L’autobiografia come distillato dell’esperienza

A cento anni dalla nascita della scrittrice ticinese Alice Ceresa 

È stata e rimane fra le voci più originali e significative della letteratura svizzera di lingua italiana, o forse della letteratura italiana tout court di questi ultimi decenni: discreta, appartata, misuratissima nel distillare le sue poche opere pubblicate, Alice Ceresa, è nata a Basilea il 25 gennaio del 1923, ma è cresciuta nel suo cantone d’origine, in Ticino, a Bellinzona, prima di trasferirsi a Zurigo, dove ha iniziato la propria attività di traduttrice e di giornalista. Soprattutto negli anni zurighesi, ancora molto giovane, entra in contatto e stringe amicizia con grandi nomi della cultura italiana, fra cui Mario Comencini, Franco Fortini e soprattutto Ignazio Silone che nel 1950 le offre l’opportunità di andare a Roma come redattrice della rivista “Tempo presente”.

Roma diventa così la sua città ed il suo “rifugio”, dove scrivere e coltivare i suoi esclusivi rapporti d’amicizia e approfondire i temi più urgenti di una propria personalissima “biografia intellettuale” che la portano all’incessante interrogazione sul tema del proprio destino e della propria identità, come scrittrice (con l’adozione di uno stile fortemente “sperimentale”) e come donna che dopo una fugace esperienza matrimoniale, sceglie di vivere il resto dei suoi giorni, fino alla scomparsa nel 2001, con la compagna Barbara Fittipaldi.

Ad un complesso e tragico destino di donna, quello della scrittrice zurighese e giramondo Annemarie Schwarzenbach, è dedicato il primo dei suoi due libri pubblicati in vita, “La figlia prodiga”, un “antiromanzo” senza trama e senza ordito, che le viene pubblicato da Einaudi nel 1967, dunque nel pieno della stagione che in Italia vede affermarsi la neoavanguardia del “Gruppo 63” cui la si apparenta rapidamente. Un esordio che cattura l’attenzione dei migliori critici e lettori del tempo e le fa vincere subito un premio importante come il Viareggio Opera Prima.

Devono passare ben 23 anni perché si possa ritrovare in libreria un suo secondo romanzo, “Bambine”, sempre edito da Einaudi e sempre incentrato su una sorta di chirurgica indagine della rete di relazioni nel contesto di una famiglia patriarcale in cui Alice Ceresa cerca di rinvenire l’essenza dell’esperienza primaria dell’essere umano di sesso femminile.

Soltanto postumi, dal cospicuo materiale letterario consegnato dalla famiglia alle cure dell’Archivio Svizzero di Letteratura di Berna, sono stati poi pubblicati altri due suoi testi: “Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile” (a cura di Tatiana Crivelli, Nottetempo 2007), e “La morte del padre” (et. al. edizioni, 2013) che è da poco stato ripubblicato, in occasione del centenario della nascita, dalle edizioni de “La Tartaruga”, con la riproposizione di un affettuoso e ricco saggio – ritratto firmato dalla scrittrice ed attrice (ed amica) Patrizia Zappa Mulas, che proprio in apertura così riassume e definisce l’opera di Alice Ceresa:

“Ci sono scrittori per lettori, e ci sono scrittori per scrittori. Non è una distinzione pedante. Alla seconda categoria appartengono i giganti che i sondaggi non registrano nelle classifiche dei più letti ma possono sempre diventare fatali per un lettore appassionato. Ci vuole il tarlo, la tara, la pazzia letteraria. A questa categoria appartengono anche scrittori contemporanei che hanno scelto la strada in salita dell’esperimento. Alice Ceresa è tra questi autori, di cui si può incantare chi scrive o chi ha con la letteratura un rapporto serio, sostanziale, non di puro passatempo.”

“La morte del padre”, si può anche definire una sorta di chiusura di una trilogia sulla famiglia avviata dai due romanzi precedenti, e riafferma e consolida uno sguardo straniante che con uno stile asciutto fino all’estremo cerca di “congelare” (per capirla ed esprimerla, oltre l’emozione) una materia incandescente come quella dei rapporti famigliari,  in particolare, quelli di una figlia, una bambina, con il padre (padrone). 

Ne proponiamo qui esemplificativamente un breve estratto:

In questa famiglia patriarcale la morte del padre è sopravvenuta come una glaciazione verificatasi altrove nei terreni ormai deserti dove i membri della famiglia continuano ieraticamente a compiere i gesti della scomparsa vita in comune.

Inutile pensare che le cose accadano qui e ora soltanto perché si sono riuniti per l’occasione a ragionare su un decesso prevedibile e a consegnare per il tramite di una organizzatissima agenzia funebre un manichino di cera che reca i tratti del padre alla definitiva consunzione.

Questa morte per ora significa soltanto momentanea assenza. Altri sono stati presenti all’agonia e alla sommersione dentro gli anfratti di un vecchio corpo stanco della presenza attenta della vita di quest’uomo; altri hanno compiuto su di lui i gesti del comporre e rivestire membra ridiventate materia inerte.

Loro lo hanno rivisto nella bara posteggiata in una cella frigorifera dell’ospedale.

Adesso quello che morde i loro cuori è l’abbandono di cui si sono resi colpevoli nei suoi confronti.

Molto altro non si può sentire in queste circostanze perché sul morire i vivi non hanno informazioni. […]

La figlia minore piange in silenzio. Lei ha avuto la fortuna di assistere il padre durante la breve degenza all’ospedale e si è preparata intensamente all’evenienza del decesso, malgrado fosse sembrato che sarebbe potuto rientrare ristabilito a casa, ragione per cui lei era ripartita alla vigilia del prospettato rientro lasciato affidato alle cure del nipote.

Ora è dovuta tornare per il funerale, a distanza di un giorno e due notti.

Ma piangerebbe comunque silenziosamente perché non è di quelli che si ribellano, proprio perché è raro che le evenienze della vita la prendano alla sprovvista.

Si è già messa in nero per questo viaggio di ritorno al fine di non caricarsi di troppi bagagli.

Ha portato il cane perché la sua presenza la consola.

A lei è rimasto impresso il padre che ha salutato ristabilito sia pure ancora nella camera ospedaliera, e nella bara non ha nulla da dirgli, se non per rendere definitivo l’addio.

Da Alice Ceresa, “La morte del padre”, La Tartaruga, 2022, pp. 39-41


Populismi e sovranismi oggi: non più appannaggio della sola destra?

A cento anni dalla nascita della scrittrice ticinese Alice Ceresa 

Di Teresa Simeone, Micromega

I casi di Brasilia e di Capitol Hill sono esempi concreti, non immaginati, di quanto possano essere penetranti e incisivi i nuovi populismi e i nuovi sovranismi, termine, quest’ultimo, di conio contemporaneo e sicuramente meno urticante del termine “nazionalismi” (della cui scelleratezza abbiamo già vissuto nell’età dell’imperialismo gli esiti), cui spesso viene associato, secondo gli esperti non sempre propriamente.

Il populismo è stato sdoganato, negli ultimi anni, da movimentisti come Grillo e Casaleggio, e, sia pure con modalità e intenti differenti, da esponenti politici di rilievo come Silvio Berlusconi e Giuseppe Conte: quest’ultimo ne ha fatto il cavallo di battaglia per accreditarsi come rappresentante di quel popolo sempre portatore di valori positivi, contrapposto a una classe di professionisti espressione solo di interessi di parte. Popolo contro élites: opposizione antica ma sempre attuale, soprattutto per il M5S che sull’antipolitica ha costruito gran parte del suo consenso e nei partiti individuato il male da eliminare per una partecipazione senza intermediazione, una democrazia diretta che rimane il suo obiettivo politico. Giuseppe Conte, coraggiosamente, rivendicò il proprio sovranismo e populismo davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite: correva l’anno 2018 ed era al governo insieme alla Lega. […]

In riferimento al populismo la questione è complessa perché, richiamato dal movimento russo, nato nel XIX secolo per dare voce alle masse contadine, servi della gleba e contestare lo zarismo autocratico, è rilanciato successivamente in forme diverse, come in America latina dal peronismo al chavismo e, in generale, da coloro che guardano con simpatia a ogni politica che abbia al centro il popolo, mentre è criticato da chi l’associa alla demagogia e dunque al rischio, legato all’azione carismatica di un leader, di blandirlo, il popolo, per poterlo meglio controllare. 

In verità, il termine è ambiguo, difficile da ridurre a un solo concetto; forse aiuterebbe una distinzione tra contenuto e metodo. Certamente movimenti, correnti o formazioni di stampo socialista non possono non dare priorità alle istanze popolari, è questo è connesso alla loro natura politica, ma un conto è parlare con il popolo e difenderne i diritti, un altro vellicarne le pulsioni più istintuali a scopo propagandistico. È quest’ultima intenzione che si contesta ai moderni populisti: farne strumento per i propri fini. Nonostante siano sempre di più gli intellettuali che sostengono un populismo di sinistra rimane il fatto che, far prevalere il “come” approcciarsi al popolo sul “cosa” effettivamente poter realizzare per lui, generi forti perplessità. Allo stesso modo, parlare di sovranità nazionale e conciliarne la prassi con i valori di apertura verso altri popoli e di solidarietà verso altri individui – migranti, apolidi, non solo cittadini – diventa oggettivamente complicato.

Gli esempi statunitense e brasiliano evocano immagini tristi di dove possa portare una posizione populista e sovranista, benché molti simpatizzanti, secondo il costume di banalizzare per rimuovere o ridicolizzare per sminuirne la portata eversiva, si affannino a parlare di golpe infantile, farsesco, impossibile da prendere sul serio. L’indifferenza con cui anche frange della polizia o dell’esercito hanno assistito a quanto avveniva ai danni della democrazia brasiliana o con cui molti commentatori di destra ridussero a mera goliardia i fatti di Capitol Hill ne sono un segnale preoccupante, aggravato dall’effetto emulativo che potrebbero innescare. 

Che il modello democratico sia sotto attacco in tanti paesi è un fatto che non va sottovalutato e che impone attenzione e vigilanza. Da parte di tutti. Si sostiene che gli anticorpi funzionino ma è un giudizio che si può dare solo a posteriori, per i casi accaduti e, comunque, non definitivo. D’altronde, si sa che la rabbia sociale, l’antipolitica e i progetti eversivi crescono e si autoalimentano in periodi di disagio economico, quando l’evocazione di un/una leader forte, capace di prendere la guida del paese, appare come l’unica risposta efficace. Ecco, allora, che subentra il populista a farsi interprete di istanze di “giustizia” e ad affabulare le masse proprio laddove, invece, ci vorrebbe maggiore non minore politica. Soprattutto, lucidità.

Gli scandali che riguardano figure di potere e addirittura organizzazioni internazionali, come quelli che hanno interessato l’UE, non aiutano certamente a diffondere un clima di fiducia, né a creare il senso di appartenenza come cittadini europei: tuttavia, va ricordato, insieme ai comportamenti individuali di corruzione, anche quelli di chi lavora correttamente e, in ogni caso, che, per quanto il sistema liberale e democratico sia fallibile, è pur sempre preferibile a sistemi illiberali e autoritari. Non dimentichiamo che il disorientamento, storicamente, ha spesso preceduto, legittimato e agevolato la svolta antidemocratica. Di fronte all’antipolitica destabilizzante, si dovrebbe, piuttosto, da parte dei nostri rappresentanti, reagire con spirito civico e ricordando le responsabilità di certe posizioni, invece di soffiare sterilmente sulle scintille.

Per quanto riguarda quello che Jacques Derrida definiva il “principio-fantasma della sovranità” è ancora più inquietante, perché prevede programmi limitati a una platea di popolo chiusa in confini nazionali, quando ormai si vive in una dimensione multiculturale, multipolare e globalizzata, dove ci sono reti e relazioni impossibili da circoscrivere e in cui un’informazione è in grado di arrivare ovunque in poche frazioni di secondo. 

In un mondo in cui tutti fossero sovranisti, sarebbe pressoché impossibile parlare di concertazione di una qualsiasi azione comune. Il concetto di sovranità dei sovranisti, nel porre la questione identitaria come appartenenza a una Nazione, finisce inevitabilmente per dividere, indebolisce i progetti di unione fra Stati, esaspera le conflittualità, alza barriere, rischiando di avviare processi che poi diventa difficile fermare. Mina, altresì, la solidità di organizzazioni sovranazionali, vedi quella europea che, non a caso, cerca di conservare compattezza resistendo a paesi come l’Ungheria o la Polonia e a formazioni come Vox spagnolo, Front National e, fino a qualche mese fa, FdI di Giorgia Meloni e Lega salviniana. Questi ultimi partiti, dal 25 settembre 2022, evitano di ricorrere smaccatamente, come facevano prima dai banchi dell’opposizione, alle continue rivendicazioni sovraniste e sono diventati molto più cauti nei confronti dell’UE: potere del potere!

Naturalmente chi rivendica una posizione sovranista e populista lo fa in nome della volontà generale e appellandosi al fatto che la sovranità è il principio su cui si sono formati gli Stati moderni: il problema, però, è proprio nel limite, nella capacità di resistere a storture demagogiche. Il leader populista, una volta eletto, può conservare lucidità e intelligenza politica per evitare di seguire gli umori della massa che, dopo essere stata così sollecitata, non è disposta ad aspettare che i tempi maturino gli effetti di certe scelte? È possibile pianificare misure anche impopolari ma necessarie al futuro delle generazioni, come impongono le nuove sensibilità ambientaliste che, sappiamo, confliggono con le esigenze liberiste e imprenditoriali per i costi che richiedono, o politiche di investimento a lungo raggio che tutelino gli “ancora non nati”, come direbbe Jonas, o che riducano il debito pubblico, considerato che adesso a votare sono i presenti, non gli “ancora inesistenti”? 

Chi si dichiara orgogliosamente populista è inevitabilmente schiacciato sul presente perché il popolo che deve soddisfare è quello che si trova di fronte e nelle cabine elettorali oggi, non domani. La necessità di rispondere a richieste immediate, per il populista che si interfaccia con gli elettori che ha davanti, inevitabilmente lo appiattisce su un presentismo politico che gli impedisce progetti lungimiranti, gli restringe l’orizzonte e lo costringe a operare in maniera estemporanea.

Non si vuole negare che i populisti e i sovranisti odierni non si pongano il problema del disagio del popolo: alle frustrazioni sociali ed economiche danno, però, risposte semplificate. Nel rapportarsi al popolo come a un tutto omogeneo e indistinto, ne fanno un blocco monolitico che ne comprime le singolarità e uniforma i bisogni, mortificandone la ricchezza; inoltre, appellandosi al senso di appartenenza e segnalando quasi sempre un nemico, interno o esterno, utilizzato come distrattore, su cui concentrare la rabbia sociale, sia l’élite per i primi, siano i migranti o l’UE per i secondi, ne umilia le intelligenze e le sensibilità. 

Tale operazione non è né neutra né indolore politicamente perché contiene il rischio di scardinare il sistema parlamentare e la democrazia liberale nonché il rapporto con entità internazionali con le quali, piaccia o non piaccia, siamo inevitabilmente ed irrimediabilmente interconnessi. I social e la rete Internet hanno bypassato una serie di intermediari, comunicativi, come giornali e televisioni, e politici, come i partiti, dando la percezione che si possa esercitare la propria cittadinanza in modo diretto, ma la democrazia è un sistema di valori, non solo un metodo di votazione.

La situazione è molto più complessa di quanto non appaia quando si arringa da un palco. Come sta succedendo in Italia al governo Meloni, un conto è cavalcare la protesta dall’opposizione, in cui le posizioni populiste e sovraniste riescono a coagulare consenso senza dover agire, un altro mantenere le promesse dai banchi del governo, quando ai programmi devono seguire i fatti e le decisioni politiche e ci si deve confrontare non con la situazione ideale, ma con la “verità effettuale”.


Quel fumo

A cento anni dalla nascita della scrittrice ticinese Alice Ceresa 


La memoria oltre le immagini: su cinema e Shoah

A cento anni dalla nascita della scrittrice ticinese Alice Ceresa 

Di Alessandro Criscitiello, Cinefiliatrovata.it

A poco meno di ottant’ anni dallo svelamento della più grande tragedia umana del Novecento ci si interroga ancora incessantemente su quali siano le modalità più appropriate per interfacciarsi alla memoria in ambito cinematografico, quali siano i requisiti e quali i patti morali necessari alla sua preservazione. È l’annoso dibattito tra etico e poetico, un confronto acceso sulle modalità di ri-attualizzazione del tragico storico, dalla contestazione critica sulla (presunta) incapacità dei cineasti di immaginare l’inimmaginabile alle difficoltà tecniche e artistiche nel tentativo di “presentificare l’assenza”.

Le polemiche circa le possibilità e i limiti di ricostruzione della memoria tragica non accennano a placarsi, anzi: se Claude Lanzmann, in vita, continuò a considerare Schindler’s List di Spielberg come una deformazione della verità storica, oggi il dibattito appare ulteriormente complesso. Sì, perché oltre a selezionare eventuali contaminazioni e sacralizzazioni del ricordo tragico della Shoah, siamo oggi costretti a misurarci con quella che Michele Guerra definisce la “rinuncia a intravedere nell’epoca della visibilità totale.” Come restituire un senso vivo al passato? Come si “maneggia” la memoria? È possibile tramandarla senza contaminarla? Qual è — e quale può essere — il ruolo del cinema — che è da sempre sovrapposizione di arte e industria, fantasia creativa e capitale — nel processo odierno di ri-attualizzazione?

L’attuale incapacità a ricongiungersi con la tragedia è il motore di un’opera tra le più rilevanti del decennio appena trascorso, Austerlitz: un documentario che mostra quanto la memoria storica sia soggetta a sempre più difficili condizioni di visibilità. Nel film, Sergei Losnitza sfrutta una serie di inquadrature a camera fissa per raccontare a debita distanza (fisica e morale) una tipica visita al campo di sterminio di Sachsenhausen. C’è chi si fa fotografare al palo delle esecuzioni, chi consuma panini davanti ai forni crematori, chi si scatta selfie davanti alla scritta Arbeit macht frei. Ogni gesto catturato dalla cinepresa ci appare stridente: gli atteggiamenti degli avventori sembrano smentire, di fatto, l’effetto traumatico che ci si aspetterebbe da un luogo che fu scenario di tragedie tanto efferate, mentre il limite fra dark tourism e commemorazione sbiadisce e annulla gran parte dell’intento memoriale. Ma il disagio che Losnitza desidera restituire è estremamente attuale: l’esperienza museale fornisce tante informazioni tecniche sull’organizzazione del campo ma sembra incapace di riconsegnare altrettanto in termini di riflessione e di rievocazione della memoria tragica.

C’è una tendenza, nel cinema che negli ultimi dieci anni si è occupato della Shoah e delle atrocità naziste, a spostare i termini dei processi narrativi della memoria. Un meccanismo che è specchio di un’urgenza, come se i metodi di indagine, le testimonianze e il racconto dettagliato del dolore non bastassero più. E allora si cerca di cambiare punto di vista, quasi per riallineare lo sguardo di una collettività che tende a rimuovere tutte le informazioni che non giudica più utili né pertinenti al proprio modo di vivere. È come se il cinema, nel riallacciarsi alla memoria, non possa fare a meno di misurarsi col contemporaneo, con i tempi in cui le persecuzioni assumono altre forme di legittimazione e il confine sociale tra “bene” e “male” appare sempre meno nitido.

È il caso di documentari — alcuni non ancora distribuiti su larga scala — come The Accountant of Auschwitz di Matthew Shoychet, Speer Goes to Hollywood di Vanessa Lapa e Final Account, l’ultima monumentale fatica di Luke Holland, che spostano il focus dalla vittima al carnefice, come a voler indagare i termini e le ambiguità del consenso. Sono ritratti di persone ordinarie trasformate in complici, le incoerenze di personaggi controversi mai pienamente “assolti” dalla Storia. Racconti che, nel caso di Final Account, innescano un conflitto generazionale tra chi ha partecipato al dolore e chi è invitato a immaginarlo.

Ma il dibattito, come sempre, non può esaurirsi in ambito documentario. E tra i prodotti di finzione più recenti, Jojo Rabbit è quello che si tiene maggiormente distante dalla ricostruzione verosimile della tragedia. Un film, quello di Taika Waititi, che oltre a guadagnare l’Oscar per la sceneggiatura ha attirato su di sé un numero nutrito di polemiche sulla satira e gli anacronismi esibiti. Sono critiche che rievocano agilmente la sorte di produzioni come Olocausto — la miniserie televisiva di Marvin J. Chomsky — e La vita è bella di Benigni ma, intendiamoci, nessuno di questi film si è occupato di una teoria dell’Olocausto, né di imitare la tragedia. Piuttosto, anche pericolosamente, di re-inventarla. Se Spielberg, al contrario, si occupò di ricostruire le atrocità (tanto da realizzare un set “riflesso” del campo di Auschwitz), Jojo Rabbit entra di diritto nella schiera dei film che utilizzano la memoria come medium, nel tentativo di raccontare una storia poco autentica ma “quasi vera”, che conquisti facilmente le emozioni dello spettatore. Come per “sensibilizzarlo” facilmente, a distanza di sicurezza dalle atrocità.

Nell’apparente impossibilità di conciliare pertinenza storica e bizzarrie dissacranti (luoghi immaginari, piccoli “cloni” ariani, carnefici ridicoli più che efferati), il film sembra misurarsi maggiormente con quello che Ian Kershaw ha identificato come un meccanismo ricorrente di adesione, che riavvicina il tempo delle persecuzioni naziste al nostro contemporaneo. È un fanatismo cieco che plasma mostri e nemici, come quelli che Jojo disegna in guisa di ebrei, una modalità disposta a negare e rinegoziare ciò che è stato attraverso le manipolazioni seduttive del mondo adulto, cinico, politico. E anche la narrazione di Jojo Rabbit è una conseguenza consapevole dei limiti odierni dello sguardo: laddove il dramma è irrappresentabile, persiste il tentativo di ricongiungere lo spettatore a un’empatia perduta, facendo leva su emozioni bambine. Con tutti gli ingombranti limiti del caso.

Quali altre possibilità narrative il cinema sfrutterà per tenere viva la memoria? Quel che è certo è che oggi le immagini chiedono disperatamente di essere viste, sentite, partecipate. E nel dibattito tra rigorosità e inadeguatezza, il cinema è ancora al centro, strumento di ri-memorizzazione, messaggero di una discussione che è essa stessa domanda e risposta. Nelle immagini, oltre le immagini.


I Simpson diventano una famiglia di deportati ebrei

A cento anni dalla nascita della scrittrice ticinese Alice Ceresa 

Di Lucia Landoni,  La Repubblica.it

I Simpson ritratti nei panni di una famiglia ebrea di deportati, prima con la stella gialla appuntata sul cappotto per essere ben distinguibili a prima vista dagli “ariani” e poi con le divise a righe che i prigionieri erano costretti a indossare nei campi di concentramento e di sterminio nazisti: sono le opere dello street artist aleXsandro Palombo apparse all’esterno del Memoriale della Shoah al Binario 21 della stazione Centrale di Milano, in via Ferrante Aporti. Palombo ha scelto i personaggi inventati da Matt Groening come protagonisti dei due murales “Binario 21. I Simpson deportati ad Auschwitz”, collocati ai due lati dell’ingresso del Memoriale in occasione della Giornata della memoria del 27 gennaio.

“Queste opere sono un inciampo visivo che ci costringono a vedere quello che non vediamo più – spiega l’artista, che già in passato aveva messo i Simpson in relazione al tema dell’Olocausto nel suo progetto ‘Never again’ – Le cose più terribili possono diventare realtà e l’arte ha il dovere di ricordarle perché è un potente antidoto ai rischi dell’oblio”. Proprio dal Binario 21 partivano infatti i treni che condussero centinaia e centinaia di ebrei nei campi di concentramento di Auschwitz – Birkenau, Mauthausen, Bergen-Belsen, Flossenbürg, Ravensbrück, Fossoli e Bolzano.

Nei murales Homer, Marge e i figli Bart, Lisa e Maggie vengono raffigurati prima e dopo la deportazione: se nella prima opera le loro espressioni si limitano a tradire la preoccupazione per il futuro, nella seconda i Simpson appaiono chiaramente sofferenti, emaciati e scheletrici, ma soprattutto privati della dignità da parte dei loro aguzzini. Attingendo come sua abitudine dalla cultura pop e utilizzando il linguaggio dei cartoon, aleXsandro Palombo si rivolge in particolare ai più giovani: “Bisogna trasmettere senza filtri l’orrore del genocidio ebreo alle nuove generazioni per proteggere l’umanità da altri orrori come la Shoah” sottolinea lo street artist. “A volte le parole non sono sufficienti per raccontare gli orrori dell’Olocausto” scriveva l’anno scorso sulla sua pagina Instagram, postando un’altra sua opera in cui i Simpson si trovano fuori dall’ingresso di Auschwitz, sovrastati dalla tristemente famosa scritta “Arbeit macht frei”.

In occasione della Giornata della memoria 2022, Palombo aveva scritto: “Solo la consapevolezza dell’orrore di quel periodo può creare gli anticorpi necessari a prevenire l’antisemitismo”, ma anche a “risolvere i problemi contemporanei, combattendo il razzismo, l’antisemitismo, l’omofobia e tutte le forme di intolleranza che minacciano la nostra società, la nostra libertà e il rispetto di tutte le diversità”. I lavori dello street artist sul tema della Shoah sono stati pubblicati e analizzati in vari saggi internazionali, tra cui “Holocaust Icons in Art: The Warsaw Ghetto Boy and Anne Frank” scritto dalla storica israeliana Batya Brutin, critica d’arte e ricercatrice di arti visive della Shoah in Israele e nel mondo, vincitrice dello Yad Vashem Award alla carriera nel campo dell’educazione all’Olocausto.


Il peccato dell’indifferenza

A cento anni dalla nascita della scrittrice ticinese Alice Ceresa 

C’è un dato statistico: il Rapporto 2020 dell’Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali (Eurispes) ci informa che quasi il 16% degli italiani crede che la Shoah non sia mai esistita; nel 2004 erano meno del 3%. Oggi, i negazionisti,  coloro che ritengono che la Shoah non sia mai esistita, sono in crescita. La ricercatrice Valentina Pisanty ci svela un paradosso: 1) Negli ultimi vent’anni la Shoah è stata oggetto di capillari attività commemorative in tutto il mondo occidentale. 2) Negli ultimi vent’anni il razzismo e l’intolleranza sono cresciuti a dismisura proprio nei paesi in cui le politiche della memoria sono state implementate con maggior vigore ((I guardiani della memoria, Milano, Bompiani, 2020).  

Perché questa apparente incongruenza? Cosa è andato storto?  In un contributo del 2021 osservavo che avanzano controstorie alternative fondate su deliranti concezioni identitarie, su sovranismi esasperati, su una ributtante reinvenzione del passato, da parte delle destre estreme, in cui le vittime della furia nazista sono additate come i veri carnefici;  segnalavo l’abbondanza di minacciosi imbecilli secondo cui i diritti universali non valgono per tutti;  osservavo soprattutto che la politica è sempre più priva di sentimenti umani. E poi  mi pareva che le tante commemorazioni fossero diventate un rito ripetuto, disgiunto dalla quotidianità. Confermo. Tant’è vero che si celebra il giardino dei giusti, ma poi si chiude il discorso  e si ritorna alla quotidianità in cui  si tollerano linguaggi oltraggiosi e offese quotidiane ai diritti elementari e alla dignità delle persone. 

Oggi il degrado etico e civile continua.  Chi avrebbe pensato che uno Stato democratico potesse ammettere alle più alte cariche  un fascista dichiarato e un collezionista di figurine e di inni nazisti ? Chi avrebbe immaginato il successo delle democrazie illiberali  che fanno della negazione dei diritti umani il vanto della loro politica?  Io penso che fra le tante ragioni di questa degenerazione vi sia il ripudio della storia che, in particolare nelle ultimissime generazioni,  ha prodotto una desolante distruzione del passato: perdita di memoria collettiva e ignoranza ne sono il risultato. Adriano Prosperi, storico emerito, parla di un “mutamento epocale che ha allontanato vertiginosamente il presente dal recente passato”. Con conseguenze  disastrose. L’appannamento della coscienza storica sta devastando la nostra società e  gli effetti si vedono.
Ci sono coloro che in nome del politicamente corretto (ma sanno quello che dicono?) ritengono benefica la terapia dell’oblìo perché rivangare continuamente gli scempi del passato – affermano – rappresenta una fonte di disturbo, di rancori, di inquietudini e ostacola la pacificazione degli animi. Quindi meglio dimenticare.
Tutto ciò per mascherare e cercare giustificazioni a  uno dei mali peggiori della nostra epoca, l’indifferenza verso i valori umani: i migranti trattati come scarti,  i trucidati di Bucha,  i civili quotidianamente massacrati e fatti a pezzi in nome degli interessi superiori della nazione.  Certo, si commemora la Shoah  e il politico di turno ripete “mai più”! Ma poi si  prosegue come prima,  peggio di prima: l’importante è guardare avanti e non voltarsi indietro. 

Liliana Segre, perseguitata ieri e perseguitata oggi dalla politica dell’odio, ci dà una definizione d’autore dell’indifferenza : “L’indifferenza racchiude la chiave per comprendere le ragioni del male, perché quando credi che una cosa non ti riguardi, allora non c’è  limite all’orrore. L’indifferente è complice dei misfatti peggiori”. E “Indifferenza” è la parola scelta per ammonire  i visitatori all’entrata del Memoriale della Shoah a Milano. 

Il premio Nobel per la chimica Walter Kohn, di famiglia ebraica – ce lo ricordava il senatore Pietro Grasso nel 2016 -,  mette a fuoco la questione e la domanda che ci rivolge è un atto di accusa: Che cosa farete la prossima volta? 

La realtà ci condanna : esecuzioni di massa, persecuzioni razziali,
genocidi hanno disseminato di orrori gli ultimi cinquant’anni, e continuano a farlo.  E noi ?  Promettiamo solidarietà ma poi gli slanci si smussano, subentra l’assuefazione, e si insinua il veleno dell’indifferenza che rende invisibile la storia.
Lo spazio non mi concede di approfondire, ma per  lacerare il velo dell’oblìo e della retorica di convenienza, suggerisco la lettura di un libro sconvolgente:   Daniel Jonah Goldhagen, I volonterosi carnefici di Hitler, Milano, Mondadori, 2016. Una tremenda lezione sulla banalità del male e sulla terrificante responsabilità delle persone comuni, di ogni estrazione sociale, che hanno brutalizzato e assassinato milioni di ebrei per convinzione ideologica e per libera scelta.

Nell’immagine del titolo: l’entrata del Memoriale della Shoah a Milano


La giornata della Memoria

A cento anni dalla nascita della scrittrice ticinese Alice Ceresa 


L’inchiesta mancata contro il Padrino

A cento anni dalla nascita della scrittrice ticinese Alice Ceresa 

Il 4 maggio 2016, il Procuratore federale Stefano Herold firma un decreto d’abbandono. A meno di due anni dalla sua apertura, l’indagine che avrebbe dovuto far luce sulle complicità di Matteo Messina Denaro in Svizzera è ufficialmente chiusa. Unico risultato: 9mila franchi di spese procedurali a carico della Confederazione.

L’indagine era iniziata il 29 dicembre 2014, a seguito di un’informativa della Procura antimafia di Palermo. Secondo gli inquirenti siciliani, il capo mafia avrebbe nascosto fondi in Svizzera attraverso società di comodo utilizzate per l’emissione e l’utilizzo di carte di credito. Le indagini italiane erano focalizzate sul ruolo di Domenico Scimonelli, già condannato per complicità con la mafia e considerato uno degli organizzatori della fuga di Messina Denaro. Nato a Locarno, Scimonelli è cresciuto in Ticino fino all’età adulta quando si è trasferito in Sicilia dove è diventato un imprenditore nel settore del vino e dei supermercati. L’aria del Lago Maggiore però lo ha richiamato più volte: l’uomo, infatti, si recava spesso in Svizzera dove intratteneva rapporti con degli intermediari finanziari. 

Il 3 agosto 2015, la polizia giudiziaria federale ha perquisito una società attiva proprio in ambito finanziario e un’abitazione privata in Ticino. Lo stesso giorno, Scimonelli viene arrestato in Italia assieme ad altre undici persone. Il “ticinese” è sempre più considerato uno degli ultimi postini che ha permesso le comunicazioni del boss latitante per il quale avrebbe investito e nascosto i soldi in Svizzera. Dopo il suo arresto in Italia, la Procura federale ha disposto una serie di interrogatori e ha individuato un conto vuoto attribuito ad una persona vicina a Scimonelli. Conti a nome del prestanome nato a Locarno, però, non ne sono stati trovati. Nel maggio 2016 l’indagine elvetica viene quindi abbandonata: perquisizioni e interrogatori «non hanno dato riscontri utili all’avanzamento dei procedimenti dell’Ministero Pubblico della Confederazione e della Procura di Palermo», si legge nel decreto d’abbandono che abbiamo consultato.

Da quanto risulta, l’indagine elvetica si è limitata a chiedere alle banche di segnalare l’esistenza di conti intestati a Scimonelli e ad altre persone arrestate in Sicilia. Nessun approfondimento, quindi, sui probabili schermi societari che potrebbero essere stati utilizzati da Messina Denaro, il cui patrimonio è stimato dalla stampa italiana in 4 miliardi di euro. Una persona vicina alle indagini ci ha dichiarato che l’inchiesta svizzera «non avrebbe dovuto essere chiusa» e che «si sarebbe potuto fare molto di più». Certo, un’indagine chiusa può sempre essere riaperta, ma è lampante che così facendo le investigazioni sono state completamente interrotte. Non sappiamo se, dall’antenna di Lugano dell’MPC, si è semplicemente eseguito un ordine venuto da Berna. Proprio in quel periodo, infatti, l’allora Procuratore federale Michael Lauber si era imbarcato in complicate e prestigiose indagini finanziarie internazionali (come l’affare Petrobras o il Fifagate) o di lotta al terrorismo jihadista, disinteressandosi forse un po’ dal perseguire la criminalità organizzata di stampo mafioso. Le brucianti scottature in affari precedenti – su tutti la cosiddetta inchiesta Quatur e il “sogno” infranto di una maxi processo alla ticinese – avevano certamente lasciato il segno. 

Tantomeno si è voluti approfondire altre possibili piste investigative, come quelle che portano ad un imprenditore d’origine calabrese attivo nella costruzione in Vallese. Costruendo ponti e scavando gallerie, la ditta da lui diretta ha ottenuto decine di milioni di franchi in appalti pubblici. Appalti che – questo era il sospetto – sembravano essere stati truccati. Nel marzo 2016, l’uomo viene arrestato poiché sospettato di avere corrotto due funzionari dell’Ufficio federale delle strade (USTRA), anch’essi finiti in carcere. L’indagine si è conclusa nel 2021: i due funzionari sono stati condannati per accettazione di vantaggi, ma l’inchiesta sull’imprenditore italiano è stata abbandonata. Non si è riusciti a provare che l’uomo fosse consapevole dell’illegalità dei vantaggi concessi ai funzionari federali e che avesse l’intenzione di influenzarli o di danneggiare gli interessi pubblici. 

L’inchiesta, però, non ha considerato alcuni altri aspetti inquietanti. Ed è qui entra in gioco Messina Denaro. Il nome dell’imprenditore– che non è mai stato condannato per reati di mafia – compare in alcune indagini italiane sulla criminalità organizzata. In una di esse – quella che ha portato alla condanna di Giuseppe Nastasi e Liborio Pace per avere agevolato le infiltrazioni mafiose per i lavori dell’Expo 2015 di Milano – il “vallesano” viene accostato al boss di Cosa Nostra. Nella sentenza di condanna del Tribunale di Milano, il suo nome viene citato 35 volte. Secondo uno dei condannati, l’uomo avrebbe sostituito Domenico Scimonelli – nel frattempo condannato all’ergastolo – come referente al Nord. Commentando l’arresto di Scimonelli, uno dei due condannati aveva dichiarato che «qualcun altro si era reso disponibile», ovvero il “vallesano”, che i due avevano incontrato il giorno prima. Una pista, questa, che non è mai stata approfondita.


L’adesione della Svezia alla Nato messa in crisi dall’estrema destra

A cento anni dalla nascita della scrittrice ticinese Alice Ceresa 

Di Pierre Haski, Internazionale

In questa vicenda ritroviamo tutti gli ingredienti della nostra epoca: lo sfondo della guerra in Ucraina, le ambizioni smisurate di un autocrate, l’opportunismo di un demagogo di estrema destra e l’islamofobia. Il risultato è che un paese, la Svezia, si trova bloccato nel suo processo di adesione alla Nato, laddove in teoria avrebbe dovuto trattarsi di una formalità.
La scorsa primavera la Svezia e la Finlandia, due paesi neutrali del nord Europa, hanno deciso di chiedere l’adesione alla Nato davanti al trauma dell’invasione dell’Ucraina. Per la Svezia è stata una svolta storica. Il regno, infatti, era rimasto neutrale per oltre 150 anni.
Ma immediatamente la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan ha sollevato una serie di obiezioni e ha posto come condizione che la Svezia smettesse di accogliere gli oppositori curdi. Nessun legame con la Nato o con l’Ucraina, ma una mossa perfettamente in linea con l’agenda elettorale di Erdoğan, impegnato nella campagna per le presidenziali turche che si terranno a maggio. Per superare l’ostacolo la Svezia avrebbe dovuto rinnegare la sua tradizione di asilo.

Un regalo a Erdoğan

A stravolgere una situazione già complicata è arrivato il rilancio dell’estrema destra nordica. Come già accaduto spesso in passato, un estremista ha approfittato del clima di crisi per far precipitare le cose, portando avanti l’idea di uno scontro di civiltà. In settimana Rasmus Paludan, leader di un partito di estrema destra danese ma in possesso anche della cittadinanza svedese, ha partecipato a una manifestazione davanti all’ambasciata turca di Stoccolma, dove ha pensato bene di bruciare una copia del Corano.
Il gesto, chiaramente fuori contesto rispetto all’adesione della Svezia alla Nato, ha trasformato questa crisi nell’ennesima versione del dibattito sulla libertà di espressione in opposizione all’accusa di blasfemia, un meccanismo che inevitabilmente porta all’impasse.
Paradossalmente la provocazione di Paludan è stata un regalo per Erdoğan, perché il leader turco ha potuto presentarsi nuovamente come paladino dell’islam, incassandone i relativi benefici elettorali. Coincidenza non trascurabile, quest’anno ricorre il centenario della nascita della repubblica proclamata da Kamal Ataturk sulle macerie dell’impero ottomano. I simboli, evidentemente, hanno la loro importanza.
La prima conseguenza di tutto questo è che la Svezia non potrà aderire alla Nato in tempi brevi, perché la Turchia ha fatto presente che in queste condizioni non darà il proprio assenso anche se arrivasse il via libera da parte di tutti gli altri componenti dell’alleanza.
Di sicuro la questione non sarà risolta prima delle elezioni turche. In un contesto economico difficile, infatti, Erdoğan gioca una partita delicata e non farà alcuna concessione prima del voto. Il fatto che il presidente turco intrattenga buoni rapporti con Vladimir Putin ha anch’esso il suo peso.
La Finlandia, l’altro candidato che aveva presentato la richiesta contemporaneamente alla Svezia, potrebbe dunque essere l’unica ad aderire alla Nato, almeno in un primo momento. L’equazione strategica in questa area dell’Europa non cambia di molto, ma la vicenda impedisce all’Alleanza atlantica di presentare un fronte unito contro Putin.

Ancora una volta Erdoğan agisce da solo e senza preoccuparsi degli interessi di quelli che dovrebbero essere i suoi alleati della Nato. Non c’è da stupirsi. Il presidente turco è abituato a creare scompiglio.

Traduzione di Andrea Sparacino
Nell’immagine: Rasmus Paludan


Se la Memoria diventa una prigione

A cento anni dalla nascita della scrittrice ticinese Alice Ceresa 

Si trovano in diverse città d’Europa, e anche a Lugano. Sono ‘I giardini dei Giusti’, nati grazie all’impegno tenace di Gabriele Nissim, giornalista, scrittore e fondatore vent’anni fa di “Gariwo”, l’associazione no profit operativa a livello internazionale per realizzare un’opera che si ispira allo Yad Vashem, il memoriale di Gerusalemme, dove vengono  ricordate  le vittime della Shoah ma che segnala anche nomi e vite dei cosiddetti “Giusti”, cioè non ebrei che nell’ora più tragica della storia mondiale si impegnarono per l’aiuto e il salvataggio di ebrei perseguitati dal nazi-fascismo.

Tuttavia, Gabriele Nissim (ottenendo il riconoscimento di diversi parlamenti europei) ha dato alla sua iniziativa un’impronta e un orientamento assolutamente originali e radicalmente innovativi, anche a costo di scontrarsi, lui ebreo, con ampi settori della sua comunità.

Per lui la giornata della Memoria non può essere un evento statico, di semplice e ripetitiva rievocazione, bensì l’occasione (quotidiana e non certo occasionale) di ricordare sì la tragedia ebraica, che ha una sua “unicità”, ma contemporaneamente di segnalare altri drammi umanitari e altri genocidi: avvenuti, in corso, o in preparazione; di riflettere e agire per prevenirli; e di non dimenticare che i ‘Giusti’ possono trovarsi sui diversi fronti contrapposti degli attuali conflitti mondiali. Il rischio, altrimenti, è di ‘imprigionare’ il ricordo della stessa Shoah, condannandola così al disinteresse, all’irrilevanza e quindi alla dimenticanza, se non a quella negazione che alimenta l’antisemitismo. Un approccio, quello di Gabriele Nissim, che per la sua particolarità, per le polemiche che suscita, ma anche per la prospettiva di pace che indica, merita molta attenzione, come conferma il suo ultimo libro “Auschwitz non finisce mai” (Rizzoli editore). Lo abbiamo intervistato.

Nell’immagine: Gabriele Nissim