Naufraghi, migranti, persone

Ancora una volta la guerra agli stranieri è anche una battaglia linguistica: attraverso il linguaggio ogni volta si fa un passo in avanti nella disumanizzazione di chi è sottoposto a leggi discriminatorie e feroci 

ANNALISA CAMILLI  L’ESSENZIALE

 

“Non sono naufraghi, sono migranti”, dice la presidente del consiglio Giorgia Meloni commentando la decisione della autorità sanitarie di far scendere dopo l’attracco tutte le persone rimaste a bordo delle navi umanitarie Geo Barents e Humanity 1 per diversi giorni, bloccate dall’ennesimo decreto che intende mettere in discussione la legge del mare, il diritto internazionale e i princìpi fondamentali sanciti dalla costituzione.

La premier definisce “bizzarra” la decisione dei medici, che hanno messo la parola fine al trattamento inumano a cui sono state sottoposte duecentocinquanta persone, minacciate di essere respinte da un paese che già nel 2009 è stato condannato per una condotta simile. Eppure questo non è il primo atto della guerra ai soccorsi in mare e neppure la prima volta che l’Italia prova a respingere i migranti in Libia.

Ma i medici hanno seguito la loro deontologia professionale. Così la prima sconfitta politica per la presidente del consiglio arriva sull’immigrazione, uno dei cavalli di battaglia del suo programma. Meloni ha condotto la campagna elettorale promettendo agli elettori “un blocco navale”, cioè il dispiegamento di mezzi militari in uno dei tratti di mare più trafficati e pericolosi al mondo: una misura che nei fatti sarebbe impossibile da realizzare, perché contraria alle leggi internazionali, pericolosa e costosa.

Una scala di vulnerabilità
Ma una volta al potere, nella pratica, la promessa elettorale si è tradotta in un nuovo decreto interministeriale – poche righe, una pagina – che ha preso di mira le navi umanitarie, definite dalla premier “navi pirata”: nel 2017 erano state battezzate “taxi del mare” da Luigi Di Maio e nel 2018 Matteo Salvini aveva definito gli operatori dei “vicescafisti”. Ma a differenza del decreto sicurezza bis firmato dall’allora ministro dell’interno Salvini, nel caso del decreto firmato da Matteo Piantedosi non c’è stato bisogno neppure del pronunciamento di un giudice. È bastato un intervento più approfondito delle autorità sanitarie italiane l’8 novembre per stabilire che, dopo aver attraversato la rotta più pericolosa del mondo, quella in cui sono morte 25mila persone dal 2013, si è dei “sopravvissuti”.

Né naufraghi né migranti. Ma sopravvissuti che riportano spesso infezioni della pelle, denutrizione, stress post-traumatico, disagio psichico, segni di tortura. Ed è arbitrario allora stabilire qualsiasi scala di vulnerabilità, perché tutte e tutti dopo un tragitto del genere hanno diritto a toccare terra. La fragilità è una categoria del tutto pretestuosa (tra l’altro nel decreto non si stabiliscono i criteri medici per fare la selezione dei naufraghi) che decade infatti davanti a un accertamento medico più serio.

In ogni caso i tribunali dovranno pronunciarsi sui ricorsi presentati contro il nuovo decreto dalle organizzazioni umanitarie e l’impressione è che questo ennesimo atto persecutorio verso poche migliaia di persone che arrivano via mare in Italia dopo un soccorso sia destinato a essere smontato, perché una norma d’urgenza come un decreto non può prevalere rispetto a una convenzione internazionale o a un diritto fondamentale previsto nella costituzione.

Nel frattempo tuttavia il decreto ha provocato un’ulteriore sofferenza alle persone che prende di mira. Eppure nelle ultime due settimane, da quando cioè si è insediato il nuovo governo, solo il 10 per cento di quelle che sono arrivate via mare sono state soccorse dalle navi delle ong. Da anni ormai la maggior parte degli arrivi avviene autonomamente, le persone toccano la riva (quando ce la fanno) a bordo delle loro di imbarcazioni di fortuna oppure sono intercettate poco prima di arrivare sulla costa dalle navi della guardia costiera italiana, che tuttavia raramente escono dalle acque territoriali. E infatti proprio mentre i sopravvissuti della Geo Barents scendevano finalmente a terra insieme a quelli della Humanity 1 nel porto di Catania, a Lampedusa continuavano ad arrivare in maniera autonoma diverse imbarcazioni, portando più di trecento persone in un giorno.

Il 9 novembre, durante uno di questi sbarchi, una donna ivoriana di 35 anni è stata soccorsa dalla guardia di finanza ma è morta subito dopo essere scesa a terra, probabilmente per un arresto cardiaco provocato da un’ipotermia. È morta di freddo, in sostanza. In un altro barchino che trasportava 51 persone, da giorni alla deriva al largo di Lampedusa, è stato trovato un neonato di venti giorni senza vita, insieme a sua madre, una donna anche lei ivoriana, che teneva il corpo del bambino senza vita tra le braccia. Altro che fragilità.

La presidente del consiglio Meloni si sbaglia, in mare non esistono migranti, né migranti irregolari, nessuna distinzione tra migranti economici o rifugiati. Queste sono categorie che si possono accertare solo una volta che sono arrivati a terra. In mare tutto si riduce a una logica più semplice, una logica binaria: ci sono solo naviganti e naufraghi. Tutti i naviganti possono diventare naufraghi e tutti i naufraghi sono stati naviganti, per cui una legge naturale che affonda le sue radici nell’origine della nostra cultura giuridica ed è alla base del diritto internazionale e del diritto marittimo, stabilisce che ogni navigante è obbligato a soccorrere i naufraghi, perché il mare è un ambiente molto ostile in cui si può perdere la vita con grande facilità.

La battaglia linguistica
Naufraghi, migranti, fragili, carico residuale, sbarchi selettivi. È stato il ministro dell’interno Matteo Piantedosi, illustrando il suo decreto, a definire in burocratese “carico residuale” le persone che secondo lui non avevano diritto a sbarcare. Ancora una volta la guerra agli stranieri è anche una battaglia linguistica.

Le parole fanno il mondo e in una guerra si deve alimentare l’odio attraverso il linguaggio e la costruzione di un nemico. Nel 2001, nella prima campagna elettorale politica che si è giocata sulla pelle degli stranieri, la parola d’ordine era “clandestini”.

Erano i migranti che avevano il permesso di soggiorno scaduto, e che non riuscivano a regolarizzare la loro condizione, a rappresentare il nemico simbolico della destra di allora, Alleanza nazionale e Lega nord. Quella condizione, la cosiddetta clandestinità, è diventata perfino un reato. E ancora oggi nella legge del 2002, la Bossi-Fini, che regola l’immigrazione in Italia, è presente il reato di clandestinità.

Poi, intorno al 2013 la parola clandestino è stata definitivamente debellata (non senza una battaglia molto dura di cittadini e associazioni) ed è stata sostituita dal più neutro “migranti”, participio presente del verbo migrare. Già nel 2015, nel pieno della cosiddetta crisi dei rifugiati, il canale Al Jazeera metteva in guardia dall’uso indiscriminato e disumanizzante della parola “migrante” che di fatto era diventato un modo per dire “essere umano di serie b”.

“Il termine migrante è diventato una categoria ombrello, uno strumento che disumanizza e serve a prendere le distanze dalle persone di cui si parla”, scriveva all’epoca Al Jazeera che annunciava parallelamente di volere chiamare tutti i migranti, le persone in movimento, “rifugiati”, al di là del loro status giuridico, per segnalarne la vulnerabilità.

Nel frattempo nel 2017 la parola “clandestino” è tornata a fare capolino in un documento ufficiale: è riapparsa non a caso nel Memorandum Italia-Libia, l’accordo che prevede il finanziamento dei centri di detenzione e della cosiddetta guardia costiera libica. Nello stesso documento i centri di detenzione dove sono stati documentati torture, estorsioni e trattamenti inumani sono stati definiti “centri di accoglienza”.

Dal 2017 il tema dell’immigrazione, e in particolare il soccorso in mare, ha ripreso a essere un terreno di scontro politico e di nuovo l’indicatore del degrado è stato misurabile nei termini usati: taxi del mare, vicescafisti, pacchia, estremismo umanitario, mar west. Ognuno di questi sostantivi è servito ad allontanare il senso di appartenenza a uno stesso genere umano, ogni volta si è fatto un passo in avanti nella disumanizzazione di chi è sottoposto a leggi discriminatorie e feroci. E alla fine perfino un termine neutro come migrante è diventato denigratorio e disumanizzante.

“Non sono naufraghi, sono migranti”, dice Giorgia Meloni. E ci si chiede allora quand’è che si è smesso di riconoscere ai “migranti” i diritti fondamentali che invece sono garantiti a coloro che possono beneficiare della definizione di “persone”.


Midterm americane attraverso quattro istantanee

Ancora una volta la guerra agli stranieri è anche una battaglia linguistica: attraverso il linguaggio ogni volta si fa un passo in avanti nella disumanizzazione di chi è sottoposto a leggi discriminatorie e feroci 

Si può perdere senza essere veramente sconfitti? E, viceversa, si può vincere con la delusione di non avercela fatta davvero? Dal sacco della politica uscirebbero molte conferme di questa contraddizione solo apparente. Nella photo gallery delle ‘midterm elections’ americane è un susseguirsi di immagini che lo confermano.

Prima istantanea, quella di Joe Biden. Un semi-perdente che perdente non è. Sondaggi, previsioni, narrazioni scontate (tranne poche eccezioni, per esempio il famoso regista militante Michael Moore) pronosticavano che il presidente in carica – preso nella morsa dell’inflazione, dei timori diffusi di un precipitare della crisi economica, di una impopolarità diffusa – avrebbe subito una sconfitta bruciante, persino devastante. Non è stato così. Non ha fatto peggio di altri presidenti in carica nella verifica di metà mandato. ‘Oncle Joe’ il gaffeur, può respirare, ha respinto il grande assalto: a favore dei repubblicani perde sì la maggioranza alla Camera, ma meno del temuto; e, se gli riuscirà ‘il colpo’ nell’infuocato ballottaggio in Georgia (lo Stato della Federazione perennemente in bilico) potrebbe ottenere almeno un pareggio al Senato, rendendo meno difficoltoso il cammino della seconda parte della legislatura, che sarà comunque un percorso ad ostacoli. All’attuale, e non in formissima, capo della Casa Bianca si attribuiscono buone doti di mediatore, confermate con il varo recente del suo programma economico di mega investimenti per il rilancio economico attraverso il piano ultramiliardario per il rinnovo delle infrastrutture, che per la ‘superpotenza’ sono diventate una vergogna di arretratezza e di precaria manutenzione. C’era poi, al suo fianco, un convitato di pietra che sta a migliaia di chilometri di distanza, a Kiev, quel presidente ucraino Zelensky che sta vincendo nelle trincee della guerra che devasta il suo paese con l’invasione militare russa, ma che avrebbe avuto molte preoccupazioni in più se il suo alleato americano fosse diventato in tutto e per tutto ‘un’anatra (molto) zoppa’. Più di lui è in crisi, prospetticamente, il partito democratico: sempre lacerato fra le sue componenti (moderata e radicale) e ancora incapace di trovare una sintesi, e un candidato leader del futuro prossimo (“Ricandidarmi? Ne parlerò con la first lady”, ha detto l’altro giorno, ed è stata la prima volta che l’attuale presidente non ha fermamente ribadito la sua volontà di ripresentarsi fra un biennio).

Seconda istantanea, il ‘vincitore perdente’. Raccontano le cronache elettorali americane di un Donald Trump furente. La conquista del Congresso grazie anche alle vittorie di alcuni suoi fedelissimi (ma, anche qui, in numero minore del previsto) non gli basta. Contava su un trionfo, su uno ‘sfondamento’ che lo avrebbe catapultato nella sua seconda gara presidenziale. L’inciampo delle ‘midterm’ non lo esclude certo dalla competizione, e pare abbia mandato a quel paese consiglieri troppo insistenti nel raccomandargli un rinvio dell’annuncio della ri-candidatura alla Casa Bianca. Ma i giochi per lui si complicano. Scopre un paese che (dalla questione aborto alla generale difesa dei diritti) è più restio e resistente alle sue smargiassate, alla sua narrazione di un’America in pericolo da rifondare in base ai principi del conservatorismo più bieco, a primanostrismo – primatismo bianco – complottismo – razzismo latente, gomitolo di fili sospesi spesso da una totale irrazionalità. Una rivoluzione presunta contro l’establishment, un lavoro incessante (al basso ventre) sulle paure, una narrazione che sottace ma fa comunque emergere la preoccupazione popolare di una ‘sopraffazione’ delle minoranze. Ma per ‘The Don’, la grande amarezza sta proprio fra gli elettori repubblicani, nello scoprire che i candidati repubblicani da lui selezionati personalmente (compreso uno degli accusati dell’assalto a Capitol Hill) non hanno stravinto.

Quindi, terzo scatto. I vertici del Grand Old Party (GOP), il partito repubblicano, che potrebbe essere finalmente tentato di uscire dalla gabbia in cui l’ha infilato l’esuberante e invadente ‘esule di Mar-a-Lago’, dunque di ritrovare un ruolo non in toto dipendente dal ‘tycoon’. Scenario per nulla facile e scontato, e tuttavia possibile. Come detto, fra i nuovi eletti GOP molti sono di orientamento di certo più moderato, si sono almeno parzialmente distanziati dal mantra trumpiano della ‘vittoria mutilata e rubata’ del 2020, ci vanno molto più leggeri in fatto di complottismi e isterie correnti. Naturalmente è possibile che alla fine quei vertici, a lungo fiaccati da successi e prepotenza del trumpismo, si piegheranno e adatteranno di nuovo per non dare ai Democratici un decisivo vantaggio. E bisognerà vedere come decideranno di comportarsi (rispettare o no le regole?) qualora l’inchiesta sulla ‘sedizione’ antidemocatica del 6 gennaio si dovesse concludere con il rinvio a giudizio di Trump.

Quarta e ultima istantanea. Quella del vincitore assoluto e indiscusso, apparso con moglie e tre figli sul palco del trionfo in Florida, di cui si è confermato governatore con un autentico trionfo, e un record di suffragi: il 44enne Ron DeSantis, un altro tutto ‘Dio, patria, famiglia’, un iperconservatore anti-abortista, che ha ordinato il ridimensionamento nelle scuole delle lezioni dedicate ai problemi razziali e proibito che in classe gli insegnanti parlino di omosessualità. Provvedimenti criticatissimi dai progressiti americani, ma che evidentemente piacciano al suo elettorato della Florida. Si direbbe un ‘neo-trumpiano’, con la differenza del rispetto delle regole. E che, infatti, proprio Trump, fiutando ambizioni e chance del giovane competitore interno quale futuro candidato alla Casa Bianca, ha subito bombardato. Non solo lo ha bollato come ‘bigotto’. È andato ben oltre, lanciandogli personalmente una minaccia pesantissima: “Su di te so cose che potrei rivelare, su fatti che nessuno conosce, ad eccezione forse di tua moglie”. Il ‘Don’ non si smentisce mai. E non è detto che per lui sia sempre un vantaggio.


Terra Vecchia e Bordei

Ancora una volta la guerra agli stranieri è anche una battaglia linguistica: attraverso il linguaggio ogni volta si fa un passo in avanti nella disumanizzazione di chi è sottoposto a leggi discriminatorie e feroci 

Chi sa cosa sono e dove sono alzi la mano! Per i più, la deduzione più logica porterà a pensare che sono dei luoghi, dei paesini. Sì, ma dove e soprattutto cosa sono diventati?

Terra Vecchia e Bordei non sono solo dei piccoli villaggi, nuclei di montagna posti in una remota valle ticinese. Sono due gioielli che meriterebbero di essere iscritti come patrimonio UNESCO! Non ho dubbi, il valore sociale che ha supportato la loro ricostruzione, già da solo merita un riconoscimento. Il valore antropologico e architettonico è indiscutibile, oltre a quello culturale che è legato strettamente alla storia e al patrimonio del territorio ticinese. Queste due realtà legate, intrecciate e interconnesse dallo stesso eccezionale impulso che le ha fatte rinascere e sviluppare, sono un unicum, di un valore civico e morale inestimabile.

Terra Vecchia e Bordei sono due piccoli nuclei di case incastonate fra Rasa e Palagnedra, nelle Centovalli. Vittime, come tante realtà di montagna, del progressivo ed inesorabile spopolamento, hanno finito per diventare due macchie di ruderi e di case abbandonate in mezzo al verde dei boschi.

Eppure, quei nuclei avevano una storia, fatta di instancabili contadini e di lavoratori stagionali che già nel XV secolo erano attivi come scaricatori o doganieri a Genova, Pisa, Firenze. Poi, si sa, è venuto il tempo dell’assoluta povertà e dell’emigrazione verso le Americhe. Infine, il lento abbandono.

Finché un giorno, siamo nei primi anni ’70 del secolo scorso, un giovane ed intraprendente bernese, Jürg Zbinden, in viaggio e anche un po’ alla ricerca di avventure e di scoperte, non si imbatté in quei ruderi e decise che andavano riportati in vita. Con l’amico psicologo Roland Shaad ed un gruppo di ragazzi si mise immediatamente al lavoro per la ricostruzione e pensò che quei luoghi, restituiti al territorio, avrebbero potuto e dovuto diventare “speciali”, capaci di accogliere un progetto non solo paesaggistico, ma anche e soprattutto sociale e culturale.

Nel 1973 nasce così la “Fondazione Terra Vecchia e Bordei”, che compirà dunque cinquant’anni fra qualche mese, e che in questi decenni ha realizzato un’opera straordinaria grazie a donazioni e aiuti giunti da numerosi privati della Svizzera tedesca, in particolare del Canton Berna.

Terra Vecchia e Bordei sono oggi, e da anni, due luoghi quasi magici, perché lì sono date le condizioni, davvero eccezionali, perché giovani, che hanno magari anche storie difficili di disagio, possono trovarvi l’occasione per un’esperienza che restituisca loro fiducia e senso di inclusione.

Come si può leggere nel sito della Fondazione, “le case, le stalle e le due chiese sono state restaurate e rinnovate, il grande giardino è stato coltivato per alimenta­re gli abitanti ed è stata ripresa l’agricoltura di montagna. L’osteria rinnovata nel suo stile originario offre agli ospiti pasti, alloggio e un luogo di incontro.

Dal 2004 la Fondazione Terra Vecchia villaggio utilizza le 30 proprietà immobiliari, l’osteria e i 26 ettari di terreno agricolo a Bordei e Terra Vecchia quale piattaforma per numerosi progetti. Al centro vi è la promozione di bambini, adolescenti e giovani adulti che si sentono insicuri e a rischio nei confronti di sé stessi e del mondo. In tal modo continua a vivere la visione del periodo pionieristico, cioè quella di fondare una comunità di vita e di lavoro insieme a bambini e adolescenti a rischio.” E ancora: “nell’anno 2021 la Fondazione Terra Vecchia villaggio ha reimpostato gli indirizzi per il futuro. Quanto è stato creato grazie all’energia sociale, ora viene di nuovo riem­pito di vita giovane. Nei prossimi anni la Fondazione si trasformerà in un luogo di apprendimento e una casa per molti giovani. Integrazione professionale Terra Vecchia: con offerte di formazione professionale a bassa soglia la Fondazione crea nuove prospettive con integrazione professionale per giovani che non hanno conosciuto soltanto il lato bello della vita.” Ho visitato recentemente questo luogo stupendo, ho avuto anche modo di parlare con Jürg Zbinden, ormai ultrasettantenne, ma con ancora un enorme entusiasmo ed il desiderio di ampliare esperienze, contatti, progetti. Il fatto, però, è che il suo lavoro ed i veri e propri “gioielli” in cui si è sviluppato, sono ben conosciuti nella Svizzera interna e all’estero, ma pochissimo nel nostro Cantone, che con la Fondazione pare per intanto non riuscire a stabilire una qualsiasi forma di collaborazione.

Sembra incredibile, ma è così, e spiace, davvero molto, perché potenzialmente questi luoghi potrebbero e dovrebbero trovare anche da noi ben altra considerazione, tanto più quando si parla, di continuo, di esigenze di spazi di accoglienza, di recupero, di formazione.

Vogliamo fare un esempio? Prendiamo il caso del progettato CECM (Centro Educativo Chiuso per Minorenni), un casermone in cemento armato dal costo di sei milioni pensato per accogliere (ma sarebbe meglio dire “recludere”) giovani “sbandati”, dal doloroso percorso adolescenziale fatto di violenze psichiche e fisiche, di cui sono magari stati artefici, certamente vittime, e che si vorrebbero confinare temporaneramente in un luogo chiuso per essere “rieducati”.

In una lunga intervista a “La Regione”, la nuova Giudice dei minori, Fabiola Gnesa, è tornata sull’argomento, sottolineando la complessità di una situazione che vede casi simili in aumento a fronte delle difficoltà di rinvenire, nel nostro Cantone, luoghi idonei per specifiche cure psichiatriche, per esempio, o per un vero e proprio “recupero”. I centri a cui si ricorre sono, per ora, oltre San Gottardo, con lunghe liste d’attesa. E a proposito del Centro chiuso progettato (e votato in Gran Consiglio) afferma che “ potrà forse essere utile per alcune decine di ragazzi in rottura con famiglie e istituzioni, quando fermarli sembra l’unica via. Ma finita la crisi acuta occorre costruire un percorso, progettare un futuro con e per loro. E qui siamo sguarniti. “ Appunto, va costruito un percorso che dia ai ragazzi un senso sostenibile di “futuro”, fuori dalle mura del Centro chiuso o da quelle, metaforiche, di un mondo in cui non si riconoscono e che li mette al margine. Un percorso che potrebbe portare neanche troppo lontano, nelle Centovalli, per esempio, perché no? Perché non pensare che magari qualche risposta alle tante necessità sociali che affliggono questi nostri tempi, potrebbe essere trovata a pochi passi, in luoghi di “rigenerazione” che hanno già accolto centinaia di giovani di altri Cantoni svizzeri e che sono lì, a disposizione? Forse Terra Vecchia e Bordei meriterebbe qualche nuova e approfondita attenzione.


COP27, una strada sempre più in salita

Ancora una volta la guerra agli stranieri è anche una battaglia linguistica: attraverso il linguaggio ogni volta si fa un passo in avanti nella disumanizzazione di chi è sottoposto a leggi discriminatorie e feroci 

Di Michele Bellini, Il Mulino

45 per cento in 7 anni: è questo il livello di riduzione delle emissioni globali da raggiungere entro il 2030 per salvaguardare il pianeta e noi stessi. Si tratta di uno dei dati principali con cui si devono confrontare i leader mondiali a Sharm El Sheik, dove è iniziata la Cop27, appuntamento annuale per giudicare i progressi fatti rispetto agli impegni presi.

Ogni anno, tristemente, il copione sembra lo stesso: si prende atto del ritardo accumulato, dei progressi insufficienti e dell’ampio gap tra promesse e fatti nella riduzione delle emissioni. Il problema, per quanto sembri scontato, è proprio il tempo. Non a caso, il rapporto 2022 del programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) pubblicato alcuni giorni fa, si intitola “The closing window”. Perché ogni anno che passa, senza neanche minimi progressi, quella finestra di opportunità per limitare il surriscaldamento globale a 1,5° è sempre più stretta, tanto che Inger Andersen, Direttrice Esecutiva di Unep, nel presentare il rapporto ha affermato che “stiamo scivolando dalla crisi climatica alla catastrofe climatica”.

Allora, ogni anno, è sempre più pressante un interrogativo di fondo, in apparenza così banale, ma al tempo stesso estremamente complesso: perché, nonostante tutti stiamo vivendo direttamente gli impatti negativi del cambiamento climatico, continuiamo a non fare (neanche lontanamente) abbastanza per ridurre le emissioni?

Naturalmente la risposta varia in base al contesto specifico. Nelle democrazie liberali, non si può evidentemente prescindere dal fatto che l’avanzamento di un’agenda climatica ambiziosa è legato alla sua capacità di attrarre consenso. (…) Attivare o intercettare una forte spinta dal basso ha il potere di influire sull’ambizione delle politiche e sulla velocità della transizione ecologica necessaria. In altre parole, diventa essenziale capire come creare un processo virtuoso per cui partiti politici e governi che puntano su ambiziosi programmi di contrasto e adattamento al cambiamento climatico possano massimizzare le loro chance di essere premiati alle elezioni.

Possiamo, dunque, vedere l’interrogativo precedente come una tensione tra la consapevolezza che il cambiamento climatico sia un problema e, conseguentemente, vada affrontato e la ancora limitata capacità di politiche per il clima di riscuotere gli stessi livelli di efficacia elettorale rispetto a temi più tradizionali, come questioni sociali o identitarie.

Per provare a risolvere questa tensione, serve innanzitutto partire da alcune considerazioni relative al contesto, tutt’altro che neutrale.

Per prima cosa, è evidente che il consenso verso ambiziose politiche per il clima non sia una questione di consapevolezza. “Non perderò tempo a parlare degli effetti del cambiamento climatico. Li conosciamo tutti. Li sentiamo tutti.” – dice sempre Inger Andersen. La maggior parte delle persone sa che il cambiamento climatico è in atto ed è un problema da affrontare. Semmai, la mancata consapevolezza è su aspetti più precisi e riguarda, in particolare, i due grandi capitoli della magnitudine della sfida e delle sue tempistiche. Oggi, infatti, non sembra ancora esserci una piena comprensione della profondità e dell’urgenza delle trasformazioni di cui abbiamo bisogno: riorientare un intero sistema produttivo e la società nel suo insieme in pochissimo tempo.

In secondo luogo, bisogna fare i conti con un diffuso pessimismo sul fatto che dalla sfida posta dal cambiamento climatico possano esserci benefici per l’occupazione e, in generale, maggiore benessere economico. In altre parole, è una condizione vissuta dalle persone in modo difensivo e scettico rispetto alle possibilità di farcela. Nel sentire comune, a prevalere sono i rischi, non le opportunità. Esiste, cioè, la preoccupazione che la transizione ecologica per contrastare il cambiamento climatico generi vincitori e vinti. D’altra parte è nella natura di ogni transizione generare effetti redistributivi, che saranno maggiori tanto più profonda e radicale sarà la transizione.

Allora, non basta la paura per creare il consenso necessario attorno a un’ambiziosa agenda climatica. Anzi, insistere soltanto sulla paura, per quanto possa avere effetti positivi per accrescere il senso di urgenza, rischia paradossalmente di aumentare il pessimismo e rafforzare lo status quo. La chiave di volta sta nel creare un framing positivo, ma pur sempre credibile, di questa sfida, per convincere le persone che esiste una possibilità di futuro effettivamente migliore e non solamente una serie di opzioni “meno peggio”. In altre parole, serve ribaltare l’attitudine difensiva e lo scetticismo, dimostrando che possiamo contemporaneamente fare bene al nostro pianeta, a noi stessi e alle nostre società.

Come? Dato il contesto, diventa essenziale un’offerta politica fatta di misure chiare, concrete e il più possibile specifiche. Non basta parlare di sostenibilità in senso astratto o esclusivamente etico: “bisogna farlo perché è giusto”. Sebbene un’agenda climatica debba indubbiamente essere ampia e trasversale, questa deve essere articolata in misure specifiche e credibili che mostrino chiaramente, da un lato la propria efficacia nel ridurre le emissioni, dall’altro come concretamente andare da A a B. In questo il pacchetto Fit For 55 della Commissione europea, non a caso il pilastro essenziale del Green Deal europeo, rappresenta un esempio virtuoso, perché offre obiettivi precisi e una roadmap chiara di come raggiungerli, settore per settore.

Non funziona, invece, un approccio a scatola chiusa che si focalizzi solo sul punto di approdo – un mondo a impatto zero sul clima e in equilibrio con l’ambiente – senza creare consenso sul percorso, cioè sulla transizione stessa.

È esattamente il motivo per cui contrastare il pessimismo di partenza non può avvenire attraverso l’eccessivo ottimismo della retorica win-win. Una simile retorica infatti, oltre a dare l’idea di una completa disconnessione con la realtà, si concentra esclusivamente sull’esito della transizione – che sì, potrà essere caratterizzato da benefici netti – e, così facendo, ignora il durante e finisce per non dare centralità agli effetti redistributivi, lasciando indietro lavoratori e settori.

Oltre a essere chiare, concrete e specifiche, le politiche che compongono un’agenda climatica capace di attrarre consenso devono prestare molta attenzione alla distribuzione di costi e benefici e intervenire perché questi siano calibrati in modo da ridurre, non aumentare, le disuguaglianze. In concreto, questo significa nuovi strumenti di Welfare da un lato e di politica industriale dall’altro, con compensazioni che evitino l’esplodere delle disuguaglianze. Più che sull’aumento della consapevolezza, allora, il limitato capitale politico a disposizione andrebbe investito su questi due aspetti: l’efficacia nel ridurre le emissioni e nel riorientare un intero sistema produttivo, e la gestione degli effetti redistributivi generati.

In questo modo c’è una speranza non solo di contrastare il diffuso pessimismo, ma anche di ribaltare la narrazione sulla sfida climatica, da negativa a positiva, riscoprendo parole come cambiamento e futuro senza che siano per forza associate a paura e incertezze. È un’opportunità per la politica, specialmente per la sinistra che, non solo da noi, è alla costante ricerca di un’identità moderna che le permetta di abitare appieno il XXI secolo.

Che cosa c’è di meglio di una questione profondamente trasversale come il cambiamento climatico, che si intreccia con molte delle battaglie storiche della sinistra, sulla quale costruire un’identità moderna? Il cambiamento climatico non va forse al cuore del lavoro e dei diritti dei lavoratori? Non interroga profondamente l’architettura dei sistemi di Welfare? Non tocca da vicino le grandi questioni dello sviluppo del capitale umano e del benessere della persona? Non è forse strettamente legato alle istanze di giustizia sociale e di coesione delle nostre società?

Naturalmente, a quanto detto finora bisogna aggiungere un ulteriore ingrediente, tutto politico, che non può mai mancare, anche alle politiche meglio strutturate, a qualsiasi piattaforma che ambisca a generare consenso: la capacità di tradurre la razionalità di buone proposte programmatiche in un messaggio con la forza emozionale in grado di intercettare lo spirito del proprio tempo. Come abbiamo visto anche nell’ultima campagna elettorale italiana, è l’elemento emozionale, sintetizzato nel messaggio, a essere decisivo e più determinante di qualsiasi programma, per quanto solido e serio.

Se alla politica (purtroppo) ancora è mancata quella capacità di generare emozioni, così non è per l’attivismo a difesa del pianeta promosso da associazioni e movimenti della società civile, che sono riusciti a entusiasmare molte persone e attivarle. Serve, allora, lavorare anche per un incontro fertile tra società civile e istituzioni, sfruttando il potenziale che offrono le numerose modalità innovative della partecipazione democratica. Così, si può evitare di rimanere nella sterile e dannosa dicotomia tra protesta e proposta, che vede la società civile relegata esclusivamente alla prima, e le istituzioni totalmente incapaci di produrre risultati. Un divario che oggi appare sempre più ampio, come mostra simbolicamente l’assenza alla Cop27 di una disillusa Greta Thunberg, ma che solo una buona politica può colmare.


Duelli a sinistra

Ancora una volta la guerra agli stranieri è anche una battaglia linguistica: attraverso il linguaggio ogni volta si fa un passo in avanti nella disumanizzazione di chi è sottoposto a leggi discriminatorie e feroci 

Il cammino del PS verso il Congresso, in programma domenica 13 novembre, si è rivelato più accidentato del previsto. L’esclusione dalla lista rossoverde di Amalia Mirante – giunta due volte seconda nella corsa per il governo nel 2015 e nel 2019, dietro Manuele Bertoli – ha irritato la minoranza che si riconosce nelle sue posizioni. Nel frattempo i frondisti del Forum Alternativo hanno fatto sapere che non appoggeranno la lista, frutto di un compromesso al ribasso. Mentre scriviamo non sappiamo quali iniziative intraprenderà il gruppo dissidente se non otterrà soddisfazione.

Un morbo antico

La vocazione alla divisione nella sinistra è una malattia endemica, mai eradicata. La storia del socialismo è costellata di lacerazioni, scissioni e adii colmi di astio e rancori. Il contrasto prende avvio con la Rivoluzione francese per ramificarsi poi nei secoli successivi, intrecciandosi con le vicende dei singoli paesi: giacobini/girondini, bolscevichi/menscevichi, massimalisti/riformisti, radicali/moderati, stalinisti/trotzkisti, idealisti intransigenti/realisti un po’ liberisti… Insomma, uno spettro variopinto e dedito agli azzuffamenti intestini, che spesso ha favorito l’ascesa al potere delle forze avverse, anti-democratiche, fasciste e naziste, come avvenne in Italia, Germania e Spagna dopo la Grande Guerra.

Anche in Ticino la contesa inizia assai presto, tredici anni dopo la nascita del Partito. Nel 1913 il giovane Guglielmo Canevascini rivolge pesanti accuse al compagno avvocato Mario Ferri, colpevole di inazione e di collusione con i poteri dominanti. «Contro la reazione poliziesca che in questi ultimi anni è andata inferocendo nella nostra “libera” Svizzera, il Partito Socialista Ticinese non ha saputo opporre neanche la protesta platonica», annota su Libera Stampa, giornale fondato in polemica con l’organo ufficiale, L’Aurora (che poi chiuderà, sconfitta ed esausta, nel 1916). 

La lunga militanza di Canevascini è nota: entrato in Consiglio di Stato nel 1922, rimarrà spesso l’ago della bilancia della politica ticinese fino alla conclusione, nel 1959, della sua carriera nell’esecutivo. Solo nell’anno della sua morte, nel 1965, inizierà a formarsi intorno al periodico Politica Nuova un robusto dissenso sulla linea che aveva innervato l’intesa ventennale con i liberali-radicali, degenerata nell’«immobilismo» e nel «clientelismo». Naturalmente, al fondo, c’è dell’altro: circola un’aria nuova, si rilancia il marxismo attraverso le teorie della Scuola di Francoforte (Horkheimer, Adorno, Marcuse), i movimenti giovanili e femminili reclamano ascolto e considerazione, e anche nei partiti storici emerge il bisogno di svecchiare apparati e retaggi legati al passato, arrugginiti e refrattari al cambiamento. Proteste e rivolte che nel 1969 porteranno alla nascita del Partito Socialista Autonomo.

Due socialisti in governo

Da quell’anno prende avvio, sia nelle istituzioni che nelle organizzazioni sindacali, la lunga marcia dei socialisti autonomi, prima «anticapitalisti» e «rivoluzionari» e poi «razionali» e «progettuali». Inevitabile, ancora una volta, lo scontro con la vecchia guardia del PST, ostile alla riunificazione (propugnata, tra l’altro, dall’espulso Dario Robbiani con la sua Comunità). Nel dicembre del 1986 una risoluzione del Comitato cantonale del PSA chiude ogni spiraglio: «Lo sviluppo del processo di rinnovamento unitario dei socialisti, con tutto ciò di positivo che comporta per il rafforzamento della sinistra ticinese, passa attraverso la sconfitta politica ed elettorale del gruppo dirigente del PST».  Si arriva così al «terremoto elettorale» del 1987, che porta in governo, per la prima volta nella storia, due socialisti: Rossano Bervini e Pietro Martinelli. I due coabiteranno per quattro anni senza prendersi a cornate ma nemmeno senza accordarsi su una visione comune. La sconfitta di Bervini nel 1991 apre infine la strada all’agognata ricomposizione (formazione del Partito Socialista Unitario). 

Un amalgama incompleto

Lieto fine, acqua passata? Nemmeno per sogno. L’amalgama tra le due correnti riesce solo in parte, sottotraccia sopravvivono divergenze sui metodi e gli obiettivi, tant’è vero che nel 2001 Rossano Bervini vara il «Manifesto Liberalsocialista», in cui si delinea «una visione del mondo fondata sulla capacità umana di generare idee e di realizzarle, agendo in modo volontario e responsabile».

Le diverse sensibilità sono tuttora rintracciabili anche sul piano nazionale, tra una scuola «socialista» d’impronta francese e una tradizione «socialdemocratica» d’ispirazione tedesca, fondata sull’«economia sociale di mercato». Nel 2021 alcuni esponenti di questa linea si sono riuniti nell’associazione «Piattaforma riformista», mossi dall’idea che il PS dovesse «tornare ad essere pragmatico» e quindi guardare più al centro che alle ali estreme inclini alla mobilitazione e alla lotta. In particolare la Piattaforma chiedeva un maggior impegno su tre questioni fondamentali: un ulteriore sviluppo di un’economia di mercato sociale; un rafforzamento delle relazioni istituzionali con l’Unione europea; un’efficace difesa nazionale. 

Questa divaricazione nel modo di intendere il socialismo moderno è riaffiorata anche nel recente congresso di Basilea e con tutta probabilità ricomparirà anche nelle assise dei socialisti ticinesi di domenica 13. Finora ha prevalso, nei diversi raduni organizzati dai due co-presidenti Riget-Sirica, l’ala «radical-socialista» sulla frazione «liberal-socialista». Gli iscritti decideranno.

Programmi e persone

Molti militanti non amano anteporre al programma il ruolo del leader, il nocchiero che indica la rotta. Si è sempre sostenuto, almeno in linea di principio, che ciò che contava veramente era la piattaforma ideologica e non le singole ambizioni personali. «Prima i contenuti, poi i candidati». In realtà questo primato dell’elaborazione teorica si è rivelato, e non solo in Ticino, assai illusorio. Il citato caso del «padreterno» Canevascini è significativo: trentasette anni di ininterrotta presenza in governo, personalità solida e carismatica, punto di riferimento per l’intero movimento operaio fin dall’epoca della prima guerra mondiale. Il passaggio all’opposizione non è mai stato preso in seria considerazione, sebbene non siano mancati, in determinate fasi critiche, arrabbiature e tentazioni di rottura (ad esempio nel 1978, con il varo del Progetto di alternativa socialista). Questo per dire che i programmi non camminano da soli: per farli avanzare occorrono testa, cuore e gambe. Insomma, storicamente la figura del Consigliere di Stato è stata centrale e rimane tale non solo per i socialisti, ma per l’intero sistema dei partiti che sorregge l’impalcatura della nostra piccola repubblica. 

Il sistema, com’è noto, è fondato sulla collegialità; nel caso specifico, sulla collaborazione tra quattro formazioni: Lega, Partito liberale-radicale, Il Centro e PS (un tempo erano soltanto tre). Nessuno detiene la maggioranza assoluta per imporre il proprio programma al paese, ognuno deve muovere le proprie pedine su una scacchiera mobile, fatta di dialogo, alleanze e compromessi, senza mai poter dire di aver raggiunto pienamente gli obiettivi elencati nelle risoluzioni congressuali.

Un ultimo punto: che ne sarà del seggio al Consiglio degli Stati attualmente occupato da Marina Carobbio? Il partito tiene in serbo una candidatura di sicuro prestigio, oppure si darà per rassegnato? Forse varrà la pena di sollevare anche questo argomento, perché Berna non è meno importante del Ticino.

Scritto per “laRegione”
Nell’immagine: il convegno socialista del Ceneri del 1928 (Fondazione Pellegrini-Canevascini)


Blatter: “Mondiali al Qatar, un errore!”

Ancora una volta la guerra agli stranieri è anche una battaglia linguistica: attraverso il linguaggio ogni volta si fa un passo in avanti nella disumanizzazione di chi è sottoposto a leggi discriminatorie e feroci 

Una dichiarazione come quella rilasciata ieri al potente gruppo “Tamedia”, in pratica all’intera nazione, non se l’aspettava nessuno: nemmeno il più fantasioso dei “bookmakers”, dei titolari di imprese di scommesse inglesi, abituati alle ipotesi piú impossibili, tipo: quante volte cadrà sul sederino nel mese di agosto il figlio del Principe? Tradotto: il presidente della FIFA che ha fatto il diavolo a quattro per assegnare i mondiali al Qatar, un bel giorno dirà che il calcio in quel Paese non avrebbe mai dovuto andarci?

Quotato 1 a 100’000. Giochi 10 franchi, un mojito, e incassi un milioncino: ma siccome la realtà è superiore alla più sfrenata fantasia ecco che martedì 8 novembre 2022, il colonnello rossocrociato Sepp, a 8 giorni dai mondiali, li rinnega: “tutto sbagliato, tutto da rifare”, avrebbe detto il grande Ginettaccio Bartali. Ma la frittata è fatta, anzi partendo dalla prima, grottesca affermazione di Blatter, si potrebbe dire che in quel Paese l’uovo si poteva friggere anche senza padella: bastava esporlo ai 40 e piú gradi con una certa angolazione rispetto al sole: già, perché il Sepp in primo luogo ha detto che la perizia sulle temperature estive del Qatar è stata mal fatta e mal interpretata. E noi, grulli, convinti che per sapere se si poteva giocare a calcio in luglio-agosto in quel posto bastava mandare una semplice segretaria con una normale camicetta, o semmai con una maglietta da calciatore addosso.

Che la perizia sia stata fatta all’aria condizionata nel palazzo degli Al Thani che hanno ricevuto in dono il Qatar sottratto dagli Inglesi alla famiglia Al Khalifa del Bahrein nel 1916?

Ma se l’affermazione sulle temperature che hanno costretto la FIFA a spostare i mondiali in zona in inverno rientra nella casistica dell’assurdo, le altre rientrano in una casistica che a questo punto meriterebbe ulteriori indagini, ben al di là di quelle che hanno assolto Blatter, accusato di aver versato senza giustificazione 2 milioni a Platini – con il Ministero Pubblico della Confederazione che ha inoltrato ricorso.

“Mi assumo la responsabilità di questo errore: il Qatar è un paese troppo piccolo per poter ospitare una manifestazione del genere”. Toh: ma oltre a una perizia sulla temperatura, rivelatasi erronea, non si poteva commissionarne una anche sui metri quadrati di quel territorio? Chiamare una decina di urbanisti, sorvolare il territorio con gli elicotteri e i droni?

Ma non è tutto: il Sepp in fondo al sacco aveva ben altro da svuotare: volete sapere come i mondiali invece di finire negli Stati Uniti sono finiti nel Qatar? Semplice: l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy, a pranzo con il principe ereditario del Qatar, invita pure Platini, che, narra Blatter, gli rivela una precisa richiesta di Sarkozy. “Vedi cosa puoi combinare con i tuoi colleghi per fare avere i mondiali al Qatar”. Platini, che poi ha sempre negato, controllava 4 voti. Fine della confessione.

E lasciamo perdere un’ultima annotazione del Sepp, su un fatto poco onorevole per il Qatar, ma di cui lui non ha colpa: “sentivo strani rumori, e persino strane voci sul mio telefono: ho immaginato che qualcuno potesse intercettare le conversazioni”.

Secondo un’inchiesta della Radio della Svizzera tedesca, il Qatar aveva a libro paga 66 ex agenti segreti della CIA, molti operanti dalle nostre parti, per metter sotto controllo le organizzazioni tipo “Amnesty International” e molte altre che indagavano sulle condizioni dei lavoratori stranieri impiegati nella costruzione degli stadi.

Blatter chiude con un’osservazione sul suo erede Infantino: “il presidente della FIFA non può far parte del comitato d’organizzazione del Qatar: deve essere neutro”. Un vero svizzero. Al che Infantino, non l’ha ancora detto, ma – scommettiamo – lo farà, dirà che è proprio dall’interno che si possono modificare le cose, per esempio il rispetto dei diritti umani. Da vero svizzero.

E infine, correndo non pochi rischi, diciamola tutta: a una certa età, premesso che auguriamo a tutti di campare 100 anni in perfetta salute, ci corre il sospetto, legittimo, nobile anzi, che le pecorelle vogliano avvicinarsi all’ovile, alla casa di S. Pietro.

Per arrivare lassù, la coscienza deve essere leggera come un cirro celeste. I freddi, miscredenti bookmaker inglesi non l’hanno capito: non hanno messo a libro nessuna quota affinché i fedeli potessero scommettere sulla confessione del Sepp in extremis, al 90’. Che ha fatto enorme danni alla famiglia Al Thani, ma gli ha salvato l’anima. Ed è questo che conta.


L’odissea di Youssouf e Ahmed: due siriani traditi come il loro popolo

Ancora una volta la guerra agli stranieri è anche una battaglia linguistica: attraverso il linguaggio ogni volta si fa un passo in avanti nella disumanizzazione di chi è sottoposto a leggi discriminatorie e feroci 

Di Umberto De Giovannangeli, Globalist

Grazie a Maurizio Debanne, capo ufficio stampa di Medici Senza Frontiere, impegnato in prima persona a Catania. Grazie per aver postato due storie che prendono il cuore, scuotono le coscienze e raccontano di come ci rapportiamo alla tragedia del popolo siriano.

Porto di Catania, 8 novembre

Youssouf è uno dei 214 sopravvissuti rimasti a bordo della Geo Barents a cui non è stato permesso di lasciare la nave di MSF durante lo sbarco selettivo imposto a Catania dalle autorità italiane lo scorso 6 novembre.

“Dopo giorni e giorni su quella nave [Geo Barents] stavo impazzendo. Ho avuto la sensazione che il mio corpo e i miei sogni stessero andando in frantumi. Sono grato per tutta l’assistenza che ho ricevuto a bordo ma non ce la facevo più a sopportare quella situazione” racconta Youssouf, seduto sulla banchina del porto di Catania dopo essere saltato in acqua dalla Geo Barents.

“Ho lasciato il nord della Siria per offrire una vita più sicura alla mia famiglia. Ho quattro figlie che sono rimaste lì e spero che possano raggiungermi presto in un luogo sicuro, in Europa. La più piccola ha solo sei anni. Negli ultimi anni hanno visto le bombe cadere sulla nostra città e non possono andare a scuola perché la zona continua a non essere sicura. I gruppi armati sono ovunque, rapiscono le persone per chiedere il riscatto, la situazione è fuori controllo e ogni giorno ho paura per la loro vita. Voglio semplicemente trovare un posto dove possano essere libere dalla paura e sentirsi al sicuro. Questo è il mio sogno e non permetterò a nessuno di portarmelo via”.

Ahmed ha lasciato Damasco un anno fa per fuggire dalla situazione pericolosa e insostenibile nel suo paese, dove non poteva più restare. È andato in Libia e da lì, per sei volte, ha tentato di attraversare il Mar Mediterraneo a bordo di imbarcazioni instabili; è stato intercettato e portato in centri di detenzione in Libia dove ha subito violenze e abusi prolungati. Ci ha raccontato che da allora ha forti dolori alla schiena a causa delle violenze che ha subito.

Sia Youssouf che Ahmed, da quando si sono tuffati in mare per protestare contro la decisione delle autorità italiane, hanno trascorso l’intera notte all’aperto in banchina rifiutando da questa mattina cibo e acqua.

Ahmed, è stato appena portato via in ambulanza. Ha 39 di febbre.

Così dal Porto di Catania.

Un popolo tradito

La Siria “dimenticata” è l’inferno raccontato da Catherine Russell, Direttore Generale dell’Unicef (l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Infanzia) nel suo intervento alla VI Conferenza di Bruxelles: “Sostenere il futuro della Siria e della regione”.

Così Russell: “La Siria oggi è uno dei posti più pericolosi al mondo per essere un bambino. Un’intera generazione sta lottando per sopravvivere. Quasi il 90% delle persone in Siria vive in povertà. Più di 6,5 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza urgente – il maggior numero di bambini siriani in difficoltà dall’inizio del conflitto. Undici anni di conflitto e sanzioni hanno avuto un impatto devastante sull’economia della Siria, riportando lo sviluppo indietro di 25 anni. La maggior parte dei sistemi e dei servizi di base da cui dipendono i bambini – salute, nutrizione, acqua e servizi igienici, istruzione e protezione sociale – sono stati ridotti all’osso. Le famiglie stanno lottando per mettere il cibo in tavola. Tra febbraio e marzo (quest’anno), il prezzo del paniere alimentare standard è aumentato di quasi il 24%. Quasi un terzo di tutti i bambini soffre di malnutrizione cronica. E l’impatto della guerra in Ucraina sui prezzi del cibo sta rendendo una brutta situazione ancora peggiore. Questi sono tempi pericolosi, persino mortali, per essere un bambino in Siria. Gli attacchi alle infrastrutture civili sono diventati comuni. Più di 600 strutture mediche, tra cui ospedali materni e infantili, sono state attaccate. Dall’inizio della guerra, abbiamo potuto verificare che quasi 13.000 bambini sono stati uccisi o feriti – ma sappiamo che la cifra è molto più alta. La guerra non ha segnato solo fisicamente i bambini della Siria. L’anno scorso, un terzo di tutti i bambini in Siria ha mostrato segni di stress psicologico – ferite invisibili che possono durare tutta la vita. Anche i bambini che sono fuggiti dalla guerra in Siria hanno subito un trauma. Circa 2,8 milioni di bambini (siriani) vivono ora in Giordania, Libano, Iraq, Egitto e Turchia. Le vite di questi bambini sono piene di perdite, rischi e incertezze. Come ha detto una bambina di 11 anni a un operatore Unicef, “Non so cosa significhi la parola casa”.

Undici anni di guerra, disordini e sfollamenti hanno anche minacciato l’istruzione di un’intera generazione. Più di 3 milioni di bambini siriani non vanno ancora a scuola. Ma contro ogni previsione, circa 4,5 milioni di bambini siriani hanno accesso a opportunità di apprendimento. Questo grazie ai generosi finanziamenti dei donatori attraverso iniziative come (The) No Lost Generation, co-guidata dall’Unicef. Ma non potrebbe accadere senza i continui sforzi delle comunità locali, degli insegnanti, della società civile e delle organizzazioni internazionali.
Sappiamo che altre crisi che colpiscono i bambini stanno dominando i titoli dei giornali. Ma il mondo non deve dimenticare i bambini della Siria. Le loro vite sono altrettanto preziose e il loro futuro è altrettanto importante. Prima di tutto, hanno bisogno della fine di questa lunga e infruttuosa guerra. Non ci può essere una soluzione militare a questa crisi. Solo la pace può evitare che i bambini della Siria diventino davvero una generazione perduta. Chiediamo anche la fine immediata di tutte le gravi violazioni contro i bambini in Siria, compresi l’uccisione e il ferimento dei bambini. Fino a quando non sarà raggiunta una soluzione sostenibile, l’Unicef e i nostri partner continueranno a fare tutto il possibile per raggiungere ogni bambino, ovunque si trovi”.

La denuncia di Oxfam

“6 siriani su 10 non sanno letteralmente come procurarsi il cibo – rimarca Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia– Nell’area intorno a Damasco le persone fanno ore e ore di fila per il pane, mentre i bambini cercano qualcosa da mangiare tra i rifiuti. Per sopravvivere molte famiglie si stanno indebitando, o decidono di mandare i figli a lavorare, razionano il numero di pasti. Per avere una bocca in meno da sfamare, fanno sposare le figlie, anche minorenni.Sono questi gli indicibili effetti di un conflitto dimenticato, in un Paese dove il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il tasso di disoccupazione è arrivato al 60% e il salario minimo mensile nel settore pubblico è di 26 dollari”. (…)

 “Per quanto scioccante sia, i siriani dicono che vivere sotto le bombe era terribile, ma non aver da mangiare per i figli lo è ancor di più. –conclude Pezzati – A oltre 11 anni dall’inizio della crisi siriana, il dolore e la sofferenza sembrano non avere fine. Per questo lanciamo un appello urgente alla comunità internazionale e ai paesi donatori perché concentrino gli aiuti sul finanziamento di programmi urgenti di risposta alla fame e di protezione sociale per salvare vite e ridare speranza ad un intero popolo”.

Di questo popolo tradito, dimenticato, fanno parte Youssouf e Ahmed.

Nell’immagine: sbarco selettivo dalla Geo Barents 


Dell’asinocrazia… e altro ancora

Ancora una volta la guerra agli stranieri è anche una battaglia linguistica: attraverso il linguaggio ogni volta si fa un passo in avanti nella disumanizzazione di chi è sottoposto a leggi discriminatorie e feroci 

Attenti all’asinocrazia, ci avverte Andrea Ghiringhelli in un dei suoi attenti e lucidissimi articoli che sanno spesso cogliere anche le stravaganze e i groppi di questa nostra società (laRegione, 7 novembre). Quell’articolo va letto per intero, tanto è giusta e precisa e completa l’analisi che vi vien fatta. E non solo dai capipartito, dai politici o dai governanti che forse, a ben sperare, ne avrebbero qualche morso dell’intelligenza. Soprattutto nelle scuole, se non controllate dai politici, tanto la sua è “civica” diversa da quella che qualche miliardario preoccupato dalle deviazioni volle imporre nelle nostre scuole.

In quell’”asinocrazia” ci sono la mediocrità e l’impreparazione diffusa della classe politica, il deperimento della democrazia, “ammalata di ignoranza”, personaggi che si occupano più di sé stessi che dell’interesse comune, il pragmatismo politico (“mantra ossessivamente ribadito”) nemico delle visioni a lungo termine, il lobbismo, (i parlamentari con 2 mila relazioni di interesse con 1700 organizzazioni), i “brocchi” che infestano i parlamenti (“sono ignoranti ma si credono i migliori”).

L’ignoranza come valore popolare

Chi osa però questa critica è solitamente tacciato di intellettuale superbo e (paradossalmente) staccato dalla realtà vissuta o (economicamente, politicamente) poco o niente “produttivo” con il suo discorso fuorviante e dunque inutile o insignificante. Altri, forse più ottimisti, sosterranno invece che non c’è da preoccuparsi più di quel tanto di quel discorso, non c’è niente di nuovo, l’ignoranza (anche politica) c’è sempre stata. Forse ce n’era anche più nel passato. La sola differenza, con il presente, è che la comunicazione resa più facile e pervasiva con gli inevitabili “social”, l’hanno fatta emergere, l’hanno messa in luce.

Rientro quindi nella categoria dei superbi e dei pessimisti rilevando che Andrea Ghiringhelli finisce per dover constatare come l’asinocrazia non solo è stata resa visibile dalla tecnologica comunicativa, ma è stata soprattutto sdoganata e moltiplicata, quasi contagio, dalla cattiva politica. Che ha trovato la maniera di promuovere l’ignoranza come valore popolare, ricevendone in cambio gratitudine e voti da chi si è sentito onorato per tanta attenzione. Al punto da rivendicare orgogliosamente il suo “status”, un tempo ritenuto infelice o deprecabile, come una vittoria e una sana liberazione. Ed è così che “l’analfabetismo e l’incultura politica sono in espansione: ne abbiamo fulgidi esempi”, constata appunto Ghiringhelli.

Se questa è politica…

L’asinocrazia (che è ignoranza) non può produrre felicità e nemmeno dignità. Anzi, abbruttisce, rende subalterni e meno liberi. C’è chi ha scritto: non diamole troppa fiducia perché prima o poi tornerà a essere quello che è sempre stata: una forma di minorità dalla quale emanciparsi. Il groppo nel quale siamo impigliati finirà per sciogliersi perché porta alla disgregazione sociale, all’impoverimento economico e, prima o poi, alla disgrazia politica.

Certo, se si dà un occhio a quel che hanno maturato negli ultimi tempi la politica, i partiti o i politici ticinesi come proposte di mutamenti o costruzione del futuro, non c’è da essere indotti all’ottimismo: incatenamento del bilancio dello stato, ma con la continua pretesa di aiuti economici da parte dello stato; dogmatica certezza dello sgocciolamento della ricchezza (proposta di riduzione delle tasse ai ricchi che gioverebbe a tutti), ora ridicolizzata persino dalla neoliberista Londra; adozione e venerazione delle criptovalute, convinti di fare soldi facilmente, sfuggire alla moneta di stato, tipica fata morgana ormai di paesi sottosviluppati o incasinati (legandosi però, con il pretesto di una stabilità monetaria al dollaro ballerino), pseudomoneta sfuggente ai controlli, al fisco, alla Giustizia e geniale idea di promovimento dei consumi (in via Nassa, dove arriveranno i ricchi).

A fronte, quasi speculare e paradossale: calamitare sempre gli elettori con la gibigianna della riduzione di tasse e imposte; riduzione delle tasse di circolazione a vantaggio delle auto costose e potenti; trionfo di chi ha fatto e fa della politica antifrontalieri e antiimmigrati la propria grande identità e azione politica, ma chissà poi perché con il risultato di continuo aumento dei frontalieri e una grave carenza di lavoratori immigrati nei settori della ristorazione e albergheria; e poi la minacciosa intenzione italiana di limitare l’afflusso di frontalieri nel settore della salute e ospedaliero; crescente tasso di povertà e di disparità di reddito rispetto ad altri Cantoni o alla media svizzera; giovani formati ma sempre più costretti a diventare i frontalieri dei cantoni tedeschi.

Tutti hanno i politici che si meritano

”Quindi denunciamo l’asinocrazia che rovina la reputazione della buona politica”, ci dice Ghiringhelli. Ma aggiunge pure giustamente una citazione di Bertrand Russel (1919!): “In una democrazia la critica dei nostri politici non è altro che la critica di noi stessi; tutti hanno i politici che si meritano”.

Oppure, come diceva un tale, con un filo di riconoscenza: in fondo, veniamo tutti dalle spelonche ed è già bello che non ci siamo ancora tornati.

Non dovremmo comunque assolutamente credere, come uomini e cittadini, a quel matto di Giordano Bruno, quando invitava, per il massimo della felicità (Cabala del cavallo pegaseo): “Pregate, pregate Dio, o carissimi, se non siete ancora asini, che vi faccia diventar asini, perché saremo finalmente tutti incoscienti, felici e rappacificati con Dio”.


La Svizzera sulla sua montagna di carbone

Ancora una volta la guerra agli stranieri è anche una battaglia linguistica: attraverso il linguaggio ogni volta si fa un passo in avanti nella disumanizzazione di chi è sottoposto a leggi discriminatorie e feroci 

Di Adrià Budry Carbó e Robert Bachmann, Public Eye

Si propone qui in versione italiana curata dalla redazione un estratto di un’approfondita inchiesta del sito svizzero “Public Eye” dedicata al commercio di carbone nel mondo, ed in particolare al ruolo cruciale che ha, in questo campo, il nostro paese. Per leggere l’intero dossier (in originale inglese o francese) si rimanda dunque al citato sito. Per un’ampia anticipazione sugli esiti della ricerca giornalistica si veda anche quanto riferito in anteprima dalla RSI, nella sua edizione del TG di ieri e nel suo sito. (red.)

Materie prime

La Svizzera, con i suoi gruppi minerari, i suoi mediatori e le sue banche, svolge un ruolo centrale nel commercio globale del carbone. È quanto rivela il nostro rapporto “La Svizzera sulla sua montagna di carbone”, frutto di un anno di ricerche e di contatti privilegiati con un settore che per sua natura si mostra poco, e con molta diffidenza, perché ostracizzato dalla società. La guerra in Ucraina e il conseguente disordine sui mercati energetici ci hanno tuttavia ricordato la nostra dipendenza dai combustibili fossili più inquinanti. Spetta ora alla nostra generazione agire per consegnare definitivamente il carbone ai libri di storia. Ma dobbiamo prendere atto che questo non sarà possibile senza sacrifici per il mercato svizzero delle materie prime.

Il suo nome è carbone

Il più inquinante dei combustibili fossili sta tornando in auge nel XXI secolo. La fine della pandemia, la guerra in Ucraina, le turbolenze sui mercati energetici: tutto sembra giovare al carbone. Mai come nel 2022 il carbone è stato estratto, commercializzato e consumato. Una manna per l’economia svizzera, un disastro per il clima.

A differenza del cugino petrolio, il carbone è privo di fascino. Non evoca né le grandi fortune costruite sui petrodollari né gli intrighi geopolitici, ma i fallimenti della rivoluzione industriale. Tuttavia, il carbone non è stato relegato nei libri di storia. Al contrario: non è mai stato estratto, trasportato e consumato così tanto come nel 2022, in cui si prevede che la produzione supererà gli otto miliardi di tonnellate. Si tratta del 72% in più rispetto all’inizio del millennio. Questo fa dire allo storico della scienza francese Jean-Baptiste Fressoz, durante la sua conferenza “Une histoire politique du CO₂”: “Non c’è mai stata una transizione energetica”.

La crescita della popolazione, l’elettrificazione e il disordine dei mercati energetici assicurano un futuro brillante al “Re Carbone”. Con la finanziarizzazione e l’internazionalizzazione del suo mercato, la Svizzera è tornata a far parlare di sé, ospitando dai primi anni 2000 le sedi dei principali gruppi minerari e dando vita a un vero e proprio ecosistema di fuliggine tra Zugo, Ginevra e Lugano.

“E perché dovremmo perderci tutto questo? Il carbone è il combustibile fossile più economico e abbondante del pianeta ed è essenziale per far uscire un quarto dell’umanità dalla povertà energetica”, afferma un commerciante che ha accettato di parlare del suo lavoro con Public Eye.

L’argomento dello sviluppo non può essere liquidato a priori. La sfida di elettrificare parte del continente africano e i Paesi dell’Asia meridionale rimane fondamentale nella lotta al declino economico. Ma non c’è dubbio: il carbone è la materia prima con il peggior rapporto energia / inquinamento. È responsabile del 40% dell’aumento delle emissioni di anidride carbonica (CO₂).

I Paesi emergenti devono quindi evitare di cadere nelle stesse trappole del Vecchio Continente, legandosi a lungo termine alla fuliggine, le cui esternalità negative non sono quantificabili.

Il binomio di imprenditori che ha reso la multinazionale Glencore quello che è oggi ha gettato le basi del polo carbonifero svizzero a Zugo negli anni ’90. La calamita del più grande esportatore del mondo ha attirato altri gruppi minerari e imprenditoriali, che si sono gradualmente trasferiti anche nei centri finanziari di Lugano e Ginevra. La Svizzera conta attualmente 245 aziende attive nel settore del carbone.

La carta geografica svizzera del carbone

La Svizzera ha chiuso la sua ultima miniera di carbone dopo la Seconda Guerra Mondiale 75 anni fa. Eppure è diventato un peso massimo nel commercio internazionale del carbone intorno al 2000. Russi, americani o indiani, i più grandi gruppi minerari del mondo si sono insediati tra Zugo, Ginevra e il Ticino con una progressione ben lungi dall’essere casuale.

All’origine del polo carbonifero svizzero ci sono due personaggi noti nel mondo del commercio e della giustizia americana: Marc Rich e Ivan Glasenberg. Definito il “padrino del petrolio” dai giornalisti della Bloomberg Financial News Agency Javier Blas e Jack Farchy nel loro libro “The World for Sale”, Marc Rich ha “plasmato” il mercato svizzero delle materie prime trasferendosi a Zugo nel 1983, dopo essere fuggito dalla giustizia statunitense che lo accusava di evasione fiscale e di aver aggirato l’embargo sul petrolio iraniano. Fu a Zugo che scelse di creare la società Marc Rich & Co. che, nell’aprile del 1984 , assunse un giovane commerciante sudafricano dai denti lunghi e con un’idea fissa: il carbone aveva un futuro brillante davanti a sé. Insieme, Marc Rich e Ivan Glasenberg hanno gettato le basi del futuro polo carbonifero svizzero.

Quando Marc Rich & Co ha acquisito una partecipazione in Xstrata nel 1990, la società si chiamava ancora Südelektra ed era specializzata nel finanziamento di grandi progetti di infrastrutture elettriche in America Latina. Sotto la guida del suo nuovo azionista di maggioranza, ha utilizzato la sua quotazione in borsa per raccogliere fondi per Marc Rich, iniziando così la sua diversificazione nel settore minerario.

Nello stesso periodo, Ivan Glasenberg è stato nominato capo del dipartimento carbone della Marc Rich & Co, ribattezzata Glencore nel 1994. Per Marc Rich, non c’era dubbio che Ivan fosse “l’uomo che avrebbe semplicemente portato Glencore ad un livello superiore”.

Già nel 1998, spinse l’azienda a indebitarsi per acquistare miniere di carbone. I prezzi delle materie prime erano ai minimi, alla vigilia di un superciclo, un periodo prolungato di crescita della domanda superiore all’offerta, che avrebbe reso felice il settore. L’azzardo ha dato i suoi frutti. Fino ad allora pura azienda commerciale, Glencore si è assicurata l’accesso a decine di milioni di tonnellate di carbone e la possibilità di influenzarne il prezzo e la produzione. Nel 2000, Glencore era già il più grande esportatore di carbone termico al mondo, con un sesto del commercio globale. (…)

All’inizio degli anni 2000, la maggior parte dei gruppi minerari internazionali ha aperto le proprie filiali commerciali e/o la propria sede centrale a Zugo, Lugano o Ginevra. Intorno a loro, decine di commercianti specializzati nella vendita di una materia prima diventata improvvisamente globale. E così la Svizzera si è affermata come un vero e proprio centro del commercio internazionale di carbone.

Secondo l’indagine di Public Eye, ci sono attualmente 245 società registrate in Svizzera attive nel commercio di carbone estratto nelle proprie miniere, acquistato sui mercati o in transazioni over-the-counter; o, ancora, per fornire servizi finanziari legati al carbone o a qualsiasi suo derivato. A Zugo il numero di aziende è di 54, in Ticino di 55 e a Ginevra di 78.

“Il carbone fa gola a tutti”, ha dichiarato Ivan Glasenberg. L’ex CEO di Glencore ha il merito di aver sempre creduto nella rinascita del commercio di carbone. È stato lui a spingere il gigante di Zugo in una corsa all’acquisizione di miniere negli anni ’90. Il tempo gli ha dato ragione: nel 2022 il carbone viene commercializzato a un prezzo tre volte superiore a quello dell’anno scorso. Quest’estate Glencore, con le sue 26 miniere e la sua forte posizione di mercato, ha firmato un contratto annuale record per una centrale elettrica a carbone in Giappone. Il prezzo: 375 dollari USA per tonnellata. Le trattative tra la multinazionale di Zugo – la cui produzione è aumentata del 14% nella prima metà del 2022 – e i suoi clienti giapponesi sono state esaminate dall’intero settore, che considera le tariffe ottenute come un punto di riferimento per il prossimo anno.

Ivan Glasenberg non ha mai perso occasione per parlare delle grandi virtù delle rocce sedimentarie davanti ai media e agli azionisti. Nel febbraio del 2019, però, sotto la pressione di un gruppo di investitori spinti da preoccupazioni ambientaliste, Glencore ha dovuto annunciare un congelamento della produzione di carbone (a 150 milioni di tonnellate all’anno). Da allora, il carbone non fa più parte della comunicazione attiva di Glencore, che preferisce parlare del suo cobalto e del suo rame, due elementi fondamentali della transizione energetica, nelle stazioni e nei treni svizzeri.

Si può essere il più grande esportatore di carbone al mondo e “contribuire alla riduzione delle emissioni”. Nelle stazioni ferroviarie e nei treni della Svizzera, il gigante delle materie prime Glencore non teme certo le contraddizioni.

Anche al vertice sulle materie prime, il FT Global Commodities Summit di Losanna, i commercianti di carbone sembrano occupare un posto separato e marginale. “Il carbone non è sexy, macchia le mani. È un prodotto che richiede una lavorazione minima”, afferma Lars Schernikau, tedesco dell’Est, che vive in Svizzera da circa 20 anni ed ha il merito di aver scritto uno dei pochi lavori accademici sul mercato del carbone. È anche attivo direttamente nella commercializzazione del carbone, da quando ha assunto la direzione della società commerciale del padre. “Trent’anni fa, persino io mi chiedevo chi avrebbe avuto ancora bisogno del carbone”, ammette. Nessuno ha più prestato particolare attenzione a questa forma di  energia. Da allora, le cose sono molto cambiate, non solo e non certo in senso favorevole alla “transizione ecologica”.  


La Humanity One ha potuto far sbarcare buona parte dei migranti

Ancora una volta la guerra agli stranieri è anche una battaglia linguistica: attraverso il linguaggio ogni volta si fa un passo in avanti nella disumanizzazione di chi è sottoposto a leggi discriminatorie e feroci 

Da Il Post 

La Humanity One, una delle quattro navi gestite da ong che da giorni sono al largo delle coste della Sicilia, ha infine ottenuto il permesso di far sbarcare a Catania buona parte dei migranti che erano stati soccorsi nel Mediterraneo e si trovavano a bordo. Non tutti però, perché il governo italiano pretende, in violazione della legge internazionale, che soltanto le donne, i bambini e i «fragili», cioè le persone in condizioni di salute delicate, possano essere fatti sbarcare, e che gli altri migranti rimangano invece sulla nave e non entrino in territorio italiano.

Nella giornata di domenica è poi arrivata a Catania anche la Geo Barents, nave dell’ong Medici Senza Frontiere, che ospita 572 migranti. Anche per questa nave, il governo pretende di far sbarcare soltanto donne, bambini e «fragili».

Delle 179 persone che si trovavano a bordo della Humanity One, 144 sono state fatte sbarcare nella notte tra sabato e domenica (inizialmente c’era stata un po’ d’incertezza sui numeri, e si pensava fossero una decina di più). Sulla nave ci sono ancora 35 naufraghi «che le autorità italiane sembra non vogliano lasciar sbarcare: sono tutti uomini adulti, senza problemi medici», ha detto ai giornalisti che si trovavano sul molo di Catania Petra Krischok, portavoce della ong Sos Humanity che gestisce la nave. «Non sono io il capitano, non decido io, ma lasciare il porto di Catania se non dovessero sbarcare tutti i migranti che sono a bordo della nave sarebbe illegale, perché sono tutti profughi».

Questo sbarco parziale dei migranti è avvenuto dopo che venerdì sera il governo italiano aveva approvato un decreto che vietava alla Humanity One e alle altre navi di attraccare, ma che consentiva lo sbarco esclusivamente di donne, bambini e «fragili». Secondo il decreto, una volta entrate in acque italiane le navi avrebbero dovuto sottoporsi a un’ispezione delle forze dell’ordine italiane, per decidere chi poteva avere i requisiti e chi no.

È quello che è successo con la Humanity One nella notte tra sabato e domenica: verso le 23 e 30 la nave ha attraccato nel porto di Catania, scortata da una motovedetta della Guardia costiera. Sono poi partite le ispezioni ed è arrivata la decisione di far sbarcare 155 migranti e lasciarne a bordo 35. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva lasciato intendere che l’Italia avrebbe applicato questi sbarchi parziali già nel pomeriggio di sabato, quando aveva detto: «Le persone che hanno i requisiti possono sbarcare», ma «gli altri devono tornare fuori dalle acque territoriali».

Questa procedura decisa dall’Italia discende da un’interpretazione creativa e in ultima istanza sbagliata della legge internazionale, che secondo varie norme – come la cosiddetta convenzione di Amburgo del 1979 e altre norme sul soccorso marittimo – prevede che gli sbarchi debbano avvenire nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica a dove è avvenuto il salvataggio sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani.

L’assegnazione del “porto sicuro” a una nave che trasporta persone soccorse in mare dovrebbe venire dal governo dello stato verso cui la nave si sta dirigendo. Dalla Humanity One hanno fatto sapere che il governo italiano non le ha ancora assegnato un “porto sicuro”, benché al momento la nave sia attraccata a Catania.

Non è chiaro cosa succederà adesso con la Humanity One: per ora sembra che la nave cercherà di rimanere nel porto di Catania o se salperà di nuovo con i 35 migranti rimasti a bordo, come vorrebbe il governo. Oltre alla Humanity One e alla Geo Barents, ci sono altre due navi delle ong al largo delle coste siciliane: la Ocean Viking, con 234 migranti, e la Rise Above, che ne ha a bordo 90, dopo che negli scorsi giorni due persone erano state soccorse e portate a terra a Siracusa per ricevere cure. Sembra che il governo tenterà di applicare anche con loro questa misura di sbarchi parziali e selettivi.

Nell’immagine: la Humanity 1 nell’agosto di quest’anno, quasi pronta per iniziare le missioni nel Mar Libico