I social media fanno male: anche la politica se ne è accorta, ma non basta

Il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di Joe Biden in cui il Presidente attacca le Big Tech, accusandole di sfruttare i dati personali e di estremizzare la polarizzazione delle opinioni 

Di Maurizio Pugno,  Micromega

Lunedì 11 gennaio 2023 il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di Joe Biden in cui il Presidente attacca le Big Tech, come Facebook e YouTube, accusandole non solo di sfruttare i dati personali della gente e di violare i diritti civili delle donne e delle minoranze, ma anche di alterare le regole del gioco in economia, di estremizzare la polarizzazione delle opinioni, e di mettere a rischio il benessere dei bambini. Si tratta di accuse che capovolgono luoghi comuni sulla libertà economica e sulla neutralità della tecnologia, e aprono imprevedibili scenari in cui interventi di politica industriale e sociale saranno chiamati a rincorrere il progresso tecnologico.

Il primo luogo comune che viene capovolto è la ‘sovranità del consumatore’, cioè l’idea, tanto cara ai libri di testo di economia e alla scuola liberista, secondo la quale il consumatore ha la capacità e libertà di decidere cosa consumare perché sa cosa gli dà benessere, e quindi decide di fatto cosa sarà prodotto. Le Big Tech, invece, offrono prodotti così ben studiati da riuscire a plasmare il consumatore, con la conseguenza di alterare, a lungo andare, la sua capacità di perseguire il proprio massimo benessere. Il quadro è ancora più fosco se si guarda ai risultati degli ormai innumerevoli studi in psicologia e neuroscienze (ma anche in economia), secondo i quali l’uso intensivo dei social media tende a dare dipendenza e a danneggiare la salute mentale, soprattutto nei più giovani. Il meccanismo principale parte dal confronto con gli altri che invece di essere uno stimolo per la crescita personale diventa fonte di insoddisfazione cronica, specialmente negli anni di formazione della personalità.

Il secondo luogo comune che viene capovolto riguarda lo Stato che, a partire dalla teorizzazione della scuola liberista, è considerato ‘nemico’ del consumatore, in quanto grava con le imposte sui prezzi e quindi sul carrello della spesa, ed offre servizi che i privati potrebbero produrre in modo più efficiente. Per capire quanto questa idea sia parziale e anche fuorviante, si può ricordare che le precedenti amministrazioni George W. Bush e Barack Obama, preoccupate per la riduzione della crescita economica americana, confidarono nella capacità delle Big Tech di risollevare l’economia grazie a innovazioni tali da aumentare la produttività e, allo stesso tempo, ridurre i prezzi dei nuovi prodotti. A questo scopo prima Bush e poi Obama indebolirono l’applicazione delle leggi antitrust e ridussero di fatto l’aliquota delle imposte sulle società. Ma recentemente ci si è accorti che il contributo delle Big Tech alla crescita economica non è arrivato, e che i benefici per il consumatore ottenuti con l’abbassamento dei prezzi dei prodotti tecnologici è pagato in termini di malessere, nonché di inasprimento dei contrasti sociali. Se si vuole cercare un ‘nemico’ del consumatore, quindi, non è una buona idea individuarlo nello Stato, da cui, piuttosto, ci aspetteremmo un intervento sull’industria privata.

Il terzo luogo comune che viene capovolto è la neutralità della tecnologia, secondo cui è soltanto l’uso fatto i consumatori che rende la tecnologia ‘buona’ o ‘cattiva’. Ma questo è solo parzialmente vero, perché fondamentale è stato invece l’uso che ne hanno fatto le imprese. È esemplificativo il caso del World Wide Web, il sistema che permette un facile accesso e condivisione dei contenuti di Internet. Era stato concepito nei primi anni ’90 come mezzo gratuito per diffondere informazioni e conoscenza da Tim Berners-Lee quando lavorava presso il CERN, l’ente internazionale di ricerca fisica. Il Web poteva così diventare un mezzo moltiplicatore di libertà e democrazia, e quindi di benessere. Oggi invece il Web è diventato un’altra cosa – osserva sconsolato l’inventore – perché le Big Tech l’hanno praticamente monopolizzato e organizzato per fare profitti, e in modo nuovo. Non solo si appropriano dei dati privati di tutti coloro che utilizzano i servizi come i social media, ma si appropriano anche del tempo delle persone, e a questo scopo sono molto indulgenti a facilitare i più diversi messaggi cha passano sulle loro piattaforme, anche quelli molto dannosi. Una volta attratte le persone, il loro benessere non è più un obiettivo. E nemmeno le persone stesse, soprattutto se giovani, sono molto capaci di utilizzare questa tecnologia così organizzata per il proprio benessere, perché le forze in campo sono troppo impari: da una parte ci sono i professionisti della produzione e commercializzazione che se sbagliano (e non fanno profitti) sono immediatamente puniti dai concorrenti, dall’altra ci sono i consumatori che appaiono come dei dilettanti, perché si accorgono in ritardo quando sbagliano (perché ciò che hanno acquistato non li fa star bene), e spesso non sanno nemmeno dove cercare i loro errori.

Quali sono, dunque, gli interventi di politica industriale e sociale che ci dobbiamo aspettare? Le possibili direttrici degli interventi sono tre. La prima punta a limitare la libertà di scelta del consumatore. È il caso del divieto di utilizzare i cellulari durante le lezioni a scuola, come è scritto nella recente circolare del Ministro Giuseppe Valditara. Interventi di questo tipo sono solitamente molto impopolari tra coloro che li subiscono, e dovrebbero essere basati su un dibattito con gli scienziati e gli operatori per valutarne le opportune modalità. Sembrerebbe incoraggiante il precedente caso del divieto di fumare nei luoghi pubblici, che studi scientifici hanno dimostrato utile anche per i fumatori stessi. Ma nel caso dei social media i divieti non possono che avere efficacia temporanea, perché il mercato dei prodotti tecnologici corre velocissimo, e troverà modi per aggirare ogni divieto. Non abbiamo ancora ben imparato a controllare quanto gli studenti hanno copiato i loro compiti dalla rete, che apprendiamo dai giornali la notizia di un nuovo software di intelligenza artificiale già oggi disponibile che è in grado di svolgere i compiti scolastici.

La seconda direttrice di intervento è quella di cambiare l’utilizzo dei prodotti delle Big Tech ove possibile. Tipicamente nell’istruzione questo richiede di cambiare profondamente i metodi d’insegnamento e di apprendimento. Da strumenti di controllo e di informazione, i nuovi mezzi digitali devono diventare strumenti di motivazione e sviluppo dei talenti e delle capacità degli studenti. Deve essere valutata con attenzione però la cosiddetta gamification didattica oggi molto propagandata, cioè l’apprendere giocando. Infatti, come ci ricorda anche la ricerca nelle neuroscienze, l’apprendimento è efficace quando le nuove nozioni non sono solo legate a un fatto contingente, ma sono ben integrate alle conoscenze acquisite precedentemente, e questo richiede tempo nonché un po’ di sforzo. Non sarà facile, quindi, trovare e implementare con successo i necessari metodi d’insegnamento, e prima ancora, formare le competenze necessarie tra gli insegnanti.

Ancora più difficile sarà cambiare certe abitudini nell’utilizzo dei prodotti delle Big Tech a cui sono tentati i genitori, come tipicamente rabbonire le bizze del bambino mettendogli tra le mani un tablet o uno smartphone. Eppure è stato recentemente dimostrato che questo è deleterio per il suo sviluppo emotivo e sociale. E’ vero che i nuovi prodotti tecnologici possono aiutare enormemente i genitori nell’educazione, ma bisogna saperli usare. Occorrerebbe quindi diffondere informazioni scientificamente fondate sul loro uso e sulle conseguenze che ne derivano. Ma intervenire oltre nell’educazione dei figli è e sarà un’impresa delicata e molto impervia.

La terza direttrice di intervento può essere qui auspicata, ma è anche la più impegnativa e improbabile. Si tratterebbe di costruire piattaforme digitali a controllo pubblico che possano competere efficacemente con quelle private. Dovrebbero far proprie le migliori pratiche di utilizzo delle nuove tecnologie già oggi sperimentate, svilupparle e diffonderle per renderle come dei nuovi standard. Il patrimonio pubblico storico-culturale, a cui si potrà facilmente aggiungere il patrimonio dei dati sull’istruzione e la sanità, costituirebbe una formidabile base di partenza.

Per concludere, l’articolo di giornale di Joe Biden promette bene, e l’impostazione europea sulla materia sembra essere ancora più determinata. Ma la strada sarà terribilmente lunga e in salita, e di questo, ahinoi, le Big Tech non possono che rallegrarsi.


Neutralità tra coerenza e opportunismo

Il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di Joe Biden in cui il Presidente attacca le Big Tech, accusandole di sfruttare i dati personali e di estremizzare la polarizzazione delle opinioni 

A occhio, l’aver riproposto l’annosa disputa sulla nostra neutralità sembra essere tra i rari tangibili risultati di un’edizione sottotono del Wef di Davos destinata a entrare negli annali forse unicamente per l’indecorosa speculazione degli affittacamere. Tra realtà storiche, miti, interpretazioni strumentali la questione è tanto centrale quanto impossibile da considerare in modo univoco. Siamo in effetti nel campo della polisemia, dell’evoluzione storica, dell’ambiguità e dei rapporti di forza. 

Ne sa qualcosa Ignazio Cassis che ha a più riprese cercato di rendere meno rigida, sulle tracce di Micheline Calmy-Rey, l’equidistanza patria. Passare dalla “neutralità attiva” della socialista ginevrina a quella “cooperativa” del ticinese non sarebbe stato solo un passaggio semantico: avrebbe consentito ad esempio esercitazioni militari congiunte con forze Nato. Troppo per il Consiglio Federale che preferisce rimanere al più prudente rapporto redatto 30 anni fa. 

La pressione occidentale (e ucraina) nella località grigionese si è manifestata con insistenza, ma al momento sono fuori discussione sia la fornitura di armi sia l’utilizzo, richiesto in particolare dalla sinistra (Ps), dei fondi congelati agli oligarchi russi (7,5 miliardi, bruscolini stando alla stima di 200 miliardi) per la ricostruzione del paese aggredito. Un passo audace che necessiterebbe tuttavia di una modifica legislativa, e comunque gravido di potenziali contraccolpi per la piazza finanziaria. 

La destra, che può certamente rivendicare coerenza nella difesa della neutralità -suo caposaldo identitario, cifra del suo Dna- ha già sfoderato le spade: l’iniziativa lanciata da Pro Svizzera (in sostanza Blocher, l’Udc, gli ultras sciovinisti dell’Asni – Azione per un Svizzera Neutrale e Indipendente) mira a iscrivere nella costituzione una definizione rigida e blindata della neutralità che vieterebbe per esempio sanzioni economiche come quelle oggi attuate contro Mosca.  

La battaglia sul futuro si combatte anche sull’insidioso terreno del nostro passato. Chi ne difende una definizione integralistica risale alla sconfitta di Marignano nel 1515 che segnò la fine definitiva dell’espansionismo elvetico. La moderna neutralità non fu comunque l’espressione di un epico sussulto patriottico, bensì il risultato di una sostanziale imposizione straniera alla fine delle guerre napoleoniche. 

Concetto intricato e soprattutto facilmente strumentalizzabile da chi, più o meno candidamente, lo associa ad astensione, disimpegno, isolamento. Le neutrali Austria o Svezia sono nell’Ue, noi stessi siamo membri dell’Osce e del Partenariato per la pace con la Nato, i militi di Swisscoy sono da anni nel Kosovo, la bandiera della missione militare di pace svizzera sventolava tra le due Coree già nel 1953. Non esiste “la neutralità”, esistono “le neutralità”. 

Siamo mai stati veramente neutrali durante la guerra fredda? I buoni uffici e le mediazioni non sono forse sopravvalutati? Una neutralità impalata si presta anche ad accuse di opportunismo: quelle lanciate nella diatriba su fondi ebraici e oro dei nazisti o sul Sudafrica dell’Apartheid non hanno certamente rafforzato l’immagine di prodi “liberi e svizzeri” in grado di garantirsi con la loro superiorità morale un’eterna pace kantiana. Di kantiano qui c’è, eventualmente e più prosaicamente solo la complessità: tra neutralità e indifferenza così come tra equidistanza e codardia, tra coerenza e camaleontismo il confine è labile. Sarà la cruciale battaglia politica in corso a disegnarne il tracciato.

Articolo scritto per laRegione
Nell’immagine: gli svizzeri alla battaglia di Marignano


Beat Feuz, che volle essere un campione e un uomo

Il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di Joe Biden in cui il Presidente attacca le Big Tech, accusandole di sfruttare i dati personali e di estremizzare la polarizzazione delle opinioni 

In questi tempi di magliari dell’immagine e di ‘tromboni della pubblicità’ (copyright Brassens e Svampa) si può rimanere se stessi, anti-star al punto da rifiutare le interviste in inglese e di rifugiarsi a Oberperfuss in Austria? Si può, e lo ha dimostrato l’olimpionico e campione del mondo Beat Feuz, ma non è facile, anche senza essere necessariamente indecenti come i calciatori che si autocelebrano con i tatuaggi e le acconciature più strane e dimostrano il loro statuto di intoccabili con la trasgressione sempre più costante dello sputo. 

Certo, gli sciatori sono bardati da capo a piedi, non hanno pelle e capelli da mettere in mostra, ma in modo sempre piú ostentato attribuiscono il loro successo a chi fornisce il materiale, e concede un ‘bonus’ a ogni presenza televisiva; vedasi Kilde che non manca mai di accennare ai suoi sci, ammiccando come un vero magliaro. Per non dire delle ragazze costrette ad alzare in modo poco elegante la gamba per mettere in mostra la loro merce all’arrivo.

E dire che sino al 2007, ai telecronisti non era permesso citare la marca dello sci; anche se qualcuno non lo ha mai fatto, per principio, pure in seguito. Va ricordato,en passant, il caso dell’olimpionico di atletica sui 5-e 10’000 metri, il finlandese Lasse Viren, che ebbe grossi guai per essersi tolto e aver sventolato gli scarpini nel 1972 a Monaco di Baviera nel trionfale giro di pista; evitò la squalifica dicendo che aveva troppe vesciche ai piedi…

È straordinario come il pacioso Beat, abbia attraversato 15 anni di carriera ad alto livello con la massima discrezione,  senza concedere nulla alle lusinghe dei pataccari dell’immagine, di chi ti vuole vendere attraverso qualche gesto sopra le righe per monetizzare in qualche modo i tuoi successi: a partire dal trofeo ‘Topolino’, una specie di mondiale per ragazzi, vinto a 15 anni, per continuare con il bronzo ai mondiali juniores nello slalom (!) a 18 anni, e altre tre medaglie a 20 anni, oro in discesa, supergigante e combinata, ancora bronzo nello slalom. Un predestinato, celebrato come il nuovo fenomeno dello sci.

E il diretto interessato? Neanche una piega, non il minimo scostamento dai coetanei di Schangnau nell’Emmenthal; la ‘Runde’, la tavolata serale per una birra con i compagni, prima o dopo la zuppa, e poco altro. Il cantiere per l’apprendistato e lo sci. Poi solo lo sci e a 25 anni il momento terribile in cui i medici, in seguito a una serie di operazioni al ginocchio non riuscite, gli comunicano che non si sentono di escludere l’amputazione della gamba. Beat la evita, supera un momento di sconforto e dopo due anni rientra, anche grazie alla tenacia, all’abilità della fisioterapeuta austriaca Katrin Triendl, diventata sua compagna, madre di due figlie di 4 e 2 anni.

In questo sport gli infortuni, anche gravi, sono accettati come una specie di decima da pagare al il dio norvegesi delle nevi Thor, inventore degli sci (di legno, allacciati al piede con corde), invidioso di chi lo voleva emulare.

E dire che il primo amore di Feuz fu il volo dal trampolino: il 10 febbraio 1985, a un giorno dal suo ottavo compleanno, debutta ad Adelboden, atterra male e si rompe entrambe le caviglie. Sarà costretto per 3 mesi sulla carrozzina, per passare poi a uno sport che si rivelerà solo in apparenza meno pericoloso. Sempre in ansia per il suo ginocchio malmesso, Feuz raggiungerà il vertice della discesa e del supergigante solo attorno ai 30 anni, dopo un bronzo a Beaver Creek a 28,  e un oro a S. Moritz a 29, seguiti più tardi da un altro bronzo a Cortina, a 34 anni, sempre ai Mondiali.

A 31 anni Beat va anche sul podio olimpico, a Pyeongchang, in Corea: sorprendente secondo nel supergigante, terzo in discesa. L’anno scorso a Pechino, chiude in gloria con l’oro olimpico in discesa.

Negli ultimi anni aveva vinto  a Garmisch-Partenchirchen, due volte a Wengen, due a Beaver Creek, 3 a Kitzbühel, dove sabato ha chiuso con un 16esimo posto, ma con un’ultima dimostrazione del suo grande talento, in una gara in cui il numero di partenza e lo sci avevano troppa importanza. Nel primo tratto molto tecnico, con le curve in fortissima pendenza e contropendenza Feuz aveva il miglior tempo, tanto per sorprenderci sino all’ultimo, lui che aveva fatto il gigante solo nella stagione 2011-12 per cercare qualche punticino nella memorabile sfida per la Coppa del Mondo, persa contro il grande Hirscher per soli 25 punti. Ha vinto 13 discese e 3 supergiganti, è salito 59 volte sul podio, combiante comprese. 

Da un punto di vista tecnico, Feuz passerà alla Storia dello sci per il suo straordinario senso della linea, ora sempre meno importante, perché i tracciati sono obbligati, le curve sempre più numerose e strette. Ma laddove lo spazio lo permetteva, Feuz faceva finta di seguire le indicazioni degli allenatori e poi lasciava sfogare il suo istinto che, paradossalmente, lo portava a livello dei

migliori ingegneri informatici, quelli che ti calcolano al computer l’attacco e la chiusura ideale della curva, il raggio vincente.

E noi siamo felici di concludere così, dicendo che il contadino e muratore Beat da Schangnau, guardava la pista, la memorizzava, e sceglieva la strada giusta, la linea ideale, senza avere nessuna traccia sul tablet. Quella misteriosa linea tutta sua che l’ha guidato anche nella vita, oltre le mode e l’aria del tempo, contro, anzi.

Eppure, nessuno nel mondo dello sci maschile ha goduto della stima di cui ha goduto Feuz, in tutti i Paesi, presso i colleghi di tutte le età, campioni affermati e debuttanti.  Nemmeno i grandi del passato, Zurbriggen e Killy a parte.


Vent’anni dopo il delitto di Ponte Capriasca

Il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di Joe Biden in cui il Presidente attacca le Big Tech, accusandole di sfruttare i dati personali e di estremizzare la polarizzazione delle opinioni 

Inizio dicembre 2002, l’ora di cena, e c’era già aria di Natale. Nei centri più importanti del Ticino, addobbi, luminarie, vetrine dei negozi evocativi; nei villaggi discosti, la tranquilla intimità della festa più sentita dell’anno. Fu proprio su uno di questi, Ponte Capriasca, che si abbatté la tragedia; soprattutto su una famiglia che viveva giorni particolarmente gioiosi per un futuro lieto evento. 

Fu l’assassinio di Flavia Bertozzi Moroni, in attesa di due gemelli. Per efferatezza, circostanze e modalità, un delitto vissuto come un trauma in tutto il Cantone. Flavia era a tavola con un’amica, si seppe poi che quella sera sfogliarono e commentarono assieme una pubblicazione sulla maternità. I due delinquenti avevano trovato la casa senza difficoltà, con poche domande in giro per il paese. Cercavano il marito di Flavia, una guardia di confine, in quei giorni oltre Gottardo per un periodo di formazione. Nove mesi prima uno dei due, il rumeno Klaus Ingo Opris, aveva avuto un alterco per un controllo alla frontiera di Chiasso-Brogeda. Per mesi Opris aveva ossessivamente preparato e pianificato l’omicidio, aveva cercato informazioni e complici, e infine assoldato il ceceno Alexander Bakaev (autore materiale del delitto) per consumare l’assurda, atroce vendetta. Assente il marito, una vittima ci doveva essere, e sarebbe stata Flavia. Nei loro piani iniziali dovevano colpire altre due guardie di confine, la prima tappa Ponte Capriasca, e poi in altre località, nel Mendrisiotto.

Negli anni successivi si seppe parecchio della dinamica dell’omicidio, di chi e come lo aveva commesso. La famiglia di Flavia aveva sempre taciuto, piegata e raccolta nel suo dolore,  dedicandosi alla memoria della vittima dando vita a un’organizzazione umanitaria che con discrezione ha aiutato soprattutto bambini bisognosi, dall’America Latina all’Africa. E che per la prima volta, vent’anni dopo, decide di parlare pubblicamente di un dolore impossibile da cancellare. Lo ha fatto nel documentario in due puntate di Dimitris Statiris, che la RSI propone stasera e domani sera, alla ripresa di “Storie” (settimanale prodotto da Michael Beltrami e condotto da Rachele Bianchi Porro). Ricostruzione dettagliata, intensa, molte testimonianze riferite con inevitabile ma contenuta emotività anche di chi intervenne subito dopo il dramma e nelle inchieste delle settimane e dei mesi successivi.

Riemerge così un Ticino che di fronte a quell’orrore si sentì più fragile. Come se avesse perduto la sua innocenza. Ci fu chi parlò, tra le autorità, di ‘Attacco alle istituzioni’, volendo probabilmente indicare l’attacco a una società basata sulla convivenza che andava difesa con molta determinazione; ci furono riflessioni politiche e anche strumentalizzazioni sul ‘pericolo che arriva da fuori’; ci fu soprattutto una famiglia spezzata, e un cantone inquieto che si interrogava. Un Ticino spesso fin troppo litigioso anche su questioni che non meriterebbero tanta attenzione e soprattutto tanta animosità, si ritrovò come comunità nel medesimo stato d’animo. Non che negli anni precedenti non vi fossero stati episodi tragici, come il sanguinoso ‘raid’ di Erminio Criscione, che dieci anni prima, in poche ore, aveva commesso una strage, sei morti e sei feriti. Ma il delitto di Ponte Capriasca provocò un’emozione e una partecipazione del tutto particolari.

Un senso di comunità ferita e unita che avremmo conosciuto anche nove anni dopo, con la morte di tre giovani ticinesi (fra le 17 vittime) nell’attentato di Marrakesh in Marocco. Quando il governo federale sembrò poco in sintonia con i nostri sentimenti: ci furono per questo polemiche con Berna, prese posizione addirittura il Consiglio di Stato, e alla fine Berna capì che una comunità colpita in quel modo doveva sentire più vicinanza anche da parte di chi sta nel ‘palazzo’, e a “rimediare” ci pensò l’allora ministra degli Esteri, Micheline Calmy-Rey, in un’intervista alla RSI, a lungo sollecitata.

Ricordare Flavia significa ricordare uno di quei momenti. 


Morto David Crosby, baffi e capelli lunghi di una rivoluzione chiamata folk rock

Il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di Joe Biden in cui il Presidente attacca le Big Tech, accusandole di sfruttare i dati personali e di estremizzare la polarizzazione delle opinioni 

di Francesco Prisco Il Sole 24ore

 

Se nell’America degli anni Sessanta l’idea di Rivoluzione avesse avuto un volto, su quel volto ci sarebbero stati i capelli lunghi e i baffi da ranchero di David Crosby. Nessuno meglio del cantante, autore e chitarrista losangelino – morto a 81 anni dopo una lunga malattia di cui pochi erano al corrente – ha incarnato la smisurata creatività, l’idea situazionista di libertà e l’attivismo meravigliosamente confuso di quell’epoca. Non Abbie Hoffman che del Movimento fu un po’ il capo politico, non il guru delle droghe psichedeliche Timothy Leary e nemmeno Bob Dylan senza il quale Crosby, probabilmente, avrebbe fatto un altro mestiere. Forse perché Crosby era Hoffman, Leary e Dylan messi insieme, l’uomo di cui, per essere veramente parte del Movimento, dovevi ascoltare le parole. Se soltanto si fosse ricordato il suo nome.

Uno con il tutto

Ha fondato e sciolto band con disinvoltura sopraffina. Creando generi, inventando tendenze, regalandoci canzoni memorabili. Ha preso posizione una volta in più di quanto sarebbe stato necessario, sperimentato sostanze, praticato libero amore. Che significava essere uno con il Tutto, come Hölderlin, ma un paio di secoli più tardi. E in California: scusateci, ma non è un dettaglio banale. Figlio di Floyd Crosby, direttore della fotografia molto popolare a Hollywood, premio Oscar per Tabù di Friedrich Murnau, da ragazzino faceva parte di un coro: dove credete che abbia imparato a fare le armonie vocali così bene? Si avvicinò al folk e cominciò a scrivere canzoni, poi sulla Sunset Strip scoprì la musica dei Beatles e incontrò ragazzi come lui che venivano da altre parti d’America, Roger McGuinn e Gene Clarke.

Byrds, la via del folk rock

Da qui la pazza idea di fare folk utilizzando le chitarre elettriche, il linguaggio dei Beatles: i Byrds e quel fulminante esordio intitolato Mr. Tambourine Man nacquero così. Bob Dylan non poté non innamorarsene, tanto più che il loro repertorio gli pagava bei soldi di diritti d’autore. Crosby, che sul palco indossa una mantellina da menestrello, regala al progetto perle sofisticate come Everybody’s Been Burned e Mind Gardens. Avevano inventato il folk rock e non se ne erano accorti, così come non sapevano di essere il primo supergruppo della storia: formazione aperta, tutti per uno e ognuno per sé. Ci si prende e ci si lascia, perché è l’epoca del libero amore. Curioso che l’avventura di Croz coi Byrds si sia conclusa per Triad, una sua canzone che parlava di «fare le cose a tre», giudicata troppo osé da McGuinn.

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Crosby, Stills, Nash & Young in un’esibizione del 2000 (Afp)

Crosby, Stills, Nash e l’epoca di Laurel Canyon

Pazienza: Croz ha intanto incrociato il texano Stephen Stills dei Buffalo Springfield e il britannico Graham Nash degli Hollies e con loro fonda il primo supergruppo che sa di esserlo, una specie di Internazionale canzonista. Crosby, Stills & Nash (1969) è un disco epocale, il loro set a Woodstock una delle cose che più lasciarono il segno nel festival che più ha lasciato il segno, Croz vi contribuisce con la rabbia di Long Time Gone, la melodia sbilenca di Guinnevere e quelle armonie vocali che tutti provarono a copiare. Si apre così l’epoca di Laurel Canyon, il posto di Los Angeles sulle cui colline dovevi vivere, se volevi essere parte di quella «cosa» che stava succedendo, sotto gli occhi ammirati di tutto il mondo. Una scena di cui Crosby era instancabile animatore.

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Da sinistra Young, Crosby, Nash e Stills sul palco nel 1970

Se soltanto potessi ricordarmi il mio nome

Tutto è aperto nella controcultura americana dei primi anni Settanta. CSN non fanno eccezione: condividono canzoni, dischi, palchi, donne, droghe. Si allargano a quartetto con il supporto del canadese Neil Young, vecchia conoscenza di Stills ai tempi dei Buffalo Springfield, e costruiscono monumenti come Déjà vu (1970) o il live 4 Way Street (1971). Ognuno porta avanti i suoi progetti solisti cui gli altri tre collaborano e Croz, nel 1971, pubblica If I could only remember my name, tra gli album più importanti di quel decennio. Provateci voi ad ascoltare l’epica Cowboy Movie senza commuovervi. Condividono tutto e, qualche volta, litigano: così nasce il duo Crosby & Nash (1972) cui gli altri due sodali, quattro anni più tardi, risponderanno con la Stills-Young Band.

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Il celebre ritratto di Crosby da «If I could only remember my name»

La vendita del catalogo a Iconic Artists

Attivista anti nucleare (vedi alla voce No Nukes) ed ecologista convinto, sostenitore di Occupy Wall Street e, in tempi più recenti, di Greta Thunberg, Croz ha detto tutto quello che voleva, nonostante la Cia avesse aperto un dossier su di lui, e fatto la vita che voleva, nonostante più di una volta fosse andato vicino a rimetterci le penne. Non si è fatto mancare niente, compresi il carcere (nel 1986 ha scontato cinque mesi di detenzione in Texas per essere stato arrestato, qualche anno prima, in un nightclub di Dallas in possesso di cocaina e di una pistola carica) e un trapianto di fegato. Ha fatto musica fino alla fine, con la giovanissima Lighthouse Band. Nel marzo 2021, come tanti illustri colleghi, aveva scelto di vendere il suo catalogo (al fondo Iconic Artists, per una cifra non precisata tra i 100 e i 200 milioni di dollari) ma senza andarne particolarmente fiero: «Era l’unica opzione che avevo, lo streaming si è rubato i miei soldi», dirà.

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Crosby a una manifestazione di Occupy Wall Street (Epa)

Patrimonio personale da 10 milioni

Il suo patrimonio personale era stimato da Celebrity Net Worth sui 10 milioni di dollari, anche grazie a un accordo da 5 milioni con l’imprenditore Steven Sponder cui aveva ceduto il suo nome per la creazione del brand di cannabis legale Mighty Croz. Vincitore di un unico Grammy, per il documentario Remember my name, ma due volte introdotto nella Rock and Roll Hall of Fame (con i Byrds e con CSN), non ha mai dato troppa importanza ai riconoscimenti terreni. Era un uomo di grande spiritualità e ancora maggiore senso dello spirito. Fino all’ultimo molto attivo su Twitter, una manciata di giorni fa, a proposito del Paradiso, scriveva: «Ho sentito dire che è un posto sopravvalutato… pieno di nuvole». Adesso avrà occasione di verificare di persona. Se soltanto riuscirà a ricordarsi il suo nome.


Nuvole nere sul pallone italiano, nerissime sul suo giornalismo

Il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di Joe Biden in cui il Presidente attacca le Big Tech, accusandole di sfruttare i dati personali e di estremizzare la polarizzazione delle opinioni 

La cronaca ci dice che, negli ultmi mesi, il calcio italiano ha dovuto affrontare ed elaborare due gravi lutti. Sinisa Mihajlović e Gianluca Vialli hanno infatti salutato la compagnia dopo annunciata grave malattia. «Gli eroi sono tutti giovani e belli» e loro due «ci nacquero», ci ricordano Guccini e Totò. Il clamore per la loro dipartita è stato davvero enorme, oltrepassante l’impervia barriera chiamata «tifo» e, ovviamente, i confini nazionali. Sono stati, i due, calciatori di grandissimo livello eppoi allenatori di prestigiosi club (per qualche anno hanno pure condiviso esperienze in comune, fianco a fianco).

Esaurite le sacrosante laiche commemorazioni, alcune davvero toccanti, il mondo del pallone ha ripreso il suo tran tran. L’incredulità per queste due morti precoci (53 anni il serbo, 59 l’azzurro) è stata lenita e risolta con il guardare avanti, il riprendere le vecchie, non sempre tutte buone abitudini. La sfera di cuoio è tornata a rotolare procurando emozioni e rinnovando passioni: in fondo, come ha ben sottolineato Libano Zanolari su questo portale, «la dittatura del pallone ha una potenza enorme in sè»: ci indignamo per tutte le orrende nefandezze perpetrate per organizzare un mondiale in mezzo alle dune, giustificato solo dall’arrogante potere dei soldi, ma poi quando la rete si gonfia sono emozioni irresistibili per i tifosi. E pace per i morti sui cantieri di queste cattedrali, pur denunciate ai quattro venti da documentari, rapporti, testimonianze, libri, ecc. «The show must Go On»: ci si torna ad insultare sugli spalti e con la ferocia del gruppo, ci si esprime con cori razzisti (al punto da ridurre al pianto due giovani calciatori del Lecce: Lameck Banda e Samuel Umtiti), ci si dà appuntamento sull’autostrada per regolare i conti come all’ «Ok Corral». E sono legnate vere.

Nuovi idoli prenderanno il posto di Sinisa e Gianluca perché, come diceva qualcuno, «domani è un altro giorno» e… «morto un papa se ne fa un altro». Via libera alle banalità, pure loro necessarie per superare certi momenti. Anche i giornali hanno esorcizzato il tutto rimettendo la faccenda sull’antagonismo fra le diverse bandiere, sulla competitività, o se si preferisce sul tifo. Con un obbligo tassativo: assolutamente proibito usare una parola, doping.

E certi brutti pensieri, o semplici risposte sul «perché …» (così giovani belli) rimangono latenti. Quasi fossero un fastidio da nascondere, un segreto da custodire. Il verbo dei media rimane sintonizzato sul «tutto va bene», sul via… cancelliamo anche i brutti ricordi (Vialli da splendido atleta in un attimo si ritrova un «X-Men»), lasciamo stare altre tragedie (la Sla di Borgonovo e Signorini, di Anastasi, la morte misteriosa di Fortunato e di Ventrone… sì il famoso preparatore fisico che sembrava un istruttore dei marines). 

Il pallone «deve» continuare a rotolare. Un atteggiamento ipocrita e per nulla confacente ad un giornalismo che si vuole «sul pezzo», dunque animato da ricerche e inchieste. Ma lo spartito è quello ed il coro consolidato. «Facciamo finta di essere sani», dai, non costa nulla. Eppoi buttare sabbia nell’ingranaggio porta male, sembra quasi uno sputo nel piatto in cui si mangia. Questo il trend, anzi, il comandamento mai dichiarato ma da tutti i media praticato. Fino a quando, ed è cronaca di pochi giorni fa … un qualche ex-calciatore, mosso da semplice ma profonda paura, una qualche domanda se la fa, e la rende pubblica. Come Dino Baggio che ricorda certe esperienze non proprio esaltanti («bisognerebbe investigare sulle sostanze prese in quei periodi» sono le sue testuali parole, e aggiunge «certi integratori assunti hanno fatto bene o no? E queste sostanze siamo riusciti ad espellerle oppure ci sono rimaste dentro? Io ho paura, sta succedendo a troppi calciatori»). A Dino Baggio ha fatto subito eco un altro giocatore dell’epoca, il rumeno Florin Raducioiu («facevo flebo con liquido rosa», ora voglio saperne di più) eppoi anche Massimo Brambati («Micoren come caramelle, prendevo anche l’amilina, una sostanza non dopante ma dall’effetto evidente: non sentivo la fatica, avevo i battiti accelerati e una maggiore prontezza di riflessi»). Il figlio di Beatrice, altro morto eccellente,  e Antonio Di Gennaro, che del suo debutto, diciannovenne, ricorda che ( «la partita si interruppe ed il massaggiatore venne a darmelo in campo»).

 Dichiarazioni spontanee, mitigate da giustificazioni che si trasformano in aggravanti: ignoranza accettata («non sapevamo cosa prendevamo»), obbedienza incomprensibile («C’erano allenatori che se non facevi la flebo, si arrabbiavano»). Queste voci sono subito state censurate, Mancini su Baggio ed il medico di allora del Brescia a Raducioiu, ma anche questa non è una reazione sana. Quasi un’ammissione di colpa: in fondo dagli ex-calciatori è arrivata solo una richiesta di chiarimenti, una risposta a timori (personali, intimi e comunque assolutamente legittimi) oggi in grado di togliere il sonno.

 No, qui non si vogliono emettere sentenze che non ci competono. Ci basta che si evitino banalità e che serenamente si aprano inchieste volte alla NON ripetizione di certe azioni nocive. Perché «vincere non è l’unica cosa che conta», perché lo sport dovrebbe essere sinonimo di salute, perché il divertimento o la passione non possono essere pagati fino alla morte. «Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi»… diceva Bertolt Brecht. 


Massaggi per la mente: gli stenogrammi filosofici di Günther Anders

Il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di Joe Biden in cui il Presidente attacca le Big Tech, accusandole di sfruttare i dati personali e di estremizzare la polarizzazione delle opinioni 

“Rimpicciolire i fatti significa: soffocare i fatti. Soffocare i fatti significa: dominare quegli uomini che (non da ultimo perché da questi fatti sono minacciati) hanno il diritto di conoscerli e che eventualmente potrebbero ribellarsi. Dunque: rimpicciolimento dei fatti significa oppressione dell’uomo”. Lo scriveva uno dei maggiori filosofi del ‘900, Günther Anders (1902-1992) – Stern il suo vero cognome – filosofo dell’olocausto, della minaccia atomica ma soprattutto filosofo della tecnica e forse ancora di più filosofo dello svelamento e della critica del potere e del conformismo. 

Filosofo scomodo, ovviamente, come dovrebbero essere tutti i veri filosofi. E chi non lo ha mai letto ha ora l’occasione per avvicinarsi al suo pensiero con una raccolta di suoi aforismi dal titolo: Stenogrammi filosofici (Bollati Boringhieri), per l’ottima cura e traduzione oltre che per la perfetta Prefazione di Sergio Fabian, con una Postfazione di Rosalba Maletta. 

Sarà una sorpresa allora, chiuso il libro di Anders (pubblicato per la prima volta nel 1965), scoprire che i filosofi non scrivono solo saggi per pochi eletti, con frasi contorte e autoreferenziali, ma esistono anche filosofi profondi ma leggibilissimi e godibilissimi e che grazie alla loro chiarezza e al loro guardare il mondo per come è ci pongono davanti a questioni grandi e importanti, che noi invece tendiamo a rimuovere, a rimpicciolire appunto: come ieri, per Anders, la minaccia delle armi atomiche; come oggi, per noi, la crisi climatica che appunto il potere ci porta a rimpicciolire con la sua pedagogia (crescente e sempre più insistita, se ci fate caso) per generare la nostra resilienza (cioè l’adattamento alla crisi climatica stessa, importante è non modificare mai, né mettere in discussione il sistema), risolvendo con i cannoni per la neve artificiale – e quindi permettendo la sua riproducibilità come sistema tecno-capitalista del profitto, che è ecocida e nichilista per vocazione e per sua essenza – la continuazione dell’industria/business del turismo e del divertimento/godimento che invece è ad alto impatto climatico. 

Una analoga azione di rimpicciolimento è svolta dal potere contro l’aumento delle disuguaglianze nel mondo (è appena uscito l’ultimo Rapporto Oxfam, da leggere), così che a nessuno venga in mente di tassare davvero i ricchi sempre più ricchi. Perché il rimpicciolimento è funzionale a “rendere gestibile emozionalmente la smisuratezza del terribile” (Anders) che pure è sotto i nostro occhi.

Servirebbe dunque e invece e urgentemente una azione contraria al rimpicciolimento, cioè “l’attività di coloro che riportano i fatti rimpiccioliti alla dimensione del visibile, che ridanno la loro forma reale agli avvenimenti nascosti, che rimettono al loro posto ciò che è alterato”. E invece questa azione, dal potere e da tutti noi conformisti “viene definita esagerazione”. Al contrario, scrive Anders, dobbiamo esagerare, “perché l’esagerazione è un atto politico. Definisce una azione di libertà: la liberazione dei fatti dalla minuscola cella in cui li ha rinchiusi il rimpicciolimento. E pertanto, esagerare produce la liberazione dell’uomo: in direzione della verità”. Ma ne siamo capaci? Siamo capaci di ingrandire e di muoverci in direzione della verità? Siamo capaci ancora di compiere azioni di libertà – non a parole (in questo siamo bravissimi), ma concretamente?

Pensiamo al nostro dover consumare sempre di più, anche quando oggi è mascherato da green economy e da economia circolare. In effetti, scriveva allora Anders – ma oggi siamo appunto nella stessa condizione esistenziale – “il trend indica un consumo ininterrotto, un’esistenza in cui noi consumiamo ininterrottamente così come respiriamo. E poiché non c’è nulla che non diventi oggetto di consumo [uomo compreso] l’avvicendarsi di un oggetto di consumo a un altro garantisce la continuità del consumo”, cioè della produzione, perché il consumo, scriveva  sempre Anders è il vero mezzo di produzione. Ma così entriamo, continuava, in una “condizione animale. Anzi, la condizione degli animali più triviali […] quella del pollo, del perennemente beccante. […] Poiché non hanno bisogno che qualcos’altro li interessi, sono anche defraudati della facoltà di interessarsi a qualcos’altro. Vivendo nel paese della cuccagna […] se sperimentano lo spazio è tutt’al più quando cercano di scappare, cioè nella fuga”. Non però “verso l’aperto, ma verso il chiuso; non verso la scoperta ma verso il coperto. In breve: restano piccoli borghesi. […] Ecco: il piccolo borghese è ciò che dobbiamo aspettarci come esito finale dell’avventura tecnica, poiché la tecnica consegna a domicilio il mondo come piacevole consumo permanente. Il piccolo borghese, sempre che l’umanità non si estingua prima del raggiungimento di questo punto più basso, sarà l’ultimo uomo”. 

E tutti siamo diventati – oggi ancora di più – piccoli borghesi. Anche noi rimpiccioliti, in un mondo di fatti rimpiccioliti e di esistenze rimpicciolite anche se sempre più narcisiste e megalomani. E sempre più connesse: e già ci precipitiamo su ChatGpt, dove la nostra alienazione da noi stessi e il nostro rimpicciolimento esistenziale e intellettuale rispetto alle macchine sta compiendo un ulteriore passo avanti verso il peggio: perché se Google ci presenta una serie di link a siti web dove cercare le risposte, confrontare e approfondire (e quindi all’uomo resta una parte, anche se sempre più ridotta, di azione consapevole), l’IA di ChatGpt (che Anders non poteva conoscere) ci solleva anche da questa fatica, dandoci una sola risposta, unica e immediata sulla base delle sue ricerche: di cui però non conosciamo le fonti, né sappiamo come vengono generate le risposte. Però noi ci fidiamo di questa esattezza, perché basata sul calcolo e il calcolo (non più Dio, non più la Ragione) è per noi la verità. E più siamo calcolabili, più diventiamo solo numeri/dati, quindi sempre meno siamo esseri umani.

La tecnica, appunto. Quella di oggi profondamente diversa da quella del passato, perché (Anders) oggi non esistono più macchine singole (non solo il martello, ma anche la mia vecchia macchina da scrivere meccanica), ma macchine che si devono integrare in macchine sempre più grandi e sempre più automatiche e che imparano da sole e si accrescono da sole come sistema tecnico: Anders lo chiamava principio di convergenza delle macchine, che  ci porta verso il totalitarismo degli apparecchi e degli apparati tecnici – un processo potentissimo, ma così rimpicciolito e così ben mascherato da una illusione di libertà che non lo vediamo, che non dobbiamo vederlo. 

Perché dobbiamo essere illusi di una libertà che in realtà non abbiamo (e più siamo connessi, meno siamo davvero liberi), perché l’industria del conformismo, scriveva Anders, ci defrauda della libertà e noi accettiamo felici questo defraudamento. Una industria che ci lavora psicologicamente in questo modo: “Convincere noi, milioni di defraudati del proprio sé che invece siamo o abbiamo un sé. Sollecitarci a esprimere il nostro sé (che non abbiamo) […] persuadendoci che noi siamo qualcosa di più di semplici destinatari. E, cosa ancora più ridicola, è che ne siamo davvero convinti”. E a produrre questa defraudazione e questa illusione non servono forse il marketing, il management delle risorse umane,  il feticismo per le nuove tecnologie, l’industria del divertimento e della distrazione di massa?

Fin qui ci siamo limitati a estrarre da Stenogrammi filosofici pochi spunti, a nostro gusto e scelta ma con il nostro amore intellettuale, di lunga data, per Günther Anders. Se vi sono piaciuti, allora potete fare un nuovo passo e leggere i due volumi della sua opera più famosa, L’uomo è antiquato (sempre Bollati Boringhieri), sempre con il suo stile e la sua chiarezza. Per riflettere davvero sulla tecnica, sul fatto che le forme tecniche diventano sempre più forme sociali, che tra noi e la tecnica esiste un drammatico dislivello prometeico, che siamo sempre meno soggetti della storia e che la storia è fatta sempre più dalla tecnica a prescindere da noi – per cui, come sosteniamo da tempo, non siamo più nell’antropocene ma nel tecnocene – ovvero Anders ci aiuta come pochi altri a capire il mondo di oggi e a non essere stranieri a noi stessi. 

Pessimista, Anders? Meglio dire, realista. E leggerlo è allora importante. Perché “la lampadina che pretende di essere grande come la stanza che deve illuminare è una assurdità. Io cerco di fabbricare delle lampadine, non delle stanze. Talvolta addirittura delle lampadine volutamente così poco luminescenti da rischiarare la camera solo quel tanto, ma appunto solo quel tanto, da mostrare il buio che vi regna”. E grande è oggi il buio che ci circonda. Da cui provare a uscire seguendo due massime di Anders: “diventa ciò che non sei, oppure: sii ciò che diverrai”.


Grytzko Mascioni, costruttore di ponti

Il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di Joe Biden in cui il Presidente attacca le Big Tech, accusandole di sfruttare i dati personali e di estremizzare la polarizzazione delle opinioni 

Intellettuale di frontiera è una definizione usata e, talvolta, abusata per definire personalità nate o che hanno operato sul confine tra Stati, regioni, lingue, culture diverse. Se Trieste – asburgica, mitteleuropea, poi italiana – ha oggi in Claudio Magris (1939) la sua figura più nota, la Svizzera
italiana – e più precisamente il Grigioni italiano – risponde con Grytzko Mascioni (1936-2003).
Anagraficamente contemporanei, i due hanno altre affinità: entrambi firmano testi letterari e
giornalistici, narrativa di viaggio, saggi, traduzioni. La geografia culturale di riferimento è simile, se non contigua. Entrambi, nel loro campo d’attività, sono stati costruttori di ponti, entrambi hanno aperto o riaperto porte che sembravano chiuse. Un’indagine approfondita sui rapporti tra queste due personalità potrebbe partire dalle 5 lettere che Mascioni inviò a Magris e che costituiscono (ce lo dice Yari Bernasconi, che per primo ha catalogato il Fondo Mascioni oggi conservato nell’Archivio svizzero di letteratura a Berna) “il drappello più consistente”.

Grytzko Mascioni italico è il titolo di un saggio a due mani, di cui sono autori Sergio Roić e Katarina Dalmatin, edito in questi giorni da Armando Dadò in collaborazione con Coscienza Svizzera e con l’Istituto di ricerca sulla cultura grigione.

Originario di Brusio (GR), nato pochi chilometri più in là, a Villa di Tirano, Mascioni vive sin dalla prima infanzia a cavallo della frontiera italo-svizzera, tra la Valposchiavo e la Valtellina, “tra queste montagne che mi strapiombavano addosso. Io credo che basti vedere questo posto per capire che uno ha voglia di partire, di andare da qualche parte” disse in un ritratto che gli fece, nel 2000, Sergio Raselli per la RSI. Studierà poi a Milano, rientra in Svizzera, si stabilisce a Lugano, opera per circa 30 anni nel Servizio pubblico da regista,
responsabile dei servizi culturali e infine dei Rapporti esterni. 

Nello stesso ritratto televisivo citato poc’anzi, parlando dei suoi due mondi d’elezione, Mascioni osserva: “Le valli sono come grandi nidi in cui ci raccogliamo per proteggerci dalla storia e dalla natura. Il mare è il loro contrario, l’apertura, il rischio continuo, la scoperta di altre realtà”. 

Nato tra le rocciosità granitiche alpine, al mare Adriatico che lo accomuna a Magris, ma anche a quello degli Dei, l’Egeo, e al Mediterraneo Mascioni, arriva piuttosto tardi. Dapprima con i molti viaggi ed i libri (Lo specchio greco; Saffo; La notte di Apollo; Mare degli immortali; poi con la nomina, da parte del Ministero degli Esteri italiano, a direttore dell’Istituto italiano di cultura di Zagabria nell’ambito della riforma voluta dall’allora ministro Gianni De Michelis per potenziare la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo. Accanto a Mascioni, vennero nominati “ambasciatori”, tra gli altri, lo stesso Magris a Berlino, Vittorio Strada a Mosca, Cesare de Seta a Parigi. 

Nel ricco cammino di Mascioni, mirabilmente ricostruito per l’occasione, i punti cardinali – riferimenti del cuore, geografia dell’anima – sono dati da Poschiavo, piccola capitale di una nobile valle alpina alpina; Zagabria, capitale della govane Repubblica Croata, autoproclamatasi indipendente già nel 1991, ma impegnata fino al 1995 nel sanguinoso conflitto con la Serbia; e, soprattutto, giunto quasi al termine del viaggio, Dubrovnik (Ragusa), fiera repubblica marinara sulla costa dalmata, dove ha curato la presenza italiana presso il Centro Universitario Internazionale. Qui, già ammalato, Mascioni scrisse Puck, il romanzo della maturità, forse il suo testamento. Proprio sul Mascioni narratore e sull’autobiografismo di quello che per molti è il suo capolavoro si sofferma la seconda parte del volume con un denso saggio dell’italianista Katarina Dalmatin dell’Università di Spalato. 

Il testo di Roić ricompone invece passo per passo l’attività culturale di Mascioni in un Paese in guerra e sulle macerie della Jugoslavia. Un lavoro capillare e costante per consolidare la rete di antenne di italicità nell’Europa centro-orientale e istituire, nel contempo, nuovi rapporti tra quanto sarebbe rimasto-risorto dalla polveriera balcanica e l’occidente italofono-italico, di cui anche  la Svizzera italiana è parte. Convegni, incontri, scambi certosinamente ricostruiti, che hanno garantito visibilità a personaggi di primissimo piano dei due mondi.

Il denso volume, che reca una prefazione dal presidente di Coscienza Svizzera Verio Pini, descrive sommariamente anche il già citato Fondo Mascioni e comprende una utilissima bibliografia degli scritti dell’autore e sull’autore, sarà presentato al pubblico venerdì prossimo, 27 gennaio, alle 18.00 allo Studio 2 della RSI a Besso.


A proposito di piattaforme e democrazia

Il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di Joe Biden in cui il Presidente attacca le Big Tech, accusandole di sfruttare i dati personali e di estremizzare la polarizzazione delle opinioni 

Di Nicola Lacetera, Il Mulino

 

Sono passati dieci anni da quando, l’11 gennaio 2013, il ventiseienne Aaron Swartz si tolse la vita nel suo appartamento di Brooklyn. Il giovane informatico e attivista sociale era accusato di aver scaricato quasi cinque milioni di articoli accademici dalla biblioteca digitale Jstor con l’intenzione di renderli gratuitamente disponibili anche a chi non aveva un abbonamento, commettendo in questo modo una frode informatica. Insieme ad altre accuse collegate, la condanna poteva arrivare fino a trentacinque anni di reclusione.

Divulgare attraverso la rete questi articoli fu l’ultima battaglia di Swartz affinché Internet diventasse un luogo di completa condivisione e diffusione della conoscenza e del pensiero, senza condizionamenti e influenze politiche o economiche.

Per la sua formazione e le sue idee, Aaron Swartz ricordava i pionieri dell’informatica come la conosciamo oggi. Da una parte, Swartz aveva enorme talento nella programmazione, anche grazie all’esposizione ai linguaggi informatici già in età infantile, proprio come molte delle figure principali della rivoluzione digitale (si pensi ad esempio a Bill Gates). Dall’altra, il giovane attivista credeva fortemente in una società aperta, democratica e organizzata dal basso, e nella capacità delle tecnologie digitali di essere il veicolo della conoscenza necessaria affinché questo tipo di società si realizzasse. Non è un caso che i pionieri dell’informatica avevano cominciato a operare, nei primi anni Settanta, nella California delle contestazioni studentesche e dei nuovi movimenti giovanili, delle comuni e dell’amore libero, dell’uguaglianza e della condivisione. Nel suo saggio From counterculture to cyberculture, Fred Turner (Stanford University) sostiene l’espressione “villaggio globale“, coniata dal sociologo dei media Marshall McLuhan, rappresentasse in quegli anni, allo stesso tempo, l’utopia “hippie” e la potenziale realtà di un mondo interamente connesso che soprattutto il personal computer, introdotto proprio negli anni Settanta, avrebbe presto reso possibile, portando in ogni casa lo strumento per interagire, alla pari, con chiunque. I primi esperimenti con la Rete esprimevano questo spirito nella natura pubblica di questi servizi, nel supporto da parte di agenzie federali negli Stati Uniti, e nell’uso della Rete quasi esclusivamente per finalità di ricerca e di istruzione.

Nel tempo, tuttavia, questa base culturale si è trasformata da fondamento ideale a semplice e conveniente narrazione di una realtà profondamente diversa. Alla visione comunitaria della Rete si è progressivamente sostituito un approccio più libertario che raccontava una storia simile di uguaglianza e diffusione del sapere, ma che vedeva nel mercato e nella proprietà privata i veicoli per ottenere questi obiettivi. L’ondata conservatrice nella politica degli anni Ottanta e il crollo del comunismo reale fornirono ulteriore materiale ideologico per una rapida “privatizzazione” della Rete. Questa narrazione si rivelò talmente potente che molti governi di fatto sospesero l’applicazione delle regole antitrust per le imprese che operavano online. L’esplosione del commercio elettronico sembrava garantire facile accesso ai mercati per le “startup” al pari delle grandi imprese e la derivante competizione riduceva i prezzi dei prodotti e dei servizi correlati (come le spedizioni a domicilio): un indubbio vantaggio per gli utenti.

L’emergere di piattaforme digitali, come quelle che consentivano di tenere “diari” online (blog) o che creavano i primi social media (Myspace, poi Facebook e tutti gli altri a seguire) offrivano gratuitamente a individui e organizzazioni un luogo dove esprimere le proprie idee, scambiarle con altri e acquisire informazione. All’apparenza, un trionfo della concorrenza e un indubbio aumento del benessere economico e sociale.

Ma il tipo di mercato che si stava sviluppando sulla rete era molto diverso da quanto apparisse. Le piattaforme digitali sulle quali “domanda” e “offerta” si incontrano (ad esempio compratori e venditori su piattaforme di commercio elettronico, utenti/lettori e inserzionisti sui social media) beneficiano di “effetti di Rete”: più sono gli utenti che queste piattaforme riescono ad attirare, più è conveniente per venditori/inserzionisti operare su queste piattaforme; e più sono i prodotti e i servizi, più altre persone decideranno di aggiungersi, e così via. Il vantaggio dall’operare sulla stessa piattaforma porta, insomma, al dominio di pochi grandi soggetti sul mercato. Per ottenere questo vantaggio, bisogna crescere prima e più velocemente degli altri. Amazon, per esempio, ci è riuscita offrendo prezzi bassi e condizioni molto vantaggiose per le spedizioni ai consumatori, spesso a scapito dei fornitori. I social network (e i motori di ricerca come Google) offrono il loro servizio gratuitamente agli utenti, per attirarne il più possibile e rendere le loro piattaforme appetibili agli inserzionisti (paganti).

Più sono gli utenti che queste piattaforme riescono ad attirare, più è conveniente per venditori/inserzionisti operare su queste piattaforme; e più sono i prodotti e i servizi, più altre persone decideranno di aggiungersi

La quantità di partecipanti, tuttavia, non è di per sé sufficiente a rendere una piattaforma appetibile agli inserzionisti; è essenziale che ci sia “traffico” e “coinvolgimento”, e cioè che gli utenti spendano tanto tempo su questi siti, seguano i link proposti, condividano post, lascino commenti, e così via. E niente è più potente per motivare il coinvolgimento ripetuto delle persone che stimolare le loro emozioni invece che la ragione, specie se le emozioni sono negative, come la rabbia, la paura e lo scontento. Tuttavia non sempre (anzi, raramente) è l’informazione più verificata e consequenziale che stimola forti emozioni. Spesso, invece, hanno questo effetto le notizie più tendenziose, non verificate o palesemente false, ma che la maggior parte degli utenti non riesce a distinguere dalle altre. E più questi utenti rispondono agli stimoli di queste notizie, più gli algoritmi che determinano cosa vediamo sulle nostre pagine social “imparano” che sono queste le cose che ci coinvolgono e ce ne proporranno altre di simili. Tutto questo non solo è gratuito, ma mantiene anche una parvenza di libertà e di rispetto dei consumatori, a cui viene offerto proprio ciò che essi rivelano di trovare più interessante.

Ma l’informazione non è un bene come un altro. Una informazione corretta e verificabile è fondamentale per il buon funzionamento di una democrazia, affinché ci sia un bilanciamento dei poteri e il controllo su di essi dell’opinione pubblica. La sbandierata “democratizzazione” che la rivoluzione digitale avrebbe dovuto portare, consentendo a tutti di accedere a informazione e conoscenza a basso costo, tale non è se gli incentivi di chi questa informazione fornisce o veicola sono distorti e poco hanno a che fare con la qualità dell’informazione stessa. Dalle elezioni presidenziali americane del 2016 e del 2020 con conseguente assalto al Congresso, al referendum sulla Brexit, al disastro comunicativo durante la pandemia di Covid, l’avvelenamento del discorso pubblico e l’aumento della polarizzazione politica e culturale hanno avuto nei social media un carburante prodigioso.

Con il trasferimento di gran parte del discorso sociale, politico e culturale sui social network, la cittadinanza di fatto delega l’organizzazione di questo dibattito e la qualità delle informazioni su cui si basa a pochi ultraricchi soggetti privati, le cui motivazioni e obiettivi non sono chiari ma quasi certamente non includono, come predominante, quello di rendere il mondo più giusto, libero ed eguale tramite un’informazione trasparente e di qualità.

Con il trasferimento di gran parte del discorso sociale, politico e culturale sui social network, la cittadinanza di fatto delega l’organizzazione di questo dibattito a pochi ultraricchi soggetti privati

L’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk nei mesi scorsi, e la sua (almeno sin qui) grottesca gestione, rappresentano il culmine sia della narrazione panglossiana della Rete, sia dei rischi per la democrazia che la rete porta con sé. La principale piattaforma online di comunicazione e dibattito politico è in mano a una singola persona che si autodefinisce difensore della libertà di espressione, ma il suo retroterra e le sue manie, ben raccontate dalla storica Jill Lepore nel podcast “The Evening Rocket”, dicono tutt’altro. Un’origine familiare caratterizzata dall’adesione ai “tecnocrati” degli anni Trenta che immaginavano il mondo come un meccanismo governato da ingegneri, e dall’emigrazione in Sudafrica per una vita più serena da bianchi nel regime dell’Apartheid, invece di rimanere nel più minaccioso e multiculturale Canada. Una formazione culturale basata sugli elementi più tradizionali e retrivi della letteratura di fantascienza dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta, specialmente quelli superomistici e patriarcali. Un ego smisurato messo in mostra in ogni occasione, mentre molte delle sue iniziative imprenditoriali, come Tesla, hanno perso miliardi di dollari e sono spesso sopravvissute grazie a sussidi e regolamentazione pubblica. Davvero ci sentiamo tranquilli a delegare a quest’uomo l’ultima parola su quale informazione deve circolare su una così grande piattaforma?

Come ha scritto Stefano Feltri su “Domani”, le responsabilità per questa evoluzione sono diffuse e non riconducibili a un singolo individuo. La politica tutta, a destra come a sinistra (o quanto meno la sua versione da “Terza Via”), ha esaltato questo tipo di progresso tecnologico ed economico. E, purtroppo, tanti colleghi accademici hanno offerto legittimazione scientifica e intellettuale, restringendo l’attenzione solo su alcuni aspetti oggettivamente positivi della rivoluzione digitale, come la riduzione dei costi di acquisizione e diffusione della conoscenza, ma glissando sulle possibili distorsioni che alcuni osservatori avevano, invano, cominciato a denunciare, come lo stesso Aaron Swartz, Meredith Whitaker, Jaron Lanier, Frank Foer e Cathy O’Neil, tra gli altri. L’esaltazione specialmente da parte di studiosi nei dipartimenti di economia e nelle business school fa sorgere anche il dubbio che questo entusiasmo non fosse (e non sia) del tutto ingenuo e disinteressato.

Che fare, quindi? L’economista tedesco Albert Hirschman formalizzò, nel 1970, le categorie di defezione e protesta (“exit” e “voice”) per descrivere le forme che il dissenso può prendere in una comunità o mercato. Con la defezione, cittadini, lavoratori o consumatori “abbandonano” la particolare organizzazione o mercato – astenendosi dal votare, licenziandosi o non acquistando più un prodotto. L’esercizio della protesta, invece, include l’espressione del dissenso dall’interno, in varie forme di partecipazione attiva. Questa seconda forma può apparire come superiore alla prima, perché genera più informazione e prevede una partecipazione diretta al cambiamento. Ma nel caso dei social media, partecipazione significa “traffico” e traffico significa più profitti – insomma, ogni critica dall’interno non fa che rafforzare, invece che indebolire, i modelli di business delle piattaforme di social media. Più effettiva, insomma, potrebbe essere la defezione, o quanto meno una sensibile riduzione dell’attività degli utenti (chi scrive ha cancellato il suo profilo Twitter il giorno dell’acquisizione da parte di Elon Musk). Il meccanismo “virtuoso” della crescita che si autoalimenta e la narrazione che lo circonda potrebbero finalmente incepparsi costringendo a riconsiderare il ruolo di questi strumenti tanto potenti quanto pericolosi.

E se il mercato, lasciato a se stesso, non fosse in grado di correggersi, allora più regolamentazione pubblica, anche con interventi di controllo diretto sui principi degli algoritmi e sulla proprietà delle piattaforme, non dovrebbe essere un tabù. D’altra parte, proprio agli albori di Facebook, Mark Zuckerberg definì il suo servizio come una “utility”, cioè un servizio al cittadino come la distribuzione e la vendita di energia elettrica, l’erogazione dell’acqua o lo smaltimento dei rifiuti. Nel XXI secolo, insomma, è impossibile essere appieno cittadini senza l’accesso a informazione digitale di qualità. E se questa informazione passa soprattutto per le piattaforme di social media, perché il settore pubblico, attivo in vario modo nel regolare la fornitura di altri servizi, non dovrebbe essere più presente anche in questo?


La nave dei folli – Tra irrazionalità e ipocrisia gigantesca

Il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di Joe Biden in cui il Presidente attacca le Big Tech, accusandole di sfruttare i dati personali e di estremizzare la polarizzazione delle opinioni 

Da quanto risulta dalla realtà quotidiana sembra che ci siano due principi dominanti e applicati. Colmi di irrazionalità.

Il primo dice che se avvii una guerra (soprattutto per difendere i diritti, tuoi o universalmente ritenuti tali) devi continuare finché sarai sicuro di esserne il vincitore, sino alla morte. Se quindi fai parte di un’alleanza (anche solo presupposta, tipo quella “sei dei nostri”) tutti devono concorrere a fornirti armi d’ogni genere (escluse almeno all’inizio quelle nucleari, per ovvi motivi) affinché tu possa raggiungere l’obiettivo: la tua vittoria o la sconfitta che può essere solo dell’altro. O anche il ritiro dell’altro. Per questo si contano quotidianamente i metri quadrati guadagnati o persi. Per questo motivo, anche, l’Ucraina, attualmente, nel rapporto tra numero di abitanti e disponibilità di armi (sia in termini quantitativi, sia in termini qualitativi o di valori sinora espressi dai vari “donatori”, sia anche in termini di sperimentata efficacia dei razzi forniti) è un caso unico. 

Tutto ciò rende però ancora più coattivo proseguire, costi quel che costi in distruzioni e vite umane, sino alla vittoria. Con una certezza data da un’altra arma, le sanzioni economiche: il tempo belligerante, comunque duri, è più nemico dell’altro. È da questo punto di vista, anche per la implicita impraticabilità della via diplomatica che sa di resa o fallimento che si prevedono, dopo un anno, tempi più lunghi per la guerra in Ucraina.

Il secondo dice che l’applicazione o l’intensità della difesa dei diritti di un popolo, di una nazione, sono inversamente proporzionali alla distanza che intercorre tra il luogo dove sono minacciati o distrutti quei diritti e dove tu difensore o proclamato difensore o donatore o sanzionatore ti trovi, con i tuoi interessi politici o commerciali. E se ne possono dare due esempi concreti.

1. Diritti altri e discosti

Il Sac-Mi o Consiglio consultivo speciale per il Myanmar (Birmania), una associazione di esperti indipendenti, rivela in un rapporto (reso pubblico da “The Guardian” lunedì scorso, 16 gennaio) che numerose industrie occidentali continuano a fornire “materie prime, macchine, tecnologie e vari pezzi alla Direzione dell’ industria e della difesa, l’impresa pubblica che deve produrre mezzi militari che saranno  usati dalla giunta birmana per la sua repressione feroce nel paese contro gli oppositori (2.730 morti e 17.200 prigionieri secondo dati Onu). 

Singapore sarebbe il punto di transito strategico per parti fondamentali per la produzione di armi, provenienti dalla Germania (Siemens), Austria (GFM Steyr), Francia (Dassault Systemes) o persino Ucraina (Ukroboronprom). Il rapporto chiede a queste imprese di por fine al commercio con l’Esercito birmano, “attualmente sotto inchiesta da parte della Corte internazionale di Giustizia per genocidio”. Yanghee Lee, cofondatore del Sac-M e già relatore all’Onu sulla situazione dei diritti umani in Myanmar, dichiara che con questi commerci si favorisce, indirettamente, “la violazione dei diritti dell’Uomo e ci si rende complici della barbarie dell’esercito birmano” (The Guardian). “L’ipocrisia è gigantesca”, commenta Gerard MaCarthy, professore universitario a Singapore e specialista dell’Asia del Sud Est. Myanmar è lontana e i diritti sono altri e discosti.

2. Più i droni, anche un po’ svizzeri, che le donne

Sembra che quanto sta preoccupando maggiormente le cosiddette “cancellerie occidentali” per quanto riguarda l’Iran, sia, più che il dispregio di ogni diritto umano e della vita umana in quel paese, la sua industria spaziale. Sta preoccupando l’industria iraniana dei droni, assai sofisticata; forse, più che i diritti delle donne, massacrate, o i diritti degli oppositori, impiccati.

I relitti dei droni iraniani che imperversano sull’Ucraina (i tristemente noti e micidiali Abadil o i droni Shahed, utilizzati dalla Russia) sono stati attentamente esaminati. Risulta che sono pieni di tecnologia made in Usa. Ed è strano, nonostante l’embargo.  La Cnn in un suo rendiconto ha potuto appurare che su 52 parti di fabbricazione non iraniana ne sono usate 40 di fabbricazione americana e 12 realizzate in Svizzera, Canada, Giappone, Taiwan e Cina. Quindi, coscienti o incoscienti, sull’Ucraina svolazza minacciosa buona parte del mondo Occidentale e persino un po’ di Svizzera.  

C’è un calcolo che dava qualche giorno fa il “New York Times” che val la pena di riportare per la sua follia: il costo dell’abbattimento di un drone iraniano in Ucraina può superare in maniera pressoché incredibile (folle, appunto) il prezzo della loro produzione: mentre quelli schierati dalla Russia costano (solo) 20 mila dollari, abbatterne uno dal cielo può costare all’Ucraina o suoi alleati dai 140 a 500 mila dollari.