Putin, un “rascista”?

Le fonti storiche e filosofiche della politica putiniana – fra razzismo e fascismo – ed i suoi più diversi esegeti e sostenitori 

Qual è la natura del regime putiniano? Interrogativo all’origine di numerose recenti pubblicazioni tra cui quella, ottima, (Nella testa di Putin, edizioni E/O 2022) dello studioso francese Michel Eltchaninoff , caporedattore di “Philosophie Magazine” e profondo conoscitore della storia del pensiero russo [e di cui Naufraghi/e ha già scritto]. Eltchaninoff ci porta indietro nella storia per identificare nella guerra di Crimea del 1856, in cui l’impero zarista fu sconfitto da francesi, inglesi e ottomani, la nascita di un revanscismo slavofilo radicale di cui l’attuale regime moscovita è l’incarnazione e di cui numerosi intellettuali sono stati interpreti. Sono gli stessi autori a cui fa riferimento il pensiero putiniano e che si iscrivono in una corrente ideologica chiaramente situata nel solco della tradizione dell’estrema destra. 

Di Alexander Dugin si è già detto e scritto molto: ideologo bellicista, fondatore all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso del partito nazional-bolscevico dal vessillo rosso-bianco-nero che ricorda quello nazista. Dugin è uno dei più ferventi teorici della “terza Roma” (cronologicamente dopo Roma e Costantinopoli): Mosca come capitale di un impero senza pari, di stirpe slava e religione cristiano-ortodossa. Ancor più influente sul presidente russo, il pensiero di Ivan Il’in (1883-1954), ammaliato dal fascismo mussoliniano, impregnato di quell’anti-bolscevismo che ritroviamo in particolare nel celebre discorso in cui Putin, assolvendo Stalin, aveva addossato a Lenin la responsabilità storica della crisi ucraina. 

Putin non ha mai nascosto di esser attratto da questo filosofo dalle malcelate simpatie per il nazismo. In un discorso tenuto nel 2006 lo aveva citato per celebrare il ruolo dei militari come rappresentanti dello spirito e della volontà del popolo russo. Il panslavismo a trazione russa è pure al centro delle teorie di Nicola Danilevski, filosofo dell’800, sepolto in Crimea, forse il più presente nella testa di Putin, particolarmente importante perché già fortemente schierato contro quell’occidentalizzazione della Russia avviata in particolare dallo zar Pietro il Grande a cavallo del ‘700. In lui troviamo forse la matrice ideologica più forte del revanscismo russo. 

Bugie e ideologia 

La storia recente, che a volte la quantità di notizie di cui siamo quotidiano bersaglio ci induce a rimuovere, è contrassegnata da una lunga serie di menzogne da parte del Cremlino. Non è certamente l’unico fabbricante di fake news (basti ricordare quelle delle Casa Bianca che portarono all’attacco americano all’Iraq nel 2003) ma diciamo che ne è oggi uno dei principali promotori, in casa e all’estero. 

Sergej Lavrov, ministro degli esteri, proprio alla vigilia dell’aggressione all’Ucraina aveva tacciato di “isteria occidentale” le notizie diffuse dagli americani sull’imminente invasione. Artefice di ben quattro interventi militari (in Cecenia dal 1999 per ben dieci anni, in Georgia nel 2008, in Siria nel 2015, nel Nagorno-Karabakh nel 2020) senza contare la presenza per interposte milizie Wagner in Libia (dal 2016), Vladimir Putin si è mostrato spietato quanto propenso ad avere un rapporto molto disinvolto con la verità. Tre giorni prima di scatenare l’intervento in Siria il presidente aveva garantito all’intervistatore della rete televisiva Cbs che “la Russia non parteciperà ad alcuna operazione militare in territorio siriano”. Quanto alla spietatezza, basterebbe osservare le immagini di devastazione di Homs o Aleppo, dove le forze aeree russe presero di mira volontariamente anche gli ospedali. 

Alla menzogna come arma di guerra se ne affianca un’altra, altrettanto antica: la manipolazione sistematica della storia. L’Ucraina viene presentata come una semplice appendice della Russia sorta dalla “Rus di Kiev”, Stato embrionale in realtà creato dai Vichinghi nel IX sec. e che può essere considerato la culla di diverse nazioni slave, dall’Ucraina, alla Russia, dalla Polonia all’Estonia. Cancellando le specificità storiche ucraine (fino al XVII sec. e soprattutto fino all’annessione da parte di Caterina II un secolo più tardi, le due entità, Russia e Ucraina, hanno avuto percorsi separati) Putin non fa altro che riprendere l’ideologia “euroasiatica” (Il’in, Dugin o il linguista Nikolaj Trubeckoj fautore dell’abbandono da parte degli ucraini della loro lingua) che si prefiggeva di creare l’unità di una stirpe con una cultura ben superiore a quella di un Occidente decadente. 

Il significato di “rascismo” 

Rascismo, ruscismo: inutile cercare sulle pagine italiane di Wikipedia. Non troverete nulla. Ma il neologismo è già presente in Wikipedia in una trentina di lingue (tra cui l’inglese “raschism”) ed è una contrazione tra Russia e fascismo. E rimanda pure al termine “razzismo”. Insomma, un condensato che riassumerebbe l’ideologia putiniana. Pare sia stato coniato durante la prima devastante guerra in Cecenia nel 1995 e stando a diverse fonti, tra cui l’autorevole storico di Yale Timothy Snyder, esperto dell’Europa orientale (e autore del notevole “Terre di sangue” pubblicato a Rizzoli), usato ormai anche in ambienti accademici. 

Il nuovo fascismo russo (che ha dunque una robusta matrice intellettuale nella storia del paese) condensa alcune caratteristiche classiche dell’ideologia dell’estrema destra: culto dell’uomo forte e visione virile della supremazia culturale, concezione razziale (slavismo nel quadro dell’impero euro asiatico), primato assoluto di una nazione etnicamente omogenea, mancanza di democrazia, celebrazione di un passato immaginario, espansionismo militare e glorificazione della violenza e della forza (Putin che non manca di celebrare con fierezza  il nuovo missile balistico Sarmat “capace colpire i poli nord e sud”, o quello ipersonico Kinjal).

La studiosa della Sorbona Anna Colin Lebedev, citata nel fascicolo di Le Monde “Ukraine, histoire d’une émancipation” spiega che “rascismo” sarebbe di fatto un qualificativo “reattivo” che gli ucraini contrappongono alle accuse di nazismo mosse dal Cremlino per giustificare l’aggressione e i suoi tentativi di annessione (verosimilmente di gran parte se non di tutta l’Ucraina). Il termine è dunque già molto usato dalla popolazione ucraina (l’altro, ancor più diffuso per indicare gli invasori, è “orchi”) e riflette pure quanto in sostanza denunciano o hanno denunciato diversi oppositori russi. A cominciare da Boris Nemtsov (assassinato nel 2015 davanti al Cremlino) che stigmatizzava l’odio e la violenza della politica putiniana, o dell’architetto della Perestroika gorbacioviana Alexander Yakovlev secondo cui il “pericolo del fascismo in Russia è reale”. 

Una realtà che in molti si ostinano a non vedere 

Il dibattito approfondito sul fascismo ha anche il merito di smascherare i grossolani sfondoni e gli abbagli di alcune teste d’uovo che imperversano alle nostre latitudini. Ci sono i vari Alessandro Orsini (secondo cui la Russia avrebbe sventrato l’Ucraina in una guerra lampo) o giornalisti che discettano in poltrona per dirci che Bucha fu manipolazione e non massacro (tal Toni Capuozzo) uniti nel loro malcelato putinismo e nella palese insensibilità per la popolazione del paese aggredito. Ma non ci sono solo commentatori da operetta: pontificano pure eminenti baroni del pensiero accademico che uscendo dal loro campo di competenze si avventurano, inciampando, in una realtà complessa che non conoscono. 

Luciano Canfora (eminente filologo professore all’Università di Bari, dove insegnano pure moglie, figlia, figlio e nuora) sottolineava il 17 febbraio “la volontà di pace del governo Russo”. Stalinista nostalgico, Canfora aveva già preso in passato diversi granchi (sempre a difesa di Mosca), evidenziando singolari lacune sulla storia contemporanea, affermando ad esempio che l’intervento sovietico in Afghanistan mirava a difendere il governo comunista eletto democraticamente (in realtà vi furono, in due anni, tre successivi colpi di Stato che fecero migliaia di morti). 

Pure il grande medievista Franco Cardini, regolarmente interpellato dai media, vede il nazismo dove non c’è (Ucraina) e nella sua ricostruzione storica dei rapporti tra Mosca e Kiev dimentica di citare i massacri staliniani e Holodomor, la micidiale carestia nella quale perirono almeno 3 milioni di persone. Anche lui sottovaluta i massacri di massa compiuti da Stalin. Leon Trotsky già nel 1939 (“La questione ucraina”, citato in “Ukraine, histoire d’une émancipation”) sosteneva che “senza Stalin non ci sarebbe stato Hitler. E senza lo stupro dell’Ucraina sovietica da parte della burocrazia staliniana non ci sarebbe stata politica hitleriana in Ucraina”. 

“Putin è in gran parte affidabile” ha scritto Cardini, che uscendo dal suo Medioevo per avventurarsi nella storia più recente, aveva già registrato negli anni qualche tonfo complottista. Il suo passato politico nelle file della destra estrema (Msi, il Movimento sociale italiano, ma anche la filo nazista “Jeune Europe”) ci aiuta forse a spiegare una certa ostilità per le democrazie  così come l’attrazione per i modelli autoritari, anche i peggiori. 

A destra come a sinistra, complice anche lo sfilacciamento sociale e ideologico della nostra modernità liquida, la concezione di un potere sovranista e militaresco ha indubbiamente i suoi estimatori. E’ tuttavia probabile che i pesanti rovesci subiti negli ultimi giorni dall’esercito russo possano contribuire a far cadere molte certezze e a far nascere soprattutto in patria una bozza di dibattito sul “rascismo” , questo neofascismo molto insidioso, di cui il Cremlino è l’incarnazione ma di cui anche i russi , e non solo gli ucraini, sono e saranno sempre di più vittime. 

Scritto per laRegione


L’inverno degli scontenti

Le fonti storiche e filosofiche della politica putiniana – fra razzismo e fascismo – ed i suoi più diversi esegeti e sostenitori 

Ci sarà singolar tenzone per il Consiglio di Stato, il 2 aprile 2023, ma solo per uno dei due seggi attualmente occupati dalla Lega. Sugli altri fronti le sorprese sono altamente improbabili, salvo cataclismi provocati da fattori esterni. I liberali-radicali confermeranno Christian Vitta, il Centro Gabriele De Rosa, mentre i socialisti hanno blindato la candidatura di Marina Carobbio, neutralizzando preventivamente la concorrenza (Greta Gysin e Amalia Mirante). Dunque, lo scontro avverrà solo nel campo della destra, visto che l’Udc intende gettare nella mischia Piero Marchesi. La contesa tra centristi e leghisti non sarà priva di interesse, dato che spesso l’elettorato fatica a distinguere gli uni dagli altri. 

L’inverno innanzi viene

Certo, bisognerà superare l’inverno, con tutti i relativi imprevisti. Non è detto che i disegni strategici dei partiti, che ora scommettono sull’«usato sicuro», troveranno conferma. Le incognite socioeconomiche si stanno infatti moltiplicando. La prima è data da un corpo elettorale sempre più fluttuante e umorale, intimamente insofferente, ossia meno ubbidiente di un tempo alle consegne dei partiti. Il fenomeno della disaffezione è universale e in atto da tempo, anche nelle democrazie di più solida tradizione. L’esercito degli astensionisti cresce ovunque; riconquistarne la fiducia per ricondurlo alle urne è sempre più arduo da parte degli stati maggiori. 

Tramontato il fideismo ereditato dal Novecento, il secolo delle ideologie, i partiti hanno puntato sui leader dal profilo muscoloso. Hanno insomma creato dei «partiti personali»: «stiamo assistendo – spiega il politologo Mauro Calise – ad un ritorno del potere patrimoniale e carismatico ai danni di quello legale-razionale sul quale si erano fondate le antiche burocrazie di partito». Il passo successivo è stato quello di trasferire la cultura politica delle principali famiglie politiche nella sfera impalpabile della Rete: è così nato il «partito digitale», radicato non più in una comunità concreta di uomini e donne, ma in piattaforme telematiche poco trasparenti. Le esperienze avviate all’estero non hanno funzionato; o meglio, hanno figliato nuove oligarchie, spesso imperscrutabili e incontrollabili da parte della platea degli iscritti (v. piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle). Fissare uno schermo non è come guardarsi negli occhi.

Ceti medi sotto pressione

Ma le insidie maggiori, per la politica organizzata, provengono dalla società, dai suoi mutamenti e dai suoi timori. Tra qualche mese la situazione che oggi fotografiamo sarà molto diversa. Dalla pandemia e dalla siccità, ma soprattutto dall’invasione russa dell’Ucraina, assistiamo ad un generale impoverimento dei ceti medi, l’architrave sociale che finora ha assicurato la stabilità del sistema. È la fascia numericamente più folta, in grado di autosostentarsi senza aiuti statali, ma che ora sta scivolando, rincaro dopo rincaro, verso l’anticamera da cui si intravede la porta della nuova povertà. Il tasso d’inflazione «ufficiale», dato intorno al 3,5%, ha tutta l’aria di una percentuale edulcorata per non alimentare ansie. 

Sappiamo dalle scienze sociali che la nozione di «ceto medio» si presta a varie classificazioni e interpretazioni; anche il solo parametro dei redditi (lordi, netti, disponibili) genera confusioni e obiezioni. Purtuttavia, nel caso ticinese, ci pare legittimo includere in questa categoria tutti coloro che sono attivi nel settore pubblico e para-pubblico, dunque funzionari, insegnanti, impiegati, paramedici, la classe dei «creativi» e gli operatori dell’informazione. Insomma «colletti bianchi», il popolo del terziario che non appartiene né all’agricoltura (primario), né all’industria (secondario). Un grande polmone, si badi bene, che non è fondamentale solo come contribuente, ma anche come soggetto civile, come motore di iniziative associative, ricreative, assistenziali, sportive, culturali.

Voti in cambio di posto di lavoro

Lo scivolamento di questi ceti, sospinto dall’inflazione, è evidente. «L’esplosione dei prezzi minaccia ora anche il ceto medio», ha titolato il «Tages-Anzeiger» (edizione del 19 settembre). Le recenti proteste dei dipendenti statali circa il loro avvenire pensionistico rappresentano una spia significativa, un primo campanello d’allarme. Sono categorie, quelle suddette, che fino all’altrieri erano considerate privilegiate, garantite, protette, sulle quali il potere poteva contare al momento di elezioni e votazioni. Consenso in cambio dell’impiego sicuro, meglio se «federale». Su questo patto, più o meno tacito, si è retta buona parte della politica ticinese dall’Ottocento ai giorni nostri: un blocco sociale che i movimenti di contestazione degli anni Sessanta e Settanta avevano sì intaccato, ma non disgregato. Nemmeno l’ingresso nell’arena delle donne e successivamente della Lega descamisada avevano ribaltato i tradizionali equilibri. 

Ora invece questi ceti minacciano di rompere il blocco sociale e di ritirare la fiducia fin qui assicurata alle formazioni storiche. Detto altrimenti, non sono più disposti, come un tempo, a firmare cambiali in bianco. I prossimi mesi saranno decisivi, dato che il maggior afflusso di voti proviene da questo bacino. Non dai vertici della piramide (i ricchi sono influenti ma poco numerosi), non dallo zoccolo (tra precari e bisognosi il senso civico è generalmente scarso e quindi anche la partecipazione al voto: hanno altri grattacapi). Da ricordare poi che una robusta quota della popolazione attiva non beneficia dei diritti politici, perché straniera o formata da frontalieri (75mila secondo gli ultimi dati). 

Sbocchi incerti

La partita si giocherà dunque qui, in questo ampia fascia intermedia della piramide sociale. Un tempo docile e fedele alle parole d’ordine, il ceto medio si ritrova oggi scosso e smarrito («verunsichert»), alle prese con un regresso sociale che mai aveva ritenuto possibile né immaginabile. Quale ne sarà lo sbocco elettoral-politico è difficile prevedere. Come detto, molto dipenderà da come si uscirà dall’imminente stagione fredda. Sappiamo che le crisi danno luogo a reazioni differenti, la storia politica del XX secolo insegna per esempio che il crack del ’29 ridiede spazio e fiato alle dittature in Europa ma non negli Stati Uniti di Roosevelt («New Deal»). A proposito del ruolo dei ceti medi sarebbe bene non scordare quanto disse Renzo De Felice nella sua Intervista sul fascismo del 1975: «Il fascismo movimento… è stato in gran parte l’espressione di ceti medi emergenti, cioè di ceti medi che cercano – essendo diventati un fatto sociale – di acquistare partecipazione, acquistare potere politico».

La democrazia elvetica dovrebbe possedere gli anticorpi per resistere all’assalto delle forze populiste e alle tentazioni autoritarie estreme, come già fece negli anni Trenta, pur con qualche cedimento, di fronte al frontismo filonazista. Ma chi ritiene che tutto correrà sui binari prestabiliti da qui alle elezioni del prossimo anno (Cantonali e Federali) temo che dovrà ben presto ricredersi e rivedere i piani.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: “Quinto Stato”, dell’illustratore argentino Hernán Chavar


Neppure i finanzieri sgravati credono allo “sgocciolamento”

Le fonti storiche e filosofiche della politica putiniana – fra razzismo e fascismo – ed i suoi più diversi esegeti e sostenitori 

Se ci guardiamo attorno (elezioni, nuovi governi), ma anche in casa nostra, rileveremo che la forza di accalappiamento, di persuasione, di conquista di un partito, di un politico, di un governante è direttamente proporzionale agli sgravi fiscali che si propongono o si concedono ed è inversamente proporzionale al peso delle imposte di cui si sentono vittima i ricchi. Quindi, per ottenere una correlazione che funzioni elettoralmente, ogni sgravio fiscale proposto o ottenuto deve sempre tener conto del fatto che lo sgravio sia più interessante per i contribuenti più ricchi, individui o società. Dev’essere anche per questo che qualcuno ha suggerito una forte tassa extra per ogni politico o partito o governante che pronuncia la frase “diminuiremo le tasse”.

La ricchezza che dovrebbe sgocciolare

Ci sono tre motivazioni che inducono a questo atteggiamento o a questa scelta “politica” e che ne hanno fatto una dottrina economica. La prima: se prometti meno imposte e sgravi fiscali offri ciò che ognuno vorrebbe o si aspetta, convinto che ci guadagnerà, ma, con minori entrate fiscali, imponi anche (da qualche parte) meno Stato oppure maggior ricorso al debito pubblico se si vuol continuare a sostenere le spese o gli investimenti pubblici. La seconda: pagando meno imposte si avrà più denaro a disposizione, si consumerà di più, si darà quindi una spinta alla crescita economica. La terza: i ricchi (individui o imprese) meno tassati e più ricchi faranno scorrere il loro denaro verso il basso spendendo e investendo, creando attività, posti di lavoro, nuovo reddito e ricchezza distribuiti, e tutti ne beneficieranno, persino lo Stato, che finirà per incassare più imposte.

 Quest’ultima motivazione giustifica sempre gli sgravi che favoriscono maggiormente i ricchi oppure la tattica fiscale per attrarre più ricchi e benestanti sul proprio territorio. È la dottrina imperante degli ultimi quarant’anni (dottrina “angloamericana” che ha infatti preso il nome di trickle down effect o dello sgocciolamento dall’alto verso il basso della ricchezza, secondo la quale la crescita economica dipende dai vantaggi fiscali elargiti ai più abbienti, che si traducono in benefici per tutta la comunità). 

La  ricchezza che non sgocciola

Applicata puntualmente e periodicamente anche nel Ticino, di nuovo proposta come programma politico da qualche partito che vive in non si sa quale realtà. Senza mai preoccuparsi di valutarne gli effetti. Com’è invece avvenuto altrove, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna (qui nientemeno che con un corposo studio della London School of Economics e del King’s College London, steso su quasi 50 anni, in 18 paesi, che dimostra, senz’ombra di dubbio, sia la scarsa o quasi nulla efficacia sulla “performance” economica, sia invece una delle cause maggiori della crescita dell’ineguaglianza). D’altronde, per quanto riguarda il Ticino, ne abbiamo perlomeno una conferma indiretta con un tasso di povertà che è quasi doppio di quello medio svizzero (14.5 per cento contro 8.5). Che significa che una persona su 7 vive al di sotto della soglia di povertà (fissata a 2.279 franchi al mese per una persona sola e a 3.963 per una economia domestica composta da due adulti e due bambini), che le persone povere sono aumentate da 43 mila nel 2019 a 50 mila nel 2020 e che siamo i cittadini più indebitati in Svizzera. O che la ricchezza, forse proprio perché favorita, rimane lassù, poco o per nulla sgocciolata.

L’abisso tra ideologia liberista e realtà

È però guardando a ciò che capita in Gran Bretagna, con la nuova prima ministra Liz Truss, grande destra thatcheriana, che viene forse una lezione significativa. Per il motivo che si dimostra l’enorme scarto che esiste tra ideologia liberista e realtà e perché viene proprio dagli ambienti che meno ti immagini.

Liz Truss, con il cancelliere dello scacchiere (o ministro delle finanze) Kwasi Kwarteng, presenta un programma in cui la riduzione drastica delle imposte per i ricchi e le imprese (la più importante da cinquant’anni in qua), la deregolamentazione di alcune disposizioni finanziarie, l’annullamento del tetto dei bonus per i banchieri e amministratori, dovrebbero risvegliare un’economia comatosa. Accompagnati comunque, quasi paradossalmente, da una elevata spesa statale per calmierare la fattura energetica di imprese e famiglie e l’inflazione rampante, a scanso di sommosse popolari.

Misure che generano scompiglio, reazione, condanna non tanto da sinistra, come ci si potrebbe attendere, ma da destra, dagli stessi ambienti economico-finanziari: crollo della sterlina, forte rialzo degli interessi, crisi generalizzata. Per l’indebitamento che si prospetta (75 miliardi di sterline), è ovvio, ma soprattutto perché ci si rende conto, sulla scorta delle esperienze già fatte, degli studi e delle analisi prodotte e delle conseguenze rilevate, di due princìpi/realtà essenziali:

  1. gli oneri sul capitale (imposte), proprio alla luce di quanto sono stati via via ridotti e agevolati con la giustificazione di sostenere e sviluppare l’economia, contano molto ma molto meno dell’investimento necessario nell’educazione, nella ricerca e sviluppo, nell’innovazione, nelle infrastrutture nelle zone industrializzate (è quanto la stessa direttrice della London School of Economics, Shaafik, definisce “fattori di redistribuzione”). E non ha quindi senso continuare con quella giustificazione ormai cariatidizzata.
  2. essi non hanno nessun rapporto con la ridistribuzione della ricchezza e la riduzione delle ineguaglianze e della povertà, ma privano piuttosto lo Stato dei mezzi finanziari per farvi fronte (politica sociale, politica della salute) o lo costringono a indebitarsi oltre misura (fine quindi della favola, ancora raccontata abbondantemente nel Ticino, dello “sgocciolamento della ricchezza”). 

Due princìpi/realtà, verificati, che vanno nella stessa direzione: ristabilimento dello Stato, che non è da indebolire, ma da rendere efficace, e quindi della sua forza ed equità fiscali, a maggior ragione quando anche Liz Truss deve forzatamente fare marcia indietro, con la rinuncia alle misure annunciate, troppo estreme anche per i conservatori britannici. Vorrà dire qualcosa anche per i nostri?


La Regina è morta e neanche il Commonwealth si sente troppo bene

Le fonti storiche e filosofiche della politica putiniana – fra razzismo e fascismo – ed i suoi più diversi esegeti e sostenitori 

La Regina è morta! Viva il Re!

Si potrebbe riassumere con questa canonica formula il fiume di parole che ha inondato i media anglofoni ed in particolare britannici nei dieci giorni di lutto nazionale dalla morte ai funerali di Elisabetta II. All’impeccabile pomposità delle cerimonie d’addio e d’insediamento dei monarchi, la copertura mediatica ha fatto da pendant con un tono reverenziale e nostalgico verso la famiglia reale e l’istituzione che rappresenta. 

Nulla è stato lasciato al caso: abbiamo infatti assistito alla messa in pratica di un’operazione di propaganda da manuale, per cui le varie redazioni britanniche si preparavano ormai da decenni. L’obiettivo era quello di creare un sentimento di unione tra i sudditi e far trasparire un’immagine della monarchia positiva e confortante in un regno in cui le crisi non hanno tregua – indipendentismo scozzese, Brexit, pandemia, guerra russo-ucraina, crisi di governo. 

L’Operazione London Bridge, questo il nome in codice degli eventi organizzati dalla morte alle esequie della monarca, è stata una specie di enorme “gaslighting”, una manipolazione psicologica volta ad eludere, nel momento più delicato, ogni discussione critica riguardo al passato e al presente della corona inglese, così come tutte le tematiche che avrebbero potuto mettere in cattiva luce la famiglia reale sono state accuratamente evitate: dal razzismo da parte della stampa e presumibilmente di membri della famiglia reale verso Meghan Markle, ai rapporti col pedofilo Epstein del principe Andrea, dal finanziamento pubblico alla corona (Sovereign Ground) al potere dei reali di bloccare leggi che potrebbero intaccare le loro fortune personali (King’s Consent). 

L’elefante nella stanza però, sono state le relazioni a doppio filo tra monarchia ed impero, e quindi con il colonialismo e lo schiavismo. Un’ombra su cui nessun grande media britannico ha voluto fare luce, nonostante la presenza di vari rappresentanti di ex-colonie ora facenti parte del Commonwealth. Fino ad oggi, infatti, nessun membro della famiglia reale parrebbe rammaricarsi del fatto che l’istituzione di cui fa parte si sia arricchita attraverso la schiavitù per due secoli.

La presenza della regina Elisabetta consentiva una certa omertà, nel nome della stabilità delle relazioni all’interno del Commonwealth. Oggi la direzione (formalmente non ereditaria) è passata al figlio Carlo, e molte di queste nazioni sollevano la questione della rivalutazione storica del colonialismo britannico, cominciando a parlare apertamente di un futuro repubblicano.

“Piangere la Regina, non il suo l’Impero”

Con questo titolo Maya Jasanoff, storica dell’impero britannico presso l’università di Harvard, ha firmato un articolo sul New York Times che ha fatto molto discutere oltre oceano per la mancata riverenza con cui, invece, i media conservatori hanno presentato la figura della monarca. Secondo la ricercatrice, Elisabetta è stata fondamentale per traghettare il regno dall’impero alla costituzione del Commonwealth. Inizialmente concepito come un’organizzazione di colonie “bianche”, il Commonwealth “trova le sue origini in una concezione razzista e paternalistica del dominio britannico come forma di tutela”, per cui la presenza di Elisabetta a capo dell’organizzazioneDopo la morte della regina il futuro del Regno Unito pare messo a dura prova dai paesi del Commonwealth – Di Cristian Ferretti ha “fortemente difeso i valori tradizionali lungo decenni di insurrezioni violente. In questo modo, la regina ha contribuito ad oscurare la sanguinosa storia della decolonizzazione, le cui proporzioni ed eredità sono ancora da stabilire” scrive Jasanoff. 

Ad oggi, il Commonwealth delle Nazioni è la seconda più grande organizzazione intergovernativa al mondo, di cui fanno parte 56 nazioni, in grande maggioranza ex-colonie britanniche. Inoltre, 15 di queste nazioni formano il cosiddetto reame del Commonwealth, ovvero paesi che riconoscono nel monarca britannico il proprio Capo di Stato. Tra questi ci sono l’Australia, la Nuova Zelanda, il Canada e diversi paesi del Pacifico e dei Caraibi: è in queste nazioni che il discorso della secessione e trasformazione in repubblica si farà presumibilmente sempre più impellente nei prossimi anni.

Le reazioni nel reame del Commonwealth

Nei settant’anni di regno di Elisabetta, 17 Paesi hanno deciso di lasciare la monarchia, l’ultimo dei quali sono le Barbados, divenute una repubblica parlamentare un anno fa. La scomparsa della regina sembra aver dato ad alcuni paesi uno stimolo per accelerare il processo di secessione dalla monarchia: è il caso che si riscontra nei Caraibi, dove la tematica è affrontata spesso sui media locali. Altre nazioni invece hanno deciso di aspettare, prima di invocare il parere del popolo tramite un referendum che rimane comunque in agenda.

In Australia, per esempio, dove la famiglia reale gode di un buon seguito, il neo premier Anthony Albanese ha appena creato un Ministero per la Repubblica. In un’intervista rilasciata dopo la scomparsa della regina, ha detto di non voler indire il referendum durante il suo primo mandato – che dura tre anni – e di volersi concentrare sui diritti degli aborigeni. Nel 1999, il paese aveva indetto un referendum per diventare una repubblica che fu rigettato. Oggi però la situazione è cambiata, per cui secondo alcuni sondaggi più della metà degli australiani sarebbe favorevole ad una secessione dalla monarchia.

La vicina Nuova Zelanda nel 2016 aveva sottoposto a referendum – con esito negativo – la possibilità di cambiare la propria bandiera proprio per togliere la Union Jack, simbolo del passato coloniale della nazione. La premier Ardern ha detto che una votazione per diventare una repubblica parlamentare non è una delle priorità del suo mandato, ma che in futuro il suo Paese potrebbe andare in quella direzione.

Trudeau, primo ministro canadese, ha scritto su Twitter che la regina era “al mondo una delle persone che più preferivo, mi mancherà molto” e ha subito dichiarato il 19 settembre giorno di festa nazionale per gli impiegati statali. Nonostante la fervente ammirazione del premier per la corona inglese e la sua monarca, secondo un recente sondaggio il 61% dei cittadini canadesi si è detto “indifferente” alla morte della regina. Nonostante il Canada sia uno dei paesi storicamente più legati alla corona, è presumibile un referendum una volta terminato il mandato dell’attuale premier.

Diversa, appunto, la situazione nei Caraibi. A differenza delle ex-colonie del nord America o dell’Oceania, dove le popolazioni indigene sono state sterminate, le popolazioni delle nazioni caraibiche trovano le proprie radici nella tratta degli schiavi che dall’Africa occidentale portava oltre l’oceano Atlantico. Qui il processo di decolonizzazione non è ancora stato completato: il non riconoscimento dei danni subiti da queste popolazioni nel corso dei secoli, prima come schiavi e poi come sudditi, ha dato a queste nazioni un motivo in più per andare verso un affrancamento dalla corona. 

I sudditi caraibici hanno infatti cominciato a chiedere sempre più convintamente non solo il riconoscimento delle atrocità derivate dalla schiavitù, ma anche delle scuse ufficiali e dei risarcimenti, che, per inciso, sono stati accordati subito a tutti gli schiavisti in seguito all’abolizione della schiavitù agli inizi del diciannovesimo secolo. Più di cent’anni più tardi e dopo settant’anni di regno però, né Elisabetta né altri membri della famiglia reale hanno mai offerto ufficialmente delle scuse alle ex-colonie, né accordato risarcimenti agli abitanti caraibici odierni. Oltretutto, nel 2018 il cosiddetto scandalo Windrush, che ha visto almeno 83 persone per la maggior parte di origine caraibica, residenti nel Regno Unito da oltre mezzo secolo, essere detenute e deportate con la forza sotto il governo May, non ha migliorato i rapporti con i reami d’oltre oceano.

Il viaggio di William e Kate di questa primavera nei reami di Jamaica, Belize e Bahamas doveva quindi gettare acqua sul fuoco. Concepito come una commemorazione di monarca e monarchia per il Giubileo di Platino della regina, un altro degli obiettivi era quello di allontanare questi Paesi dall’idea di imitare le Barbados e diventare delle repubbliche. L’effetto sortito è stato esattamente il contrario: i reali hanno infatti dovuto evitare numerose proteste da parte dei caraibici, e per di più si sono fatti immortalare in anacronistiche immagini degne di un film d’archivio dell’impero: il principe e la principessa che fanno il cioccolato con i sudditi, ballano goffamente danze pseudo-tribali, salutano i bambini che stanno al di là di una grata.

Lo scandalo Windrush, il viaggio dei reali e la morte di Elisabetta hanno quindi agito da catalizzatori nel percorso verso la repubblica in diversi paesi dei Caraibi: il primo ministro di Antigua e Barbuda, subito dopo aver commemorato la regina, ha dichiarato che indirà un referendum per l’indipendenza durante i prossimi tre anni. Anche il presidente delle Bahamas ha dichiarato che presto ci sarà un referendum sulla monarchia nel suo paese. Nella Jamaica, inoltre, che quest’anno festeggia i 70 anni di indipendenza, un referendum sul nuovo re è previsto dalla costituzione, e il paese potrebbe essere il prossimo a diventare una repubblica parlamentare.

Un futuro incerto

Il futuro del Commonwealth delle Nazioni e soprattutto del reame è oggi un’enorme incognita. La corona inglese, caposaldo del soft power britannico, deve affrontare divisioni in casa propria e sulla scena internazionale, per cui il fascino fiabesco evocato dalle ricorrenze legate alla corona potrebbe non solo non bastare, ma anzi affievolirsi a poco a poco. Senza un ridimensionamento della pomposità della famiglia reale inglese, anche alla luce dei recenti scandali, verso un modello più pacato come quello scandinavo, i funerali della regina potrebbero essere l’inizio della fine per la corona. Se re Carlo e il regno tutto non trovano modo di accordarsi per un nuovo contratto sociale, il vecchio motto “divide et impera” su cui i monarchi britannici hanno costruito l’impero più grande della storia potrebbe ritorcersi contro la casa reale facendo volgere al tramonto il regno che non conosce notti.


Grottesco referendum e nuovi pericoli

Le fonti storiche e filosofiche della politica putiniana – fra razzismo e fascismo – ed i suoi più diversi esegeti e sostenitori 

Nel 2014, al momento dell’annessione della Crimea alla Russia, Vladimir Putin, distribuì ai suoi principali collaboratori alcuni scritti di Ivan Ilyin, il filosofo morto dimenticato in Svizzera e i cui resti il neo-zar aveva deciso di riportare e omaggiare in patria. Il pensatore più citato da Putin è lui, Ilyin: che si era scagliato contro “il fallimento di Dio”, aveva lodato Mussolini e Hitler, teorizzato il passaggio della sua patria ‘simbolo di spiritualità’ verso ‘una forma superiore di fascismo’, teorico dell’Eurasia come civiltà alternativa e superiore rispetto ‘alla minaccia spirituale ed esistenziale rappresentata dall’Occidente”. Putin deve aver molto apprezzato il fatto che il suo filosofo di riferimento “abbia valutato l’assenza dello Stato di diritto come una virtù russa”, sintetizza efficacemente Timothy Snyder, apprezzato storico delle tragedie caucasiche. 

Dunque, poco importa all’autocrate di Mosca se grotteschi sono stati i referendum con cui quattro regioni del Donbass sono state integrate nella madre Russia, esito scontato, percentuali stellari, e scintillante parata imperiale. Perfetto per un leader messo militarmente alle strette dopo aver sperato di occupare la capitale nemica con un blitz di una manciata di giorni. E poco importa se le auto-proclamate annessioni riguardino in realtà degli “Oblast” ancora in buona parte riconquistati dalla controffensiva di Kiev; se i votanti erano sollecitati ad esprimersi da funzionari accompagnati casa per casa da uomini armati; se le schede venivano raccolte in urne trasparenti; se centinaia di migliaia di abitanti di quelle aree erano già fuggiti abbandonando le regioni orientali;  se milioni hanno votato per la ‘storica svolta’ stando in Russia; se le truppe di occupazione non sono state certo accolte da folle entusiaste e plaudenti dopo che le loro case erano state distrutte; e se gli ‘osservatori internazionali’ (di certo neutrali) erano stati invitati dai capi scissionisti. Cristallino esempio di democrazia in salsa putiniana. 

Così come la falsa narrazione della minoranza russa che stava correndo il pericolo dell’estinzione, quando in realtà negli ultimi due-tre anni le vittime della guerra civile, iniziata dopo l’illegale autoproclamazione delle repubbliche, erano state poche decine; e l’altrettanto spiccia spiegazione che già c’erano stati 14.000 morti, senza mai specificare che le vittime si contavano su entrambi i fronti. Da otto anni soldati russi camuffati e con divise anonime (i cosiddetti ‘omini verdi’) presidiavano le regioni contese, con un po’ di milizie al seguito, tipo la Wagner, i paramilitari finanziati da Mosca. 

Paramilitari di estrema destra dai metodi spicci. Un loro ex comandante, Marat Gabidullin, che alla fine scrive nella sua biografia: “Lasciavo il Donbass con un sentimento di frustrazione e delusione. Mi ero reso conto in fretta di quanto fosse falsa e illusoria la presunta nobile causa che sosteneva di difendere gli interessi della Russia di fronte alle ingerenze di una potenza straniera ostile”.  Sicuramente un prezzolato da Nato ed Europa, per i sostenitori della ‘verità ufficiale’. E che dire del comandante ceceno Ramzan Kadyrov, il feroce alleato di Putin nella sanguinosa strage della sua gente, che oggi chiede all’amico di Mosca di sfoderare le armi nucleari tattiche (“a bassa intensità”, sic). Uno messo a regnare sulle macerie insanguinate di Grozny. Con ogni mezzo, ha del resto insistito Putin. Contro l’Occidente definito “demoniaco”.

Scritto per “laRegione”
Nell’immagine: Vladimir Putin e Ramzan Kadyrov


Il Tiranno alle corde

Le fonti storiche e filosofiche della politica putiniana – fra razzismo e fascismo – ed i suoi più diversi esegeti e sostenitori 


Gira e rigira è tutta colpa di chi si ammala

Le fonti storiche e filosofiche della politica putiniana – fra razzismo e fascismo – ed i suoi più diversi esegeti e sostenitori 

Se n’è parlato molto, in questi ultimi giorni dopo l’ennesima stangata che ha fatto schizzare nuovamente e pesantemente verso l’alto i premi fissati da Confederazione e casse malati per l’anno prossimo. Ne abbiamo parlato anche in questa sede con il contributo dell’economista Sergio Rossi e se ne sono occupati ampiamente tutti i media con articoli e commenti fra cui segnaliamo gli interessanti contributi [accesso a pagamento, ndr] di Patrizia Guenzi su “La Domenica” di ieri. La RSI vi ha addirittura dedicato, venerdi sera, una puntata speciale del settimanale “Patti Chiari”, meritoriamente coordinata anche con i programmi dedicati ai consumatori delle altre due principali reti televisive nazionali, SRF e RTS.

Proprio la trasmissione di venerdì sera è apparsa per molti versi emblematica nel descrivere quanto ciascun cittadino si trova di fronte come realtà con cui fare letteralmente i conti quando si tratta di salute. Lorenzo Mammone, con il suo indubbio mestiere, ha riunito tutti i maggiori attori ed interlocutori di questa intricata questione, dal Consigliere di Stato Raffaele De Rosa ai rappresentanti delle Casse Malati, dal vice-direttore dell’Ufficio federale della sanità alla presidente nazionale dell’ordine dei medici fino alla referente dell’Associazione delle consumatrici e dei consumatori. Insomma, c’erano proprio tutti, o quasi, ai massimi livelli, per un giro d’orizzonte completo che ci permettesse di capire perché debba andare a finire sempre così.

Anche i servizi proposti hanno toccato aspetti specifici particolarmente “scottanti”, come ad esempio il costo spropositato dei medicinali “generici” (con conseguenti affari miliardari delle multinazionali farmaceutiche) o il tema delle lobby a Palazzo federale, nella Commissione della salute, per esempio, infarcita di rappresentanti dei vari settori medici, paramedici e assicurativi.

Così, in due ore abbiamo assistito al giro di opinioni e di spiegazioni degli uni e degli altri, e si è acceso, logicamente, il “dibattito”, con dichiarazioni e controdichiarazioni, note polemiche, difese d’ufficio e chi più ne ha più ne metta. In pratica, ognuno ha fatto la sua parte, secondo un “copione” consolidato in cui il moderatore tanto moderato non è, ma giustamente provoca, girando e rigirando il coltello nella piaga, e con gli intervistati tutti sulla difensiva, tesi (come archetti di violino) a dar conto della bontà ed ineluttabilità delle proprie decisioni. 

Già perché se si pensava di ritrovare qualche ragione puntuale e specifica di quello che una volta di più, drasticamente, ci sta succedendo come potenziali o veri malati, davvero si è dovuti restare pazienti, nell’aspettare che qualcuno ci facesse capire qualcosa che non fosse che la colpa (se colpa c’è) è di qualcun altro. 

Sicché, il Cantone non può farci niente perché è una decisione della Confederazione; la Confederazione (con il suo Ufficio della Sanità) auspica che i costi della salute diminuiscano, perché sono quelli che determinano le quote che dobbiamo pagare alle casse malati, le quali si associano nel dire che loro fanno il possibile, ma se i costi di cure e strutture medico-ospedaliere continuano ad aumentare non possono fare altro (continuando comunque a gestire, così come trascurabile dettaglio, una riserva di circa 12 miliardi di franchi e dispensando stupendi stipendi ai loro CEO). 

E i medici, allora? Beh loro fanno i salti mortali, si attengono al Tarmed (tariffario delle prestazioni mediche) e sulla base di quello diagnosticano, emettono ricette o ospedalizzano, operano, possibilmente in forma ambulatoriale (che implica l’intervento esclusivo delle casse malati) perché a partire da una notte in clinica i costi se li assume per il 55% il Cantone. Lo stesso vale per la prescrizione di medicinali, molti dei quali, a detta di tutti, sono esageratamente cari, per buona salute delle farmacie.

Per finire il giro, si torna dunque al cittadino che ha in mano la ricetta del medico e che si procura i medicinali prescritti il cui costo è messo a carico della cassa malati. Quella che poi ci massacra di aumenti di premi a settembre per “colpa nostra”. Sì, perché fra le ragioni principali di questa catena infernale che porta ad un 9.2% in più per il Ticino, ci sono quelle “culturali”: non solo il Ticino è un cantone che ha il torto, per così dire, di essere “vecchio” (con un alta età media degli abitanti), non solo ha una densità di medici e di istituti superiore alla media svizzera, ma è anche fatto di cittadini/pazienti “viziati”, col marchio infamante di esigere cure e attenzioni mediche anche quando non è il caso, o di ottenerle quando non ce n’è bisogno.

Ecco, in fondo, fatto il giro d’orizzonte, anche nello studio di “Patti chiari”, nella nebbia delle argomentazioni contrapposte, fra scuse e giustificazioni dell’uno o dell’altro, alla fine, a profilarsi come soluzione c’è che tocca a noi cambiare le nostre abitudini, perché gli “altri” ( cui ci affidiamo per guarire) fanno tutti del loro meglio e diversamente, per loro, non può andare. 

Tocca a noi, appunto, perché nell’ambito della salute siamo addirittura artefici di una sorta di “anomalia delle leggi economiche”, per cui (contrariamente a quanto avviene di regola) qui l’offerta condiziona la domanda, e allora ci spetta richiamare doverosamente all’ordine il medico che ci manda a fare una Tac dicendogli: no, è inutile non la faccio, perché devo risparmiare! E quel medicinale non lo prendo, resisto al dolore stoicamente, per aiutare la nostra economia, perché lo so, sono un viziato, culturalmente propenso ad ingigantire i problemi di salute e a fasciarmi la testa (anzi a farmela fasciare, naturalmente).

Certo, siamo alle forzature, anche in queste considerazioni. Ma la domanda cruciale resta, piuttosto bruciante (anche se tenuta sotto l’acqua fredda): gira e rigira è poi davvero sempre esclusiva colpa nostra? Non esiste alcun altro margine perché autorità politiche, aziende farmaceutiche, organizzazioni sanitarie, casse malati, ordini medici, possano fare la loro parte? Con una logica forse eccessiva, magari anche un po’ retorica, ma utile per intendersi, verrebbe da chiedersi, per esempio e ancora: io devo pagare sempre di più mentre i lobbisti in Parlamento possono andare avanti a bocciare ogni misura che potrebbe alleviare il costo dei miei premi perché, come ha affermato a “Patti chiari” uno di loro, “la pensione me la pagano le casse malati per cui lavoro”? Qui, davvero, rischiano di girare non solo le opinioni.

A questo punto, e qui finiscono ipotesi ed eccessi, verrebbe da proporre una misura molto semplice, potremmo dire “sicura”: per abbassare drasticamente i premi non ci resta che morire, possibilmente giovani e di colpo. Gira e rigira, parrebbe così. Ma non è una bella prospettiva.


Ueli Maurer, l’ora del congedo e di ricordi spiacevoli

Le fonti storiche e filosofiche della politica putiniana – fra razzismo e fascismo – ed i suoi più diversi esegeti e sostenitori 

“Il maestro della provocazione lascia”, titola una testata on-line d’oltre Gottardo commentando le dimissioni di Ueli Maurer. E qualcosa di provocatorio c’è anche in un’affermazione almeno della sua conferenza stampa di congedo. Quando afferma di essere preoccupato per “l’unità sociale” del paese, in sostanza di una frattura che potrebbe provocare la contrapposizione fra svizzeri di serie A e di serie B. Detto da un ministro delle finanze e dell’economia che si è dimostrato un rigido guardiano dell’ortodossia liberista, di un concetto dei ‘conti a posto’ in una versione che deve lasciare le cose come stanno, di proposte fiscali (anche bocciate in votazione popolare) sempre e unicamente favorevoli agli ambienti imprenditoriali e finanziari. 

Provocatore anche quando il ministro e tesoriere della nazione più ricca del mondo, nella primissima fase della pandemia pensò di mettere sul tavolo una miseria, alcune decine di milioni di franchi, per fronteggiare lo tsunami economico provocato dagli effetti del virus, convinto poi dai colleghi di governo che ci sarebbe voluto di più, molto di più per evitare che la nazione finisse sul lastrico; e varò comunque una serie di misure anti-crisi con la preoccupazione innanzitutto di mettere al riparo da ogni preoccupazione il settore bancario. 

Dichiarò in seguito che i provvedimenti anti-Covid “bruciano sei milioni di franchi all’ora” per ogni cittadino della Confederazione, un approccio statistico assolutamente distorto nel metodo e nella sostanza, come evidenziò con altri accurati calcoli e inconfutabili paragoni Silvano Toppi su queste pagine. In realtà, con quell’affermazione dal sapore apocalittico Ueli Maurer voleva con tutta evidenza lanciare un sasso (anzi, un masso) politico con cui segnalare la sua strisciante opposizione a una strategia dello stesso governo di cui faceva parte, che rimproverava di approccio eccessivamente allarmato sul piano sanitario, quindi anche dei provvedimenti da adottare, ritenuti troppo radicali e dannosi per l’economia del paese. “Strappo” che diventò plateale quando, indossata la maglietta bianca  e infilatosi in una sfilata dei “Freiheitstrychler” (quelli dei campanacci), contestò la strategia dei colleghi dichiarando che “il Consiglio federale si comporta come Dio, e in Svizzera c’è una crisi di leadership”. 

Insomma, la ‘dittatura sanitaria’, esattamente l’accusa rivolta dal suo partito UDC, alle cui tesi ha spesso rivolto la sua attenzione e sensibilità anche da consigliere federale. In qualsiasi altra nazione un’affermazione del genere avrebbe provocato una crisi all’interno del governo; non a Berna dove il Consiglio federale (sull’unica interpellanza, quella dei socialisti, e nello stridente silenzio generale degli altri schieramenti) si limitò a un incredibile ‘no comment’ , nonostante si trattasse di una totale, palese, grave contraddizione di una regola della collegialità sempre più fragile, come ha spesso sottolineato la stampa. Regola che del resto è risultata spesso stretta al consigliere federale dei democentristi, soprattutto dopo il passaggio dal dipartimento della difesa (dove fu spesso impacciato, spaesato e disapprovato dal popolo, è il caso dell’aereo da combattimento svedese Gripen) al super-dipartimento dell’economia. 

Non è dunque un caso se, pur non contestando il diritto dell’UDC al secondo consigliere federale, il partito di Centro ha fatto sapere che questa volta si aspetta un interlocutore corretto e fedele al principio della collegialità. E probabilmente nemmeno è un caso che Magdalena-Martullo Blocher, consigliera nazionale figlia del leader storico e ideologico del partito, capofila dell’ala più  dura e radicale, abbia annunciato di non essere interessata alla successione di Ueli Maurer. Anzi semplicemente di ‘Ueli’, come ha detto di voler essere chiamato in futuro dal ‘popolo sovrano’.


La rivoluzione digitale: un mito da smitizzare?

Le fonti storiche e filosofiche della politica putiniana – fra razzismo e fascismo – ed i suoi più diversi esegeti e sostenitori 

Come ogni autunno, si approssimano gli Swiss Digital Days, che in Ticino si svolgeranno tra Bellinzona e Lugano il 4-5 ottobre e già promettono, tra le tante altre cose, di svelare tutti gli arcani attorno agli ultimi ritrovati della tecnologia informatica: criptovalute, blockchain, NTF (non fungible token) e soprattutto Meta, il nuovo universo virtuale che dovrebbe portare Facebook e Instagram – e assieme ai social di Zuckerberg tutta una serie di altri attori istituzionali e commerciali – ad un livello di interazione uomo-macchina mai visto prima d’ora, in quello che potrebbe essere un nuovo cambiamento di epoca e di paradigma. Finiti gli Swiss Digital Days sarà poi la volta del Premio Möbius, il 14-15 ottobre nell’Auditorium dell’USI a Lugano, dedicato quest’anno al fenomeno crescente dell’odio in rete.

Si tornerà insomma a parlare diffusamente di digitale, per cercare di leggere un fenomeno in crescita esponenziale e sotto gli occhi di tutti, con risultati piuttosto sorprendenti nei più diversi ambiti. Per fare soltanto un esempio, in alcune scuole materne del Canton Ticino si è iniziato da poco a utilizzare automi del tipo “Blue-Bot”, sorta di cagnolini robotizzati capaci di interagire con i bambini per favorirne la socializzazione o per aiutarli a prendere confidenza con le dimensioni spaziali. Musica del presente che già suona con gli accordi del futuro.

Un’ottima guida per tornare a riflettere sulla rivoluzione digitale, con la giusta dose di dissacrazione e una quantità di dati e di fonti degna della migliore ricerca storica, è quella offerta da Gabriele Balbi, docente di Media Studies all’USI, nel suo recente libro L’ultima ideologia, pubblicato da Laterza la scorsa primavera.

Dando per acquisita la rivoluzione digitale in quanto tale, l’autore dedica ampio spazio alla verifica del modo in cui questa è stata raccontata negli ultimi decenni dai suoi principali attori (pionieri della tecnologia informatica, CEO di grandi aziende, esperti di marketing, politici, giornalisti), giungendo alla sorprendente conclusione che il digitale, più che una scienza, finisce per assomigliare piuttosto a una specie di religione, fatta di guru (da Steve Jobs a Bill Gates, da Sergey Brin a Elon Musk), di santuari (la Silicon Valley), di visioni forzatamente ottimistiche e persino di reliquie, infedeli ed eretici.

La smitizzazione operata da Balbi, in un pamphlet che si legge con gusto e volentieri, ha l’obiettivo di suggerire una consapevolezza e una pacatezza che potrebbero aiutarci a considerare in modo critico alcuni sviluppi futuri, ricordandoci nel contempo quanta parte di questa “rivoluzione”, vera o presunta, abbiamo invece accolto indiscriminatamente in passato, finendo per partecipare noi stessi, utenti-consumatori, a un discorso retorico a tratti vuoto di contenuti reali. L’impressione suggerita dal libro è che non solo le principali aziende hi-tech, che hanno naturalmente i loro interessi, ma anche la politica non sia veramente disposta ad avanzare dubbi in questo senso, provando cioè a sfatare il mito che il “digitale” sia la panacea di tutti i mali del mondo.

Metteva il dito nella piaga, in un aneddoto richiamato da Balbi, un profeta semi-pentito come Bill Gates, che di fronte agli investimenti di Google per potenziare la rete internet in molti Stati africani, nel 2013 ammetteva provocatoriamente che, “pur essendo un grande sostenitore della rivoluzione digitale e del collegamento dei centri di assistenza sanitaria di base e delle scuole, quando un bambino ha la diarrea [a causa della malaria], non c’è un sito web che possa aiutarlo”.

Non affrontati direttamente dal libro, ma suggeriti in filigrana, sono invece quegli aspetti dell’evoluzione digitale che più si collegano all’esercizio della democrazia: aumentano a dismisura gli smartphone, ma non procedono di pari passo i progetti statali intesi a favorire una necessaria alfabetizzazione informatica, per non parlare dell’auspicata introduzione dell’identità digitale o del voto elettronico. Mentre chiudo la busta “E-Tax” con il foglio di carta che riassume la mia dichiarazione dei redditi per il 2021, prima di infilarla in qualche cassetta gialla delle Poste, mi dico che anche in Ticino abbiamo ancora molto da pedalare.

Il volume di Gabriele Balbi sarà presentato martedì 4 ottobre alle ore 18 alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano, nell’ambito del ciclo “Forme del vivere”. L’autore dialogherà con Milena Folletti, già dirigente RSI e oggi nuova Delegata cantonale alla transizione digitale.


Per Gli 80 anni di Altan

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Di Giovanni Tartaglia, The Vision

Un uomo e una donna si parlano senza guardarsi, hanno le palpebre calate, stanche. Due battute di circostanza, una critica sottile dietro quelle poche righe su fondo bianco – rullo di tamburi, piatto. La comicità delle vignette di satira è la cosa più vicina alla stand up comedy, specialmente per quanto riguarda quelle di Altan. Lasciano l’amaro in bocca. In un’intervista del 2019 in occasione del Lucca Comics and Games, una delle più importanti fiere di fumetto e animazione d’Italia, Altan ha dichiarato che la satira ha perso il suo ruolo di attacco al potere e barattato questo suo “moto creatore” per diventare un mezzo attraverso il quale riconoscersi nelle idee degli altri, grazie alla sua capacità intrinseca di farci sentire un po’ meno soli. La storia della satira nel nostro Paese conferma l’analisi di Altan e cercare un motivo dietro questo “atto di fede” è ciò che anima oggi i superstiti di questo genere, nel tentativo di portare le loro storie e le loro critiche al grande pubblico.

L’inserto satirico una volta era l’articolo di fondo, quello che non tutti leggevano e doveva servire come approfondimento a coloro che lo cercavano tra le pagine del quotidiano. Una sorta di messaggio in codice tra individui deliberatamente attenti ai dettagli. Oggi questa logica è stata rovesciata e si dedica alle sporadiche vignette anche una pagina intera, tra le prime del giornale – è indubbio però che le vignette di satira, pur avendo guadagnato in visibilità, abbiano perso il loro ruolo. Si potrebbe dire infatti che la satira sia stata ufficializzata anche dalle testate più tradizionali e sia diventata così un semplice pretesto per graficizzare i contenuti presenti nel resto dell’editoriale. Non è però sempre stato così.

Storicamente parlando, la satira ha avuto un ruolo importante di emancipazione culturale. A fine anni Settanta in Italia stavano emergendo alcune delle riviste che avrebbero poi fatto la storia della satira moderna: per prima Il Male, pubblicata per la prima volta nel 1978, dissacrante creazione del visionario Pino Zac, diventata vero e proprio fenomeno di costume anche grazie all’intuizione delle copertine che parodiavano le prime pagine dei quotidiani, esagerandone titoli e notizie – come ad esempio per il caso della notizia di Ugo Tognazzi arrestato con l’accusa di essere il capo delle Brigate Rosse, prima ancora che le fake news fossero cosa nota. La rivista fu il trampolino di lancio per vignettisti come Vincino (Vincenzo Gallo), Angese o l’immortale Andrea Pazienza, ma anche Tamburini, Scozzari e Igort. A raccogliere l’eredità intellettuale del Male dopo la sua chiusura nel 1982 fu poi Frigidaire, che aveva iniziato a pubblicare nel 1980, per idea di Vincenzo Sparagna  – già direttore de Il Male dopo Pino Zac. Frigidaire era caratterizzata da una marcata vena fumettistica rispetto alla sua predecessora spirituale, che invece si era distinta per una tendenza più didascalica, con messaggi brevi e diretti al pubblico, che si sarebbero rivelati fondamentali per il suo successo, specialmente tra il 1978 e il 1979.

In quegli anni la satira era una cosa molto seria, tanto da costare ad alcuni collaboratori delle già citate riviste querele, difficoltà giudiziarie e, negli anni più caldi della Prima Repubblica, anche visite in questura per il sospetto di contatti con il terrorismo. Nel frattempo i quotidiani facevano incetta di questi artisti dando loro sempre più spazio tra le loro pagine e talvolta l’intento era proprio quello di creare scalpore e generare dibattito in un mondo non ancora saturo di contenuti come quello di oggi. La presenza di un mondo editoriale culturalmente impegnato come in quegli anni aveva dato adito ad artisti e “liberi pensatori” di tentare la strada della pubblicazione, indipendentemente dalla schiettezza delle proprie vignette.

Tra fumettisti poliedrici socialmente impegnati Altan era un outsider. Nato nel 1942, di origini trevigiane, Francesco Tullio Altan, noto più semplicemente come Altan, aveva studiato presso la facoltà di Architettura di Venezia per poi abbandonare gli studi e trasferirsi in Brasile, lavorando come scenografo. Riservato, misterioso e allergico alle comparse televisive, aveva pubblicato poi le sue primissime vignette per i bambini su un quotidiano locale di Rio de Janeiro, nel 1970, per poi dedicarsi alla pubblicazione sull’italiana Linus quattro anni dopo grazie all’intuizione di Oreste del Buono, al tempo direttore. Linus aveva visto la luce nel 1965 ed era una vera e propria antesignana delle riviste a fumetti pensate per il pubblico adulto, con una forte impronta politica. Non a caso, fu proprio lì che Altan iniziò la sua ascesa nel mondo della satira, dando vita a Trino, un dio dall’atteggiamento impiegatizio impegnato nella creazione del mondo. In Trino, che era tra i primi esperimenti dell’autore, si riscontrano molti degli elementi che saranno poi parte dell’immortale operaio metalmeccanico Cipputi, che comparirà sempre su Linus, rivista di cui nel 1976 Altan diventerà collaboratore permanente.

Un anno prima, poi, sul Corriere dei Piccoli era spuntata dalla penna di Altan una cagnolina a pois che sarebbe poi diventerà un fenomeno di costume: la Pimpa. Questo personaggio, al quale Altan rimarrà legato per il resto della sua carriera fino a oggi, era stato creato dall’artista per divertire la figlia. Un’idea semplice, assolutamente funzionale all’immaginazione dei bambini, che racchiude in sé i caratteri dell’infanzia, i colori e l’apertura mentale che caratterizza questa fase della vita. Diversamente dagli adulti delle sue vignette satiriche, infatti, la Pimpa affronta la realtà in piena libertà, in modo spensierato, riponendo una grande fiducia verso il mondo e riuscendo a comunicare senza fatica con esso. Una dicotomia, quella creata da Altan, tra il mondo felice e colorato della Pimpa e quello grigio e malinconico della sua produzione per adulti, che sembra marcarsi ulteriormente quando si entra nell’ambito dei suoi romanzi a fumetti.

In questa seconda produzione di Altan i personaggi raccontano i nostri difetti, le nostre disillusioni: una società sempre in bilico verso il decadimento, tristemente attaccata al buoncostume e in preda alle nevrosi. Cuori pazzi, Macao e Colombo sono solo alcuni dei romanzi a fumetti più profondi e introspettivi dell’autore, che negli anni è stato in grado di variare la propria produzione dalla satira politica, ai romanzi a fumetti, finanche alla già citata letteratura per bambini, mostrandosi assolutamente capace di destreggiarsi in ognuna di esse.

 

In Macao, un racconto a fumetti pubblicato sulla rivista Corto Maltese nel 1984, Altan si lancia in un racconto di stile spionistico ambientato durante la guerra del Vietnam, con al centro della narrazione il personaggio di Ada, comparsa cinque anni prima in un volume unico. In Macao la caratterizzazione dei personaggi e la loro psicologia gioca un ruolo chiave all’interno della narrazione, tanto che l’intera trama si dipana attraverso i dialoghi degli stessi, accompagnati da uno stile decadente. Anche in opere ugualmente complesse, come per il caso di Colombo, pubblicato per la prima volta su Linus, nel 1987, si ritrova questo senso del sudicio e dello squallido, come ad esempio nel rapporto tra Colombo e i suoi uomini, privi di ideali, oltre che corrotti e avidi. Questo è uno dei fili conduttori dei racconti a fumetti di Altan. Tra le frequenti gag (perché alla fine è di umorismo che si sta parlando) si legge chiaramente l’intento di Altan di rappresentare una realtà scevra di buonismo post-romantico, rappresentando con precisione una storia non romanzata e altamente educativa, perché carica di una vivida critica sociale nei confronti della civiltà occidentale, colpevole di aver sterminato gli indiani d’America.

La realtà è che il profondo senso di introspezione di Altan si ritrova anche nelle vignette più brevi e concise. In un personaggio a tratti banale come Cipputi si racchiude molta della produzione satirica dell’autore, la sua capacità di dar voce a una determinata platea di persone, di trasmettere quel senso di empatia, tristezza, che più che una vera critica sociale sembra altresì una seduta di autocoscienza. L’idea dietro Cipputi è quella di rappresentare l’uomo medio in tutte le sue sfaccettature, anche nella sua capacità di rassegnarsi al corso degli eventi. Sta proprio in questo il talento di Altan, nella sua capacità di rimanere sul confine rispetto alle tematiche della vita politica, accettando il cambiamento della società e adattando le sue vignette a essa. Non è questione di essere politicamente corretti, o scorretti, ma di saper leggere la contemporaneità fornendo spunti di riflessione a una platea molto vasta di persone che ricerca, in quelle vignette di satira, un messaggio.

Altan rappresenta una parte di quella schiera di intellettuali attivi principalmente a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta che hanno fatto la storia del nostro Paese in questa arte e che oggi sono ancora in grado di osservare, capire e dialogare con un mondo che almeno nelle forme si è voluto ed è in rapido mutamento. Diverse volte, nel corso delle interviste, Altan ha fatto riferimento a se stesso come a una figura lontana dal web e ancora legata a mezzi tradizionali, riconoscendo di non essere capace a pieno di comprendere il lavoro dei fumettisti della nuova generazione, perché legati a un mondo estremamente più rapido e veicolato da strumenti e tipologie di linguaggio a cui non è abituato, pur riconoscendo il talento alla base del loro lavoro. Ciononostante, Altan è riuscito a reinventarsi negli anni, e a mantenere il suo piglio critico indipendentemente dal fatto che la società stesse cambiando rapidamente, tanto da sopravvivere a molti altri fumettisti della sua epoca, alcuni per certi aspetti più talentuosi nel disegno, ma sicuramente meno capaci di lui nell’interpretare la realtà.

La satira è uno strumento importante per un Paese democratico. La sua diffusione permette di tracciare i confini della libertà individuale, fornendo un banco di prova all’opposizione politica e alla critica sociale. Se è vero che, come dice Altan stesso, la satira ha perso il suo ruolo di agitatore sociale, si può dire con certezza che, quando ben fatta, essa ha mantenuto il suo ruolo nella rappresentazione dell’opinione comune. Le vignette di Altan sono una testimonianza, una descrizione rappresentativa dell’Italia contemporanea. Nei suoi personaggi si ritrovano le persone comuni, il prototipo dell’omuncolo che quotidianamente affronta il proprio supplizio quotidiano, marcato nelle sue false e vacillanti certezze, influenzato dai media e al contempo artefice inconsapevole del destino del Paese in cui vive. Il suo è un invito a cercare di comprendere a fondo il ruolo che abbiamo in quanto individui nella modernità: Esattamente come nei suoi disegni, non esistono differenze tra il politico e l’impiegato. Nelle vignette di Altan, prima o poi, dovremmo rispecchiarci tutti.