Il dollaro è come un drone

Grazie alla propria moneta, dominante nel mercato finanziario, a guadagnare dalla guerra in Ucraina, almeno per ora, sono gli Stati Uniti 

Ci sono anche i droni monetari, distruttivi. Di cui nessuno osa parlare perché corre il rischio di passare per antiamericano. Il drone monetario distruttivo, e non da oggi, è infatti il dollaro. Anche perché (e pure questo pochi lo dicono perché rischiano di passare per putiniani) chi sta guadagnando con la guerra in Ucraina sono proprio gli Stati Uniti mentre all’Europa si chiede il sacrificio maggiore.

Un potere esorbitante 

Noi viviamo ancora con i postumi di una crisi, scaturita in buona parte dalla crisi dei sub-primes (in cui hanno lasciato le ossa e le stanno lasciando ancora le nostre grosse e ingorde banche). All’origine di quella crisi c’era una nazione il cui governo e le cui economie erano enormemente sovraindebitate. Gli Stati Uniti hanno però un privilegio esorbitante: lo affermava e dimostrava già dieci anni fa l’ormai classico e documentatissimo: Exorbitant Privilege. The Rise and Fall of the Dollar and the Future of International Monetary System, dell’economista americano Barry Eichengreen, uno dei maggiori specialisti nel campo che non prenderà mai un premio Nobel ( si trova  tradotto con lo stesso titolo anche in francese da ed. Odile Jacob). 

Esorbitante perché hanno la principale moneta del sistema monetario internazionale, ciò che conferisce loro numerosi privilegi, come vivere al di sopra dei propri mezzi, consumare più di quel che producono, indebitarsi facilmente a tassi anormalmente bassi e sempre nella propria moneta. Ma la tesi principale di quel libro (2011) era che gli Stati Uniti non stavano bene (economicamente, ma non solo), tuttavia la salute dei  loro concorrenti non era migliore. E quindi il dollaro è e rimarrà ancora per lungo tempo la principale moneta internazionale, anche se dovrà maggiormente condividere quella posizione con lo yuan (cinese) e l’euro.

Oggi i mercati internazionali di materie prime, come quelle energetiche, sono quotati in dollari. Il dollaro rappresenta il 40 per cento del commercio mondiale, quattro volte il peso economico effettivo degli Stati Uniti. Più dell’85 per cento delle operazioni di cambio sono in dollari, così come il 50 per cento delle obbligazioni internazionali o il 60 per cento delle riserve monetarie delle Banche centrali. Tutti gli operatori internazionali sono soggetti al rischio di cambio ad eccezione degli americani. Le banche americane, ad esempio, prestano in dollari, ma sono egualmente rimborsate in dollari: è una sorta di briscola di non poco conto rispetto ai concorrenti internazionali. 

I paradossi su cui vive e prospera il dollaro

Persino la devastante crisi dell’inizio di questo millennio (crisi dei subprimes),  che ebbe inizio dall’irrazionalità e dall’avidità degli istituti finanziari americani, ha finito per rafforzare paradossalmente il ruolo del dollaro, scelto ancora e nonostante tutto come valore rifugio dagli operatori economici internazionali. E perché mai? Per  almeno due motovi. 

Dapprima per un altro paradossale privilegio, dice Eichengreen: si ricorrre al dollaro perché anche gli altri fanno la stessa cosa e perché prevale l’idea che basta  cercare di stabilizzare la propria moneta nei confronti del dollaro affinché  essa finisca per essere stabile anche nei confronti delle altre monete. Poi perché, altro piccolo paradosso, non è la salute assoluta dell’economia americana che determina la posizione o la forza del dollaro, ma è la sua salute relativa. In altre parole: se l’America va male, ma i suoi concorrenti non vanno meglio, c’è poco da temere per il dollaro.

Se si ammette che per affermarsi una moneta deve contare su un mercato finanziario liquido e sviluppato, ci potrebbe essere un solo concorrente potenziale per il dollaro: l’euro. La zona euro avrebbe vari assi nella manica per potercela fare, ma ha anche  troppi punti deboli, come ad esempio: un’economia molto dipendente nel settore energetico; istituzioni piuttosto complicate nei processi decisionali  come si  è dimostrato in questi giorni e (last but not least) perché l’euro è una moneta senza Stato. Conclusione lapidaria: se ci dovesse essere un crac del dollaro, la causa andrebbe ricercata solo dalla parte delle politiche economiche americane.

La strumentalizzazione politica del dollaro

La necessità di creare un’alternativa al dollaro è spesso sollevata, proprio per la strumentalizzazione politica che Washington fa della sua moneta, usandola come una sorta di arma o di drone sempre presente e quasi invisibile. Basterebbe pensare a tutte le multe inflitte dalla superpotenza alle imprese europee o svizzere (persino a quelle che vendevano medicinali o che intervenivano per scopi medici-umanitari) perché hanno osato fare degli affari, ovviamente nella moneta dominante, con paese sotto embargo americano (da Cuba, all’Iran, al Sudan e ora con la Russia e altre repubbliche vicine o, con altre restrizioni, con la Cina) oppure con le banche, molte sanzionate, che hanno ormai il terrore delle autorità americane per le ritorsioni che seguono (come  è capitato ad alcune banche svizzere, anche grosse). Forse il fatto che è riuscito a suscitare qualche reazione generalizzata è stato il congelamento degli averi dell’Afganistan con la conquista del potere dei talebani nel 2021 (oltretutto per un fallimento politico e militare americano) e il loro uso parziale per indennizzare… le vittime degli attentati dell’11 settembre 2001 (torri gemelle).

Se i prezzi dell’energia esplodono guadagnano dollaro ma anche rublo

Con la guerra in Ucraina il contraccolpo sui prezzi degli idrocarburi è stato micidiale per l’economia europea. È emersa un’ovvietà: gli Stati Uniti sono diventati un paese petrolifero esportatore (anche perché la produzione di petrolio e gas liquido dai scisti bituminosi, da fallimentare è diventata lucrosa con l’aumento dei prezzi). 

Quando i prezzi dell’energia esplodono, gli Stati Uniti si arricchiscono sempre più, così come i membri dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio che, oltretutto, come l’Arabia Saudita (nonostante le suppliche di Biden), riduce l’offerta per arricchirsi meglio. 

L’Europa e i Paesi asiatici (compresa la Cina), invece, ci rimettono e si impoveriscono. Ed anche questa diventa un drone, un’arma geopolitica. Ne hanno quindi approfittato il dollaro (che ha guadagnato più del 16 per cento sulle altre monete) con i petrodollari. Ma, paradossalmente, anche il rublo russo, che si è pure apprezzato nonostante le sanzioni (si può infatti vendere meno, magari costretti, guadagnando dieci volte di più).

Scommettere ora su un’inversione di tendenza del dollaro vuol dire, in buona parte, credere che la guerra in Ucraina terminerà e che l’enorme deficit commerciale creatosi in Europa a causa del forte rialzo dei prezzi dell’energia si riassorbirà. Per il momento sa di astrologia. Il dollaro continuerà quindi ad agire come amplificatore dell’inflazione nell’Unione europea e in Svizzera. Anche perché la Fed (la Banca centrale americana) finirà, con la sua politica monetaria del denaro più caro, per valorizzarlo ancora maggiormente. 


“Quel” giornalismo

Grazie alla propria moneta, dominante nel mercato finanziario, a guadagnare dalla guerra in Ucraina, almeno per ora, sono gli Stati Uniti 

Mi ha sempre affascinato la professione del giornalista, che certamente tendo a idealizzare: informarsi, ragionando e indagando, analizzare, snocciolare, ricomporre, svelare aspetti meno evidenti, anche denunciare; permettere insomma al lettore di farsi un’opinione e di disporre di più chiavi di lettura per una realtà sempre più complessa e sempre meno comprensibile. Un’idea di giornalismo che ci aiuti a capire, forse sempre meno realistica, ma che identifico con un giornalismo di qualità.

Ma torniamo a noi: due giornalisti “di qualità”, due articoli selezionati ne “Il meglio letto per voi”. Leggo e rileggo e mi va su il fumo. Perché francamente non capisco.

Il primo articolo è quello di Mario Lavia, in “Linkiesta”, che denuncia e schernisce la sinistra italiana in quanto incapace di consolidare un fronte largo con una visione condivisa sul tema fondamentale della guerra e della pace. Ammette l’autore stesso che si tratta di “Un tema che nella storia ha diviso il movimento socialista, il mondo democratico, gli intellettuali di mezzo mondo, le generazioni, proprio per il suo carattere moralmente e politicamente decisivo.” E allora perché non dovrebbe dividere anche lo sfaccettato e scomposto mondo della sinistra italiana? Divide persino il mondo cattolico suppongo, anche se il Papa sembra avere la sua coerenza e nemmeno molto apprezzata dal mainstream occidentale. E divide probabilmente tutti noi, indipendentemente dall’orientamento politico o religioso, perché nessuno la vorrebbe in casa la guerra, nessuno (o pochissimi) sarebbero disposti a rischiare la vita per questa o un’altra guerra, nessuno Stato occidentale è più disposto a rischiare la vita dei propri cittadini per una guerra. Oggi non più. E dai nostri tranquilli focolai, questo tema divide persino la coscienza di ogni singola persona onesta. 

Il secondo articolo, in linea con il primo, è quello di Lorenzo Erroi, su “La Regione”, che denuncia e schernisce (non è una novità) “quel” pacifismo, come se non fosse tema complesso, in generale e ai giorni nostri; come se fosse una questione di bianco e di nero, nemmeno meritevole di dibattimento. Insomma, Erroi è depositario della verità in materia di pacifismo, o così si direbbe leggendolo.

A me pare che la difficoltà del pacifismo applicato ad oggi, a questa guerra in particolare, è che da una parte, l’aggressore ha sempre torto, dall’altra l’Occidente, e probabilmente pure l’Ucraina, anche se mi dichiaro ignorante in materia, non ha coltivato una politica di pace in tempo di pace. E se qualcuno chiede al mondo occidentale di non provocare questa escalation di violenza, ma di abbassare i toni è solo perché, nonostante tutto, abbiamo più fiducia nella capacità di ragionare dell’Occidente rispetto a quella di Putin. A mio avviso questa non è ipocrisia, anche se di incoerenze e ipocrisia è pieno il mondo, e persino la neutrale Svizzera. “E l’ipocrisia finisce per corrodere la vita morale di un paese”, scriveva Sergio Romano in Morire di democrazia, questo sì un testo pieno di spunti di riflessione che meriterebbe di essere riproposto.

Non ho trovato chiavi di lettura che mi abbiano ampliato gli orizzonti in questi articoli de “il meglio letto per voi”, anzi; lo scherno scelto dai due giornalisti mi pare in pericoloso avvicinamento all’aggressività mentale, se non verbale, di cui siamo sempre più circondati. 

Nell’immagine: “Fight for Freedom”, di Debart Debasish Das, 2011


Israele, una democrazia sull’orlo di una crisi di nervi

Grazie alla propria moneta, dominante nel mercato finanziario, a guadagnare dalla guerra in Ucraina, almeno per ora, sono gli Stati Uniti 

Di Umberto De Giovannangeli, Globalist.it

Il 1° Novembre Israele torna alle urne. Le quinte elezioni anticipate in poco più di tre anni. Un record mondiale. Stavolta, però, siamo a uno snodo fatidico, drammatico, in qualche modo epocale. Perché in gioco non c’è solo e tanto la guida del Governo. C’è molto di più. La fine di una democrazia. Che è tale non perché si esercita il diritto-dovere del voto – se fosse per questo l’Iraq di Saddam o la Siria di Afez Assad erano il tempio della democrazia – ma per l’equilibrio reale tra i poteri, il rispetto dei diritti delle minoranze, siano esse etniche, religiose, di genere. La democrazia non intesa come la dittatura della maggioranza.

Tra Budapest e Teheran

Quale sia la posta in gioco, e il clima che si respira nel Paese a poco più di una settimana dal voto – lo chiariscono, su Haaretz, due analisti di chiara fama e coraggio intellettuale: Nora Landau e Nehemia Shtrasler.

“Dipinge” il quadro a tinte fosche Landau: “È frustrante guardare a un disastro imminente, a una valanga in arrivo, quando sembra che non ci sia altro da fare se non avvertire, ancora e ancora, finché gli avvertimenti non perdono significato. A una settimana e mezza dalle elezioni, questo è il suono degli avvertimenti urlati contro la distruzione della democrazia israeliana se l’MK Benjamin Netanyahu tornerà al governo con una coalizione di destra. Sono come gridare al lupo, e in ogni caso convincono solo coloro che già lo vedono arrivare, quando la maggior parte degli abitanti del villaggio crede che il lupo sia una pecora, o peggio – semplicemente non gli importa. E nonostante la disperazione e gli avvertimenti intrappolati nella camera d’eco, abbiamo l’obbligo sisifanico di continuare a ricordarlo alla gente finché non diventiamo rauchi: Un altro mandato guidato da Netanyahu e non saremo più in grado di riportare indietro l’orologio. Il prossimo passo saranno profondi cambiamenti strutturali del sistema giudiziario ed elettorale, che bloccheranno il potenziale cambiamento per le generazioni a venire.

Questo è il momento della verità. Il 20 ottobre, nell’edizione ebraica di Haaretz, Danel Lushi ha scritto le sue impressioni su una visita nell’Ungheria di Viktor Orban. Leggere l’articolo è stato come scrutare in una sfera di cristallo. Anche lì, i cambiamenti sono iniziati con una vittoria legittima in termini di processo democratico e sono proseguiti con una lenta ma continua erosione dell’essenza della democrazia e dei valori liberali: scagliarsi in nome del “popolo” contro l’”élite”; populismo nazionalista; marcare l’”altro” e le minoranze come nemico o abrogare i loro diritti; prendere il controllo dei media e del mondo accademico; formare un’élite conservatrice; populismo economico; legarsi a entità illiberali sulla scena internazionale; riforme della giustizia e del sistema elettorale per rafforzare il governo; infine, un’opposizione di sinistra spaccata, senza una visione condivisa se non l’opposizione al leader e una crescente sfida politica alla destra del governo: tutto questo e altro ancora è visibile nella visione che il Likud ci offre. Ma ciò che ha permesso a Orban di conquistare l’Ungheria è la sua grande popolarità. All’inizio, ha raggiunto i suoi obiettivi con il sostegno della maggioranza, e poi attraverso riforme che hanno rafforzato per sempre quella maggioranza attraverso il controllo dell’informazione, dell’istruzione, del sistema giudiziario e del sistema elettorale. Il pericolo maggiore per la democrazia liberale oggi non è solo l’apparizione di un leader carismatico che decide di distruggerla, ma l’ampio sostegno di quel leader. Le democrazie liberali stanno morendo oggi alle urne con l’incoraggiamento di un’ampia fetta dell’opinione pubblica, e questo potrebbe accadere anche in Israele. La tirannia della maggioranza è il paradosso della democrazia, o della tolleranza, per dirla con il filosofo Karl Popper. La tolleranza verso chi non è democratico può essere la rovina della democrazia. E quando i cambiamenti culturali e strutturali del sistema rafforzano la maggioranza antiliberale, e quando non è più possibile combatterla alle urne, ai liberali non resta che lamentarsi nelle loro bolle intellettuali o lasciare il Paese. E le loro condizioni sono comunque migliori di quelle degli altri: i primi a essere danneggiati sono le minoranze deboli che diventano il capro espiatorio del populismo. In Ungheria sono gli immigrati e la comunità LGBTQ; in Israele sono i palestinesi, ovviamente. Ma l’erosione dei diritti cresce sempre e alla fine raggiunge tutti. Gli israeliani che temono questo scenario hanno un’altra possibilità di fermare il processo alle urne, o almeno di ritardarlo. Sebbene la stragrande maggioranza degli israeliani sia di destra, non è ancora completamente antiliberale. Le riforme della giustizia e del sistema elettorale non sono ancora state attuate. Approfittate di questa possibilità per votare; dopo potrebbe essere molto più difficile”.

Così Landau

Appuntamento fatidico

Così lo motiva Nehemia Shtrasler: “Le prossime elezioni saranno fatidiche. Queste elezioni determineranno se continueremo a vivere in una democrazia liberale o se scivoleremo verso un regime autoritario che si colloca a metà strada tra una democrazia e una dittatura, con un leader onnipotente non limitato da un sistema di controlli e contrappesi. Il blocco Likud-settler-Haredi sta pianificando un attentato alla democrazia. Questi politici cercano di cambiare totalmente il volto del nostro sistema di governo. Invece di tre rami indipendenti – esecutivo, legislativo e giudiziario – il ramo esecutivo (il primo ministro e il gabinetto) dominerà i due, privandoli della loro indipendenza e trasformandoli in timbri di gomma. In altre parole, queste elezioni non sono un cambio di governo, ma un cambio di regime.

Per ottenere il controllo della Knesset (il ramo legislativo), la coalizione dovrà privare l’opposizione dell’opportunità di svolgere il suo ruolo principale: criticare il governo. Non mancherà l’odio a cui attingere a questo scopo. La demolizione del sistema giudiziario avverrà attraverso il piano “Legge e Giustizia” di Bezalel Smotrich, che non promette né legge né giustizia. L’unico motivo per cui questo piano è nato è stato quello di salvare Benjamin Netanyahu dal suo processo penale. Ma ha anche un obiettivo più ampio: distruggere la Procura di Stato e la Corte Suprema, che sono l’unico anello ancora non conquistato dalla destra. Smotrich distruggerà l’indipendenza del procuratore generale scindendo il ruolo e rendendolo una posizione personale di fiducia per il primo ministro. L’attuale procuratore generale sarà estromesso e il suo consigliere personale si occuperà delle incriminazioni di Netanyahu. E per garantire sentenze conservatrici di destra, il metodo di selezione dei giudici sarà cambiato in modo che i politici costituiscano la maggioranza della commissione, a differenza di quanto accade oggi. Invece di giudici professionali e indipendenti, si otterranno giudici politici che sono lì solo per soddisfare i desideri di coloro che li hanno mandati, e questa sarà la fine di qualsiasi controllo giudiziario sulle azioni del governo. E se i giudici dovessero ancora osare bocciare una legge della Knesset perché viola una Legge fondamentale o i diritti umani, o per proteggere le minoranze, le loro obiezioni non avranno alcun valore di fronte a una clausola di annullamento che consentirà alla Knesset di legiferare nuovamente la stessa legge. Verrà inoltre abolito il sistema di anzianità e il ministro della Giustizia (Smotrich?) deciderà chi sarà il presidente della Corte Suprema. Le modifiche incrementali e relativamente modeste introdotte da Gideon Sa’ar e Ayelet Shaked alla composizione del comitato di selezione giudiziaria sembrano ora uno scherzo rispetto alla completa erosione della Corte Suprema proposta da Smotrich su sollecitazione di Netanyahu.

La seconda parte del piano di Smotrich consiste nell’eliminare il reato di “frode e violazione della fiducia” dai libri. Contrariamente a quanto si pensa, questa idea non è pensata solo per Netanyahu. Anche altri potrebbero trarne vantaggio, come il legislatore David Bitan, anch’egli accusato di corruzione, frode e violazione della fiducia. L’eliminazione di questo reato darebbe un grosso premio ai corrotti. Non appena ciò avverrà, qualsiasi legislatore o ministro potrà accettare tangenti, nominare parenti e compari, ignorare i conflitti di interesse e ricevere tangenti. La Knesset diventerà un rifugio accogliente per tutti i tipi di corrotti.

Arye Dery ha recentemente dichiarato di voler cancellare lo standard legale che consente ai tribunali di annullare le decisioni pubbliche se ritenute irragionevoli, in modo che la Corte Suprema non possa bloccare la sua nomina a ministro per questi motivi. Non vede alcun problema nel fatto che una persona condannata due volte – una per corruzione, frode e violazione della fiducia e una per evasione fiscale – possa ricoprire la carica di ministro. Smotrich, invece, è un estremista religioso e un nazionalista messianico che non si fermerà di fronte alla spinta di Israele verso un governo autoritario. Nel giugno 2019 ha dichiarato: “Israele dovrebbe essere gestito secondo la legge della Torah”. Il suo vero sogno è che Israele diventi uno Stato teocratico in stile iraniano. E stiamo vedendo proprio ora che gioia è vivere in Iran”.


Un figlio dell’immigrazione al numero 10 di Downing Street

Grazie alla propria moneta, dominante nel mercato finanziario, a guadagnare dalla guerra in Ucraina, almeno per ora, sono gli Stati Uniti 

Da Il Post

Il Regno Unito ha un nuovo primo ministro dopo le dimissioni di Liz Truss, arrivate quattro giorni fa dopo appena un mese e mezzo di mandato. Il Partito Conservatore, che aveva espresso Truss e che continua ad avere la maggioranza in Parlamento, si è preso tempo fino alle 15 di oggi ora italiana perché i potenziali successori raccogliessero il sostegno da almeno 100 parlamentari del partito. Se più candidati avessero raggiunto quella soglia si sarebbe proceduto a primarie interne fra gli iscritti. Uno solo dei candidati l’ha superata, ed è quindi destinato ad essere il prossimo primo ministro: il deputato ed ex cancelliere dello Scacchiere (cioè ministro dell’Economia) Rishi Sunak.

Già domenica sera Sunak aveva ottenuto il sostegno di 165 parlamentari, mentre la sua avversaria più credibile, l’ex segretaria allo Sviluppo internazionale Penny Mordaunt, si era fermata a una trentina, ed ha così deciso di ritirarsi dalla corsa. La candidatura di Sunak aveva acquisito ancora più forza quando nelle stesse ore si era saputo che l’ex primo ministro Boris Johnson non si sarebbe candidato a primo ministro: Johnson aveva spiegato di avere il sostegno di almeno 100 parlamentari – «un bluff, come al solito», ha commentato un sostenitore di Mordaunt al Guardian – ma di non volere dividere il partito, un pezzo del quale rimane piuttosto freddo nei suoi confronti dopo le sue dimissioni di appena due mesi fa.

Sunak ha 42 anni. Figlio di immigrati indiani, laureato all’università di Oxford e con studi anche a Stanford, negli Stati Uniti, Sunak aveva lavorato per l’importante banca d’affari Goldman Sachs ed era entrato in politica nel 2014, fra i Conservatori. È considerato un politico pragmatico che appartiene all’ala destra del partito (nel 2016 votò a favore di Brexit). Dal 2020 a luglio 2022 era stato cancelliere dello Scacchiere britannico (cioè il ministro dell’Economia e delle Finanze). Un po’ per la sua storia di figlio di immigrati diventato ricco uomo di successo, un po’ per come era riuscito ad apparire serio e competente nella gestione della pandemia, Sunak aveva acquisito negli ultimi tempi una grande popolarità.

In estate però aveva avuto alcuni guai, fra cui pesanti accuse di evasione fiscale rivolte alla moglie, e le primarie del partito per sostituire Johnson erano state vinte da Truss. Ora non ha più altri rivali sufficientemente solidi per la carica di primo ministro.  Stamattina sia il Times sia il Telegraph, i due principali quotidiani conservatori, hanno aperto la prima pagina dicendosi certi che Sunak sarà il prossimo primo ministro.

Ad oggi Sunak ha ricevuto consensi piuttosto trasversali fra i parlamentari del Partito Conservatore, da quelli più a destra come l’ex ministra dell’Interno Suella Braverman all’attuale cancelliere dello Scacchiere, Jeremy Hunt, considerato un centrista. Nessuno sembra apprezzarlo in maniera entusiasta, e alla sua candidatura sono legati anche dubbi sulla sua inesperienza. «È parlamentare da appena sette anni, è stato ministro per due, e persino i colleghi che lo sostengono nella candidatura a primo ministro riconoscono che non ha un’esperienza trasversale che lo renda pronto per affrontare le crisi che si troverà su più fronti», fa notare il Guardian.

Sembra quasi impossibile che a questo punto Sunak non accederà al numero 10 di Downing Street. Vincendo le primarie del Partito Conservatore già oggi, come sembra, dovrebbe ufficialmente subentrare a Truss già nelle prossime ore.


Governo post-fascista ed egemonia culturale

Grazie alla propria moneta, dominante nel mercato finanziario, a guadagnare dalla guerra in Ucraina, almeno per ora, sono gli Stati Uniti 

“Storico”, senza dubbio: prima donna premier nella storia italiana e primo governo post-fascista della Repubblica. Doveva essere anche un governo ‘di alto profilo’. Ma, obiettivamente, la competenza è materia che scarseggia alquanto, a partire da lei, Giorgia Meloni, ora celebrata per temperamento e determinazione quasi fosse una ‘lady di ferro’, ma che come esperienza ministeriale può vantare il ministero della gioventù – in un lontano e non memorabile governo Berlusconi –, esperienza non certo passata alla storia per qualche iniziativa di particolare significato e incisività. Ma anche in merito ai profili del suo team, per vedere qualche ‘alto profilo’ ci vuole una lente di ingrandimento. Alternativamente bisogna pescare nella sacca afflosciata dell’ottimismo (ed è certo capitato in passato anche con formazioni di centro sinistra).

Prendiamo l’economia, il ministero più importante, dove, in tempi da far tremare i polsi, se non si vuole un Draghi ci vorrebbe almeno un… drago. Negli uffici di Via XX Settembre, dove transitarono nomi illustri, ci finisce l’applicato Giancarlo Giorgetti, che però è una quarta o quinta scelta considerata la sfilza di rifiuti eccellenti che la first lady ha collezionato prima di orientarsi sul leghista di buon senso. Una squadra formata con il metro della volontà identitaria più reazionaria che conservatrice. Così, il dicastero della famiglia va ad Eugenia Roccella (versione femminile del divisivo presidente della Camera, Fontana): anti-divorzio, anti-aborto (che definisce ‘il lato oscuro della maternità’), anti-gay, e tanto tanto anti-diritti Lgbt+. Oppure il giornalista Sangiuliano (ex direttore Tg2, studioso poco riuscito del gollismo), neo-ministro della cultura, che vuole introdurre “l’egemonia culturale di destra in Italia”. Non si dirà più ‘paese’ ma nazione; non basta “Ministero dell’impresa”, va aggiunto del “Made in Italy” (un po’ di espressioni della ‘perfida Albione’).

Quindi – e non manca mai nella penisola – qualche manciata di familismo e di ‘conflitto di interessi’. Esempi: il ‘gigante’ (per statura) Crosetto, ministro della difesa e fino a ieri titolare di una società di consulenza per il settore armamenti; alle riforme la Casellati, ex legale del Cavaliere, una che (c’è la registrazione video) giurò sull’esistenza di Ruby come effettiva ‘nipote di Mubarak’; o la Santanchè, socia in affari di Briatore (industria del tempo libero), sostenitrice della protesta dei titolari degli stabilimenti balneari, avrà il portafoglio del turismo (che in Italia significa spiagge, ma ancor più arte). Infine il cambiamento dei nomi di diversi ministeri, svolta lessicale tutta ideologica di stampo nazional-sovranista: ora c’è “Istruzione e Merito” (la scuola non può essere di tutti, e prepara alla competizione e all’individualismo); “Agricoltura e Sovranità Alimentare” (come in Francia, ma dove nacque in tempi politici ben diversi); “Ambiente e Sicurezza energetica” (‘transizione’ è concetto fastidioso per chi non la vuole, o la vuole lentissima, soprattutto in ambito industriale). Ecco, manca solo il “Ministero delle corporazioni” di mussoliniana memoria.

Insomma, se Giorgia Meloni ha – e si dà – margini strettissimi o inesistenti su Nato e Politica europea, all’interno conferma platealmente la ‘linea valoriale’ dei reazionari alla polacca o all’ungherese. E sul piano sociale-economico conferma la regola: il populismo sovranista è in realtà lo scudo degli interessi del grande capitale e della finanza vorace: altro che lotta anti-establishment e anti-poteri forti.

Scritto per “laRegione Ticino”
Nell’immagine: bassorilievo dell’anno X dell’era fascista tuttora visibile in Piazza della Vittoria a Brescia


La fuga dalle notizie

Grazie alla propria moneta, dominante nel mercato finanziario, a guadagnare dalla guerra in Ucraina, almeno per ora, sono gli Stati Uniti 

Tra le specie in via d’estinzione più studiate e monitorate troviamo, insieme a orsi polari e panda, anche i giornalisti. Sull’ecosistema dell’informazione abbiamo una quantità incredibile di dati e analisi a livello locale e internazionale che vanno dagli aspetti più economici (ricavi diretti e pubblicitari, numero di lettori/spettatori, situazione delle testate eccetera) a quelli più sociologici come la fiducia verso i mezzi d’informazione.

In Svizzera abbiamo l’annuario sulla qualità dei media realizzato dal Fög (Forschungszentrum Öffentlichkeit und Gesellschaft) dell’Università di Zurigo, ma a livello internazionale una delle fonti più autorevoli e interessanti – e che collabora con il Fög – è il Reuters Institute for the Study of Journalism. Leggendo il loro Digital News Report si trova un interessante dato sulla “news avoidance”. Non parliamo di persone semplicemente disinteressate alle notizie, ma di chi proprio le evita attivamente. Confesso che inizialmente questa espressione, “evitare attivamente le notizie”, non mi era chiara: nella mia testa le notizie sono una cosa che si cerca attivamente prendendo un giornale, accendendo la radio o la tv nelle ore giuste, aprendo i siti della varie testate; giusto le notifiche della app d’informazione arrivano inaspettate, ma quelle le si installa apposta. Poi però mi sono reso conto di ragionare da persona interessata alle notizie e ho provato a ripercorrere la mia giornata ragionando come se non volessi sapere dell’ultima dichiarazione del politico X o dell’intervento di polizia nella città Y ed effettivamente le notizie è facile subirle, trovandole a tradimento tra i contenuti commentati o condivisi sui social media, nelle “finestre informative” che alcune emittenti mettono nelle pause pubblicitarie e persino sugli schermi presenti nei mezzi pubblici.

Molte persone queste informazioni le evitano. Quante? Vediamo un grafico:

Negli Stati Uniti e nel Regno Unito siamo vicini alla metà della popolazione, ma anche negli altri Paesi il valore è alto, intorno a un terzo. Il che significa – dando per scontato che a voi le notizie interessino, altrimenti non avreste letto fin qui – che quando siete in fila alla cassa del supermercato la persona davanti a voi o quella dietro evitano accuratamente di leggere i titoli dei giornali esposti lì vicino.

Ma non è solo questione di quantità: nel grafico ho inserito i dati del 2019 e, quando li ho trovati, del 2017 e con l’eccezione dell’Italia dove c’è stato un leggero calo, si nota un aumento costante della “news avoidance”.

Insomma, a livello globale le notizie non solo non interessano, ma hanno anche stufato. Perché? È quello che, nell’ambito di questa ricerca, è stato chiesto a chi ha dichiarato di evitare attivamente le notizie. Una delle ragioni più diffuse è l’eccessiva presenza di notizie sulla politica e sul Covid, seguita a breve distanza dagli effetti negativi che hanno le notizie.

Molto diffuse anche le sensazioni di essere travolti dall’eccesso di informazione e di impotenza di fronte alle notizie. E ovviamente c’è chi considera l’informazione inaffidabile: quest’ultima cosa è particolarmente vera per i repubblicani negli Stati Uniti (ed è difficile esserne stupiti) mentre è per fortuna meno diffusa in Svizzera, come risulta dalla scheda nazionale del Digital News Report pubblicata dal Fög.

Questi i dati. Come dovremmo interpretarli, da persone non solo interessate alle notizie ma anche convinte che una buona informazione sia utile alla società?

Mi vengono in mente due riflessioni. La prima è che dobbiamo renderci conto che l’informazione è parte di un sistema mediatico ben più ampio ed è in competizione con il vasto mondo dell’intrattenimento per accaparrarsi quella risorsa preziosa e limitata che è il tempo. L’articolo che state leggendo non ha come concorrenti solo altri articoli pubblicati da altre testate, ma anche la videorecensione di un gadget elettronico, le foto in costume da bagno dell’ex compagna o compagno di scuola in vacanza, lo spezzone di uno spettacolo comico, l’ultima puntata di una serie tv, la baruffa nei commenti al post di un politico, commenti sulla partita di calcio di ieri sera – tutto facilmente accessibile dal dispositivo che state usando per leggere queste parole.

Il giornalismo sta in mezzo a tutto questo ma con l’ambizione di raccontare quel che succede nel mondo (o meglio le trasgressioni della norma, come osservava Piero Bianucci). Il che significa che su certi aspetti – che potremmo riassumere con il termine “gradevolezza” – si può e forse si deve competere con i contenuti di intrattenimento, ma su altri no. Avere una enorme quantità di contenuti che suscitano emozioni forti può funzionare per una piattaforma video: gli utenti cercano un catalogo ampio e va anche bene che gli innamorati si separino e i protagonisti muoiano; ma se pretendiamo di raccontare così la realtà poi ci si sente giustamente sovrastati da un flusso di notizie che hanno una cattiva influenza su di noi.

Arrivo così alla seconda riflessione: tutti i torti non li hanno, quelli che evitano le notizie. Lo scrittore Rolf DObelli ci ha scritto un libro che si intitola proprio ‘Smetti di leggere notizie’ e che ho recensito sul mio sito giudicandolo confuso, elitario ma anche condivisibile. Dobelli sembra prendersela (sembra perché il libro è, su molti aspetti, confuso) con le notizie brevi e poco significative – insomma quel giornalismo che pare prendere il peggio dal sistema dell’intrattenimento – ma sembra considerare positivamente gli approfondimenti. Con maggiore rigore, una riflessione simile l’ha fatta anche il filosofo Massimo Pigliucci in un suo articolo in inglese: “Maybe go on a news diet?”

I dati sulla “news avoidance” ci mostrano quanto sia concreto il rischio di estinzione del giornalismo, ma forse ci indicano anche come possiamo adattare l’ecosistema dell’informazione per sopravvivere e prosperare.

Questo articolo riprende un testo apparso sulla newsletter settimanale L’estinto
Nell’immagine; fotografia di Mustafa Youssoufi


Buona qualità dei media, pur con qualche ma

Grazie alla propria moneta, dominante nel mercato finanziario, a guadagnare dalla guerra in Ucraina, almeno per ora, sono gli Stati Uniti 

Il panorama mediatico della Svizzera italiana è tutto sommato buono, con punte anche di eccellenza, mediamente compatibile “a offerte analoghe nelle regioni linguisticamente più estese”, ma con alcune zone d’ombra, alcune “incrinature” che dovranno essere monitorate con attenzione: è questo in estrema sintesi quanto emerso da uno studio, dedicato espressamente alle testate (radiotelevisive e della stampa scritta; quelle unicamente online non sono state purtroppo analizzate) del Ticino e del Grigioni italiano, condotto da Colin Porlezza e Linards Udris per l’Istituto di ricerca di opinione pubblica e società dell’Università di Zurigo e pubblicato sull’Annuario della qualità dei media.

Un mercato di piccole dimensioni il nostro, molto particolare nella sua storia e nella sua evoluzione e che dunque, nel gran marasma della digitalizzazione dell’informazione, deve affrontare sfide particolari e trovare risposte specifiche. Del resto, che il Ticino sia da sempre, a livello mediatico, un caso unico a livello mondiale è cosa nota, ché in nessun altro luogo esiste una tale varietà di testate in un’area così piccola. Un ricco panorama che, come detto e come è evidente, non ci ha messo al riparo dall’evoluzione mondiale generale: contrazione dei lettori e delle entrate (mercato pubblicitario e abbonamenti), concentrazione editoriale, chiusure e fallimenti. Anzi, stando ai due autori, proprio queste “peculiarità geografiche, giornalistiche e soprattutto economiche del mercato dei media creano grandi difficoltà” ai nostri mezzi di informazione. Tanto più che, malgrado le sollecitazioni che da tempo e per tempo sono arrivate dalle associazioni di categoria e dalle redazioni stesse, rispetto al resto della Svizzera nelle nostre regioni “la trasformazione digitale è in ritardo”.

Non solo, paragonando i due cantoni italofoni lo studio evidenzia notevoli differenze: se infatti i Grigioni hanno già mosso i primi passi per affrontare il problema del futuro dell’offerta mediatica a livello locale, la sua conservazione e la sua promozione (ha promosso uno studio in merito, che tra le altre cose ha proposto la creazione di un’agenzia di stampa in lingua italiana), il Ticino si è contraddistinto per il suo immobilismo, tant’è che, malgrado la locale università abbia una facoltà di scienze della comunicazione, “non esiste ancora uno studio che analizzi in modo approfondito la situazione dei media locali e regionali”. Insomma, Coira batte Bellinzona per forfait.

Eppure, malgrado tutto ciò, sorprendentemente le testate ticinesi non solo sono riuscite in buona parte a sopravvivere, ma pure a produrre servizi di qualità. Anche con punte di eccellenza. È il caso soprattutto dei programmi di informazione della RSI (se ne ricordino coloro che vogliono diminuire il canone e, de facto, l’abolizione del servizio pubblico nel nostro Cantone), che “ottengono punteggi di qualità elevati, analoghi a quelli dei loro omologhi della Svizzera tedesca e della Svizzera Romanda” e che con il TG hanno “ottenuto il punteggio più alto nel 2021”. La pecca dell’emittente di Comano sta nella sezione online, forse per via del “maggiore utilizzo di formati innovativi, rivolti in particolare a un pubblico più giovane” rispetto alla concorrenza. Insomma, la cosiddetta “informazione bollicine” non paga, per lo meno in termini di qualità (l’audience è un altro discorso).

Superiore ai colleghi germanofoni ma non ai romandi pure il risultato di Teleticino, che comunque ha una “tendenza altalenante” (un anno fa bene, l’anno dopo o quello prima decisamente meno: urge trovare costanza di rendimento), mentre la stampa scritta (Corriere del Ticino e La Regione) si colloca sul livello dei media d’oltralpe di lingua tedesca ma a notevole distanza da quelli francofoni. Per inquadrare meglio questo risultato bisogna tuttavia “tenere conto che nella Svizzera italiana non esistono i classici giornali scandalistici di bassa qualità” (il mercato limitato non ne permette la sopravvivenza), per cui, ne deduciamo, forse la media risulta un po’ artatamente alta.

Questi buoni risultati dei media nostrani, strano a dirsi, potrebbero essere dovuti alla pandemia da Covid 19, ossia, frutto, insomma “solo di un “effetto coronavirus” a breve termine”, affermano i due autori. In effetti prima della pandemia “si notava una chiara tendenza a una maggiore commercializzazione” dell’informazione, con una quota di “soft news”, ossia di notizie leggere e di intrattenimento, elevata e tendenzialmente in aumento; “l’anno del coronavirus (2020, ndr.) ha segnato l’inizio di una nuova fase”, in cui si è ricominciato a parlare in modo diffuso di argomenti “seri”.

Altra buona notizia, dal 2015 al 2021 “la quota di contributi puramente redazionali è aumentata dal 55% al 66%”, mentre sono diminuiti i contributi non firmati (dal 25% al 15%); dopo aver segnato un aumento tra 2017 e 2020, pure i contributi di agenzia rielaborati in redazione sono tornati ai livelli minimi del 2015. I drastici tagli ai budget per collaborazioni a nostro avviso non sono estranei a questa comunque positiva evoluzione.

Pecca non da poco, ci rinchiudiamo sempre più in noi stessi (Ticino ombelico del mondo per i nostri media non è una metafora, ma un modo di essere), ché “la varietà geografica è calata in quasi tutte le testate”, che registrano “un orientamento nazionale” e locale “molto più marcato”. Con la pandemia sono diminuite drasticamente le notizie dall’estero, si sono mantenute stabili quelle nazionali (ma che succederà ora in post pandemia nessuno lo sa, anche se i segnali di smantellamento delle redazioni e dei corrispondenti da oltre San Gottardo non mancano), mentre sono aumentate quelle regionali e locali.

Altro problema sottolineato dallo studio è che la “pandemia ha ulteriormente aggravato la situazione economica dei media della Svizzera italiana”, per cui “in caso di ulteriori tagli i media potrebbero essere tentati di produrre più contributi automatizzati grazie a strumenti tecnici come l’intelligenza artificiale”, ammesso e non concesso che si posseggano le competenze necessarie, si abbia la possibilità di accedere agli indispensabili dati strutturati per adempiere a un simile passo e, soprattutto, si abbia “l’effettiva possibilità di attuare i cambiamenti necessari nella produzione giornalistica”.

Insomma, se a prima vista nel panorama mediatico della Svizzera italiana tutto sembra andare per il meglio, a un’analisi più approfondita emergono alcuni problemi non di poco conto: la diminuzione dell’eterogeneità e concentrazione dei media; la copertura dell’informazione politica stagnante nel post-pandemia (la tornata elettorale che sta iniziando aiuterà, ma durerà solo un anno o poco più) e la necessità di utilizzare in futuro “sempre più canali aggiuntivi, in particolare sulla piattaforme dei social media, aumentando così l’impegno richiesto”, sia in termini di risorse umane che finanziarie, cosa non evidente visti i chiari di luna economici attuali e futuribili.

Di conseguenza “sulla base di questi sviluppi, sarebbe auspicabile che il Canton Ticino si impegnasse maggiormente nella discussione sul tema della promozione mediatica”. Politica, se ci sei batti un colpo (veloce, per favore)!


La casa comune è in fiamme

Grazie alla propria moneta, dominante nel mercato finanziario, a guadagnare dalla guerra in Ucraina, almeno per ora, sono gli Stati Uniti 

“Utama”, film di Alejandro Loayza Grisi, si è aggiudicato il primo premio nella categoria film drammatici all’ultimo Sundance Festival.

Parla di cambiamento climatico in un luogo remoto dell’altopiano boliviano dove una piccola comunità vive di coltivazioni diverse: nella zona si sta verificando una siccità mai vista prima, e che mette a repentaglio i loro mezzi di sostentamento.

È un urgente e angosciante appello sul fenomeno del cambiamento climatico, che sta degradando le risorse naturali, alterando il clima, minando la biodiversità, influenzando negativamente la produzione agricola e mettendo a rischio la sicurezza alimentare.

Questo film è anche una riflessione sul rapporto tra gli esseri umani e la realtà che li circonda: i problemi ambientali e sociali hanno la stessa radice, e la risposta da costruire sta in una visione integrale, che inneschi nuovi stili di vita.

La produzione e il consumo dovrebbero comprendere anche la coltivazione di solide virtù, tra cui l’austerità, la contemplazione grata della natura, l’attenzione alla fragilità degli esseri umani e dell’ambiente.

Non possiamo pretendere di guarire la nostra relazione con la madre terra – la Pachamama – senza curare le relazioni fondamentali tra gli esseri umani; questo ci permetterà di sviluppare una consapevolezza che ci incoraggia, ci spinge e ci sprona verso la nuova casa di tutti: l’ l’“Utama” appunto, una casa comune nella materia e nello spirito.


“Utama”, di Alejandro Loayza Grisi, 2022, Bolivia, Uruguay

Proiezione: Cinema Corso, Lugano, Domenica 23 Ottobre 2022
Lingua: Quechua, Spagnolo
Sottotitoli: italiano
Durata: 87′

Trama: Negli altipiani della Bolivia, un’anziana coppia Quechua conduce da anni la stessa quotidianità in un piccolo villaggio. Quando un’insolita e lunga siccità minaccia il loro intero stile di vita, Virginio e la moglie Sisa affronteranno un grosso dilemma: resistere o arrendersi ai cambiamenti dell’ambiente?

Prima Svizzera italiana
Gran premio della giuria Sundance Film Festival 2022

LA NOSTRA CASA È IN FIAMME
Intervengono al dibattito
Moderatore: Lorenzo Erroi, giornalista La Regione
Ospiti: Marie-Claire Graf, attivista climatica – Marco Gaia, MeteoSvizzera

In collaborazione con Fondazione Diritti Umani – Film Festival Diritti Umani Lugano e Sacrificio Quaresimale


Samantha Bourgoin – Unire le forze conciliando giustizia sociale ed ambientale, al di là di correnti e polemiche

Grazie alla propria moneta, dominante nel mercato finanziario, a guadagnare dalla guerra in Ucraina, almeno per ora, sono gli Stati Uniti 

Samantha Bourgoin, dal mese scorso è ufficiale che per la prima volta PS e Verdi correranno insieme, paritariamente, per le elezioni del Consiglio di Stato. Insomma, si è creata un’area rosso-verde. Sulla base di quali principi prioritari condivisi?

Siamo per cominciare d’accordo su quali problemi si tratterà di affrontare nei prossimi anni nel nostro Cantone. Li cito brevemente: la precarizzazione del mercato del lavoro, i salari medi più bassi della Svizzera e i numerosi giovani che lasciano definitivamente il nostro Cantone per trovare altrove un lavoro pagato decentemente e all’altezza della loro formazione; le crescenti disuguaglianze che fanno del Ticino uno dei Cantoni con più milionari: ricordo che Lugano, dove sono ben 5’000 su un totale di 66’500 abitanti, figura fra le prime 15 città al mondo per crescita di milionari, e ciò mentre un quarto delle economie domestiche del nostro Cantone vegeta con un reddito inferiore alla soglia di povertà; e ancora, l’aumento massiccio dei premi di cassa malati e l’inflazione in generale, la crisi energetica, col Ticino che è il fanalino di coda per quel che concerne il fotovoltaico, e soprattutto il surriscaldamento del clima col suo corollario di ondate di afa, di siccità e di precipitazioni disastrose.

Il nostro obiettivo è chiaro: affrontare di petto queste sfide, conciliando giustizia sociale e ambientale, e per farlo in modo efficace occorre unire le forze. “L’unione fa la forza” non è un semplice detto popolare; ricordo che nelle ultime elezioni federali l’insieme delle liste coalizzate dei partiti dell’area rosso-verde ha ottenuto in Ticino il 28% dei voti, riuscendo a triplicare la propria rappresentanza alle Camere Federali. Questo spettacolare risultato è stato di pochissimo inferiore a quello ottenuto dall’alleanza Lega-UDC, che ha ottenuto il 29.6% dei voti. Ecco perché riteniamo che questa nuova alleanza fra Verdi, PS e società civile sia un passo essenziale per rafforzare l’intera area progressista. Il quinto candidato della lista sarà infatti una personalità di spicco della società civile che sposa i valori dell’area senza indossare né la casacca rossa, né quella verde.

All’interno del PS si sta scatenando la polemica fra aree diverse, interne al partito. È un “dibattito” che riguarda il PS, certo, su cui voi non avete preso alcuna posizione. Perché, visto che correrete insieme, e cosa pensa di quanto sta avvenendo in casa socialista?

Infatti non abbiamo la minima intenzione di prendere posizione sul dibattito interno al PS. I partiti non sono blocchi monolitici ed è quindi fisiologico che vi siano opinioni e interessi diversi e nemmeno noi Verdi ne siamo immuni. I candidati della lista comune al Consiglio di Stato dovranno però sottoscrivere i valori e gli obiettivi della piattaforma politica stilata di comune accordo fra le direzioni dei due partiti, programma che dovrà tuttavia ancora ottenere l’avallo delle rispettive assemblee.

Nei giorni scorsi lei è stata ufficialmente candidata per il Consiglio di Stato dal Comitato Cantonale del suo partito: accanto a lei un’altra donna, Nara Valsangiacomo, esponente dei giovani Verdi. Sembrerebbe una scelta di profili che va parallela a quella del PS: è frutto anch’essa di una strategia comune con i socialisti?

Come noto noi verdi non pratichiamo il culto della personalità. Ci concentriamo piuttosto sui temi, che sono sempre più complessi e che richiedono soluzioni interdisciplinari e condivise. Per questo le nostre candidature intendono coniugare due qualità essenziali per permettere nei prossimi anni al nostro Cantone di orientarsi sulla via di uno sviluppo sostenibile, resiliente e innovativo nel rispetto delle fasce più deboli della popolazione, ossia l’esperienza politica e l’interesse diretto. Nara Valsangiacomo è parte di quella generazione che subirà maggiormente le conseguenze negative dei gravi problemi che affliggono la nostra società, ossia quelli che ho citato sopra. Per quanto mi riguarda, dispongo di un bagaglio di esperienza organizzativa, manageriale e di lotta sia fuori, sia dentro la politica. Il fatto che questi siano gli stessi criteri che hanno guidato la scelta dei candidati del PS mi dice che siamo sulla giusta lista.

Da tempo, ormai, si sente parlare della “candidatura blindata” di Marina Carobbio: insomma, la sua nomina pare assicurata. Cosa significa, per lei, essere in lista accanto ad una candidata, appunto, “blindata”?

Personalmente considero Marina Carobbio un esempio di dedizione e di competenza. Penso che sia bello che una persona preparata come lei si metta a disposizione per favorire la nascita dell’area rosso verde nel nostro Cantone. Che sia blindata lo dicono piuttosto i detrattori. Il congresso PS sarà infatti assolutamente libero di eleggere chi preferisce. Per quel che mi riguarda, sarei molto felice di condividere la lista con lei. È interessante e stimolante che nella lista si possano esprimere tutte le sfaccettature dell’area, che sia la sensibilità ambientale dei verdi, quella sociale dei socialisti o l’espressione del nostro 5° nome in rappresentanza di chi s’identifica nell’area senza portare una casacca di partito. Secondo me quest’alleanza favorirà nuove dinamiche e porterà a nuove soluzioni, fuori dai sentieri battuti. Sono certa che questa ricchezza sarà apprezzata anche dall’elettorato.

Il dibattito interno al PS può anche essere letto come uno scontro fra chi ha come priorità l’alleanza con voi e chi ritiene che le priorità siano altre? È corretto? Che ne pensa?

È chiaro che in un partito, che ha alle spalle 100 anni di storia e che è sempre stato abituato ad andare in battaglia da solo, l’idea di stringere un’alleanza in cui non è più il solo a dettar legge, può causare qualche mal di pancia. Noi Verdi, come detto sopra, non intendiamo comunque inserirci in alcun modo in questo dibattito interno al PS e non accetteremmo nemmeno se succedesse il contrario. Per noi fa stato l’accordo siglato fra le direzioni dei due partiti e questo ci soddisfa pienamente. Ognuno dei due partner di questa alleanza ha infatti potuto inserire nella piattaforma elettorale comune i punti che gli stanno più a cuore. Penso che essa sia molto equilibrata e che rifletta in particolare le richieste storiche del PS per una maggiore protezione dei lavoratori e delle fasce più deboli della popolazione, come pure le preoccupazioni ambientali e climatiche di noi Verdi.

Non è un mistero che la componente “socialdemocratica” (o di destra) del PS ponga chiaramente una questione che vi concerne direttamente e che potremmo riassumere così: di fronte alla possibilità che le aziende, per sopravvivere in un contesto di crisi energetica, debbano ricorrere a fonti inquinanti per garantire i posti di lavoro, andrà privilegiata la scelta che favorisce l’economia rispetto all’ecologia. Come vede l’ipotesi che nella vostra coalizione voi dobbiate condividere questa opzione?

Se intende riferirsi alla crisi energetica la risposta è semplice: attualmente ci troviamo in una situazione d’emergenza tutt’altro che prevedibile, causata soprattutto dall’aggressione militare della Russia all’Ucraina e non è minimamente l’intenzione di noi Verdi creare ulteriori problemi alle aziende. Nel nostro approvvigionamento in elettricità, i combustibili fossili giocano comunque un ruolo marginale e i Verdi non chiederanno certamente di spegnere domattina le uniche 4 centrali nucleari del nostro paese. Il nucleare è comunque una fonte di energia in netto declino a livello mondiale, perché fino a 5 volte più caro del fotovoltaico, e non dimentichiamo che, anche se la maggior parte dei nostri politici evita accuratamente di parlarne in pubblico, le forniture di uranio per le nostre centrali non sono affatto sicure, perché provengono, come il gas, esse pure in gran parte dalla Russia. Ecco perché, secondo noi, non saranno certamente le energie fossili a salvare la nostra economia, bensì proprio la transizione energetica verso il fotovoltaico e l’eolico, cosa che anche l’economia e le aziende cominciano a capire, magari pentendosi di non essersi mosse in tempo. Io ritengo che oggi, mettere in contrapposizione economia e ecologia, sia completamente superato.

L’acceso dibattito interno al PS sfocerà nel Congresso previsto per il prossimo 13 novembre. Se, per pura ipotesi, quel giorno dovesse affermarsi la candidatura di Amalia Mirante, per voi ci sarebbero conseguentemente delle riflessioni da fare o delle conclusioni da tirare circa l’alleanza elettorale, magari nel vostro Congresso del 27 novembre?

Verdi e PS sono due partiti distinti, partiti che entrambi prendono le loro decisioni in base a procedure interne democratiche. La decisione finale del PS sarà sancita nel suo congresso del prossimo 13 novembre. Noi Verdi invece prenderemo la nostra decisione finale all’assemblea cantonale del prossimo 27 novembre. è chiaro che per noi il fatto che tutti i candidati della lista comune debbano sottoscrivere la piattaforma unitaria è un fatto dirimente. Per ora, comunque, nulla è ancora scolpito nella pietra.

È ancora da definire il nome del quinto candidato della vostra lista comune, quello del rappresentante della “società civile”. Non pare essere un mistero che per voi il nome di Boas Erez andrebbe benissimo. Per quali ragioni?

Per completare una lista paritaria fra Socialisti e Verdi riteniamo che sia necessario un quinto nome che, pur non essendo di partito, possa incarnare i valori dell’area e rivolgersi a quella parte di elettorato non partitico, che condivide le nostre preoccupazioni e che desidera trovare soluzioni alle crescenti disuguaglianze e all’emergenza ambientale. A mio parere, Boas Erez incarna perfettamente queste qualità, con competenza e umanità. In ogni caso non sarò io a decidere, ma saranno i due partiti di comune accordo. La decisione sarà presa prossimamente.

Nell’immagine: Nara Valsangiacomo e Samantha Bourgoin, dal sito RSI.ch


Giorgia Meloni, una nuova artefice della “colonizzazione delle coscienze”

Grazie alla propria moneta, dominante nel mercato finanziario, a guadagnare dalla guerra in Ucraina, almeno per ora, sono gli Stati Uniti 

Quarantacinque giorni: tanto è durato in Gran Bretagna il governo di Liz Truss. Sognava di essere la nuova Lady di ferro, dura e pura come Margaret Thatcher negli anni ’80 e di detassare i ricchi per farne poi gocciolare la ricchezza verso il basso (è una bufala neoliberista, ma qualcuno ci crede ancora, anche in Svizzera). 

E invece era debolissima e proprio i mercati finanziari – per ironia della sorte, ma il rischio di esplosione del debito era per loro un pericolo troppo alto – l’hanno sonoramente bocciata, seguiti dallo stesso partito conservatore che l’aveva appena incoronata leader. A riprova che da (troppo) tempo è il capitale (e oggi la tecnica) ad avere in mano i nostri destini e a governare davvero le nostre vite, a dispetto di ogni finzione di democrazia. 

E negli Stati Uniti – ma le parole valgono anche per la Svizzera – già Thomas Jefferson doveva ammettere che: “Le istituzioni bancarie sono più pericolose per le nostre libertà, di un esercito in armi”. E un secolo dopo il presidente Woodrow Wilson doveva riconoscere che: “Una grande nazione industriale [gli Usa] è controllata dal suo sistema creditizio. […] Tutte le nostre attività sono nelle mani di pochi uomini. Noi siamo giunti ad essere uno dei paesi peggio guidati, uno dei più completamente controllati e dominati del mondo civile – non siamo più un governo della libera opinione, non più un governo della convinzione e del voto della maggioranza, ma un governo dell’opinione e del dispotismo di un piccolo gruppo di uomini in posizione dominante”.

E Giorgia Meloni, di fresca nomina? Anche lei è una donna forte, come sostengono i più; oppure è debole, stretta tra il fascio-leghismo doc di Matteo Salvini (messo in sordina negli ultimi giorni ma pronto a riesplodere alla prima occasione, avendo anche ottenuto, come ministro delle Infrastrutture la delega alla Guardia costiera, così da poter continuare la sua guerra anti-migranti) e le esternazioni narcisistiche/egolatriche di Silvio Berlusconi? 

Nelle settimane scorse, Giorgia Meloni (comunque a capo di un governo di minoranza, la sua coalizione avendo ottenuto solo il 43% del voto popolare, pur intascando il 59% dei seggi parlamentari, complice una oscena legge elettorale) ha cercato in tutti i modi di nascondere il suo post-fascismo altrettanto doc, rassicurando Europa, Nato e soprattutto i mercati. Eppure, di fatto, il suo è un governo industrialista e a favore della peggiore imprenditoria italiana. 

E infatti: uno dei suoi più fidati consiglieri, Guido Crosetto, presidente della Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza (AIAD), aderente a Confindustria, è oggi diventato ministro della Difesa, ovvero un esponente di quello che un tempo si definiva complesso militare-industriale entra esplicitamente in un governo come ministro di fatto dell’industria, dell’innovazione tecnologica e della digitalizzazione; e Marina Calderone, storica presidente dell’Ordine dei Consulenti del lavoro, è stata messa al ministero del lavoro e delle politiche sociali, grazie alla sua pluriennale attività di lobbying a favore delle imprese per rendere più flessibile la normativa che tutela i lavoratori e la sicurezza in tema di appalti, lei entusiasta del neoliberista-renziano JobsAct e contraria al salario minino per legge (aumenterebbe i costi per le imprese, ha detto; cioè, tradotto: viva la precarietà e lo sfruttamento del lavoro). 

E poi Gilberto Pichetto Fratin, ministro incompetente dell’Ambiente (da cui scompare ogni riferimento alla transizione ecologica) nonché negazionista della crisi climatica; e poi ancora, il leghista Giancarlo Giorgetti che, dopo il suo poderoso flop al ministero per lo Sviluppo economico assurge addirittura a ministro dell’Economia (e questo dovrebbe preoccupare gli italiani, più che i mercati…). Con il contorno del ministero dell’Istruzione che diventa anche del Merito (mantra neoliberista) e di quello su Famiglia e natalità (mantra fascista e capitalista – il numero è potenza – perché se le macchine sostituiranno il lavoro umano, occorreranno sempre nuovi consumatori e più sono giovani più consumano e quindi maggiori sono i profitti) affidato all’integralista cattolica Eugenia Roccella, anti-pillola abortiva, anti-unioni civili, anti-diritto all’eutanasia. 

Ovvero, l’Italia è diventata come l’Ungheria di Orban, come l’illiberale e cattolicissima Polonia. Stupisce che l’Europa – a differenza di Ungheria e Polonia – non condanni questa deriva illiberale e anti-illuministica dell’Italia, anzi cerchi una piacevole convivenza e collaborazione con Giorgia Meloni. Forse perché (togliete il forse) al di là delle apparenze sovraniste e populiste da destra sociale, il governo Meloni è appunto, come visto, perfettamente funzionale agli interessi del capitale e del sistema industriale, molto più del neoliberale Draghi che almeno una illusione di transizione ecologica l’aveva messa nel programma di governo.

E di Giorgia Meloni dobbiamo quindi parlare iscrivendo la sua figura nel quadro delle tendenze populiste/para-fasciste – ma iper-capitalistiche e neoliberiste – sempre più diffuse nel mondo; e che coinvolgono figure di ieri – Pinochet, che è stato l’apripista con il suo (e degli Usa) golpe in Cile del 1973; e poi Margaret Thatcher e Ronald Reagan – e di oggi: Trump, Orban, Le Pen, la fascista/franchista spagnola Vox tanto cara a Giorgia Meloni, Beppe Grillo, Matteo Salvini e appunto, ora, Giorgia Meloni. 

Tutti populisti accomunati dall’ideologia neoliberale e capitalista; tutti arrivati al potere per effetto della crisi della democrazia prodotta dal neoliberalismo (tranne Pinochet, che l’ha uccisa deliberatamente); e oggi tutti produttori diretti e consapevoli di crescenti forme di antidemocrazia, di post-democrazia, di democrature di vario colore, di democrazie orgogliosamente illiberali (sic!), di tecnocrazie e di capitalocrazie. 

Populismo: e cioè l’attivazione eteronoma della vocazione alla delega – da parte del popolo – a un uomo o a una donna appunto forte, patriarcale, autoritario/a, carismatico/a; cioè a un meneur des foules, come appunto oggi Giorgia Meloni. E allora è utile riprendere le riflessioni di un importante filosofo, Remo Bodei, ricordandolo così a tre anni dalla sua scomparsa (7 novembre 2019). Scriveva Bodei, rileggendo Gustave Le Bon in quello splendido saggio che è Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze (Feltrinelli): “«il lascito lockiano, fatto fruttare dal pensiero e dalla prassi liberale e democratica viene abbandonato a favore della tesi che l’individuo è incapace di autogoverno. Deve perciò essere posto sotto la tutela di un ‘io egemone’ esterno, rappresentato dal meneur des foules… Il potere riconosciuto al meneur (termine che ha il suo calco linguistico in Duce, Fuhrer, Caudillo o Conducator) di organizzare e indirizzare l’energia erogata dalle folle promuove l’introduzione di tecniche di human engineering tese ad espugnare quell’isola di autonomia individuale e di diritti inalienabili che Locke aveva laboriosamente cominciato a strappare al mare dell’assolutismo”. 

E ancora: “Utilizzando l’energia regressiva delle folle, il meneur le trasforma in comparse che si credono protagoniste. Comanda la loro anima senza confondersi con essa (mantenendo il ruolo di coscienza egemone proprio mentre gli altri io che compongono la folla regrediscono alla fase coloniale”), cioè di colonizzazione delle loro coscienze. Così proponendosi, il meneur, “quale antidoto al progressivo allentamento dei vincoli tradizionali, familiari e sociali; [capace] di restaurare l’autorità verticale grazie a una nuova gerarchia che ristabilisca formalmente, sottolineandole, le disuguaglianze tra gli uomini; di proclamarsi salvatore dell’Occidente, opponendosi strenuamente al suo tramonto”. Come nel totalitarismo novecentesco. Come nel rinascente fascio-populismo/sovranismo di oggi. 

Dietro al quale tuttavia, lo ripetiamo, il vero meneur des foules – da tre secoli a questa parte – è il (tecno)capitalismo.