Lula: il riscatto (un po’ amaro) del presidente-operaio

Per la terza volta – dopo 600 giorni di carcere e l’assoluzione – l’ex sindacalista conquista la presidenza del Brasile; ma è un risultato al foto-finish, che non condanna definitivamente la politica fascio-populista di Bolsonaro 

“Risorto”, dice ora di sé stesso il 77enne Luiz Inàcio Lula da Silva. Legittimo orgoglio personale. Comprensibile, dopo anni di calvario: le accuse di corruzione, la gogna del processo pubblico, la dura condanna a 12 anni, quasi 600 giorni di carcere, una serie di ricorsi, infine l’annullamento di tutte le condanne, non per assoluzione ma per vizi di forma. Un riscatto e il ritorno per la terza volta da presidente nel Palazzo Panalto. Ma, dal punto di vista politico, non proprio un trionfo, e deve esserci in Lula una forte venatura di delusione per un successo ottenuto soltanto al fotofinish contro Jair Messias Bolsonaro, il fascio-populista, primo Capo di Stato brasiliano che non ottiene la rielezione, ma che l’ha sfiorata d’un soffio dopo che tutti i sondaggi (del primo voto e del ballottaggio) lo davano per ampiamente sconfitto. Invece ha trascinato con sè poco meno della metà dei votanti. Esito che apparentemente ha dell’incredibile. I quattro anni del suo potere sono stati,  su tutti  i piani, una mezza catastrofe politica ed economica. Un lascito semi-fallimentare quello del nostalgico ex ufficiale, espulso dall’esercito per indisciplina, nostalgico della dittatura militare, difensore della tortura, negazionista e disastroso nella gestione del Covid (con 700 mila morti, il più grande paese del sud America è secondo al mondo per numero di vittime), esponente dell’estrema destra anche in economia, con un programma liberista che non ha favorito il rilancio del Paese e ha invece prodotto ulteriori, profonde disuguaglianze, con un forte aumento della povertà assoluta. Come sia possibile che abbia potuto lottare fino al filo di lana è tutto da studiare e da capire. 

Ma è chiaro che l’uomo che ama spostarsi su una moto di grossa cilindrata con un codazzo di minacciosi centauri non ha potuto contare unicamente su élite iper-conservatrici, agrari affamati di nuove terre amazzoniche, finanzieri legati a doppio filo alle multinazionali dell’alimentare. Non si spiegherebbe il suo risultato se a questi non si aggiungessero vaste fasce di borghesia media e piccola, e addirittura una piccola parte dell’elettorato meno abbiente, che ‘il capitano’ ha inondato di sussidi (aumentandoli del 20 per cento) negli ultimi mesi di campagna elettorale, oltre a un’alta percentuale di votanti manovrati dalle potentissime chiese evangeliche. “Ordem e progresso”, è il motto che campeggia sulla bandiera verde-oro della nazione. La voglia di ‘ordine’ è prioritaria per chi ha molto o poco da difendere, Bolsonaro ha liberalizzato l’acquisto di armi, ufficialmente ci sono quasi 5 milioni di nuovi detentori di revolver e fucili, il che non ha fatto certo calare le tensioni e le prepotenze. 

Come prima preoccupazione post-voto c’è del resto il possibile tentativo che lo sconfitto non riconosca il risultato del vincente ‘presidente del popolo’: imitando il suo idolo politico Donald Trump, pensando di poter contare sui molti dei suoi sostenitori armati e soprattutto sull’incerto comportamento dell’esercito dove non mancano gli ufficiali supporter di quella che è stata definita “la destra non dittatoriale, primo esperimento del genere nell’America latina del nuovo millennio”. 

E’ possibile, anzi sperabile per evitare al Brasile lacerato pagine di nuove tragedie, che in un paese dove la giustizia sembra aver recuperato la sua indipendenza, Bolsonaro debba infine gettare la spugna, lasciando il campo all’ex sindacalista Lula, l’inventore di questa sinistra carioca che non si è del tutto ripresa dagli scandali di alcuni suoi leader (con risvolti anche ticinesi, per la condanna dell’ex direttore di una Banca sul Ceresio). Il ‘presidente ritrovato’ ha genericamente promesso doverosi aiuti ai numerosi diseredati, nonché il rilancio di una politica ambientalista che metta al riparo l’Amazzonia, e le sue popolazioni autoctone, dalla deforestazione selvaggia che il suo competitore in soli quattro anni ha portato a livelli senza precedenti, a danno dell’intero pianeta e al prezzo di non poche vittime della prepotenza armata dei sicari del latifondismo. Molto di più non annuncia il programma di Lula, soprannominato non a caso ‘il camaleonte’, per la sua capacità di adattarsi anche a situazioni politiche difficili. 

Nei primi due mandati, il presidente-operaio aveva governato con equità ed efficienza, in un periodo economico internazionale assai favorevole a produzioni ed esportazioni brasiliane. Stavolta per il ‘camaleonte’ sarà assai più problematico: sembra che non potrà controllare un parlamento in cui gli mancherebbe la maggioranza, la congiuntura mondiale è tutt’altro che incoraggiante, ha contro come non mai i ‘poteri forti’, e ha sconfitto un rivale che è comunque riuscito, con molte ‘fakes’ e con le solite semplicistiche astruse ricette sovraniste, a “bolsonarizzare” mezza nazione. Mettendo radici che non sarà così facile estirpare. E creando un minaccioso faccia a faccia. Oggi cristallizzatosi con la contrapposizione netta fra due parti del Brasile. Riconciliazione necessaria, ma quasi proibitiva.  


La bellezza della decrescita o l’elogio della siesta

Per la terza volta – dopo 600 giorni di carcere e l’assoluzione – l’ex sindacalista conquista la presidenza del Brasile; ma è un risultato al foto-finish, che non condanna definitivamente la politica fascio-populista di Bolsonaro 

Dato il modo in cui pensiamo all’origine del nostro benessere materiale, l’idea di un’economia che non cresce ci spaventa. Ma sappiamo davvero cosa significa decrescita? Nel suo primo libro « Ralentir ou périr- L’économie de la décroissance » Timothée Parrique lo spiega in modo accessibile e convincente, offrendo una prospettiva di speranza per le nostre società.

Una questione fondamentale

C’è qualcosa di sbagliato nelle nostre società. Il funzionamento del complesso apparato economico ci sfugge. Il degrado ambientale sembra inarrestabile. Eppure, gran parte della popolazione è convinta che se potessimo produrre e consumare meno, tutto sarebbe migliore. C’è la sensazione che dobbiamo uscire dalla logica della crescita perpetua perché è insostenibile dal punto di vista ecologico, insopportabile dal punto di vista sociale e persino inutile dal punto di vista politico. Insostenibile perché chiediamo troppo al nostro ambiente. Insopportabile perché stiamo aumentando le disuguaglianze. Inutile perché non siamo più in grado di aumentare la felicità. Il problema è che non sembrano esserci alternative al modo in cui funziona l’economia così come la conosciamo. Il libro di Timothée Parrique raccoglie la sfida di proporre un’alternativa valida. Il suo approccio è lineare. Egli inizia con una spiegazione di ciò che si intende per crescita e ne offre una critica (le rejet / il rifiuto, cap. 1-4). Poi delinea una via d’uscita dalla logica apparentemente ineluttabile della crescita (le trajet / il viaggio, cap. 6), verso un modello di società in cui l’economia non richiede più la crescita (le projet / il progetto, cap. 7). La decrescita è il passaggio al progetto, dal funzionamento attuale. Tutti questi punti sono affrontati nel libro in modo sufficientemente dettagliato da risultare convincenti. 

Un libro rigoroso, ma molto accessibile

Il libro è basato sulla tesi di dottorato dell’autore. Contiene una storia dettagliata dell’argomento (cap. 5) e numerosi riferimenti. Ma non è questa la sua principale attrattiva. Ciò che è notevole, è la chiarezza dell’approccio, che non sacrifica la precisione sull’altare di una divulgazione accondiscendente. L’autore fornisce le definizioni dei concetti di base e un gran numero di illustrazioni tratte dall’economia reale. Inoltre, ha una grande capacità di spiegare le cose per immagini. Esempi. Una definizione dell’economia è che si tratta di un’organizzazione sociale della soddisfazione dei bisogni (p. 22). La domanda a cui deve rispondere è se siamo soddisfatti, e si può farlo solo tenendo conto di una dimensione collettiva. Tuttavia, raramente l’economia viene affrontata da questo punto di vista generale e il suo obiettivo si limita all’aumento di alcuni tipi di produzione legati ad attività commercializzabili e monetizzabili, ovvero quelli che vengono presi in considerazione nel calcolo del prodotto interno lordo (PIL). Questa è la prima critica all’attuale funzionamento dell’economia, e Parrique dedica il primo capitolo a descrivere “La vita segreta del PIL”, e il secondo a dimostrare che non è possibile aumentare il PIL, senza andare verso il collasso ecologico. Il PIL è “una misura dell’agitazione economica” e viene paragonato a un globo di neve, dove ogni fiocco di neve rappresenta una transazione monetaria (p. 32). Il PIL misura quindi l’agitazione dei fiocchi nel globo. Un pesce pescato e commercializzato aggiunge un fiocco di neve. Un appartamento quotato su Airbnb aggiunge un fiocco. In entrambi questi esempi, il corrispondente aumento del PIL non corrisponde a un aumento delle risorse. 

Un altro esempio: cambiare il telefono ogni due anni, anziché ogni dieci, è come scuotere più forte la palla. Aumenta il PIL, ma non è necessario. Un’altra immagine: il PIL è un flusso, quindi la sua crescita sarebbe come la piena di un fiume (p. 126). Il flusso è diretto dalle rocce che ricoprono il letto del fiume. I massi possono essere considerati come la ricchezza che le persone più ricche accumulano. Queste rocce determinano la direzione del flusso (il reddito). “Oggi—afferma l’autore—le disuguaglianze di ricchezza sono tali che la ricchezza delle classi superiori forma una diga che reindirizza la stragrande maggioranza del flusso verso i loro conti bancari, lasciando un sottile rigagnolo per il resto della popolazione” (p. 127). 

Facciamo un ultimo esempio per illustrare i limiti di un approccio all’economia basato sulla crescita: “far crescere la produzione di mercato è sempre un po’ come fare un nuovo maglione con la lana di quello vecchio. Innanzitutto, è inimmaginabile che si possano avere più maglioni che lana (limiti ecologici). In secondo luogo, lavorare a maglia richiede tempo, tempo che non verrà speso per fare altro (i limiti sociali). […] Una crescita eccessiva del mercato agirà dunque come forza di dissoluzione sociale” (p. 117). 

Passiamo alla decrescita. La decrescita è molte cose insieme: una strategia di transizione, un movimento, un mosaico di pratiche, una corrente di pensiero, una teoria critica e un campo di studi. È una critica ecologica, sociale e politica della crescita economica. È un principio guida per un corpo di pensiero e di pratica (p. 189). L’autore è quindi ancora più lodevole quando dà alla decrescita una definizione operativa, come percorso di transizione. La decrescita è definita come una riduzione della produzione e del consumo “per ridurre l’impronta ecologica in modo democraticamente pianificato, in uno spirito di giustizia sociale e con una preoccupazione per il benessere” (p. 216). Come nota l’autore, è una felice coincidenza che ciò che dobbiamo fare per sopravvivere sia anche ciò che dovremmo fare per essere felici.

Un libro attivista

La crescita non è quindi un’ideologia nuova, e il libro sottolinea il ruolo importante che la crescita ha svolto nel far uscire gli Stati da situazioni difficili come la Grande Depressione e le Guerre Mondiali. Il punto è che ora è urgente cambiare il nostro approccio, poiché è dimostrato che le nostre economie ci stanno portando oltre il sostenibile. 

Tuttavia, l’autore non si ferma a questa constatazione e si impegna a proporre soluzioni concrete. Mettendo in luce l’ideologia della crescita (p. 46), i suoi limiti politici (cap. 4), e rispondendo alle numerose critiche formulate contro la decrescita (cap. 8) l’autore non esita, per esempio, ad affermare chiaramente che “la corrente di pensiero della decrescita è fondamentalmente anticapitalista”, in quanto comporta “la riduzione dell’importanza sociale delle istituzioni che la compongono: il lavoro salariato, le merci e i mercati, la proprietà privata dei mezzi di produzione e l’impresa a scopo di lucro” (p. 256). Parallelamente, l’autore fornisce indicazioni su misure concrete di decrescita (p. 194). 

“La decrescita è bella”

È per queste ragioni che Parrique, durante una recente conferenza, ha potuto affermare che la decrescita è bella (cool), perché fornisce un modello che dà valore a molteplici attività, che non vengono prese in considerazione per la crescita: il lavoro non retribuito, l’autogestione e la gestione dei beni comuni o delle cooperative, la democrazia partecipativa, i criteri qualitativi per la scelta delle attività da promuovere, e ovviamente tutto ciò che ha a che fare con la buona gestione delle risorse naturali e il rapporto con gli esseri viventi. La decrescita deve portare a un “modo di vivere basato sulle relazioni umane, sulla realizzazione intellettuale e spirituale in un rapporto appagante con il mondo che ci circonda” (p. 238).

E la siesta?

L’autore fa regolarmente la siesta, che cita tre volte nel libro (pp. 94, 230 e 277). La sua importanza nella vita dell’autore è che lo mantiene produttivo: è un’attività riproduttiva (concetto di economia femminista, p. 92). Tutti noi beneficiamo di un contesto (extra-economico, riproduttivo) che ci permette di fare ciò che facciamo (economico): la natura mantiene condizioni climatiche stabili, lo Stato garantisce l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, la famiglia e gli amici contribuiscono a creare un ambiente di vita piacevole e significativo. Questo dimostra quanto sia importante pensare alle virtù della siesta! Spero che la lettura del libro di Parrique possa servire anche come mezzo di riproduzione, e quindi aiutare i suoi lettori nei loro sforzi per uscire dalla crescita, inserendoli in un quadro che abbia (più) senso.


L’uccellino è libero? No, è stato messo in una gabbia nuova

Per la terza volta – dopo 600 giorni di carcere e l’assoluzione – l’ex sindacalista conquista la presidenza del Brasile; ma è un risultato al foto-finish, che non condanna definitivamente la politica fascio-populista di Bolsonaro 

Che Elon Musk sia un tipo strano lo sappiamo da tempo – e dire strano è un eufemismo. Mercoledì è arrivato alla sede di Twitter – ora diventata sua – tenendo tra le braccia un lavandino. Escluso che se ne fosse rotto uno nei bagni dell’azienda e che volesse sostituirlo lui stesso per compiacere i suoi nuovi dipendenti, quale significato assegnare a questo gesto? Ma poi, ha un significato? Che Musk sia psicologicamente instabile nonché amante dei giochi infantili e degli scherzi, anche questo lo sappiamo da tempo.

Dunque, Musk alla fine – a poche ore dalla scadenza fissata dal giudice – si è comprato Twitter per 44 miliardi di dollari e dopo una telenovela mediatica e giudiziaria iniziata a gennaio 2022. E ora che ne è finalmente il padrone, Musk ha iniziato subito a fare pulizia del precedente management (il lavandino serviva allora per dare metaforicamente questo segnale?), licenziando il Ceo Parag Agrawal; il Chief financial officer, Ned Segal; il responsabile degli affari legali e delle policy, Vijaya Gadde; e il General counsel, Sean Edgett. Ovvero, nuovo padrone, nuovo management.

In realtà, ben oltre il lavandino, altre e più importanti sono le questioni – ed è su queste che dovremmo piuttosto e più seriamente riflettere. Il lavandino è infatti contorno o retorica o storytelling manageriale. Già, perché Musk è un miliardario e un imprenditore e le due cose sommate insieme ne fanno una delle massime espressioni del potere del capitalismo neoliberale e tecnologico, capace oggi di governare appunto la vita intera (lavoro, informazione, comunicazione, emozioni, relazioni, politica, socialità) di miliardi di persone in tutto il mondo, a prescindere dai singoli stati, dalla democrazia, dalle libertà individuali.

Musk ha infatti spiegato di aver voluto acquistare Twitter spinto dall’amore e dalla voglia di aiutare l’umanità: “Acquisto Twitter perché è importante per il futuro della civilizzazione avere una piazza comune digitale dove un’ampia gamma di idee possa essere discussa in modo salutare senza ricorrere alla violenza”, evitando il pericolo che il social media si divida in “camere di risonanza della destra o della sinistra che generano più odio e dividono il Paese”. Ed ha aggiunto di voler trasformare Twitter in una super-app – l’app di tutto – all’interno della quale gli utenti possano fare anche molte altre cose oltre che postare. Twittando poi a sua volta: “L’uccellino è libero!” con riferimento al logo di Twitter.

Ma è davvero libero? Oppure – come crediamo – è stato messo in una gabbia diversa e solo apparentemente nuova, non essendo stato libero neppure prima di Musk? Partiamo allora dalle retoriche muskiane: dice di essere stato spinto ad acquistare Twitter dall’amore e dalla voglia di aiutare l’umanità, per dare un futuro alla civilizzazione. Come definire queste retoriche, se non come il frutto di una egolatria, di un egocentrismo, di un narcisismo patologici e portati all’ennesima potenza? E possiamo affidare il futuro della civilizzazione – Musk non ha però specificato a quale si riferisca in particolare: quella scientifica o quella umanistica, quella capitalistica o quella ecologica, quella del profitto o della solidarietà? – a un monopolista miliardario che va in giro tenendo in mano un lavandino? È questa la civilizzazione? Musk afferma inoltre di essere un “assolutista della libertà di espressione”, ma lo scorso maggio aveva detto di voler riammettere nel social media l’ex presidente degli USA Donald Trump, che era stato invece bandito dalla precedente gestione per alcuni tweet che legittimavano l’assalto golpista al Congresso americano del 6 gennaio 2021.

E allora, ci può essere libertà di espressione – e libertà tout court e democrazia e vera partecipazione e poi decisione consapevole e condivisa – se un solo padrone (che opera in nome del profitto privato) gestisce tutta la piazza virtuale ed è padrone dell’app di tutto? Ci può essere libertà e democrazia se tutto – la vita, l’informazione, la socialità, la comunicazione, la politica, eccetera) – è gestito da imprese private e da un uomo solo al comando, figura tanto vicina a quella di un dittatore? Evidentemente no, per la contraddizione che non lo consente.

E tuttavia Musk e Zuckerberg (e molti altri) devono essere usciti dalla stessa scuola di management, visto che anche il padrone di Meta affermava anni fa che Facebook era stato creato per rendere il mondo più aperto, con la mission di dare alle persone il potere di costruire comunità e unire sempre di più il mondo. Sappiamo come è andata a finire e sappiamo appunto che queste erano solo retoriche propagandistiche per estrarre sempre più dati dalla vita delle persone e dal loro chiudersi in comunità, trasformandole in forza-lavoro di massa (di dati) per accrescere il profitto privato di pochi.

Appunto, l’uccellino non è – e non sarà mai – libero: gli è stata aperta la precedente gabbietta per farlo entrare subito in quella costruita da Musk. Perché Twitter impiega oggi oltre 7.500 persone, ma soprattutto ha più di 200 milioni di utenti giornalieri, con un fatturato di 5,08 miliardi di dollari.

Altro che aiutare l’umanità e dare un futuro alla civilizzazione… Musk è un pericolo concreto, serissimo e inquietante per la libertà e per la democrazia. Dovremmo farlo smettere (e in fretta, per evitare di fare un altro passo verso la totale aziendalizzazione della vita e del mondo), invece di farci catturare dalle sue retoriche da lavandino.


La giornata di “Memorial”: per non dimenticare le vittime della repressione, non solo sovietica

Per la terza volta – dopo 600 giorni di carcere e l’assoluzione – l’ex sindacalista conquista la presidenza del Brasile; ma è un risultato al foto-finish, che non condanna definitivamente la politica fascio-populista di Bolsonaro 

 

È noto come Restituzione dei nomi un evento annuale organizzato oggi, 29 ottobre, a Mosca e in diverse altre città in Russia e nel mondo da “Memorial”, l’associazione fondata alla fine degli anni 80 da Andrej Sacharov e da altri attivisti sovietici, recentemente insignita del premio Nobel. 

L’associazione si occupa fin dalla sua creazione di ricostruire tutte le vicende delle persone represse dal regime sovietico (con un focus particolare sull’epoca di Stalin): negli anni della perestrojka, in cui iniziò la sua attività, si trattava di milioni di biografie di cui spesso gli stessi discendenti delle vittime conoscevano poco o nulla. Inoltre, dagli anni ’90 si sono sviluppati altri progetti molto importanti e l’associazione ha allargato il proprio ambito di azione ad altre tipologie di vittime: si tratta ad esempio dell’archiviazione del materiale disponibile sui cittadini sovietici deportati e costretti ai lavori forzati da parte dei Nazisti (un gruppo di persone che faceva riferimento ai cosiddetti Ostarbeiter) o del loro Centro per i diritti umani, che è diventato un punto di riferimento fin dalla prima guerra di Cecenia nel campo delle indagini sulle violazioni dei diritti umani in Russia. 

Si tratta in pratica della più antica ONG riconosciuta dallo stato sovietico e per il carattere di assoluta libertà della sua azione è stata spesso mal sopportata dal potere in Russia. È stata infatti dichiarata agente straniero nel 2016 ed è stata poi liquidata definitivamente da un tribunale russo alla fine del dicembre scorso con l’accusa di “rappresentare una falsa immagine dell’Unione Sovietica come uno stato terrorista”.

“Memorial” continua però ad esistere come ONG internazionale con ramificazioni in diversi Paesi. Anche se una buona parte dei documenti dell’archivio dell’associazione è già stato caricato su internet, l’archivio cartaceo si trova in questo momento nelle mani della giustizia Russia e non è noto quale sarà la sua destinazione futura.

La manifestazione di Restituzione dei nomi si svolge dal 2007 e consiste in un tentativo meno istituzionale e più libero di ricordare le vittime della repressione staliniana o sovietica rispetto alla Giornata nazionale della memoria delle vittime di repressione politica della Federazione russa, che dal 1991 si celebra il 30 ottobre. La ricorrenza di domani è a pieno titolo parte del calendario ufficiale e in passato non si sono sottratti all’evento nemmeno i Presidenti russi. 

Nel 2007 “Memorial” ha introdotto una modalità celebrativa più popolare e partecipata, e meno ufficiale: una manifestazione che si svolge la vigilia del 30 ottobre a microfono aperto, in cui si dà liberamente a tutti la possibilità di ricordare le vittime della repressione. Chi parla davanti a tutti semplicemente legge nome, cognome, dati biografici principali (ad es. professione), motivo e data della condanna, dato di luogo della morte della persona perseguitata. La scelta della vittima da citare è a discrezione di chi si propone per la lettura oppure può essere  assolutamente casuale, tratta da una lista messa a disposizione da “Memorial” al momento stesso della manifestazione.

Questa modalità apparentemente apolitica di proporre la nuda lettura di biografie senza pathos né giudizi politici, ha in passato suscitato delle critiche pure da ambienti dell’opposizione, perché, così facendo, si scindeva la manifestazione dalla tradizionale lettura della lista dei prigionieri politici della Russia di Putin prevista per gli stessi giorni (lista compilata tutti gli anni da “Memorial” stessa). 

Perché è stata scelta questa modalità di trattare la questione della memoria, cioè partendo dalle biografie private e non dalla “grande storia”? La risposta sta in quella che è la cultura di “Memorial” fin dall’inizio, una cultura che poggia prima di tutto su un interesse prevalente per l’uomo, per la persona che ha vissuto un proprio percorso esistenziale in rapporto con i fatti della Storia. 

La persona che, ce lo ricorda la cultura illuminista, è sempre un fine e non un mezzo. Come diceva Arsenij Roginskij (storico, ex detenuto politico, cofondatore e per 27 anni direttore di “Memorial”) lo scopo è di “arrivare ad ogni destino” singolare. Una manifestazione come quella della restituzione dei nomi mette in rilievo soprattutto lo scopo dell’associazione di offrire memoria di ciò che è stato inflitto alle popolazioni ex-sovietiche, con un metodo che permette di ridare voce alle vittime delle repressioni in un processo di riappacificazione che permetta di riconciliare i discendenti delle diverse anime contrapposte della Russia del Novecento. 

La manifestazione ha luogo a Mosca davanti ad un monumento dall’alto valore simbolico. Si tratta infatti del monumento detto della Pietra delle Solovki [nell’immagine], portata nella capitale russa da queste isole nel Mar Bianco dove nel 1923 fu creato il primo campo di concentramento per prigionieri politici.


Io e… Sergio Leone

Per la terza volta – dopo 600 giorni di carcere e l’assoluzione – l’ex sindacalista conquista la presidenza del Brasile; ma è un risultato al foto-finish, che non condanna definitivamente la politica fascio-populista di Bolsonaro 

Di Gino Buscaglia

Presentato in anteprima mondiale al Festival di Venezia e da qualche giorno distribuito nelle sale, il film documentario “L’italiano che inventò l’America” di Francesco Zippel [trailer in fondo alla pagina] si ripropone di offrire un nuovo ritratto del grande regista Sergio Leone (1929-1989) attraverso i momenti più intensi e folgoranti della sua carriera ma anche, e soprattutto, grazie alle testimonianze di amici (attori, registi, critici) che l’hanno conosciuto, hanno lavorato con lui, ne riconoscono una sorta di “magistero” tuttora da scoprire in tutte le sue sfaccettature. 

E le testimonianze sono di nomi che a loro volta fanno la storia del cinema contemporaneo: da Quentin Tarantino a Martin Scorsese, da Clint Eastwood a Steven Spielberg e tanti altri ancora.

Nel film anche alcune sequenze ed immagini girate dalla RSI, grazie alla tenacia di Gino Buscaglia, giornalista e critico, che scovò letteralmente Sergio Leone in un momento in cui pareva non si parlasse più di lui.

 Dopo anni, Buscaglia torna qui, in questo suo racconto-ricordo, pubblicato qualche anno fa da “La Regione”, ad offrirci un suo personale ritratto del regista. Un ritratto affascinante ed emozionante. (red) 

 

Ero da poco approdato alla RTSI quando mi venne un’idea. Andai dalla mia regista e produttrice Augusta “Pupa” Forni e le chiesi a bruciapelo: “Che fine ha fatto Sergio Leone?”. Non era una domanda vera e propria, ma un modo ad effetto per proporle un servizio su questo grande maestro del cinema di cui si erano perse le tracce da almeno un decennio. Eravamo nel 1981 e il suo ultimo film era “Giù la testa”, presentato a Cannes nel 1971. Da allora più niente. Certo Leone non se n’era stato con le mani in mano: aveva prodotto film di altri registi, aveva diretto spot pubblicitari, aiutato sul set giovani promesse del cinema italiano, ma lui come Autore (maiuscola d’obbligo) era scomparso. Si favoleggiava di un grosso progetto, un kolossal, forse ancora western forse no, cui stava lavorando segretamente. Insomma, proviamo a stanarlo? La risposta di Pupa fu immediata: “Datti da fare!”.

E io mi detti da fare, senza immaginare che quel servizio televisivo avrebbe aperto la porta a un rapporto d’amicizia tra i più preziosi della mia vita. Sergio Leone per me era un autentico mito. Conoscevo a memoria ogni suo film scena per scena e conoscevo ogni virgola della sua biografia ufficiale. Solo l’idea di poterlo incontrare di persona mi metteva in fibrillazione. Certo, mi dicevo, non sarà affatto facile. E invece bastarono un paio di telefonate. La sua segretaria, gentilissima. E poi lui all’altro capo del filo, con la sua voce profonda, da basso lirico, che mi diceva sì, che aspettava la nostra squadra… a casa sua!

Partenza da Comano in una giornata uggiosa di febbraio: Pupa, il cameraman, il fonico e il sottoscritto col dito alzato a toccare il cielo. Quello fu il primo incontro, molto cinematografico, quasi hollywoodiano, non foss’altro che per la scenografia. La casa di Sergio Leone si trovava fuori Roma, all’EUR, sulla cosiddetta “Collina dei miliardari”. Era una grande villa circondata da un bel parco alberato e da un alto muro di cinta. Gli ambienti dove girammo le diverse parti dell’intervista potevano tranquillamente ospitare dei set cinematografici: un grande salone con monumentali divani e altrettanto monumentali specchi; il salone degli argenti, così denominato perché tutto arredato da grandi vasi e suppellettili in argento massiccio (l’argento era una grande passione di Leone); il suo studio, stipato di libri e di quadri e di un’oggettistica bizzarra ed eclettica, dove troneggiava una scrivania antica sommersa di carte, tra cui faceva capolino un telefono in argento massiccio (ovviamente!).

L’intervista si svolse piana e fluida, sempre più distesa e cordiale, quasi amichevole. Quando arrivammo a parlare del suo progetto misterioso, che ci rivelò essere non più un western ma un gangster-movie dal titolo “C’era una volta in America”, Sergio Leone si illuminò e ci propose di proseguire in modo itinerante. Ci portò nella zona del ghetto ebraico alla grande sinagoga; ci invitò a pranzo in una trattoria molto popolare al Portico d’Ottavia (pizza bianca come aperitivo e carciofi alla giudìa semplicemente favolosi!). E poi buttò giù dal letto il suo scenografo di fiducia, Carlo Simi, appena rientrato con la famiglia da New York e sotto effetto jet-lag. Il povero Simi ci fece salire nel suo attico e ci accolse in pigiama, offrendoci in prima mondiale le immagini delle sue ricerche dei luoghi dove si sarebbe svolta la vicenda del film. A quel punto Sergio Leone parve dimenticarsi del tutto di me e della squadra che lo filmava: si mise a discutere con Simi delle scene future, del come risistemare le vie in modo da ricreare ambiente e atmosfera degli anni ’30 e così via. Era una vera e propria riunione di lavoro tra loro. Il cameraman filmava tutto e il fonico captava ogni suono. Io e Pupa guardavamo la scena affascinati, finché la moglie di Simi, in vestaglia, ci prese da parte dicendoci: “Venite che vi faccio un caffè, perché quei due quando incominciano non si sa quando finiscono.”.

Quello fu il primo incontro, da cui scaturì il servizio TV che volli intitolare “Sergio Leone, una leggenda in esilio”. Ma io ero stato troppo affascinato da quell’uomo imponente, dalla barba brizzolata e lo sguardo sornione, un po’ da gatto, dalla voce calda e profonda, capace di ammaliare. Così mi inventai delle scuse per poter tornare a fargli visita, tipo un paio di lunghe interviste radiofoniche – dunque io da solo col mio registratore – cui Leone acconsentì ponendo una sola riserva: “Non voglio parlare del mio nuovo film.”. E invece, fatalmente, me ne parlò senza che io facessi nulla per indurlo a farlo. Era chiaro che quel progetto, difficile e macchinoso, lo abitava come uno spiritello maligno. Ricordo che da uno scaffale della sua immensa biblioteca trasse un volume rilegato in rosso – l’ultimo di dodici tutti uguali, cioè le diverse versioni della sceneggiatura succedutesi nel decennio – e mi lesse una scena. No, un momento: dire “lesse” è troppo poco e non rende l’idea. Recitò la scena, tutte le battute dei personaggi e con la giusta intonazione, contrappuntandola con note di regia (primo piano, totale, stacco, primo piano, dettaglio, campo lungo). Ed io mi vidi sbocciare in testa la scena, la vidi come se fossi al cinema! Un momento magico che si riprodusse nel 1984 a Cannes, quando assistei alla prima mondiale di “C’era una volta in America”. Nel momento in cui comparve sullo schermo quella stessa scena sobbalzai: era proprio come me l’ero immaginata nello studio del Maestro, identica in ogni dettaglio. Leone il film l’aveva davvero tutto in testa e doveva solo tirarlo fuori. E quando lo fece consegnò al mondo un capolavoro.

Dopo queste ci furono altre occasioni d’incontro, non molte per la verità, ma tutte intense e indimenticabili, perché stare con Sergio Leone era stare dentro il Cinema, era respirare Cinema, perché Sergio viveva il Cinema come gli antichi maestri rinascimentali vivevano la loro arte, tant’è vero che una volta mi disse che era un peccato che i registi in attività non si preoccupassero di allevare i loro successori come facevano gli artisti del ‘500 nelle loro botteghe. E poi c’era il suo calore umano, il suo gusto per la vita e per le piccole cose nascoste, come l’andare in auto – una delle sue sei Mercedes – dall’EUR al centro storico di Roma e infilarsi nel dedalo di vicoli alla ricerca di quel particolare bar “dove si fa il miglior caffè della capitale”. Come le gare culinarie con Francis Ford Coppola, suo grande amico, per vedere chi cucinava meglio un piatto di spaghetti: gara documentata da una bella foto incorniciata sulla sua scrivania, accanto alla quale sorrideva da un’altra foto un giovane Steven Spielberg con l’autografo “Al mio maestro Sergio”.

Un rapporto che gradatamente passò dal professionale all’amichevole, con l’abbandono del “lei” e il passaggio naturale al “tu”. Con telefonate fatte anche solo per un “Come va?” e un “Che c’è di nuovo?” o un confidenziale “Tientelo per te, ma sto lavorando a un film di guerra sull’assedio a Leningrado”. Un rapporto personale molto gratificante per me, ma che mai avrei immaginato lo fosse anche per lui che era tanto più grande di me. E invece ne ebbi una meravigliosa dimostrazione – che si concretizzò in uno scoop professionale – quando, trasgredendo a ciò che aveva dichiarato al mondo: “Non rilascerò interviste prima della proiezione del film a Cannes”, proprio una settimana prima del Festival ad una mia sfacciatissima richiesta mi rispose: “Dai, vieni con la squadra, dato che mi hai portato fortuna”. Fu forse il più grande regalo che mi sia mai stato fatto.

Poi venne quel maledetto 30 aprile 1989. Sergio Leone fu fulminato da un infarto mentre faceva colazione con sua moglie. Quando lessi il lancio d’agenzia non volevo crederci. Speravo in un errore. Volevo che fosse un errore!… Andai in bagno e piansi come un bambino.

Ma, come si dice, “the show must go on”, lo spettacolo continua. Recuperai il nastro con la lunga intervista che avevo intitolato “Sergio Leone, l’uomo, il regista” e la misi in onda. Ma mi fu difficile presentarla al microfono con quel tremendo groppo in gola.

Qui il trailer del film-documentario “L’italiano che inventò l’America”


Scurati: La guerra del Duce 

Per la terza volta – dopo 600 giorni di carcere e l’assoluzione – l’ex sindacalista conquista la presidenza del Brasile; ma è un risultato al foto-finish, che non condanna definitivamente la politica fascio-populista di Bolsonaro 

Di Mario Barenghi, Doppiozero

Siamo alla terza puntata della monumentale narrazione biografica che Antonio Scurati ha dedicato a Mussolini: M. Gli ultimi giorni dell’Europa. Il periodo coperto è il fatale triennio 1938-1940: dalla visita di Hitler a Roma all’entrata dell’Italia in guerra, attraverso l’introduzione delle leggi razziali, la conferenza di Monaco, l’occupazione tedesca della Cecoslovacchia, la crisi di Danzica, il patto Molotov-Ribbentrop; quindi l’invasione della Polonia che segna l’inizio della Seconda guerra mondiale, la scelta italiana della non belligeranza, la straniante sospensione dell’inverno 1939-1940 – la drôle de guerre –, fino alle travolgenti offensive della Wehrmacht contro i paesi nordici prima, poi contro Belgio, Olanda e Francia. Gli eventi sono incalzanti e drammatici; indipendentemente dalle cognizioni storiche del lettore, la suspense è assicurata.

A dominare questo segmento della trista epopea di Mussolini, ovviamente, è la figura di Hitler: «uno spettro da tregenda piuttosto che un essere umano», dirà un uomo d’affari svedese, amico di Goering, dopo aver assistito a un monologo del Führer. La sopravvenuta subordinazione del capo del fascismo al suo ex-allievo germanico è ben annunciata dalla scelta grafica di collocare la M della copertina, ora in stilizzata minuscola gotica, entro un tondo bianco, su fondo rosso: quasi una variante in minore dell’emblema del Terzo Reich. Preso nell’orbita della Germania nazista, Mussolini appare sempre meno padrone degli eventi e del proprio destino, sempre più confinato in un ruolo secondario, se non marginale. Le cose sono già chiare con l’annessione dell’Austria, sbrigata da Hitler senza preavviso alcuno all’alleato italiano. Mussolini era esploso di rabbia: «però, dopo aver fatto fuoco e fiamme in privato, in pubblico aveva abbozzato, pavido, furbesco e perdente».

Dunque, poiché il secondo volume (M. L’uomo della Provvidenza, 2020) arrivava al 1932, Scurati ha deciso di saltare sei anni, per affrontare direttamente l’epoca in cui l’Europa precipita verso la guerra. Scelta legittima, naturalmente, e in fondo coerente con la struttura discontinua della narrazione, segmentata in riquadri scenici. Però nell’intervallo omesso si colloca la guerra d’Etiopia, che è importante per molte ragioni: perché comprende molti aspetti della storia nazionale poco conosciuti, incluse le atrocità perpetrate contro le popolazioni civili; perché in Africa il razzismo italiano fa le sue prime importanti prove; perché, infine, rappresenta il capitolo più importante della nostra storia coloniale (a questo proposito è d’obbligo il rinvio al recente volume di Francesco Filippi, Noi però gli abbiamo fatto le strade. Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie, Bollati Boringhieri, 2021). Inoltre, il silenzio sugli anni 1932-38 rischia di fomentare un antico, vieto luogo comune giustificazionista, cioè che la Seconda guerra mondiale sia stata, nella storia del fascismo, un errore o un incidente, addebitabile al troppo stretto legame con Hitler. Assunto, questo, decisamente falso.

Teniamolo presente, in questa scadenza centenaria della cosiddetta marcia su Roma: l’Italia di Mussolini è stata sempre in guerra. Da subito, e senza interruzione: prima la sanguinosa riconquista della Libia, a partire dalla primavera del 1923, durata un decennio (cui Scurati ha giustamente dedicato, nel secondo volume di M, ampio spazio); poi l’aggressione contro l’Etiopia, coronata dalla proclamazione dell’Impero (1935-36); quindi l’impegnativa partecipazione alla guerra civile spagnola (1936-39), con 70.000 uomini inviati a ingrossare le fila del generale Franco; infine, per orgoglio o ripicca, l’invasione dell’Albania all’indomani dell’Anschluss. Anche per questo – soprattutto per questo – nel settembre ’39 l’Italia non era pronta a entrare in guerra; lo farà nove mesi dopo, nel più vile e opportunistico dei modi. Del resto, l’esaltazione della gloria militare e dei valori guerrieri – l’ardimento degli eroi, la risolutezza dei capi, la disciplina e lo spirito di sacrificio di tutti gli altri – è il cuore dell’ideologia e della pedagogia fascista.

Eloquenti le parole dei canti che risonavano durante il ventennio, dall’inno fascista Giovinezza («Dell’Italia nei confini/ son rinati gli Italiani/ li ha rifatti Mussolini/ per la guerra di domani») a quelli delle varie formazioni paramilitari in cui tutti giovani, ragazze, ragazzi erano inquadrati fin dalla più tenera età («Nell’Italia dei fascisti/ pure i bimbi son guerrieri/ siam balilla moschettieri/ dell’Italia il baldo fior»).

Ma torniamo a Scurati. Dopo due libri, il carattere di Mussolini è ormai a fuoco; il dato più rilevante del periodo qui trattato è la sua crescente frustrazione, il suo livido arrovellarsi sul divario fra ambizioni e realtà effettuale. Ad alimentarla concorrono il senso di inferiorità verso il Führer, la percezione delle proprie limitate risorse, la consapevolezza che l’opinione pubblica nazionale non condivide il suo desiderio di guerra. Tra le pagine più efficaci va annoverata senz’altro la rievocazione del pomeriggio del 10 giugno 1940: «Come ci si veste per dichiarare una guerra?» Le uniformi che il Duce può scegliere sono molte; alla fine opta per quella di caporale d’onore della Milizia. La questione è meno futile di quanto possa sembrare.

Non va confusa, per intenderci, con la concessione al principe Harry di indossare la divisa ai funerali della regina Elisabetta; piuttosto, risalendo alla notte fra il 23 e il 24 febbraio 1981, converrà pensare alla scelta del monarca spagnolo Juan Carlos di presentarsi sugli schermi televisivi, durante il tentativo di colpo di Stato del tenente colonnello Antonio Tejero, con l’uniforme di capitano generale dell’esercito. Scurati non perde poi l’occasione di insistere (come già nei volumi precedenti) sulla corporeità del Duce, puntando su effetti di sgradevolezza: «Sta ingrassando. Per quanti sforzi ginnici lui faccia, per quanto severa sia la dieta a base di latte cui si sottopone, sta ingrassando.

E non è nemmeno una virile pinguedine di carne grossa e spessa, di pellaccia dura e soda. Più che massa adiposa è un gonfiore, un parto isterico da ritenzione idrica, un turgore sciocco, d’acque non di sangue, una di quelle antiche, inestirpabili maledizioni del corpo che spingono i testimoni della tua vita a bisbigliare, quasi vergognosi della tua vergogna: “Non è più l’uomo di una volta”».

I personaggi più interessanti di questo terzo volume sono due. Il primo è l’avvocato Renzo Ravenna, podestà di Ferrara, amico di Italo Balbo, amministratore capace, fedele al regime: dal suo punto di vista è narrata buona parte della vicenda della legislazione anti-ebraica. In villeggiatura a Igea Marina, la mattina del 3 settembre 1938 si trova tra le mani il «Corriere della Sera» con l’annuncio dell’espulsione dalle scuole italiane di insegnanti e studenti ebrei. Umanissima la sua reazione di cercare conferma – o meglio, smentita – della notizia sul suo quotidiano abituale, il «Corriere Padano», diretto dall’amico Nello Quilici. Seguono sconforto, smarrimento, umiliazione: e la consapevolezza di essere guardati dagli altri in modo diverso («Renzo, Lucia, Tullio, Paolo, Donata e Romano Ravenna non sono mai stati soli come in questo momento. Sono soli come gli ebrei soltanto possono esser soli»).

Il secondo è Galeazzo Ciano, figlio dell’eroe di guerra (e ora presidente della Camera) Costanzo, marito di Edda, genero di Mussolini, dal 1936 ministro degli esteri, e autore di un diario che è un documento prezioso, largamente utilizzato da tutti gli storici. Ciano è una figura dal doppio volto. Da un lato appare un giovane privilegiato, viziato dalla buona sorte, che ama circondarsi di emuli, famuli e belle ragazze, e frequentare ritrovi mondani e Golf Club: un «pomposo vanesio», come scrive l’ambasciatore americano a Londra, Joseph Kennedy, compiaciuto del proprio ruolo di probabile delfino del Duce.

Dall’altro, è un severo critico dell’alleanza con la Germania nazista; e anche se non fa nulla per tradurre in pratica le riserve che nutre sulle scelte di Mussolini, le sue parole (annotazioni, confidenze private) fanno sì che egli appaia, a posteriori, come dotato di superiore lungimiranza. Presuntuoso bellimbusto o politico sagace? Di sicuro, finché il suocero sarà in sella, non avrà il coraggio di opporsi, come assai sovente accade negli entourages di dittatori e autocrati. Lo stesso vale per il suo collega che detiene il dicastero dell’educazione, Giuseppe Bottai. Dotato di spessore intellettuale superiore rispetto al ministro-genero, quando la sudditanza di Mussolini rispetto a Hitler appare conclamata, sul diario scrive, sconcertato e deluso: «La nostra generazione è tutta in Mussolini: è Mussolini. Non si tratta di misurare lui, fuori di noi: ma lui in noi; e noi stessi in lui».

Per la materia di questo terzo volume di M, i diari utilizzati sono numerosi. Oltre a quelli di Ciano, di Bottai, di Claretta Petacci, conviene citare anche quello di Ranuccio Bianchi Bandinelli, raffinato studioso di antichità, coinvolto a titolo di guida nella visita di Hitler della primavera 1938 (curioso che il glossario dedicato ai personaggi principali lo trascuri: forse perché mancava una categoria in cui inserirlo). Ostile alle dittature, anche se non dissidente manifesto, Bianchi Bandinelli è colpito dalla differenza tra Hitler e Mussolini. Politicamente ancor più nefasto del Duce, il Führer ha però una personalità più sfaccettata, che può riservare sorprese – circostanza che non si dà nel caso del suo vecchio maestro, grossolano e prevedibile.

Qui tocchiamo un punto importante nell’interpretazione che Scurati offre della parabola mussoliniana: in un certo senso, la parte più caratterizzante è la prima, la storia della sua inaspettata, folgorante eppur resistibile ascesa. Dopo l’acme toccato con la conquista di Addis Abeba nel 1936, inizia un lento declino, dapprima impercettibile, poi sempre più evidente.

La primazia del capo del fascismo scricchiola; i dissapori cominciano a prendere corpo. Il Papato, la monarchia, gli Stati maggiori, vari membri del governo, pur senza contrastarlo apertamente, lo assecondano con fervore calante, invitandolo alla cautela. Lo stesso vertice di popolarità toccato con l’esito della conferenza di Monaco, in cui l’Italia figurò aver garantito la pace, lo irrita. Paradosso del potere: le folle festanti che accompagnano il ritorno dal Brennero sono sgraditissime al Duce, che vorrebbe invece vedere una nazione smaniosa di prender le armi sotto il suo comando – altro abbaglio frequente nei dittatori, nel XXI secolo non meno che nel XX.

Non è difficile immaginare un tema portante del seguito della storia di Mussolini: la sua progressiva solitudine. Tale, in ogni epoca, il destino dei tiranni.

Altri contributi sul tema in “Doppiozero” si possono leggere in Marcia su Roma e dintorni 


Contro la meritocrazia

Per la terza volta – dopo 600 giorni di carcere e l’assoluzione – l’ex sindacalista conquista la presidenza del Brasile; ma è un risultato al foto-finish, che non condanna definitivamente la politica fascio-populista di Bolsonaro 

Di Kwame Anthony Appiah, The New York Review of Books – Internazionale 

Michael Young era un figlio scomodo. Il padre era un musicista e critico musicale australiano; la madre, cresciuta in Irlanda, era una pittrice bohémienne. Erano spiantati, distratti e litigavano spesso. Michael, nato nel 1915, scoprì presto che nessuno dei due aveva molto tempo da dedicargli. Un giorno, vedendo che i genitori sembravano aver dimenticato il suo compleanno, pensò che lo aspettasse una sorpresa. Invece i genitori avevano davvero dimenticato il suo compleanno, il che non era affatto sorprendente. Una volta li sentì per caso parlare della possibilità di darlo in adozione. Come avrebbe raccontato in seguito, non superò mai del tutto la paura dell’abbandono.

Tutto cambiò quando, a quattordici anni, Young fu mandato in un collegio sperimentale a Dartington Hall, nel sud dell’Inghilterra. L’istituto, fondato dai filantropi progressisti Leonard e Dorothy Elmhirst, puntava a cambiare la società trasformando le persone. Per Young fu come essere adottato, perché gli Elmhirst lo trattarono come un figlio, incoraggiandolo e sostenendolo finché vissero. Young si ritrovò di colpo a far parte di un’élite internazionale che cenava con il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt e assisteva a conversazioni tra Leonard ed Henry Ford.

Considerato uno dei più importanti sociologi del novecento, Young ha aperto la strada all’esplorazione scientifica moderna delle relazioni sociali della classe operaia britannica. Ma il suo scopo non era solo studiare le classi sociali: voleva ridurre i danni che potevano causare. L’ideale promosso a Dartington Hall (coltivare le personalità e le abilità, qualunque fossero) era ostacolato dalla struttura di classe britannica. Cosa doveva prendere il posto della vecchia gerarchia sociale, così simile al sistema delle caste? Per molti, oggi, la risposta è la meritocrazia, un termine coniato sessant’anni fa proprio da Young per indicare un mondo in cui il potere e il privilegio sono assegnati in base al merito individuale e non alle origini sociali. 

Ispirati dall’ideale meritocratico, molti condividono una certa visione di come dovrebbero essere organizzate le gerarchie del denaro e del prestigio sociale. Pensiamo che un posto di lavoro debba andare non a chi ha i contatti giusti o la famiglia più influente, ma a chi è più qualificato per quel lavoro, indipendentemente dalla sua estrazione sociale.

A volte ammettiamo delle eccezioni, per esempio nel caso della discriminazione positiva, che aiuta a smantellare gli effetti di una discriminazione precedente. Ma si tratta di eccezioni provvisorie: quando i pregiudizi legati a sesso, etnia, classe e casta spariranno, le eccezioni non saranno più legittimate. Abbiamo respinto la vecchia società di classe e, spostandoci verso l’ideale meritocratico, abbiamo creduto di eliminare ogni traccia lasciata dalle gerarchie del passato. Le cose non vanno esattamente così, e Young l’aveva capito.

Young odiava l’espressione “stato sociale” (diceva che sapeva di acido fenico), ma non aveva ancora trent’anni quando contribuì a crearne uno. Come direttore dell’ufficio ricerche del Partito laburista britannico, scrisse ampie parti del manifesto che contribuì alla vittoria elettorale del 1945. Il manifesto, intitolato Let us face the future (Affrontiamo il futuro), auspicava “la creazione del commonwealth socialista della Gran Bretagna, libero, democratico, efficiente, progressista, dotato di senso civico, le cui risorse materiali siano messe al servizio della popolazione britannica”. 

Il partito mantenne le promesse: portò a quindici anni l’obbligo scolastico, rafforzò l’istruzione per gli adulti, migliorò l’edilizia popolare, rese gratuita l’istruzione pubblica secondaria, creò un servizio sanitario nazionale e garantì a tutti la previdenza sociale. Fu l’inizio di un netto miglioramento nella vita della classe operaia britannica. I sindacati e le nuove leggi permisero di ridurre l’orario di lavoro degli operai, facendo crescere il loro tempo libero. Grazie all’aumento dei redditi, i lavoratori comprarono televisori e frigoriferi. E le cose cambiarono anche per le fasce più ricche, in parte grazie alle nuove imposte sulle successioni. Nel 1949 il ministro del tesoro laburista Stafford Cripps (che si dà il caso fosse mio nonno) introdusse un’imposta con un’aliquota dell’80 per cento sui patrimoni di almeno un milione di sterline, l’equivalente di 32 milioni di sterline di oggi (più di 35 milioni di euro). Per due generazioni queste riforme sociali garantirono protezione a quelli che facevano parte della classe operaia e permisero ai loro figli di progredire nella scala degli incarichi di lavoro, dei redditi, e quindi, entro certi limiti, anche in quella del prestigio sociale. Young era profondamente consapevole di questi risultati, ma con altrettanta acutezza ne percepiva i limiti.

Indicatori di classe

Dopo la seconda guerra mondiale il numero d’iscritti alle università britanniche esplose. Aver frequentato l’università diventò uno dei principali indicatori di classe. L’appartenenza dei bibliotecari alla classe media, nonostante i loro magri stipendi, era dovuta al fatto che l’istruzione superiore era un requisito della professione. Se gli addetti alla catena di montaggio non avevano lo stesso status, anche se guadagnavano di più, era perché facevano un mestiere che non aveva lo stesso requisito. La coscienza della classe operaia, presente nel nome stesso del Partito laburista britannico fin dalla sua fondazione nel 1900, era nata in un’epoca di mobilitazione, di lavoratori che difendevano i loro interessi. La nuova epoca dell’istruzione, invece, era quella della mobilità sociale, dei colletti blu che diventavano bianchi. La mobilità avrebbe indebolito la coscienza di classe?

Queste domande tormentavano Young, che fondò un istituto per gli studi di comunità nel quartiere londinese di Bethnal Green, e da lì sostenne la nascita e lo sviluppo di decine di programmi e organizzazioni al servizio dei bisogni sociali che lui stesso aveva individuato. La Consumers’ association fu una sua idea, come anche la rivista dell’associazione, Which?, che esiste ancora. Nel 1969 Young fondò la Open university, che da allora ha avuto più di due milioni di studenti, diventando la principale istituzione accademica nel Regno Unito per numero d’iscritti.

 L’istruzione, secondo Young, era importante non solo perché permetteva la mobilità sociale, ma perché rendeva le persone cittadini più forti, qualunque fosse la loro condizione sociale, più resistenti agli attacchi degli imprenditori o dei funzionari di governo. In seguito avrebbe perfino creato una scuola per imprenditori sociali. Per anni s’impegnò a rafforzare le reti sociali – il “capitale sociale”, come lo chiamano oggi i sociologi – delle comunità, intimidite da chi rivendica una fetta sempre più grande del potere e delle ricchezze della società.

Young sentiva che le gerarchie di classe avrebbero resistito alle riforme che voleva realizzare. Spiegò in che modo nel suo secondo best seller, L’avvento della meritocrazia, un’opera satirica pubblicata nel 1958. Come molti altri fenomeni, la meritocrazia deve il suo nome a un avversario. Il libro di Young si presentava come un testo scritto nel 2033, in cui uno storico analizzava la nuova società britannica sorta nei decenni precedenti. In quel lontano futuro soldi e autorità si guadagnavano, non si ereditavano. La nuova classe dirigente era determinata dalla formula “quoziente d’intelligenza (qi) + sforzo = merito”. La democrazia avrebbe ceduto il passo al governo dei più intelligenti, “non un’aristocrazia della nascita, non una plutocrazia della ricchezza, ma una vera meritocrazia del talento”. Era la prima volta che la parola “meritocrazia” si leggeva stampata su una pagina, e il libro voleva mostrare come sarebbe stata una società costruita su questo principio.

L’idea di Young era decisamente distopica. Se la ricchezza riflette sempre di più l’intrinseca distribuzione del talento naturale, e se i ricchi sempre più spesso si sposano tra loro, la società finisce per dividersi in due grandi classi, in cui ognuno crede di avere quello che si merita. Young immaginava un paese in cui “le persone illustri sanno che il successo è una giusta ricompensa per le loro capacità e i loro sforzi”, e dove chi occupa i gradini più bassi sa di non aver sfruttato tutte le opportunità che gli sono state date. “Sono stati messi più volte alla prova. Se sono stati ripetutamente bollati come ‘somari’, non possono più avere pretese. L’immagine che hanno di se stessi si avvicina a un riflesso fedele e poco attraente”, scriveva Young. Uno dei primi intoppi del sistema è che “quasi tutti i genitori proveranno a favorire in modo sleale i figli”. E in una situazione di disparità dei redditi, è proprio una delle cose che i soldi permettono di fare. Se le condizioni economiche dei genitori contribuiscono a determinare i compensi dei figli, non siamo più in una società basata sulla formula “qi + sforzo = merito”.

Come sappiamo, i timori di Young erano fondati. Tra le famiglie statunitensi, il 20 per cento più ricco ha visto aumentare i suoi redditi lordi di quattromila miliardi di dollari tra il 1979 e il 2013, mille miliardi di dollari in più rispetto a quanto registrato dal resto delle famiglie. Quando gli Stati Uniti e il Regno Unito introdussero misure per favorire l’accesso all’istruzione superiore, si pensò che avrebbero portato più uguaglianza. Ma un paio di generazioni dopo, spiegano gli esperti, l’istruzione superiore è diventata un fattore di stratificazione sociale. Gli economisti hanno scoperto che molte università frequentate dalle élite (tra cui Brown, Dartmouth, Penn, Princeton e Yale) accolgono più studenti dall’1 per cento della società appartenente alla fascia di reddito più alta che dal 60 per cento più in basso. In poche parole, uno dei modi migliori per conquistare un posto tra chi ha più soldi, potere e privilegi è partire da lì. “La meritocrazia statunitense”, sostiene Daniel Markovits, docente di diritto a Yale, è “diventata esattamente quello che era nata per combattere: un meccanismo di trasmissione dinastica di ricchezze e privilegi”.

Michael Young, morto nel 2002 a 86 anni, era consapevole di tutto questo. “L’istruzione ha messo il suo sigillo di approvazione su una minoranza”, scriveva, “e il suo sigillo di disapprovazione sulle tante persone che non riescono a brillare dopo essere finite nelle classi per alunni meno capaci, a sette anni o anche prima”. Quelli che dovevano essere meccanismi di mobilità erano diventati fortezze di privilegi. Young aveva visto affermarsi una schiera di meritocrati interessati solo al profitto, insopportabilmente compiaciuti di sé, molto più di chi sa di aver raggiunto un traguardo perché figlio o figlia di qualcuno. In certi casi questi nuovi arrivati credono perfino di avere la morale dalla loro parte. La corazza del “merito”, osservava Young, aveva solo reso i vincitori insensibili alla vergogna e al biasimo.(…)

Il rispetto di sé

Questa visione del mondo alternativa, in cui ognuno di noi parte dalle proprie capacità e persegue traguardi diversi, con il rispetto di sé che ciascun traguardo implica, Young l’aveva imparata a Dartington Hall. Il suo grande impegno a favore dell’uguaglianza sociale può sembrare donchisciottesco, come certi progetti scolastici utopistici, eppure nasce da una riflessione filosofica profonda. Il compito centrale dell’etica è chiedere cosa voglia dire vivere bene. Una risposta plausibile è che vivere bene significa affrontare la sfida posta da tre cose: le nostre capacità, le circostanze in cui nasciamo e i progetti che consideriamo importanti. Dal momento che ognuno di noi nasce in circostanze e con capacità diverse, e poiché scegliamo progetti diversi, affrontiamo tutti sfide diverse. Non esiste una misura di valutazione comparativa che permetta di stabilire se la mia vita è migliore della tua. Young aveva ragione quando criticava l’idea secondo cui le “persone possono essere inserite in una graduatoria fondata sul valore”. Quello che conta, alla fine, non è come ci classifichiamo rispetto agli altri. Non dobbiamo trovare qualcosa che facciamo meglio di chiunque altro. Quello che conta, per chi abbraccia la filosofia di Dartington Hall, è semplicemente che facciamo del nostro meglio.

Young aveva capito che l’ideale della meritocrazia confonde due problemi distinti. Il primo riguarda l’efficienza, il secondo il valore umano. Se vogliamo che le persone svolgano lavori complessi che richiedono talento, istruzione, impegno, formazione e pratica, dobbiamo individuare i candidati con la giusta combinazione di capacità e disponibilità e dargli degli incentivi perché si formino e facciano pratica.

Visto che le opportunità di istruzione e di lavoro saranno limitate, dovremo trovare un modo per distribuirle, dei princìpi di selezione per assegnare le persone ai posti di lavoro. E dovremo trovare anche gli incentivi giusti per garantire che il lavoro necessario sia svolto. Se questi princìpi di selezione saranno pensati bene, potremo dire che chi risponde ai requisiti per entrare in una certa scuola o ottenere un certo lavoro “merita” di occupare quel posto. Si tratta, per usare l’utile gergo dei filosofi, di una questione di “merito istituzionale”. Le persone meritano quei posti proprio come chi compra un biglietto vincente della lotteria merita la vincita: posti e vincita sono ottenuti applicando un preciso insieme di regole.

Il merito istituzionale, però, non ha niente a che vedere con il valore intrinseco delle persone ammesse in un’università o assunte per un lavoro, proprio come chi vince alla lotteria non ha più meriti di chi perde. Anche ai massimi livelli di successo entrano in gioco molte circostanze casuali. Se Einstein fosse nato un secolo prima, forse non avrebbe dato nessun contribuito fondamentale al suo campo di ricerca. Lo stesso può dirsi di Mozart, se fosse nato alla fine dell’ottocento e avesse fatto musica dodecafonica. Nessuno dei due avrebbe potuto sviluppare le sue inclinazioni se fosse cresciuto tra i nukak in Amazzonia.


Vecchia tattica per una nuova strategia

Per la terza volta – dopo 600 giorni di carcere e l’assoluzione – l’ex sindacalista conquista la presidenza del Brasile; ma è un risultato al foto-finish, che non condanna definitivamente la politica fascio-populista di Bolsonaro 

“Ogni spostamento verso il centro aliena la base di sinistra, e suggerisce a tutti gli elettori che la ragione sta dall’altra parte”. Il linguista americano George Lakoff è noto come specialista delle metafore, allora quando parla di sinistra è bene chiedersi cosa sia, questa cosa, fuor di metafora. A maggior ragione di questi tempi in cui l’abuso di parole rende difficile la comprensione del loro vero significato politico.

A interrogare la sinistra tutta, dalla socialdemocrazia alla sinistra radicale, è la crisi del modello neoliberale che ha caratterizzato gli ultimi decenni di crescita economica e sociale. Stiamo vivendo una vera e propria crisi della globalizzazione, che ne rivela tutti i difetti strutturali. La comparsa del virus è strettamente legata all’estremo sfruttamento degli ambienti naturali, in particolare nei paesi emergenti. Gli shock che minano l’assetto economico globale, amplificati dalla guerra in corso, svelano la fragilità di un’economia mondiale basata sulla rete di catene di approvvigionamento di merci e materie prime in cui centrali sono la riduzione dei costi del lavoro e la massimizzazione dei profitti delle multinazionali, in particolare nel settore energetico, nella raffinazione e nel trasporto. Il ritorno dell’inflazione è la conseguenza del rafforzamento dei mercati finanziari e della loro componente speculativa, di quel ‘fare denaro con denaro’ che, storicamente, è all’origine della distorsione nella ripartizione del valore e della perdita generalizzata di potere d’acquisto.

Per combattere l’inflazione, le banche centrali fanno leva sugli aumenti dei tassi d’interesse che, del tutto inoperanti di fronte all’impennata dei prezzi energetici e alle difficoltà di approvvigionamento, di fatto mirano a provocare una recessione forte quanto basta per moderare le rivendicazioni salariali. Con l’aumento del costo del credito, e del debito, gli Stati ne approfittano per ridurre ulteriormente i loro margini di manovra per sostenere il potere d’acquisto delle famiglie, senza comunque abbandonare l’idea balzana secondo cui gli sgravi fiscali per i più ricchi sono il modo più efficace di far sgocciolare la ricchezza verso i più poveri.

Se il pendolo della storia si sta allontanando dall’integrazione economica globale, ci vorranno però decenni prima di ristabilire un più equo rapporto di potere tra capitale e lavoro, a meno di cambiare strategie di lotta e di mobilitazione. La crisi della globalizzazione ci porta infatti in una nuova era in cui la sostenibilità locale diventa prioritaria rispetto alla crescita globale. La spinta verso la localizzazione non esaurisce certo la natura globale dell’economia, a maggior ragione nell’epoca della digitalizzazione, ma costringe a ripensare le regole del commercio, del lavoro e del rapporto costi e benefici in ogni decisione di strategia economica. I luoghi prendono il posto dei modelli econometrici impersonali (“né di destra né di sinistra”) che hanno plasmato le società nel tempo della globalizzazione. All’efficienza dei modelli degli economisti liberisti, basata sulla nozione astratta di forza-lavoro, si sostituiscono i modelli della resilienza, in cui le comunità locali, le persone, assumono una nuova rilevanza politico-strategica.

Questa transizione storica dal globale al locale è tutta iscritta nella crisi dell’idea che valori, sistemi politici e interessi nazionali siano meno importanti delle pure forze di mercato. Per questa ragione, il governo di questa trasformazione non è meramente economico, è invece prevalentemente politico, come dimostrano gli attacchi ai diritti civili e alle forme di vita che la destra sta sferrando per conquistare consenso elettorale. La Brexit, l’elezione di Donald Trump e le recenti elezioni in Italia, confermano però anche la distanza, quando non il divorzio, tra gli elettori e i modelli economico-elettorali basati sul paradigma della crescita in chiave globale. Non sono la crescita, o la speculare decrescita, il pomo della discordia. La sfida sta piuttosto nel riconnettere la ricchezza creata all’interno degli Stati nazione, all’interno degli spazi locali, con mercati globali sempre più competitivi e concorrenziali.

A questa sfida, la sinistra si presenta con la sua storia, in cui si esclude che il suo popolo possa marciare unito, in cui gli sforzi di mettere assieme le sue anime in una strategia di area sono sempre difficili o vani. Ognuno teme di perdere la propria autenticità se si unisce agli altri, benché la ricerca di autenticità svolga un utile ruolo di elaborazione teorica e di vigilanza contro eventuali sbandamenti verso posizioni liberiste. Non è detto che marciare disuniti, perfezionando la propria specifica identità, scrutandosi a vicenda e liberandosi dei furbastri, sia la cosa peggiore da fare. Oggi, però, il problema è un altro, ossia quello di riuscire ad elaborare una strategia politica in cui la relazione tra crisi ecologico-climatica, crisi della crescita globale e crisi della democrazia sia esplicita e programmatica. È una sfida che non ha pari con tutto quello che abbiamo conosciuto, che esige la costruzione di uno “spazio generativo” di invenzione e di sapere concreto “capace di mobilitarci e di spingerci oltre angoscia e paura” (Marco Deriu).

Che il programma rosso-verde sia anche il risultato di un calcolo elettorale, è indubitabile. La questione è però quella di trasformare una vecchia tattica in una nuova strategia. Per riprendere un vecchio adagio ecologista, occorre “pensare globalmente e agire localmente”, mettendo a frutto i saperi pratici che i movimenti ambientalisti, prima di tutti gli altri, hanno sviluppato in questi ultimi decenni. È una questione di programma, di strategia istituzionale, ma anche di orecchie capaci di ascoltare il rumore profondo della resistenza.

Scritto per LaRegione


Il diritto all’autodeterminazione è di tutte e tutti

Per la terza volta – dopo 600 giorni di carcere e l’assoluzione – l’ex sindacalista conquista la presidenza del Brasile; ma è un risultato al foto-finish, che non condanna definitivamente la politica fascio-populista di Bolsonaro 

Siamo pronti, come società, a riconoscere a tutte le persone, nella diversità che caratterizza ognuno di noi, il diritto di autodeterminarsi? È la domanda di fondo posta dal nuovo articolo 13 della Costituzione cantonale, che andremo a votare il 30 ottobre. Prendo spunto da questa votazione per cercare di portare a una riflessione più ampia.

Se il nuovo articolo fosse accolto anche dal popolo, come lo è stato unanimemente dal Gran Consiglio lo scorso mese d’aprile, verrebbe sancito il diritto delle persone con disabilità a vivere la propria vita nel modo il più indipendente possibile: informandosi, partecipando attivamente alla vita sociale, dando spazio ai propri desideri, facendo le proprie scelte: “Dove vorrei vivere? A casa? In un istituto? In un appartamento protetto?”, “Chi vorrei si prendesse cura di me?”, “Vorrei continuare una formazione?”, “Che lavoro mi piacerebbe fare?”. Sono ancora troppo pochi i margini di manovra delle persone con disabilità, pochi gli spazi e i mezzi che permettono loro di prendere decisioni, grandi o piccole che siano.

E la comunicazione è un punto cruciale: solo una comunicazione inclusiva permette di esprimersi, di costruirsi un’opinione e scegliere. Certo, alcuni strumenti già esistono (basti pensare alla scrittura in lingua facile) e vengono utilizzati, ma non abbastanza e molto spesso è ancora la persona con disabilità che, in qualche modo, deve arrangiarsi e adattarsi.

È il caso delle persone sorde: per decenni costrette a rinunciare alla loro lingua madre, la lingua dei segni, poiché vietata negli istituti e nelle scuole. Con l’articolo 13 si riconosce ufficialmente la lingua italiana dei segni: una lingua sociale, espressione di una comunità che è minoranza culturale e linguistica. Il Canton Ticino sarebbe solo il terzo Cantone, dopo Ginevra e Zurigo, ad adottarla ufficialmente.

Passi avanti per i diritti delle persone con disabilità, anche se di strada, chi s’impegna in questa lotta, ne ha già fatta parecchia e sempre in salita. “Il punto non è ‘io che sono disabile’ ma cosa mi rende disabile” mi spiega Denise Carniel, che da vent’anni si batte con determinazione e passione. “Partiamo da qua, dal fatto che tutti possiamo avere più o meno disabilità. Basta un nulla: un incidente, una malattia, l’età che avanza…e allora capiamo che la disabilità non è la persona.” Ma è un messaggio che fatica a passare “A livello di principio, quando si dice che bisogna dar spazio ai diritti delle persone con disabilità, siamo tutti d’accordo. Il problema è dopo. C’è questo articolo, finalmente – nel 2022! – è davvero un bel progresso. E poi? Quando vado in giro con un’amica normodotata, capita che la gente le dica: ‘ma che brava che ti occupi di lei e la porti a spasso… Insomma, noi non possiamo avere amici, ma solo curanti. Ci vuole un cambiamento culturale che non può arrivare solo da questo articolo costituzionale o dalle sue leggi d’applicazione.”

Un impegno come società, che passa anche da decisioni condivise. Ma le persone con disabilità impegnate attivamente negli spazi di discussione sono, oggi, pochissime. “È importante fare rete” mi dice ancora Denise “bisogna andare oltre le divisioni, non oltre le diversità: io ruotata, tu bipede, lui che è sordo, lei che ha una disabilità cognitiva siamo tutti parte di una comunità. Abbiamo esigenze e percorsi qualche volta diversi, ma abbiamo pari diritti e questa diversità è un valore.”

E quando si parla di autodeterminazione si tocca un tema universale: Barbara Fontana-Lana, docente e ricercatrice al Dipartimento di pedagogia specializzata dell’Università di Friburgo, si occupa da tempo della partecipazione attiva alla cittadinanza e dell’esercizio dei diritti politici delle persone con disabilità cognitive. Con altri colleghi ricercatori ha redatto un manuale sulla formazione all’autodeterminazione per le persone con disabilità cognitive, che sarà presto disponibile anche in italiano. Ma cosa si intende con “autodeterminazione”? Non è “fare tutto da soli”: nessuno ci riesce, indipendentemente dalla disabilità. È anche qualcosa che si può perdere (ci sono situazioni in cui ciascuno di noi può non essere in grado di decidere). Ma la si può anche acquisire o recuperare imparando, per esempio, a sviluppare gli strumenti per diventare consapevoli dei propri desideri e del proprio benessere, per saper chiedere aiuto, per farsi un’opinione.

“Il nuovo articolo costituzionale è un buon punto di partenza” mi dice Barbara Fontana-Lana, “Lavorando e studiando le difficoltà che le persone con disabilità cognitive incontrano nell’informarsi e nel costruirsi un’opinione, abbiamo notato come siano per lo più soli: noi ascoltiamo la radio, la televisione, discutiamo con amici e colleghi. In questo modo, però, a loro arrivano informazioni poco o per nulla comprensibili. Spesso chiedono aiuto ai familiari, ma non sempre una mamma o un papà hanno le competenze per rispondere, non su ogni tema. Quindi è importante che sia l’informazione e il suo contenuto siano accessibili e comprensibili. Ma ci siamo anche accorti che tutte le problematiche da loro evidenziate – Dove vado a cercare le informazioni? Sono attendibili? Come faccio a capire se lo sono? – sono una lente d’ingrandimento di quello che in realtà riguarda tutti noi.” Uno spunto importante, tanto più oggi.


Erdogan criminalizza i social

Per la terza volta – dopo 600 giorni di carcere e l’assoluzione – l’ex sindacalista conquista la presidenza del Brasile; ma è un risultato al foto-finish, che non condanna definitivamente la politica fascio-populista di Bolsonaro 

Di Marco Valle, InsideOver

Turchia. Mancano otto mesi alle prossime elezioni (si vota il prossimo giugno) e il presidente Recep Erdogan traballa nei sondaggi. Nonostante il frenetico attivismo internazionale del governo di Ankara — uno faticosissimo sforzo geopolitico proiettato tra l’Ucraina, la Russia e il Caucaso, i Balcani e l’Egeo, la Siria e l’Africa — l’economia è in profondissima crisi e la valuta turca boccheggia (una lira vale 0,055 dollari). Le stime ufficiali (ma quelle indipendenti sono ancora più severe) fissano a settembre un più 83,45 per cento a su base annua e i prezzi volano infierendo sul potere d’acquisto dei ceti più deboli.

Erdogan però non demorde e a fronte del malcontento crescente ha deciso di stringere ancor più i bulloni della censura. Non pago d’aver chiuso dal mancato golpe del 2016 (una storia ancora tutta da scrivere) ad oggi 189 media e arrestato 319 giornalisti, di cui 36 ancora in galera, ha imposto una nuova misura e lo scorso 13 ottobre il Parlamento a votato a maggioranza — Akp, il suo partito, e l’alleato MHP — l’ennesima legge liberticida. In tutto quaranta articoli che “disciplinano” la diffusione di notizie sulla rete.

Secondo il governo un provvedimento urgente per “combattere la disinformazione e le fake news”. Sarà. Ma il dispositivo giuridico, duramente osteggiato dalle opposizioni di destra e sinistra, è di una vaghezza imbarazzante. L’articolo 15, ad esempio, prevede la radiazione dei giornalisti che non si attengono “alle regole morali”. Nulla di più e nulla di meno. A sua volta l’articolo 29 consente condanne da uno a tre anni di carcere per chiunque diffonda sul web “informazioni pericolose” lesive per “l’unità nazionale”, “l’ordine costituito” o “divulghi segreti di Stato”. Una panoplia di motivazioni volutamente fumose, generiche che però offrono alla magistratura (da tempo allineata ai voleri del presidente) un potere discrezionale enorme. In più le piattaforme verranno pesantemente sanzionate se si rifiutano di fornire alla giustizia i nomi degli utilizzatori. Tutto dev’essere controllato e, nel caso, represso.

A contestare la legge oltre ai partiti d’opposizione vi è il mondo (o ciò che ne rimane) dell’informazione turca. In un comunicato congiunto l’Associazione degli autori, il Comitato per la protezione dei giornalisti e i sindacati di categoria hanno ribadito una volta di più che: “la disinformazione è un problema importante e deve essere combattuta, ma non al prezzo della restrizione dei diritti dei giornalisti e della libertà d’espressione”. Parole importanti che però non scalfiscono il diktat dell’AKP. Ahmet Ozdemir, capofila dei parlamentari erdoghiani ha risposto alle critiche con sufficienza: “Nessuna libertà è senza limiti. Noi abbiamo cercato di proteggere le libertà per quanto possibile prendendo delle precauzioni affinché queste libertà non nuocciano alla libertà degli altri”. Punto.

A ben vedere la fobia del ferrigno sultano verso i social è cosa risaputa. Già nella primavera del 2013, a fronte del movimento di Gezi Park — un’ondata di protesta che preoccupò non poco l’AKP — Erdogan incolpò Twitter, Facebook e Youtube come i vettori del disordine. Il 2 giugno di quell’anno si disse certo che “i social sono dei gravissimi pericoli per il nostro popolo, Twitter è pieno di menzogne”.

Fu l’inizio di un’offensiva politica, giuridica e poliziesca verso chiunque utilizzasse le diverse (e allora ancora libere perciò incontrollabili) piattaforme. Il 26 novembre 2020 il presidente fu ancora più netto; partecipando ad un forum sulla comunicazione Erdogan concluse il convegno scandendo con forza le seguenti parole: “una numerazione che riduce l’individuo a un nome o un numero non può che sfociare nel fascismo. Noi dobbiamo opporci a questo fascismo numerico”. Insomma, gratta, gratta anche sul Bosforo lo spettro di un presunto “fascismo” immaginario, numerico o meno, torna sempre utile per tappare bocche e spaventare intelligenze.

Nell’immagine: “Il giornalismo è l’assicurazione della democrazia”. Manifestazione a Istanbul nel settembre del 2020