducevano un normale interrogatorio, dopo di che le riportavano a casa attraverso uno scambio di prigionieri di guerra”. Danilov ha negato qualsiasi coinvolgimento negli omicidi di civili avvenuti ad Andriivka, affermando che i soldati hanno preso solo “roba a caso” dalle case delle persone, come vino, birra, generi alimentari e una griglia. Ha anche negato di aver preso medaglie militari dalla casa di Anatoly Danilenko, dicendo che i soldati “sono venuti, hanno fatto delle foto e hanno rimesso a posto le medaglie”.

Frolkin ha detto che i soldati russi hanno saccheggiato oggetti dai negozi. Il colonnello Vyacheslav Klobukov, ad esempio, ha rubato frigoriferi. “Poi hanno trovato negozi con scarpe da ginnastica e vestiti di ogni tipo e hanno preso tutto. Li hanno portati via con dei camion. Ho rivisto i camion quando siamo arrivati in Bielorussia”, ha detto.

Durante la prima conversazione con i giornalisti di iStories, Daniil Frolkin ha negato di aver ucciso dei civili ad Andriivka, compreso Igor Yermakov. Due ore dopo, Frolkin ha richiamato i giornalisti chiedendo loro di registrare la conversazione. Ha poi dichiarato di aver partecipato “alle esecuzioni di civili”. Nel filmato prodotto da iStories sull’indagine, si sente Frolkin confessare:

Io, […] Daniil Andreyevich Frolkin, confesso tutti i crimini che ho commesso ad Andriivka: di aver giustiziato dei civili, di aver rubato alla popolazione civile, di aver confiscato i loro telefoni, e che al nostro comando non frega un cazzo dei nostri combattenti o della nostra fanteria che sta combattendo in prima linea. E dopo questo, chiedo che siano prese misure per punire i comandanti: Il colonnello Azatbek Asanbekovich Omurbekov, il tenente colonnello Sergey Dmitrenko, il vicecomandante per i rifornimenti e la logistica Klobukov e il capo dell’intelligence tenente colonnello Denis Romanenko. Inoltre, il vicecomandante della brigata, il tenente colonnello [Andrey] Prokurat, ha dato l’ordine di sparare.

Quando gli è stato chiesto di chiarire i dettagli delle “esecuzioni”, Frolkin ha detto che a marzo (non ricorda il giorno esatto), i comandanti hanno chiesto a più soldati di accompagnarli nelle perquisizioni delle case di tre abitanti di Andriivka.

Li abbiamo portati in tre case, loro ci hanno mostrato dove si trovavano le case. Dentro abbiamo trovato fotografie di altre persone. Ciò significa che queste case non erano effettivamente le loro. Uno dei tre viveva in un buco. Avevano un mucchio di soldi: grivni [la moneta ucraina, ndr], dollari, ogni genere di roba. Il tenente colonnello che era con noi, Alexander Prokurat, ha preso i soldi per sé e ha dato il resto – i documenti e i telefoni – a noi, dicendo: “Sparategli”. E così è stato: sono andato e ho sparato”.

Secondo iStories, i dettagli del racconto di Frolkin si riferiscono agli omicidi di Vitaly Fibukevich, Vadim Ganyuk e Ruslan Yaremchuk, avvenuti il 12 marzo. Il sito d’inchieste ha riferito che probabilmente è stato lo stesso Frolkin a sparare a Ruslan Yaremchuk. Frolkin non è stato in grado di identificare l’uomo da una fotografia, ma un altro soldato russo che ha visto l’immagine di Yarmchuk ha affermato che Frolkin lo ha ucciso.

Secondo Daniil Frolkin, l’uomo da lui ucciso aveva fornito informazioni sulle coordinate dei veicoli militari russi all’esercito ucraino. Frolkin sostiene che l’uomo avesse confessato:

Gli abbiamo detto: “Dì la verità, stronzo, o ti spariamo subito”. E lui fa: “Sono venuto da Kiev l’altro ieri. Mi hanno chiesto di inviare le coordinate dei convogli”. L’ho portato fuori e gli abbiamo trovato addosso i bossoli dei proiettili che usano solo gli agenti. Questo è quanto. Gli dico: “Cammina in avanti”. Lui obbedisce. Gli dico: “In ginocchio”. Poi è arrivato il proiettile in testa. Dopo di che, ho tremato a lungo. Avevo ucciso una persona, ma volevo salvarne il più possibile”.

Frolkin ha detto che nei sette mesi trascorsi dall’inizio della guerra ha “salvato 86 persone e ne ha uccisa una”. Ha affermato di aver deciso di confessare tutto per il bene dei “ragazzi” (soldati russi) che presto saranno inviati al fronte a Kherson. “I nostri ragazzi saranno risparmiati – saranno portati via dall’Ucraina grazie a me. È meglio distruggere una vita che porre fine a 200 o 300 esistenze. Conosco tutti questi ragazzi. Le 50 persone rimaste del nostro battaglione sono brave persone e non voglio che la loro vita venga rovinata”, ha detto.

Alla fine di luglio, Daniil Frolkin ha lasciato la regione di Belgorod per Khabarovsk Krai, dove ha presentato le dimissioni dall’esercito.

Sono consapevole che potrei finire in prigione per tutte queste informazioni. Neanche per aver commesso tutte queste schifezze ignobili in Ucraina, no, per le informazioni sui comandanti. Voglio solo confessare tutto e spiegare cosa sta succedendo nel nostro paese. Penso che non avremmo mai dovuto iniziare questa guerra.


Articolo originale pubblicato sul sito indipendente russo Meduza – Traduzione dal russo all’inglese di Sam Breazeal
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Aprire gli occhi: Vanessa Nakate e l‘Africa nella lotta al cambiamento climatico

Avrebbe voluto fermare Putin, ma se ne è andato mentre il suo successore tenta di cancellare ogni suo lascito 

Da Linkiesta

In un libro appena pubblicato in Italia presso Feltrinelli con il titolo (eloquente) “Aprite gli occhi” la nota attivista ugandese per la battaglia contro il riscaldamento climatico lancia un allarme che non può lasciare indifferenti. Qui un breve estratto dal volume. (red)


Non riuscivo a credere a cosa stavo vedendo. O meglio, a cosa non stavo vedendo.

Era gennaio 2020, una giornata gelida, e stavo scorrendo i feed sui miei social media. Avevo appena finito di pranzare con altri attivisti per il clima che come me si trovavano a Davos, in Svizzera, per esortare qualcuno fra le tre migliaia di capi d’azienda, finanzieri, politici, opinion
leader, celebrità e altri globetrotter che partecipavano al Forum economico mondiale (Wef) annuale a prendere sul serio la crisi climatica.

Quella mattina avevamo tenuto una conferenza stampa, prima della quale mi ero messa in posa per i fotografi con altre quattro attiviste, e mi ero allontanata un attimo dall’area mensa per capire come i media stessero riportando il nostro messaggio. In meno di un minuto, ho trovato un link a un articolo in cui compariva una delle foto che ci avevano scattato. Mi si è quasi fermato il cuore. Era chiaramente l’immagine in cui c’ero anch’io, perché si intravedeva un lembo del mio cappotto al margine sinistro dell’inquadratura. Ma io non c’ero, non mi si vedeva.

Mi avevano tagliata.

Sono stata rapidamente attraversata da tutto un turbinio di emozioni. Ero frustrata, arrabbiata, e imbarazzata. Più osservavo l’immagine, più mi era impossibile ignorare il fatto che delle cinque donne ritratte, io ero l’unica che non veniva dall’Europa e l’unica nera.

Non avevano tagliato solo me, ho realizzato. Avevano tagliato un intero continente.

Alla conferenza stampa di quella mattina a Davos ero l’unica attivista per il clima originaria dell’Africa (e proprio in tutto il Wef ce n’erano pochi altri), e non solo mi avevano tagliata dalla foto dell’Associated Press, ma anche dall’articolo che ne parlava. “Cosa vuol dire, che non ho valore io come attivista o che non valgono niente proprio gli africani?” chiedevo in un video di dieci minuti trasmesso in diretta più tardi quello stesso giorno.

Ero sconcertata dall’ironia crudele di aver escluso dalla foto l’unica africana. “Non ce lo meritiamo,” dicevo. “L’Africa è la fonte minore di emissioni di carbonio, ma siamo i più colpiti dalla crisi climatica.”

Da un anno organizzavo scioperi per il clima nelle strade di Kampala, la capitale e maggiore città dell’Uganda, in Africa Centrorientale, dove vivo, per pretendere un’azione rispetto all’emergenza climatica. Avevo partecipato a conferenze internazionali sul clima e mi ero attivata online, e adesso ero venuta a Davos per aiutare altra gente a rendersi conto della verità, che il riscaldamento globale non è un’idea astratta o
un’eventualità teorica che attende il pianeta tra qualche decennio.

Il mio messaggio era, ed è, semplice e chiaro: la gente in Uganda, in Africa, e in tutto quello che prende il nome di Sud globale sta perdendo case, raccolti, guadagni, e persino la vita, e qualsiasi speranza di un futuro vivibile, e li sta perdendo ora.

Questa situazione non è solo tremenda, è anche ingiusta. Il continente africano, pur contando il 15 per cento della popolazione mondiale, è responsabile di appena il 2-3 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica legate all’energia. Le emissioni di gas serra prodotte da un africano medio corrispondono a una minima parte di quelle prodotte dagli abitanti di Stati Uniti, Europa, Cina, Emirati Arabi Uniti, Australia e di molti altri paesi.

Uno studio dell’Oxfam è giunto alla conclusione che una singola persona nel Regno Unito avrà emesso più CO2 nelle prime due settimane
del 2020 di quanta non ne abbia prodotta in tutto l’anno qualcuno in Uganda o in altri sei paesi africani.

Malgrado ciò, secondo la Banca africana di sviluppo, sull’Africa ricadrà all’incirca la metà dei costi dati dall’adattarsi alle conseguenze del cambiamento climatico, e sette dei dieci paesi più esposti agli effetti più duri della crisi climatica sono in Africa: si tratta di Sud Sudan, Nigeria, Etiopia, Eritrea, Ciad, Sierra Leone e Repubblica Centrafricana.

Chi ha meno risorse e meno ha contribuito alla crisi si trova a fare i conti con le sue conseguenze peggiori: inondazioni più frequenti e più gravi, siccità più lunghe, ondate di caldo estremo e innalzamento del livello dei mari. Una sempre maggiore scarsità di cibo, migrazioni forzate, perdite economiche e incremento dei tassi di mortalità sono altri fattori che colpiscono in misura sproporzionata la gente di colore,
non solo in tutta l’Africa e nel resto del Sud globale, ma anche nel Nord globale.

È questo il mio mondo: un mondo in cui la temperatura terrestre è già aumentata di 1,2° Celsius rispetto ai livelli di epoca preindustriale. Un pianeta più caldo di due gradi centigradi è una condanna a morte per paesi come l’Uganda. Eppure, già mentre leggete questo libro, siamo sulla buona strada perché le temperature salgano molto, molto di più di due gradi.

Ciò significa che ci saranno tanti altri milioni di sfollati e che eventi climatici estremi porteranno sistemi sanitari ed economie al punto di rottura. Nel frattempo, gli oceani si vanno esaurendo, crolla la biodiversità, e le specie si estinguono a un ritmo maggiore di quanto mai registrato dall’epoca dei dinosauri.

Il mio video di risposta è stato visualizzato da decine di migliaia di persone in tutto il mondo, molte anche in Uganda, che hanno condiviso con me la rabbia e la delusione. Come me, queste persone si sono rese conto che in quella foto, letteralmente, c’era qualcosa di decisamente sbagliato. Essere tagliata via da quell’immagine ha cambiato il corso del mio attivismo e della mia vita. Ha ricontestualizzato le mie idee in materia di razza, genere, equità e giustizia climatica; e mi ha portata a scrivere le pagine che state leggendo.

In Aprite gli occhi spiego perché quella foto e quel momento hanno contato così tanto, e perché è fondamentale che la lotta al cambiamento climatico includa voci come la mia.

Vi racconterò come ho iniziato a scioperare per il clima, di quel viaggio che poi ho fatto fino alle Alpi e di cosa è successo da allora. Vi mostrerò come quella che dobbiamo chiamare emergenza climatica sia una battaglia nell’immediato, addirittura nel quotidiano, per milioni di persone, anche nell’intera Africa, e come il surriscaldamento dell’atmosfera terrestre sia legato a tutto: all’economia, alla società, alla politica e a parecchie forme di disuguaglianza e ingiustizia, in termini di razza, genere e collocazione geografica.

Come molti dei giovani attivisti per il clima con cui mi sono organizzata e da cui ho tratto ispirazione, vivo in un mondo profondamente interconnesso, con accesso istantaneo a una mole enorme di informazione (e disinformazione) e più mezzi per collegarmi agli altri di quanti non se ne abbiano avuti in qualsiasi altra epoca storica.

Chi di noi è nato alla fine del secolo scorso e nei primi anni di questo è cresciuto all’ombra dell’Hiv/Aids, del terrorismo, delle catastrofi finanziarie e di enormi cambiamenti e stravolgimenti tecnologici. Siamo stati testimoni di sempre maggiori concentrazioni di ricchezze e di sempre maggiori disparità di potere. Molti di noi hanno vissuto in prima persona il modo in cui gli ecosistemi del nostro pianeta stanno collassando sotto il peso di stress climatici senza precedenti nella storia dell’umanità.

Forse più di qualsiasi altra fascia d’età, stiamo mettendo in discussione le premesse di un modello economico, sociale e politico che ci ha spinti sull’orlo di un precipizio oltre il quale nessun sistema economico o di governance potrà sopravvivere. Tutti questi dati di fatto ci hanno indotti a renderci conto che saremo noi, e quelli che verranno dopo di noi, a portare il peso di secoli e secoli passati a bruciare combustibili fossili e dello sciagurato fallimento nel lasciare sotto terra il carbonio residuo.

Aprite gli occhi mostra anche il lavoro e i punti di vista di una nuova ondata di attivisti di una giovane generazione. La visione di molti di loro si concentra sull’Africa e dall’Africa parte, da un continente per troppo tempo ignorato, costretto al silenzio e sfruttato. Crediamo che al cuore di questo sforzo debba esserci un impegno genuino non soltanto ai fini della giustizia ambientale, razziale e climatica, ma anche a favore dell’emancipazione di ragazze e donne, che stanno facendo i conti più pesanti con la crisi e sono in prima linea nelle iniziative tese a combatterla.

Se non affrontiamo il cambiamento climatico, non riusciremo a raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, né a realizzare un futuro di resilienza e sostenibilità. Vi condividerò anche le soluzioni pratiche che gli attivisti per il clima stanno attuando per sostenere le comunità in Uganda e in altri paesi dell’Africa e di tutto il mondo.

Da ultimo, vi darò alcune idee per potervi attivare e rispondere all’emergenza climatica ovunque viviate, e per poter esaltare la voce e riconoscere la presenza di chi troppo spesso è stato tagliato via dalla foto.

Ho scritto Aprite gli occhi nel mezzo della pandemia di Covid-19 e, come voi, sono sgomenta e profondamente triste per la perdita di così tante vite in così tanti paesi a causa del virus. Famiglie, comunità e nazioni in tutto il mondo sono sotto shock e piangono le esistenze rovinate, le famiglie sfollate, l’istruzione interrotta o abbreviata, le aziende chiuse.

Siamo anche scossi da altre conseguenze vergognose della pandemia: la mancanza di accesso alle cure sanitarie e ai vaccini per la gente di colore; il riacutizzarsi dell’incidenza del fenomeno delle spose bambine e della violenza domestica; e il rinvio di azioni urgenti rispetto all’emergenza climatica. Benché tali disuguaglianze esistessero già prima del Covid-19, il virus le ha portate alla ribalta e ha reso molte di loro persino peggiori.

In questo moltiplicarsi di tragedie, possiamo trovare qualche brusco monito e qualche dura lezione. Primo: gli scienziati ci dicono che le malattie zoonotiche come il Covid-19 diventeranno in futuro sempre più frequenti, visto che invadiamo gli habitat in cui vivono gli animali selvatici, che continuiamo a sfruttare, allevare e vendere questi ultimi vicinissimo alle comunità umane, che chiudiamo miliardi di animali domestici negli allevamenti industriali. Il cambiamento climatico, probabilmente, aumenterà la frequenza e la letalità di malattie del genere.

Secondo: durante la pandemia, la gente di tutto il mondo ha prestato particolare attenzione agli anziani, rivelatisi i più fragili di fronte al virus. Li abbiamo tenuti al sicuro, li abbiamo fatti restare al chiuso. Ma per decenni, molte persone di quelle generazioni hanno preso decisioni che lasceranno esposti i loro eredi agli effetti del riscaldamento globale.

Terzo: la pandemia ha colpito in misura sproporzionata chi aveva meno risorse, minore accesso a cure sanitarie e a cibi sufficientemente nutrienti, chi viveva in condizioni di maggiore assembramento, chi svolgeva un lavoro che rendeva difficile il distanziamento sociale e chi per
condizioni di salute pregresse era più soggetto al rischio di contagio. La maggior parte di queste persone è di colore. Anche questa è un’eco della crisi climatica.

Per finire, i governi continuano a dirci di seguire la scienza riguardo al coronavirus, ma loro non stanno seguendo la scienza riguardo al cambiamento climatico. Non si stanno muovendo nemmeno lontanamente con la rapidità o l’esaustività che gli scienziati ci dicono essere necessarie per rispettare – o superare – gli impegni presi nell’ambito dell’Accordo di Parigi sul clima del 2015.

La pandemia ci ha ricordato che il cambiamento climatico non è in lockdown. Ci ha dimostrato che viviamo in un mondo profondamente interconnesso, e che per sopravvivere abbiamo bisogno gli uni degli altri. Benché le previsioni sul clima siano terrificanti, io credo che possiamo ancora sperare. Dobbiamo. Non c’è alternativa. La pandemia ha dimostrato che (alcuni) leader sono capaci di prestare ascolto alla scienza, e che la comunità internazionale può cooperare per un fine comune. E non importa quanto possano sembrarci inquietanti il presente e il futuro, non abbiamo il tempo né il lusso di chiuderci alle emozioni, soprattutto chi di noi vive in paesi dove la crisi climatica è una realtà di tutti i giorni.

La posta in gioco non potrebbe essere più alta: a meno che non intraprendiamo un’azione drastica adesso, qualsiasi piano per il futuro – grande o piccolo – abbia chiunque di noi è destinato a fallire. Perciò, unitevi a me e ad alcuni dei tanti giovani attivisti per il clima in Africa e in tutto il mondo che si stanno dando da fare adesso per cambiare quel futuro. Lottiamo insieme per ciò che è equo e giusto.