Droni dall’Iran

 


Le donne iraniane che bruciano l’hijab colpiscono il marchio della Repubblica islamica

 

Di Zahra Khosroshahi, Valigia blu

La morte della 22enne curda iraniana Mahsa Zhina Amini, avvenuta il 16 settembre per mano della “polizia morale” della Repubblica, ha scatenato enormi proteste in tutto il paese. La brutale risposta del regime ha finora provocato la morte di oltre 400 manifestanti e l’arresto di più di 20 mila persone.

Amini è stata uccisa dalla polizia morale per non aver indossato correttamente l’hijab, secondo il rigido codice penale islamico. Per dimostrare la rabbia per la sua morte e per la continua oppressione, le donne iraniane si sono tolte il velo e lo hanno bruciato. Incapace di soffocare la voce forte e determinata del popolo iraniano, la Repubblica islamica è ricorsa ancora una volta alle sue tattiche abituali: violenza, blocco di Internet, arresti di massa e uccisioni.

In piedi, spalla a spalla, le donne iraniane cantano per la loro libertà. Immagini che sembrano senza precedenti, ma per chiunque abbia seguito la politica e la società iraniana nel corso degli anni ciò che stiamo vedendo nelle strade delle città del paese non è una sorpresa. Sono la reazione a più di quattro decenni di brutalità e violenza e il culmine di anni e anni di resistenza.

Lo slogan “Donne, vita, libertà”, adottato dal curdo, onora l’eredità di Amini e collega il movimento delle donne iraniane a un movimento collettivo e transnazionale. Anche le studentesse hanno partecipato. Hanno tolto le uniformi, esposto i capelli, mostrato il dito medio alla Repubblica islamica. Cantano per la loro libertà. A 20 giorni dall’inizio delle proteste, stiamo assistendo a una vera e propria rivoluzione femminista.

Eppure, la solidarietà femminista internazionale è stata tradizionalmente deludente, quando si tratta della lotta delle donne iraniane contro questa dittatura patriarcale. Ad esempio, molte rappresentanti dello Stato occidentale che hanno visitato la Repubblica islamica hanno rispettato il codice di abbigliamento femminile. Questo ha l’effetto indesiderato di normalizzare la sorveglianza del corpo delle donne.

Le immagini provenienti dalle strade delle città iraniane – donne forti, ribelli e coraggiose che fronteggiano i loro oppressori – non si adattano alla comune narrazione occidentale che vede le donne iraniane ultra-riservate e sottomesse. Più in generale, questo contrasta con le comuni rappresentazioni mediatiche e hollywoodiane delle donne mediorientali, che offrono stereotipi razziali e di genere invece di una rappresentazione complessa o diversificata.

L’hijab obbligatorio nella Repubblica islamica è un simbolo di sottomissione delle donne, uno strumento di oppressione. La disuguaglianza che vivono le donne iraniane va oltre il modo di vestire. Dalla custodia dei figli, alle leggi sul divorzio, all’autonomia corporea e persino al diritto di lasciare il paese, ogni loro azione è controllata da un regime spietato.

Ma non si tratta solo di questo. Fin dall’inizio della Repubblica islamica, nel 1979, le immagini hanno svolto un ruolo cruciale nel consolidare il regime e la sua propaganda. Imporre l’hijab a ogni singola ragazza e donna è stato un modo per la Repubblica islamica di portare avanti la propria ideologia usando il corpo delle donne, un modo per creare una visualizzazione di un presunto Stato islamico omogeneo.

Questi elementi visivi sono fondamentali per il funzionamento e il mantenimento del potere del regime. Soprattutto, è il modo in cui il regime mantiene la sua immagine e il suo marchio, all’interno dell’Iran, nella regione e nel mondo esterno.

Ciò significa che non solo l’hijab obbligatorio è uno strumento di oppressione, ma è anche un emblema che rappresenta la Repubblica islamica. Bruciarlo significa rifiutare il regime nella sua interezza. Le donne iraniane stanno usando i simboli stessi del regime per rifiutarne la legittimità e chiedere un cambiamento.

Una resistenza storica

Le espressioni di dissenso e gli atti di disobbedienza hanno assunto molte forme nel corso dei 43 anni della Repubblica islamica. Per anni le donne hanno dovuto negoziare con i rigidi confini imposti dallo Stato per sfidare i sistemi di potere.

Hanno tentato di esprimere la loro capacità di azione e il dissenso attraverso vari atti, come indossare rossetti brillanti o abiti colorati, esporre i capelli sotto l’hijab obbligatorio od osare ballare, il tutto nel tentativo di mantenere una certa autonomia corporea.

Ma le proteste contro l’hijab obbligatorio hanno radici che risalgono all’inizio della Rivoluzione islamica del 1979. Sebbene negli ultimi anni le donne iraniane si siano fatte sentire di più sia sui social media che nelle strade del paese, i loro atti di resistenza sono stati accolti con violenza e imprigionamento.

Oggi le donne iraniane dicono alla Repubblica islamica, agli uomini che le circondano e al mondo esterno che non intendono più negoziare. “Donne, vita, libertà”: queste sono le parole che riempiono le strade di ogni città dell’Iran. Una presa di posizione chiara, collettiva e forte contro la Repubblica islamica e tutto ciò che rappresenta.

Zahra Khosroshahi insegna film and television studies all’Università di Glasgow
Questo articolo è una traduzione dell’originale pubblicato in inglese su The Conversation con licenza Creative Commons.
Nell’immagine: studenti dell’università di Tehran danzano l’”Ey Irân”, che è stato l’inno nazionale nel breve periodo fra la caduta dello scià e l’avvento del khomeinismo


Una storia iraniana inaugura il Festival dei diritti umani a Lugano

 

Si inaugura oggi il Film Festival Diritti Umani di Lugano, con il film “KHERS NIST” – “GLI ORSI NON ESISTONO”, diretto dal regista iraniano Jafar Panahi, premio speciale della giuria nella 79° edizione della Mostra internazionale d’Arte cinematografica di Venezia.

Jafar Panahi è in carcere in Iran dal luglio di quest’anno. Nel 2010 aveva subìto una condanna che lo obbligava a non girare film, a non uscire dal paese, e a non avere contatti con i media. Nonostante questi divieti Panahi ha continuato a girare le sue opere e ad utilizzare il cinema come linguaggio per ritrarre e incidere sulla realtà.

Questo film ci parla di confinamento, di un tipo di confinamento forzato che agisce su più livelli e che impedisce alle persone di circolare, letteralmente e metaforicamente, come vogliono. Gli orsi di Panahi sono mostri che la comunità inventa per proteggersi: è la metafora tratta dal folklore persiano, volta a forgiare i bambini, e pure gli adulti, nella convinzione dell’insicurezza e del bisogno di protezione come cornice concettuale.

In Iran, da qualche settimana le donne hanno deciso di dire basta non solo all’obbligo del velo ma anche alla mancanza di democrazia, e molti uomini, soprattutto giovani, le accompagnano in un moto collettivo di indignazione: ”Zhen, Zhian, Azadi” (“Donna, vita, libertà”) [ne parliamo anche qui, in un contributo del sito “Valigia blu”, ndr]; protestano dal giorno della morte in carcere della ventiduenne curda Mahsa Amini, arrestata e poi detenuta in un carcere di Teheran per aver indossato il velo “in modo improprio”. Non sappiamo se questo sia l’inizio di una svolta politica sostanziale, ma dobbiamo prestargli attenzione affinché, soprattutto, le coraggiose protagoniste delle proteste, che durano ormai da diverse settimane al prezzo di decine di morti e migliaia di arresti, si sentano accompagnati nella loro sfida; sono loro, oggi, a lottare contro i veri mostri.


Khers nist (Gli orsi non esistono) di Jafar Panahi, 2022, Iran

Proiezione: Cinema Corso, Lugano Mercoledì, 19 Ottobre 2022
Lingua: Farsi
Sottotitoli: italiano, inglese
Durata: 107′

Trama: Il film ritrae due storie d’amore parallele. In entrambe gli amanti vengono osteggiati dalle forze della superstizione, dalle meccaniche del potere e da ostacoli nascosti e inevitabili. Completato poco prima dell’arresto del regista, con l’accusa di aver partecipato alle proteste di piazza per la liberazione dei suoi colleghi cineasti, KHERS NIST adombra lo spettro della reclusione, a cui il regista, che ha vissuto a lungo sotto grosse restrizioni, ha dovuto purtroppo fare l’abitudine da artista e cittadino iraniano.

Premio speciale della giuria, Mostra del Cinema di Venezia 2022 – Prima Svizzera italiana

PRECEDE LA PROIEZIONE IL SALUTO DELLE AUTORITÀ


In collaborazione con la Fondazione Diritti Umani


Alle donne dell’Iran

 


A carte scoperte

 

Gli ottimi copresidenti del PS, Laura Riget e Fabrizio Sirica, si sono rivolti ai membri del partito per esprimere un loro disappunto sullo “sterile dibattito sui nomi, fatto sui media”, con riferimento alle candidature per il Consiglio di Stato che il Congresso del prossimo 13 novembre dovrà scegliere. Li esortano a prestare più attenzione al progetto politico e agli obiettivi dei socialisti e dei verdi che si presentano su una lista unica per l’elezione del Consiglio di Stato dell’aprile 2023. Li invitano a esprimersi dentro le assemblee e sezioni di partito mettendo a confronto le persone che si sono dichiarate disponibili ad essere candidate. Affermano quindi che loro parleranno pubblicamente solo del progetto, non dei nomi di chi lo dovrà promuovere, se eletto, anche dentro il Governo cantonale.

Che dire? Legittimo, certo. Condivisibile pure che la e il copresidente del partito non facciano prima del congresso una campagna a mezzo stampa a favore dell’una o dell’altra persona che ambisce ad essere messa in lista.

Meno condivisibile, invece, che non ritengano utile spiegare e promuovere la strategia elettorale già scelta dalla Conferenza cantonale: lista unica, due candidati ai Verdi, due ai socialisti di cui uno espresso dal movimento giovanile del partito, un quinto scelto di comune accordo fra PS e Verdi.

Poco comprensibile anche il disappunto per la discussione pubblica su quali persone disponibili a candidarsi siano ritenute più idonee. È ovvio da anni che i media, più che le strutture interne dei partiti, sono il luogo privilegiato del dibattito politico. È pure ovvio che i programmi e i singoli obiettivi si realizzano tramite le persone che ne sono convinte fautrici: difficile dunque disgiungere la discussione sul programma e quella sui candidati idonei a promuoverlo.

Eppure, non è difficile vederci chiaro e giustificare certe opzioni più che altre, senza teorizzazioni complicate. Provo a farlo in quattro punti.

Un ciclo storico secolare è esaurito. Quello in cui la sinistra poteva concentrarsi in modo quasi esclusivo sulla lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Questa battaglia è tutt’ora fondamentale. Ma è ora più che mai evidente che è altrettanto importante, e in maggior misura proprio per i più svantaggiati, combattere lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e l’impatto delle scelte economiche sull’ambiente e il clima.

PS e Verdi hanno tradotto questa consapevolezza nella decisione di andare oltre le convergenze puntuali sui temi presentandosi uniti per conquistare una forza maggiore nel governo del Paese: lista unica per il Consiglio di Stato, due candidati a testa più uno concordato. Entrambi i partiti cercheranno di mettere in campo candidati “forti” per assicurare alla lista almeno un eletto, possibilmente due.

Cosa significa “forte” nel contesto della lista unica che poggia su un programma concordato? Significa: a) che interpreta al meglio i valori, la visione, il programma, i singoli obiettivi che la lista “socialisti e verdi” promuove davanti agli elettori; b) che gode di riconoscimento e popolarità fra gli elettori che possono riconoscersi in quei valori e obiettivi; c) che per esperienza e competenza comprovata nell’attività politica pregressa appare idonea ad assumere responsabilità governative e a promuovere gli obiettivi condivisi anche in quella sede.

Nel PS una sola candidata con quelle caratteristiche si è messa a disposizione: Marina Carobbio. Con l’altra candidatura – pure coerente con la strategia scelta e che può condurre un’ottima campagna, ma con meno esperienza e popolarità già acquisite – il PS ha scelto di promuovere il suo rinnovamento con un giovane per il quale la partecipazione in prima fila alla battaglia elettorale sarà una grande opportunità di crescita politica.

Una piccola minoranza del partito, forse, non condivide queste scelte. Legittimo ma, a mio avviso, miope. Forse non le condivide neppure una valida docente di economia alla Supsi, Amalia Mirante, che desidera ora essere candidata sulla lista “socialisti e verdi”, pur essendosi pronunciata contro la lista unica. Come può suscitare il consenso degli elettori per quella lista unitaria, e la visione che la sottende, se non la condivide? Per ora non ha esposto esplicitamente ragioni valoriali e programmatiche di dissenso verso il “programma comune” rosso-verde e altri documenti programmatici del PS. Evita più che può di rendere note le sue posizioni su questioni politiche importanti e rimane ambigua su altre. Peccato, perché il confronto permette di affinare meglio gli obiettivi.

Nelle sue analisi economiche esprime però un orientamento “mainstream”, come è di moda dire oggi: la crescita del mitico Pil e dei posti di lavoro sono gli obiettivi faro, ieri come oggi, anche se le circostanze inducono con urgenza a dare più peso ai mutamenti qualitativi auspicabili in direzione dell’equità e della sostenibilità, alla trasformazione economica e sociale più che alla crescita quantitativa. Come ci ricorda Hobsbawm (“Il secolo breve”) “Se l’umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato o il presente”.


Ambizioso e autoritario, Xi Jinping non cambia rotta

 

Il primo, scrosciante, lungo, applauso durante il discorso di apertura del Congresso del partito comunista cinese, è giunto dopo che il Presidente Xi Jinping ha riaffermato l’opposizione all’indipendenza di Taiwan, confermando che l’annessione dell’isola auto-governata avverrà: “La riunificazione pacifica è il modo migliore” ha detto senza però escludere l’uso della forza per raggiungere il suo obiettivo. La direzione è chiara, l’inevitabilità anche, ma non per forza l’urgenza, visto che per lui “Le ruote storiche della riunificazione nazionale e del ringiovanimento nazionale vanno avanti”.

Il tassello mancante del sogno cinese è chiaramente una priorità di Xi e riaffermandolo a chiare lettere, ha mandato un segnale forte agli Stati Uniti senza nemmeno menzionarli. Per alcuni commentatori Taiwan rimarrà al centro delle tensioni e delle relazioni sino-americane. Se Washington adotta la politica dell’ ambiguità strategica verso Taiwan, Pechino si affida alla “pazienza storica e compostezza strategica”. Hong Kong, sempre più sotto il controllo di Pechino anche a causa dell’introduzione della legge sulla sicurezza nazionale, è la prova per Xi che ci sono modi e tempi per ottenere ciò che vuole, anche se le due realtà sono molto diverse. Taiwan ha infatti risposto a tono, ricordando che la popolazione dell’isola si sente “Taiwanese”, non “cinese” e che il territorio è già una democrazia funzionante, che decide il suo futuro alle urne.

Nulla di nuovo quindi nel rapporto presentato da Xi Jinping, pochi i segnali di cambiamento emersi. A Pechino tutto si è svolto come da copione domenica, con la coreografia delle grandi occasioni, che non lascia nulla al caso, nemmeno quando viene servito il té ai delegati, perfettamente allineati nei loro posti a sedere, come in un dipinto d’altri tempi. Se da una parte ci sono stati i consueti temi e toni pomposi sulla missione storica del partito comunista cinese, dall’altra si è voluto bilanciare il linguaggio con il bisogno di prudenza. L’ossessione per l’ideologia è stato messo nel contesto del pragmatismo.

Il più importante appuntamento della politica cinese proseguirà fino a domenica, quando Xi Jinping, che per ora non ha fatto cenno all’alleanza della Cina con la Russia, verrà riconfermato al potere per uno storico terzo mandato, che rompe con la tradizione. Altri dettagli, altre analisi affioreranno, ma l’enfasi è stata posta certamente sulla sicurezza economica. Xi sembra aver segnalato il continuo interesse per i legami economici con l’Occidente, come prova dell’intenzione di volersi aprire strategicamente e questo sebbene il Presidente cinese abbia difeso la sua controversa politica zero-Covid, che invece sta isolando e rallentando l’economia della grande potenza.

La politica di azzeramento delle infenzioni da Covid-19 è stata per Xi una “guerra popolare per fermare la diffusione del virus”, ma non può non essere cosciente del crescente affaticamento per i blocchi e le restrizioni di viaggio. Pechino è stata sottoposta a rigide misure di sicurezza anche prima del congresso, suscitando frustrazione e una rara protesta nella capitale, giovedì. Sebbene l’azione solitaria sia stata prontamente fermata dalle autorità, sulla rete è riuscita a circolare più a lungo e raccogliere consensi.

Puntando sulla qualità e non più solo sulla quantità, Xi sembra essere convinto che l’economia andrà avanti malgrado il rischio di recessione, forse perché in passato i pianificatori economici sono sempre riusciti a creare la crescita necessaria. Il Presidente cinese ha voluto ricordare l’alleviamento della povertà come uno dei suoi maggiori successi, ma sa che la legittimità politica del partito comunista risiede nella realizzazione socio-economica. La fiducia e il sostegno di buona parte del Paese, potrebbero venire meno se il cittadino medio sentirà che le cose non stanno più andando bene. La disoccupazione giovanile, la crisi immobiliare in corso e, naturalmente la pandemia, sono già fonte di malcontento e preoccupazione.

Le difficoltà non sono solo esterne o internazionali, sono anche all’interno del partito. Revocando il limite di dieci anni del mandato presidenziale, Xi Jinping ha compromesso il sistema di controllo interno. E sebbene sia riuscito a cambiare la costituzione, eliminando chi gli resisteva, gli indizi che le lotte intestine tra i dirigenti siano costanti, non mancano. Xi ha del resto avvertito i membri del partito, ricordando di aver eliminato i “pericoli latenti” e ha chiesto lealtà.

Se una volta il Congresso serviva alle diverse fazioni per promuovere e posizionare i propri leader, oggi c’è poco margine di manovra. Xi attualmente ricopre le tre posizioni più potenti: quella di Segretario Generale del partito comunista cinese, di Presidente delle forze armate del paese e di Presidente. Sebbene un suo terzo mandato rischi di finire soltanto con la sua morte o il suo ritiro, non significa che sarà meno complicato.

Per un uomo che si è visto rigettare ben dieci volte l’adesione al partito comunista cinese, prima di essere ammesso nel 1974, essere oggi l’uomo più potente della Cina e avere la devozione di 97 milioni membri del partito, è una rivincita personale, irrinunciabile.


Il ‘colonialismo’ svizzero nel cuore dell’Africa

 

Di Lorenzo Erroi, laRegione

Parlare di colonialismo svizzero sembrerà paradossale: dopotutto, la Confederazione non ha mai avuto possedimenti oltremare. Alcuni studi storici più o meno recenti, però, ci fanno vedere come il Paese sia stato complice di feroci progetti imperiali. Un caso da manuale è quello del Congo, che il re del Belgio Leopoldo II esplorò e occupò nell’ultimo quarto del diciannovesimo secolo, conquistandosi di fatto una sorta di colonia privata. Cosa c’entri la Svizzera ce lo spiega Fabio Rossinelli, dottore in Storia contemporanea presso l’Università della Svizzera italiana e quella di Losanna, che sul tema ha da poco pubblicato per le edizioni Alphil di Neuchâtel ‘Géographie et impérialisme’, disponibile anche in e-book gratuito sul sito alphil.com.

Nel 1876, Leopoldo II lancia un’impresa unica nel suo genere: esplorare l’Africa centrale attraversata in buona parte dal fiume Congo, l’ultimo grande ‘cuore di tenebra’ ignoto agli europei. Lo scopo, sulla carta, è nobile: conoscenza e soccorso agli indigeni, ritenuti arretrati e vittime di brutali commerci di schiavi. Il risultato lo sarà un po’ meno: la nascita di una colonia privata del re – denominata paradossalmente ‘Stato libero del Congo’ – asservita a un avido sfruttamento e teatro di immani violenze. Ma cosa c’entra la Svizzera?

Come in altri Stati, all’epoca anche in Svizzera andavano sorgendo le società di geografia, una disciplina che all’epoca non era ancora chiaramente definita e disciplinata. Queste società non erano semplici circoli di geografi esperti o dilettanti, ma veri e propri club della classe dirigente dell’epoca: vi si trovavano industriali, avvocati, banchieri, consiglieri federali, ma anche militari e missionari. Alla curiosità scientifica e agli ideali di ‘civilizzazione dei barbari’ si mescolava insomma ogni sorta di interesse. Leopoldo si rivolse a queste società per coadiuvare il suo progetto. Quella di Ginevra – cui seguiranno Berna, San Gallo e altre – finì per ricoprire immediatamente un ruolo cruciale, fornendo supporto al re in diversi modi.

Quali?

C’era l’attività pubblicistica, intesa a mobilitare la classe dirigente e culminata nella rivista ‘L’Afrique explorée et civilisée’, il cui nome è già tutto un programma. C’era anche la raccolta di ingenti fondi che furono poi donati a Leopoldo, spesso come obolo per partecipare al futuro sfruttamento commerciale dell’Africa centrale. Vi fu pure una mobilitazione di competenze personali, come quelle dei cartografi e dei giuristi. Si trattò insomma di un aiuto fondamentale per consentire la riuscita dell’operazione. In questo processo la Svizzera si rivelò un alleato fidato e privilegiato, essendo l’unico che non fosse in competizione con Bruxelles per le conquiste territoriali. Sarà anzitutto grazie alla rete e alle singole personalità mobilitate dalle società svizzere, coinvolte negli arbitrati internazionali, che Leopoldo potrà ottenere il riconoscimento del Congo e risolvere le controversie territoriali con altre potenze coloniali quali Francia e Portogallo.

Oltre ai fondi donati a Leopoldo II, la Svizzera consentì anche al re di emettere obbligazioni per 150 milioni di franchi allo scopo di finanziare l’impresa.

In effetti, fu grazie alla disponibilità della piazza finanziaria svizzera che Leopoldo poté trovare fondi per la prima fase del suo impegno, prima cioè che fosse la scoperta in loco di materie prime quali il caucciù e l’avorio a permettere rendite enormi. Paesi come l’Inghilterra e la Francia, rivali del Belgio in Africa, non avevano infatti intenzione di aprirgli i loro mercati del credito. Fu la Svizzera a farlo, quanto meno inizialmente: si può dunque dire che ‘salvò’ lo sforzo imperialista del re del Belgio, che aveva scelto l’opzione dell’impresa privata in quanto gli permetteva di bypassare gli ostacoli politici interni.

Dalla sua ricerca spicca la figura di Gustave Moynier, cofondatore della Croce rossa insieme a Henry Dunant. Cosa c’entrava?

Moynier era un ricco giurista molto impegnato in cause filantropiche. Almeno all’inizio, a muoverlo furono probabilmente proprio le sue idee umanitarie, inclusa la diffusa convinzione che i popoli africani fossero inferiori e andassero civilizzati, ribadita peraltro dalle pubblicazioni della società di geografia ginevrina di cui era membro. Si impegnò subito febbrilmente per la ‘causa’, e il suo patrocinio si rivelò decisivo per il riconoscimento internazionale dello Stato libero del Congo, ottenuto alla conferenza di Berlino del 1884-5.

Sempre a proposito di Croce Rossa, possiamo ricordare che Berna e Ginevra riconobbero immediatamente l’istituzione di una sua branca congolese da parte del re belga. La Svizzera offrì anche suoi cittadini come ‘coloni’?

All’epoca il Belgio – un Paese avanzato e ricco che aveva vissuto un notevole sviluppo industriale – cercava solo profili selezionati, capaci di mettere a disposizione competenze tecniche o scientifiche: dalla Svizzera si ‘arruolarono’ dunque professionisti, quali medici e ingegneri, ma soprattutto gente atta a occupare un posto funzionariale (che spesso partiva dai piani bassi potendo poi salire lungo la gerarchia), oltre a un piccolo manipolo di mercenari. Non servivano invece ‘braccia’: per quelle, presto destinate a diventare carne da macello, bastavano gli indigeni.

Qui l’espressione ‘carne da macello’, purtroppo, appare piuttosto letterale. All’inizio del Novecento – poco prima della morte di Leopoldo II e della vendita del Congo allo Stato belga da parte della corona – scoppiò il cosiddetto scandalo delle mani mozzate: il riferimento è alle mutilazioni cui erano sottoposti gli indigeni che si ribellavano ai lavori forzati o che non erano ritenuti abbastanza produttivi. L’indignazione globale che ne seguì fu tale che lo scrittore americano Mark Twain, oltre a pubblicare il satirico ‘Soliloquio di re Leopoldo’, dirà di lui: “In 14 anni ha distrutto più vite di quante ne siano morte al mondo sui campi di battaglia negli ultimi mille. È un mostro sanguinoso che non ha pari nella storia umana, la cui personalità farà senz’altro vergognare l’inferno non appena ci arriverà, speriamo assai presto”. Cosa si disse in Svizzera?

La classe dirigente svizzera preferì tacere, proprio come sarebbe accaduto, in altra epoca e contesto, con l’apartheid in Sudafrica. Berna fu una delle poche capitali europee a non prendere posizione, per non compromettere quelli che sarebbero stati gli sviluppi commerciali futuri. Le proteste isolate di alcuni attivisti non trovarono praticamente spazio sulla stampa e le società di geografia continuarono a difendere Leopoldo II. Tanto che nel 1909, alla sua morte, quella di Ginevra lo descrisse come “un re che ha dato al suo Paese uno splendido impero coloniale”.

Anche al netto degli ulteriori sviluppi di alcuni commerci elvetici in Congo – successivi al periodo preso in esame nel suo studio – si può quindi dire che anche in quel caso la neutralità svizzera somigliava a tutto fuorché a un virginale isolamento?

Episodi come questo ci mostrano proprio come la neutralità non sia mai stata a ‘tenuta stagna’, e neppure passiva e scevra dal perseguimento di interessi politici ed economici sulla scena internazionale, spesso sulla scia di quanto scaturiva dagli altri Paesi europei. La neutralità elvetica emerge anche come un’arma – accanto ad altre, come i buoni uffici e la diplomazia umanitaria, senza dimenticare il protezionismo selettivo – in mano alla Confederazione post-1848 per sopperire alla mancanza di un peso politico-militare di rilievo sulla scena internazionale. In questo senso giova ricordare la definizione di “neutralità a geometria variabile”, adoperata da storici come Hans Ulrich Jost e Mauro Cerutti.

Possiamo dunque individuare una ‘complicità’ svizzera verso l’imperialismo altrui?

Assolutamente sì. Certe epoche ed episodi smentiscono l’opinione diffusa per cui la Svizzera non avrebbe mai partecipato alle politiche espansioniste degli imperi coloniali. Al contrario, occorre ammettere che il nostro Paese – o meglio: la sua classe dirigente, naturalmente anche secondo la cornice e i vincoli del quadro politico internazionale – in passato ha partecipato alla spartizione del mondo.


Il ‘balzo in avanti’ dell’imperatore cinese

 

Non si può affermare che tutte le dittature – pur avendo in comune il partito unico e la ferrea occupazione dello Stato – siano uguali. Ma al di là di diversità storiche delle nazioni che dominano, di tattiche differenziati, e di modelli economici non paragonabili, uno scopo strategico in comune ce l’hanno: mantenere il potere con la forza della repressione, impedire il crollo del loro modello, perpetuarlo se occorre con ogni mezzo possibile.

Così, mentre a Mosca Vladimir Putin tenta di irrorare la società con il recupero dei ‘valori’ imperiali-tradizionali-religiosi e distribuisce ai suoi collaboratori i testi dei filosofi che hanno teorizzato la specificità e l’unicità della “spiritualità della Russia” in contrapposizione all’Occidente “demoniaco”, a Pechino Xi Jinping – pur potendo contare sulla tradizionale cultura confuciana dell’obbedienza dei sudditi – si preoccupa che la Cina non faccia la fine dell’Urss, sbriciolandosi sotto il peso delle sue contraddizioni e di errori considerati fatali. Primo fra tutti, quello di non rimettere in discussione il ruolo e l’esistenza del partito comunista, come fecero Gorbaciov e Eltsin. “Est, ovest, sud, nord e centro, il partito guida tutto” è uno dei suoi slogan preferiti, come sottolinea l’Economist. Che rivela: “Negli ultimi mesi i funzionari cinesi sono stati costretti a guardare l‘ennesimo film sul crollo dell’Unione Sovietica”.

Anche in questa chiave va letto il Ventesimo Congresso del Partito comunista cinese, inaugurato ieri, e che alla fine della settimana incoronerà Xi con un terzo mandato alla guida (politica e militare) del gigante asiatico. Cosa mai avvenuta dai tempi Mao. Mandato di altri cinque anni, che consoliderà postura e sostanza imperiale del leader cinese. Non che la cristallizzazione del potere cinese precluda dibattiti, confronti e scontri anche feroci al suo interno.

Xi Jinping ha costruito la sua ascesa in una sorta di ‘lunga marcia’, con cui si è sbarazzato senza tanti complimenti di molti rivali, spostandosi sulla tastiera ideologica delle varie posizioni intestine, recuperando anche piccole dosi di maoismo, mantenendo il controllo sul mix fra economia statale e privata, tenendo però la barra su quel programma di “prosperità condivisa” che (contrariamente alla Russia putiniana) ha permesso alla Cina di conquistare la posizione di “sfidante sistemico” degli Stati Uniti, favorendo la crescita di una classe media: il reddito medio annuo è di 4.200 euro, ma lo stesso partito riconosce che quasi la metà della popolazione vive con 140 euro al mese.

Eppure, il ‘balzo in avanti’ di Jinping nella conquista del potere assoluto coincide con una delle fasi più problematiche sul piano economico e sociale. La stessa Bank of China fa previsioni molto negative: crescita bloccata al 3% (lontanissima dai record pre-pandemici), disoccupazione in crescita, prospettiva di una mondializzazione assai meno vantaggiosa, inedito collasso delle azioni immobiliari, e scenario fosco sul piano internazionale, con la Cina alleata con Putin (a cui però Pechino non consegna armi) e necessità di non perdere i mercati internazionali. Uno scenario che, anche a causa della politica dello ‘zero Covid’ (con prolungati, massicci e ferrei lockdown in tutto il Paese), ha provocato proteste inedite ed evidenti fratture con parti non piccole della popolazione. Incognite e problemi non mancano al futuro probabile ‘imperatore a vita’.

Scritto per  “laRegione”
Nell’immagine: illustrazione dell’artista dissidente cinese Badiucao 


Cronaca, dacci il nostro déjà-vu quotidiano

 

Per un momento sarebbe bello, così, tanto per, fare un esercizio di simmetria.

Immaginate un ragazzo che una domenica mattina passeggia in un quartiere residenziale: all’improvviso una donna sbuca dal nulla e lo assale, e quando lui cerca di ribellarsi all’imminente attacco sessuale, viene minacciato di morte. Oppure, immaginate la direttrice di una famosa azienda che indugia in atti di autoerotismo seduta alla scrivania del proprio ufficio senza curarsi di nasconderli agli occhi del sottoposto. E quando arriva il giorno in cui il sottoposto si ribella segnalando il caso a terzi, l’unica soluzione presa in considerazione è quella della rimozione (del sottoposto, ovviamente). Oppure, immaginate una docente che con la scusa di praticare educazione emotiva finisce per appartarsi con il proprio giovanissimo allievo in macchina, sbandierando poi, una volta pizzicata, il proprio coinvolgimento sentimentale, che quegli amplessi dovrebbe giustificare. Oppure – ma qui la finiamo, a tal punto è inverosimile questo esercizio – un’operatrice sociale che sistematicamente mette le mani addosso a giovani praticanti con un’insistenza tale da indurre gli attenzionati a nascondersi, rifugiandosi in bagno.

Una serie di esempi apparentemente assurdi, questa, ma basterebbe cambiare il genere dei protagonisti, per ricevere un fedele spaccato della realtà della cronaca recente dei nostri quotidiani, cantonali e nazionali: l’operatrice sociale era un operatore, la docente un docente, la direttrice un direttore, la minacciosa assalitrice anonima un assalitore. E le vittime sono bambine, donne e ragazze, esseri umani accomunati in primis dalla propria appartenenza biologica, in seconda battuta dal fatto di dovere subire impulsi e gesti rivoltanti non richiesti e, nella peggiore delle ipotesi, dal dovere convivere con il ricordo di eventi orrendi, capaci di cambiare per sempre la traiettoria esistenziale delle vittime, zavorrandola di dolore, disgusto e senso di colpa.

Tanto è triste il déjà-vu scatenato da ogni racconto (si somigliano tutti, nella loro unicità) di abuso sessuale, quanto sono penose, sempre uguali a sé stesse, le giustificazioni – sì, perché non mancano mai – che accampano colpevoli e informati sui fatti al momento della resa dei conti, cioè i processi o le pubbliche scuse. Un déjà-vu che si esprime in una eterna litania di “non avrei mai creduto”, “non era colpa mia”, “non mi ero accorto”, “non so cosa mi sia preso in quel momento”, “sono consapevole del danno arrecato”, “mi dispiace” da parte di uomini (chiamiamoli così per non creare confusioni, ma teniamo presente che quelli veri, di uomini, sul banco degli imputati in tribunale o sulla stampa non ci finiranno giustamente mai) di colpo minuscoli, ovviamente pentiti, spesso sorpresi, a volte anche indignati per le accuse loro mosse.

D’altra parte, come stupirsi, considerando che dalla loro, perpetratori e informati dei fatti, hanno nientemeno che il Codice penale svizzero, ossia le regole di una nazione che per “stupro” intende una sola e unica cosa, la penetrazione vaginale di un pene umano? Già, perché tutto il resto è considerato semmai come coazione, secondo inquietanti graduatorie di gravità di ogni abuso sessuale denunciato (e sono pochi, si parla di 1 caso su 10 che viene a galla), che alla fine, in virtù di una serie di attenuanti e prescrizioni, porta quasi sempre al risultato di punire troppo blandamente il perpetratore, certamente in modo insufficiente per le vittime e la società.

Nel 2013 il Consigliere nazionale liberale Hugues Hiltpold presentò al Consiglio federale un’interpellanza in cui chiedeva una revisione del Codice penale, ricevendone una risposta a dir poco sconcertante (e parliamo di nemmeno dieci anni or sono): ” da tempo lo stupro corrispondente alla violenza carnale è un reato che può essere commesso soltanto su una donna(…) e questo in un contesto normativo che si rifiuta di riunire i reati di ‘coazione sessuale’ e ‘violenza carnale’ all’interno di un unico articolo di legge”. Insomma, lo Stato decide non solo quale debba essere la percezione del reato da parte della vittima, ma si lancia, come già detto, anche in una vergognosa graduatoria di gravità.

Ora il Parlamento sarà chiamato a esprimersi sull’introduzione del principio del consenso nel Codice penale: “solo un sì significa sì”. In altre parole, per potere procedere a un’interazione sessuale di qualsivoglia tipo, è necessario un consenso preliminare. Come in fondo sarebbe giusto, e come d’altronde siamo chiamati a fare prima di un intervento chirurgico, nell’ambito delle ricerche accademiche, in nome della tutela della privacy e via dicendo.

Il Consiglio degli Stati però, coadiuvato da quello federale, preferirebbe un’altra soluzione, ossia quella del “no è no”, a loro detta più trasparente. La persona in procinto di essere aggredita dovrebbe in altre parole semplicemente pronunciare un “no” forte e chiaro, altrimenti, e siamo alle solite, sotto sotto, chissà, ci potrebbe anche essere un briciolo di consenso. Eppure, anche se proprio quei “no” non si sono rivelati a oggi efficaci, perché non gridati a sufficienza, perché non ascoltati, perché di scarsa rilevanza penale, saranno con tutta probabilità preferiti alla formula richiesta da collettivi femminili, Amnesty International e moltissime cittadine, giovani e meno giovani: “solo sì significa sì”.

Per una volta saremmo, in Svizzera, allineati a paesi come quelli scandinavi o la Spagna. Il condizionale è obbligatorio, e lo sottolineiamo, perché la pratica del déjà-vu ci spinge a moderare i nostri desideri di una società più equa, mentre ciò che abbiamo visto e letto in questi anni ci costringe a un bagno di realtà: siamo nel 2022, sì, in una società democratica, sì, che però ancora nega alle sue cittadine e ai suoi cittadini alcuni diritti, tra cui quello di potere essere vittime.

Un déjà-vu che sa di antico, di umiliazione e di smacco. E che no, non vogliamo più. Ma questo è l’unico “no” che siamo disposte/i a pronunciare. Per tutto il resto vorremmo essere libere e liberi di dire sì, ma solo se e quando sta bene a noi.


Il virus delle diseguaglianze colpisce nel mondo

 

Da Globalist

Dovevamo stare sulla stessa barca. Quante volte l’abbiamo sentito sostenere nei mefitici salotti mediatici o sulla stampa mainstream: nella “guerra” al Covid-19 siamo tutti sulla stessa parte della barricata. Ma  quella “barca” fa acqua da tutte le parti. E quanto alla “guerra”, da metafora si è trasformata in una tragica realtà. La pandemia da Covid-19 ha acuito i divari socio-economici in molti Paesi, soprattutto nei contesti più vulnerabili del mondo, dove gli interventi pubblici di contrasto alle disuguaglianze hanno in molti casi mostrato livelli di grave inadeguatezza.

A rivelarlo è il nuovo rapporto di Oxfam e Development Finance International (DFI), pubblicato in occasione degli Annual Meetings del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, che si è svolto dal 14 al 16 ottobre a Washington.

Il dossier passa in rassegna le politiche fiscali e del lavoro e alcuni capitoli della spesa pubblica (istruzione, sanità e protezione sociale) in 161 paesi del mondo durante il primo biennio pandemico. Nonostante il mondo abbia dovuto affrontare la peggiore crisi sanitaria degli ultimi cent’anni, metà dei paesi a basso e medio-basso reddito ha registrato una contrazione della spesa sanitaria, in rapporto alla spesa pubblica complessiva: in Giordania, ad esempio, il calo è stato del 20%. Quasi la metà di tutti i Paesi esaminati (77) sono stati interessati da tagli alla spesa sociale e il 70% dei paesi ha ridotto la propria spesa per l’istruzione.

Due terzi dei Paesi non hanno incrementato i salari minimi

Mentre la povertà lavorativa ha raggiunto livelli record e oggi l’impennata dell’inflazione erode il potere d’acquisto dei lavoratori, due terzi dei paesi analizzati non hanno incrementato i salari minimi nel biennio 2020-2021. Nei Paesi in via di sviluppo come la Nigeria il salario minimo legale non è stato aggiornato da prima dello scoppio della pandemia. Anche in economie avanzate come gli Stati Uniti il livello del salario minimo federale è rimasto invariato dal 2009.

143 Paesi su 161 non hanno tassato i redditi e i patrimoni più elevati

Nonostante gravi difficoltà per le finanze pubbliche in molti Paesi, 143 governi su 161 non hanno fatto ricorso ad aumenti del prelievo sui redditi o sui patrimoni più elevati e 11 paesi hanno persino ridotto il carico fiscale sui cittadini più facoltosi. “Il rapporto mostra come in troppi paesi i governi non abbiano agito con decisione per contrastare l’ampliamento delle disuguaglianze– rimarca Gabriela Bucher, direttrice esecutiva di Oxfam International – Molti governi hanno ridotto gli investimenti nei servizi pubblici nel momento del maggior bisogno e non hanno fatto ricorso a prelievi su fortune e profitti di chi ha beneficiato della pandemia”.

I Paesi più poveri schiacciati dal debito

A differenza delle economie avanzate come l’Italia – in cui gli interventi di welfare emergenziale hanno attenuato temporaneamente l’esplosione delle disuguaglianze – i paesi più poveri si sono trovati senza liquidità disponibile per analoghe misure di supporto al reddito. A pesare sugli spazi di manovra nei paesi in via di sviluppo sono, in larga parte, le loro consistenti esposizioni debitorie. Nel solo 2021 i Paesi a basso reddito hanno speso il 27,5% delle risorse pubbliche per il servizio del debito interno ed estero: il doppio di quanto speso in istruzione, quattro volte la spesa per la sanità e 12 volte la spesa per la protezione sociale.

“Per ogni dollaro speso per la sanità pubblica i Paesi in via di sviluppo spendono quattro dollari per ripagare i propri debiti contratti in prevalenza con ricchi creditori esteri –  annota Matthew Martin, direttore del DFI – Va garantita un’immediata sospensione del servizio del debito e devono essere favoriti accordi equi per una sua ristrutturazione”.

Tax the rich

Nonostante innumerevoli precedenti storici – quanto accaduto all’indomani dell’influenza spagnola o al termine della seconda guerra mondiale – la maggior parte dei Paesi non ha optato nel biennio 2020-2021 per un incremento dell’imposizione su redditi o patrimoni più elevati o per la tassazione straordinaria degli extra-profitti pandemici incamerati da operatori in settori economici, come il settore farmaceutico, l’IT o il settore del commercio online, che hanno visto incrementare congiunturalmente la domanda per i propri beni e servizi. Così facendo, i governi hanno rinunciato a risorse importanti per supportare chi – tra famiglie e imprese –  ha subito i contraccolpi più duri della crisi.

“I Ministri delle Finanze riuniti a Washington hanno di fronte a sé un’importante scelta: contribuire alla costruzione di economie più dinamiche ed eque o continuare con lo status quo, che rischia di esacerbare le disuguaglianze, causando immensa e immotivata sofferenza per gli strati sociali più vulnerabili”, conclude Bucher.

Nell’immagine: fotogramma da un video di Oxfam Italia