Nel lettone dello Zar

 


L’ombra nera che si allunga sull’Europa

 

Di Maurizio Franco , MicroMega

L’estrema destra è forza continentale di governo. Negli Stati europei, le formazioni del conservatorismo radicale hanno acquisito un ruolo predominante nelle tornate elettorali: Spagna, Francia, Portogallo e Germania sono le manifestazioni più eclatanti del loro successo. Ungheria e Polonia, invece, hanno già dato il loro contributo alla “rivoluzione conservatrice” in atto.
L’Italia non è da meno, anzi. È avanguardia politica e laboratorio delle nuove (e vecchie) destre che ambiscono al potere.

Gli anni Venti del XXI secolo dopo le dimissioni di Mario Draghi e il ritorno alle urne, fissato per il 25 settembre. Secondo gli ultimi sondaggi, la compagine di centro-destra è trainata da Fratelli d’Italia, il partito guidato da Giorgia Meloni, con percentuali di voto a doppia cifra. Durante la fase più acuta della pandemia, era la Lega di Matteo Salvini a dominare il campo mentre Forza Italia boccheggiava (e lo fa tuttora tra i nuovi colossi del sovranismo tricolore). Partiti, quindi, da concepire come vasi comunicanti per un elettorato liquido non più fidelizzato ai vessilli identitari della politica. Eppure, salvo imprevisti, le elezioni autunnali potrebbero incoronare i discendenti del Movimento sociale italiano a fulcro del parlamento, creando un precedente tra le grandi economie continentali. Un traguardo a cui molte organizzazioni europee mirano. E guardano con speranza.

In Spagna, Vox è diventata la terza forza politica. Nelle elezioni del 2019 ha racimolato oltre il 15 per cento delle preferenze. Un risultato storico per la formazione di estrema destra che ammicca al passato franchista. Fondato nel 2013 a Madrid da alcuni transfughi del partito popolare e della falange spagnola – organizzazione neofascista sopravvissuta alla morte del Caudillo –, Vox è presieduto da Santiago Abascal, sodale di Meloni, politico dalla lunga esperienza nella risma conservatrice. Nel corso degli anni, sempre più consiglieri locali, deputati e parlamentari eletti hanno ingrossato le fila della destra spagnola: lo scorso aprile, il partito di Abascal è entrato nel governo regionale di Castilla Y Leon, in accordo con il centro-destra. E in Andalusia – roccaforte storica delle varie sfumature della sinistra – alle elezioni di giugno, ha strappato 14 seggi. Un primato che segna una svolta negli equilibri cromatici delle democrazie continentali.

Nel parlamento europeo Vox siede accanto a Fratelli d’Italia, nell’Ecr Group, lo spezzone dei conservatori e riformisti europei, nato in opposizione alle volontà europeiste dei popolari. Con il partito di Giorgia Meloni, la formazione iberica ha stretto una solida alleanza che travalica gli steccati nazionali. Il comizio della leader di FdI a Marbella – accorsa per sostenere Macarena Olona, candidata per Vox al parlamento andaluso –, ha rinfocolato quest’unione di fatto, definendo il perimetro dell’internazionale nera: famiglia, patria e confini sono gli assiomi su cui costruire il nuovo mondo della reazione, secondo le organizzazioni capofila che crescono inesorabilmente.

Nel gruppo Identità e Democrazia, invece, siede il Rassemblement National di Marine Le Pen. Il blocco francese condivide gli scranni di Bruxelles con la Lega. Affinità e ammiccamenti, però, sono anche con Fratelli d’Italia: nonostante le distanze politiche maturate nel tempo, è il fardello storico a cui sono faticosamente aggrappati a tenere assieme i due colossi elettorali. Epigoni della destra nazionale, in Italia e in Francia, i due partiti dalle fiamme sul simbolo – il partito di Le Pen ha mutato immagine nel 2018 – hanno costruito l’impalcatura ideologica e la nuova strategia del conservatorismo europeo.

Nell’ultima tornata elettorale, il Rassemblement – nonostante abbia perso contro il partito centrista di Emmanuel Macron al ballottaggio per la presidenza della Repubblica – ha dimostrato di essere uno dei pilastri della giostra politica d’oltralpe. Alle elezioni per il rinnovo della composizione parlamentare, a giugno, il movimento di Le Pen ha visto un incremento vertiginoso dei deputati, dagli 8 della scorsa legislatura ai 90 conquistati a colpi di voto.

Altro Paese, altro fenomeno. In Portogallo c’è Chega: “Basta” tradotto in italiano. Nel 2019, anno del suo ingresso nell’agone politico iberico, è una realtà residuale: un misero 1,3 per cento e un seggio al parlamento. Il primo in assoluto per l’estrema destra dalla fine del salazarismo. Alle elezioni presidenziali del 24 gennaio 2021, invece, scuote la politica portoghese con l’11 per cento delle preferenze. André Ventura, ex telecronista sportivo, è l’artefice di questo miracolo nero. Un cocktail di xenofobia e nazionalismo più volte enunciato. Come racconta Francesca Berardi sul quotidiano Domani, Ventura ha stretto rapporti con la Lega. Durante il tour italiano su iniziativa del Carroccio – iniziato a Figline di Valdarno, in Toscana, e proseguito a Roma – il leader portoghese, ha dichiarato:«Condividiamo le stesse idee in materia di tasse, immigrazione, lotta all’invasione islamica in Europa». Un programma politico condensato in poche battute. “La strada è tracciata”, ha scritto Meloni all’indomani delle elezioni legislative che hanno incoronato Chega sul podio portoghese. Circa l’8 per cento su scala nazionale. “Buon lavoro” ha concluso poi via Twitter.


AVS21: quello che non si dice

 

Sembrerebbe che l’unico modo per garantire le nostre pensioni e quelle dei nostri figli sia di diminuire le prestazioni dell’AVS innalzando l’età del pensionamento a cominciare dalle donne, anche se già penalizzate perché guadagnano di meno. È ciò che si propone con la votazione “AVS21” del 25 settembre.

Ma ci sarebbero soluzioni alternative? Sì! Per capire come si potrebbero aumentare le risorse dell’AVS (il Primo pilastro) senza punire le donne, è però inevitabile considerare l’insieme del sistema pensionistico, correndo il rischio di confrontarsi con gli interessi di banche e assicurazioni coinvolte nella gestione della montagna di miliardi accumulati nelle Casse pensioni (il Secondo pilastro) mediante il risparmio obbligatorio imposto dalla legge per la Previdenza Professionale (PP).

Proviamo a mettere a confronto i primi due pilastri in una un’immaginaria partita in 9 round.

  1. A parità di contributi versati l’AVS offre rendite più elevate delle Casse pensioni (PP)
    Con l’AVS, a parità di contributi versati, la maggioranza (80-90%) della popolazione (compresi i redditi medi), riceve una rendita superiore rispetto alla Previdenza Professionale, lo dimostra un recente studio sindacale.[1] Prendiamo ad esempio una giovane donna sola di oggi con un reddito mediano: per ottenere dalla PP una rendita equivalente a quella che le garantisce l’AVS, sull’arco di una vita dovrebbe versare nelle Casse pensioni quasi il doppio dei contributi, ossia ca. fr. 250’000 in più!
    Risultato: AVS 1, PP 0
  2. L’AVS garantisce mobilità e flessibilità del lavoro, la PP le frena
    Basta avere un numero AVS e indipendentemente dal posto e dal tempo di lavoro verrà sempre prelevato lo stesso contributo. In caso di pausa (per es. per gli studi) si rimane assicurati versando un contributo minimo. Oggi il mercato del lavoro impone frequenti cambiamenti di posto, periodi di disoccupazione o di riqualificazione, di lavoro precario o a percentuali ridotte, con relative fluttuazioni del livello del reddito. Quasi la metà degli assicurati attivi lavora ormai a tempo parziale: per l’AVS non è un problema. La Previdenza Professionale (il Secondo pilastro) richiede invece pratiche particolari per il passaggio da una Cassa pensioni all’altra e la percentuale del prelievo sul salario può variare. Nei periodi di “magra” non c’è nemmeno più accesso alla PP… Anche Avenir Suisse, il think tank dell’economia svizzera, critica questa mancanza di flessibilità del Secondo pilastro.[2]
    Risultato: AVS 2, PP 0
  3. L’AVS non discrimina gli over 60, la PP ne incentiva la disoccupazione
    Nell’AVS il contributo paritetico (datori di lavoro e salariati) prelevato sullo stipendio è sempre uguale per tutti dai 18 ai 65 anni, in qualsiasi posto di lavoro: attualmente 10,6% del reddito. Quello per la Previdenza Professionale invece (datori di lavoro e salariati) aumenta progressivamente con l’età e in media si situa fra il 12 e il 25%. Anche questo rende gli over 55-60 molto più cari sul mercato del lavoro, perciò si preferisce licenziarli e assumere giovani con stipendi inferiori e meno oneri per la PP.
    Risultato: AVS 3, PP 0
  4. L’AVS riconosce la cura dei figli, nella PP rimane un buco assicurativo
    Nel Primo pilastro le donne sono meno discriminate. Se si astengono dal lavoro per gli anni necessari alla cura dei figli l’AVS calcola un accredito per compiti educativi affinché non ci siano buchi che diminuirebbero poi la rendita. Nella PP per non diminuire la rendita negli anni senza salario le donne dovrebbero versare onerosi contributi volontari alla Cassa pensione. Conseguenza: nel 2020 la rendita mediana delle donne era di fr. 1167, quella degli uomini di fr. 2081 e per i prelievi in capitale la disparità è più del doppio.
    Risultato: AVS 4, PP 0
  5. La gestione dell’AVS costa 4 volte meno di quella della PP
    L’AVS è un’istituzione nazionale unica e quindi comporta poca burocrazia. Per assicurare tutta la popolazione i costi di gestione ammontano a 220 milioni di fr. all’anno (2021) ossia lo 0,46% delle uscite. La PP ci costa più di quattro volte tanto, ossia 960 milioni (2020) perché ci sono ben 1434 Casse pensioni grandi o piccole (2020) da gestire e ognuna ha una propria amministrazione con le relative spese di gestione.
    Risultato: AVS 5, PP 0
  6. L’AVS può adeguare le pensioni al carovita, nella PP non è possibile
    L’AVS finanzia le pensioni di un anno con le entrate dell’anno precedente senza bisogno di accumulare grandi capitali (sistema di ripartizione), perciò se i salari aumentano perché aumenta la produttività o sono stati adeguati al carovita anche le pensioni possono essere adeguate. Il Consiglio Federale ne esamina ogni due anni la necessità. Nella PP questo non è possibile perché col sistema di capitalizzazione il valore del risparmio accumulato nelle Casse pensioni è fisso e in caso di inflazione perde valore, e la rendita futura perderà potere d’acquisto.
    Risultato: AVS 6, PP 0
  7. Le pensioni dell’AVS ci saranno sempre, quelle della PP sono meno sicure
    L’AVS è un’istituzione pubblica, quindi è perenne quanto lo Stato svizzero e potrà sempre contare sui contributi di tutti i cittadini attivi per versare pensioni ad anziani e superstiti. Siccome assicura tutta la popolazione c’è un’automatica compensazione dei rischi e si può facilmente calcolare quanto serve per adeguare progressivamente le entrate all’invecchiamento e al calo demografico. Comunque, l’AVS gode della garanzia della Confederazione e per fluttuazioni temporanee dispone di un capitale di 50 miliardi.
    Le Casse pensioni invece sono legate alle aziende e all’andamento economico e finanziario che in caso di crisi potrebbe compromettere la loro esistenza o il valore e il rendimento dei risparmi accumulati. Per compensare l’invecchiamento della popolazione nella PP si riduce l’”aliquota di conversione”. In chiare parole: si diminuiscono le pensioni spalmando su più anni la quantità di capitale da erogare ogni anno durante il pensionamento. Da quando esiste, l’AVS non ha mai ridotto le pensioni. Le Casse pensioni invece si, e lo faranno ancora.
    Risultato: AVS 7, PP 0
  8. L’AVS non incide sull’economia, la PP subisce l’andamento economico
    L’impatto dell’AVS sull’economia è neutro perché grazie al “sistema di ripartizione” da un lato incassa i contributi e dall’altro ridistribuisce una somma equivalente. In caso di rallentamento economico contribuisce a mantenere il livello dei consumi dei pensionati. Nella PP invece, con il “sistema della capitalizzazione” si impone un risparmio forzato che da un lato agisce come un freno all’inflazione perché limita i consumi ma in caso di crisi e disoccupazione frena la domanda. Congelare una montagna di risparmi nella PP (ormai 1063 miliardi nel 2020, e sono in rapido aumento) significa che le Casse pensioni devono cercare investimenti sicuri, ma anche redditizi. Siccome nel mercato finanziario il rendimento aumenta quando le aziende riducono i costi (soprattutto per il personale), paradossalmente i risparmi dei salariati accumulati nelle Casse pensioni contribuiscono a peggiorare occupazione e salari. Un effetto perverso che equivale a tagliarsi l’erba sotto i piedi.
    Risultato: AVS 8, PP 0
  9. Con l’AVS c’è solidarietà fra ricchi e poveri, nella PP ciascuno per sé
    Con l’AVS tutta la popolazione è assicurata ed è quindi tenuta a pagare i contributi di legge proporzionalmente al proprio reddito da lavoro, senza limite minimo o massimo. Le rendite mensili invece hanno per persone sole, nel 2021, un minimo (fr. 1195) e un massimo (fr. 2390). Quindi chi guadagna poco riceve più di quanto ha versato all’AVS durante la sua vita e chi guadagna molto riceve di meno. È anche per sottrarsi a questo meccanismo di solidarietà che diversi liberi professionisti benestanti convogliano i loro guadagni in società anonime dalle quali riscuotono salari modesti (soggetti all’AVS) e sostanziosi dividendi (esenti da contributi per l’AVS). Dalle Casse pensioni invece, a causa del sistema di capitalizzazione, al momento della pensione si riceve solo una rendita o un capitale equivalente a quanto ognuno ha versato (salariato e datore di lavoro) durante la vita attiva. L’unica solidarietà è fra chi muore prima e chi vive a lungo rispetto alla media della popolazione e fra chi ha molti o pochi figli a carico.
    Risultato: AVS 9, PP 0 
Quello che invece si dovrebbe dire e si potrebbe fare

Da anni la politica semina allarmismo su presunte “gravi difficoltà” per l’AVS (mai avverate) al punto che molti giovani sono ormai convinti che con l’AVS dovranno pagare tutta la vita per gli anziani ma quando andranno in pensione non rimarrà più nulla per loro. Non sanno invece che dopo aver versato tutta la vita somme importanti nelle Casse pensioni (che forse non ci saranno più) rischiano di ritrovarsi con un misero gruzzolo.

Allargando la prospettiva all’insieme del sistema pensionistico si scopre che il continuo sviluppo del Secondo pilastro a scapito del Primo genera enormi costi e svantaggi per i/le futuri/e pensionati/e anche per molti datori di lavoro. Ciononostante, si presenta l’aumento dell’età di pensionamento delle donne (AVS21) come un sacrificio indispensabile, mentre è solo un ennesimo cerotto escogitato per non cambiare nulla.

Quando non c’era ancora l’AVS e si lavorava tutta la vita in un solo posto le Casse pensioni erano una benedizione ma oggi sono un sistema antiquato, troppo costoso e complicato. L’AVS è invece un’assicurazione moderna, flessibile, solidale e sicura (vedi grafico qui sotto) e non c’è stato mai bisogno di ridurre le sue rendite!

Perciò è proprio dirottando verso l’AVS almeno una parte dei contributi che ora confluiscono nelle Casse pensioni che si potrebbe migliorare la previdenza per la vecchiaia di donne e uomini. Una soluzione invisa alle lobby di banche e assicurazioni che con il sistema attuale fanno molti affari e non piace nemmeno ai partiti borghesi tradizionalmente contrari alla solidarietà sociale dell’AVS.

In via transitoria si potrebbe pensare almeno a un Secondo pilastro con un’unica Cassa pensione pubblica, più sicura, con meno sprechi, meno discriminazioni per le donne e meno complicazioni per chi cambia posto di lavoro.

Intanto però cominciamo a votare NO alla proposta AVS21 il prossimo 25 settembre!

[1] Comparaison prix-prestations pour les jeunes actifs: L’AVS l’emporte haut la main sur la prévoyance privée, Extrait en français du dossier de l’Union syndicale suisse, octobre 2021

[2] Diego Taboada, Déridons la prévoyance vieillesse! Réformes oubliées – réformes à oublier Une cure de flexibilisation des trois piliers est nécessaire 


Dalle fake news alla fake reality

 

Di David Chalmers,  Linkiesta

Come dovremmo capire che cos’è la realtà nell’era digitale? Il popolare acronimo irl, abbreviazione per “in real life” (“nella vita reale”), sottolinea il contrasto tra la vita reale e la vita digitale. Sui social media io posto fotografie di conferenze di filosofia. Nella realtà virtuale sono un mago a giocare al rhythm game che si chiama Beat Saber. Ma irl sono un professore della New York University che scrive libri sulla consapevolezza e la realtà.

Questo acronimo, che risale agli anni Novanta, ormai sembra antiquato: negli anni Venti del Ventunesimo secolo, il presupposto secondo cui la vita digitale non è vita reale non suona più come vero. Quando un bambino è vittima di bullismo su Instagram, si tratta di un evento reale con conseguenze reali. Quando ti vedi con la tua famiglia su Zoom, è un vero incontro di famiglia. Quando perdi denaro comprando e vendendo Bitcoin, è una perdita vera. La vita digitale è oggi parte integrante della vita reale.

Per andare al fondo di questa cosa, dobbiamo chiarire che cosa significhi “essere reale”. Filosoficamente, ci sono alcuni modi diversi in cui possiamo definire il concetto di realtà.

Prima definizione: qualcosa è reale se ha un effetto rilevante. Il coronavirus è reale, perché fa ammalare le persone. La fatina dei denti non è reale, perché non fa nulla: il suo lavoro è svolto principalmente dai genitori che raccontano delle storie su di lei e lasciano dei soldi per i dentini. In questo senso, la vita digitale è reale. Ciò che accade su Internet ha un impatto sulla nostra vita quotidiana. Un cambiamento nell’algoritmo di Google può rovinare un’azienda. Il tweet di un politico ha il potenziale per far cadere un governo.

Seconda definizione: qualcosa è reale se non è soltanto nella nostra mente. Un miraggio è solo nella nostra mente, quindi non è reale. La caduta di un albero nella foresta è qualcosa che accade fuori dalla nostra mente, quindi è reale. Internet non è tutto nella nostra mente. I siti web continuano a esistere anche mentre dormiamo. Le blockchain sono presenti su reti di computer in tutto il mondo e rimangono lì anche quando nessuno le sta visualizzando.

Terza definizione: qualcosa è reale se non è un’illusione, un’allucinazione o una finzione. Nel suo romanzo del 1984, Neuromante, lo scrittore di fantascienza William Gibson ha affermato che il cyberspazio è un’“allucinazione consensuale” vissuta da miliardi di persone. Oggi direi che il cyberspazio è una realtà consensuale. Un negozio online come Amazon è reale quanto uno dei negozi fisici di Walmart. Amazon è un’istituzione a pieno titolo che contribuisce a strutturare la nostra realtà.

Quarta definizione (e forse nella nostra era digitale è questa la cosa più importante): diciamo che qualcosa è reale se è autentico. Quando qualcosa non è autentico, è falso. Il mondo fisico è pieno di non-autenticità, dal denaro falso ai sorrisi falsi. La non-autenticità dilaga ancora di più su Internet, dove abbondano fake news, bot e filtri Instagram che idealizzano le nostre vite. Tuttavia, anche online c’è molta autenticità. Puoi coltivare delle amicizie tramite e-mail. Puoi davvero protestare contro la politica del governo su Twitter. Puoi goderti della musica vera su Spotify. Nella realtà digitale le nostre esperienze possono essere altrettanto autentiche di quanto lo sono nella realtà fisica.

Nel prossimo futuro, con il metaverso delle realtà virtuali, le discussioni su ciò che possa essere considerato reale diventeranno sempre più rilevanti. I mondi virtuali di oggi – dai mondi sociali come Second Life alle piattaforme di gioco come Roblox – sono in reciproco contrasto con “il mondo reale”. Molte persone pensano che le realtà virtuali siano irreali per definizione. Secondo i criteri che applico io, questo è sbagliato. I mondi virtuali sono mondi reali. 

Second Life ha avuto un impatto sulla vita degli utenti favorendo nuove relazioni e nuove comunità. Roblox continua a esistere sui server anche quando nessuno sta guardando. Lo stesso vale per le realtà virtuali vissute in modo immersivo attraverso un visore. Ad esempio, l’ambiente sociale immersivo VRChat è più di un’illusione: sembra che tu stia conversando con altre persone che abitano avatar colorati perché lo stai facendo davvero. Chi può affermare che queste esperienze non possano essere autentiche e importanti come quelle che si svolgono nella realtà fisica?

Il film del 2021 Free Guy. Eroe per gioco ha colto nel segno. Due dei protagonisti del film sono personaggi “non giocanti” che vivono in un mondo di videogiochi. Dopo aver scoperto questo fatto, uno chiede all’altro: «Ciò significa che niente di tutto questo è reale?». L’altro risponde: «Sono seduto qui con il mio migliore amico, cercando di aiutarlo in un momento difficile. Se questo non è reale, allora non so che cosa lo sia». Questo dialogo chiama in causa un quinto modo attraverso cui definire se qualcosa è reale: qualcosa è reale se è significativo.

In quanto filosofo, penso che il significato delle nostre vite affondi le radici nella nostra consapevolezza. Gli esseri umani sono consapevoli e questo ci dà la capacità di conferire significato al mondo fisico. Possiamo fare lo stesso con la realtà virtuale. Se una città artificiale potrebbe non avere lo stesso significato della propria città natale, i mondi virtuali costruiranno un proprio significato nel corso del tempo – un significato che saremo noi a dare.

Tutto questo non vuole affatto dire che la realtà virtuale sarà soltanto una cosa stupenda. Proprio come la realtà fisica, i mondi digitali sono pieni di solitudine e di dolore. E la sofferenza nella realtà virtuale è altrettanto reale e significativa della sofferenza nella realtà fisica.

In futuro, trascorreremo ancora più tempo negli ambienti online. Lavoreremo e giocheremo in mondi digitali. Interagiremo con amici e familiari e costruiremo nuove comunità in mondi virtuali. Quello che conta è capire se possiamo avere esperienze autentiche e significative anche lì. Io penso di sì.

Per questo motivo, non ha più senso dire “irl” e “il mondo reale” quando si parla di realtà fisica. Invece, possiamo parlare del mondo fisico e confrontarlo con i mondi digitali e virtuali. Tutti questi mondi possono essere reali.

Nell’immagine: un anello “phygital” (da physical + digital) che può essere portato tanto nel mondo fisico quanto nel metaverso, prossimamente venduto all’asta da Sotheby’s


I sei mesi di repressione che hanno trasformato la Russia in una dittatura

 

Di Meduza, da Valigiablu

Sono trascorsi sei mesi da quando Vladimir Putin ha lanciato un’invasione su larga scala dell’Ucraina e una repressione interna che ha trasformato la Russia in una dittatura di fatto. In questo intervallo di tempo, il movimento russo contro la guerra è stato annientato: attivisti e politici indipendenti sono dietro le sbarre o in esilio; la gente comune è perseguita in massa per aver tentato di esprimersi contro la guerra (o a favore della pace); gli artisti “inaffidabili” vedono mostre, esibizioni o concerti cancellati; la censura militare regna sovrana e la stampa indipendente è stata cacciata dal paese. Insieme al progetto per i diritti umani Ovd-Info, il sito indipendente russo Meduza presenta una sintesi degli sforzi compiuti in sei mesi dalle autorità russe per eliminare ogni dissenso.

Limitazione del diritto di assemblea e riunione

Ovd-Info ha rilevato almeno 16.437 arresti connessi alle proteste contro la guerra tra il 24 febbraio e il 17 agosto 2022. Oltre agli arresti durante le proteste di piazza, il dato include 138 arresti per post contro la guerra pubblicati sui social media, 118 arresti per simboli contro la guerra e 62 arresti effettuati dopo manifestazioni contro la guerra.

Repressione attraverso la legge

Le autorità russe hanno anche effettuato detenzioni “preventive” con l’aiuto della tecnologia di riconoscimento facciale. Il sistema di riconoscimento facciale di Mosca è stato usato nell’arresto di almeno 33 persone in occasione della Giornata della bandiera nazionale russa, il 22 agosto.

Nell’agosto 2022 non sono state introdotte nuove leggi, probabilmente perché i legislatori russi sono in vacanza. Dal 24 febbraio, tuttavia, i legislatori della Duma di Stato hanno adottato un totale di 16 nuove leggi repressive o emendamenti a leggi esistenti.

Casistica di reati

In 182 giorni di guerra, 224 persone sono imputate in processi che riguardano “casi di oppositori della guerra”. La 224esima persona accusata è Evgeny Roizman, politico contrario alla guerra ed ex sindaco di Ekaterinburg, arrestato il 24 agosto, esattamente sei mesi dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Nel solo mese di agosto, gli avvocati di OVD-Info hanno iniziato a rappresentare imputati in cinque nuovi casi penali: Alexey Onoshkin, Ilya Gantsevsky, Marina Ovsyannikova, Andrey Pavlov e Sergey Veselov. In totale, gli avvocati di OVD-Info si stanno occupando di 22 “casi di oppositori della guerra”.

Casi amministrativi

Secondo quanto riporta il sito indipendente russo Mediazona, dal 24 febbraio sono stati aperti almeno 3.780 casi, ai sensi dell’articolo 20.3.3 del Codice russo dei reati amministrativi (discredito dell’esercito).

Ovd-Info ha inoltre rilevato almeno sette casi di persecuzione extragiudiziale di persone che si sono opposte pubblicamente alla guerra. Tra le varie forme di persecuzione figurano attacchi fisici, minacce, licenziamenti da agenzie governative e il rifiuto delle forze dell’ordine di indagare su atti di vandalismo anti-ucraino.

Agenti d’influenza stranieri” e “organizzazioni indesiderate”

Il ministero della Giustizia russo sembra aver riposato ad agosto: per tutto il mese non ci sono state ulteriori Tuttavia, nel corso dell’estate, la procura di Mosca ha intentato una causa per liquidare il sindacato dei Giornalisti, con l’accusa di non aver rispettato i requisiti della legislazione sugli “agenti stranieri”, e il tribunale di Mosca per gli arbitrati ha avviato una procedura di fallimento contro la sede russa di Radio Free Europe/Radio Liberty, a causa del mancato pagamento delle multe imposte per non aver etichettato i contenuti degli “agenti stranieri”.

Da quando Ovd-Info ha pubblicato il suo rapporto di luglio sulle repressioni contro gli oppositori della guerra, altre tre organizzazioni sono state dichiarate “indesiderabili”: Il Congresso ucraino canadese, l’Istituto Macdonald-Laurier e la Federazione nazionale ucraina del Canada. Ora ci sono 65 organizzazioni sulla lista nera degli “indesiderabili”.

Inoltre, l’ufficio del Procuratore Generale russo ha aggiunto un diciannovesimo dominio, appartenente al sito d’inchiesta The Insider, al registro delle informazioni vietate.

Blocchi di Internet, censura e pressioni sui media indipendenti

Secondo il gruppo di difesa dei diritti digitali Roskomsvoboda, circa 7.000 siti web sono stati bloccati dalla censura militare. Ma secondo il procuratore generale Igor Krasnov la Russia ha rimosso o bloccato circa 138.000 risorse web dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina.

Ad agosto, il social network VKontakte ha bloccato le pagine dell’artista Yulia Tsvetkova, dell’emittente bielorussa Zerkalo e di Ovd-Info. La pagina di Ovd-Info è stata bloccata perché avrebbe contenuto “inaffidabili informazioni socialmente significative” sulla “operazione militare speciale” dell’esercito russo in Ucraina. Anche il tribunale distrettuale Lukhovitsky di Mosca si è rifiutato di sbloccare il sito web di Ovd-Info.

Nell’ultimo mese, l’ufficio del procuratore generale ha anche censurato una conferenza stampa in difesa dei musulmani oppressi che coinvolgeva l’attivista per i diritti umani Svetlana Gannushkina, nonché i commenti della stessa Gannushkina per testate come Culture of Dignity, Tell Gordeeva e Tv Rain. Anche la pubblicazione TJournal ha annunciato la chiusura a causa di un grave calo di lettori (e di entrate), dopo il blocco del suo sito web.

Almeno cinque concerti ed eventi sono stati censurati dopo che i partecipanti avevano espresso pubblicamente opinioni contro la guerra. Le autorità russe hanno cancellato una conferenza della giornalista Asya Kazantseva e le esibizioni della cantante pop Dora e dei gruppi AloeVera, Krovostok e Anacondaz.

È possibile leggere il rapporto completo di Ovd-Info (in lingua russa) a questo link.

Articolo originale pubblicato sul sito indipendente russo Meduza – per sostenere il sito si può donare tramite questa pagina.

Nell’immagine: “Nel sud della Russia e nelle regioni del Caucaso settentrionale continuano le repressioni in base all’articolo sul discredito dell’esercito” (da 24liveblog.com)


La condanna in sordina di Michelle Bachelet alla Cina

 

Non sarà Michelle Bachelet, che ha lasciato l’incarico di Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite il 31 agosto dopo quattro anni, a dare seguito alle conclusioni pubblicate nel rapporto ONU sulle violazioni dei diritti umani nello Xinjiang. La “patata bollente” passerà nella mani del suo successore.

Il documento pubblicato nell’ultimo giorno del suo mandato dopo quasi un anno di attesa, afferma che il governo cinese ha commesso abusi che potrebbero equivalere a crimini contro l’umanità prendendo di mira gli uiguri e altre comunità turche nella regione autonoma. Il rapporto contiene resoconti delle vittime che confermano la detenzione arbitraria di massa, la tortura, la persecuzione culturale, il lavoro forzato e altre gravi violazioni dei diritti umani. I risultati sono coerenti con quelli raccolti da accademici, giornalisti e organizzazioni per i diritti umani, sin dal 2017.

Per Agnés Callamard, la Segretaria Generale di Amnesty International, “l’imperdonabile ritardo nella pubblicazione di questo documento macchia il bilancio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani, ma questo non ne dovrebbe sminuire l’importanza”. La delusione è condivisa anche dalla Conferenza mondiale uigura, che si aspettava una presa di posizione più forte contro la Cina.

Il fatto che l’ex Presidente cilena abbia aspettato fino al giorno della sua partenza per pubblicare i risultati dell’investigazione, la dice lunga sulla difficile relazione con la Cina. Il rischio e la paura delle organizzazioni per i diritti umani è che la tempistica della pubblicazione, ne riduca l’impatto, lasciando nel limbo il “seguito”.

Secondo Human rights watch, le vittime e le loro famiglie hanno finalmente visto riconosciuta la persecuzione del governo cinese e possono chiedere alle Nazioni Unite e ai suoi Stati membri un’azione concreta per punire i responsabili. Ma non sarà Bachelet ad occuparsene. E quindi quanto dovremo aspettare prima che l’ONU e la comunità internazionale agiscano di fronte a prove credibili sugli abusi commessi nello Xinjiang?

La diplomatica era da tempo sotto pressione dai gruppi per i diritti umani da una parte, che ne chiedevano una pubblicazione immediata e dalla Cina dall’altra, che voleva invece fermare qualsiasi diffusione del rapporto, tanto che i dubbi su cosa, quanto e quando pubblicare, erano chiari da tempo. Nello spiegare il ritardo, Bachelet ha affermato di “volere la massima cura per affrontare le risposte e gli input ricevuti dal governo cinese”. Le Nazioni Unite hanno infatti allegato una confutazione di 131 pagine della Cina, suscitando nuove critiche. Pechino ha definito il rapporto una “valutazione basata su disinformazione e bugie”

Durante il suo mandato, Michelle Bachelet è stata attaccata per non aver saputo tenere testa a Pechino. La sua visita di sei giorni alla fine di maggio nello Xinjiang, dopo anni di negoziazioni, è stata definita una farsa dai suoi detrattori a causa del mancato accesso a luoghi e persone chiave. Per lei si è trattato di “un’opportunità per tenere discussioni dirette con i leader più importanti della Cina – sui diritti umani al fine di sostenere la Cina nell’adempimento dei suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale sui diritti umani”. La conferenza stampa che ne seguì, priva di messaggi significativi, aveva soltanto alimentato le perplessità sulla paladina ONU dei diritti umani.

Bachelet ha biasimato la “politicizzazione” della questione, che, secondo lei, ha impedito “la creazione di fiducia e la capacità di avere davvero un impatto sul terreno”. Sta di fatto che il suo tentativo di raggiungere risultati diversi dai suoi predecessori, attraverso la diplomazia personale e il dialogo dietro le quinte, è fallito.

L’attenzione si sposta ora verso chi farà, cosa. Gli attivisti per i diritti degli uiguri chiedono l’istituzione di una commissione d’inchiesta e invitano le aziende di tutto il mondo a tagliare tutti i legami con chiunque favorisca il governo cinese nella sua gestione degli uiguri. Il rapporto di Bachelet dovrebbe spingere le aziende e i governi a migliorare la trasparenza nella catena di approvvigionamento e la responsabilità di tutti. Human Rights Watch ha suggerito di presentare formalmente e urgentemente il rapporto al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

I più ottimisti pensano che il rapporto impedirà le deportazione degli uiguri in Cina e, come successo in passato, potrebbe spingere Pechino ad accorciare la detenzione di alcuni detenuti. Criticata da più parti e su più fronti, è difficile immaginare che la Cina cambierà rotta nello Xinjiang come risultato delle condanne internazionali, ma l’unico modo per scoprirlo è continuare ad esercitare pressione e dare eco ad un rapporto pubblicato quasi in sordina.

Nell’immagine: opera dell’artista dissidente cinese Badiucao


La mente e il terrore

 

Si apre oggi senza l’imputato, senza veri complici e senza molta chiarezza sul movente, il processo di Parigi per il maggior attentato mai commesso da un solo individuo in un paese occidentale.

L’autore della strage, il 31enne tunisino Mohamed Lahouaiej Bouhlel venne ucciso dalle forze di polizia mentre sul suo camion di 19 tonnellate aveva già percorso quasi due chilometri lasciando sulla “Promenade des Anglais” di Nizza una scia di 86 morti. Il rapporto della scena del crimine è un’infinita lista di brandelli di corpi, di scatole craniche fracassate, di biberon, carrozzine schiacciate.

A due mesi dalla chiusura del processo per la carneficina del Bataclan, la Francia rivive quello che il quotidiano Le Monde definisce “un oceano di dolore” per il massacro compiuto l’anno successivo, era il 2016, proprio al termine dei fuochi d’artificio per la festa nazionale del 14 luglio.

Per alcuni aspetti, con tutte le debite proporzioni e le dovute cautele, i dibattimenti alla corte d’assise del Palais de Justice ricorderanno i contorni delle questioni che si sono poste alla Corte del Tribunale penale federale di Bellinzona nel processo appena conclusosi a carico della 29enne che accoltellò due donne alla Manor di Lugano nel novembre di due anni fa: il dilemma che pone il rapporto, a volte estremamente problematico da decriptare, tra terrorismo e salute mentale, tra radicalizzazione religiosa e turbe psichiche, tra psicopatologia e violenza ideologica.

L’autore della strage di Nizza (così come gli otto accusati presenti in aula, non considerati complici, ma che dovranno rispondere di reati minori) non era radicalizzato. Solo negli ultimi giorni aveva iniziato ad ascoltare delle sure del Corano, visionato filmati di esecuzioni capitali e attentati jihadisti, letto sul web numerosi comunicati dell’Isis. Lo stesso Stato Islamico, a 36 ore dalla strage di Nizza, ne aveva rivendicato la matrice, ma come nel caso dell’attentato di un mese prima al locale gay di Orlando da parte di un giovane americano d’origine afghana che fece 49 morti, gli inquirenti considerano si tratti di puro opportunismo.

Che il profilo di Mohamed Lahouaiej Bouhlel fosse più vicino a quello di uno psicopatico, una personalità disturbata perversa e sadica, che a quello di un militante islamista appare evidente dagli atti dell’inchiesta. La sua è un storia di violenza e disagio mentale: due tentativi di suicidio da adolescente, un tentativo di autocastrazione, violenze contro la moglie sulla quale dopo averla picchiata urinava, ripetuti problemi di alcol e violenza. Nella cabina del camion oltre a una pistola semiautomatica con cui aveva aperto il fuoco, 4 fucili e granate di plastica sui quali non si riescono a fornire spiegazioni. “Non era né credente, né praticante e mangiava carne di maiale” ricordano i conoscenti. Si può dunque considerare Bouhlel un lupo solitario “soldato del Califfato”, convertitosi all’ultimo minuto nel suo odio anti-occidentale, come pretende l’Isis?

È molto probabile che i 3 mesi e mezzo del mega processo (865 persone costituitesi parte civile, oltre 250 testimoni) non forniranno una risposta definitiva. Anche perché l’estremismo islamista ben si concilia con quelle turbe mentali nelle quali l’individuo disadattato cerca al tempo stesso una radicale sedizione contro l’ordine costituito, e un nuovo ordine superiore nel quale trovare conforto. È questa una delle maggiori insidie del terrorismo religioso.

Pubblicato da laRegione
Nell’immagine: Nizza, la quiete prima della tragedia


Donna al comando

 


Con il giudizio del cuore

 

Sono passato di sera tardi, con l’auto, fuori dall’atelier di Pierre. È una strada cieca. Tornando indietro mi sono fermato. Ho messo Rete Due e spento il motore. Quando lavorava da solo in atelier, Rete Due era la sua ininterrotta colonna sonora. È una sera buia, rischiarata da lampi che chiazzano cieli lontani. È inutile rimanere qui fuori, certo. Ma adesso è il modo che mi pare migliore per stare ancora un po’ con Pierre. In quell’atelier, per scrivere la sua biografia non artistica, ci siamo incontrati almeno cento mattine, in qualche modo siamo diventati fratelli di spirito.

Vorrei entrare. Trovarlo seduto con fatica sulla sedia girevole. Dargli una copia delle Cronache da una vita, la sua vita. Con la dedica sottolineata in rosso: “per non esserti lasciato mancare il giudizio del cuore”, che era un insegnamento del maestro Nizzola. Gli avrei detto che era giunto il momento di mantenere la promessa che tante volte ci siamo fatti: andare a rivedere, per l’ultima volta, alcuni dei luoghi del libro e della sua esistenza, un piccolo  pellegrinaggio con la car blu, come la chiamava lui – che pure non amava i nomi inglesi – quando lo riportavo a casa.

Saremmo andati allo stadio del Lido, dove il padre aveva conosciuto la madre e da dove era partito per la missione con i pompieri da cui tornò avvolto in un telone, soffocato a quarantaquattro anni, in uno sbricco sulla montagna. Dando inizio alla lunga Totentanz di un bambino di otto anni che dormiva ignaro fino al suono di un campanello che annunciava la tragedia. Poi a Minusio, a vedere la casa in cui aveva vissuto Angelo, il fratello poeta, maieuta del suo approccio al mondo artistico, incluso l’incontro con Gisèle Réal, la musa della giovinezza, Parigi che sbarcava nella vita povera dei Casè.

A Casa Rusca avrei ascoltato per l’ennesima volta le storie di come erano nate le grandi mostre con Bill, Schumacher, Baj, Burri, Tàpies, Benazzi e tutti gli altri. Avrei visto la sua faccia ancora incredula per essere riuscito, lui di primo mestiere gelataio e maronàt, a far scorrere come in una rassegna cinematografica tutti questi divi dell’informale materico europeo. Altro scenario, Brissago, nel parcheggio della clinica Hildebrand, a scrutare le finestre degli infermi, illuminate di voglia di tornare a distribuire le carte come era successo a lui dopo l’ictus, nell’anno che chiudeva il millennio.

Venezia sarebbe rimasta fuori dalla portata di questo breve girovagare. Ma basta evocare le millequaranta formelle di San Stae, schiaffo liberatorio all’ictus e miracolo laico di bellezza, perché ricompaia la Serenissima, la città del cuore. Venezia era anche il suo ultimo desiderio di luogo a cui tornare. Di nuovo in Valmaggia, avrei voluto sedermi con lui nella chiesa di Moghegno a guardare ancora la sua Via Crucis poggiata sul camicione di catrame raggrumato ispirato alla Sindone, per riconoscere infine, senza tante parole, che le chiese sono anche per noi agnostici parte di una traccia che non si può cancellare, che ha un senso riconoscere. Ci saremmo fermati infine poco più avanti, al centro scolastico dei Ronchini: lì il 9 giugno un uomo molto malato s’è congedato dalla sua gente in un’aula affollata, un’ultima apparizione pubblica commovente, triste ma con l’attore principale fiero e resistente, quasi volesse dire: ricordate così il mio ultimo passo.

Rientrati in atelier Pierre, stanco, sarebbe salito al piano di sopra, per sdraiarsi nella vecchia, un po’ sfasciata poltrona di pelle consumata. Da lì avrebbe fatto scorrere gli occhi chiari sulle opere d’altri appese ai muri. Un museo nato dagli scambi tra artisti, che testimonia l’ampiezza d’un cammino artistico costruito tutto sulla vocazione e con feroce determinazione, sacrificando anche pezzi di vita. Non gli ho mai chiesto a cosa e a quanto abbia rinunciato, ma posso immaginarlo.

L’ultimo viaggio non l’abbiamo fatto, Pierre. L’accelerazione del cancro c’ha sottratto il tempo. Non importa. Con la morte non si tratta. Mi consola poterti immaginare dentro l’atelier, la tua casa pubblica, a fare le mille cose che facevi, come raddrizzare un vecchio chiodo arrugginito, con la barba che a ogni colpo di mazzotto “si sposta come l’onda grigia d’un mare cheto, gli occhiali rotondi sobbalzano, la berretta rossa scende verso gli occhi”. Forse avresti preferito che proprio lì si affacciasse “la nave fantasma un giorno o l’altro, il veliero del cielo”, come scriveva Biamonti.

Non è andata così. A pochi giorni dal funerale, sento già un vuoto dove non prevale il dolore ma la percezione sconsolante che prima ancora che un artista che ci ha insegnato una nuova lingua, universale, per interpretare la civiltà contadina, se n’è andato un uomo capace come pochi di essere al contempo simbolo, attore protagonista, sacralizzatore di oggetti, bastian contrario quando serviva alla causa di non vivere come servi per vantaggi materiali o sociali che, come dice l’adagio popolare, non si possono portare nella tomba.


 

Martino Giovanettina è autore di Pierre Casè, Cronache da una vita, Kay Edizioni, 2023

 

 

 

 


Il racconto delle armi dall’antichità ad oggi in “Guerra” di Antonio Scurati

 

Di Ilaria De Pasca, Il Mulino

«La guerra smussa le differenze fino all’umiliazione totale del singolo: si chiami Achille o Ettore, il vincitore assomiglia a tutti i vincitori, il vinto a tutti i vinti. Omero non ci risparmia lo spettacolo. […] Nell’ Iliade la forza appare dunque come la suprema realtà e insieme la suprema illusione dell’esistenza».

La filosofa Rachel Bespaloff – cui appartengono queste righe – riscoprì un interesse e una fascinazione nei confronti del primo poema omerico durante i pomeriggi trascorsi ad aiutare la figlia nello studio. Era la fine degli anni Trenta del Novecento. Si accorse così che le parole di Omero avevano un significato calzante per l’epoca e una capacità di rispecchiare e gettare luce sul presente cui occorreva prestare la giusta attenzione, specie in un momento storico in cui l’alba del nuovo conflitto mondiale richiedeva meditazione e lucidità di pensiero. Il saggio Sull’Iliade sarebbe apparso nel 1943, solo pochi anni dopo che un’altra filosofa, Simone Weil, pubblicò il suo intervento sul testo omerico, dal titolo L’Iliade o il poema della forza.

La complessità dei nostri tempi così come la volontà di indagare la presenza e la trasformazione del concetto di guerra nella cultura hanno portato anche Antonio Scurati a partire dalla guerra di Troia per confezionare un’indagine sulla fenomenologia bellica dai tempi antichi fino ad oggi. Guerra. Il grande racconto delle armi da Omero ai giorni nostri è stato recentemente pubblicato da Bompiani, ampliando uno studio sul tema edito all’inizio degli anni Duemila ma tornato di grande attualità. Si tratta di un saggio notevole per le suggestioni e per la quantità smisurata di spunti di ricerca che dal testo prendono le mosse: una bibliografia che spazia dalle opere fondanti la storia della letteratura occidentale, che ci restituiscono il tentativo di raccontare i campi di battaglia secondo molteplici stili e punti di vista, agli studi critici che analizzano originali prospettive sul tema.

Lo scopo del testo è dichiarato già in partenza dallo stesso autore: «scandagliare le fasi di nascita, crescita e morte di una cultura guerriera che, lungo l’arco della sua storia, intrattiene un rapporto costitutivo con la sua rappresentazione letteraria». La guerra, nel suo legame con la visibilità e la narrazione, viene raccontata nel suo essere fenomeno etico, estetico ed insieme metafisico. Non si tratta di una semplice disamina su quale sia stata la concezione della guerra nel corso dei secoli: abbiamo piuttosto a che fare con uno studio sulla semantica del conflitto, attraverso le epoche e i generi letterari, tanto per colui che lo vive da protagonista tanto per colui che lo osserva da lontano, spettatore del naufragio da un porto sicuro, per utilizzare la celebre immagine lucreziana.

Il saggio si apre, come detto, con la guerra di Troia. Del resto l’ Iliade è la pietra miliare della letteratura occidentale e non c’è discorso intorno all’uso della forza che possa esimersi dal partire da lì. Emblema della figura del guerriero è Achille, la cui grandezza è tale in quanto risponde a una logica antitetica a quella che guida le azioni di chi abita la città e che fa del logos il valore supremo. L’eroe omerico è animato dalla ricerca del kleos, la gloria: è in funzione dell’eternità che l’individuo prova attrazione per la tragicità del polemos, impaziente com’è di entrare a far parte della schiera degli eroi. Achille accetta la morte perché vuole «brillare», e per farlo deve prima scomparire. Il gesto epico e la sete di eternità che caratterizzano l’eroe greco vengono descritti attraverso le interpretazioni di storici e filosofi (strano che a mancare sia proprio la Bespaloff, così vicina per sensibilità) che hanno cercato di cogliere in profondità i meccanismi della guerra e della sua narrazione. Tra le voci, c’è quella di Gregory Nagy, docente di Lettere classiche alla Harvard University, che contrappone le figure dei due personaggi omerici per eccellenza: Achille e Ulisse. Quest’ultimo assume in tale contesto il ruolo di anti-eroe, in quanto, a differenza del Pelide, preferisce al sacrificio il ritorno a casa dove trascorrerà una serena vecchiaia. Ulisse sceglie la vita; Achille «opta per la morte gloriosa piuttosto che per l’autoconservazione perché in un mondo siffatto l’eroismo è l’unica possibilità che l’uomo ha di affermarsi in quanto individuo». «Il guerriero – scrive Scurati – pecca veramente soltanto se cessa di essere un guerriero, se non percorre fino in fondo la via dell’eccesso violento che sola conduce alla sua virtù specifica, la virtù con cui l’uomo fa violenza alla spietatezza inumana dell’ordine cosmico».

Il racconto e la visibilità della guerra assumono altra forma con l’affacciarsi della modernità, in un crescendo continuo: non c’è più spazio per la gloria sul campo di battaglia, il combattente guarda in faccia l’insensatezza del momento. L’affermarsi del progresso scientifico e dell’utilizzo della polvere da sparo non solo permette di superare la forma del duello, tipica del mondo antico e cavalleresco, ma sancisce altresì una «crisi della rappresentazione» dell’evento bellico stesso, richiedendo una narrazione diversa (il romanzo è la risposta a questa nuova esigenza) e, non da ultimo, imponendo un’etica diversa. Le nuove armi non esigono più vicinanza tra i corpi: il combattente «colpisce di lontano i suoi nemici, senza che questi se ne avvedano, senza che abbiano nemmeno la possibilità di vedere giungere la propria morte. Una morte che non vedono e che, sebbene sia la loro morte, non essendo vista, non li ri-guarda». Un processo che porterà a forme sempre più estreme: la «guerra dominata dagli sguardi satellitari, dai sistemi di puntamento automatici dei missili strategici che colpiscono a distanze planetarie, da una potenza di fuoco incommensurabile alla misura umana proprio perché proporzionale alla capacità di “messa a fuoco” che è solo del calcolo informatico, in cui il reale è processato attraverso l’occhio digitale del computer».

Viene alla mente quanto Gunther Anders scriverà intorno alla metà del Novecento a proposito di Claude Eatherly, il pilota di Hiroshima, con il quale intrattenne un’intensa corrispondenza epistolare. «La guerra ha assunto un carattere fantomatico e indiretto, poiché i nemici non si vedono più, e poiché la grandezza degli effetti delle nostre azioni trascende definitivamente le nostre capacità psichiche, e cioè la nostra forza immaginativa». Il carnefice non guarda negli occhi la vittima, non ne scopre il volto e, pertanto, non ne riconosce l’umanità.

Un nuovo interrogativo prende forma dopo la Grande guerra, in merito alla possibilità di raccontarla: possiamo considerare attendibile la voce dei soldati sull’esperienza al fronte? In pagine di grande interesse, Scurati parte dal lavoro intellettuale di Jean Norton Cru, che nel primo dopoguerra pubblicò Témoins, una preziosissima raccolta di testimonianze di combattenti, e lo contrappone a coloro che negano il valore storico del racconto autobiografico, in quanto troppo coinvolto per poter vantare la giusta distanza rispetto all’oggetto da rappresentare e comprendere.

Giungendo alla contemporaneità, Scurati dedica diverse pagine alla televisione e al reportage di guerra, concentrandosi sul venir meno, almeno apparentemente, della distanza tra spettacolo e spettatore. La simultaneità della cronaca e la quantità di immagini prodotte ha modificato radicalmente la nostra percezione dei fatti. Di fronte a questo nuovo modo dell’informazione, lo spettatore si trova in uno stato di «alienazione della propria capacità critica e di giudizio». Paradossalmente, in una realtà sovraesposta, il visibile perde valore e significato. Se «fare esperienza significa trasformarsi, divenire altro da quel che si era», in questo nostro tempo fatichiamo a trovare lo spazio della riflessione rispetto alla miriade di spunti mediatici di cui siamo circondati costantemente.

Resta solo un “però”. Anche nell’edizione ampliata rimane inindagato il ruolo assunto dai social media nel raccontare i conflitti negli ultimi decenni, non ultima la guerra russo-ucraina. Se da un certo punto di vista, alcune riflessioni proposte risultano adattabili anche a questo nuovo contesto, dall’altro permangono degli aspetti specifici che varrebbe certamente la pena approfondire, domandandosi inoltre quale forma di narrazione della guerra sia la più rappresentativa dell’oggi.