Profughi

 


Paranoia e fratture nell’America malata

 

Per dire della paranoia di non pochi elettori repubblicani negli Stati (dis)Uniti: Nye, cittadina del Texas, al 69% favorevole a Trump nelle ultime presidenziali, 33.000 votanti; il locale comitato incaricato delle procedure di voto ha indetto un referendum per chiedere, ottenendolo a larga maggioranza, che per la consultazione di ‘metà mandato’ (domani) si procedesse con lo spoglio manuale e non più elettronico; per loro la tecnologia è altamente sospettata di essere pro-democratici come ha  continuato a predicare il loro idolo politico, una pericolosa opportunità di operare quei colossali brogli a cui il tycoon attribuisce tuttora, senza alcuna prova, la sua sconfitta e il ‘furto’ della Casa Bianca. Problema: dopo tre ore di spoglio dei voti giunti per corrispondenza, le schede esaminate erano appena… 50. C’è voluto l’intervento della Corte suprema dello Stato per sospendere lo sforzo e il grottesco spettacolo degli affaccendati controllori di Nye.

Benvenuti alle Midterm elections del 2022 ­– si rielegge tutta la Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato – nell’America delle psicosi, del complottismo, dei complottismi. Sempre più terreno di scontro fra due anime politiche del paese apparentemente inconciliabili. Polarizzazione esasperata. L’arma letale che l’onnipresente convitato di pietra Donald Trump ha inaugurato e continua a perseguire: il Grand Old Party è suo (volontario) prigioniero, molti dei candidati repubblicani li ha scelti e sostenuti personalmente; fra questi non manca chi ha già annunciato – seguendo l’esempio del loro mentore – che in ogni caso non accetterà l’eventuale sconfitta. Poco, troppo poco, praticamente nulla è cambiato nei venti mesi seguiti all’assalto di Capitol Hill:  l’infiammabile clima politico, il pericolo di attentati (l’anno scorso sono stati censite 10.000 minacce contro membri del Congresso, e uno squilibrato è riuscito a penetrare nella casa di Nancy Pelosi, speaker della Camera), un processo che si trascina senza esito contro l’ex capo della Casa Bianca che incitò il violento assalto del 6 gennaio 2021, il sospetto che la Corte suprema non garantisca più la regola dei contropoteri infarcita com’è di giudici ultra-conservatori (autori della nefanda sentenza anti-aborto), e ancora una volta i molteplici tentativi repubblicani di ritagliare circoscrizioni e norme che scoraggino l’andata alle urne della minoranza afro-americana.

Si ha un bel dire, sfogliando l’album di famiglia, che in definitiva le elezioni di metà mandato sono storicamente sfavorevoli a chi occupa la Casa Bianca, e che quelle sconfitte non precludono la riconquista della presidenza due anni dopo. Stavolta è diverso, l’America è diversa. Reso impopolare da inflazione e crisi economica (più percepita che reale, come testimoniano i 270 mila impieghi creati in più in ottobre), Joe Biden ‘lo sbadato’ rischia di perdere la maggioranza parlamentare, imboccare una via crucis di continue ostruzioni alle sue riforme di rilancio, venir contestato nell’appoggio all’Ucraina e nella sfida all’aggressore Putin, e soprattutto di regalare a Trump il trampolino finale per la ricandidatura. Non ha torto Biden quando dice che ‘la democrazia americana è in pericolo’. Ma quanto interessa a un’America irriconoscibile, ormai malata cronica?

Scritto per la Regione Ticino


Inclusione sì, ma per chi? La storia di Nicola

 

Di Giulia Tavarini, Verifiche

Prima di quella calda giornata del 11 giugno 2012 il mio sguardo sul mondo, sulla società e sui suoi funzionamenti era un po’ diverso, sicuramente meno “ampio”, rispetto a quello che è oggi, e questo lo devo anche alla nascita di mio nipote Nicola. Ricordo che fra le tante preoccupazioni di quei suoi primi giorni di vita, nella nostra famiglia – in cui si mastica scuola da un paio di generazioni – si era già affacciata la questione della futura scolarizzazione di Nicola, nato inaspettatamente con la sindrome di Down; all’improvviso, la divisione fra una scuola per bambini “speciali” e una scuola per bambini “normali” – che fino a quel momento mi era apparsa naturale – mi sembrava assurda, ingiusta, e mi sentivo rassicurata nel sentire aria di cambiamento nel mondo della scuola, in cui si cominciava a parlare di “inclusione” e di “progetti pilota” e si iniziavano a intravvedere i vantaggi  –   per la società tutta –  di una scuola in cui allieve e allievi fossero quotidianamente confrontati con la diversità nelle sue più ampie sfaccettature. Soltanto due anni dopo la nascita di Nicola il Dipartimento dell’Educazione della Cultura e dello Sport ha dedicato ad esempio un numero della sua rivista Scuola Ticinese proprio al tema dell’inclusione; nell’editoriale, il capo divisione Emanuele Berger scriveva: “la scuola ticinese, da molti anni, ha preso la ferma decisione di integrare nella scuola dell’obbligo tutti gli allievi, indipendentemente da qualsiasi caratteristica personale, in particolare dal profitto scolastico” (cfr. Scuola Ticinese 2014, p. 13).

Le premesse per un’inclusione, insomma, sembrava vi fossero. Quando tuttavia, nel settembre 2016, è iniziato il percorso di scuola dell’obbligo di Nicola, anche i primi concreti ostacoli si sono palesati.  L’inserimento alla scuola dell’infanzia è stato frenato infatti dalla difficoltà del bambino di essere autonomo nell’andare in bagno. Tuttavia dopo diversi colloqui con il direttore della sede, gli educatori del SEPS (Servizio Educazione Precoce Speciale) e le educatrici dell’asilo nido che aveva frequentato fin da neonato, si è riusciti a trovare una soluzione temporanea che permettesse a Nicola di frequentare il primo anno di scuola dell’obbligo in una classe regolare. La garanzia che potesse continuare la frequenza anche i restanti due anni è stata confermata solo quando – all’inizio del secondo anno – Nicola ha dimostrato di essere autonomo in tutti i bisogni primari quotidiani, poiché – per questo tipo di aiuti – non sarebbe stata assegnata al bambino nessuna figura professionale di riferimento.

Durante il suo percorso si è venuta a creare una rete di riferimento composta dal direttore, dalla maestra, da una OPI che lo seguiva per quattro ore settimanali nelle attività didattiche, dagli educatori del SEPS e dal sostegno pedagogico, che incontrava regolarmente la famiglia. Alla fine dell’ultimo anno di scuola dell’infanzia, la rete ha deciso – sulla base della procedura di valutazione standardizzata (PVS)  – che Nicola continuasse il suo percorso di formazione presso la Scuola Speciale Cantonale. È quindi stata esclusa la possibilità di un’inclusione individuale con il sostegno di una OPI nella scuola regolare, nonostante l’esperienza di inclusione alla Scuola dell’infanzia nel corso dei tre anni precedenti fosse stata positiva. Tuttavia, nelle linee guida federali [pdf] sull’uso della PVS si fa esplicito riferimento ad “assicurare la maggior partecipazione possibile nelle scuole regolari («scuola per tutti»). Non era neanche stato proposto a Nicola di poter far parte di una classe inclusiva, composta da bambini di scuola regolare e bambini di scuola speciale, seguiti in co-docenza da un/a maestro/a di scuola regolare e un/a maestro/a di scuola speciale.

La decisione non era stata tuttavia condivisa dai genitori, il cui auspicio era che Nicola potesse continuare la sua scolarizzazione in un contesto di inclusione, poiché le loro priorità – come si legge in una lettera di osservazioni in risposta alla decisione della rete – non erano “centrate sul netto raggiungimento di obiettivi scolastici, bensì più sulla continuità di un apprendimento di competenze trasversali come tra l’altro ritenuto prioritario nel piano Harmos anche per i primi due anni di scuola elementare ” (Osservazioni dei genitori sul rapporto PVS del 28.03.2019 alla commissione indipendente). Le loro richieste erano tanto più legittime considerando anche gli ultimi studi sull’efficacia dell’inclusione per lo sviluppo cognitivo dei bambini con sindrome di down, presentati fra l’altro nel ciclo di conferenze organizzate dal Dipartimento Formazione e Apprendimento (DFA) della SUPSI in collaborazione con ATGABBES (Associazione Ticinese dei Genitori e degli Amici di Bambini Bisognosi di Educazione Speciale) nel marzo 2016. Si veda in particolare la relazione della psicologa S. Buckely “Una scuola buona per tutti: educazione inclusiva ed efficace per bambini con sindrome di Down e disabilità cognitive”.

Per tentare di permettere a Nicola di proseguire il suo percorso scolastico in un contesto inclusivo – fino a quel momento molto positivo – i genitori, oltre ad aver inoltrato le osservazioni in forma scritta alla commissione indipendente, hanno cercato un confronto orale con la direzione della scuola elementare, il municipio e la sezione della pedagogia speciale, per trovare un compromesso: in particolare è stato chiesto se fosse possibile far nascere un progetto inclusivo (nel comune di residenza o nelle vicinanze), sulla scia di quelli che stavano nascendo in quegli anni in altri comuni del Cantone e di cui erano a conoscenza. È stato anche richiesto di poter dividere la prima elementare del comune di residenza in due gruppi per poter agevolare l’inclusione di Nicola. Le iniziative non hanno tuttavia avuto nessun seguito. Le responsabilità per la riuscita logistica del progetto venivano rimbalzate dalle parti.

Alla fine, la soluzione trovata per Nicola è stata quindi quella di frequentare le lezioni presso la scuola speciale di Molino Nuovo e, per tre mezze giornate, le lezioni alla scuola regolare del comune di residenza in una prima elementare di 25 bambini, senza nessun tipo di sostegno.  Date le premesse, il “progetto di inclusione” (se tale può essere definito) è stato fallimentare: non si è trattato infatti di inclusione, ma piuttosto di un tentativo di “integrazione”, in cui si è chiesto a Nicola di frequentare due scuole, abituarsi a diverse figure di riferimento, e adeguarsi alle esigenze della classe di scuola regolare (di 25 bambini) senza beneficiare di alcun sostegno. Fatiche che non avremmo chiesto a nessun bambino normodotato di sette anni. La famiglia, in accordo con la scuola e in assenza di alternative inclusive, ha quindi deciso – dopo la seconda elementare – che Nicola frequentasse la scuola speciale a tempo pieno.

La storia di Nicola ci fa riflettere su due aspetti: la prima è che la scuola ticinese si sta muovendo nella giusta direzione di una scuola più inclusiva, e questo lo abbiamo scoperto leggendo regolamenti, seguendo conferenze e incontrando persone che lavorano nell’ambito dell’educazione speciale; purtroppo questa tendenza non è ancora diventata sistemica, e troppo spesso il percorso di un bambino o una bambina con bisogni educativi speciali dipende dalla disponibilità degli attori che si trovano sul campo: quindi dal caso, dalla fortuna.  Esistono realtà comunali in cui progetti inclusivi – anche con bambini con sindrome di Down – esistono e funzionano molto bene; ma la mancata regolamentazione di questa procedura crea ulteriori discriminazioni e disuguaglianze all’interno della popolazione di bambini e bambine speciali in età scolare. L’auspicio è quindi che la pratica inclusiva diventi una procedura naturale che permetta a tutte e tutti di avere accesso a una scuola dalle pari opportunità, una scuola in cui relazionarsi con le diversità non dovrà più essere insegnato, ma semplicemente vissuto nel quotidiano.


La società democratica è scesa in piazza per la pace

 

Di Federica D’Alessio, Micromega

La sintesi umana migliore, per quanto involontaria, del corteo di ieri a Roma per la pace l’ha offerta dal palco il segretario della CGIL Maurizio Landini, nell’ultima frase del suo intervento conclusivo. “Non so come chiamarvi, se amici, compagni, fratelli, come volete voi! Ma noi dobbiamo continuare insieme, fino a quando non avremo raggiunto i nostri obiettivi”.
Amici, compagni, fratelli, che non sanno neanche bene come chiamarsi fra loro perché portatori di tradizioni politiche e culturali diverse e ciascuna, in questa fase storica, diversamente in crisi; ma con un enorme bisogno di continuare insieme. Di raggiungere obiettivi insieme. Di sprigionare energia e “intelligenza collettiva”, per usare ancora le parole di Landini. E se è vero, come è vero, che l’intelligenza collettiva ha bisogno per esprimersi di una iniezione attiva di intelligenze individuali, e di pluralità in grado di ritrovarsi nelle differenze, la piazza di ieri a Roma è stata un’occasione promettente e stimolante, perché da tempo non si vedeva una manifestazione così plurale, così capace di aggregare e accogliere posizioni, punti di vista e di osservazione, esperienze di vita e schieramenti politici diversi e spesso persino distanti fra loro, ma in grado di convergere su un’esigenza: che la guerra che sta devastando il popolo ucraino finisca al più presto.
“Amici, compagni, fratelli”, sono state le grandi anime del corteo romano: tantissima gente comune, tanto mondo del volontariato laico, tanto associazionismo cattolico, e tanto mondo sindacale e di sinistra. Il cosiddetto “popolo della pace” che in gran parte è lo stesso di sempre, lo stesso che animò la moltitudinaria manifestazione del 15 febbraio 2003 contro le guerre in Afghanistan e Iraq, e che nel 2022 si è trovato a fare i conti con una guerra diversa, spiazzante rispetto alle certezze schematiche con cui la sinistra in particolare è abituata a dividere il mondo. L’invasione imperialista di un Paese sovrano non l’hanno condotta gli Stati Uniti, stavolta, bensì la Russia, quella parte di mondo che un settore – ultraminoritario, anche nella sua presenza in piazza ieri – continua a identificare come terra promessa della lotta contro il capitale, sebbene si tratti di una delle potenze dove il capitalismo si esprime nella sua incarnazione più feroce: quella neomercantilista come sostiene il sociologo russo Alexander Bikbov; e la richiesta di pace per il popolo invaso si scontra con la combattività di questo stesso popolo, tutt’altro che inerme, tutt’altro che indifeso. Un popolo ben armato dagli Stati occidentali, capace di contrapporsi all’avanzata russa e di sventare quella che nei piani del regime di Putin avrebbe dovuto essere un’annessione da realizzare in pochi giorni, e che invece ancora non si è realizzata e possibilmente, auspicabilmente, non si realizzerà mai. Un popolo che, colpito al cuore nella possibilità di esistere con la propria identità, dignità e sovranità, ha reagito inevitabilmente rafforzando il proprio orgoglio identitario e mobilitando subito in suo soccorso metà dell’Europa, la metà orientale che ha conosciuto da vicino l’imperialismo grande-russo, mentre la metà occidentale si è ritrovata frastornata, spaccata, polarizzata fra una posizione nettamente “atlantista” partorita dalle classi dirigenti del Paese, come l’aveva definita l’ex Presidente del Consiglio Mario Draghi e come ha ribadito l’attuale Presidente Giorgia Meloni, e una posizione pacifista – quella espressa dalla piazza di ieri a Roma – che ha avuto bisogno di maggiore tempo per ricomporsi, per precisarsi.

C’è voluto tempo per riorganizzare le idee, comporre le proprie anime, capire come portare avanti un proprio discorso autonomo distinto sia da quello delle classi dirigenti del Paese evidentemente disponibili alla chiamata al riarmo generale, sia dalla propaganda filoputiniana che dipinge il regime russo come vittima delle circostanze o il popolo ucraino come preso fra i due fuochi di una guerra interimperialista; un racconto della realtà mistificato e mistificatorio, che tuttavia in Italia permane attivamente.
La notizia più importante che proviene dalla piazza del 5 novembre è proprio che questo rischio, all’interno del movimento pacifista, sembrerebbe scongiurato. Che l’idea della “guerra interimperialista” nella quale non schierarsi e rimanere neutri perché non si sta né con Putin né con la NATO è stata superata. L’organizzazione del corteo di ieri e la sua parte largamente maggioritaria, diversamente da quanto avvenne il 5 marzo scorso – quando i toni del pacifismo erano dimessi, quasi depressi e terribilmente autoriferiti tanto che il popolo ucraino non venne neanche mai nominato neanche dal palco – ha espresso una posizione trasparente rispetto alle responsabilità di questa guerra, al fatto che il popolo ucraino ne sia vittima e che abbia diritto alla sua autodifesa: un concetto ricordato dalla presidente dell’ARCI Francesca Chiavacci, che ha richiamato l’articolo 51 della Carta Costituzionale dell’ONU. Chiarita nelle sue premesse, la questione del continuare a inviare armi sì o no non ha perciò toccato il suolo di piazza San Giovanni, che invece è andato oltre, testimoniando una richiesta di cessate il fuoco e di apertura dei negoziati internazionali nella direzione del disarmo generalizzato e particolarmente del disarmo nucleare. Posizioni espresse con parole molto simili dall’area cattolica, attraverso il messaggio del Presidente della Cei Matteo Zuppi, sia dall’area laica, tramite le parole del Segretario della CGIL: entrambi hanno sollecitato che l’Italia ratifichi il trattato ONU contro le armi nucleari. Sono le posizioni che corrispondono alla cultura storica del movimento non violento italiano, un’anima importante della storia del pacifismo di questo Paese, ieri ben riconoscibile negli intenti e nel metodo.

Certo rimane aperta la divisione fra chi ritiene che il sostegno all’Ucraina si debba concretizzare anche con l’invio di armi, e chi ritiene che non sia necessario se non addirittura che sia dannoso. Così come, sull’urgenza del cessate il fuoco e sulla fine della guerra, continua a esistere una pluralità di posizioni che non troverà necessariamente, per ora, una sintesi. L’appello pubblicato su MicroMega “Pace subito, Solidarietà con l’Ucraina, Putin go home!” scritto da Paolo Flores D’Arcais e firmato da decine di personalità (dalle più conosciute come Erri De Luca, Lella Costa, Eva Cantarella, fino a tanta gente comune, insegnanti, attivisti) ha posto il tema nei giorni scorsi: il cessate il fuoco non è sufficiente, è necessario chiedere il ritiro dell’esercito invasore, quello di Putin, dai territori occupati. Cosa che la piattaforma di convocazione della manifestazione non faceva esplicitamente. Ma ciò che è degno di nota, in questo caso, non è tanto la discordanza di segno quanto la fattuale convergenza che nello stesso corteo, accenti diversi come quello posto dall’appello scritto da hanno potuto trovare con il resto della manifestazione. Dialogando, discutendo anche animatamente, ma sotto il segno della comune esigenza di pace e di solidarietà espressa al popolo ucraino. Il gruppo dei firmatari dell’appello ha espresso la sua diversità di pensiero in amicizia e concordanza, scegliendo di essere nella piazza romana di ieri. E amicizia e concordanza c’è stata fra tanti, ieri, ciascuno in piazza con le sue posizioni, non necessariamente coincidenti con quelle del vicino di striscione. Ciascuno con le sue battaglie, da far incontrare in uno spazio condiviso: la presenza combattiva, potente della voce delle giovani e dei giovani iraniani che ieri gridavano “Donna, vita, libertà” e legavano idealmente la loro lotta con la pace per il popolo ucraino e con i dissidenti russi è stata fra i punti più alti del corteo.

Fra le tante interviste che MicroMega ha realizzato nel corso della giornata di ieri, diverse hanno ribadito una posizione di solidarietà con il popolo ucraino, di esplicita condanna a Putin, ma anche di autocoinvolgimento nelle responsabilità politiche europee: dal conduttore Flavio Insinna, da sempre impegnato con la Comunità di Sant’Egidio, che ha detto “Putin deve tornare indietro e se non l’ha fatto finora è perché la grande politica gliel’ha permesso”, fino alla responsabile del Movimento Europeo di Azione non violenta, Marianella Sclavi, attiva da mesi sul suolo ucraino in operazioni di solidarietà e costruzione di relazioni fra gli attori democratici. Sia in piazza, sia nelle giornate precedenti, Sclavi ha posto con nettezza l’esigenza precisa di dare vita a una solidarietà attiva con il popolo ucraino che sia anche un ponte per il rafforzamento della democrazia, per scongiurare il pericolo più grave in una guerra: quello di diventare come il proprio nemico. “È un processo che è già in atto, e che è inevitabile da molti punti di vista”, ha dichiarato. “Il regime putiniano desidera annientare l’identità ucraina, lo vediamo da come ha stabilito, per esempio, il diritto russo a saccheggiare i musei ucraini. A questo adesso gli ucraini rispondono dicendo che a loro volta cancelleranno tutta l’arte russa dall’Ucraina. Ma lo vediamo nel rapporto con la lingua. Nei nostri momenti di incontro abbiamo dovuto difendere con forza la possibilità di usare la lingua russa, oltre che ucraina. E d’altro canto, cancellare l’uso del russo per una parte importante della popolazione sarebbe come cancellare una parte di sé facendo prevalere l’odio, la costruzione del nemico.”

Nel corteo romano c’erano tante persone ucraine, anche questa è stata una novità rispetto a marzo. Alcune si sono raccolte sotto lo striscione dell’appello di MicroMega hanno sfilato per un tratto di strada con la scritta in cirillico “НЕТ ВОЙНЕ! ПУТИН  ДОМОЙ!”, “No alla guerra! Putin vai a casa!”. Non si sono trovate del tutto in sintonia con alcune cose che hanno sentito dire, non desiderano solo il cessate il fuoco perché, come mi ha spiegato una di loro, Svitlana Vitun, “se ci accontentiamo del cessate il fuoco, Putin lo userà come pausa di riorganizzazione per poi riprendere la guerra più violentemente di prima”. Svitlana Vitun vive in Italia, in Calabria da sedici anni, i suoi figli sono con le loro famiglie a Chernihiv, al nord dell’Ucraina. “La nostra città è stata fra le prime a essere invase da nord, quando le truppe russe sono entrate in Ucraina passando per la Bielorussia. I miei figli sono rimasti due mesi sotto l’occupazione russa, ma la resistenza di Chernihiv è stata quella che ha impedito a Putin di arrivare a Kiev. L’avanzata l’abbiamo fermata noi e la popolazione civile è stata importantissima per fornire aiuti al nostro esercito. La resistenza è di tutto il popolo”. Per Vitun “la pressione psicologica sulle persone in Ucraina, sui miei figli, è fortissima. È impossibile stare sotto le bombe o nell’occupazione per mesi e non soffrire problemi psichici. Ma il popolo ucraino è forte, ed è unito. Noi dobbiamo andare avanti a difenderci fino a quando tutto il territorio occupato, anche quello della Crimea, non sarà stato liberato”. Per lei i russi non sono un popolo nemico. “Ci sono tanti russi che non vogliono la guerra, ma io seguo i canali della propaganda russa, sono pieni di menzogne e bugie che confondono la testa delle persone. I russi non sono un popolo unito, quindi anche i dissidenti non riescono a protestare come popolo. Gli ucraini hanno questo di diverso: noi siamo un popolo unito”.

La voce dei dissidenti russi ieri è stata presente in più modi: attraverso le parole dell’attivista Alexander Belik che ha parlato a nome dei disertori della guerra del regime, e dell’associazione War Resisters International. Attraverso le parole dal palco di Andrea Riccardi presidente della Comunità di Sant’Egidio, che ha ricordato l’importanza dell’accoglienza verso chi scappa dalla Russia per non combattere la guerra. Attraverso la presenza dei settori della sinistra antistalinista, come il Comitato Stop alla Guerra in Ucraina che ha avuto il coraggio di manifestare per primo, il 7 ottobre scorso, davanti all’ambasciata russa contro la guerra. Germano Monti, uno degli animatori del comitato e storico militante di sinistra, da anni feroce oppositore del mondo rossobruno che si schierò fattualmente con Putin già ai tempi della rivoluzione siriana, quando l’autocrate russo fu essenziale perché il dittatore Bashar al Assad attuasse un genocidio contro il suo stesso popolo, ricorda a MicroMega che “questa manifestazione è la prima, dall’inizio dell’invasione, in cui le grandi forze di sinistra in questo Paese esprimono rispetto per la resistenza ucraina. Fino a qualche giorno fa intellettuali molto noti dicevano che la resistenza ucraina non esisteva, dimenticandosi che anche la resistenza italiana si collocava nell’ambito di uno scontro fra eserciti.” Il riferimento implicito di Monti è alle dichiarazioni recenti fatte da Michele Santoro in una trasmissione di La7. Santoro è uno di quelli che sembra ancora molto attaccato all’idea di una guerra interimperialistica in cui il vero nemico dell’umanità è la NATO. La manifestazione di ieri non lo ha assecondato. Come non ha assecondato nessuna delle beghe politiche di bassa lega che sui media oggi portano in primo piano ciò che in primo piano non è stato: la presenza del PD e le contestazioni – inutilmente volgari nei toni – a Enrico Letta, il ruolo di Giuseppe Conte, o la patetica contromanifestazione di Milano voluta da Carlo Calenda.

Tutti elementi di nessun valore in una piazza che non è stata quella dei partiti, ma è stata quella della società democratica. Della sua pluralità, delle sue divergenze e assonanze, delle sue esigenze di pace, del suo bisogno di speranza e di darsi forza ritrovandosi insieme. Se proseguirà il dibattito sui grandi nodi tuttora fortemente irrisolti della solidarietà con il popolo ucraino, della differenza fra ritiro e cessate il fuoco, della necessità di costruire un’Europa più protagonista politicamente nel mondo e nelle prospettive di pace, del disarmo non inteso come “non mandare armi a chi resiste” bensì come contrasto agli interessi dell’industria militare – oggi rappresentata persino dai Ministri – e allo strapotere del controllo militare sui territori, compreso sul territorio italiano; se su tutto questo le persone e le realtà associate saranno in grado di continuare a discutere senza squalificarsi reciprocamente, senza violenza o volgarità, ma ascoltandosi, potrà allora proseguire l’opera di quella intelligenza collettiva democratica, di sinistra, per la pace la solidarietà e la giustizia sociale di cui così tanto abbiamo tutti e tutte bisogno.


Basta guerra: un movimento necessario

 

Di Tommaso di Francesco, ‘il manifesto’

La guerra di aggressione di Putin all’Ucraina vive uno stato di pericoloso ‘stallo’, in attesa di nuovo spargimento di sangue, di fronte alla drammatica realtà che mostra l’irrisolutezza delle armi, quelle usate per aggredire in modo criminale un paese sovrano e quelle usate per la legittima difesa che ormai sono diventate di offesa – e sono tante, Amnesty International ha denunciato che anche la loro dislocazione improvvida mette a rischio i civili. 

E’ proprio in questo momento di vuoto, che annuncia tempesta, che vuole inserirsi dal basso il movimento per la pace sceso in piazza a Roma, chiamato ad essere protagonista da ‘Europe for peace’. Per una manifestazione ci auguriamo piena di giovani, forte, variegata, unitaria contro la guerra. Senza bandiera di partito, sperando che a sinistra i partiti si occupino di pace non strumentalmente.

E che sventolerà la bandiera arcobaleno per un ‘raduno’ che è una pratica della democrazia, così fragile in questo momento, rispondendo così all’arroganza di Giorgia Meloni che, dimenticando la stessa parola pace, sfotte arrogante: “Non è sventolando le bandiere arcobaleno che si fa la pace”. No, è vero il contrario. Dopo più di nove mesi di guerra, di stragi contro la popolazione ucraina, di repressione delle proteste dei giovani russi, di un’escalation che ripropone – addio deterrenza – l’uso dell’arma atomica.

Perché, nel deficit irresponsabile e criminale dell’azione diplomatica, c’è bisogno proprio di un attore nuovo, disperato ma rinvigorito, il pacifismo, capace di produrre immaginario futuro perché ha una storia da non dimenticare, in Italia e nel mondo. Un movimento che non è stato a guardare, con proteste nazionali e in ogni città subito dopo il 24 febbraio, carovane umanitarie a Kiev e sostegno a tutti i disertori. Un movimento che dal basso chiede finalmente che ‘l’inutile strage’ finisca, un negoziato e una conferenza internazionale sul modello di Helsinki. Coinvolgendo attori internazionali – l’ONU che sembra fuorigioco e cancellato da troppe sconfitte, insieme a paesi come Francia e Cina, che vedono nella continuazione di questo conflitto il disastro della loro stessa strategia politica; e protagonisti sociali – i sindacati e la società civile, tutti consapevoli dei costi spaventosi che l’ ‘economia di guerra’ arreca alle classi subalterne.

A chi serve che resti accesa una crisi bellica, un Afghanistan nel cuore dell’Europa? Nessuno vincerà questa guerra, ma tutti la perderanno. A chi serve che non esista l’Unione Europea? A troppi: al neo-zar Putin, al pesante latrare della Nato e ai nuovi sovranismi nazionalisti, all’arrembaggio da est e da ovest.

Serve ora un movimento che chieda dunque un cessate il fuoco e il tavolo negoziale. Se lo si è fatto per il grano perché, magari per gradi come è accaduto per altre guerre, non è possibile avviare una iniziativa di mediazione per una tregua delle armi sullo status di Donbass e Crimea? Subito. Perché ora la parola è solo alle armi. E se non c’è diplomazia serviranno altre armi, che occupano lo spazio abbandonato dell’iniziativa di mediazione e di pace.

Sveliamo dunque il mondo in cui viviamo. Chi crede di essere in pace mentre al contrario vive ‘di’ e ‘sulla’ guerra, mentre nuovi e vecchi imperialismi e i mercanti d’armi la fanno sempre da padrone, non solo in Ucraina ma in tutto il mondo, la cui condizione non è di vivere i conflitti armati quotidiani e permanenti. Non c’è infatti una guerra degli ultimi trenta anni che non abbia lasciato sul campo milioni di vittime civili – con crimini di guerra rimasti impuniti – e che non sia rimasta con la sua scia di sangue e odio a determinare il presente, fatto di una geopolitica che dispiega le sue bandierine, ma resta incapace di capire e fermare la deriva di morte tornata in pieno in Europa dopo la crisi jugoslava.

A   proposito di guerre d’aggressione, vale per l’Iraq, per la Libia, per la Siria, per il Libano, per la Palestina, per il Kosovo, per l’Africa, per la tragedia dei migranti in fuga da nuova miseria e nuovi conflitti armati da noi alimentati. Per questo ‘il manifesto’ è sceso in piazza e partecipa a questo movimento che ha nel suo Dna. ‘Il manifesto’ , quotidiano comunista, che ha iniziato i suoi primi passi più di cinquanta anni fa protestando contro l’aggressione sovietica a Praga e contro quella americana in Vietnam, contro ogni imperialismo.

Nell’immagine: la manifestazione del 5 novembre a Roma


Cari pacifisti, vi scrivo: venite in Ucraina e capirete

 

Di Francesca Mannocchi, inviata de La Stampa in Ucraina

Quando si parla di pace nel contesto di questa sanguinosa e drammatica guerra istigata dalla Russia, alcune persone non vogliono riconoscere un semplice fatto: non esiste pace senza giustizia (dal discorso di accettazione del Peace Prize of the German Booktrade dello scrittore ucraino Serhiy Zhadan il 23 ottobre). Ho trascorso le ultime settimane in Ucraina, spinta lì dagli attacchi che il 10 ottobre hanno riportato il terrore nelle strade di Kyiv, che hanno colpito ancora Dnipro e Zaporizhzhia uccidendo venti persone e ferendone più di cento. Il mondo ha guardato a quegli attacchi come a una fase nuova del conflitto, la strategia del terrore, si dice. Ed è vero, funziona così. Si colpisce la vita quotidiana, si condannano i civili a uno stato di tensione e privazione permanente sperando che, alla lunga, persino il più solido degli animi ceda e chieda a chi è chiamato a prendere decisioni, di fare un passo indietro, concedere qualcosa all’avversario, consegnare all’invasore ciò che chiede. La strategia del terrore, si è detto. Come fosse un dato inedito e invece, semplicemente, ci eravamo distratti, perché inchiodati alla cronaca del presente, abbiamo perso di vista i disegni imperiali del regime di Putin che seguivano un calendario dilatato. 

«O la resa o la morte» è il metodo putiniano della guerra. L’aveva detto durante l’assedio dell’Azovstal, a marzo. «Che non entri e non esca nemmeno una mosca» è stata la regola che Putin ha imposto sull’ultima battaglia di Mariupol: l’arma era l’assedio, la conseguenza la fame, l’effetto la resa. La guerra allora era iniziata da otto settimane e già c’erano tutti gli elementi per capire che circondare e affamare le persone fossero i tasselli di una strategia precisa. 

Le truppe russe avevano già devastato terreni agricoli, distrutto attrezzature, minato i terreni fertili, danneggiato le rotte di rifornimento, bloccato i porti, tagliato l’elettricità e distrutto le centrali elettriche, interrotto le forniture di acqua e di gas, distrutto magazzini di cibo, e depositi alimentari. Colpito consapevolmente i mezzi dei corridoi umanitari e le code dove le persone aspettavano la distribuzione di pane e aiuti alimentari, ucciso volontari, massacrato civili. 

Nelle settimane successive, era aprile, ero a Bucha. Ho visto i cadaveri in strada, ascoltato i racconti dei civili torturati, ho ascoltato le vedove di uomini giustiziati sulla porta di casa, visitato anziani colpiti alle gambe e lasciati marcire di dolore nelle cantine, anziani rimasti senza gambe, amputate perché non c’era più niente da fare. Li ascoltavo mentre qui, in Italia, alcuni di quelli che invocavano la pace, negavano le stragi di Bucha, negavano le evidenze della strage del teatro di Mariupol. Sono passati i mesi, a quei cadaveri in strada, che erano lì, lo so perché ci ho camminato in mezzo, ha reso giustizia l’indagine giornalistica, ha reso giustizia la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite i cui esperti hanno concluso che in Ucraina siano stati «senza dubbio» commessi crimini di guerra. I tifosi della pace-come-resa dell’Ucraina che avevano negato la responsabilità russa su quegli eccidi, però, non si sono mai scusati. Oggi, probabilmente, saranno in piazza con la bandiera arcobaleno. 

Ho osservato l’Ucraina per settimane nella maestosa luce che ha la città quando la bella stagione staffetta con l’autunno, ho cercato di cogliere negli sguardi dei passanti cosa sia abitudine al conflitto, come la consuetudine alla paura modifichi la ritualità del quotidiano e insieme i connotati dei volti, ho scoperto che la guerra fa al viso di un uomo quello che il mare e il vento fanno agli scogli, li consuma e insieme li definisce.

Sono salita sui tetti degli edifici colpiti, incidentalmente si direbbe, così come si direbbe che i morti siano collaterali. Ho guardato le città dall’alto, e lì mi è stato chiaro cosa provochi un missile quando colpisce una centrale elettrica e un ponte, cosa produca quando danneggia una scuola, e quando i vetri di una finestra si frantumano sul corpo di un’anziana mentre cuce a maglia con gli aghi e i gomitoli, dritto rovescio, dritto rovescio e poi, improvvisamente, è colpita da una scheggia e muore. Dopo aver incontrato gli occhi sfiniti dei sopravvissuti mi sono domandata quale fosse – se c’era – un modo rispettoso di chiedere agli ucraini cosa sia per loro la parola pace, oggi, mentre qui, in Italia, imbizzarrisce il dibattito tra pacifisti storici (e improvvisati) e i difensori del sostegno armato al popolo ucraino.

La prima cosa che ho capito, tessendo le risposte che ho ricevuto da nord a sud, da est a ovest, da soldati e civili, da attivisti e bambini è che pace, lì, sia una parola imperfetta.

Lo è per Stanislav, che è un soldato, e mentre sistemava le munizioni dell’obice di cui era responsabile mi ha detto che pace per lui è sposare la sua fidanzata, fare dei figli, comprare un barbecue e invitare i suoi amici a vedere la partita, in tv, la domenica. Ma che non c’è pace senza libertà.

Pace è una parola imperfetta anche per Liljia, che ha sessant’anni ed è tornata a vivere a Irpin. Di madre e padre russi, vive a Kyiv da sempre, suo padre è sepolto in Crimea e lei non può andare a piangerlo sulla tomba perché la Crimea è occupata da altri russi. Quando le ho chiesto cosa significasse per lei la parola «pace» mi ha detto che sta imparando a vivere dentro la guerra. Ha risposto così, dopo una pausa che è servita a disegnarle sul volto il sorriso di chi ha capito che non finirà presto, che niente sarà – comunque – più come prima, anche se le armi tacessero domani. È la saggezza dell’esperienza delle vittime che dovrebbe indicare la via e dare le parole d’ordine a chi scenderà in piazza, oggi. Le parole come quelle di Liljia, che qui consegno testuali: «Noi voltiamo le spalle ai russi perché loro hanno voltato le spalle a noi. Dobbiamo solo imparare a viverci dentro. I tempi in cui eravamo sangue dello stesso sangue sono passati e non torneranno mai più. Nessuno vuole tornare a quello che esisteva prima del 1991, pace per noi è andare da qualche parte nel futuro, ma i russi invasori che volevano un unico grande Paese hanno costruito un’unica grande prigione». In questi otto mesi di invasione russa in Ucraina il valore delle parole dei testimoni è stato progressivamente indebolito, fino ad essere quasi del tutto ignorato, perché la portata delle evidenze di cui ci rendevano consapevoli non poteva che richiamare a una responsabilità collettiva, cioè solidarizzare con gli invasi, aiutare le vittime a difendersi, e cioè a liberarsi dall’invasore e chiedere giustizia. Per i giustiziati, i torturati, le donne stuprate, gli anziani lasciati morire di dolore, e risarcimenti per i ponti distrutti, le strade danneggiate, le scuole rase al suolo, le fosse comuni, le condotte idriche frantumate.

Perché, in una guerra di invasione, val la pena ricordarlo a chi scende in piazza, funziona così. Sono gli invasi che vivono nei bunker, scendono in metropolitana con i sacchi a pelo per paura di morire schiacciati dal tetto di casa, solo da un lato del confine si vive con le sirene antiaeree nelle orecchie dal 24 febbraio, è per questo che da un lato del confine non può esserci pace senza giustizia.

La demarcazione tra pace e giustizia attraversa l’opinione pubblica da mesi, come se i due campi anziché essere necessari l’uno all’altro fossero di segno opposto.

Il conflitto in Ucraina si sta trasformando in una lunga guerra di logoramento, e rischia di diventare anche la linea di demarcazione tra una idea di Europa che rischia di frantumarsi sotto il peso di questa spaccatura dell’opinione pubblica, Putin lo sa. È la condotta di ogni fanatismo, creare divisioni nel campo avversario e riempire il vuoto che si è creato seminando odio. Ecco perché la strategia del terrore di Putin, riguarda anche chi scenderà in piazza oggi. La manifestazione di oggi chiama al negoziato, alla pace, sacrosanto. Attenzione però a non confondere la pace con la debolezza di aver ceduto al ricatto di un dittatore. Alcuni sostenitori dello stop all’invio di armi ritengono che sfilandosi dalla guerra diminuiranno i combattimenti e si morirà di meno. Anche questo è sacrosanto. Invito, però, i partecipanti – soprattutto i tanti che spinti da nobili intenzioni riempiranno strade e piazze – a chiedersi quanto siano diventati strumenti di una parola così pura ma usata, oggi, sul ring di leader perdenti e in crisi di identità politica che provano a raschiare un magro consenso, scendendo in piazza con le bandiere arcobaleno. Viene da pensare, con un realismo dettato dall’esperienza e non dal pregiudizio, che sfilandosi dalla guerra, oggi, diminuirebbero la spinta dei rifugiati sui nostri confini (leggasi sul nostro welfare) e poi, certamente, le bollette del gas. Diminuirebbe la paura dei cittadini del costo economico di questa guerra di liberazione. Ma verrebbero meno anche tutti i valori che fino ad oggi hanno sostenuto la nostra idea di democrazia, autodeterminazione e libertà. La nostra idea di mondo giusto, l’unico nel quale una vera pace è possibile.


Traffico merci su ferrovia: una questione cruciale per il Ticino

 

La quinta edizione del Convegno “Un mare di Svizzera” svoltasi al LAC  lo scorso 28 ottobre, ha riproposto per l’ennesima volta la questione della necessità di completare Alptransit tra Vezia e Chiasso per farci passare le merci dei Porti di Genova da e verso il Nord Europa. 

Già nei convegni precedenti abbiamo sentito affermazioni poco lusinghiere per la nostra ferrovia, definita mulattiera medievale.

A parte il fatto che il corridoio Rotterdam – Genova è in grande ritardo a Nord, in Germania, tra Mannheim e Basilea, anche a Sud il quadruplicamento della tratta Como-Seregno, pianificato oltre un ventennio fa, è stato cancellato e sostituito con un aumento di capacità dei due binari attuali realizzabile grazie alla nuova gestione elettronica della linea.

Un evento importante, dunque, quello di Lugano, in chiave di politica dei trasporti, di cui però si è riferito molto poco, se non per far parlare, come ha fatto un servizio del Quotidiano RSI, Filippo Lombardi, copresidente del Convegno. Lombardi ha affermato che se da una parte la Svizzera è stata primattrice negli investimenti per l’infrastruttura ferroviaria con la realizzazione delle Gallerie di base, ora procede con il freno a mano tirato mentre l’Italia ci sta superando perché investirebbe più di noi per le merci; Italia che ci inviterebbe a terminare Alptransit perché, sempre secondo Lombardi, per arrivare al porto di Genova bisogna passare anche da Chiasso e Milano.

Per il nostro Cantone la questione del traffico merci su rotaia è di primaria importanza; da medievale e fortunata via delle genti, con la galleria autostradale siamo diventati la via dei TIR. Solo grazie all’Iniziativa delle Alpi e alle conseguenti decisioni popolari per Alptransit e per la Tassa sul traffico pesante commisurato alle prestazioni, e in virtù degli effetti positivi  della politica di trasferimento, abbiamo potuto ridurre i transiti su strada che sono scesi da 1,4 mio a 860 mila.

Certo, resta ancora molto da fare, ma quando Lombardi parla della centralità di Chiasso come punto di passaggio delle merci dimentica completamente che esistono altre soluzioni, a cominciare dalla Gronda Ovest, cioè la linea via Luino, una linea totalmente di pianura, che porta direttamente oltre i terminali di Gallarate – Busto Arsizio fino a Novara e infine a Genova; in più abbiamo la linea Lötschberg – Sempione per la  quale si sta investendo circa 1 miliardo per completare il secondo binario e per aumentarne la capacità.

Anche il Consiglio di Stato ha finalmente capito che la Gronda Ovest va ulteriormente potenziata mettendo i treni merci in galleria da Magadino e lo ha recentemente ribadito in un pacchetto di richieste rivolte alla Confederazione come risposta alla consultazione “Prospettive Ferrovia 2050”. E non va neppure dimenticato che per la stessa Gronda Ovest la Svizzera ha già finanziato l’adeguamento al profilo di 4 metri sul tratto italiano per oltre 120 mio solo pochi anni fa.

Non più tardi di due anni fa, a Locarno, le autorità svizzere hanno firmato un accordo con l’Italia per finanziare con altri 134,5 milioni di Euro diversi adeguamenti per il transito di treni merci ad alto profilo sull’asse del Sempione, dal confine di stato fra Svizzera e Italia lungo le tratte Premosello-Arona-Sesto Calende e Oleggio Vignale – Novara. Ricordo, infine, anche all’onorevole Lombardi che, oltre alla Galleria Monte Olimpino 2, la Svizzera ha finanziato quasi tutti i terminali sul suolo italiano da Gallarate a Milano Smistamento (in costruzione) per centinaia di milioni.

Purtroppo, dunque, non credo proprio che l’Italia ci stia sorpassando; tutt’al più, e finalmente, in Italia ci si è messi in moto e si sta forse recuperando; resta il fatto che in Italia, negli ultimi decenni, dal punto di vista ferroviario si è certamente investito molto e con successo, ma soprattutto nell’alta velocità; per le merci si è fatto pochissimo. Quanto al nostro Cantone, si tratta di decidere se vogliamo far passare 170 treni merci al giorno attraverso il Sottoceneri o appunto puntare sulla Galleria via Luino prevista per ora solo per il 2050.

I miliardi PNRR dell’Unione Europea investiti nelle infrastrutture della Ferrovie Italiane oltre a terminare il terzo valico, sono soprattutto dedicati all’alta velocità al Sud ma nulla è previsto per il tratto Como-Monza-Milano, il vero collo di bottiglia per i treni merci (e passeggeri). Come detto il quadruplicamento della Como-Seregno è annullato, mentre nel 2014 la Confederazione ha votato il corridoio 4 metri di 980 milioni di cui come detto 120 mio per la parte italiana da Luino e 40 per la tratta Como-Monza. Tutto già realizzato.

Tra l’altro anche Simonetta Sommaruga, in un incontro lo scorso 29 aprile con i ministri italiani Giovannini e Cingolati, aveva considerato insufficienti gli interventi programmati dalle ferrovie Italiane, quelli che Lombardi giudica più avanti dei nostri, chiedendo di potenziare la Como-Seregno con un tratto a tre binari. E, aggiungo io, ci sarebbe anche la Galleria di Varzo che limita il traffico merci sulla linea Sempione-Lötschberg.

Inoltre l’Italia deve terminare la Galleria di base del Brennero e avanzare con la TAV, se vuole ricevere i fondi Europei già assegnati prima del PNRR. Ambedue i progetti sono notevolmente in ritardo.

Penso che queste considerazioni possano perlomeno relativizzare le affermazioni di Lombardi circa un presunto “freno a mano tirato” da parte Svizzera; sono affermazioni perlomeno imprecise, oltre che avventate, poco o nulla aderenti alla realtà dei fatti.  Ritengo che i progetti e i finanziamenti previsti per il potenziamento ferroviario in Svizzera “Prossif 2025” e “Prossif 2035” sono sicuramente, fatte le debite proporzioni tra i due Paesi, superiori a quanto investe l’Italia grazie ai fondi Europei.

Chiaramente anche la Svizzera ha non pochi problemi da risolvere: il traffico merci interno, che per Legge deve autofinanziarsi ed è gestito da FFS Cargo SA (da sempre in perdita e che per risparmiare volle chiudere le Officine di Bellinzona), deve trovare nuovi concetti di sviluppo, in particolare per il traffico dei carri completi isolati, i classici vagoni merci, che cumulano continue perdite d’esercizio. 

Proprio in questi giorni il Consiglio Federale ha messo in consultazione il rapporto “Perfezionamento delle condizioni quadro per il trasporto di merci in Svizzera” con nuove proposte per digitalizzare questo servizio, per esempio con l’accoppiamento automatico dei carri; si tratta poi di creare un nuovo concetto di logistica urbana per la distribuzione delle merci nei centri urbani e di implementare piattaforme di trasbordo multimodali. L’alternativa è il drastico taglio a FFS Cargo con conseguenti 15mila trasporti quotidiani in più sulle strade Svizzere. Non proprio una bella prospettiva.

Nell’immagine: una delle ipotesi alternative alla tratta del Ceneri


Smettetela di sputare, schifosi

 

Sputo, ergo sum: sono un calciatore, sono oltre le convenzioni, ho uno statuto speciale che mi è dato dalle enormi somme che guadagno e dalle enormi attenzioni di cui godo. Lo sputo diventa sempre piú sistematico su molti campi e a molte latitudini, ad eccezione della “Bundesliga” tedesca che raccomanda di “evitare l’emissione di saliva” in tempi di “Covid 19”, ma lascia all’arbitro la possibilità di intervenire, magari con un semplice invito a non farlo più. 

In Italia si ha notizia di interventi in tal senso, e addirittura di sanzioni, ma solo in campo giovanile. Sono già state comminate due giornate di squalifica a un quattordicenne. Il cattivo esempio fa scuola: nella partita di calcio regionale under 17 fra lo Zianigo e l’Altobello Aleardi Barche, un arbitro che aveva espulso un giocatore, è stato accerchiato dagli esponenti della squadra avversaria che lo volevano salvare!

Insomma, sputare si può: si sputa non per motivi fisiologici, dovuti allo sforzo fisico, o perché fa bene alla salute, salvo eccezioni, ma per una specie di rito, per una forma di “maschilismo”, di infantile protesta-trasgressione: esprimo il mio disappunto per una punizione andata a lato, un rigore mancato, un fallo non fischiato, una partita persa: è quanto faceva lo zio Romerio 60 anni fa, spesso in conflitto con le autorità comunali: spüdi giò bass! – quando riteneva di essere vittima di qualche ingiustizia. Mostrava il suo disprezzo.

Ma di quali ingiustizie è vittima il calciatore, privilegiato e viziato oltre ogni limite, al quale demandiamo i trionfi che noi, piccoli Fantozzi, non possiamo celebrare nella vita reale, al quale tutto perdoniamo per il surrogato di una vittoria per interposta persona?

I giocatori di rugby, sport perlomeno altrettanto pesante del calcio, non sputano, o se  lo fanno, sputano in misura molto minore. Non si sputa nel basket e nella pallavolo. Il calciatore fa un’enorme fatica a liberarsi dell’anatema di Shakespeare, risalente a più di 400 anni fa, quando una partita di foot-ball consisteva nel portare una vescica di maiale riempita di capelli da un rione o da una contrada all’altra con tutti i mezzi, non di raro in un modo violento al punto da causare incidenti mortali. 

I sindaci e i rappresentanti dei re tentavano invano di proibire il “gioco”; dopo brevi interruzioni si ripresentava, sino all’Ottocento, quando il calcio è stato codificato nei grandi college inglesi dove studiava la nobiltà ed è stato ingentilito dal “fair-play”, il gioco nel rispetto delle regole, separando il calcio dal rugby: a te piedi e mani, a me, foot-ball, solo i piedi. Ma nella “deregulation” moderna il calciatore usa, eccome, le mani, in ogni zona del campo, e spesso con piena tolleranza degli arbitri.

Insomma, il “vile foot-ball player” di Shakespeare, l’abietto calciatore di cui si parla in “Re Lear” sembra faccia molta fatica a liberarsi dei suoi costumi medievali, che avevano indotto il bardo di Stratford-upon-Avon a citarlo come esempio massimo di abiezione, al termine di una serie di pesanti insulti rivolti dal Re al servo Oswald, accusato di scarso rispetto e di scarsa lealtà: “wohreson”, figlio di…, “cur”, cagnaccio, “rascal”, canaglia. Basta cosi? No, appunto. Shakespeare va in cerca di qualcosa di piú forte, e lo trova mettendo in bocca al duca di Kent: “you vile foot-ball player”. Spregevole calciatore.

Al quale, parente del lama delle Ande più che della scimmia urlante del Madagascar, con pochissime speranze di attenzione, affidiamo le parole rivolte da Capo Seattle (da cui il nome della città) al Grande Padre che a Washington voleva comperare il suo territorio: “come si puó comperare il Cielo e la Terra? Ogni ago di pino scintillante, ogni insetto che ronza è sacro al mio Popolo: come si può possedere la propria madre? Se gli uomini sputano per terra, sputano su loro stessi: qualunque cosa accadrà alla terra, accadrà all’uomo stesso”.

“Ma io sputo nell’erba”, direbbero Ronaldo, Cuadrado e Co.


Schermo delle mie brame! Dialogo intergenerazionale e media in famiglia

 

Di Stella N’Djoku e Luca Botturi

Gli schermi digitali sono entrati prepotentemente nelle nostre vite e anche nelle nostre famiglie. Usiamo tablet e computer tanto per lavoro quanto per organizzare le vacanze, e i più piccoli trovano negli schermi svago e strumenti di comunicazione con i loro compagni. Nonostante i nuovi modelli di smartphone sempre più performanti e le dichiarate attenzioni ai piccoli da parte delle grandi piattaforme digitali, non ci abbandona un senso di inadeguatezza: tanto a casa quanto a scuola o in altri ambiti educativi, resta la sensazione che troppo spesso lo schermo sia fonte di distrazione, perdita di tempo, accesso a contenuti inadeguati e dannosi, occasione di situazioni inutilmente complicate.

Eppure, in un mondo sempre più digitale, ci sentiamo in dovere di equipaggiare al meglio i nostri figli e i giovani con cui abbiamo a che fare ogni giorno, per esempio in ambito educativo, con “competenze digitali”. Il risultato spesso è l’indecisione – “regaliamo uno smartphone sì o no?” – e magari addirittura il conflitto che accende le relazioni domestiche – “smetti di videogiocare!”, “No, dai, ancora dieci minuti!”. In ogni caso, spesso come adulti ed educatori ci sentiamo inadeguati, sempre “un passo indietro”.

Media in Piazza è un tavolo di lavoro permanente di organizzazioni che promuovono un uso sano e responsabile dei media in Ticino. Fin dalla sua prima edizione nel 2016, ha avuto come obiettivo quello di far dialogare le persone impegnate nell’educazione ai media e alle tecnologie digitali attive in Ticino con i veri protagonisti di questo progetto: i giovani. In questi anni, ci siamo accorti dell’importanza che questo può avere e così abbiamo deciso di organizzare diverse edizioni di Media in Piazza, cambiando il pubblico delle edizioni ad anni alterni, coinvolgendo le scuole e altri pubblici. Per il 2022, abbiamo deciso di creare uno spazio pensato in particolare per le famiglie.

Come rivela il nostro slogan “il bello dei media, senza paura”, per i membri di Media in Piazza la cosa più importante non è l’approccio “tecnico” all’oggetto, ma accompagnare i giovani a sviluppare un giudizio personale e a usare il digitale in maniera costruttiva, come strumento per promuovere il pensiero critico, il rispetto della diversità e la cittadinanza attiva. Per fare degli esempi, negli anni ci siamo occupati di cosa vuol dire avere una telecamera sempre a portata di mano, come si riconosce la buona informazione, come si gestisce la propria identità digitale, come garantire la sicurezza in rete, ecc.

Per quest’anno il titolo scelto è Schermo delle mie brame: proprio perché in famiglia gli schermi diventano sempre più motivo di conflitto e divisione. Per questo abbiamo deciso di chiederci se è possibile trovare modi di vivere positivamente il digitale a casa e in famiglia – perché forse la tecnologia dovrebbe servire a rendere migliore la vita, e non a complicarcela… anche a casa e con chi ci sta più vicino! 

Così abbiamo deciso di comporre questa edizione di Media in Piazza organizzando due appuntamenti: il primo sarà Spegni lo smartphone!, una conferenza pubblica, prevista per martedì prossimo alle 20.30, in cui la professoressa Monica Landoni e il dottor Gabriele Barone dialogheranno con noi e il pubblico sul tema dei media in famiglia. Il secondo appuntamento invece si terrà sabato 12 novembre e porta il titolo Tagga lo stream!: sarà una giornata in cui le famiglie potranno (ri)scoprire il loro rapporto con i media attraverso atelier intergenerazionali organizzati da USI, SUPSI, RSI, Amnesty International Ticino, Wikimedia Svizzera e GAT-P, in cui saranno benvenuti tutti i componenti della famiglia: figli e genitori, zii e nipoti, nonni e nipoti, ecc. Tutti gli appuntamenti avranno luogo negli studi radio RSI di Lugano – Besso.  


Una torre straordinaria in arrivo a Lugano

 

Si chiama Tour Vagabonde: è una struttura itinerante che offre la possibilità di immergersi nella vita culturale della regione in un ambiente conviviale, arricchito da spazi ed eventi dedicati specificatamente alla socialità e alla comunità locale, grazie a una torre alta 11 metri e pesante 50 tonnellate che ospiterà tre mesi di eventi.

La neonata associazione Idra, formatasi per l’occasione e composta da operatori e operatrici culturali residenti nella regione, porterà per la prima volta a Lugano la Tour Vagabonde, ispirata ai teatri elisabettiani, capace di accogliere spettacoli in tutte le discipline artistiche e un pubblico di oltre 300 persone. La struttura, nata a Friborgo più di 25 anni fa, ha viaggiato nelle principali città svizzere ed europee, ospitando programmazioni realizzate da associazioni presenti sui rispettivi territori e per la prima volta nella sua storia arriverà nella Svizzera italiana.

Nell’arco dei suoi tre mesi di permanenza a Lugano (dal 28 dicembre 2022 al 28 marzo 2023) la Tour Vagabonde verrà gestita dall’Associazione Idra che presenterà La Straordinaria: una ricca programmazione culturale dedicata alle numerose sfaccettature dell’arte contemporanea. Saranno presentati oltre 50 eventi che coinvolgeranno più di 100 artiste e artisti provenienti da tutta la Svizzera e dall’Europa, attivi in tutti gli ambiti della cultura (arti visive, teatro, letteratura, cinema, musica, ecc.).

Incontriamo alcuni membri dell’associazione Idra per cercare di capire quali sono gli obbiettivi e da cosa nasce questa esigenza.

Noah Sartori, copresidente dell’associazione: “La Straordinaria sarà l’occasione per presentare a un largo pubblico le numerose sfaccettature della produzione culturale contemporanea ticinese, svizzera e internazionale. Il progetto vuole inoltre essere un’opportunità per riunire le più diverse esperienze della scena culturale indipendente, anche con l’obiettivo di definire necessità e progetti comuni quali, ad esempio, l’ottenimento di spazi per la creazione e la diffusione di contenuti culturali al di fuori dei circuiti istituzionali, o ancora un rafforzato riconoscimento del ruolo centrale svolto dalla scena artistica indipendente nell’ecosistema culturale della Svizzera italiana.”

Olmo Cerri, membro dell’associazione: “la regione in cui viviamo e lavoriamo ha un problema di spazi: mancano spazi di cultura alternativa dal basso, mancano spazi per gli artisti, atelier, mancano sale prove. Mancano spazi per la produzione culturale alternativa, per le prove delle compagnie teatrali. Mancano spazi per abitare a prezzi accessibili, spazi dove ritrovarsi e dover star bene. Negli anni si è fatto fatica a valorizzare quelle realtà che sono nate in maniera spontanea sul territorio e che dovrebbero essere linfa e nutrimento del panorama culturale di una città. Realtà che pensiamo possano essere un vero arricchimento per tutto il tessuto sociale e per la popolazione.”

Quali difficoltà avete trovate sul vostro percorso? 

Olmo Cerri: “Lugano ha spesso reso la vita difficile a queste realtà presenti sul territorio. Pensiamo per l’appunto al Molino, con uno sgombero dai contorni tristi, al Casotto, allo Spazio Morel (che nonostante tutti i tentativi fatti dal collettivo per trovare una soluzione soddisfacente non ha mai trovato un reale riconoscimento). Ci teniamo a ricordare che la produzione culturale è una cosa diversa dalla fruizione di eventi. Pensiamo che sia importante che Lugano diventi una città di produzione, di incubazione di idee nuove (che a volte possono anche infastidire o non essere subito capite) e non solo di consumo culturale. Spazi per fruire della cultura istituzionale e commerciale a Lugano ce ne sono con anche delle eccellenze. Ma non bastano.” 

E il vostro rapporto con la Città? 

Olmo Cerri: “Siamo felici e riconoscenti che la Città di Lugano abbia deciso di sostenere questo progetto e abbia saputo trovare dei canali comunicativi e di collaborazione fuori dagli standard. Dobbiamo precisare che La Tour Vagabonde non è un obiettivo raggiunto ma solo l’inizio di un percorso e di un dibattito che vogliamo aperto e inclusivo; non è una soluzione ma è il nostro tentativo di riattivare una discussione che si è impantanata da troppo tempo. Crediamo che la Tour Vagabonde non debba essere un alibi per non dare risposte durature ad altre questioni urgenti. A voler essere un po’ provocatori si potrebbe dire che la Tour non è una soluzione ragionevole, ma una risposta straordinaria. In una città piena di edifici sfitti occorre davvero portare quintali di legno da oltre Gottardo per avere uno spazio per la cultura dal basso?

Segnaliamo che l’associazione Idra, tramite La Straordinaria, lancia due bandi aperti a tutta la popolazione, uno per la raccolta di progetti culturali da realizzare all’interno della programmazione della torre e uno per la ricerca di progetti audiovisivi, entrambi con scadenza il 17 novembre 2022.