Ai piedi della diga

 

BLU

Sei morta lì. Ai piedi di una diga, senza un perché.
Dicono che sei morta di droga, Blu. Ma non è vero. Sei morta di paura, di tristezza, di insicurezza e di solitudine.
Sei morta sola in mezzo a cento ragazzi come te, che non sapevano che fare. Che sono come te. In un posto che non c’entra niente con te.

Che magari, magari. Se c’era un posto più vicino a te, un posto raso al suolo, non morivi. Magari.

Sei morta perché credevi di avere una Missione ma non sapevi quale. E comunque credevi di non esserne all’altezza.

Blu, non ce ne sono di missioni.
E, Blu, andiamo tutti a tentoni. Tutti. Anche se facciamo finta che no. Anche se abbattiamo i posti in centro dove fare i rave.

Capiscici, Blu. Capiscici: domani ci dobbiamo alzare e andare a lavorare.

Però, te lo dico, questa cosa di essere all’altezza, di essere giusti, di essere utili e importanti, Blu, è una cazzata. Te lo dico adesso. Te lo dico anche se è troppo tardi.
I cadaveri dell’ultimo barbone di New Dehli e del Presidente del Mondo per i vermi hanno esattamente lo stesso sapore.

Dice che prendevi le droghe, ma non si chiede perché le prendevi. Dice che non avevi un vero lavoro, che eri ai margini. Ai margini di che?

Siamo così bravi a darvi regole. Ma le regole sono la morte del buonsenso. Rientra per mezzanotte. E se perdi una scarpetta, la troverà un Principe Azzurro che ti picchierà e ti violenterà.

Le regole. Dare una regola costa 1. Dare un principio costa coraggio, costa fatica, e implica il mettersi in gioco. Ma le regole ci permettono di non prenderci responsabilità. Di non essere consapevoli, di non cedere all’ironia. Sono comode, le regole.

Blu, non hai sbagliato. E nemmeno i ragazzi che stavano lì hanno sbagliato, Blu.

Hanno sbagliato quelli che hanno fatto i blocchi a valle. Quelli che sapevano, ma a salir su era troppa fatica. E abbiamo sbagliato noi.

Consapevolezza, responsabilità, ma soprattutto ironia. Dovevamo insegnarti a vedere il lato buffo della vita, Blu. Perché senza ironia non viviamo mica, al massimo sopravviviamo. Male.

Vi sommergiamo di esami, di prove, di voti e di giudizi. Per essere pronti. Per essere efficaci, e produttivi, e utili alla società.
Ma a te servivano risposte. Blu. Spiegazioni, fili da seguire.

Non ce ne sono, Blu. Quelli che vedi, quelli che hanno successo, hanno paura quanto te. Io ho paura quanto te.

L’unica risposta è che noi, noi vecchi, noi Membri Costruttivi della Società, di risposte non ne abbiamo.

Bastava dirtelo.

Invece sei morta, ai piedi di una diga, uccisa da un punto interrogativo.


Andrea, l’ultimo degli Agnelli se ne va: fine di una dinastia

 

È un vero colpo di scena, quello delle dimissioni del CdA della Juventus in corpore, presidente compreso, perché la gloriosa dinastia Agnelli, il 24 luglio 2023 celebra il centenario della fondazione del «Gioiello di famiglia»; quella Juventus che serviva da biglietto da visita e anche da legame fra il ‘Padrone’ e le maestranze, a partire dal 1923, quando Edoardo fonda

la Juventus, per finire con Andrea erede di Umberto e di suo zio Gianni;  prestigio, marchio di fabbrica e ‘oppio’ per il popolo dei lavoratori che si identificano con la squadra del Padrone.

Ora: perché azzerare il Consiglio d’ amministrazione? Perché cancellare il nome Agnelli – anche se il padrone resta il cugino Elkann, che ha subito nominato Presidente Gianluca Ferrero? Perché due spade di Damocle pendono sulla testa del Club: la prima  è un’inchiesta per «false comunicazioni sociali, false comunicazioni ai mercati, ostacolo alle autorità di pubblica vigilanza, uso di fatture per operazioni inesistenti». In soldoni: i club calcistici si inventano valori eccessivi per il proprio  capitale-giocatori, e si inventano incassi eccessivi per le vendite: il tutto per rimanere nei parametri del fair-play finanziario: non possono  spendere molto di più di quanto hanno in cassa.

Naturalmente la pratica è corrente, questi trucchi contabili sono frequenti, ma da nessuna parte in uso come alla Juve; su 62 irregolarità riscontrate nei vari club, 42 sono a carico della Juve, che non ha mai accettato di perdere il suo dominio storico.

La seconda spada di Damocle è la conseguenza di questa scuola di pensiero, pensiero «da razza padrona»: se non vinco la coppa dei campioni malgrado gli 80 milioni spesi per Higuain, gli 85 per De Ligt, gli 81 per Vlahovic, i 100 per Ronaldo (più i 30 milioni di paga annuale) non mi resta che la fuga in avanti: la fondazione di una Superlega Europea con una ventina di squadre fisse a dividersi l’enorme torta dei diritti televisivi, operazione che ha visto in prima fila Agnelli, assieme al presidente del Barcellona Laporte, e a quello del Real Madrid Perez.

Operazione che è stata un’autentica pugnalata alle spalle dell’ Uefa, e dell’intero calcio europeo, alle spalle dello sport e dei suoi valori  primordiali, della sua ragione d’essere: la speranza di vincere concessa a tutti, nobili e plebei;  oltre tutto portata avanti da un uomo, Agnelli, che rappresentava i club europei ed era il vice del presidente Ceferin, che naturalmente ha reagito. 

Ora è pendente il giudizio della Corte Europea, che tarda in modo sospetto e che dovrebbe arrivare a febbraio; una sentenza epocale. O la vecchia Europa cancella il progetto o il calcio, lo sport, non sarà più tale. Sarà a circuito chiuso, dove si affronteranno sempre le solite  squadre: «vengo anch’io, no tu no!».

Juventus, Barcellona e Real Madrid dicono di battersi contro un monopolio, quello dell’Uefa. Il loro agente, Bernd Reichert è a Bruxelles per difendere il progetto: contatta i deputati ultraliberisti che vorrebbero privatizzare anche Europei e Mondiali e darli in mano con regole nuove a Netflix e soci: a quando la privatizzazione del Vaticano e del Papa? Che sia televisivo, che aumenti gli indici di ascolto, che faccia cassa. Ma la Corte Europea potrebbe non accontentarsi di dichiarare irricevibile, contrario a tutte le carte europee, il progetto privato: potrebbe – spero lo faccia – punire i 3 club, escludendoli per un anno, per esempio, da ogni competizione europea o appioppando loro forti multe.

Agnelli ha dovuto sciogliere gli ultras ‘Viking’ e ‘Drughi’ infiltrati dalla Mafia, diretti da Dino Mocciola, a piede libero dopo 12 anni di carcere per omicidio; è stato messo sotto inchiesta con l’accusa di aver «partecipato personalmente, in alcune occasioni, a incontri con la malavita organizzata»; non ha mai accettato la perdita di due scudetti tolti per le malefatte del direttore generale Luciano Moggi, condannato a 2 anni e 4 mesi di carcere per associazione a delinquere perché ‘comprava’ gli arbitri: un comportamento non da alto dirigente, ma da ‘ultras’, anzi, da uno che pretende di essere sopra la legge.

A lungo, alla Juventus tutto è stato perdonato: di recente anche il goffo tentativo di falsificare l’esame di italiano dell’uruguaiano Suarez, per poterlo ingaggiare secondo le nuove norme.

Ora i nodi vengono al pettine. Un brutto momento per l’intero Paese, non solo per la Juve e la famiglia Agnelli.  Con Andrea tramonta una dinastia, spesso paragonata ai Kennedy americani, che in passato ha avuto ben altro stile. Fermo restando il suo ruolo ‘padronale’.

Nell’immagine: murale della street artist Laika MCMLIV contro il progetto di Superlega


Sergej Bondarenko, Memorial e le voci della resistenza russa

 

Di Guido Caldiron, il manifesto

È «l’ultima dichiarazione» che spetta agli imputati nell’aula di un tribunale, una parola libera in un Paese che non conosce più il pluralismo, il diritto al dissenso e all’opposizione. E che da dopo l’invasione dell’Ucraina, il 24 febbraio scorso, considera ogni voce critica alla stregua di un nemico. Da reprimere, neutralizzare, cancellare. I testi riuniti in Proteggi le mie parole in libreria da domani per e/o (a cura di Sergej Bondarenko e Giulia De Florio, prefazione di Marcello Flores, pp. 178, euro 16,50) raccontano la Russia di Putin attraverso venticinque testimonianze che, lungo gli ultimi cinque anni, tracciano l’orizzonte di una resistenza che continua pur tra mille difficoltà e rischi.

Sono le dichiarazioni pronunciate da imputate e imputati in processi politici svoltisi nel frattempo nel Paese: voci note come quelle di Aleksej Naval’nyj o dello storico Jurij Dmitriev, di una ex deputata o di un militante anarchico, ma anche di tanti uomini e donne comuni che devono rispondere di una protesta di strada, di un cartello contro la guerra agitato sulla pubblica via. Come gli scritti raccolti nei samizdat dell’epoca del dissenso al regime sovietico, si tratta di testimonianze di prima mano di ciò che le autorità e il potere putiniano negano o cercano di rendere invisibile: la violenza, la repressione, la censura, la stessa guerra in Ucraina.

Uno scenario che si intreccia non a caso al tentativo di controllare il passato della storia russa, rimuovere i crimini staliniani e le ombre che continuano a proiettare sul presente. Come segnala Sergej Bondarenko, classe 1985, uno degli storici dell’associazione Memorial, sorta negli anni Ottanta su iniziativa dell’ex dissidente Andrej Sacharov per documentare l’orrore dei gulag e delle persecuzioni politiche nell’Urss, che il regime di Putin ha messo al bando proprio alla vigilia della guerra in Ucraina. A Memorial è andato quest’anno il Nobel per la pace.

Nell’introduzione lei fa riferimento al passato di repressione dell’Urss e al celebre caso dei dissidenti Daniel – Sinjavskij. Nella Russia di Putin si è tornati a quel clima, al tentativo di annichilire ogni voce libera?

Assolutamente. Anche se in realtà si potrebbe sostenere che il clima non sia mai cambiato del tutto: ne abbiamo solo conosciuto delle fasi diverse ai tempi di Eltsin o nei primi anni di Putin. Si può iniziare dall’idea stessa di «sistema giudiziario indipendente», che in realtà non era assolutamente tale in epoca sovietica e ne è una sorta di parodia in questo momento. Si può comunque sostenere che la situazione è peggiorata molto negli ultimi 10-12 anni del mandato di Putin. Anni nei quali, inoltre, non è più presente alcuna opposizione legale in parlamento. Già dai primi anni 2000 l’opposizione era sotto pressione, ma almeno a quel tempo se ne vedeva un po’ in tv grazie alle manifestazioni politiche che venivano organizzate. In questo momento non c’è quasi nulla: la resistenza contro la guerra è molto coraggiosa, ma si fa notare a malapena fuori da Internet. Le ultime parole che gli imputati possono pronunciare in tribunale diventano così l’unica forma di discorso politico pubblico nella Russia di oggi.

Perché le autorità hanno deciso di mettere al bando Memorial, nata per documentare la repressione di epoca sovietica: nascondere i crimini del passato serve per controllare il presente e rendere possibile che tutto ciò accada ancora?

Credo si tratti di parte del processo che ho già cominciato a descrivere. Ancora 10 o 12 anni fa si poteva pensare che l’avvento di Putin potesse offrire qualche chance al Paese. Ora ci rendiamo conto del contrario: abbiamo conosciuto alcuni anni di speranza durante l’ultimo periodo della Perestrojka e il mandato di Eltsin e prima della guerra cecena. Dopodiché si è arrivati lentamente alla situazione che si vive attualmente. Per Memorial è accaduto lo stesso: all’inizio l’associazione si occupava del passato sovietico, solo che questo si è trasformato molto rapidamente nel nostro presente. E per certi versi, il presente è persino peggiore dell’ultima fase sovietica: ora non abbiamo solo prigionieri politici, abbiamo omicidi politici, abbiamo la guerra. Dall’inizio degli anni ’90 Memorial lavora in due diversi campi: sul piano storico e su quello della difesa dei diritti umani oggi. Solo che in questo momento tali piani sembrano coincidere: stiamo rivivendo i nostri peggiori incubi. Quindi che si sia voluto liquidare Memorial non è così sorprendente se la si guarda dal punto di vista del regime che vuole fermare tutti coloro che possono contestare pubblicamente la versione propagandistica ufficiale della guerra.

Cosa ha rappresentato per Memorial e l’attività che svolge il fatto che l’associazione sia stata insignita del Premio Nobel per la pace? E di questo riconoscimento che eco si è avuta in Russia?

Non posso parlare a nome di tutti, da dopo i mesi passati in tribunale e la messa al bando dell’associazione, per me ha rappresentato un segno di vita. E la cosa più importante è che non è stata premiata solo Memorial ma 3 organizzazioni attive in Ucraina, Bielorussia e Russia. Ovviamente continueremo il nostro lavoro dentro e fuori la Russia e il Nobel è solo uno dei segnali di incoraggiamento che è arrivato insieme ad altri. Sappiamo che la Russia non è solo Putin e il suo governo. Con il Nobel, Memorial è in buona compagnia, accanto a Pasternak, Solzhenitsyn, Sakharov e Muratov: anche tutti loro sono stati messi sotto pressione dal regime prima e dopo aver ricevuto il premio. Ora dobbiamo solo essere all’altezza delle aspettative.

Le dichiarazioni raccolte nel libro non contengono solo informazioni legate ai singoli casi, ma sono un’occasione per denunciare la situazione del Paese, la violenza subita dagli oppositori, la guerra. Si può parlare di questi testi come di voci della resistenza russa contro il regime?

Senza dubbio. Come spiegavo, lo consideriamo uno degli ultimi modi per dire qualcosa pubblicamente, in un contesto «ufficiale», che resti a verbale. L’idea che si possa parlare liberamente in un tribunale quando per altri versi tutto ciò è completamente vietato o soggetto a censura rappresenta una sorta di problema tecnico che si verifica dentro un sistema. Del resto, è una vecchia tattica di guerriglia quella di rivoltare il sistema contro se stesso e provare a dire qualcosa di vero usando a tal fine le contraddizioni dei meccanismi repressivi.

Gli ultimi testi sono stati raccolti nei tribunali dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina: cosa è cambiato da quel momento per la società russa e per coloro che si battono per la libertà e il rispetto dei diritti umani?

L’intero sistema in cui ci muovevamo è crollato. Siamo privati delle cose più semplici – non puoi dire che sei contro la guerra o pacifista (o anche che vuoi che la guerra finisca con la vittoria ucraina, qualunque cosa significhi). Molte persone hanno lasciato il Paese, per il momento con la speranza di tornare. Molti dei miei colleghi sono rimasti in Russia e continuano il loro lavoro e anch’io sto cercando di fare lo stesso: dall’inizio della guerra ho trascorso sei mesi in Germania e due in Russia. Vivo fuori dal Paese da agosto, ma quel che posso dire della Russia è che proprio il tentativo di costruire una mobilitazione dopo il 24 febbraio ha condotto molti a rendersi conto della realtà in cui viviamo. L’elenco delle opzioni è infatti breve: cosa puoi fare se sei contro la guerra e sei ancora in Russia?

Lei è costretto a vivere a Berlino per poter svolgere il suo lavoro per Memorial: cosa significa operare in esilio e dopo la messa al bando dell’associazione? Infine come vede il futuro della Russia?

Ho lasciato la mia casa con uno zaino, due libri e un paio di stivali e non l’ho mai considerato come un viaggio di sola andata. Allo stesso tempo devo dire che questa è una posizione privilegiata: molte persone in Russia non hanno modo di andarsene. Qui ho un posto dove stare con la mia famiglia. Ovviamente non è facile, ma considerando cosa sta facendo l’esercito del nostro Paese in Ucraina in questo momento, sono al sicuro. In Russia, molti dei miei colleghi lavorano ancora per aiutare le persone a non finire nell’esercito o a lasciare il Paese o ad essere rappresentate da un legale in tribunale. La mia unica speranza è che rimaniamo tutti relativamente sani di mente senza fermarci finché la situazione non cambierà.

Nell’immagine: un’azione di protesta sulla Piazza Rossa di Mosca dell’artista dissidente Pyotr Pavlensky


Questione di accoglienza e di “carichi residuali”

 

Da Globalist 

Le abbiamo intercettate in mare. Le abbiamo rimpatriate in Libia. E segregate nei lager in cui torture, fisiche e psicologiche, stupri e riduzione a schiavitù sono la norma.  Sono 20.842 le persone intercettate e rimpatriate in Libia fino al 26 novembre 2022. Lo ha dichiarato l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) in Libia su Twitter, precisando che tra queste sono 19.075 gli uomini, 1.089 le donne e 678 i bambini. 514 migranti sono morti e altri 865 scomparsi al largo delle coste libiche lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Nel 2021, sempre secondo i dati dell’Oim, erano stati 32.425 i migranti riportati in Libia.  L’Italia è complice di queste deportazioni di massa. Con l’infame Memorandum d’intesa con la Libia, rinnovato per altri tre anni. Con il rifinanziamento di quell’associazione a delinquere denominata Guardia costiera libica.

Un digiuno di lotta

“È ormai chiara la posizione della Meloni: dichiarazione di guerra alle navi salvavita che ha definito ‘navi pirata’. È stato rivelato il vero volto di questo governo, un governo di ultradestra che incarna quel male oscuro che è il suprematismo bianco”. Lo afferma padre Alex Zanotelli nella nota che annuncia “il digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti” che si terrà in questo mese a Verona, il 10 dicembre, giornata mondiale dei diritti umani, alle ore 13,30 a piazza Isolo insieme a tante realtà del posto riunite nella città scaligera per il Cantiere Casa Comune della famiglia comboniana: una due giorni di riflessione e rinnovato impegno a fianco di profughi e migranti.

“Il nostro Digiuno di questo mese – spiega Zanotelli – è prima di tutto un grido di protesta contro le disumane politiche di accoglienza, nei confronti dei profughi che arrivano sulle nostre coste, da parte del nuovo governo Meloni”.

Secondo il missionario comboniano, “questa politica di respingimento, che riprende quella di Salvini, l’abbiamo vista tutti nel porto di Catania, dove le due navi Humanitas 1 e Geo Barents, cariche di naufraghi salvati in mare, sono state impedite di entrare nel porto e tenute al largo per oltre una settimana”.

Zanotelli definisce poi “vergognosa” la decisione di accettare solo i “fragili” “selezionati”. Mentre “il ‘carico residuale’, usando le parole di Piantedosi, ministro degli Interni, doveva tornare al largo e aspettare… La terza nave, la Ocean Viking, respinta dall’Italia dopo aver rifiutato di ‘rispondere alle molteplici richieste di assistenza da parte della nave mentre era in acque italiane’, ha poi accettato l’ordine di muoversi verso il porto di Marsiglia per un presunto accordo tra l’Italia e la Francia, poi smentito con una scia di polemiche politiche tra Parigi e Roma, conclude padre Zanotelli a nome del “Digiuno di Giustizia in solidarietà con i migranti”.

Un’inchiesta da incorniciare. È quella di Milena Gabanelli e Simona Ravizza su Dataroom del Corriere della Sera. 

Le ipocrisie istituzionali

Rimarcano, tra l’altro, le autrici: “Il regolamento di Dublino sancisce un principio: «Se il richiedente asilo ha varcato illegalmente la frontiera di uno Stato membro, è quello Stato membro che deve farsene carico”. Viene ratificato nel 2003 e l’Italia (governo Belusconi II), che avrebbe potuto esercitare il diritto di veto e bloccarlo, lo firma. E così il nostro Paese accetta (forse inconsapevolmente) tutti gli oneri degli anni a venire, poiché anche la successiva riverniciatura del 2013 non porterà cambiamenti risolutivi.

La convenzione con la guardia costiera libica è stata universalmente condannata: impedisce le partenze, ma molti migranti vengono portati nei centri non ufficiali dove sono costretti ai lavori forzati, seviziati, le donne stuprate. Succedeva con Gheddafi, succede dopo. Quella convenzione è scaduta nel 2020, ma il governo italiano (Pd, M5S), dopo averla pesantemente criticata, la rinnova. Così come fa di nuovo il 3 novembre il governo Meloni, mentre la situazione in Libia è ancora peggiore di prima. Tutti lo considerano un accordo scandaloso, ma poi nessuno lo cancella. 

La Libia è uno dei pochi Paesi al mondo che non ha mai firmato la convenzione di Ginevra del 1951 che impone il rispetto dei diritti umani. Bombardata nel 2011 sotto la bandiera Nato, giustiziato il dittatore Gheddafi nel 2015 il solo governo legittimo riconosciuto dalle Nazioni Unite è quello di Al-Sarraj. A quel punto l’Onu potrebbe chiedere al premier libico di firmare la convenzione di Ginevra, ma non lo fa, non lo chiede la Ue e nessun singolo Stato membro. Tant’è che l’Unhcr tutela i rifugiati in Libia dal suo ufficio di Tunisi. Una base a Tripoli viene aperta nel 2017, quando Minniti ottiene da Al-Serraj le garanzie di sicurezza per il personale umanitario che deve entrare nei centri di detenzione e selezionare i più fragili per evacuarli attraverso il corridoio umanitario.

Intanto in Ue con due decisioni del Consiglio, la 1523 del luglio 2015 e la 1601 del settembre dello stesso anno, viene previsto un sistema di relocation a favore dell’Italia per 39.600 migranti. È quella che comunemente viene definita ricollocazione obbligatoria: vuol dire che l’Europa accetta di prendersi una parte dei nostri aventi diritto all’asilo, che tra il 26 settembre 2015 e il 26 settembre 2017 sono 36.345. Alla fine ne saranno presi 12.740 (la Germania per esempio ne accoglie 5.453, la Francia 641). 

Nel settembre 2017 arriva anche la sentenza della Corte di giustizia europea che, rigettando il ricorso di Ungheria e Slovacchia contro i ricollocamenti dall’Italia, riafferma con forza il principio di redistribuzione solidale dei profughi. Principio non accettato, però, dalle cancellerie di Budapest, Varsavia e Praga (Paesi Visegrad) che si oppongono. Scaduta la convenzione, alla prima seduta del Consiglio, Conte e Salvini non insistono e si va verso la redistribuzione facoltativa che, alla fine, si concretizza nell’accordo di Lussemburgo nel giugno 2022, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. L’accordo prevede il ricollocamento annuo di circa 10 mila aventi diritto all’asilo. A metà novembre 2022 ne sono stati ricollocati solo 117.


Palloni sgonfiati

 

In questi giorni convulsi del mondiale pedatorio qatariota, forse non si sarà troppo notato che prima, durante e dopo le partite teletrasmesse in tutto il mondo, nella sequela di spot pubblicitari che le emittenti devono diffondere, ve n’è uno, l’ennesimo, che ha per protagonista CR7, Cristiano Ronaldo. 

In una versione tipo Marvel, da eroe dei cinefumetti, l’idolo portoghese si muove furtivo fra statue che lo rappresentano e poi corre, corre sempre più veloce, e salta, e vola, calciando un pallone in classica rovesciata, per dare infine a chi lo guarda il benvenuto nel mondo del futuro, il mondo di Binance.

Dopo l’effetto ubriacante del forsennato montaggio non saranno forse in molti a chiedersi cosa cosa stia vendendoci questo spot, e men che meno cosa stia promuovendo il prode eroe attualmente senza contratto, ma capitano indiscusso della sua nazionale a Doha. Eppure è questione tutt’altro che irrilevante, perché Binance è attualmente, né più né meno, la prima piattaforma al mondo di criptovalute: per intenderci, quella che ( non troppo chiaramente) ha contribuito al chiacchierato crollo di FTX, di cui si è dato ampiamente conto anche in questa sede. 

Dunque, l’uomo immagine per eccellenza del calcio di questi anni si fa testimonial convinto e persuasivo (certamente ben remunerato) della nuova frontiera della finanza, quella delle monete virtuali, che hanno, per inciso, parecchi autorevoli e pubblici seguaci anche dalle nostre parti.

La questione, appunto, non è irrilevante perché rappresenta bene, sigilla e suggella il binomio calcio e finanza, indicandoci in un minuto di spot quello che ci raccontano le cronache di questi ultimi anni, mesi, settimane, giorni: il calcio è un affare colossale, quotato in borsa, che cerca forsennatamente nuovi mercati e forme di guadagno a suon di miliardi e secondo una logica che non guarda in faccia a nessuno, se non a chi i soldi li ha e ne vuole di più, che siano calciatori, procuratori, dirigenti, azionisti, dirigenti federali nazionali ed internazionali.

Non sarà dunque troppo forzato mettere in relazione, all’insegna dello scultoreo Cristiano e dei suoi fedeli adulatori, le vicende alquanto inquietanti cui si sta assistendo attorno e dentro gli stadi di Doha con quanto è capitato all’improvviso ieri sera a Torino: le dimissioni in corpore dell’intero CdA della Juventus, il più blasonato club calcistico italiano. 

La Juventus di Andrea Agnelli da ieri sera non c’è più, e quel che ne sarà è ancora un gran mistero, poiché la società è finita nuovamente sotto inchiesta, a Torino, con una serie di imputazioni da far rabbrividire. Senza voler entrare nei dettagli (che sono ancora tutti da indagare) si può dire tranquillamente che si sta avverando, alla Juve, quanto aveva fra gli altri vaticinato un noto ex-calciatore, bandiera di un altro blasonatissimo club calcistico, il Bayer di Monaco, ovvero Karl-Heinz Rummenigge, che non aveva esitato, ancora pochi giorni fa, a parlare di “calcio malato” anche per chiara responsabilità di Agnelli e di un club (la Juve, appunto) all’orlo della disperazione per una gestione finanziaria ormai incontrollabile.

Non suona forse tutto questo come qualcosa che ci ricorda i rischi che corrono tutti coloro che in varia misura si lanciano negli investimenti di valute virtuali, con una propensione, magari, a far diventare virtuali anche i bilanci ed i conti della spesa, da esibire a piacimento e con fantasia?

I gravi problemi della Juventus sono peraltro quelli di un calcio che più in generale ha vissuto uno sviluppo vertiginoso di investimenti a causa soprattutto dell’entrata in scena degli emiri dalle disponibilità economiche infinite, che hanno letteralmente “drogato” il mercato. Guai sempre più seri che in casa Juventus sono cominciati ad emergere proprio con l’acquisto clamoroso, quattro anni fa, di Cristiano Ronaldo, con un contratto mostruoso ed un ingaggio da 30 milioni netti a stagione.

Si ricorderà pure lo sciagurato tentativo, da parte di Agnelli e di altri presidenti di società in gravi difficoltà finaziarie (in primis il Barcellona) di dar vita ad una “Superlega” europea spazzata via in men che non si dica dalla mano ferrea e implacabile di Aleksander Ceferin, presidente sloveno dell’UEFA, capace di impugnare le più nobili ragioni morali per difendere un bastione affaristico miliardario che rischiava di essere messo in crisi… dalla crisi dei club.

Come meravigliarsi dunque che il Mondiale dell’ipocrisia si svolga nel deserto, sì, ma dentro una dorata oasi in cui zampillano miliardi come piovesse, ad accontentare ogni appetito, anche quello di quei pochi che provano ad aprir bocca o, emblematicamente, a tacere.

Da Ceferin ad Infantino, il passo è breve e comune è l’attenzione per un mercato (calcistico) che si vuole ampliare e soprattutto controllare, ma che, a suon di gestioni scriteriate, è sull’orlo dell’implosione: perché a tutto c’è un limite, anche alla protervia del denaro e all’ignavia degli idoli del mondo del calcio: palloni che rischiano fortemente di finire sgonfiati.

 


Sfida aperta a Xi Jinping

 

“Dimettiti Xi Jinping”, “Non vogliamo la dittatura, vogliamo la democrazia”. Slogan rari, coraggiosi, pericolosi, gridati a squarciagola da Pechino a Shanghai, da Chengdu a Wuhan.

Proteste sindacali, proteste rurali non sono inconsuete in Cina, ma mai si era vista una sfida così diretta al Presidente cinese. Migliaia di persone rischiano il carcere per aver espresso il proprio dissenso nelle strade delle principali città cinesi.

“Non abbiamo bisogno di test anti-Covid, abbiamo bisogno di mangiare” hanno gridato altri manifestanti a Pechino, mentre migliaia di studenti universitari sfilavano con dei fogli bianchi in un gesto simbolico contro la censura cinese. “Non c’è bisogno di scrivere niente, tutto il mondo sa perché siamo qui”. Quando l’hashtag #WhitePaperRevolution, ossia la rivoluzione dei fogli bianchi, è stato oscurato sui social media, come prevedibile, aveva già fatto il giro del mondo, insieme a migliaia di video e fotografie di cittadini decisi a dire “basta”!

Uomini e donne di ogni età e stato sociale denunciano le rigide ed interminabili misure anti-covid, che hanno messo milioni di persone, di famiglie, di aziende, in gravi difficoltà finanziarie. La gente vuole tornare alla vita pre-pandemica, come il resto del mondo. La ribellione degli ultimi giorni contro la leadership cinese rappresenta il più grande test per Xi Jinping da quando è salito al potere e arriva in un momento estremamente delicato a livello economico e geopolitico.

Il tacito patto tra il partito comunista e la popolazione si basava sulla promessa della prosperità, di un certo grado di libertà personale e professionale, in cambio della lealtà pubblica, ma tre anni di isolamento e di limitazioni, hanno rotto questo accordo.

Se inizialmente la gente ha capito ed accettato che le chiusure e le restrizioni fossero necessarie per salvare vite, il protrarsi dei test di massa, dei lockdown a volte innescati per un unico caso di Covid asintomatico, sollevano rabbia, dubbi e domande.

Perché il governo non ha mai lanciato la campagna di vaccinazione su larga scala? Perché non ha mai importato i vaccini basati sulla tecnologia a mRNA? Perché le autorità continuano a costruire strutture per le quarantene? Perché il resto del mondo è tornato ad una sorta di normalità e non la Cina?

Le proteste delle ultime ore dimostrano i limiti della politica di azzeramento del Covid, che si sta rivelando un incubo, ma testimoniano anche della fragilità dei regimi totalitari. La loro sopravvivenza dipende dal fatto che le persone credono di non avere alcun potere, finché si ricordano di averlo.

Xi Jinping ha basato la sua autorità, la sua credibilità sulla politica di eradicazione del virus, quindi il suo problema è trovare la giusta via di uscita. Quali sono le opzioni? Se la Cina mettesse fine alle restrizioni in modo repentino, il rischio di una grave crisi sanitaria sarebbe reale. Decidere di vaccinare tutti, non è né facile, né immediato. La sfiducia verso i farmaci contro il virus rimane alta, soprattutto tra gli anziani.

La via più plausibile è una rapida ripresa del controllo per fermare le proteste, prima di fare delle concessioni. Un’altra possibilità è la riapertura a due velocità: allentare alcune misure per chi è immunizzato, mentre si continua a proteggere gli anziani. Pechino potrebbe anche decidere di importare i vaccini a mRNA, in un cambio di rotta, che rischierebbe però di far “perdere la faccia” al Presidente Xi. Nella cultura cinese perdere la faccia significa compromettere la propria influenza e reputazione.

Il ripristino dell’ordine è senza dubbio una priorità per Pechino. Si specula su come le autorità risponderanno a nuove contestazioni, dopo una prima reazione delle forze dell’ordine meno coordinata e meno dura del previsto. Si attende e si teme uno spietato giro di vite contro coloro che hanno osato l’impossibile, sfidare Xi Jinping.

Nell’immagine: manifestazione degli/delle studenti dell’Università Tsinghua di Pechino


Il futuro del mondo nella riunione segreta delle élite del potere globale

 

Di Federico Giuliani, InsideOver

Leader di grandi aziende, politici, professori e accademici asiatici. Il tavolo dei lavori abbonda di grandi personalità, anche se non è dato sapere il nome di tutti i presenti. Il 19 e il 20 novembre scorsi, a Tokyo, nella sala di un hotel non distante dall’ufficio del primo ministro giapponese, si è riunita la Trilateral Commission, o Commissione Trilaterale, un’organizzazione enigmatica che, ormai dal 1973, riunisce, di tanto in tanto, personalità di spicco per discutere e proporre soluzioni ad alcuni dei problemi più complessi del mondo.

Fondata quasi 50 anni fa da David Rockefeller, la Commissione descrive sé stessa come un importante luogo per “incubare le idee e formare relazioni tra settori e aree geografiche” ma anche come “un gruppo di Paesi che condividono valori comuni e un impegno per lo stato di diritto, economie e società aperte e principi democratici”. La Trilateral Commission è stata creata durante la Guerra Fredda con l’obiettivo di guidare il partenariato di sicurezza “trilaterale” Usa-Giappone-Europa e, ancora oggi, le sue deliberazioni, e la presunta influenza che esercita, sono oggetto di molteplici speculazioni.

La struttura direzionale della Commissione comprende le tre aree geografiche dalle quali provengono i membri. Esiste un gruppo nordamericano, che copre Stati Uniti, Canada e Messico, uno europeo e, infine, uno asiatico-pacifico, che abbraccia Giappone, Corea del Sud, membri dell’Asean, Australia, Cina, India e Nuova Zelanda. Ciascun gruppo ha una propria presidenza e figure di rilievo. La leadership è collegiale, mentre le tre presidenze regionali sono affiancate da un Comitato esecutivo.

L’incontro di quest’anno, avvenuto in Giappone, è il primo dall’inizio della pandemia. Nonostante le tematiche e le soluzioni proposte siano di grande importanza – se non altro perché provengono, come detto, da personalità di spicco – le saltuarie partecipazioni al raduno sono solo su invito, tanto che alcuni media si riferiscono alla Commissione Trilaterale definendola una sorta di organizzazione segreta. Per la prima volta in 50 anni, i lavori della commissione, tutte le sessioni, sono stati aperti a tre giornalisti del Nikkei Asia, che hanno così potuto partecipare alla riunione del Gruppo Asia Pacifico, a condizione di non citare per nome i partecipanti.

In generale, ogni nuovo candidato per l’adesione alla Commissione viene attentamente esaminato prima di essere ammesso. Tra i vari nomi, che a più riprese hanno preso parte dei lavori passati, citiamo il segretario di Stato americano Antony Blinken, Jake Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, il primo ministro danese Mette Frederiksen e il ministro indiano degli affari esteri Subrahmanyam Jaishankar. È proprio questa sorta di “porta girevole” tra la commissione e gli alti ranghi della politica internazionale ad aver dato adito ai teorici della cospirazione. In ogni caso, dalla riunione giapponese ono emersi spunti interessanti. Che potrebbero, almeno in parte, plasmare il prossimo futuro del pianeta.

La spaccatura tra l’Asia e l’Occidente

A Tokyo, come detto, si è riunito l’Asia Pacific Group. Tra i partecipanti figuravano un giovane politico giapponese, considerato un papabile futuro primo ministro, vari ex funzionari del Ministero delle Finanze e, addirittura, un parente della famiglia imperiale nipponica. Tralasciando l’immagine della Commissione, considerata da molti politici populisti una specie di camera di élite non elette e irresponsabili, vale la pena accendere i riflettori sul tema chiave del recente incontro, sia per il suo contenuto che, soprattutto, per le sue possibili conseguenze globali.

I giornalisti del Nikkei hanno infatti evidenziato una spaccatura, una divergenza di vedute, che potrebbe farsi sempre più evidente tra l’Asia e le altre “ali” dell’organizzazione (Americhe ed Europa). “Riteniamo che la politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Asia, in particolare nei confronti della Cina, sia stata di mentalità ristretta e inflessibile. Vogliamo che la gente negli Stati Uniti riconosca le varie prospettive asiatiche”, ha affermato Masahisa Ikeda, membro del comitato esecutivo della Commissione trilaterale, nonché prossimo direttore dell’Asia Pacific Group. Detto altrimenti, senza input dall’Asia c’è il rischio che gli Stati Uniti possano condurre il mondo verso un pericoloso confronto.

“Dobbiamo coinvolgere la Cina. Se costringiamo i paesi a scegliere da che parte stare, le nazioni del sud-est asiatico sceglieranno la Cina. La chiave è non costringerle a scegliere”, ha affermato un altro membro presente, sempre secondo quanto ricostruito da Nikkei Review. Già,coinvolgere la Cina: dalle parti di Washington quest’idea – la speranza che, includendo la Cina nelle istituzioni internazionali come l’Organizzazione mondiale del commercio, allora Pechino assomiglierebbe di più alle nazioni occidentali – è morta e sepolta. L’ultimo tentativo, col senno di poi considerato fallimentare, è stato fatto dall’amministrazione Obama.

Donald Trump prima e Joe Biden poi hanno adottato approcci ben diversi. Nella sua prima strategia di sicurezza nazionale, pubblicata lo scorso ottobre, l’amministrazione Biden non ha usato mezze misure per definire la Cina “l’unico concorrente con l’intento sia di rimodellare l’ordine internazionale, sia il potere economico, diplomatico, militare e tecnologico per riuscirci”. Eppure, l’idea di coinvolgere maggiormente la Cina non è morta in seno alla Commissione Trilaterale, tanto più tra i membri del Gruppo Asia Pacifico. “Quando due elefanti combattono, le formiche vengono calpestate. Quando due elefanti combattono fino alla morte, saremo tutti morti. E la domanda è: per cosa?”, hanno fatto notare i presenti riferendosi alla rivalità tra Cina e Stati Uniti.

Quale futuro?

Da quanto emerso dall’incontro di Tokyo, le élite asiatiche sono nervose perché il mondo starebbe andando nella direzione sbagliata, che includerebbe sia l’intensificarsi della concorrenza sino-americana, che il conseguente disaccoppiamento economico da Pechino. Gli inviati di Nikkei Review hanno raccontato che il problema, secondo molti partecipanti, coinciderebbe con gli Stati Uniti o, più nello specifico, nella propensione statunitense di voler esportare la propria ideologia dando vita ad un pericoloso gioco a somma zero.

“Dobbiamo sviluppare una strategia realizzabile per persuadere e coinvolgere anche i paesi che la pensano diversamente”, hanno fatto notare gli accademici asiatici. Un partecipante indiano ha parlato della necessità per la comunità internazionale di adattarsi a un’Asia in crescita: “La maggior parte delle istituzioni globali, il punto di ancoraggio, il centro di gravità è sempre stato in Occidente. Questo chiaramente deve cambiare. L’Asia-Pacifico deve essere il punto di ancoraggio e non c’è modo di desiderare che la Cina se ne vada”.

Dal punto di vista economico, il governo americano ha incoraggiato le aziende a “tornare a casa” o a investire in Paesi alleati o amici. Un economista sudcoreano ha fatto notare che Seoul dovrebbe inevitabilmente scegliere tra Stati Uniti e Cina: e questo varrà per molti altri governi. L’Asia, quindi, continuerà a spingere per la globalizzazione, abbracciando una posizione decisamente diversa dall’Occidente. L’idea di futuro è dunque asimmetrica. E non è detto che questo non possa portare ad uno scontro.

Nell’immagine: fotografia di Ken Kobayashi, Nikkei Asia


Bella Svizzera, non disperare

 

Se il Brasile visto contro la Serbia è stato giustamente considerato proveniente da un altro pianeta, noi, di certo, siamo fra i primi della classe da queste parti. Nel primo tempo, anche per il ritmo basso, abbiamo imbrigliato la fantasia dei brasiliani con le nostre virtù: l’organizzazione, la perfetta copertura degli spazi, la solidarietà fra i giocatori, tutti pronti ad aiutarsi, a metterci una pezza su qualche errore, pochi. Al termine dei primi 45 minuti si poteva dire che i nostri bravi, diligenti funzionari, magari anche del catasto, in campo avevano agito esattamente in funzione, appunto, dello scopo, lo zero a zero.

Ma nella ripresa i rossocrociati hanno subito messo in grave difficoltà la difesa brasiliana, hanno messo paura ai fortissimi avversari: nel finale il Brasile ha chiaramente cercato la vittoria, specie con l’inserimento in campo della punta Rodrigo. Il ritmo è aumentato, ma la Svizzera, sorprendentemente, ha retto. Alla fine un bel tiro di Casemiro deviato, ma non in modo determinante da un grande Akanji ci ha puniti.

In un altro sport, da valutare a punti, avremmo perso per poco, in percentuale facciamo 55 a 45. In alto dunque i cuori. Abbiamo dimostrato di avere 4 grandi difensori, di valore mondiale, un regista pensante come Xhaka, un giocatore che ha fatto reparto da solo, Embolo, sovente attorniato da 3-4 avversari, non di rado fermato da Thiago Silva con il fallo.

Va sottolineato inoltre che eravamo privi dei due giocatori dotati di maggiore fantasia, di maggiore creatività, Okafor e Shaqiri. Ma la Svizzera del turco Yakin, più svizzero degli svizzeri, se l’è cavata ugualmente in modo egregio. Certo, con i due assenti da mettere in campo nel finale, la differenza fra noi e i (quasi…) extraterrestri brasiliani, sarebbe stata minima.

In conclusione, la Svizzera ha acquistato maggiore statura a livello internazionale, il Brasile rimane fra le squadre favorite, ma non più qualche gradino sopra le altre. Merito nostro. Forse Yakin avrebbe dovuto mettere Zakaria, anche se in un ruolo non suo, al posto del promettente ma tenero Rieder. E infine, nota lietissima in vista della Serbia, l’arbitro ha graziato Akanji e Elvedi, già ammoniti, evitando loro il secondo cartellino giallo, che li avrebbe esclusi dallo scontro decisivo di giovedì.

Con la nostra fortissima coppia di centrali difensivi, in virtù anche del loro eccellente affiatamento, contro i serbi si può ragionevolmente sperare in un pareggio, pur tenendo ben presente che giocare sostanzialmente per non perdere comporta non poche insidie, la beffa è spesso dietro l’angolo.

Ma la Svizzera vista contro il Brasile merita di andare avanti.


Transizione e condivisione: le scelte verdi per le prossime elezioni

 

Il progetto strategico elettorale dell’alleanza rosso-verde per la corsa al Consiglio di Stato è giunto a Riva, dove è approdato nell’Assemblea straordinaria dei Verdi del Ticino per ottenere l’ultimo avallo, unanime, circa le candidature del fronte ecologista, che specularmente a quanto approvato due settimane fa a Bellinzona dal Congresso PS mette il lizza una candidata d’esperienza, la co-coordinatrice Samantha Bourgoin, ed una rappresentante dei giovani Verdi, la coordinatrice uscente Nara Valsangiacomo.

Due candidature femminili che, con quella di Marina Carobbio Guscetti in casa socialista, portano la cinquina progressista ad assumere decisamente una connotazione a maggioranza femminile, come ulteriore e significativo suggello ad un progetto comune di alleanza strategica rosso-verde che intende presentarsi come la vera e importante novità nel panorama cantonale in vista delle prossime elezioni di aprile.

Un segnale incoraggiante, senza dubbio, in un contesto, quello dell’Assemblea di questa domenica, che, pur in presenza, come ospiti, dei due co-presidenti PS, ha badato bene a non evocare quanto avvenuto due settimane fa a Bellinzona se non con un’ironica allusione del presidente del giorno, Rolando Bardelli, ad un ordine del giorno che non avrebbe certo protratto i lavori come avvenuto in altri recenti consessi.

E se proprio si volesse fare l’esercizio di mettere ancora solo per un momento a confronto le due occasioni assembleari, pare abbastanza scontato ed evidente che fra i verdi tirasse un’aria un po’ più “distesa” (seppur più inquinata dai dolenti miasmi autostradali del Mendrisiotto) di quanto sia stata a Bellinzona quindici giorni fa; e pour cause, visto che il partito compatto ha accolto le scelte di fondo di Comitato e Gruppo operativo, sia per quanto concerne la creazione di una piattaforma progressista che per la prima volta si propone come tale per l’esecutivo cantonale, sia per i nomi scelti a rappresentare i Verdi e la “società civile”.

Su quest’ultimo aspetto, a differenza di quindici giorni fa in casa socialista, i Verdi hanno potuto prendere atto anche con cognizione di causa della candidatura di Boas Erez, presentato in particolare da Marco Noi come personaggio dalla significativa biografia personale e culturale e dall’indiscutibile sensibilità sia per gli aspetti sociali (vedi il suo schieramento a favore dei molinari a Lugano) che per quelli ambientali (si pensi alla Casa della sostenibilità di Airolo).

Lo stesso Noi, nel suo intervento, ha poi sottolineato come la scelta di allearsi elettoralmente con il PS sia stata frutto di un lungo lavoro di analisi delle possibilità di dar forma a collaborazioni d’area con altri partiti e schieramenti, che ha portato progressivamente ad escludere ipotetici partner (della sinistra, vien da pensare) e restringere il campo dell’accordo al solo PS e solo per la corsa al Consiglio di Stato. Infatti, per il Gran Consiglio Verdi e PS correranno separatamente, come separatamente, si potrebbe aggiungere, si muovono ancora in diversi contesti comunali (si pensi, per esempio, a Bellinzona, dove i Verdi sono ben più vicini a Mps e Forum).

La strada dell’alleanza rosso-verde resta comunque una scelta che conferma quella fatta nel ’19 per le elezioni federali e viene intesa qui, molto chiaramente ed esplicitamente, come una strategia cui si dovrà dare continuità anche per l’appuntamento dell’autunno ’23, in cui, a detta di Marco Noi, l’obiettivo (comune) sarà la conferma dei seggi alle Camere, anche quello degli Stati.

Una dichiarazione impegnativa che non nasconde ambizioni di crescita del partito dentro la coalizione, e in fondo potrebbe anche preludere ad un’ipotesi neanche poi tanto remota, che possa profilare, dopo l’affermazione di Marina Carobbio alla corsa per il Governo ticinese, quella di Greta Gysin per la Camera alta a Berna, a quel posto (che ancora scotta come questione inevasa al Congresso di Bellinzona) lasciato libero dalla stessa Carobbio. E forse così, aggiungiamo, l’alleanza rossoverde avrebbe un significato strategico di maggior portata, estesa, appunto, anche a livello nazionale.

Del resto, al di là delle speculazioni elettoralistiche, i temi di fondo che accomunano la coalizione non possono certo restare confinati localmente, ed a livello nazionale ben sappiamo che la battaglia dell’area progressista ed ecologista avrà bisogno di essere rinvigorita, di fronte ai dati sempre più inquietanti che ci vengono dagli esiti nefasti della crisi climatica così come dalla maniera alquanto discutibile in cui diventano oggetto di parole d’ordine e di slogan da parte del fronte borghese o della destra che parla di eco-isterismo.

Certo, non sarà evidente, né a livello cantonale né a quello federale, comporre esigenze e proposte di due schieramenti affini, sì, progressisti, anche, ma che potrebbero trovarsi pure su posizioni diverse soprattutto quando dovranno affrontare questioni che mettono in discussione le priorità, il primato del sociale rispetto a quello dell’ambiente o viceversa. Perché è vero che la scommessa che si gioca qui (e non solo qui) nella sinistra, è quella di affermare l’inestricabilità dei due piani, di affermare e ribadire che non c’è giustizia sociale senza giustizia ambientale e viceversa. Ma poi, quando si tratterà di salvare posti di lavoro in aziende poco virtuose ecologicamente, che si farà? Stando a Claudia Crivelli Barella, che ha aperto i lavori dell’Assemblea (e che ha annunciato che non si ripresenterà per il Gran Consiglio) la risposta è chiara: “le tematiche ecologiche vengono molto prima di quelle sociali” (forse, ma non l’ha detto, perché le determineranno).

Ma saranno tutti d’accordo, anche in casa socialista? Sarà tema di campagna, probabilmente, ed argomento da affidare a due candidate, Samantha Bourgoin e Nara Valsangiacomo, che oggi hanno esposto le ragioni del loro impegno in modo chiaro e convincente, parlando l’una di transizione e l’altra di condivisione, mostrando in particolare, un “affiatamento” ed una “complementarietà”, nella maniera di toccare pragmaticamente i temi caldi, che certamente spiega più di tanti slogan perché la scelta verde sia caduta su di loro.


Quel generale senza volto

 

Dopo il fallimento consumato dai suoi generali in una guerra che sarebbe dovuta durare tre giorni e che puntava su Kiev, Vladimir Putin si affida ora a quel condottiero senza volto a cui è legata parte della memoria bellica della Russia zarista dapprima e dell’Unione Sovietica poi. Il generale inverno fa oggi  la sua apparizione con le prime nevi: lo preannunciano i fitti bombardamenti alle installazioni civili e alle centrali elettriche. 

Nella guerra asimmetrica agli ucraini non è consentita una rappresaglia in territorio russo, e la loro strenue difesa entra ora in una delle fasi più difficili. Le temperature invernali in quelle “Terre di sangue” (proprio in questi giorni a Kiev si ricorda l’Holodomor, lo sterminio staliniano per fame del 1932-33) possono scendere molto al di sotto dello zero. L’atroce strategia consiste nel condannare la popolazione al gelo.

Con l’assedio a Leningrado  (il più lungo dopo quello serbo a Sarajevo dal 1992 al 1996) iniziato nel settembre del 1941, Hitler tentò di sterminare per freddo e fame la popolazione, ma malgrado il più duro inverno della storia e inenarrabili sofferenze, l’ex e futura San Pietroburgo non si piegò. Nell’immaginario patriottico russo, l’inverno è un alleato  imbattibile o quasi. Ne fece le spese proprio  l’Operazione Barbarossa lanciata il 22 giugno del ’41 dai nazisti: quello che doveva essere un Blitzkrieg si rivelò un decisivo rovescio per la Wehrmacht (e le truppe italiane alleate) decimata dalle glaciali temperature durante l’assedio di Mosca, falcidiata e in rotta poi nella battaglia di Stalingrado conclusasi nel febbraio del ’43. 

Non vi è unicamente  la retorica patriottarda, ma vi sono pure  la Storia fattuale e il maggior romanzo storico dell’800, Guerra e Pace, a ricordarci  l’antecedente più celebre, che si concluse più di un secolo prima con la “berezina” delle truppe napoleoniche quando la “Signora in Nero” si presentò anticipatamente nel tardo autunno portandosi via centinaia di migliaia di soldati francesi. Fu ben più lei che non Alessandro I Romanov a cacciare l’invasore. 

Nella testa di Putin si palesano anche altri “gloriosi” momenti, come la guerra (non a caso battezzata “guerra d’inverno”) che in base al trattato germano-sovietico, Stalin dichiarò alla Finlandia nel 1939. La neve, il gelo, le bufere di ghiaccio alleati di bombe, missili e cannoni per una nuova offensiva in una  fase in cui  lo Zar sta perdendo terreno (in marzo occupava il 25% dell’Ucraina, oggi il 15%). 

Molti ucraini hanno fatto scorte di candele, acqua, cibo, si sono muniti di generatori. Il paese entra nella morsa del freddo e anche se ogni tanto al fronte vi è  un po’ di bonaccia, non ci si fanno illusioni: la tempesta di bombe si scatenerà di nuovo. A loro, ai civili, il coraggio non manca. Come non manca a Olga Tsukanova e al “Consiglio delle madri e mogli russe” che alzano la voce, in un oceano di silenzio, per attaccare pubblicamente l’autocrate a cui sembra sempre formicolare nelle mani un’insaziabile volontà di distruggere.

Leonardo Tricarico, generale e analista strategico, prevede un inverno di grande sofferenza per gli ucraini, ma esclude una loro resa: malgrado il freddo non alzeranno bandiera bianca. Forse anche  perché la Storia  ci ricorda che se è vero che infligge dolore agli innocenti, è altrettanto vero che quel condottiero senza volto tende a punire in modo pesante, se non definitivo, l’aggressore.

Scritto per “laRegione”
Nell’immagine: l’Ucraina al buio, vista dal sistema LAADS della NASA