La disuguaglianza non conosce crisi

Presentato a Davos, in occasione del WEF, il rapporto annuale di OXFAM sulla povertà e la disuguaglianza  

Da Oxfam Italia

Nel biennio pandemico ‘20-‘21 l’1% più ricco ha visto crescere il valore dei propri patrimoni di 26.000 miliardi di dollari, in termini reali, accaparrandosi il 63% dell’incremento complessivo della ricchezza netta globale (42.000 miliardi di dollari), quasi il doppio della quota (37%) andata al 99% più povero della popolazione mondiale.

Battuto dunque il record dell’intero decennio 2012-2021, in cui il top-1% aveva beneficiato di poco più della metà (il 54%) dell’incremento della ricchezza planetaria. Per la prima volta in 25 anni aumentano inoltre simultaneamente estrema ricchezza ed estrema povertà.

È quanto emerge da La disuguaglianza non conosce crisi, il nuovo rapporto pubblicato oggi da Oxfam, organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze, in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos.

“Mentre la gente comune fa fatica ad arrivare a fine mese, i super-ricchi hanno superato ogni record nei primi due anni della pandemia, inaugurando quelli che potremmo definire i ruggenti anni ’20 del nuovo millennio. – ha dichiarato Gabriela Bucher, direttrice esecutiva di Oxfam International – Crisi dopo crisi i molteplici divari si sono acuiti, rafforzando le iniquità generazionali, ampliando le disparità di genere e gli squilibri territoriali. Pur a fronte di un 2022 nero sui mercati a non restare scalfito è il destino di chi occupa posizioni sociali apicali, favoriti anche da decenni di tagli alle tasse sui più ricchi, che ne hanno consolidato le posizioni di privilegio. Un sistema fiscale più equo, a partire da un maggiore prelievo sugli individui più facoltosi, è uno degli strumenti di contrasto alle disuguaglianze. Un’imposta del 5% sui grandi patrimoni potrebbe generare per i Paesi riscossori risorse da riallocare per obiettivi di lotta alla povertà a livello globale affrancando dalla povertà fino a 2 miliardi di persone”.

Con riferimento alle posizioni al vertice della piramide distributiva, dal 2020 ad oggi, un miliardario ha aumentato, in media, il proprio patrimonio di circa 1,7 milioni di dollari per ogni dollaro di incremento patrimoniale di una persona collocata nel 90% meno abbiente. Nonostante il tracollo dei mercati azionari nel 2022, le fortune dei miliardari sono comunque aumentate al ritmo di 2,7 miliardi di dollari al giorno nell’ultimo triennio, dopo un decennio che ha visto raddoppiare il numero dei paperoni e i loro patrimoni.

Nel 2022 la ricchezza dei miliardari nei settori energetico e agro-alimentare è aumentata in concomitanza con la rapida crescita dei profitti delle imprese che controllano: lo scorso anno, 95 aziende, tra i big dell’energia e le multinazionali del cibo, hanno più che raddoppiato i propri profitti rispetto alla media del quadriennio 2018-2021, versando 257 miliardi di dollari (l’84% degli extraprofitti realizzati) a ricchi azionisti. È il caso della dinastia Walton, proprietaria di metà della Walmart, che ha ricevuto dividendi per 8,5 miliardi di dollari nell’ultimo anno; o del miliardario indiano Gautam Adani, azionista di riferimento in molte grandi compagnie energetiche, che in soli sette mesi ha visto la propria ricchezza aumentare di 42 miliardi di dollari (+46%).

Come evidenziato da recenti analisi, gli esorbitanti profitti societari hanno avuto un ruolo predominante nella crescita dell’inflazione in Australia, Stati Uniti e Regno Unito.

Allo stesso tempo, almeno 1,7 miliardi di lavoratori vivono in Paesi in cui l’inflazione supera l’incremento medio dei salari e oltre 820 milioni di persone – circa 1 persona su 10 sulla Terra – soffrono la fame. Secondo la Banca Mondiale, stiamo probabilmente assistendo al più grande aumento di disuguaglianza e povertà globale dal secondo dopoguerra. Interi Paesi rischiano la bancarotta e quelli più poveri spendono oggi 4 volte di più per rimborsare i debiti rispetto a quanto destinano per la spesa pubblica in sanità. Tre quarti dei governi del mondo (148 Paesi) stanno inoltre pianificando tagli alla spesa pubblica – anche per la sanità e l’istruzione – per 7.800 miliardi di dollari nel quinquennio 2023-2027.

Immagine dal rapporto di Oxfam


Il forum di Davos è simbolo di una globalizzazione superata

Presentato a Davos, in occasione del WEF, il rapporto annuale di OXFAM sulla povertà e la disuguaglianza  

Di Pierre Haski, Internazionale 

Per quasi tre decenni il forum di Davos, città arroccata sulle montagne svizzere, ha segnato il progresso di una globalizzazione efficace. Negli anni novanta è a Davos che ho compreso l’impatto della rivoluzione digitale. Durante il forum si potevano incrociare Nelson Mandela e Frederick de Klerk, Yasser Arafat e Simon Peres, mano nella mano.

È a Davos che le nuove democrazie dell’Europa dell’est hanno compiuto i primi passi nell’economia liberale, ed è sempre lì che, alla svolta del millennio, i paesi emergenti hanno ottenuto la visibilità che desideravano presso gli investitori di tutto il mondo.

Ma tutto questo non esiste più. Il mondo sognato a Davos, quello della libera circolazione delle merci e dei capitali e quello della tecnologia per il bene comune, si è scontrato con pericoli che non ha saputo o potuto prevedere.

Il mondo oggi è spaccato e i muri sono tornati. L’edizione del 2023 del forum di Davos si svolge nello stesso continente dove è in corso la prima grande guerra dal 1945. L’ultima iniziativa rilevante di Davos passerà alla storia come un errore. Parlo del tappeto rosso steso davanti al numero uno cinese Xi Jinping nel 2017, presentato come salvatore del libero scambio. Era un gesto comprensibile davanti all’ascesa di Donald Trump, ma anche fuori tempo rispetto all’evoluzione del potere cinese.

Il Covid e le rivalità geopolitiche hanno avuto la meglio su un certo modello della globalizzazione. Davos ha accompagnato l’espansione della Cina “fabbrica del mondo”, ma non ha compreso l’esigenza crescente di una regionalizzazione della produzione e di una separazione dalla Cina nel campo delle tecnologie.

Il forum è come un personaggio dei cartoni animati che continua a correre anche quando il suolo sparisce sotto i suoi piedi, prima di capire, ormai troppo tardi, che sta avanzando nel vuoto. La riunione annuale che si svolge in Svizzera resta un’occasione per i leader mondiali di stringere alleanze e scambiarsi informazioni, ma ha perso la funzione di bussola della globalizzazione che aveva ricoperto con piacere e soprattutto profitto.

Paradossalmente i no global che avevano impostato il proprio discorso in opposizione diretta contro Davos hanno vissuto anch’essi un ridimensionamento profondo: la società parallela che avevano creato ha perso slancio.

Viviamo un momento di inquietante sospensione. La globalizzazione è sopravvissuta, ma è più un’eredità degli ultimi vent’anni che una promessa per il futuro. Il cambiamento climatico e la geopolitica hanno cominciato a invertire la rotta.

Il mondo di domani non è ancora chiaro, anche a causa delle forti tensioni attuali. Quale sarà lo stato dei rapporti con la Cina tra tre, quattro o cinque anni? Quale sarà l’impatto delle decisioni – o delle mancate decisioni – rispetto al cambiamento climatico? E, soprattutto, in che modo la guerra in Ucraina e le sue possibili conclusioni influenzeranno il nostro mondo?

Una cosa è certa: non è da Davos che arriveranno le risposte. Resta da inventare la Davos del ventunesimo secolo, meno elitaria, più inclusiva e semplicemente più umana.

Traduzione di Andrea Sparacino
Nell’immagine: Davos, si salverà almeno questa?


La cattura dell’ultimo boss. Davvero ha vinto lo Stato?

Presentato a Davos, in occasione del WEF, il rapporto annuale di OXFAM sulla povertà e la disuguaglianza  

Ha vinto lo Stato. Lo proclamano in molti dopo l’arresto a Palermo dell’ultimo padrino, Matteo Messina Denaro. Lo scrive anche il presidente della Repubblica, che ha quantomeno l’accortezza di mitigare i toni trionfalistici aggiungendo che “così viene sconfitta un’altra parte di mafia”. Intendendo quella della stagione stragista, di cui “o’siccu”, il magro, dovrebbe essere l’ultimo regista.

Ma davvero ha vinto lo Stato? Uno Stato tenuto in scacco per tre lunghi decenni? E che – lo dicono vari rapporti di magistratura, inquirenti, osservatori di vario genere – non è riuscito a impedire che una latitanza durata trent’anni del criminale designato come suo successore da Totò Riina (“con quelli che ho ucciso io, ci potrei fare un cimitero”, disse a un compare il neo-detenuto) si trasformasse anche nel tranquillo passaggio alla mafia imprenditoriale, dei colletti bianchi ma sporchissimi, della nuova generazione, delle cifre colossali spostate abilmente sullo scacchiere internazionale della finanza criminale?

Sembra inverosimile, e contro il semplice buon senso, affermare che un uomo che ha trascorso metà della sua vita da pericolosa ‘primula rossa’, abbia potuto vivere e gestire i mega-affari di ‘cosa nostra’ in relativa tranquillità, da “casa e bottega”, e che lo abbia potuto fare senza complicità. Non certo quella scontata di famigliari, sodali, volonterosi ‘postini’ delle sue volontà, concittadini omertosi che innaffiava con i quattrini della sua ‘generosità’, esattamente come un Escobar nutriva interi e poveri villaggi colombiani garantendo lavoro, consegnando prebende, distribuendo gocce dei suoi immensi guadagni al cerchio di chi lo doveva proteggere da sguardi indiscreti. Manovalanza in miseria, ricattabile, disponibile in abbondanza.

No, non può essere stato uno scudo in fin dei conti assai precario a favorire in modo decisivo “Mandrake” (soprannome datogli dai questuanti che lo adoravano) nei suoi tre decenni di presa per i fondelli dei tanti impegnati nella sua cattura. Si dice e si sospetta che – esattamente come per Riina e Provenzano – sia stata la malattia, un tumore forse all’ultimo stadio, quindi la necessità di rivolgersi regolarmente e per un intero anno al reparto oncologico di un ospedale del capoluogo siciliano, a consegnarlo finalmente alla giustizia: “Dover fare i conti con la salute è un fatto democratico”, suggerisce infatti il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Guido, da tre lustri impegnato a dargli la caccia. Certo possibile, come ultimo definitivo e salutare atto della vicenda.

Ma rimangono quei lunghi, lunghissimi trent’anni di attivissima clandestinità con cui dover fare i conti. Conti che certo non chiamano in causa agenti di polizia, carabinieri, reparti della cosiddetta ‘catturandi’, speciale sezione dei nuclei del Nos. Quelli la loro parte l’hanno fatta. No, l’incredibile irreperibilità del “mafioso più pericoloso e irreperibile del mondo” sarebbe un mistero senza risposta se non si guardasse anche altrove. Se non si guardasse più in alto. In potenti frange “infedeli” dell’apparato; in quella melma di complicità che ha operato nell’ombra; negli interessi di “servitori deviati dello Stato” che devono aver favorito non solo e non tanto l’ “eterna fuga” ma anche l’intreccio degli affari che la criminalità organizzata ha continuato ad alimentare sottotraccia, e alla faccia dei cittadini impauriti ma onesti; e, per la sua parte, pure nella politica, di qualunque colore, troppo assente quando si trattava invece di fare della lotta anti-mafia – che mortifica e uccide interi settori economici – un punto centrale del proprio programma: adesso è comodo intestarsi presunti meriti, affermare che il colpaccio è più di destra che di sinistra, dimenticare che Berlusconi aveva uno stalliere riconosciuto come esponente della mafia, a fianco un Dell’Utri finito dietro le sbarre per complicità con la criminalità organizzata siciliana, e che nelle ultime elezioni le carte nel centro destra sono state distribuite persino da un Cuffaro pure lui finito dietro le sbarre con la stessa accusa.

Tutto questo mentre, sintetizza il giornale finanziario “Sole 24 Ore”, in tre decenni Messina Denaro (nomen omen) ha contribuito in prima persona, dalla sua prigione più o meno dorata, a costruire “un impero che non conosce confini geografici in Italia e che si spinge oltreconfine, fino ai mercati delle piazze centro e sud americane, oltre che a quelle europee”. Comprensibile il sollievo di queste ore, gli applausi dei pochi cittadini palermitani scesi in strada, il lieto fine celebrato anche come omaggio alla memoria di Falcone e Borsellino. Ma trent’anni di latitanza sono lunghi, troppo lunghi. Davvero lo Stato deve proclamare e celebrare la sua vittoria? C’è invece chi ha suggerito che debba chiedere anche scusa.


Crescere nella terra di Messina Denaro

Presentato a Davos, in occasione del WEF, il rapporto annuale di OXFAM sulla povertà e la disuguaglianza  

Di Cinzia Sciuto, Micromega

Non più tardi di tre anni fa andai a vedere a Castelvetrano uno spettacolo teatrale che si intitolava “Ciao Matteo, dove sei?”. Il “Matteo” del titolo era Matteo Messina Denaro, il boss di Cosa nostra latitante da trent’anni e arrestato stamane. Prima dello spettacolo decidemmo di andare a mangiare una pizza in un rinomato ristorante della zona. Avevamo mangiato molto velocemente per cui al momento di pagare il proprietario ci fece una battuta chiedendo cosa ci fosse di così importante da farci ingoiare la pizza e noi gli raccontammo dello spettacolo. Al nome “Matteo Messina Denaro” l’espressione prima simpatica e cordiale si fece immediatamente cupa, e la reazione fu: “La dobbiamo smettere di parlare male di questa terra, ci rovina l’immagine della città”. La nostra risposta: “Magari è la mafia a rovinare questa terra, la nostra terra” non convinse il nostro interlocutore, che chiosò: “Speriamo non ci vada nessuno a questo spettacolo”.

Per il resto d’Italia oggi è un giorno sicuramente importante, ma per chi, come me, è nato e cresciuto in quelle terre è un giorno di autentica liberazione. L’ombra di quest’uomo ha segnato la nostra vita, la nostra infanzia. Ho vissuto fino ai diciannove anni a pochi chilometri da Castelvetrano, luogo di nascita del boss, dove ho frequentato il liceo. Un paese il cui riscatto, come per il resto della Sicilia, è sempre stato impedito proprio dalla presenza soffocante della mafia. Una presenza i cui effetti vanno molto al di là delle azioni dirette dei suoi membri. Crescere in un paese di mafia significa diventare grandi sapendo che una serie di cose non le potrai fare, o che farle potrebbe essere molto complicato, o ancora che per farle sai già che dovrai scendere a molti compromessi. Attenzione: non è poi detto che sia sempre così, naturalmente. Ma è anche questo il potere della mafia. Come tutti i poteri soffocanti, il suo successo sta nel fatto che plasma le menti anche di chi non ne fa parte, facendo loro introiettare strutture mentali e atteggiamenti.

La risposta alla domanda su come sia stato possibile per Matteo Messina Denaro, il latitante più ricercato d’Italia, vivere indisturbato in Sicilia per trent’anni sta nelle parole di quel ristoratore, che esprimono tutto il potere predatorio della mafia: il controllo del territorio, delle attività economiche, dell’azione politica. E però qualche anno prima forse uno spettacolo come quello a cui assistemmo tre anni fa non sarebbe stato neanche immaginabile perché “il problema di Palermo è il traffico”. E invece quella sera non solo dei ragazzi vennero “in casa” del boss a urlare forte e chiaro il suo nome, ma, a dispetto dell’auspicio del ristoratore, ad assistere allo spettacolo eravamo in tanti.

Nell’immagine: un momento dello spettacolo teatrale “Ciao Matteo, dove sei?”


Le paure degli ayatollah

Presentato a Davos, in occasione del WEF, il rapporto annuale di OXFAM sulla povertà e la disuguaglianza  

Poeta e Nobel per la letteratura, Joseph Brodsky, carcerato per ‘parassitismo’ e poi espulso dall’Urss, dunque uno che di dittature ne sapeva, avvertì che “dopo vent’anni di potere, una tirannia precipita immancabilmente nella mostruosità”. L’Iran di oggi – che in realtà ci ha impiegato anche meno di due decenni – ne è la raccapricciante conferma. Non tanto e non solo per l’ultima pagina scritta con l’impiccagione ‘per spionaggio’ di Alireza Akbari, ex vice-ministro della difesa negli otto anni del presidente ‘moderato’ Mohammad Khatami, ma per tutto ciò che, in quattro mesi di proteste contro l’obbligo per le donne dell’hijab e per la democratizzazione del regime clericale, è accaduto nel regno repressivo degli ayatollah. 

Ferocia brutale di cui recentemente “Amnesty International” ha fatto il seguente bilancio: almeno 300 morti tra cui 44 bambini e 26 condanne a morte eseguite. Senza poter contare gli arresti in massa (comunque non meno di 1.400); le torture sui detenuti; gli stupri di ragazze trascinate in carcere; e quelle uccise dietro le sbarre, la stessa sorte toccata alla prima di loro, la 22enne curda Mahsa, che indossava il velo “in modo inappropriato”, finita nelle feroci mani della “Gast-e Ershad”, la polizia morale. Anche a conferma, come sempre di fronte a tanta disumanità e a tanti eccessi, di quanto robusto sia il timore da parte dell’autocrazia clericale di perdere il controllo del paese, per effetto della “khizesh’, l’ “insurrezione” più radicale ed estesa che il paese conosca dopo mezzo secolo di khomeinismo.

Timori al vertice che lo storico Stéphane Dudoignon, storico e autore di “Les guardiens de la rèvolution islamique”, spiega segnalando anche alcune fratture prodottesi all’interno del sistema, e soprattutto con il fatto che i principali focolai della protesta si siano prodotti in due regioni fra le più irrequiete nel rapporto con il potere centrale di Teheran. Nel Beluchistan, estremo sud-est iraniano, per estensione la seconda delle 31 province in cui è divisa amministrativamente la nazione: dove un conflitto di “bassa intensità” (con episodi di rivolta armata) è in corso da diversi anni ad opera di rivoltosi di religione sunnita in contrasto con la maggioranza sciita, e dove l’imam Mowlavi Esma’ilzeyi – una delle massime autorità della minoranza – ha addirittura chiesto di processare la “guida suprema” Alì Khamanei. 

E poi, anzi soprattutto, il timore che esploda il Khorassan, Kurdistan iraniano: dove a due riprese in passato vi furono tentativi di istaurare una Repubblica autonoma. “Prove di secessione” – ricorda Akram Belkaid – che la teocrazia iraniana ha soffocato nel sangue (con migliaia di esecuzioni) nell’indifferenza della comunità internazionale. È tuttavia sulla comprensione se non addirittura sulla silente complicità di potenze regionali e internazionali che conta la dittatura clericale: la Russia di Putin, che riempie di micidiali droni iraniani i propri arsenali per l’aggressione all’Ucraina; la Cina di Xi, acquirente del petrolio degli ayatollah; la Turchia di Erdogan, che partecipa alla morsa per neutralizzare i curdi persiani; e in parte gli Stati Uniti, che temono un eventuale e destabilizzante caos post-khomeinista. Chi lotta con indicibile coraggio per le libertà in Iran, ha davvero troppi nemici.

Scritto per “la Regione”


Dal Ticino all’Iran, drammatico ritorno

Presentato a Davos, in occasione del WEF, il rapporto annuale di OXFAM sulla povertà e la disuguaglianza  


Carbone ardente

Presentato a Davos, in occasione del WEF, il rapporto annuale di OXFAM sulla povertà e la disuguaglianza  

Di Sebastiano Canetta, il manifesto

Alla grande manifestazione di Lützerath contro la miniera di carbone anche Greta Thunberg, che punta il dito contro i Grünen al governo. Da oggi il colosso energetico Rwe potrà scavare l’area per sfruttare oltre 250 milioni di tonnellate di lignite del sottosuolo: carburante indispensabile per le cinque centrali riattivate dall’esecutivo Scholz. Progetto che anche l’Istituto federale economico ha bocciato.

«Nel villaggio di Lützerath prima della mobilitazione vivevano cinquanta abitanti. Oggi siamo oltre 30.000». La giovane attivista di Last Generation decifra così la «vittoria politica» della manifestazione di solidarietà a chi resiste allo sgombero del presidio di Garzweiler.

Smentendo in serie, l’intelligence della polizia federale che attendeva «massimo 8.000 persone», il governo del Nordreno-Vestfalia pronto a liquidare la demo come «pochi irriducibili» e il vicecancelliere del governo Scholz, Robert Habeck, co-leader dei Verdi, convinto che Lützerath sia «un falso simbolo della lotta per il clima».

Anche se la “sbugiardata” più autorevole arriva da Greta Thunberg, ieri in prima fila nella denuncia della svendita del territorio ai padroni della Ruhr con la complicità dei Grünen che governano sia il Land carbonifero che la Repubblica federale. «Gli accordi con il colosso energetico Rwe – proprietario della miniera – dimostra quali siano realmente le loro priorità. Voi siete la dimostrazione che i cambiamenti non arriveranno da chi sta al potere, dai governi o dalle imprese, dai cosiddetti leader. No, i leader sono qui, sono le persone che da anni difendono Lützerath. I veri leader siete voi!» ripete tra gli applausi alle migliaia di attivisti la leader la mondiale del Fridays For Future, mentre Greenpeace mette in guardia dal rischio di non raggiungere gli obiettivi di Parigi.

Greta contro i Verdi: non è solo un gigantesco problema di immagine per il ministro dell’Economia Habeck e la ministra degli Esteri, Annalena Baerbock; è una vera grana politica per l’intero partito: dalla parte di Thunberg sono schierati ufficialmente i Giovani Verdi e tre quarti dell’elettorato under-30. Mentre a Lützerath “sfonda” i media quasi solo il racconto dello «scontro violento degli antagonisti» al centro dei comunicati della polizia e l’immancabile «infiltrazione di black block» immaginata da una parte dell’informazione mainstream.

La resistenza delle migliaia di attivisti a Lützerath, in realtà, ieri è stata pacifica; non si può definire passiva solo perché la polizia ha faticato non poco a rincorrere sul fango i manifestanti sparpagliati per mezza miniera, e perché un paio di cordoni di agenti sono stati sfondati da attivisti compressi a suon di spray al peperoncino e idranti. Ma nella rete delle forze dell’ordine ieri sono incappate anche le troupe televisive. A proposito di scontri violenti si segnalano le manganellate incassate dai manifestanti certificate da numerose testimonianze dirette.

Alle 17.30 di domenica si era sparsa la voce che un attivista era stato portato in ospedale con l’elicottero di soccorso chiamato d’urgenza alla luce della gravità delle ferite riportate durante lo sgombero, mentre il tam-tam degli attivisti sui social diffondeva le ultime da Berlino: una lettera della scritta “Nrw” (la sigla del Land), esterna all’edificio della rappresentanza diplomatica del Nordreno-Vestfalia, è stata rimossa per protesta. La polizia della capitale ha fermato due sospetti. Altro segnale che la partita del carbone non si gioca solo nella miniera della Ruhr dove comunque la lotta non finisce con lo sfratto del presidio.

“Il carbone è ancora nel sottosuolo di Lützerath. Dobbiamo continuare a combattere, siamo ancora in tempo. La sua estrazione non servirà certo a ridurre la bolletta energetica dei tedeschi» ha ricordato Greta Thunberg, camminando a fianco di Luisa Neubauer, leader tedesca del Fridays For Future. Con buona pace dei sostenitori del ritiro di entrambe dalla scena politico-mediatica.

A Lützerath quando il sole tramonta rimangono accese solo le luci dei riflettori installati dalla polizia a bordo della miniera. La maggior parte dei dimostranti si incolonna in direzione della stazione ferroviaria. La demo è finita, comincia l’analisi del risultato. «Oggi abbiamo ottenuto più di quanto avremmo ritenuto possibile» aggiunge Charly Dietz, portavoce di Ende-Gelände, fra le decine di Ong del cartello ambientalista sceso in campo in difesa del villaggio di Lützerath, l’ultimo dei venti borghi della zona che la miniera di Rwe ha inglobato negli anni passati.

Tutto grazie al via libera esecutivo del tribunale regionale renano che ha respinto tutti i ricorsi degli ambientalisti dando luce verde alle ruspe di Rwe, dopo che l’ultimo residente di Lützerath lo scorso ottobre ha venduto il suo fazzoletto di terra che bloccava la demolizione del borgo. Da domani la società carbonifera potrà scavare l’area per sfruttare oltre 250 milioni di tonnellate di lignite del sottosuolo: carburante indispensabile per le cinque centrali riattivate dal governo Scholz dopo il taglio delle forniture russe. Ma solo sulla carta della propaganda; secondo gli esperti dell’Istituto federale economico la distruzione di Lützerath è insensata perfino sotto il profilo strettamente dei conti. Il carbone dell’attuale miniera, dati alla mano, basta già a coprire il fabbisogno energetico della Germania.

Nell’immagine: manifestazione a Lützerath


Davos misura lo stato di crisi della globalizzazione

Presentato a Davos, in occasione del WEF, il rapporto annuale di OXFAM sulla povertà e la disuguaglianza  

Di Gianluca Di Donfrancesco, Il Sole 24 ore

In cerca di risposte per un mondo frammentato da guerra, pandemia, crisi economica e dell’energia, tensioni geopolitiche, nazionalismi e climate change: il World Economic Forum (Wef) fa i conti con la successione senza sosta di emergenze che dà forma a quella che è già stata definita l’era della “permacrisi”. Il contesto è di preoccupazione crescente. Secondo un rapporto appena diffuso dal Wef, una recessione globale nel 2023 è uno scenario sempre più possibile: lo sostengono i due terzi di capoeconomisti intervistati. Ma le pressioni inflazionistiche potrebbero essere vicine al picco.

Il senso di Davos per la globalizzazione

Oltre 2.700 rappresentanti provenienti da 130 Paesi si incroceranno nei corridoi e nelle aule del World Economic Forum (Wef), a Davos, dal 16 al 20 gennaio. Molto altro avverrà nei lussuosi alberghi della città alpina, negli incontri a porte chiuse. Il Wef è il punto di incontro della élite planetaria, il posto ideale per misurare lo stato di salute di una globalizzazione assediata su tutti i fronti e per molti versi costretta alla ritirata. «Viviamo in un’era di shock multipli, potremmo essere a un punto di svolta per l’economia globale», ritiene tra gli altri Kenneth Rogoff, professore dell’Università di Harvard e frequentatore abituale del Wef.

Parteciperanno, tra gli altri, 50 capi di Stato e di Governo, i vertici delle principali istituzioni internazionali (alcune di loro in profonda crisi, come la Wto) e centinaia dei più importanti leader d’azienda del mondo. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz sarà però l’unico leader del G7 presente a Davos, accompagnato dai principali ministri del suo Governo. Ci saranno anche la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e la presidente della Bce, Christine Lagarde.  Tra gli assenti di spicco, il presidente statunitense Joe Biden e quello cinese Xi Jinping. Sia 

I temi

Dalla guerra in Ucraina, con le sue conseguenze economiche globali e le implicazioni per la sicurezza energetica, all’impennata dell’inflazione, che espone al rischio povertà decine di milioni di persone, soprattutto nei Paesi a basso reddito. Temi intrecciati alla sicurezza alimentare e alla sfida posta dal riscaldamento globale, che impone un ripensamento di stili di vita e produzione e la conversione verso fonti di energia non inquinanti. L’agenda di Davos è l’agenda della globalizzazione: problemi globali che spingono però Stati e opinioni pubbliche a complicate risposte nazionali, mentre i forum internazionali fanno sempre più fatica a trovare soluzioni condivisi per problemi planetari.

La carica dei miliardari

Sono in lista almeno 100 miliardari. La maggior parte di questi proviene dagli Stati Uniti, con Laurence Fink di BlackRock e Steve Schwarzman di Blackstone, ma non mancheranno indiani e sauditi. Da Wall Street arrivano l’amministratore delegato di JPMorgan, Jamie Dimon, David Solomon di Goldman Sachs e Jane Fraser di Citigroup, insieme alle controparti di Bank of America, Morgan Stanley, Ubs e Deutsche Bank.

L’Ucraina sotto i riflettori

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky parteciperà anche quest’anno in collegamento video. È attesa anche una delegazione del Governo, insieme al sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko. Ci sarà anche Olena Zelenska, moglie del presidente. Per il secondo anno consecutivo, non ci saranno né delegati né oligarchi russi, bloccati dalle sanzioni internazionali dopo l’invasione dell’Ucraina.

Casa Ucraina, sulla strada principale di Davos, presenta una mostra sulla distruzione di Kherson durante l’occupazione russa.

Nell’immagine: la Casa dei crimini di guerra della Russia nel 2022


Dalla rivolta alla democrazia. La speranza dei Curdi

Presentato a Davos, in occasione del WEF, il rapporto annuale di OXFAM sulla povertà e la disuguaglianza  


I curdi iraniani, protesta e repressione

Presentato a Davos, in occasione del WEF, il rapporto annuale di OXFAM sulla povertà e la disuguaglianza  

Di Akram Belkaid, Le Monde diplomatique

Da metà novembre, le autorità di Teheran hanno intensificato la repressione nel Nord-ovest del paese, dove vive la maggioranza della comunità curda iraniana. Nella città di Mahabad è intervenuto l’esercito e agenti della repressione su mezzi blindati. In base a diverse testimonianze basate raccolte dalla diaspora curda, sui manifestanti sono stati sparati non proiettili di gomma bensì proiettili veri. Di questa regione era originaria Mahsa Amini (chiamata anche “Zhani”, che in lingua curda significa “vita”), la cui morte in settembre, dopo l’arresto da parte della polizia morale, ha fatto scattare le proteste popolari contro il regime.

Per Teheran si tratta soprattutto di evitare che il Kurdistan iraniano sfugga al suo controllo. Il ricordo della breve storia di una “Repubblica curda autonoma a Mahabad” (1946-1947) e della quasi secessione di quel territorio dopo la rivoluzione islamica del 1979 spiega il timore e la reazione del potere centrale. Dal 1979 al 1982, soltanto una feroce repressione e migliaia di condanne a morte avevano consentito di riportare l’ordine fra i circa 6 milioni di abitanti curdi del Nord-Ovest e di cancellare le rivendicazioni del partito curdo PDKI: “Democrazia in Iran e autonomia per il Kurdistan”.

Oggi, inoltre, le autorità iraniane strumentalizzano l’esistenza dell’opposizione per sostenere che le proteste popolari rappresentano anche il tentativo di destabilizzazione del paese condotto dai “nemici dell’interno” – i Curdi appunto – in accordo con partiti installati nel vicino Iraq e che Teheran considera “terroristi”.

Allo stesso tempo, dopo un attentato commesso a Istanbul, la Turchia ha lanciato un’offensiva militare contro i curdi in Siria e in Iraq.