I diritti storti di Zelensky

Quel che non si dice dell’Ucraina 

I diritti sono diritti, in particolar modo quelli umani. Non ci può essere il pretesto della difesa di un diritto per renderli storti, per negare, vietare, contrastare un altro diritto: è di per se una assurdità o è perlomeno una perdita di credibilità.

Si sa per quali motivi o per quale difesa di diritti si è con l’Ucraina e non con la Russia, con Zelensky e non con Putin. Se si tenta tuttavia di discutere sul se, sul ma, sul come, per molti o per chi comanda è già arrendevolezza, subdolo passaggio di campo, tradimento, pacifismo o neutralità segnati da ambiguità, incoerenza o opportunismo. 

Ne deriva  un paradossale divieto a interrogarsi sull’irragionevolezza del tutto. Ed è già una privazione implicita di un diritto. Che porta poi all’assiomatica impossibilità di scendere a trattativa, nonostante un conflitto che miete vittime umane con distruzioni a non più finire, nell’attesa, sempre assurdamente protratta- con l’afflusso di nuove armi o di nuovi candidati alla morte o la nutrita certezza di riconquiste e  della pronta ricostruzione per i superstiti grazie a fondi raccolti con iniziativa svizzera- che   ci saranno  solo  vittoria (nostra) e sconfitta (loro).

I  diritti dei padroni più che  dei lavoratori

Ci sono però  altri diritti, ci sono  fatti, realtà, che non rientrano nella categoria proibita dei se dei ma e del come, e di cui non si parla. Riguardano anche direttamente Volodymyr Zelensky, grande difensore dei diritti dalle tribune più prestigiose del mondo (Stati Uniti, Europa, Svizzera, Qatar; e a quanto pare anche nell’imminente Festival di Sanremo). 

“Liberalizzazione, digitalizzazione e deregolamentazione saranno i fattori principali dell’ambiente economico d’Ucraina”: assicurava già al Forum economico di Davos  un anno fa (maggio 2022) il primo ministro ucraino Denys Shmyhal. Rassicurante per una certa parte, quella che conta. Lo ha riaffermato all’apertura della Conferenza internazionale sulla ricostruzione del paese, in ottobre.

Capita ora che proprio l’ultimo fattore, la deregolamentazione, sta suscitando in Ucraina la reazione dei sindacati. I quali denunciano che dopo l’invasione  russa  si è adottata e si è imposta una serie di leggi antisociali che riducono o penalizzano i diritti dei lavoratori. Grazie anche a una sorta di legge marziale.

 Queste critiche  sono ora arrivate anche alla Confederazione europea e internazionale dei sindacati. I quali in una lettera comune indirizzata alla Commissione e al Consiglio europeo accusano  la legge 5371 di “distruggere i diritti collettivi che sono al centro del modello sociale europeo”.  In concreto: la legislazione, da poco ratificata, esclude i lavoratori di imprese con meno di 251 salariati dal quadro giuridico del diritto del lavoro. Ogni occupato deve ormai negoziare un contratto direttamente con il datore di lavoro. Una disposizione che riguarda il 70 per cento degli occupati in Ucraina, che perdono così i benefici dei contratti collettivi o del settore.  Quindi, diritto concesso ai datori di lavoro  di licenziare come e quanto vogliono, ma anche di ordinare al personale (quasi necessità inevitabile) di fare delle ore supplementari “appena necessario”. Un’espressione che lascia ampio incontrollabile margine di manovra. 

C’è però di più. Il governo ha pure adottato una legislazione  che autorizza i datori di lavoro a sospendere il versamento dei salari se le circostanze della guerra lo giustificano. 

Lo scopo dichiarato: sostenere le imprese nella regione dell’est più colpite dalla guerra. “Ma in realtà è stato utilizzato in tutto il paese”, sostiene Vitalii Dudin, capo del consiglio dell’organizzazione Sotsialnyi Ruh (Movimento sociale, in ucraino), spiegando che la misura ha creato della disoccupazione nascosta, non registrata come tale, e che circa 100 mila ucraini sono stati colpiti da questa sospensione di salario.

Interrogativi sulla ricostruzione

Come spiegare questa politica antisociale? Dudin sostiene che la deregolamentazione è cominciata già prima dell’invasione russa.“Zelensky rappresenta gli interessi della piccola borghesia e dei piccoli padroni. Vuole liberarli dalle costrizioni che subiscono, non considera i diritti dei sindacati perché ritiene che non fanno altro che aggiungere altra burocrazia inutile”. Inomma, diritti uguale burocrazia.

Tuttavia, più globalmente, le organizzazioni sindacali europee sono allarmate e preoccupate perché temono che la ricostruzione dell’Ucraina sarà utilizzata per liberalizzare e deregolamentare a tutto tondo. Anche perché il partito di Zelensky dispone della maggioranza assoluta e di fronte all’Occidente della continuità di una sorta di “legge marziale”, “con nessuna possibilità per una ricostruzione equa e giusta mancando in pratica un’opposizione di sinistra o l’azione di una ONG influente” (commenta sempre Dudin).

Denys Gorbach (politologo, studioso da tempo dell’Ucraina, insegnante a Sciences Po a Parigi, interrogato sull’ultimo numero della prestigiosa  rivista “Alternatives economiques”) sostiene che Zelensky e il suo partito non hanno una ideologia chiara, e la loro linea è spesso mutata. Si trovano  d’accordo sulle teorie neoliberali per quanto riguarda il diritto del lavoro, sostengono però anche l’importanza del ruolo dello Stato in vari altri campi dove fa loro comodo. Di fronte a un paese da ricostruire, non è quindi improbabile che anche questa sorta di equilibrio…vada in frantumi”.

 Non una buona prospettiva (ma, in fondo, non è quanto è capitato con la Russia di Eltsin e poi di Putin o con altri Stati dell’Est europeo che pure sono membri dell’Ue?).


I Leopard e l’escalation della guerra

Quel che non si dice dell’Ucraina 

Alla fine Olaf Scholz ha ceduto. Le pressioni esterne congiunte degli alleati europei e americano, oltre a  quelle interne di Verdi e Liberali, alleati nella coalizione di governo, hanno avuto la meglio sulle sue reticenze. La Germania si porta ancora incollato addosso lo stigma di quel « passato che non passa ».  Per sbloccare  la fornitura dei preziosissimi Leopard 2, il cancelliere tedesco  chiedeva  che gli americani facessero la prima mossa: l’annuncio della fornitura dei (pesanti e poco maneggevoli) Abrams M1. Così è stato, Biden ne manderà 31.  Polonia, Norvegia, Finlandia, Spagna e altri Stati, potranno ora contribuire al sostegno a Kiev inviando a loro volta decine di tank tedeschi. 

In tutto, si stima, due battaglioni di 80 carri armati da combattimento (sui 2000 in dotazione agli eserciti europei). Kiev naturalmente saluta la svolta, una buona notizia nel bel mezzo del repulisti per la corruzione dilagante (forse il tratto che più accomuna i due paesi belligeranti) e in un momento in cui la controffensiva militare sembra insabbiarsi. La caduta di Soledar a est è  ormai confermata mentre si intensificano i combattimenti a Zaporijia, più a sud.  

Un’escalation « estremamente pericolosa » secondo il Cremlino le cui linee militari in territorio occupato potrebbero essere sfondate proprio grazie ai Leopard e consentire agli ucraini di avanzare per distruggere il ponte di Kerch fra la Russia e  la Crimea illegalmente annessa. Mosca si appresta ad annunciare nuovi massicci arruolamenti: la carne da macello non manca, così come la volontà di devastare tutti e tutto quanto resiste all’aggressione. Le lancette  del Doomsday Clock  (il Giorno del Giudizio) segnano 90 secondi prima della mezzanotte: se  l’allarme del Bulletin of Atomic Scientists viene di fatto ignorato è anche perché nessuno è in grado di definire una via d’uscita.  

La trattativa proposta da Mosca hai i contorni della farsa (« negoziamo ma a condizione che riconosciate le annessioni ») e l’unica alternativa alla fornitura di armi all’Ucraina oggi sarebbe la sua resa. Al tempo stesso non ci sarà una  vittoria militare in senso stretto, da parte di nessuno, secondo quanto ha ammesso lo stesso capo di Stato Maggiore americano Mark Milley. L’impasse è il destino di molte guerre moderne. Lo aveva già capito, nel contesto mediorientale, il presidente Barack Obama quando escluse il coinvolgimento militare americano in Siria contro Bashar Assad.

E’ ancor più vero dopo un anno di mattanza russa: fallita l’offensiva a Kiev nel febbraio del 2022, in difficoltà per la controffensiva ucraina in estate, ora siamo di fronte a una terza insidiosa fase. Il ricorso al nucleare è stato più volte invocato da Mosca: uno scenario orripilante quanto reale in caso di attacco alla Crimea. D’altra parte assecondare il ricatto atomico  avvalorerebbe altrove  l’opzione nucleare. La fornitura di tank non rende, stando al diritto internazionale,  l’Europa co-belligerante, tuttavia la coinvolge ancor di più su una scacchiera dove nessuno è in grado di compiere la mossa decisiva . Vano (forse)  anche speculare su una morte imminente di Putin: fin quando non emergerà una forte richiesta negoziale (ad esempio sulla base del riconoscimento russo delle frontiere del 23 febbraio 2022 in cambio di quello ucraino di un  nuovo status  della Crimea) non potrà concludersi l’ultimo atto del  dramma. 

Articolo scritto per laRegione


A macchie di Leopard

Quel che non si dice dell’Ucraina 

Di Pierluigi Mennitti, Start Magazine

“Cocciuto e poco decisionista. Nelle fasi di crisi c’è bisogno di mostrare leadership, ma è proprio quello che Olaf Scholz non sta facendo”. Il giudizio drastico sulla gestione dell’invio dei carri armati Leopard 2 da parte del cancelliere tedesco arriva da Andrea Römmele, politologa all’Herthie School di Berlino e attenta osservatrice delle relazioni internazionali, in particolari di quelle transatlantiche.

Il passo temporeggiatore del cancelliere non è adatto alla gravità del momento. Ma lo è ancor meno la sua incapacità di comunicare all’opinione pubblica interna ed estera, nonché ai partner della Nato, i motivi della prudenza tedesca. “Si possono avere anche buone ragioni nel non voler aggravare il confronto sul terreno militare, ma un cancelliere ha il dovere di spiegarle con chiarezza”, aggiunge la politologa in un colloquio con la stampa estera a Berlino. Alla fine il sì di Berlino è arrivato, “evitando proprio all’ultimo istante gravi danni politici alla Germania”, come osserva la Neue Zürcher Zeitung. Ma, chiosa Römmele, “questo ha portato a un isolamento della Germania sul piano internazionale, finanche da parte dei suoi alleati”.

Lo scontro con gli USA sui Leopard 2

Römmele ha studiato e insegnato negli Stati Uniti e ha una sensibilità non comune tra gli scienziati della politica tedeschi di intuire quando i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico sfiorano pericolosamente il punto di rottura. La Süddeutsche Zeitung ha rivelato che la scorsa settimana, alla vigilia del vertice Nato di Ramstein, erano volati gli stracci tra l’amministrazione Usa e il governo tedesco. Il Segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin e il capo dell’Ufficio di Scholz Wolfgang Schmidt, uomo chiave del cancelliere, si erano scontrati negli uffici della Cancelleria di Berlino proprio sui Leopard 2 e sull’ostinazione tedesca di voler legare il proprio via libera all’invio americano dei carri armati Abrams.

Che alla fine Washington abbia acconsentito a questo passo, sbloccando così la posizione di Berlino, significa che il dissidio è stato ricomposto. I danni in termini di fiducia e credibilità politica però restano. “Scontrarsi su alcuni temi non è di per sé un male”, spiega Römmele, “il problema diventa quando questi conflitti, invece di restare confinati nelle stanze in cui avvengono, escono al di fuori e diventano di dominio pubblico”. È evidente che qualcuno non ha voluto che quello scontro restasse confinato all’interno della normale amministrazione tra Washington e Berlino.

Una leadership debole

Caricare sulle spalle gracili di Scholz tutto il peso della politica di pacificazione e concessione (appeasement) alla Russia seguita dalla Germania sulla scia dell’Ostpolitik di Willy Brandt non è un esercizio di onestà. Almeno dalla cancelleria di Gerhard Schröder, poi per tutto il periodo della cosiddetta “era di Angela Merkel”, il rapporto di Berlino con Mosca è stato improntato su ambizioni geopolitiche e pratiche commerciali che poco si sono curate del progressivo irrigidimento di Vladimir Putin sul fronte orientale europeo. Gas e petrolio a prezzi stracciati sono stati il carburante per realizzare quei legami d’acciaio sfociati nella realizzazione dei gasdotti Nord Stream, ora colati a picco assieme all’invasione dell’Ucraina.

Ma un cancelliere debole nella capacità di decidere la Germania non se lo può permettere, specie adesso che deve ripensare l’intero complesso della sua strategia di sicurezza: politica, economica, energetica. Un compito da far tremare le vene, ammette Römmele, “neppure negli incubi più profondi un politico può temere di dover affrontare una tale sfida”, ma la leadership deve venir fuori proprio nei momenti di crisi. Con il famoso discorso al Bundestag di quasi un anno fa sulla Zeitwende, Scholz sembrava aver imboccato la strada giusta. Di quell’ambizioso programma, ad oggi, non è rimasto molto.

Il soccorso dei partner di governo

Il confronto con Schröder, con la sua riforma del mercato del lavoro che rimise in moto l’economia tedesca a scapito degli interessi di partito, dovrebbe essere la lezione da seguire, conclude Römmele: con la nuova normativa dell’Hartz IV, l’ex cancelliere deluse l’ala sinistra dell’Spd e buona parte del suo elettorato, un prezzo che lui stesso pagò nel voto successivo e il suo partito nelle elezioni a venire. “Ma in quel caso Schröder dimostrò di essere un leader, di saper prendere decisioni impopolari in nome del più grande interesse del paese”, conclude la politologa, mentre ora Scholz sembra andare al traino degli altri, invece di essere lui a decidere e a spiegare i motivi delle scelte.

E infatti, ancora la Neue Zürcher Zeitung, nel suo editoriale sulla svolta di Berlino sui Leopard 2 consiglia di “non applaudire” il cancelliere per una decisione comunque tardiva: il merito va piuttosto ai suoi alleati di governo, i due più piccoli partner della maggioranza, Verdi e liberali, che hanno spinto e sollecitato Scholz a superare le sue resistenze, “evitando così gravi danni politici” alla Germania. Quelli d’immagine, alla fine di un così lungo tira e molla, restano invece tutti.


Tutti in lista (d’attesa)

Quel che non si dice dell’Ucraina 

Ora ci sono tutti i nomi, tutti i 973 candidati delle quattordici liste di partiti, alleanze, movimenti che si presenteranno all’appuntamento elettorale cantonale del prossimo 2 aprile. Alle 18.00 del 6 febbraio le liste saranno definitive ed ufficiali anche se sono ormai settimane, per non dire mesi, che la campagna elettorale è partita a suon di polemiche e battibecchi più o meno personalistici, sia a sinistra (con il “caso Mirante” finito nell’ennesima scissione – Avanti così), sia a destra, con il paradossale teatrino del finto “volemose bene” fra Lega e UDC, fra i Cip e Ciop e quelli che si autodefiniscono “coglionazzi”. Indubbiamente già ci siamo, e di palle ne girano a volontà (per restare in metafora paminiana).

Rimarcato un po’ da tutti i commentatori è il notevole aumento del numero di candidati rispetto a quattro anni fa: da 786 a 973, ovvero 187 in più. Un dato che potrebbe essere letto come molto incoraggiante dentro il contesto della nostra concezione della “politica di milizia” come garanzia dell’accesso a seggi e scranni democraticamente distribuito e consentito a chiunque abbia a cuore le sorti della collettività e sia nutrito dal cosiddetto “fuoco sacro”, a costo di rinunce e sacrifici rispetto alla propria attività professionale.

Un dato dunque, che parrebbe in controtendenza, se così vogliamo dire, con non poche riflessioni che si sono potute leggere nelle scorse settimane (e non per la prima volta, in verità) su una vera o presunta “crisi” della vocazione alla politica che ha portato diversi parlamentari ad annunciare, non senza qualche clamore, il proprio abbandono dell’attività parlamentare per “esaurimento di energie”. Da lì, ha preso il via la messa in discussione del concetto di “milizia” e della sua praticabilità, oggi, di fronte a temi e dossier sempre più articolati e complessi che in commissioni e sottocommissioni fan passare ai parlamentari ore, settimane, mesi prima che si arrivi a qualche decisione, poi magari da rinviare ad maiora.

Un’attività faticosa, insomma, quella del politico e, verrebbe da aggiungere, ci mancherebbe che non lo fosse, visto che da essa dipendono le sorti di tante nostre esigenze o aspettative di vita quotidiana. Certo, in conto van messe forse sempre più non poche frustrazioni, che portano a decisioni sommarie frutto di sfinimento. I candidati, comunque, si sono messi in lista, li andremo ad eleggere, facciano il loro ruolo fino in fondo. Se poi non ce la fanno, vabbè, avranno un sacco di ragioni, tutte rispettabili e forse ancor più comprensibili se derivano, appunto, da sfinimento o consunzione per essersi troppo impegnati. 

Ma qui sorge forse un interrogativo che, forse maliziosamente, potremmo contrapporre all’ottimistico riscontro numerico relativo all’aumento dei candidati. I problemi sono complessi, i dossier intricati e contorti, i temi da trattare sempre più numerosi e diversificati. E così, in commissione, ci si spartisce il lavoro e chi più ha rappresentanti più vi mette propri esponenti, non necessariamente per “competenza”, ma per marcare presenza ( o marcare “a uomo” esponenti di altro schieramento). 

Così i “dossier complessi” paiono finire dentro l’ingranaggio di un funzionamento sempre più farraginoso del Parlamento (e del suo rapporto con il Governo) trattati a suon di slogan, ridotti a merce di scambio partitico, affrontati con qualche “decreto” che porta al voto e all’affermazione, sempre più costante, di un certo schieramento, quello che si batte per il “ceto medio”, vero totem di riferimento un po’ per tutti quelli che poi, in suo nome, ti rifilano l’ennesima agevolazione fiscale che favorisce i ricchi ma che, naturalmente e beneficamente, ti dicono,  sgocciola, distillata, anche in testa a chi ricco non è. 

E intanto il “ceto medio” diventa sempre meno medio, anzi più povero, ma guai a pensare che sia frutto di un orientamento politico incapace di affrontare la “complessità dei dossier” e di avere a cuore davvero le sorti di un’istituzione pubblica, lo Stato, che dovrebbe poter fornire a tutti i cittadini le medesime condizioni e garanzie. Lo Stato è tendenzialmente concepito come un ingombro da chi, in realtà lo “occupa” in Parlamento per dire che tutto dev’essere affidato alla libertà d’impresa, all’iniziativa privata, che vanno sostenute e favorite in ogni modo, finché poi non capita che con tanta libertà a disposizione, vi siano imprese che collassano. A quel punto, vuoi che non spunti un qualche vate delle PMI a dire che lo Stato deve intervenire per sostenerli?

Anche a sinistra, in verità, in un’alleanza “rossoverde” che è meglio non chiamare unitas, ci si batte per il “ceto medio”, anche se, in verità, oggi si parla sempre più insistentemente di “classi meno abbienti, o disagiate, o sfavorite” e via di eufemismi, per dire, semplicemente che andrebbero difesi, davvero, i “poveri”, gli “esclusi”, quelli che fanno andare avanti quotidianamente la baracca del settore pubblico e parapubblico come di quello privato. Quelli che sempre più faticosamente sorreggono il principio di “crescita” economica del nostro Paese entrandovi ed uscendovi quotidianamente attraverso il confine nel dispregio sistematico riservatogli da un deprecabile domenicale; quelli che stanno in corsia d’ospedale, nei cantieri, sulle strade, per ore, ogni giorno; che vanno difesi da pesanti attacchi salariali, tagli pensionistici; quelli che per primi e sempre più pesantemente, risentono dell’aumento del costo della vita, insomma, e fanno sempre più fatica.

“Dossier contorti e complessi” liquidati o rinviati sine die, di quadriennio in quadriennio, in un quadro politico che c’è solo da sperare  possa trovare nei nuovi e numerosi (come non mai) candidati, un approccio diverso, che renda il Parlamento qualcosa di diverso dal luogo così descritto da un granconsigliere uscente nel proprio profilo social: 

“Purtroppo (o per fortuna, in questo caso), tutte le cose umane hanno un inizio e hanno una fine, anche in quell’ambiente tossico che è la politica ticinese e anche se ormai ci siamo abituati ai deputati zombie, ai candidati poncho (ovvero che-stanno-bene-su-tutto-e-che-vanno-bene-in-qualsiasi-stagione), ai “culodipietristi” e alle successioni in stile saghe dinastiche, al cui confronto i protagonisti del Trono di spade o della Casa del Drago sembrano sprovveduti dilettanti allo sbaraglio”.

E speriamo che i nuovi candidati, accolgano come una sfida, come un monito cui confrontarsi per un vero cambio di marcia, l’augurio finale dello stesso granconsigliere uscente:
Auguro tanta, tanta, ma tanta fortuna a tutti coloro che verranno e che ne avranno davvero bisogno, perché – semmai  dovessimo scamparla – si tratterà inequivocabilmente e senza ombra di dubbio di un’enorme botta di culo.”


Elezioni cantonali: 973 all’arrembaggio

Quel che non si dice dell’Ucraina 


L’eredità di Jacinda Ardern

Quel che non si dice dell’Ucraina 

La BBC ha dovuto scusarsi per lo sfortunato titolo, che ha accompagnato l’annuncio delle dimissioni dell’ormai ex-Premier neozelandese Jacinda Ardern. Il colosso radiotelevisivo britannico ha ammesso di aver sbagliato quando ha titolato un articolo sulla sua uscita di scena: “Le donne possono avere tutto?”

“Sbalorditivo sessismo“, “Misoginia“, “E’ una vergogna”, “Certo che le donne possono avere tutto e lo ha dimostrato!” 

La BBC ha cercato di rimediare, cambiando il titolo in: “La partenza rivela pressioni uniche sui PM”, ma il dibattito era già esploso in rete e molti commentatori inferociti hanno  fatto notare il contrasto con la copertura riservata ad altri leader dimissionari, come nel caso di Boris Johnson, sposato tre volte e padre di sette figli.
Secondo alcune stime, ci vorranno almeno 130 anni per raggiungere l’uguaglianza di genere in politica. Di 195 paesi nel mondo, solo 28 Stati hanno un capo di stato o di governo donna. Con le donne che rappresentano solo il 7% di tutti i leader di governo, la terza donna primo ministro della Nuova Zelanda, Jacinda Ardern, è stata argomento di studio, durante i suoi due mandati. La percezione pubblica delle donne in politica rimane modellata da pregiudizi profondamente radicati sulle loro capacità, sulla loro resistenza e con Ardern lo si è visto fino alle sue dimissioni.
La leader neozelandese ha sempre risposto con il sorriso a domande insidiose sul tema. Lo scorso novembre, durante una conferenza stampa  con la Prima Ministra finlandese Sanna Marin, un giornalista ha chiesto se le due leaders si fossero incontrate perché erano “simili per età e avevano molte cose in comune”. Ardern ha ribattuto prontamente: “Mi chiedo se qualcuno abbia mai chiesto a Barack Obama e John Key se si incontrassero perché avevano la stessa età. Ovviamente abbiamo una percentuale più alta di uomini in politica. È la realtà. Se due donne si incontrano, non è semplicemente a causa del loro genere”.

Quando in carica, Ardern era considerata una delle donne più influenti al mondo. Attraverso la sua risposta alle sparatorie di massa di Christchurch, la sua leadership dopo la mortale eruzione di un vulcano e la sua gestione della pandemia, Ardern ha dimostrato di sapere rompere il soffitto di vetro della politica e lo ha fatto più volte.
Nel 2017, all’età di 37 anni, è diventata la più giovane donna capo di governo del mondo.  Tre mesi dopo, ha annunciato di essere incinta del suo primo figlio. Nel 2018, a tre mesi, la figlia Neve, è stata la prima bambina a partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite insieme alla mamma oratrice.
Ardern ha fatto notizia a livello mondiale nel 2020, presiedendo il parlamento più diversificato della Nuova Zelanda, con più della metà dei membri donne e il maggior numero di legislatori indigeni Maori.
Con empatia e spontaneità Jacinda Ardern ha saputo  attrarre 1,4 milioni di seguaci nelle sue dirette su Facebook, un numero enorme per un paese che conta 5 milioni di abitanti. E’ stata capace di creare una cosiddetta relazione parasociale con i cittadini a cui spiegava regolarmente cosa stava succedendo nel Paese o perché aveva preso certe decisioni. È stata la sua semplicità a catapultarla sul palcoscenico internazionale, facendone una delle leader più popolari del pianeta tanto da parlare di “Jacindamania”.
Il passo falso della BBC e le polemiche attorno all’eterno dibattito sull’essere “donna e mamma, che lavora” hanno offuscato quello che per molti è stato invece un commiato pieno di grazia e di coraggio, come la sua leadership.

“Spero di lasciare ai neozelandesi la convinzione che si possa essere gentili, ma forti, empatici ma decisi, ottimisti, ma concentrati” ha detto Ardern “E che puoi essere il tipo di leader, che sa quando è il momento di andare”.

È l’arte della gentilezza, che Jacinda Ardern vuole lasciare in eredità. “Sii forte e sii gentile”, le parole pronunciate dopo l’annuncio del primo lockdown in Nuova Zelanda, divennero  del resto una sorta di mantra.
Se inizialmente la politica anti-covid fu considerata esemplare, con il tempo le ha giocato contro, tanto che nel Paese le sue dimissioni non sono state una vera sorpresa. A livello nazionale, è diventata una figura polarizzante. La crisi immobiliare, l’aumento del costo della vita e le crescenti preoccupazioni per la criminalità la stavano mettendo in difficoltà.
Malgrado abbia lanciato una campagna globale per porre fine all’odio in rete, lei stessa era bersaglio di estremisti di destra. Secondo il Guardian le minacce contro Ardern sarebbero quasi triplicate in tre anni. Tra i suoi nemici, coloro che si oppongono alla legislazione che vieta la maggior parte delle armi in stile militare, e gli anti-vax.

Era quindi tanta la pressione su una leader, che ha trasformato il sorriso in una formula vincente per salire al potere.  E proprio con un sorriso commosso si è rivolta per l’ultima volta ai giornalisti, ieri, in veste di Primo Ministro: “Sono pronta per essere molte cose. Sono pronta per essere una deputata in panchina. Sono pronta per essere una sorella e una mamma” ha concluso Jacinda Ardern, la leader gentile e forte.


Politici luganesi e dichiarazioni ondivaghe e vagabonde

Quel che non si dice dell’Ucraina 

Occorre fare una premessa:
Questo testo è stato scritto nei giorni precedenti a martedì 24 gennaio, senza sapere che su Teleticino sarebbe andata in onda la puntata di « Matrioska »  sul tema. Invitati gli esponenti municipali Cristina Zanini Barzaghi e Karin Valenzano Rossi, e esponenti di Lega, Udc, PC e Il Centro. Forza è di constatare che le riflessioni e le conclusioni contenute nel presente contributo hanno trovato conferma nel dibattito.

Il funanbolismo elettorale delle opinioni

Nulla di buono sul fronte municipale, vien da dire leggendo le esternazioni degli esponenti dell’esecutivo di Lugano che nel corso dell’ultima settimana si sono esibiti in un carosello di pretestuosi esercizi declamatori a tema autogestione. Come puntualmente accade in occasione delle elezioni comunali, a qualche mese dall’appuntamento per le Cantonali la politica torna a discutere dell’argomento. Proposte sorprendenti su una possibile riapertura dell’ex Macello, elogi alla “buona” realtà giovanile e ordinarie critiche all’”autogestione irrispettosa“, auspici a prendere spunto da realtà come quelle presenti oltre Gottardo, tirate di orecchie, precisazioni e smentite, la solita ingiuriosa sequela di aggettivi sul Mattino della Domenica, inconsistenti proposte di voti consultivi e così via. A corredare le dichiarazioni dei politici, i comunicati stampa di alcune segreterie partitiche comunali.

Ad aprire le danze è la socialista Cristina Zanini Barzaghi con una lunga intervista a laRegione in cui, tra le altre cose, esprime il suo parere sulla situazione dell’autogestione a Lugano. La capodicastero Immobili  – che inizia definendo impropriamente gli spazi dell’ex Macello “occupati” facendo astrazione dalla convenzione firmata nel 2002 da Città e Conisiglio di Stato con l’associazione Alba per la concessione a quest’ultima di alcuni spazi dell’ex Macello a titolo gratuito – dice che la demolizione è stata un trauma, si rammarica di non essere riuscita a portare all’interno dell’esecutivo i suoi argomenti, facendo riferimento in particolare alle realtà autogestite di Zurigo. Infine, Zanini Barzaghi afferma che “una parte dell’ex Macello si potrebbe già ora riaprire. Si può provare a riaprire un dialogo con una nuova modalità e concedere per qualche anno questi spazi”.

Sulla possibilità di mettere a disposizione gli spazi pubblici dell’ex Macello, la municipale Ps trova una tiepida apertura da parte del sindaco leghista Michele Foletti, il quale afferma che «l’autogestione, oggi, non è un tema» ma non esclude la possibilità di utilizzare l’ex Macello per una non meglio specificata «cultura spontanea». Nonché del vicesindaco Plr Roberto Badaracco che ricorda le proposte che sarebbero state avanzate in passato e aggiunge che “la necessità di uno spazio è evidente” ma “non solo per il Molino”: deve essere un posto dove permettere ai giovani di “fare cultura, concerti, dove poter anche solo trovarsi e socializzare”. Più cauta è invece la collega di partito e capodicastero Sicurezza, Karin Valenzano Rossi, che pone l’accento sul rischio di occupazioni e propone un voto consultivo senza una “formulazione precisa” ma, indicativamente sull’”eventualità di ricercare spazi per l’autogestione da parte della Città. […] Spetterebbe poi al Dicastero immobili trovare uno stabile da proporre. Anche la stessa autogestione, se si vedesse riconosciuta, troverebbe, immagino, una modalità di condivisione differente”. Dalle affermazioni dei membri dell’esecutivo si rileva poi, nel complesso, una generale soddisfazione per l’esperienza della Tour Vagabonde che si sta svolgendo alla Gerra.

La domanda sorge spontanea: per quali motivi questi spazi non potevano essere messi a disposizione subito dopo lo sgombero avvenuto nel giugno 2021? È facile presuppore che all’epoca non era presente in città una “frangia della scena culturale alternativa […] più incline al rispetto delle regole”, così definita dall’UDC luganese, a cui rivolgersi e formulare false promesse. Nemmeno con le recenti boutades ci si rivolge all’Assemblea del Molino e ciò è vero sulla base di almeno quattro considerazioni.

La prima è che nelle dichiarazioni (anche di Badaracco e Zanini Barzaghi, i due municipali “contrari” allo sgombero) spicca l’assenza di ogni riferimento a una realtà non solo culturale ma con anche delle rivendicazioni di carattere politico e sociale. Quelle per cui si è sempre battuta l’Assemblea del Molino, che vanno dall’antirazzismo alla lotta contro il sistema carcerario, passando per l’accesso al lago o alla creazione di un centro di prima accoglienza. Rivendicazioni oltretutto condivise anche da quelle realtà svizzere citate da Zanini Barzaghi.

La seconda considerazione si basa sul fatto che nei giorni successivi allo sgombero alcuni politici luganesi (non solo municipali: il granconsigliere liberale Fabio Schnellmann profuse molte energie in questa direzione) proposero di mettere a disposizione dell’Assemblea del Molino il depuratore di Cadro destinato alla chiusura. La proposta, dalla simbologia emblematica, è apparsa subito assurda e inconsistente, tanto che nel giugno 2021 il direttore del consorzio Erminio Della Torre diceva: “a noi degli autogestiti non è stato detto nulla, è una novità”. Era evidente già allora il tentativo di decentralizzare e isolare la realà che dà politicamente e socialmente fastidio, e ancora oggi si constata questa volontà.

Inoltre, e veniamo alla terza considerazione, gli esempi citati dai municipali (la Tour Vagabonde e i centri sociali di Zurigo, Berna e Ginevra) sono fuorvianti se non addirittura ipocriti, visto che se ne esaltano le qualità, si sottacciono le differenze e si dimenticano le peculiarità che le caratterizzano. Infatti, malgrado la Tour Vagabonde nel suo manifesto dichiari che essa “non si contrappone alle realtà culturali, istituzionali e non, che operano sul territorio; non risolve un problema cronico come la mancanza di spazi per la cultura dal ‘basso’”; dunque la Straordinaria è chiara: non siamo la soluzione, non siamo alibi, siamo complemenatari e non esclusivi rispetto ad altre realtà. 

Tutavia, la classe politica luganese continua ad elogiarla, paragonandola alla – per loro più scomoda – esperienza dell’autogestione all’interno dell’ex Macello. Tanto da ipotizzare di concederle degli spazi fino ad oggi mai messi in discussione. Per quanto riguarda le realtà d’oltre Gottardo ricordate in più occasioni dai municipali, l’invito è ad andare a vedere, a titolo di esempio, il film “Züri Brännt” proprio alla Straordinaria proprio questa sera nel contesto dell’evento “Zurigo brucia, e Lugano?”. Un film che raccoglie immagini e momenti del periodo caldo delle rivolte e delle proteste in riva alla Limmat negli anni Ottanta: un poliziotto deceduto, centinaia di arresti e feriti, migliaia di manifestanti nelle strade. La situazione oggi si presenta radicalmente diversa, è vero, ma non si può pensare di applicare dall’alto ricette e soluzioni che sono scaturite da contesti specifici e che sono evolute negli anni attorno alle persone che vivono quelle realtà. È chiaro che i parametri del discorso sono ben diversi a Lugano e in Ticino, dove si grida allo scandalo in seguito a qualche scritta sui muri o all’occupazione temporanea di spazi abbandonati da anni.

La quarta ed ultima considerazione riguarda la necessità, espressa da Zanini Barzaghi, di trovare nuove modalità di dialogo; punto questo su cui l’esponente Udc Tiziano Galeazzi concorda. Eppure è  da decenni che  sulle colonne del Mattino della Domenica, diretto dal municipale legista Lorenzo Quadri, si leggono i più svariati insulti verso tutte quelle persone che hanno vissuto o sostenuto l’esperienza del Molino. Anche domenica scorsa il foglio di via Monte Boglia non si è risparmiato: al suo interno si trova uno sgrammaticato intervento di CIP&CIOP, in cui l’autore si lancia in invettive contro i “brozzoni autogestiti”, che vogliono solo “vandalizzare, brozzare e berciare”; definiti anche nel comunicato della sezione comunale leghista “figli di papà nullafacenti”.  Su questo argomento, negli ultimi anni, si ricorda il generale silenzio da parte di tutte le forze politiche e in particolare la difficoltà della liberale Valenzanzo Rossi, in occasione di una trasmissione su Teleticino, a condannare l’uso del termine «brozzoni» da parte del collega in Municipio. Infine, si ricorda che è proprio l’UDC di Lugano che, spalleggiato dalla Lega, aveva lanciato la fallimentare iniziativa popolare “Adess Basta!”. Encomiabili esempi di apertura al dialogo. Non resta che condividere e ribadire il concetto espresso da Popper nel suo Paradosso della tolleranza: “difendere la tolleranza richiede di non tollerare l’intolleranza” e ricordare le centinaia e centinaia di attività organizzate negli anni all’ex Macello.

Tutto questo è avvenuto due anni dopo aver raso al suolo nottetempo un luogo che ospitava numerosi spazi di attività – una biblioteca, una palestra popolare, una sala prove e una cinema, una cucina, dei bar – modellati negli anni sulle esigenze delle persone che li frequentavano, pensati per essere accessibili e fruibili da chiunque e che hanno permesso a migliaia di persone di fare cultura e politica dal basso, partecipare a concerti e conferenze, o anche solo di trovarsi a socializzare. Le dichiarazioni di settimana scorsa ci dimostrano – se nuovamente ve ne fosse bisogno – tre aspetti. 

Il primo è che gli spazi dell’ex Macello rispondevano a tutta una serie di esigenze e necessità: sgomberare e abbattere il tetto non ha fatto altro che rendere esplicita l’importanza di quei posti. In secondo luogo, appare ancora più chiaro che da parte del Municipio non vi è un reale interesse di riconoscere quello che è stata – ed è tutt’ora – la realtà autogestita che continua a vivere a Lugano e in Ticino, rivendicando spazi non solo per proporre forme di cultura o per socializzare, ma anche per sviluppare forme politiche e organizzative diverse e in contrapposizione a quelle dominanti. Infine, occorre necessariamente constatare che le autorità politiche non hanno mai capito – o più probabilmente non hanno mai voluto davvero capire – la realtà che hanno sgomberato dall’ex Macello. 

Da un lato perché pretendere che l’offerta di un locale per la cultura alternativa possa bastare a soddisfare quei bisogni da cui è nata l’esperienza Molino è infatti sintomo della mancanza di una benché minima cognizione di causa – o peggio di una pura strumentalizzazione politica. Dall’altro perché dopo il misero fallimento della raccolta firme dell’UDC per l’iniziativa «Adess basta!», la liberale Valenzano Rossi ha saputo unicamente proporre un voto consultivo, parlando poi in modo vago di mandati e progetti da studiare nelle stanze del Dicastero Immobili: tutte modalità decisionali lontane anni luce dalla realtà del Molino, e che possono funzionare unicamente in contesti istituzionalizzati, senza nessuna rimessa in discussione dell’essenza stessa di tali istituzioni.

Nell’immagine: “l’ex Macello” prima della demolizione


L’Ungheria sempre più filorussa: così si smarca dalla Nato

Quel che non si dice dell’Ucraina 

 DI Gianluca Lo Nostro, InsideOver

Purghe nell’esercito ungherese. Dopo lo stato di diritto e l’energia, l’Ungheria di Viktor Orbán fa un’altra scelta di campo apprezzata dal Cremlino: oltre 170 tra generali e ufficiali del Magyar Honvédség (le Forze di difesa ungheresi) sarebbero stati pre-pensionati dal governo come conseguenza di un decreto ad hoc emanato la scorsa settimana.
L’allarme è stato lanciato da Ágnes Vadai, politica del partito di opposizione Dk ed ex sottosegretaria della Difesa.
Perché si tratterebbe di una mossa anti-occidentale? Lo spiega Vadai in un’intervista televisiva su Atv: “Ho saputo che almeno 170 generali e ufficiali sono già stati sollevati dalle loro funzioni”. Non si conosce la cifra esatta a cui si arriverà, ma “ho sentito parlare dell’ordine di migliaia“, ha aggiunto la politica ungherese.

“Questo significa che è attualmente in corso un congedo delle Forze armate ungheresi dalla Nato, poiché gli ufficiali e i generali sono soldati con esperienza internazionale, che parlano più lingue e hanno socializzato nell’ambito dell’Alleanza”. Lo scopo delle misure sarebbe quello di garantire che la lealtà politica al governo di Viktor Orban sia d’ora in poi il principio guida delle forze armate ungheresi.
Nel nuovo decreto sono contenute norme che disciplinano il pensionamento anticipato dei membri dell’esercito. In particolare, lo Stato ungherese si riserva di congedare qualsiasi generale e ufficiale con almeno 45 anni di età e 25 anni di servizio. “È rapidamente giunta al nostro giornale la notizia che il ministro della Difesa Nazionale, esercitando il diritto concesso dal decreto, ha avviato una grande epurazione” ha rivelato il sito d’informazione indipendente ungherese, Telex.

Il ruolo dell’Ungheria nella guerra in Ucraina

L’impudenza del governo di Budapest non è certo una novità nelle cancellerie europee e atlantiche. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, Viktor Orbán e il suo ministro degli Esteri, Péter Szijártó, hanno rappresentato più di una spina nel fianco di Nato e Unione Europea: si sono comportati alla stregua di due sabotatori.
L’Ungheria si è immediatamente smarcata dalla retorica muscolare del blocco occidentale in risposta all’invasione russa, mostrandosi più possibilista nei confronti del Cremlino e rifiutandosi non solo di inviare armamenti, ma addirittura di consentire ai convogli di armi diretti in Ucraina di passare dal territorio magiaro.
Dura anche la stoccata contro le sanzioni europee alla Russia, avversate e mal digerite dall’ex alleato dei sovietici ai tempi del Patto di Varsavia. “Se facciamo una valutazione, un’analisi, dell’impatto delle sanzioni, è ovvio che non hanno soddisfatto le aspettative”, ha commentato il capo della diplomazia ungherese Szijjártó intervistato da Cnbc in occasione del World Economic Forum di Davos.
“Perché cosa ci si aspettava all’inizio di marzo o alla fine di febbraio, quando abbiamo discusso il primo pacchetto di sanzioni? Che avrebbero messo in ginocchio l’economia russa e che quindi la guerra si sarebbe fermata presto”, ha continuato il Ministro degli Esteri, bastian contrario all’interno di un’alleanza atlantica che non sta ammettendo voci contrarie o tentennanti, come dimostra il caso dei Leopard tedeschi bloccati dalla Germania.

La scelta di Orbán

Le ragioni di questo “appeasement” vanno rintracciate soprattutto nelle politiche energetiche: per Budapest, Mosca, principale fornitore di gas naturale, è un partner vitale nel breve periodo, non esistendo né un’alternativa, né la volontà politica di chiudere i rubinetti dalla Russia.
Nel 2014, Gazprom ha firmato un accordo con l’Ungheria per espandere la sezione ungherese del gasdotto TurkStream, che porta il gas russo in Europa passando da Turchia e Bulgaria, altri due Stati filo-russi (ma per motivi divers). Prima della sua rovinosa fine, l’Ungheria è stata inoltre una convinta sostenitrice del gasdotto Nord Stream 2. Ma oltre all’energia, Orbán e Putin, tra i leader più longevi d’Europa, hanno sviluppato un singolare rapporto personale, basato sul vecchio adagio “il nemico del mio nemico è mio amico”.
Il Primo ministro ungherese ha elogiato la leadership di Putin e ha attaccato la sua nemesi ucraina, Volodymyr Zelensky, citato tra i suoi “nemici” dopo la roboante vittoria alle elezioni dell’aprile 2022. L’autocrate magiaro, come Putin, mal sopporta Joe Biden. Nel suo ultimo viaggio negli Stati Uniti lo scorso agosto Orbán ha persino snobbato la Casa Bianca, preferendo partecipare a Dallas al Cpac, il congresso internazionale dei conservatori, piuttosto che volare a Washington per incontrare il suo omologo americano.
Nel complesso, le relazioni dell’Ungheria con la Russia restano complesse e sfaccettate. Se da un lato i due Paesi hanno profondi legami storici ed economici, dall’altro la stretta relazione tra Orbán e Putin ha sollevato preoccupazioni tra gli altri leader europei. Indimenticabile il siparietto con l’ex presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che nel 2015 diede un buffetto al Premier ungherese, chiamandolo “dittatore” davanti a tutti gli altri capi di governo dell’Unione Europea.

Vale la pena notare comunque che l’Ungheria, pur avendo una posizione filorussa, è membro a pieno titolo dell’Ue e della Nato (alla quale Budapest fece richiesta per entrarci nel 1991, tra i primi dopo la caduta dell’Urss), il che crea un delicato e talvolta imperscrutabile equilibrio nella sua politica estera.

Nell’immagine: Viktor Orbán


L’uovo del serpente

Quel che non si dice dell’Ucraina 

Nella primavera del 1938, Adolf Hitler scese in Italia per incontrare l’amico Mussolini, il quale allestì un programma sontuoso, con al centro una visita guidata alle bellezze artistiche e architettoniche del Belpaese. Ad accompagnare i due dittatori nel loro itinerario culturale, i ministeri romani chiamarono uno studioso illustre, l’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli. 

Quell’esperienza, accettata con riluttanza, fu poi raccontata nel 1948 in un libro intitolato Dal diario di un borghese, edito da Mondadori. Nel frattempo, Bianchi Bandinelli aveva aderito al Pci. 

I tratti fisici e caratteriali del Duce non gli erano evidentemente ignoti, il ritratto è sarcastico: «cammina come un burattino, con curve e mosse oblique del capo, che vorrebbero mitigare la sua massiccità, ma sono soltanto goffe e sinistre. Chiude gli occhi, sorride, fa continuamente una commedia puerile». Il Führer invece non spicca per brillantezza; anzi, l’impressione che trasmette è quella di un personaggio dimesso, «composto, ordinato; quasi modesto. Quasi servile, anche. Una personalità di aspetto subordinato: qualche cosa come un controllore del tram. Viso vizzo».

Nel 1938 Mussolini era al potere fin dall’ottobre del 1922; più breve la carriera di Hitler, la cui ascesa era stata però molto più fulminea e spietata. Nominato cancelliere del Reich il 30 gennaio del 1933, dunque giusto novant’anni fa, l’«imbianchino» d’origine austriaca fece strame delle istituzioni liberali in un battibaleno, liquidando nel giro di pochi mesi quel che restava della Repubblica di Weimar. Già dopo l’incendio del Reichstag, nel febbraio del 1933, Hitler emanò norme che mettevano fuori legge non solo l’opposizione (comunisti, socialdemocratici, repubblicani), ma tutto il corredo di diritti presenti nella costituzione weimariana promulgata nel 1919, a cominciare dalla libertà di stampa e di riunione.

Da decenni gli storici si interrogano sulle ragioni di questa rapida e pressoché incontrastata presa del potere da parte dei nazisti, in una Germania che poteva vantare, negli anni Venti, una serie di primati invidiabili, sia nel campo delle scienze (teoriche e applicate), sia nel vasto universo delle arti, della musica, della letteratura, del teatro, della filosofia. Molti osservatori consideravano Berlino, e non più Parigi, la vera capitale della cultura europea. Una vitalità espressa anche dalla società civile, nei raduni popolari e nelle iniziative sportive che mobilitavano migliaia di cittadini, con in prima fila i giovani e le donne. 

Ma tutto questo non bastò per impedire il tracollo e l’inizio di una nuova era sotto la croce uncinata del partito nazionalsocialista. Evidentemente in un angolo buio della repubblica un rettile velenoso aveva deposto un uovo («das Schlangenei») che pian piano avrebbe sovvertito l’ordinamento democratico. Cosa conteneva quest’uovo? Diversi elementi. In primo luogo l’esercito, uscito sconfitto dalla grande guerra ma ancora capace di condizionare la classe politica d’ispirazione monarchica e antisocialista; poi gli industriali e la nobiltà di antico lignaggio, assieme a larghe fasce della popolazione piagate da un’inflazione che divorava i magri redditi; poi governi che non riuscivano a dare stabilità al paese, squassato peraltro da continui disordini e scontri nelle piazze; e infine un proletariato esposto alla propaganda che addossava alla comunità ebraica tutti i mali che affliggevano il paese.

Sappiamo com’è andata, e com’è finita, con un continente in macerie. Per questo è importante continuare a chiedersi come sia stata possibile questa caduta nella barbarie. Raccogliere le testimonianze dei superstiti della «soluzione finale», come accade ogni 27 gennaio (liberazione del campo di Auschwitz), è dovere di ogni coscienza civile, ma non basta: l’uovo del serpente va esplorato e sezionato in tutte le sue parti, per capire come funzionano gli enzimi della crescita e per isolare le proteine malate. 

Fuor di metafora, è compito di tutte le componenti della società – dalla scuola ai media, dai partiti alle associazioni civiche – segnalare i pericoli che minano alla base le istituzioni liberal-democratiche. Quelli palesi e quelli più subdoli. Ripassare la «lezione di Weimar» è fondamentale, con un occhio alla storia e l’altro alle derive contemporanee, alle quali non sfuggono nemmeno le democrazie più mature che tutti noi credevamo immuni da ogni tentazione autoritaria.   


Il porto d’Anversa nelle mani dei narcos. E lo Stato si arrende

Quel che non si dice dell’Ucraina 

Di Marco Valle,  Insideover

“Anversa capitale del crimine come la Medellin di Escobar o la Chicago di Al Capone”. “Una città senza legge, una guerra senza fine per la droga”. Così in questi giorni titola la stampa belga dopo l’assassinio di una bimba di 11 anni, uccisa durante una sparatoria a Merksem, uno dei quartieri caldi della metropoli belga. La vittima è rimasta ferita a morte nell’assalto alla sua casa da parte di una gang rivale del clan a cui disgraziatamente apparteneva. Un vero e proprio regolamento di conti tra bande: due zii della bambina sono considerati esponenti di primo piano della Mocro Mafia, un’organizzazione criminale marocchina specializzata nel traffico di droga e solidamente impiantata tra Belgio e Olanda.

Un crimine, l’ennesimo, che ha convinto il sindaco Bart De Wever — presidente del partito di destra N-VA (Nuova alleanza fiamminga) alleato in Europa al gruppo conservatori-riformisti di Giorgia Meloni — ha chiedere al governo di Bruxelles l’immediato invio dell’esercito per sorvegliare il porto sulla Schelda.

La porta della droga in Europa

Già il porto. Il controllo del terzo complesso marittimo d’Europa è il vero obiettivo delle organizzazioni dei narcotrafficanti d’ogni colore e nazionalità. Attraverso gli spalancati cancelli del gigantesco emporio passano ogni anno quantitativi ingentissimi di cocaina provenienti dal Sud America, in particolare Colombia e Panama. Un traffico lucrosissimo: nel 2022 i doganieri belgi hanno sequestrato 110 tonnellate di cocaina (il 23 per cento in più dell’anno precedente) per un valore stimato attorno ai 5 miliardi di euro. Nulla di più di una goccia nel mare.  Secondo le fonti di polizia la droga sequestrata rappresenta solo il 10% del movimento totale. I calcoli, quindi, sono presto fatti. Anversa è ormai diventata la porta d’accesso della droga nell’Unione Europea e chi controlla il suo porto controlla il mercato continentale. Da qui l’escalation di violenza che da almeno un decennio attraversa l’intera città.

Oltre a pretendere l’arrivo dei soldati, l’esasperato sindaco ha richiesto la convocazione d’urgenza del Consiglio nazionale di sicurezza, l’organo federale preposto per le emergenze e composto dai principali ministri e dai vertici delle forze armate, della polizia e gendarmeria e dei servizi segreti. Una proposta, considerata la situazione, assolutamente ragionevole e necessaria, eppure il governo guidato dal liberale Alexander de Croo preferisce glissare sullo spinoso argomento. Nessuna riunione del Consiglio è prevista e nessun militare verrà mobilitato.  “L’esercito non è preparato per questi compiti” ha dichiarato la ministra socialista della Difesa Ludivine Dedonder, tutt’al più verranno rinforzate le misure di sicurezza nel porto, oggi assai blande, posizionando lungo le banchine e agli accessi droni, scanner e robot. Rinforzi zero.

Un atteggiamento rinunciatario e scandaloso ma in linea con la tradizionale modestia — come già visto ai tempi degli attentati islamici a Bruxelles — della politica belga in questioni di sicurezza e ordine pubblico. Eppure l’emergenza è drammaticamente reale. Lo scorso dicembre è stato sventato all’ultimo momento il rapimento da parte di una gang del ministro della Giustizia Vincent Van Quickenborne e, proprio in questi giorni e per gli stessi motivi, il suo ex collega olandese Ferdinad Grapperhaus è stato messo sotto rigida protezione. Eppure, al netto delle frasi di circostanza, nulla sembra muoversi.

Mentre i criminali si fanno sempre più baldanzosi e pericolosi lo Stato preferisce non vedere, non agire. Per ignavia, per paura, per un contradditorio quanto malsano garantismo che ha smagrito all’osso risorse di polizia e intelligence. Manca la volontà, manca il coraggio. Il giudice Michel Claise, il magistrato che oggi conduce il “Qatargate” e che negli anni ha combattuto in solitudine il crimine organizzato, non ha più dubbi. Al quotidiano “La Dernier Heure” si è detto convinto che “i narco trafficanti hanno acquisito un senso di totale impunità poichè non vi è alcuna reazione adeguata da parte né delle autorità politiche né da parte dalla polizia e dalla magistratura”. Le mafie ringraziano e nel frattempo prosperano e uccidono.

Nell’immagine: sequestro di cocaina nel porto di Anversa