“Per i narcisi il mondo è uno specchio”

In attesa di sapere se Amalia Mirante creerà un partito o un movimento, la sinistra persevera nella frammentazione, anche se il vero punto qualificante della campagna è l’alleanza rosso-verde – Di Aurelio Sargenti 

«Continuiamo così, facciamoci del male». Ecco cosa direbbe Nanni Moretti di fronte all’ennesima bega a sinistra. Chi pensava che,  dopo il Congresso socialista di domenica 13 novembre, la questione Mirante fosse stata definitivamente seppellita sotto una valanga di voti a lei sfavorevoli e si provasse finalmente a parlare dell’unica novità politica delle prossime elezioni cantonali (l’alleanza rosso-verde) è servito. 

Del resto, a ben pensarci, lasciava pochi dubbi la chiusura della lunga intervista di Righinetti a Mirante sul “Corriere del Ticino”: «Se il congresso la boccerà, sentiremo ancora parlare di lei per le elezioni del 2023? Certo, caro Righinetti, non si illuda di essersi liberato di me…». In altre parole: non mi fate giocare? Allora faccio una mia squadra. Del resto, anche se più in grande (rispetto a noi, non in assoluto), l’hanno fatto in molti nella “vicina penisola”, tra cui Renzi: sì, proprio quello che aveva detto di volersi ritirare dalla politica se… Ma per i narcisi «il mondo è uno specchio» (Lasch, 1979). 

E per non farci mancare davvero nulla leggiamo che colui, che al Congresso ha presentato e difeso l’emendamento per favorire lei, ha deciso di candidarsi per il Gran Consiglio sulla lista dei… socialisti. Scissione nella scissione? Colpi e contraccolpi.

Del resto anche il bravo Michele Serra scrisse che «la vita, a sinistra, è troppo complicata.[…]; che non c’è mai niente che ci vada bene[…]; che a sinistra si parla troppo, si parla a dismisura […]; che è una continua assemblea lunga quasi due secoli e mezzo […], con rare pause per rifocillarsi, andare in bagno e magari approfittare per fare una scissione» («La Repubblica», 10.10.22). Appunto!

Intanto che il mondo politico ticinese aspetta cosa farà l’ex compagna Mirante (un partito? un movimento?) gran parte della popolazione continua vivere la quotidianità con difficoltà crescenti. E la sinistra, cioè la parte politica che storicamente dovrebbe tutelarla, invece di cementarsi si frantuma ulteriormente favorendo naturalmente la destra. Già, male endemico. 

Non ci resta che sperare nel nuovo progetto politico, che ha nell’alleanza tra socialisti e verdi la sua stella polare, nei giovani, che hanno finalmente il loro spazio elettorale, e ripetere continuamente che uniti si vince, come hanno dimostrato le ultime elezioni federali. 

P.S. (nel senso di post scriptum): Amalia Mirante sarà finalmente su una lista per il Gran Consiglio?


Svizzera-Camerun 1-0: ci siamo anche noi Rossocrociati multietnici

In attesa di sapere se Amalia Mirante creerà un partito o un movimento, la sinistra persevera nella frammentazione, anche se il vero punto qualificante della campagna è l’alleanza rosso-verde – Di Aurelio Sargenti 

È stato un momento bellissimo, che forse, nel bailamme finale e sull’onda dell’entusiasmo per i preziosissimi 3 punti conquistati non è stato colto da tutti. Breel Embolo, originario di Yaoundé, arrivato in Svizzera a 6 anni, naturalizzato a 16, è stato salutato e abbracciato dai giocatori del Paese d’origine dove vive suo papà e dove ritorna ogni anno.
Il papà aveva fatto di tutto per convincerlo a scegliere la cittadinanza camerunense, Embolo cresciuto con la mamma e il fratello a Basilea, non ha mai avuto dubbi, ha scelto subito la Svizzera, contrariamente a quanto hanno fatto altri, come Rakitic che ha seguito il volere dei genitori e ha scelto la Croazia, malgrado i ponti d’oro offerti dalla Federazione Svizzera, e Di Matteo, che la Svizzera non ha mai corteggiato perché il papà ha vissuto momenti difficili ad Aarau e il figlio aveva poca voglia di indossare la maglia svizzera, preferendo disputare europei e mondiali con l’Italia.
È andata come doveva andare, si sentiva nell’aria: la dantesca ‘Signora Fortuna’, il ‘ritmo’ di Archiloco di 2500 anni fa, il nostro ‘fato’ hanno emesso la loro sentenza, il loro decreto, in barba ai grossolani  sciovinisti da bettola, in barba a chi sostiene che nella Nazionale devono giocare solo quelli che cantano a squarciagola (come i meravigliosi gallesi per esempio) l’inno: gli altri, ‘gli svizzeri di carta’ non sono degni della maglia.
Una squadra di calcio va conosciuta per sue dinamiche interne, e anche secondo un principio che non c’entra nulla con le due Patrie, le due anime di Goethe: «ahimé: due anime mi albergano in petto». Nel petto di un calciatore alberga solo l’anima della maglia che indossa, non necessariamente perché è stato bene accolto nella nuova Patria e gli deve riconoscenza, ma perché quella è casa sua da un punto di vista professionale, passionale, quella che lo fa scendere in campo nelle grandi occasioni, che lo fa crescere in un contesto collegiale, gradevole, solidale.
In questo senso la Svizzera multietnica forgiata prima da Petkovic e ora da Yakin ha fatto enormi progressi: ha fatto dimenticare i comici aquilotti Shaqiri e Xhaka spalleggiati (incredibilmente) dal capitano Lichtsteiner contro la Serbia, che una misteriosa mano ci metterà nuovamente di fronte.
La Svizzera ha battuto il Camerun con una bellissima azione, dove abbiamo visto la raffinatezza tecnica di Vargas nella giocata di prima che ha dato il via all’azione, l’intelligenza di Xhaka e Shaqiri, le loro giocate perfette e il tempismo di Embolo che ha calciato di forza la palla, dopo 3 minuti nella ripresa, e soprattutto dopo un primo tempo giocato con la paura addosso, in seguito a qualche contropiede pericoloso degli avversari.
Ma la rete ha sbloccato tutti: ce ne poteva stare anche una seconda. Al 90esimo la Svizzera per 3 minuti ha tenuto palla come il miglior Barcellona: lucidità, proprietà tecnica, movimenti in sincrono, palla sempre calciata con grande precisione e giusta velocità. Insomma, questi 3 punti sono preziosissimi, ma sono stati ottenuti con una prestazione all’80% del nostro potenziale.
Con maggiore convinzione, maggiore rabbia agonistica, senza perdere lucidità, la Svizzera può fare di più e di meglio. La squadra è costruita sui movimenti d’assieme, sul collettivo, ma ci sono anche delle individualità di spessore che possono tentare la soluzione individuale, la giocata audace.
Oltretutto contro il Camerun, grazie all’organizzazione, appunto, sono stati portati a casa i 3 punti senza sputare l’anima, a ritmo basso, quasi en souplesse; l’unico che ha speso molto è stato Widmer nel doppio ruolo di difensore e attaccante: il migliore in campo. Non era scontato, è la ciliegina sulla torta di questa prima esibizione dei rossocrociati.


Scissione Mirante e storie socialiste

In attesa di sapere se Amalia Mirante creerà un partito o un movimento, la sinistra persevera nella frammentazione, anche se il vero punto qualificante della campagna è l’alleanza rosso-verde – Di Aurelio Sargenti 

C’è un romanzo molto interessante scritto nei decenni passati dallo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa che ha per titolo “Storia di Mayta”. Il tempo è quello delle lotte politiche estreme e l’argomento principale, oltre alla vicenda esistenziale del protagonista, quello delle infinite divisioni della sinistra, che alla fine, nel romanzo, si riduce a gruppuscoli insignificanti di numero ma ideologicamente sicurissimi delle loro ragioni.

C’è un altro grande romanzo, questa volta dello scrittore cubano Leonardo Padura Fuentes, “L’uomo che amava i cani”, che parla di Lev Trotskij, del suo esilio politico e del suo assassinio in Messico per mano di uno stalinista, l’uomo che amava i cani appunto.

Cito due romanzi in cui viene messa in scena una lotta senza compromessi fra persone e formazioni appartenenti alla medesima idea politica, quella che in sintesi si batte (ne fanno fede i programmi) per i diritti dei più deboli, per la giustizia sociale e, fondamentalmente, per una giustizia di tipo umanistico. I metodi di queste formazioni di sinistra divergevano però: c’erano i libertari, quelli che confidavano nella dittatura del proletariato eccetera eccetera. Le divergenze, nel Sudamerica di Vargas e nel mondo di Stalin/Trotskij, hanno portato anche e purtroppo a un confronto violento, estremo, finale.

Non mi si dica, però, che una divergenza di tipo elettoralistico, quella tutta ticinese tra il Partito Socialista e la sua Direzione cantonale e la candidata “socialdemocratica” Amalia Mirante, meriti o debba comportare, non dico un qualsivoglia tipo di confronto duro ma neppure – e qui arriviamo al dunque – una crassa scissione in casa socialista.

La notizia la conoscete tutti, anche se è nuovissima, di ieri: Amalia Mirante ha testé dato le dimissioni dal Partito Socialista e intende fondare un nuovo movimento (o partito) che si candiderà prontamente già alle prossime votazioni cantonali della primavera 2023. Le differenze tra Mirante e i mirantiani e il PS cantonale erano tante e tali da evocare persino l’improvvida calata nell’agone politico di una lista che, chiaramente, rompe le uova nel paniere della nuova alleanza rosso-verde tutta ticinese?

A mio parere, queste supposte differenze erano e sono state più che compatibili all’interno di un unico partito, infatti sono state accettate nel PS per lunghi anni, dalla riunione definitiva (fino ad oggi) delle anime socialiste ratificata da un’unica e unita formazione. La sezione socialista di Lugano, ad esempio, non ultima per importanza a livello cantonale – ho fatto parte della sua direzione per una dozzina di anni –, è stata, a parte un breve interregno, nella sua maggioranza e nella politica che esprimeva un po’ più socialdemocratica di altre sezioni e la cosa era risaputa ed accettata.

Certo, il fatto di non mettere in lista per le prossime elezioni cantonali una “campionessa” della socialdemocrazia come Mirante preferendole, oltre alla candidata “storica”, Marina Carobbio, i combattivi ragazzi della Gioventù socialista, può lasciare l’amaro in bocca ad alcuni. Ma si tratta, più che altro, di tattica politica.

Mario Branda, sindaco di Bellinzona e socialista di esperienza e successo, durante il recente congresso del PS ha auspicato la possibilità di una candidatura Mirante, anche se la sua candidata era e rimaneva Marina Carobbio. Mi sento di condividere questa opinione. Il congresso ha deciso altrimenti, però, senza alcun esilio fra le Ande del povero Mayta né una piccozza conficcata nel cranio del vivente, ancora per qualche ora, Trotskij.

Suvvia, le ragioni di una scissione o di una nuova proposta politica di stampo socialista avrebbero dovuto essere ben altre, ben più “politiche”, ben più programmatiche, molto meno elettoralistiche. Invero, la sinistra per vincere dovrebbe essere molto più “frontista”, ovvero basarsi sull’unione di vedute pur nelle normalissime differenze, portando a un’efficace e forte proposta di società libera, egualitaria, fraterna e giusta.

Nell’immagine: tutto un programma


Quel criptofallimento che affonda l’altruismo e la filantropia che neppure il Padreterno

In attesa di sapere se Amalia Mirante creerà un partito o un movimento, la sinistra persevera nella frammentazione, anche se il vero punto qualificante della campagna è l’alleanza rosso-verde – Di Aurelio Sargenti 

C’è ancora qualcosa di stupefacente, di tragicomico e persino di istruttivo (poiché estensibile) da aggiungere alla ingloriosa storia del fallimento della piattaforma di scambio di bitcoin o di criptomonete FTX che ha mosso la sinistra, motivata anche da singolari avvertimenti in buon latino (caveat emptor!) provenienti da destra, a porre qualche domanda sulle fantasie di Lugano, autoproclamatasi “capitale delle criptovalute”.

Il fondatore di quella miniera, crollata, di criprovalute, Sam Bankman-Fried (uomo della banca cotta, ammettiamolo: nomina sunt omina, il nome è un… augurio, dicevano pure i latini), la cui fortuna era valutata a 30 miliardi di dollari, non avrebbe ormai più niente.”Peccato!”, ha esclamato e scritto qualcuno. Sembra infatti che avesse promesso di dare buona parte della sua fortuna a organizzazioni filantropiche. Chissà perché la filantropia accompagna così spesso il malaffare?

L’altruismo efficace (giunto in incognito anche in Ticino)

Si sa ora che SBS, come lo soprannominavano, era discepolo- come tanti altri milionari o miliardari americani- del movimento dell’”altruismo efficace” (efficient altruism). Un movimento fondato nel 2011 da William MacAskill, professore a Oxford, basato su un’idea fondamentale: razionalizzare l’aiuto umanitario cercando il modo più appropriato per rendere il dono efficace, misurato scientificamente, sia per l’individuo fuori casa sia per quello in capo al mondo.

La rivista The Economist ha scritto che MacAskill ha indotto “SBF” a buttarsi nella finanza secondo il “principio dell’ottimizzazione” (che dunque non è più solo fiscale!). Il quale consiste – per dirla in termini semplici semplici – nel guadagnare sempre di più perché si possa in tal modo donare di più.

Quel che è certo, a conti e fallimento fatti, è che SBS dev’essere andato oltre le speranze del proprio maestro.

Alla base di tutto c’è una fede incrollabile nella tecnologia e la sfiducia (se non addirittura l’odio) nello Stato, nelle sue istituzioni (come potrebbe essere la Banca Nazionale, garante del franco), nell’amministrazione pubblica (sempre disprezzata, comunque subito da invocare quando deve elargire aiuti all’industria o all’agricoltura), che ci ritroviamo anche in casa nostra, senza saperlo, nelle motivazioni non dette ma implicite che sono riuscite a far adottare le criptovalute (o l’altra moneta) anche dal Gran Consiglio ticinese, ignaro di tutto.

Dio con i miliardari generosi

C’è però anche una buona dose di patto biblico (o di dogma) americano che va oltre l’“In God we trust” (confidiamo in Dio, stampato sul dollaro) e che ora, pur di offrire a tutto una buona giustificazione, è riuscito anche a vestirsi di bitcoin.

Chi riesce a fare soldi, chi diventa ricco, deve restituire alla comunità una parte del denaro che solo Dio e il successo gli hanno permesso di accumulare. Fu l’opera messianica di Carnegie che proscrive anche l’eredità nel suo libro “Il Vangelo della ricchezza” (del 1889!) e fondò la filantropia americana, rompendo nelle intenzioni con la carità, di per sé spregevole. Essa era anche, in sostanza, la volontà di ricupero (dopo le malefatte?) della grazia e delle benevolenza di Dio, unico elargitore e giustificatore di ogni fortuna e… prototipo, nella sua generosità, del “buon capitalista” premiato dalla divinità prima ancora che dai giochi di mercato. Già all’inizio dello scorso secolo un presidente realista ed anche demolitore dei trust, Theodore Roosevelt, avvertiva però che “la spesa di queste fortune in beneficenza non compenserà mai il comportamento scorretto che ha permesso di ammassare quelle fortune”. E sistemava così anche Dio.

Oggi si può comunque dire, più laicamente e prosaicamente, che 400 miliardari americani danno ogni anno 10 miliardi di dollari in filantropia. Bella somma, ma è solo lo 0,4 per cento della loro ricchezza, molto meno dell’imposta sulla fortuna del 6 per cento che la senatrice Elisabeth Warren, citando appunto Roosevelt, vorrebbe far loro pagare, senza riuscirci.

Durante gli ultimi anni si è comunque imposta la strategia di creare delle fondazioni senza diritto di successione né d’imposta sulle plusvalenze, con l’obbligo però di distribuire ogni anno il 5 per cento del capitale. Sono fiorite a dismisura, quasi tutte di tipo familiare, come ottimo strumento per la cosiddetta “ottimizzazione fiscale” più che per la filantropia o il mecenatismo: essa permette infatti di controllare la propria fortuna in franchigia d’imposta.

Perché abbondano i filantropi svizzeri?

Anche in Svizzera, quasi su imitazione americana, fioriscono i filantropi. Lo si deduce dal rapporto sulle fondazioni pubblicato da SwissFoundation e dall’Università di Zurigo. Quasi a ritmo giornaliero, per un certo periodo, è stata creata almeno una fondazione «con scopo di utilità pubblica». Sono ormai quasi tredicimila; raddoppiate in un ventennio. Così la Svizzera è uno dei paesi con la più alta densità di fondazioni filantropiche, una ogni 600 abitanti. Secondo un altro studio del Center of Philanthropy Studies, le fondazioni svizzere dispongono di un patrimonio superiore ai 70 miliardi di franchi. Oltre la metà svolgono un’«azione sociale», poi operano nella formazione e ricerca e nello svago e nella cultura.

Come si può spiegare un successo del genere ? Probabilmente con l’aumento dei milionari, mossi da generosità, da patriottismo, da sensi di colpa, da una vita più lunga. In fondo è anche vero che abbiamo ormai più milionari (330 mila) che persone in assistenza sociale (250 mila).

Si deve però anche ammettere che il diritto delle fondazioni, in Svizzera, è facile, flessibile e gli incentivi fiscali aiutano. Per la legge federale, ad esempio, i doni sono deducibili dall’imposta sino a concorrenza del 20 per cento dei redditi, sia per le persone fisiche sia per quelle giuridiche. Rapportati a milioni, sono un buon taglio.

Due veleni potenzialmente distruttivi

Alexandre Lambelet, professore alla Haute école de travail social e de la santé di Losanna, autore di un libro intitolato appunto «La philantropie » edito da SciencesPo, se ne è occupato. Non arriva certo a dire che la filantropia non sia utile e generosa. Sostiene però che come pratica collettiva è contestataria perché, di fatto, rimette in discussione il senso, i mezzi ed anche la legittimità delle politiche pubbliche e tende a dimostrare che le organizzazioni filantropiche fanno meglio e più efficacemente, con minori mezzi, degli enti pubblici.

Oppure che la logica del mercato, se lasciata fare e sgravata dal fisco, risolve anche i problemi sociali. La filantropia tenderebbe in pratica a fare una « privatizzazione » delle politiche assegnate alle autorità pubbliche, nazionali o locali. Tanto più quando gli Stati ripetono il discorso del debito, delle « casse vuote » o si impone il capestro del rientro di bilancio.

Potremmo però girare la critica in altro modo. C’è da chiedersi se nella nostra società, con l’economia disumanizzante, tesa solo al breve termine e alla ricerca della massima efficienza, con la politica che l’asseconda e proprio in particolari settori (come salute, invalidità, persino ricerca), dove la donazione è valore essenziale, fuori dagli schemi economicisti, non ci sia una progressiva introduzione di due veleni potenzialmente distruttivi : l’uno sta nella mercificazione o nell’ottimizzazione fiscale di tutto, anche del dono ; l’altro, con il pretesto del costo economico insostenibile, sta nella dissimulazione di un obbligo umano, civile, pubblico, con la fuga per la tangente verso la filantropia interessata, assai ipocrita e liberata dal giusto e proporzionale obbligo civile-fiscale nei confronti della comunità. Insomma, il date e vi sarà dato con cui non può essere d’accordo neppure il Padreterno. Anche se filantropia significa amore per l’uomo.


C’è silenzio e silenzio, e c’è chi comincia a chiedersi perché parlarne

In attesa di sapere se Amalia Mirante creerà un partito o un movimento, la sinistra persevera nella frammentazione, anche se il vero punto qualificante della campagna è l’alleanza rosso-verde – Di Aurelio Sargenti 

Tanto rumore per nulla, verrebbe da dire. Oppure, e forse meglio, tanto silenzio per cause diverse, seppur accomunabili nel capitolo delle ingiustizie e tragedie dei nostri tempi, che il mondo mediatico ci schiaffa in faccia brutalmente a proposito di questo Mondiale, mentre via social ormai monta già l’insofferenza di chi vorrebbe che la si smettesse di discutere (o di stare visibilmente zitti) e si godesse dello “spettacolo” offerto da partite che da scontate diventano “leggendarie”, come quella fra Argentina ed Arabia Saudita, o “clamorose”, come quella fra Germania e Giappone.

Certo, detto e ribadito che siamo in un contesto in cui domina l’ipocrisia, forse risulta ad un certo punto stucchevole ed inutile continuare a battere sempre lo stesso chiodo. È così e basta. E poi, diamine, è arrivato anche il giorno dei nostri eroi e dunque torniamo ad una sana espressione della nostra passione (anche un po’ nazionalistica, perché no). Ma qualche domanda la si potrebbe pur continuare a porre: ad esempio, se sia davvero la cosa migliore arrendersi all’evidenza, prendere atto della situazione (di profonda ingiustizia) che aleggia implacabile su questo dorato mondiale, o se non sia comunque necessario continuare a ribadire, in primis alla FIFA, che il calcio è uno sport bellissimo ma a trattarlo così si tocca letteralmente il fondo; che così non si può andare avanti, neanche nello sport, neanche in quello più amato e seguito al mondo.

In realtà, ci troviamo in questi giorni di fronte ad un evento che riassume e sublima i principi su cui si fonda l’industria del calcio così come essa si manifesta nei più diversi campionati, dove impera il mercato (di giocatori vezzeggiati e superpagati così come di poveri cristi che per due soldi sputano sangue nelle periferie del globo calcistico), dove le squadre (dai budget e dai debiti roboanti) sono quotate in borsa e si sorreggono finanziariamente grazie a stravaganti fondi di investimento di società misteriose, russe, americane, arabe, qatariote.

Come una perfetta macchina capitalistica neoliberista, il calcio globalizzato deve produrre utili, in parte intascati da dirigenti e funzionari voraci oltre misura, in parte da reinvestire per produrre nuove opportunità di introiti a guadagni (sul merchandising, sui diritti televisivi, sugli indotti) in una spirale che si vuole inesauribile ma che tale non è, non può essere. Perché certo, è vero, toccato il fondo, si può anche cominciare a scavare, ma prima o poi si passa il limite. E qui e oggi ci siamo vicini, forse come non mai.

In questo grande carrozzone agonistico, finanziario e mediatico, tutto prende una dimensione che rischia ampiamente di sfuggire di mano. Ogni gesto, ogni parola, amplificati a dismisura, ci lasciano tutti in balìa di una stordente cacofonìa, nella difficoltà di ritenere ed analizzare episodi ed eventi dalle diverse sfaccettature ed implicazioni. È tutto spettacolo, è tutto business.

Eppure, fra quelle domande che ci si potrebbe continuare a porre, vi potrebbe anche essere quella di chiedersi che differenza ci sia fra il silenzio della squadra iraniana all’echeggiare del proprio inno nazionale nello stadio, e quello dei giocatori della Germania, con tanto di mano davanti alla bocca, prima della partita persa contro il Giappone.

Da una parte, un gruppo di calciatori sconosciuti e “fuori mercato”, che nell’occasione (sportiva) della loro vita decidono di appellarsi al diritto alla vita e alla giustizia calpestati tragicamente nel loro paese. Fra una settimana o poco più torneranno a casa e che ne sapremo mai di cosa capiterà loro? Dall’altra parte una squadra di stelle strapagate, con un ampio seguito (social) di supporters e followers, dalla variabile sensibilità verso il proprio ruolo di testimonial di cause più o meno umanitarie. Eccoli pronti i tedeschi, dunque, a ribellarsi alla sanzione con cartellino giallo della FIFA se avessero esibito la fascia arcobaleno al braccio del capitano.

I calciatori tedeschi, in accordo con la loro Federazione, hanno aperto una breccia nel muro dei divieti a manifestare e manifestarsi, mettendosi in posa, per le foto di rito, con una mano sulla bocca. Forse la loro iniziativa avrà un seguito, forse altre squadre (magari anche la nostra) li imiteranno.

Ma cosa accadrà loro quando fra una due o tre settimane torneranno a casa? Nulla, questo è certo. Anzi, a seconda dell’audience delle loro prestazioni (sportive ed extra-sportive) potrebbero guadagnare ulteriori adepti fra il popolo dei tifosi da stadio e da tastiera, aumentando il proprio “valore di mercato”.

E la loro Federazione potrà nel contempo ribadire tutti i suoi sacrosanti princìpi, che l’hanno addirittura portata ad annunciare un’azione legale nei confronti della FIFA per il divieto (con sanzione) di indossare la fascia arcobaleno. Ma cosa ha spinto la Federcalcio tedesca ad andare fino alla causa legale? Uno degli sponsor della Mannschaft, la catena di supermercati Rewe, ha criticato apertamente la passività della Federazione nel cedere all’imposizione della FIFA, minacciando di negare il proprio sostegno finanziario alla nazionale tedesca se non manifesta come si deve. Sì, perché ne va dell’immagine e della reputazione… della Rewe. Ecco perché la Federcalcio tedesca ha fatto causa alla FIFA. Eh già, anche la solidarietà è diventata un affare, in questo sport in cui non deve entrare la politica ma in cui troneggia inscalfibile la legge del denaro.

Nell’immagine: i calciatori tedeschi con la bocca tappata


È una guerra mondiale unilaterale

In attesa di sapere se Amalia Mirante creerà un partito o un movimento, la sinistra persevera nella frammentazione, anche se il vero punto qualificante della campagna è l’alleanza rosso-verde – Di Aurelio Sargenti 

Di Gabriele Carrer, Formiche.net

L’economista e banchiere bengalese Muhammad Yunus, ideatore del microcredito moderno e premio Nobel per la pace nel 2006, ha partecipato alcuni giorni fa al Global Social Business Summit a Torino, nello spazio eventi La Centrale della Nuvola Lavazza. Ha riunito intorno a sé la comunità mondiale del social business per l’annuale evento da lui fondato nel 2009, per la prima volta in Italia. Presenti rappresentanti di circa 45 Paesi del mondo e una cinquantina di organizzazioni internazionali – strutture di social business, Ong, università e aziende – con oltre 300 imprenditori sociali dai cinque continenti, che animeranno la due giorni insieme ad altri 150 partecipanti fra esponenti della politica e dell’economia globale, manager pubblici e privati, studiosi del settore ed esponenti delle istituzioni.

Zero disoccupazione, zero povertà e zero emissioni di carbonio. Come iniziare?

La chiave è l’individuo. Dobbiamo cambiare noi stessi per cambiare il mondo. Ogni singola persona sul pianeta contribuisce a tutti e tre questi megaproblemi, consapevolmente e inconsapevolmente, in maniera minuscola o gigantesca. Dobbiamo riconoscere che se portiamo il nostro contributo individuale a zero in ciascuno di essi – disoccupazione, povertà e riscaldamento globale – possiamo creare un mondo a tre zero. Noi di Three Zero Global Centre stiamo promuovendo un programma tra i giovani per creare dei club “tre zero”. L’impegno dei membri del club è quello di trasformarsi in persone “tre zero”, portando a zero il contributo di ciascuno alla disoccupazione, alla povertà e al riscaldamento globale. Dobbiamo continuare a lavorare su tutti i fronti, su quello imprenditoriale, su quello intellettuale e su quello governativo, per rendere più interessante la creazione e l’investimento nelle imprese sociali.

Come valuta la situazione della globalizzazione oggi alla luce della pandemia Covid-19 e della guerra in Ucraina?

Il Covid 19 ci ha fatto capire che non esiste un villaggio globale, il mondo è fatto di isole isolate. Quando le cose vanno male, tutti si danno da fare per prendersi cura di sé stessi. La guerra in Ucraina si è trasformata in una guerra all’umanità. Ha stravolto le nostre priorità. Le risorse stanziate per combattere il riscaldamento globale hanno dovuto essere dirottate verso i piani per prepararsi alla guerra. La sopravvivenza immediata è diventata più importante della sopravvivenza finale. Non una sola persona al mondo viene risparmiata dal duro impatto della guerra in Ucraina. In un certo senso è diventata una “guerra mondiale” unilaterale, il mondo intero è sotto attacco da parte di un solo Paese.

È ancora convinto che la globalizzazione faccia parte della natura umana?

Gli esseri umani sono orgogliosi della propria identità locale, oltre che di far parte di una comunità globale. Ma la parola “globalizzazione” viene da un’altra direzione. Viene dalla colonizzazione politica o dalla colonizzazione economica. Le relazioni disomogenee non dovrebbero essere chiamate globalizzazione. La globalizzazione dovrebbe essere basata sull’amicizia, sulla condivisione e sulla solidarietà. L’economia che massimizza il profitto non può raggiungere questo obiettivo. Il suo scopo è approfittare delle debolezze altrui, non aiutare a superare le debolezze. Questo è il business del social business. Il mondo futuro dovrebbe essere un mondo di social business.

Come si possono ridurre le disuguaglianze sociali in questo contesto?

L’attuale quadro economico ha un meccanismo incorporato che spinge la ricchezza verso l’alto. In questo sistema la concentrazione della ricchezza è riconosciuta come un successo. Di conseguenza, la stragrande maggioranza delle persone rimane in basso, senza ricchezza o con una ricchezza insignificante. Si tratta di un risultato ottenuto grazie alla progettazione del sistema, non di un suo fallimento. Per annullare la concentrazione della ricchezza dobbiamo costruire un nuovo sistema che inverta il processo: che porti e tenga sempre unite le persone e la ricchezza, e non crei un processo di continua distanza l’una dall’altra. L’inclusione del concetto di social business nel quadro economico sarà l’inizio di questo processo. Il quadro attuale non rappresenta la natura umana. È un sistema innaturale e artificiale. La natura umana si basa sulla condivisione e sulla cura, non sul possesso.

Nell’immagine: Muhammad Yunus (foto University of Salford Press Office da Flickr)


Ucraina: domande scomode

In attesa di sapere se Amalia Mirante creerà un partito o un movimento, la sinistra persevera nella frammentazione, anche se il vero punto qualificante della campagna è l’alleanza rosso-verde – Di Aurelio Sargenti 

Niente può giustificare la devastante aggressione allo stato ucraino voluta da Putin, tantomeno un referendum-farsa sotto occupazione militare. Ma niente stupore. In tempi non sospetti avevo diffuso dei documentari sui metodi criminali usati da Putin per arrivare al potere, in Cecenia e contro gli oppositori. Allora c’era chi preferiva voltarsi dall’altra parte per correre in Russia a fare affari e salamelecchi a Putin e ai suoi oligarchi. Oggi quei diplomatici, politici, manager e giornalisti fanno un tifo viscerale per la guerra e fingono di stupirsi: chi l’avrebbe mai detto che il gentile Putin…? 

Ovviamente anch’io ammiro l’eroica resistenza del popolo ucraino ma promuovere l’escalation militare sulla sua pelle e su quella dei soldati mandati al macello su entrambi i fronti è proprio l’unica via d’uscita dal conflitto? O forse era solo l’unica che potesse soddisfare i deliranti sogni imperiali di Putin e anche generare profitti miliardari per i produttori di armi e di energia (compreso il gas estratto mediante il devastante fracking)?

Ora finalmente si comincia a parlare di negoziati di pace, ma l’unica pace possibile è davvero solo un compromesso per spartirsi pezzi di territorio, proporzionalmente al rapporto di forza militare conquistato sul terreno? Spartizioni imposte agli abitanti senza un’autentica consultazione e quindi foriera di futuri conflitti. 

Non sono l’unica a chiedermi perché, oltre al diritto all’integrità territoriale, non si consideri anche il diritto umano fondamentale all’autodeterminazione dei popoli sancito dalla Carta delle Nazioni Unite al Capitolo I, articolo 1, paragrafo 2 sulle finalità dell’ONU: “Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-determinazione dei popoli…”  

Certo, dare la precedenza a questo diritto umano, prima ancora o all’inizio dell’aggressione, avrebbe richiesto (e richiederebbe tutt’ora) che un organismo internazionale riconosciuto da entrambe le parti come l’ONU o l’OSCE ottenesse un cessate il fuoco immediato per organizzare un autentico referendum nei territori contestati. 

Sarebbe stato ancora possibile quando si parlava di ripartire dagli accordi di Minsk II e Zelensky sembrava pronto a offrire una forma di neutralità rispetto alla NATO? Forse si sarebbe “disarmato” Putin vanificando la sua delirante narrazione sui referendum. Forse si risparmierebbero ancora tante vite definendo forme di autonomia e frontiere condivise dagli abitanti per garantire una pace più duratura. Il nostro governo non potrebbe proporre questa via in nome della neutralità e del modello svizzero?

In sostanza mi chiedo se il diritto all’autodeterminazione dei popoli e quello all’integrità territoriale siano incompatibili, oppure se per ottenere una vera pace il rispetto del primo non dovrebbe precedere il secondo. Oppure pace e diritti umani rimangono utopie da relegare nei preamboli? 

Nell’immagine: nel nostro piccolo… (manifestazione per la separazione del Giura dal Canton Berna)


Arabia Saudita-Argentina 2-1: ineffabile, crudelissima palla

In attesa di sapere se Amalia Mirante creerà un partito o un movimento, la sinistra persevera nella frammentazione, anche se il vero punto qualificante della campagna è l’alleanza rosso-verde – Di Aurelio Sargenti 

Proprio nel momento in cui tutti si interrogano sulla legittimità di un ‘Mondiale’ in un Paese come quello gestito dalla famiglia Al Thani – organizzato con la compiacenza del rossocrociato Infantino – l’ineffabile palla si fa beffa di tutti noi, delle nostre giustificate remore morali (boicotto, non boicotto, guardo, non guardo?) violando per due volte contro una, la rete di una delle grandi favorite, l’Argentina di un Messi irriconoscibile, assente, come tutta la squadra.

Reti tra l’altro tecnicamente apprezzabili. Reti che nell’Arabia Saudita, ma non solo, contribuiranno a far dimenticare che il principe ereditario e Presidente Mohammad bin Salman al Sa’ ud, secondo la Cia, ha fatto assassinare e sparire nel nulla (disciolto nell’acido?) il giornalista dissidente Jamal Kashoggi, attirato con la scusa di un documento importante da ritirare per il suo matrimonio all’ambasciata saudita di Istanbul.

«È morto per la seconda volta» ha dichiarato pochi giorni fa la fidanzata Hatice Cengiz che aveva citato Bin Salman davanti alla giustizia statunitense, ricevendo uno schiaffo in faccia dall’Amministrazione Biden.

«Denuncia irricevibile, Bin Salman gode dell’immunità diplomatica dovuta a un Presidente d’uno Stato estero».

Gianni Brera chiamava la palla ‘Eupalla’, una dea forse. Stimata, sconosciuta ‘Eupalla’, ma era proprio in questi giorni che dovevi fare un favore a un gentiluomo come Bin Salman, che già medita di chiedere i Mondiali del 2030? “Sono ineffabile” risponde la Dea, «i miei balzi e rimbalzi sono del tutto estranei alla vostra logica, e anche alla morale, all’etica. Io sono ‘il gioco’, la miseria del mondo non mi tange».

Che dire a questo punto? E come legare l’imperativo etico alla bassa realtà, alla ‘Realpolitik’ regnante sotto tutti i cieli? Bravo il filosofo (magari si annuncia prossimamente su Naufraghi.ch) capace di illuminarci, di risolvere la dolorosissima contraddizione.

Come spiegare all’aspirante calciatore in erba che i Mondiali del Qatar non si guardano?

L’impresa dell’Arabia Saudita del francese Hervé Renard, oltretutto è meritata: Al-Sheria, Al-Dawsari, e il portiere Al-Owais, i due marcatori e il portiere non sono certo apparsi come esponenti della squadra peggio classificata nel ‘ranking’ della FIFA – al numero 49 contro il 3 dell’Argentina.

Gli argentini, oltretutto passati in vantaggio su rigore, sono caduti sistematicamente nella trappola del fuorigioco. Probabilmente sono entrati in campo sicuri di andare a spasso: ma questo è un problema loro. A partita in corso è dura cambiare atteggiamento.

Ora, storici e specialisti si cimenteranno nella difficile impresa di stabilire qual è stata l’impresa più ‘impossibile’ nel gioco del calcio. Superiore all’1-0 inflitto dagli studenti universitari americani ai maestri inglesi nel 1950 a Belo Horizonte? Il ‘Daily Express’ aveva intitolato: «sarebbe giusto iniziare e chiudere la partita per manifesta inferiorità sul 3 a 0».

Gli allibratori avevano quotato la vittoria degli Stati Uniti 1-500.

Quel Mondiale fu vinto dall’Uruguay sul Brasile per 2 a 1 al Maracanà di Rio de Janeiro, davanti a 200’000 spettatori, facendo piombare un’intera Nazione nel più cupo sconforto. La rete decisiva fu segnata da Alcides Ghiggia, originario di Sonvico. La porta uruguaiana era difesa da Roque Maspoli, originario di Caslano.

Nell’immagine: sì, sono loro: Roque Maspoli e Alcides Ghiggia


Migranti, il Piano “rattoppato” dell’Europa

In attesa di sapere se Amalia Mirante creerà un partito o un movimento, la sinistra persevera nella frammentazione, anche se il vero punto qualificante della campagna è l’alleanza rosso-verde – Di Aurelio Sargenti 

Di Umberto De Giovannangeli, Globalist

Più che un piano, assomiglia a una toppa. Neanche troppo solida e ancor meno innovativa. A conferma che l’Europa coesa, solidale, inclusiva semplicemente non c’è. Non esiste. Se c’è una crisi tra due Paesi dell’Unione, vedi Francia e Italia, si prova a correre ai ripari, a cercare un compromesso che attenui le tensioni, in attesa del nuovo, inevitabile, braccio di ferro. Una riprova?

Il “falsopiano”

Ne scrive Il Post: “Lunedì la Commissione europea ha presentato un nuovo ‘Piano d’azione per il Mediterraneo centrale’, scritto con una certa fretta dopo il recente aumento dei flussi migratori, e soprattutto dopo la crisi diplomatica tra Italia e Francia a proposito dell’attracco della nave di una Ong carica di persone soccorse in mare. Il nuovo piano prevede venti proposte per cercare di alleviare la situazione, e sarà discusso venerdì in una riunione straordinaria dei ministri dell’Interno dei paesi membri.

Le proposte, tuttavia, sono piuttosto vaghe, e in molti casi si tratta della riproposizione di vecchie misure mai del tutto messe in pratica: «È una rimasticatura di cose che sarebbero già dovute succedere», ha detto un un diplomatico europeo a Politico. Al tempo stesso, però, il documento contiene alcune novità, come per esempio nuove azioni per aumentare la cooperazione con i paesi d’origine dei migranti e una prima, eccezionalmente generica menzione della possibilità di coinvolgere gli “stati di bandiera” nelle discussioni sulla gestione delle navi delle ong.

Quella degli “stati di bandiera” è una rivendicazione recente del governo italiano  di Giorgia Meloni, che sostiene che se la nave di una Ong batte bandiera tedesca o francese, dovrebbero essere Germania o Francia ad accogliere i migranti soccorsi da quella nave. Questa posizione in realtà non ha nessun fondamento giuridico: le navi delle Ong battono la bandiera di uno stato piuttosto che quella di un altro spesso solo per ragioni fiscali, e il diritto internazionale, nel caso dei soccorsi in mare, non prevede alcun legame tra la nave e lo stato di cui batte bandiera. Il dovere di soccorrere i migranti spetta comunque al primo “porto sicuro”, che nel caso del Mediterraneo centrale è praticamente sempre l’Italia.

Il nuovo piano prevede però la «promozione di maggiore cooperazione […] tra gli stati della costa [come l’Italia] e gli stati di bandiera [come la Germania o la Francia]». Non specifica come dovrebbe funzionare questa cooperazione, né come dovrebbe applicarsi, magari nel caso di navi battenti bandiera di stati non europei. È probabile che spetterà ai ministri dell’Interno degli stati membri discuterne.

Le altre novità del piano sono principalmente due. Anzitutto il proposito (anche in questo caso relativamente generico) di rafforzare i rapporti con i paesi da cui provengono i migranti, sia con l’intento di fermare i flussi all’origine, sia con l’intento di facilitare i rimpatri: l’anno scorso, circa il 20 per cento dei migranti che non avevano i requisiti per il diritto d’asilo è stato rimandato nel proprio paese d’origine. Il documento cita uno stanziamento di 580 milioni di euro (già previsti, in realtà) per sostenere i paesi del Nord Africa e altri paesi partner, e in particolare cita la necessità di rafforzare i rapporti con Tunisia, Egitto e soprattutto Libia.

Un’altra proposta riguarda la necessità di applicare per davvero e rafforzare la ‘dichiarazione di solodarietà’ che era stata adottata a giugno di quest’anno da 21 stati membri, e che prevedeva un meccanismo – volontario e non vincolante – di sostegno ai paesi più esposti ai flussi migratori, tramite contributi economici o ricollocamenti di migranti. Questo piano però di fatto non è mai stato messo in pratica.

Tornando alle navi delle Ong, la Commissione europea richiede infine che siano avviati dei negoziati con l’Organizzazione marittima internazionale (l’agenzia ONU che si occupa di trasporto marittimo) per creare delle «linee guida» specifiche per le navi «che si concentrano sulle attività di ricerca e soccorso». Secondo la Commissione, dall’inizio dell’anno sono arrivati in Europa dal Mediterraneo centrale circa 90 mila migranti: un aumento del 50 per cento rispetto all’anno scorso. In totale i migranti arrivati in Europa nel 2022, sia via mare che via terra, sono circa 160 mila”.

Fin qui la corretta esegesi de Il Post. Rimasticature, generiche dichiarazioni d’intenti, codici da strutturare. Ecco il “falsopiano” targato Ue. Affondato da egoismi nazionali e da una sciagurata politica questa sì condivisa: l’esternalizzazione delle frontiere. […]

Una riflessione da incorniciare

Francesca Mannocchi i teatri di guerra li ha visitati tutti. Con umanità e professionalità che ha pochi riscontri nel desolante panorama giornalistico italiano, ha raccontato guerre colpevolmente “ignorate”, svelando connivenze e silenzi complici dell’Occidente e di una comunità internazionale dai mille pesi e altrettante misure.

Scrive Mannocchi su La Stampa del 28 giugno: “Decine di migranti sono morti negli scorsi giorni nel tentativo di raggiungere l’enclave spagnola. L’Occidente si accorge dei destini degli uomini e delle donne in fuga dal continente africano quando si presentano ai confini. O vivi, chiedendo accoglienza, o morti nel tentativo di varcare la Fortezza Europa.

È successo così anche tre giorni fa, quando decine di persone sono morte nel tentativo di entrare a Melilla, enclave spagnola in Nord Africa. Il Marocco parla ufficialmente di 23 morti, le organizzazioni non governative sostengono che le vittime sono 37 e che i feriti sono trecento, tra cui 49 membri della Guardia Civile Spagnola e 57 migranti che sono riusciti ad entrare a Melilla. Secondo un portavoce dell’ufficio del governo spagnolo a Melilla, venerdì scorso duemila migranti si sono avvicinati alle recinzioni per assaltarle e cinquecento sono riusciti ad a entrare in un’area di controllo del confine provocando violenti scontri.

Le organizzazioni per i diritti umani accusano le forze di sicurezza dell’uso indiscriminato della forza, e hanno diffuso due video (confermati dalla geolocalizzazione): il primo mostra decine di corpi e feriti accatastati uno sopra l’altro lungo la recinzione di confine, circondati da agenti di sicurezza marocchini in tenuta antisommossa. Il secondo mostra un soldato marocchino picchiare con un manganello un gruppo di migranti visibilmente feriti, con gli abiti strappati, stesi a terra mentre si contorcono di dolore.

Melilla e Ceuta, l’altra piccola enclave spagnola in Nord Africa, sono gli unici confini terrestri dell’Europa con l’Africa, condizione che ha reso le due cittadine meta di consistenti flussi migratori negli ultimi anni. Le persone in fuga da guerre, fame e povertà, cercano di raggiungere il confine di 12 chilometri tra Melilla e il Marocco e il confine di otto chilometri di Ceuta – territori protetti da recinzioni fortificate con filo spinato, telecamere e torri di avvistamento – nella speranza di scavalcare le recinzioni e raggiungere l’Europa continentale.

Per arginare i flussi migratori e tenere le persone migranti lontano dal confine, la Spagna si affida da anni alle autorità marocchine i cui abusi sono denunciati dalle organizzazioni per i diritti umani, come gli abusi della Guardia Civile Spagnola che si compie respingimenti di massa, proibiti dal diritto internazionale.

Amnesty International ieri ha chiesto un’indagine indipendente sui fatti di venerdì e sulle violazioni da entrambi i lati della frontiera, ma tutto lascia pensare che le decine di cadaveri senza nome e nazionalità resteranno prive di giustizia nei cimiteri di Sidi Salem, alla periferia della cittadina marocchina di Nador, al confine con Melilla, che stanno preparando lo spazio per la loro sepoltura.

[…] L’invasione russa dell’Ucraina ha infatti mostrato al mondo il divario tra ciò che si può ottenere quando la comunità internazionale si mobilita e la vulnerabilità di milioni di persone che vivono in Paesi attraversati da crisi alimentari e climatiche combinate alle guerre. Scrive ancora il segretario del Norwegian Refugee Council che di fronte alla guerra in ucraina, le nazioni donatrici e i privati hanno contribuito alla massiccia operazione di soccorso, così generosamente che gli appelli delle Nazioni Unite sono stati finanziati quasi per intero lo stesso giorno in cui sono stati lanciati. Per fare un paragone, l’appello lanciato dal segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres sull’emergenza alimentare afghana pari a 4 miliardi di dollari non ha raggiunto – in sette mesi – nemmeno la metà dell’importo.

Lo stesso vale per l’azione politica. Per la prima volta nella sua storia una direttiva dell’Unione Europea da febbraio concede la protezione temporanea di un anno a tutte le persone in fuga dall’invasione russa. L’annosa distrazione occidentale al continente africano e l’abitudine a concentrarsi su un’emergenza alla volta, senza unire i punti della storia e i flussi migratori sulle mappe dell’atlante, però, generano un deterioramento delle persone che da mesi vivono nelle crisi in ombra. È la teoria dei vasi comunicanti. Quanti più fondi vengono destinati dai Paesi donatori alla crisi dell’Europa orientale, tanti meno ne sono destinati alle crisi nell’ombra. Togliere fondi alle crisi africane, a quella afghana, significa rendere le persone vulnerabili ancora più fragili, ancora più esposte al rischio di viaggi pericolosi, all’abuso del traffico di uomini, alla morte di fronte alle frontiere europee, di fronte alle nazioni che invece di trovare soluzioni condivise, si affidano a Paesi terzi per difendersi.

Una storia che tristemente si ripete: subappaltare il controllo dei confini in cambio di legittimazione politica e denaro, cedendo a Paesi terzi il potere di fare pressione sui governi europei che si espongono così a una ricattabilità potenzialmente infinita. E lo strumento, a ogni angolo del pianeta, sono sempre gli esseri umani in fuga. Spesso, come nel caso di Melilla, da quelle dieci crisi tutte africane, che l’Occidente sta dimenticando, finanziando il controllo delle frontiere invece di finanziare sviluppo e assistenza umanitaria”, conclude Mannocchi.

E il “falsopiano” Ue persevera su questa nefasta linea. 

Nell’immagine: migranti sul reticolato che divide il Marocco dalla Spagna a Ceuta


I repubblicani vogliono indagare sugli scandali della famiglia Biden in Ucraina

In attesa di sapere se Amalia Mirante creerà un partito o un movimento, la sinistra persevera nella frammentazione, anche se il vero punto qualificante della campagna è l’alleanza rosso-verde – Di Aurelio Sargenti 

Di Giorgia Audiello, L’Indipendente

Con la riconquista della Camera da parte dei repubblicani, tornano in primo piano i presunti scandali legati alla famiglia del presidente americano, Joe Biden, e in particolare al figlio, Hunter Biden in Ucraina, già emersi durante l’ultima campagna elettorale e insabbiati da buona parte degli esponenti del Partito democratico: mentre, infatti, l’ex presidente Donald Trump era stato sottoposto a impeachment con l’accusa di avere esercitato pressioni sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky per ottenere informazioni circa gli affari di Hunter Biden all’estero, non è mai stata presa in considerazione l’idea di svolgere indagini approfondite sugli evidenti conflitti d’interesse del secondogenito dell’attuale presidente americano. 

I repubblicani hanno, dunque, deciso che il prossimo Congresso dovrà avere come priorità quella di indagare il presidente, Joe Biden, e la sua famiglia, con l’intento di stabilire un collegamento tra le attività del figlio Hunter e il suo ruolo di vicepresidente, prima, o di presidente, adesso. «Voglio essere chiaro: questa è un’indagine su Joe Biden, ed è su questo che si concentrerà il comitato nel prossimo Congresso», ha dichiarato il futuro presidente del Comitato di supervisione James Comer. I democratici sono già pronti a dare battaglia e hanno iniziato a fare circolare una nota su Comer, definendolo un «teorico della cospirazione, adulatore di Trump, comprovato bugiardo».

La vicenda, piuttosto intricata, degli affari di Hunter in Ucraina comincia col ritrovamento del suo portatile – poi mai ritirato – presso un centro di riparazione nel Delaware: tra le tante informazioni e immagini shock trovate al suo interno, sono emerse delle conversazioni e-mail che evidenziano attività illecite di pressione politica in Ucraina, sfruttando il ruolo istituzionale del padre Joe. La notizia fu inizialmente bollata come “propaganda russa” dall’intero coro mediatico mainstream, ma fu infine confermata dal New York Times, il quale in un articolo scrisse che le e-mail estratte dal portatile «sono state autenticate da persone al corrente dell’indagine». 

L’avvocato, imprenditore e lobbista statunitense, Hunter Biden, tra il 2014 e il 2019 era stato membro del Consiglio di amministrazione di Burisma Holding, azienda energetica che opera in Ucraina, con il compito di «occuparsi delle questioni legali e offrire supporto alla società nei rapporti con organizzazioni internazionali», per uno stipendio mensile di 50.000 dollari. All’epoca dei fatti, Joe Biden era vicepresidente dell’amministrazione Obama e, a quanto si apprende dalle e-mail, Hunter avrebbe presentato suo padre all’alto dirigente di Burisma, Vadym Pozharskyi: «Caro Hunter, grazie per avermi invitato a Washington e di avermi dato la possibilità di conoscere tuo padre», ha scritto il 17 aprile 2015 Pozharskyi al figlio di Joe Biden.

Precedentemente, in una e-mail datata 12 maggio 2014, era già emersa la richiesta del dirigente di Burisma ad Hunter di sfruttare la sua influenza a favore dell’azienda: «Necessitiamo urgentemente di una tua opinione per come potresti usare la tua influenza», si legge nella mail. L’allora governo ucraino, infatti, aveva richiesto alla società la documentazione concernente le licenza concesse a Burisma e quest’ultima era preoccupata che potesse mettere in pericolo gli affari energetici della compagnia. 

Similmente, durante il governo di Petro Poroshenko, il procuratore generale ucraino, Viktor Shokin – attivo tra il febbraio 2015 e il marzo 2016 – stava portando avanti un’indagine nei confronti dell’azienda energetica, accusata di corruzione. Joe Biden avrebbe quindi minacciato Poroshenko di non far emettere dal Governo federale un pacchetto di aiuti da un miliardo di dollari destinato a Kiev nel caso in cui il procuratore non fosse stato immediatamente licenziato, cosa che poi avvenne. La vicenda, è ancora ora definita su Wikipedia come “teoria del complotto”, ma è stata confermata dallo stesso Biden che, durante un discorso al Council on Foreign Relations del gennaio 2018, relativamente alla vicenda avrebbe affermato: «Li guardai negli occhi e dissi, io parto tra sei ore, se il procuratore non è stato licenziato, non avrete i soldi. Beh, figlio di puttana. È stato licenziato». Il tutto mentre il procuratore indagava sull’azienda nel Cda della quale sedeva anche il figlio dell’allora vicepresidente.

Ma gli affari di Biden Junior in Ucraina non si limitano solo al settore energetico. Sembrano, infatti, confermate anche le accuse russe relative al finanziamento di laboratori di armi batteriologiche in Ucraina da parte del suo fondo d’investimento Rosemont Seneca. Le accuse di Mosca troverebbero conferma sempre nelle e-mail contenute nel laptop portato in riparazione e poi sequestrato dall’FBI: da queste, emerge il progetto per garantire milioni di dollari di finanziamenti a Metabiota, un’azienda californiana appaltatrice del Pentagono, specializzata nella ricerca su malattie che causano pandemie da utilizzare come armi. Dalle mail risulta che Hunter presentò Metabiota a Burisma, per un “progetto scientifico” relativo a laboratori di biosicurezza in Ucraina. Il vicepresidente di Metabiota, in un’e-mail inviata a Hunter, nel 2014 evocava progetti per «affermare l’indipendenza culturale ed economica dell’Ucraina dalla Russia». 

Le mail sono state pubblicate prima dal New York Post (NYP) – lo stesso quotidiano che aveva divulgato per primo la notizia del laptop di Hunter Biden – sia dal Daily Mail. Secondo quanto scritto dal NYP, che ha potuto visionare le mail, «Rosemont Seneca Technology Partners ha investito 500.000 dollari nella società di ricerca sui patogeni di San Francisco Metabiota e ne ha raccolti altri milioni attraverso aziende che includevano Goldman Sachs».

Mosca ha accusato esplicitamente gli USA e, in particolare, la famiglia Biden, di finanziare laboratori biologici in Ucraina. Il portavoce della Duma di stato russa, Vyacheslav Volodin, ha affermato che «Lo stesso presidente degli Stati Uniti Joe Biden è coinvolto nella creazione di laboratori biologici in Ucraina». «Un fondo di investimento gestito da suo figlio Hunter Biden ha finanziato la ricerca e l’attuazione del programma biologico militare degli Stati Uniti. È ovvio che Joe Biden, in quanto suo padre e Capo di stato, era a conoscenza di tale attività», ha proseguito Volodin.

Conferme sul coinvolgimento USA nei biolaboratori in Ucraina arrivano anche dalla vicepresidente di Metabiota, Mary Guttieri che, sempre in base a quanto rivelato dal NYP, avrebbe scritto a Hunter in merito a questioni geopolitiche che coinvolgono la ricerca dell’azienda nell’ex repubblica sovietica nell’aprile 2014: «Come promesso, ho preparato la nota allegata, che fornisce una panoramica di Metabiota, del nostro impegno in Ucraina e di come possiamo potenzialmente sfruttare il nostro team, le nostre reti e i nostri concetti per affermare l’indipendenza culturale ed economica dell’Ucraina dalla Russia e la continua integrazione in Società occidentale».

Con la riconquista della Camera da parte dei repubblicani, tutti i fascicoli scomodi a carico della famiglia Biden potrebbero essere riaperti. I membri repubblicani del Comitato di supervisione, infatti, pochi giorni fa hanno inviato lettere al Dipartimento del Tesoro, agli Archivi nazionali e all’FBI, tra gli altri, chiedendo la documentazione in loro possesso sulla famiglia Biden. I repubblicani ritengono che l’attuale presidente abbia ingannato i suoi elettori quando durante la campagna elettorale del 2020 aveva sostenuto di non essere a conoscenza delle attività del figlio e che continui tuttora a mentire. Eventuali indagini approfondite sugli affari esteri della famiglia Biden avrebbero ripercussioni sia sugli equilibri politici interni americani che sulla politica estera. Da un lato, infatti, potrebbero non solo comportare danni a livello d’immagine al Presidente, ma anche l’eventuale richiesta di impeachment; dall’altro la vicenda contribuirebbe a mettere in evidenza gli enormi interessi americani in Ucraina che hanno destabilizzato la regione e fomentato in larga parte l’attuale conflitto. Si tratta, dunque, di una questione della massima rilevanza, i cui sviluppi sono ora nelle mani dei repubblicani alla Camera.

Nell’immagine: i due Biden