Il Parlamento europeo si muove contro Pfizer e von der Leyen

Sotto la lente il più grande contratto stipulato dall’UE per i vaccini anti-Covid 

Di Raffaele De Luca, L’Indipendente

A causa delle zone d’ombra legate al più grande contratto europeo sui vaccini anti-Covid, il quale prevedeva la fornitura di 1,8 miliardi di dosi, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e l’azienda farmaceutica Pfizer sono finiti nel mirino degli eurodeputati a capo della commissione speciale del Parlamento europeo sul Covid-19. Questi ultimi, infatti, hanno deciso di chiedere a von der Leyen di comparire pubblicamente davanti alla commissione, con l’obiettivo di indagare sul ruolo da ella svolto nell’ambito della negoziazione dell’imponente contratto. 

A rivelarlo è stato il quotidiano statunitense Politico, che sulla base di una dichiarazione rilasciatagli in esclusiva dalla presidente della commissione speciale sul Covid-19, Kathleen Van Brempt, ha fatto sapere che gli eurodeputati non solo hanno deciso di muoversi contro von der Leyen, ma appunto anche contro la multinazionale Pfizer. Van Brempt, infatti, ha affermato che la commissione chiederà altresì di revocare il privilegio di accedere al Parlamento europeo all’azienda farmaceutica, in seguito al rifiuto da parte del suo presidente Albert Bourla di rendere testimonianza.

Sia nel mese di ottobre 2022 che in quello di dicembre 2022, infatti, Bourla ha scelto di non partecipare alle audizioni sui contratti, e mentre nella prima occasione Pfizer era stata rappresentata da Janine Small – presidente della sezione dell’azienda dedicata allo sviluppo dei mercati internazionali – il secondo invito è stato rispedito al mittente da Bourla in maniera ancora più drastica. «Dopo l’udienza Covid di ottobre, non abbiamo ulteriori informazioni da condividere con il Comitato, quindi decliniamo rispettosamente l’invito a parlare nuovamente di questi problemi»: questo avrebbe infatti fatto sapere il presidente di Pfizer tramite una lettera datata 2 dicembre e visionata da Politico.

Eppure, a quanto pare della negoziazione del contratto si sa poco e niente, se non che sembrerebbe non essersi basata sulle procedure negoziali standard adottate per la stipula di altri accordi, al punto tale da aver da tempo attirato l’attenzione di due organi di vigilanza che stanno indagando sui fatti: l’Ombudsman europeo, guidato da Emily O’Reilly, e la Corte dei conti Ue. Nella vicenda, inoltre, risulta essere coinvolta proprio la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che insieme al numero uno di Pfizer potrebbe aver infranto le regole. Il rapporto della Corte dei conti europea ha rilevato, infatti, che von der Leyen sarebbe stata coinvolta direttamente nei negoziati preliminari per il grande contratto che prevedeva la fornitura di 1,8 miliardi di dosi, mentre la procedura negoziale generalmente seguita prevede colloqui esplorativi condotti da una squadra negoziale congiunta composta da funzionari della Commissione e dei Paesi membri.

Oltre a ciò, la Commissione ha rifiutato di fornire le prove delle trattative con Pfizer, tra cui soprattutto gli sms scambiati tra von der Leyen e Bourla in vista del contratto, che l’istituzione europea ha dichiarato di non poter recuperare. La questione degli sms era stata sollevata nell’aprile del 2021, quando il New York Times aveva riferito dello scambio di messaggi tra von der Leyen e Bourla e la relativa richiesta di renderli pubblici. Così, nel momento in cui Bruxelles ha fatto sapere di non poterli rendere accessibili poiché non erano stati conservati, è stata effettuata una denuncia presso il mediatore europeo, giustificata dal fatto che gli sms rientrano nel concetto di “documento”, previsto dal regolamento 104/2001. Ad aggiungere altra carne al fuoco, infine, è stata la Procura europea, che lo scorso ottobre ha fatto sapere di aver aperto un’indagine sugli acquisti di vaccini anti-Covid 19 da parte dell’UE.

È in tale contesto, dunque, che si colloca l’intenzione degli eurodeputati di interrogare von der Leyen e di revocare l’accesso al Parlamento a Pfizer. Nel primo caso, l’invito dovrà essere inviato alla Presidente del Parlamento Roberta Metsola, la quale deciderà poi se chiedere a von der Leyen di partecipare all’udienza: certo, esso non avrebbe in ogni caso alcun valore legale e, così come fatto da Bourla, von der Leyen potrebbe rispedirlo al mittente, tuttavia ciò non farebbe che rendere ancor più enigmatica la posizione della presidente. 

Per trasformare in realtà la revoca nei confronti di Pfizer, invece, la richiesta dovrebbe superare alcune procedure interne al Parlamento, e solo successivamente si verificherebbe la stessa situazione verificatasi nel 2017, quando ai lobbisti della Monsanto venne vietato l’ingresso in Parlamento dopo che la multinazionale si era rifiutata di partecipare a un’audizione parlamentare. Certo, i singoli eurodeputati potrebbero continuare a far accedere i lobbisti di Pfizer come ospiti privati, motivo per cui il provvedimento sarebbe soprattutto simbolico. Tuttavia, non prendere tale decisione non potrebbe che minare ulteriormente la credibilità delle istituzioni europee.

Nell’immagine: Ursula von der Leyen in visita all’impianto di produzione dei vaccini  BioNTech-Pfizer di Puurs (Belgio)


Sangiuliano ‘arruola’ Dante nella destra italiana: forse si è confuso con Maramaldo

Sotto la lente il più grande contratto stipulato dall’UE per i vaccini anti-Covid 

Da Globalist

È davvero sconcertante dover prendere atto di come la cultura non solo non alberghi nemmeno lontanamente nei programmi e nelle menti di tanta classe politica contemporanea, ma anche come vi emerga (quando vi emerge) per essere strumentalizzata nei modi più beceri.

Ultimo esempio, in questo senso, quello toccato al padre della nostra lingua, Dante Alighieri, impugnato impunemente dal neo-ministro della cultura Sangiuliano ( forse meglio chiamarlo Sangiullare, se non fosse che ha avuto credenziali, in questi anni, che l’hanno portato dalla direzione di un TG RAI ad un ministero della Repubblica).

Da “Globalist” apprendiamo dunque di un’esternazione che lasciamo ai lettori di “digerire”. Amaramente. (red)


Se pensiamo al fascismo e ai suoi metodi e se pensiamo ancora allo sfruttamento dei braccianti e degli operai negli anni del latifondo quando l’Italia era nelle mani di ricche cricche di reazionari c’è da dire che Sangiuliano, nella sua parata, abbia confuso Dante con Fabrizio Maramaldo o con il cardinale Fabrizio Ruffo.

«Il fondatore del pensiero di destra in Italia è stato Dante Alighieri: la destra ha cultura, deve solo affermarla».

Lo sfondone storico e arbitrario del cosiddetto ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano intervistato da Pietro Senaldi (un altro genio del pensiero di destra visti i titoli di Libero) nel corso della kermesse milanese di FdI, «Pronti, candidati al via».

«Quella visione dell’umano della persona la troviamo in Dante – ha aggiunto Sangiuliano – ma anche la sua costruzione politica credo siano profondamente di destra. Ma io ritengo che non non dobbiamo sostituire l’egemonia culturale della sinistra , quella gramsciana, a un’ altra egemonia, quella della destra. Dobbiamo liberare la cultura che è tale solo se è libera, se è dialettica».

Ps: la continuità storico-politica e culturale tra gli endecasillabi di Dante e i discorsi di Mussolini è sotto gli occhi di tutti. Per la serie: il disperato tentativo della destra di creare in maniera artefatta un pantheon della cultura dimostra che come cultura stanno a zero.

Nell’immagine: il ministro Sangiuliano 


La nave dei folli

Sotto la lente il più grande contratto stipulato dall’UE per i vaccini anti-Covid 

Dalle Alpi alle Piramidi

A quanto risulta la parola “Schnee” (neve) è stata una delle più utilizzate negli ultimi giorni festivi natalizi in Svizzera (sino a 4 mila messaggi in un mattino). La neve è stata anche tra le immagini più presenti e più condivise e più augurali. Messaggio subliminale, che porta all’infanzia, all’incanto della natura, al candore che illumina, nasconde lo sporco e ridisegna il mondo oppure commemorazione del tempo che fu? C’è infatti chi si è anche divertito a presentare le piramidi d’Egitto coperte di neve. Forse voleva dire che ormai non la trovi più sulle Alpi, se non con lingue tristemente artefatte e tracciate, o che anche la neve è diventata memoria antica, senza neppure possibilità di futuri ricuperi archeologici.

Dal ginepro alla coltre alpina

C’è però un altro modo, scientifico, per scoprire come la neve era e come è andata scomparendo. Ce lo rivela la prestigiosa rivista “Nature Climate Change” (Recent waning snowpack in the Alps). Ricercatori italiani (Università di Padova) hanno scoperto che il ginepro comune, asssai diffuso, quando si trova in alta quota, cresce orizzontalmente molto vicino al suolo ed è in grado di registrare nei suoi anelli di accrescimento la durata della copertura nevosa; infatti, la sua stagione di crescita dipende da quanto precocemente riesce ad emergere dalla coltre bianca che lo ricopre. Per farla breve e in pratica: si è aggiunto ad una constatazione visiva, una conferma natural-scientifica: si è infatti potuto appurare che nell’ultimo secolo la durata della coltre nevosa si è accorciata di oltre un mese. E non è solo una questione di turismo sciistico o di impianti di risalita. Quella coltre così accorciata significa anche meno acqua (perdipiù usata ora per creare neve artificiale) e minore energia idroelettrica. Ma già, chi crede a questi scientifici stravaganti? Non sarà un trucco ideologico?

Da Pechino al Grand-Bornand passando per Doha

Vuoi per la coltre accorciata, vuoi per il caldo seccagno, l’anno appena trascorso è stato un anno “sportivo” tutto artificiato. Si è cominciato a Pechino in gennaio (Giochi Olimpici d’inverno) con la neve artificiale per il trampolino di sci, con sullo sfondo, quasi a stacco eloquente, un nero complesso siderurgico. Si è capitati in novembre a Doha (Coppa del mondo di football) con stadi climatizzati in pieno deserto. Tra mezzo, in luglio, si era già passati sulle strade francesi (Tour de France) annaffiate d’acqua perché l’asfalto si fondeva e moltiplicava le ammucchiate capitombolesche. A metà dicembre, poi, si son viste lunghe file di camion portare neve artificiale al Grand-Bornand (Alta Savoia) per permettere lo svolgimento del “grand prix de biathlon”. Tra un anno e l’altro hanno sparato o stanno sparando sulle Alpi svizzere quasi mille cannoni (ne ho contato 948, secondo i dati forniti dalle varie stazioni) trasformando interi bacini d’acqua preventivamente accumulata in neve artificiale, spesso inutilmente per temperature troppo alte.

Da Copernico… al tutto gas

Un rapporto del Copernicus Climate Change Service, sulla base di tutte le sue meticolose analisi, giunge negli scorsi giorni alla conclusione che nel 2022 la concentrazione media di CO2 nell’atmosfera (pari a 447 parti per milione) è certamente la più alta che l’essere umano abbia sinora registrato. Oltre al biossido di carbonio o anidride carbonica, è preoccupante anche la concentrazione media di metano, la più alta sinora registrata dai satelliti. Si spiega- come se ce ne fosse ancora bisogno- “che i gas serra, tra cui l’anidride carbonica e il metano sono i principali responsabili del cambiamento climatico”, aggiungendo che “dalle nostre attività di monitoraggio possiamo constatare che le concentrazioni atmosferiche continuano ad aumentare, senza segni di rallentamento”. 

Non rallentano perché non rallentano le emissioni, legate all’aumento dei consumi di petrolio e carbone. con il quale si torna a produrre energia elettrica per coprire anche la riduzione legata al crollo della produzione idroelettrica (38 per cento in nove mesi), crollo che è conseguenza della siccità, altro effetto dei cambiamenti climatici (nel 2022 il mondo ha registrato il quinto anno più caldo in assoluto).

E’ stato calcolato che nel mondo sono stati spesi in un anno 731 miliardi di dollari come aiuto finanziario per il sostegno dei combustibili fossili e, quindi, del loro consumo, o con alleggerimenti fiscali o versamenti diretti (aiuti alla pompa). L’unico paese europeo che ha abolito ogni sussidio per le energie fossili è l’Islanda. Il Fondo Monetario Internazionale ha però calcolato che se si tenessero in conto i costi per l’ambiente e la salute (le famose “esternalità” di cui non si tiene conto), l’aiuto ai combustibili fossili (e al loro consumo) ammonterebbero a 5.900 miliardi di dollari. Se questi costi indiretti fossero tenuti in considerazioni, le emissioni mondiali di CO2 crollerebbero di botto almeno di un terzo.

Dal far tramontare il Sole… al Rösti federale

Una start-up americana ha annunciato negli scorsi giorni di aver inviato nella stratosfera, a 20 chilometri dalla superficie della Terra, un pallone-sonda per liberarvi diossido di zolfo che dovrà impedire a una parte dell’irradiamento solare di raggiungere la nostra atmosfera e lottare in tal modo contro il riscaldamento del nostro pianeta. Un progetto che si affida alla tecnica per risolvere tutto e lo si deve a un’impresa dal nome eloquente (e fors’anche folle?): Make Sunsets. Quanto a dire “fare o facciamo dei tramonti di Sole”! 

Quindi, in altre parole, invece di intestardirsi a ridurre le emissioni di gas a effetto serra, ritenute causa degli sconvolgimenti climatici, impediamo al Sole, con il suo calore, di raggiungere la superficie terrestre. Per i conti economici: con una decina di miliardi di dollari all’anno potremmo ridurre, creando tra l’altro nubi poeticamente arancione, di circa 1 grado centigrado la temperatura media. Affare fatto. 

In Svizzera, invece, non tramontano e brillano star/up che oscurano il sole. Si sostiene, ad esempio, nonostante quel che capita e di cui ci si lamenta nelle zone alpine o valligiane, che il problema è essenzialmente “ideologico” (disse Chiesa, capo Udc). Quanto a dire che, se esiste, è colpa degli ecologisti o dei fanatici Verdi o della sinistra in genere. Da annientare. E la stessa Udc ha avuto partita vinta, con questa “fissa”, conquistandosi subito, alla prima occasione, il Dipartimento dell’ambiente (ex-della famigerata e ideologa Sommaruga) con il neo-Rösti, novello Giosué che ferma il Sole. La cosa non sembra aver scombussolato un granché l’opinione pubblica (la gente), in preda al carobenzina o al terrore energetico, i politici, persino la stampa. Ha colpito invece la stampa estera che si è chiesta come mai un rappresentante per numerosi anni dell’associazione Swissoil, che raggruppa i commercianti di combustibili, e coautore del testo contro la nuova legge climatica (referendum promosso dall’udc, già riuscito) sia arrivato in Svizzera a diventare responsabile di clima e ambiente. Bel busillis “democratico” svizzero, si dicono (v. ad esempio Le Monde del 31 dicembre). 

Un tale corrispondente da Ginevra commentava comunque lapidario negli scorsi giorni: e la Terra se ne frega dei referendum svizzeri.

Nell’immagine: illustrazione dal sito di Make Sunsets


La levatrice che al parroco gliele canta e gliele suona

Sotto la lente il più grande contratto stipulato dall’UE per i vaccini anti-Covid 

Nella passata stagione letteraria svizzero-italiana, che ha fornito in verità notevoli prove soprattutto sul versante della “scrittura femminile”, c’è un libro che spicca per qualità ed originalità, oltre che per essere un documento “storico” che racconta molto più di tanti studi e ricerche ( su cui è comunque certamente fondato).

Si tratta di “Le malorose”, romanzo breve, opera d’esordio di Sara Catella, luganese da anni residente a Berna. Un romanzo che in sostanza è un monologo ( che sembra quasi pronto per essere adattato al teatro) in cui una levatrice bleniese, Caterina Capra, incaricata, nel novembre del 1912, di accudire il prete del villaggio di Cozoneso, vittima di un misterioso svenimento che lo porta all’immobilità e alla perdita della parola, si ritrova, giorno dopo giorno, a raccontare a Don Antonio, della propria attività, quella di far nascere bambini, e della vita delle tante “malorose” costrette ad un’esistenza fatta di sacrifici e di stenti per mettere al mondo creature destinate a soffrire o ad emigrare.

Con il passare dei giorni e degli incontri, Caterina sembra riuscire progressivamente a liberare tutta la forza, la determinazione ed anche la consapevolezza che in anni di parti riusciti o finiti male, l’hanno portata a conoscere e vivere il mondo “dal basso”, mentre “in alto” guardava, ogni giorno, il sacerdote, con i suoi dogmi ed i riti che alla donna paiono costantemente sottrarsi alla realtà terrena e terribile del vivere quotidiano, e che in particolare non considerano, per principio e per cultura, l’importanza fondamentale del ruolo delle donne.

Quelle che Sara Catella, nel sottotitolo del volume, chiama “confidenze di una levatrice” sono ben di più: uno spaccato della vita delle nostre valli all’inizio del secolo scorso (e per non pochi decenni ancora) ed una sorta di “manifesto” della condizione femminile, specie a confronto con il ruolo che le viene riservato dalla cultura cattolica del tempo; una narrazione che non può certamente lasciare indifferenti, anche in virtù di una misuratissima ed efficace scelta linguistica e stilistica, che ci fa ascoltare la “voce” di Caterina attraverso un procedimento di mescidanza fra italiano e dialetto assolutamente coerente e sorvegliatissimo, con l’effetto di un ulteriore grado di coinvolgimento.

“Le malorose” è un monologo che diventa “corale”, che descrive una condizione di vita ampiamente condivisa da tante donne ( come quelle ritratte dal fotografo Donetta nell’immagine in copertina) e che sa parlare anche e forse soprattutto oggi, di una realtà femminile che ancora cerca, legittimamente (e non solo verso l’istituzione ecclesiastica) la propria giusta emancipazione, il ruolo paritario che le spetta.

 

Dal volume proponiamo qui un breve estratto:

Li conosco io quei corpi piccini di bambini che si spengono, come le candele quando soffi. ‘Pena che sono usciti dai ventri caldi, con di manìn pinìn pinìn, che si muovono appena, e i pescin anche. Dopo tre minuti, due ore, o giusto  quei venti minuti, non c’hai più niente. Una massa rosa e molle, il peso di un panetto di burro che per pietà giri su in un telo. Poi c’hai la madre a cui badare. Ti trovi nello stesso posto da ore, a volte una stalletta o un cucinino, con l’aria irrespirabile. È un tanfo che non ti molla più, è un misto di terra e sangue. Alla fine, le pezze di lino e cotone sono tutte rosse. Il peggio per me è veramente quell’odore, l’è la pestilenza dei corpi che soffrono… ancora un sussurro, poi un respiro moribondo, lo riconosci sempre quando è l’ultimo.

Poi c’è il dopo, tutto quello che arriva col poi.

I padri, il gusto amaro della loro rabbia, gli uomini che reclamano qualche cosa. Parolacce urlate dalle gole secche e pestilenziali degli uomini che hanno atteso al bistrò… Miseria e desolazione, quante volte devo dire che no, gh’è nagot. Non c’è niente di vivo, e là tutto diventa infernale.

Cribbio don Antonio. Io non mi ricordo di avervi visto da vicino in quei momenti lì. O no? Signor curato rispondete?

Vi ho già raccontato della volta, quando uno di quei fantìn l’ho strappato fuori con queste mie mani qua? Alora l’eva inscì: la partoriente era ancora in pieno travaglio, anche dopo aver bevuto la mama dra ségra, stava così da un giorno e una notte. Ha talmente sofferto, non le è riuscito di spingerlo fuori … e sì che quel beverone alle volte può far miracoli. Ma in questa donna qui, l’infuso di segale l’eva inutil! Sicür che la creatura in panza, l’eva già un angel! Sicür … ma di sentire quella donna urlare dai dolori … basta!Ho messo la mia mano dentro, su nel ventre della povera diavola! E la testa da quel fantèl, che la ma scivola via. Ci riprovo, ancora dentro fin qui, e finalmente riesco ad infilare un dito nella bocca del pinìn. Io lo sapevo che era già morto e quindi l’ho tirato con tutta la forza! Non ne potevo più di sentire quella donna urlare, malorosa verament!

Che sofferenza. Il suo bambino era morto, ma dietro di lui, n’è uscito un altro vivo!

Don Antonio, alora anche i vicini di casa si tenevano lontano per timore di infettarsi, anche voi prevosto non c’eravate. Eravamo sole, io e lei, e tutti temevano il diavolo. Tante sofferenze non hanno una spiegazione. O no? L’unica miserenda era lei, la madre, il suo corpo sfatto. E quel neonato che ho dovuto tirar giù io a forza, che m’è rimasto nelle dita quel rumore che ha fatto la sua bocca quando s’è spaccata in due. Quel crac, che anche adèss mi tremano le dita se ci penso. Don Antonio, al s’è rott in di mè man.

Ma che vita è la nostra?

Poi però il pianto di quel secondo nascituro, così vivace e imprevisto. Par grazia dal ciel, propi quel dì, ul Signur l’eva lì. Era lì con noi, magari giù per terra come me.

Eccola, mi commuove il ricordo di quando ero lì accucciata. Quel tempo che sembra non finire mai, è un momento che noiatre ci ricorderemo per sempre. Quando incrocio il suo sguardo in paese, so che mi è riconoscente, perché io c’ero.

Tutti pensano che le donne che partoriscono sono impure. Se una donna soffre di parto allora gha c’entra ul Diavul! Io le conosco tutte, ad una ad una, sono la Lucia Neri, la Franca Vescovi, quella di Girondell, la pòra Luisina … Erano donne sane e in gamba. Brave cristiane e sono tutte morte partorendo. Fin che voi, curato, non passate a benedirle, restano donne corrotte.

Ma ditemi un po’, i nostri ventri che si gonfiano, è anche colpa di un uomo, o no? Alora, io dico al sindaco, al dutór, e a te prevosto, ma noi, le donne, cosa abbiamo fatto di male? In quei momenti, già difficili, voi osate trattarci come esseri impuri? Ma come si fa? Misericordia.

Da Sara Catella, “Le malorose – Confidenze di una levatrice”, Casagrande, 2022, pp.30-32

   


Jeff Beck, se la mia chitarra piange dolcemente

Sotto la lente il più grande contratto stipulato dall’UE per i vaccini anti-Covid 

Di Francesco Brusco, il manifesto

Nessuno suonava la chitarra come Jeff Beck. È un dato di fatto su cui si poteva concordare già prima di martedì, giorno in cui una meningite batterica se l’è portato via. Non è un giudizio di valore, né una sterile classifica postuma. Semplicemente, al netto del ciclone Hendrix, è stato il chitarrista più singolare della sua generazione.
Ed era una generazione piuttosto ricca, quella. Geoffrey Arnold Beck, per tutti Jeff, era nato il 29 giugno del 1944, sei mesi dopo Jimmy Page e nove prima di Eric Clapton. Con ordine inverso i tre si sarebbero succeduti, giovanissimi, tra le fila degli Yardbirds: si stenta ancora a credere che un’unica band abbia accolto tre dei più acclamati guitar hero di tutti i tempi. Povero Keith Relf, mai frontman fu così in ombra.

Erano i giorni della Swinging London, deflagrazione di suoni e di immagini le cui schegge più preziose restano impresse su nastro, vinile e celluloide. L’album della memoria dischiuso post mortem riporta sugli schermi la scena di Blow-Up che vede Beck, Page e compagni esibirsi in concerto. La cinepresa è tutta per lui, a immortalare il rituale chitarricidio di fine concerto.
Genio e sregolatezza, si potrebbe dire con superficialità, accostando le sue scorribande su strada e nei club a quelle di George Best, altra icona albionica da rotocalco. Ma a differenza dell’attaccante nordirlandese, e di molti colleghi rockstar, in Jeff il genio avrebbe avuto facilmente la meglio sulla sregolatezza. Al di là dell’immagine, un carattere schivo; oltre le Ford e le Corvette parcheggiate davanti alla sua casa di campagna, una totale dedizione alla musica. Armeggiando in studio come in officina, è riuscito a estrarre dalle corde «i suoni più assurdi possibili», e dare un senso tangibile all’usurata metafora del far cantare la chitarra.

Esempi classici, le sue versioni di She’s A Woman, Goodbye Pork-Pie Hat o ‘Cause We’ve Ended As Lovers. Ma potrebbe essere altrettanto godibile rispolverare l’eponimo album degli Yardbirds passato alla storia come Robert The Engineer (1966) per rendersi conto di quanto fosse autocosciente la sua ricerca. I primi segni di uno stile unico già si colgono in quei legati che guidano il fraseggio della mano sinistra, e soprattutto nell’impostazione della destra. Pollice e indice, battere e levare, a fare le veci del plettro. Le rimanenti dita a governare la leva del vibrato e il potenziometro del volume, tenuto a zero nel momento dell’attacco e poi ruotato per far cantare le note — ancora quella metafora — come fossero emesse da un violino o da un’armonica a bocca.
Il tutto a servizio di un’inventiva melodica rarissima. Sì, perché se Slowhand non ha rivali nella comfort zone della pentatonica, e il giovane Jimmy Page tiranneggia i palchi con l’esplosione sonora, in pochi sanno costruire fraseggi di uguale ricchezza cromatica, andando a pescare quelle note così inattese, da scovare nella mente ancor prima che sul manico. Sculture d’aria, le definiva Frank Zappa.

La stessa ricerca perenne avrebbe lasciato frutti lungo il percorso diversamente solista di Beck, dagli album Truth (1968) e Beck-Ola (1969) — con Rod Stewart alla voce e Ron Wood al basso — al trio con Bogert e Appice, tra i primi supergruppi di un rock che guarda già alla fusion, come dimostra quell’uno-due di capolavori in una manciata di mesi, Blow By Blow (1975) e Wired (1976), premiato con otto Grammy. Gemme apicali di un artista disposto a mettersi in gioco anche nella fase finale della sua carriera, traendo il meglio persino dalla collaborazione con Johnny Depp.
Assieme all’album dei ricordi, ora si aprirà una successione difficile da raccogliere per i giovani musicisti, e una linea genealogica tutta da tracciare. In Jeff Beck, la lezione di Roy Buchanan, Les Paul e Buddy Guy si era sposata con il background canoro della sua infanzia e con il gusto per i fiati di Lester Young e il lirismo di Charles Mingus.
Della sua ricerca avrebbero a loro volta fatto tesoro David Gilmour e Brian May, Steve Vai e John Frusciante, a lui sempre grati.
Ma la riconoscenza più significativa, oggi, arriva proprio dai suoi vecchi coetanei. «Always and ever», scrive Clapton, sintetico. Jimmy Page trova parole più eloquenti: «Jeff sapeva canalizzare la musica dalla dimensione eterea».


Non ce la faremo mai

Sotto la lente il più grande contratto stipulato dall’UE per i vaccini anti-Covid 

“Comprereste un’auto usata da quest’uomo?” era un famoso slogan politico dei democratici americani contro Richard Nixon nel 1960, quando Kennedy lo sconfisse alle elezioni presidenziali. Tornò di moda dopo che Nixon divenne presidente degli Stati Uniti nel 1968 e poi nel 1972, prima di essere costretto alle dimissioni dallo scandalo Watergate. E il venditore di auto usate era un personaggio negativo nella cultura popolare americana, uno che mente deliberatamente sul passato e sui possibili difetti delle macchine che vuole vendere. Similmente potremmo dire: in Tribunale, per giudicare un ladro o un assassino accettereste una giuria di ladri e di assassini? E ancora: nominereste ministro della cultura un produttore di Hollywood; e alla transizione ecologica un petroliere? Certamente no. E invece è successo e continua a succedere.

Infatti il governo degli Emirati Arabi Uniti ha anticipato l’intenzione di affidare all’amministratore delegato della Abu Dhabi National oil company, l’azienda petrolifera di Stato – Ahmed al-Jaber – la presidenza del vertice Onu sul clima, la COP 28, in programma alla fine del 2023. Immediatamente, la notizia ha scatenato un coro di polemiche da parte degli ambientalisti, ma è anche l’ultimo segnale di come il capitalismo sia determinato a impedire in ogni modo e con ogni mezzo ogni seria decarbonizzazione dell’economia, ogni vero passaggio dalle fonti fossili a quelle rinnovabili. Non si limita più a fare lobbying – lo fa da tempo – ma si prende in carico in prima persona il governo della (non)transizione ecologica: importante è annacquare, rinviare, prendere impegni sì ma non troppo vincolanti, invocare il concetto di resilienza (che, tradotto dall’industrialese e dal capitalese significa che dobbiamo adattarci alla crisi climatica – anche perché, ma questo il capitale non ce lo dice, la crisi climatica e la gestione delle emergenze sono una grande fonte di profitto privato, e si chiama shock economy).

A conferma che questo obiettivo ecocida è perseguito con determinazione e pianificazione dal capitalismo energetico/energivoro e finanziario e dai governi complici, ecco l’altra notizia, che in realtà è una conferma: gli scienziati della Exxon avevano previsto con certezza ed esattezza e con largo anticipo il cambiamento climatico, anche se la compagnia petrolifera per anni ha alimentato dubbi sulle verità della scienza intorno al clima proprio per evitare che i combustibili fossili – e quindi i profitti privati della Exxon e del capitalismo petrolifero, posto che la tecnica di manipolazione è stata perseguita non solo dalla Exxon – venissero abbandonati. Lo dice uno studio pubblicato sulla rivista Science, secondo il quale le previsioni degli scienziati della stessa Exxon, fra il 1977 e il 2003, anticipavano con precisione l’aumento delle temperature di 0,2 gradi ogni decennio. Comportamento criminale di Exxon? Non abbiamo altri termini per definirlo. Ma lo stesso comportamento criminale e negazionista è stato tenuto ieri dall’industria del tabacco, ieri e oggi da quella farmaceutica, oggi dall’agrobusiness che arriva persino a tentare un golpe nel Brasile di Lula pur di poter continuare la deforestazione in Amazzonia.

Ma torniamo agli Emirati. Al-Jaber è anche ministro dell’Industria ed è inoltre a capo di Masdar, società di rinnovabili di cui la National oil company detiene il 24 per cento. Jaber, in effetti, è stato anche tra i promotori del piano di decarbonizzazione degli Emirati, paese che è il settimo produttore mondiale di greggio e ha riserve accertate pari a 98 miliardi di barili di petrolio, ma che occupa anche il quarto posto per il maggiore impatto pro-capite di CO₂. Basta questo tocco di green per farne un sostenitore delle energie rinnovabili e per metterlo appunto a capo della COP 28? Evidentemente no, sarebbe davvero ingenuo crederlo e dobbiamo pensare piuttosto a una delle classiche e sempre più diffuse tecniche di green-washing, o di cambiare il packaging senza cambiare il prodotto – e dobbiamo pensarlo anche senza dover scomodare la frase attribuita a Giulio Andreotti, cioè: a pensar male del prossimo si fa peccato ma quasi sempre si indovina. E in questi casi si indovina sempre.

Di più: sarà il primo amministratore delegato di una impresa capitalistica a presiedere una COP, a dimostrazione che il potere del capitale ormai governa il mondo e lo piega ai suoi interessi. “Porteremo un approccio pragmatico, realistico e orientato alla soluzione” ha dichiarato il sultano (ma non dimentichiamo che il suo Paese ha inviato il più grande contingente di lobbisti del settore alla Cop27 conclusasi nei mesi scorsi), e lo ha fatto con tipica neolingua industrialista e neoliberale che tanto ci affascina e tanto affascina tutti i politici del mondo. Parole che sembrano dette, di nuovo, da un venditore americano di auto usate (con tutto il rispetto dovuto ai venditori onesti di auto usate). E tutto diventa ancora più preoccupante se anche la Ue fa un endorsement al sultano, con il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans – e che pure è socialista e ha la delega per il Green Deal – ha twittato un caloroso benvenuto: “non vedo l’ora di incontrare di nuovo Sultan Al Jaber questo fine settimana e iniziare il nostro lavoro sulla Cop28”.

D’altra parte – e sono altri due esempi, tra i mille possibili, di porte girevoli tra Stato e capitale, cioè di collusione tra struttura economica capitalistica e sovrastruttura politica, istituzionale e giuridica, cioè di democrazie solo formali e in realtà dominate sostanzialmente dall’oligarchia del business, cioè dal capitalismo – perché dunque stupirsi se il ministro italiano della difesa del governo Meloni, Guido Crosetto era stato, fino al giorno prima della nomina, Presidente della Associazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza (AIAD), nonché azionista di imprese di lobbying? E perché stupirsi e indignarsi di un petroliere nominato Presidente di COP 28 se in Svizzera Albert Rösti – da tempo lobbista dell’industria, del petrolio e del nucleare – è stato nominato a capo del Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e della comunicazione (Datec)? E infatti non ci indigniamo.

Nell’immagine: Ahmed al-Jaber con i suoi collaboratori per la salvaguardia dell’ambiente sullo sfondo di un paesaggio bucolico


Il 2022 secondo Humans Right Watch: diritti universali, abusi globali

Sotto la lente il più grande contratto stipulato dall’UE per i vaccini anti-Covid 

Da il manifesto

L’anno dell’invasione russa dell’Ucraina, del consolidamento della leadership talebana a Kabul con il suo bagaglio di guerra alle donne, della rivolta – senza precedenti – in Iran. Un 2022 di poche luci e molte ombre che, per il 33esimo anno, l’associazione Human Rights Watch riassume in 700 pagine di rapporto.

Cento paesi sviscerati secondo un’ottica precisa: il mancato rispetto dei diritti umani, che si tratti di libertà di movimento e libertà d’espressione, eguaglianza di genere, tutela dei minori, giustizia sociale e climatica.

A emergere è una tendenza, tanto pericolosa quanto strutturale, che accomuna regimi autoritari e governi democratici: la delegittimazione del diritto internazionale. Strumentalizzato a fini politici, relativizzato secondo doppi standard, spesso ridotto a orpello, il diritto internazionale nato dopo la seconda guerra mondiale non sembra godere più di un riconoscimento collettivo e dunque di una difesa globale.

Lo sottolinea nella sua introduzione al rapporto la direttrice esecutiva di Hrw Tirana Hassan: «Le leader mondiali cinicamente svendono i diritti umani e la responsabilizzazione di chi ne abusa per calcoli politici di breve termine. (…) Senza alcun controllo, le gravi azioni di governi abusanti montano, cementando l’idea che corruzione, censura, impunità e violenza siano i mezzi più efficaci per raggiungere i propri obiettivi».

Se l’ingresso dell’estrema destra nazionalista nelle istituzioni dei paesi occidentali sta conducendo a un rapido smantellamento di sistemi di diritti ritenuti ormai consolidati, dall’altra parte si sta assistendo alla reazione delle società civili globali. Da sud a nord, il ruolo dei movimenti di protesta nazionali e globali (quello femminista e quello ambientalista in primis) appare il solo argine all’autoritarismo.

Il rapporto è disponibile da oggi sul sito di Hrw. In questa pagina abbiamo deciso di trattare un aspetto e una geografia specifici: diritti dei minori e violazioni compiute dalle istituzioni dei paesi occidentali.

Usa, ogni tre minuti un bimbo senza genitori

Soltanto nel 2019 negli Stati uniti sono stati incarcerati almeno 240mila minori, con un aumento del 9 percento rispetto al 2010 nella probabilità che all’aresta segua l’emissione di sentenza di colpevolezza e una pena carceraria. I numeri più significativi si registrano all’interno delle comunità tradizionalmente più marginalizzate dal punto di vista sociale ed economico: l’ispanica, l’afroamericana e l’asiatica. Una discriminazione strutturale che si accompagna in tutto il paese a una più generale diseguaglianza interna al sistema di welfare diretto ai minori: ogni tre minuti un bambino viene sottratto dalle istituzioni governative a una famiglia disagiata e povera. In moltissimi Stati, l’orfanotrofio sostituisce di fatto un più efficace sostegno finanziario e sociale alle famiglie con difficoltà economiche.

Barriere francesi per i piccoli migranti

Se a luglio il Défenseur des Droits (l’autorità francese garante dei diritti) ha accusato il governo di non investire abbastanza nell’educazione nei territori oltremare, in Francia a destare le maggiori preoccupazioni è il trattamento riservato ai minori migranti non accompagnati (mancata accoglienza e diniego della protezione internazionale) e ai figli di cittadini francesi membri dello Stato islamico a cui è spesso negato il rimpatrio. Sono ancora 150 detenuti nei campi in Siria (77 i rimpatriati).

Spagna, il caso di Cañada Real

Per il terzo anno consecutivo, 4mila persone tra cui 1.800 bambini non hanno alcun accesso all’energia elettrica. Vivono a Cañada Real, slum di Madrid, a cui alla fine del 2020 il comune ha tagliato l’elettricità a fini di sgombero. Nonostante lo scorso ottobre il Comitato europeo per i diritti umani abbia chiesto al governo spagnolo di intervenire a causa dei gravi abusi in termini di igiene, accesso all’educazione e diritto alla casa a Cañada Real, Madrid non ha ancora offerto soluzioni abitative alternative.

Ungheria, rom sottratti alle famiglie

Sul posto di lavoro, ma anche a scuola e negli orfanotrofi: la comunità rom resta tra le più discriminate d’Ungheria. Lo scorso febbraio è stato un tribunale di Budapest ad accusare il governo di ricorrere alla sottrazione di bambini rom dalle proprie famiglie in misura sproporzionata e sulla base delle mancate capacità economiche familiari. Dall’altra parte i bambini sono utilizzati a fini di discriminazione delle persone Lgbtqi+: un’apposita legge ne riduce i diritti a fronte di una presunta tutela dei minori.

Australia, indigeni in cella 20 volte di più

I bambini indigeni vengono arrestati e detenuti in un numero venti volte maggiore a quello dei bambini non indigeni, in un paese – l’Australia – in cui l’età minima di responsabilità penale è di soli 10 anni, contro i 14 previsti a livello internazionale. Nel 2022 444 bambini australiani con meno di 14 anni sono stati incarcerati. A ciò si aggiungono condizioni carcerarie considerate non rispettose degli standard internazionali in molti penitenziari minorili, secondo rapporto interni delle stesse autorità nazionali.


Scoperto in Svezia il più grande giacimento di terre rare d’Europa

Sotto la lente il più grande contratto stipulato dall’UE per i vaccini anti-Covid 

Di Alfonso Bianchi, Europa Today

In Europa è stato trovato un nuovo giacimento minerario di terre rare, il più grande del continente. La scoperta è stata fatta in Svezia dalla società mineraria statale svedese Lkab, che ha dichiarato di aver individuato nell’area di Kiruna risorse per oltre un milione di tonnellate di ossidi di terre rare, delle materie prime molto scarse ma oggi sempre più richiesta perché fondamentale per molti processi produttivi delle tecnologie più innovative: dagli smartphone, ai pannelli solari e alle auto elettriche e ibride. “Questa è una buona notizia, non solo per Lkab, per la regione e per il popolo svedese, ma anche per l’Europa e per il clima”, ha dichiarato l’amministratore delegato dell’azienda, Jan Mostrom, secondo cui la miniera “potrebbe diventare un importante tassello per la produzione di materie prime critiche che sono assolutamente cruciali per consentire la transizione verde”.

Gli elementi delle terre rare non sono attualmente estratti in Europa e la regione dipende dalle importazioni dall’estero, soprattutto dalla Cina, mentre si prevede che la domanda aumenterà nei prossimi anni a causa dell’aumento dei veicoli elettrici e delle energie rinnovabili. “L’elettrificazione, l’autosufficienza e l’indipendenza dell’Ue dalla Russia e dalla Cina inizieranno in miniera”, ha esultato il ministro dell’Energia, delle Imprese e dell’Industria Ebba Busch. Tuttavia, la strada per l’estrazione del giacimento in Svezia è lunga. Lkab ha dichiarato di voler presentare una richiesta di concessione per lo sfruttamento nel 2023, ma ha aggiunto che ci vorranno almeno 10-15 anni prima di poter iniziare a estrarre il giacimento e a spedirlo sul mercato.

Le terre rare sono costituite da 17 materie prime come disprosio, neodimio, cerio, olmio, praseodimio, scoperte alla fine del 18esimo secolo proprio in Svezia. Ognuna di loro ha proprietà diverse ma questi elementi sono stati raggruppati sotto lo stesso nome perché spesso sono presenti negli stessi suoli. Una volta che vengono estratte devono subire un trattamento di “separazione” così da distinguere i diversi minerali. Grazie alle loro particolari caratteristiche fisico-chimiche, risultano di fondamentale importanza nella componentistica di materiali di altissima tecnologia come smartphone, computer, tablet, macchine elettriche, turbine eoliche.

La Commissione europea considera le terre rare tra le risorse più critiche per la regione ma ha difficoltà ad assicurarsi forniture sufficienti a espandere il mercato del blocco. Secondo i calcoli dell’Università KU Leuven in Belgio, per sostituire gli idrocarburi e raggiungere la neutralità del carbonio nel 2050, l’Ue avrà bisogno di una quantità di terre rare pari a 26 volte quella di oggi.

A livello mondiale la Cina è il principale produttore e, secondo un rapporto della società di consulenza Adamas, attualmente sfrutta circa il 70 per cento delle miniere di terre rare a livello globale e gestisce tra l’85 e il 90 per cento della loro lavorazione. Circa il 94 per cento di quelle estratte nel gigante asiatico proviene da depositi di bastnasite. Il giacimento principale si trova a Bayan Obo, Mongolia Interna (83%).

Il governo comunista ha sostenuto il settore con massicci investimenti pubblici che hanno permesso di mantenere una vasta rete di raffinazione delle materie prime, portando oggi molti produttori del pianeta ad esportarvi i loro minerali. Tuttavia, questo dominio è arrivato al costo di un pesante prezzo per l’ambiente. I depositi di questi materiali si trovano in tutto il mondo. I principali sono, oltre che in Cina, negli Stati Uniti, in Australia e in Russia, ma ce ne sono anche in Canada, India, Sud Africa e sud-est asiatico.

Prima della scoperta svedese (un milione di tonnellate di ossidi di terre rare stimate), l’US Geological Survey stimava le riserve mondiali a 120 milioni di tonnellate, di cui più di un terzo, 44 milioni di tonnellate, situate in Cina, 22 milioni in Vietnam, 21 milioni in Brasile 12 milioni in Russia e 7 milioni in India. Altri importanti giacimenti si trovano in Groenlandia e il loro sfruttamento è conteso tra Stati Uniti, Europa e Cina, ma il Paese è restio a utilizzarli in quanto l’estrazione ha un impatto ambientale molto elevato.

Nell’immagine: l’interno della miniera di Kiruna


Russia e Iran costruiscono una nuova rotta commerciale per aggirare le sanzioni

Sotto la lente il più grande contratto stipulato dall’UE per i vaccini anti-Covid 

Di Giorgia Audiello, L’Indipendente

Le sanzioni occidentali imposte ai cosiddetti Paesi non allineati alle politiche dell’unipolarismo statunitense, insieme alla recente crisi russo-ucraina, stanno paradossalmente imprimendo un impulso determinante alla formazione di nuovi equilibri internazionali che si riflettono, da un lato, nella tendenza alla dedollarizzazione e, dall’altro, nel modellamento di nuove rotte commerciali. 

Al riguardo, proprio due delle nazioni più sanzionate al mondo, Russia e Iran, stanno costruendo una nuova rotta commerciale transcontinentale che si estende dal confine orientale dell’Europa all’Oceano Indiano, per un totale di 3000 chilometri. L’obiettivo è proprio quello di aggirare le sanzioni attraverso reti fluviali, marittime e ferroviarie fuori dalla portata di qualunque intervento straniero e, di conseguenza, non sanzionabili. 

I territori ucraini che recentemente hanno sottoscritto l’adesione alla Federazione russa, dopo la loro “conquista” sul campo da parte di Mosca, contribuiscono in ampia misura a questo progetto, in quanto le rotte si estendono dal Mar d’Azov – che il presidente russo Vladimir Putin ha affermato essere diventato «un mare interno» per la Russia – ai centri commerciali iraniani sul Mar Caspio fino all’Oceano Indiano. Gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno espresso preoccupazione in merito ai nuovi corridoi commerciali, in quanto ciò incrementerebbe i legami tra le potenze asiatiche emergenti, limitando allo stesso tempo il controllo di Washington su di esse.

Il progetto russo-iraniano mira ad estendere l’International North-South Transport Corridor (INSTC) – nato nel 2002 da un accordo tra Russia, Iran e India – attraverso nuovi percorsi marittimi e fluviali interni: in particolare, il Cremlino sta investendo un miliardo di dollari per collegare il fiume Volga al Mar d’Azov, ampliando i canali e rendendo le vie navigabili interne percorribili tutto l’anno. Mentre l’Iran sta espandendo la sua rete ferroviaria fino al porto di Chabahar nella zona sudorientale del Paese. 

Come riferisce Bloomberg, l’esperta di sanzioni e politica estera russa presso l’Istituto internazionale di studi strategici con sede a Londra – Maria Shagina – stima che «la Russia e l’Iran stiano investendo fino a 25 miliardi di dollari nel corridoio commerciale interno, contribuendo a facilitare il flusso di merci che l’Occidente vuole fermare». Inoltre, il nuovo corridoio commerciale consentirebbe a Mosca e Teheran di ridurre di migliaia di chilometri il percorso rispetto alle rotte tradizionali che passano attraverso il Mar Mediterraneo e il canale di Suez: il percorso attraverso il Mediterraneo, infatti, è lungo 14.000 chilometri e richiede 40 giorni per essere completato.

Gli Stati Uniti stanno osservando con allarme le mosse di Russia e Iran e, con riferimento alla nuova via commerciale in costruzione, il massimo funzionario delle sanzioni dell’amministrazione Biden, James O’Brien, ha affermato che «È un’area che stiamo osservando attentamente, sia quella rotta specifica che più in generale il collegamento iraniano-russo». Ha aggiunto, inoltre, che l’amministrazione americana è preoccupata «per qualsiasi sforzo per aiutare la Russia a eludere le sanzioni». Il rappresentante speciale degli Stati Uniti in Iran – Robert Malley – invece, ha affermato che «qualsiasi nuovo corridoio commerciale deve essere esaminato come parte di quella che è diventata la sua massima priorità: fermare le spedizioni di armi tra i paesi».

In realtà, gli interessi commerciali di Russia e Iran vanno ben al di là del traffico di armi, estendendosi ai beni energetici e alle materie prime agricole, considerando che l’Iran è il terzo importatore di grano russo. I due Paesi hanno inoltre annunciato una serie di nuovi accordi comprendenti beni quali turbine, polimeri, forniture mediche e parti di automobili. In questo modo, Mosca prova a compensare la perdita dei mercati europei: l’Europa, infatti, prima dell’inizio delle operazioni militari in Ucraina era il suo primo partner commerciale. 

Nikolay Kozhanov, che ha lavorato come diplomatico del Cremlino a Teheran dal 2006 al 2009, ha affermato che in seguito alla chiusura delle reti di trasporto europee, il Cremlino si sta concentrando «sullo sviluppo di corridoi commerciali alternativi che sostengono la svolta della Russia verso est». Ha aggiunto anche che si possono imporre controlli sulle rotte marittime, «ma le rotte terrestri sono difficili da controllare. È quasi impossibile rintracciarle tutte». 

Si sta avverando così quanto l’ex diplomatico, considerato uno dei più importanti statisti viventi – Henry Kissinger – aveva consigliato alle potenze occidentali di scongiurare, vale a dire lo spostamento di Mosca verso le potenze asiatiche. Ciò, infatti, rafforzerebbe le potenze emergenti dell’Eurasia, indebolendo al contempo la centralità dell’Occidente e la sua capacità di controllo, come si sta puntualmente verificando. L’obiettivo deve essere quello di «tornare al corso storico per cui la Russia è parte del sistema europeo. La Russia deve svolgere un ruolo importante», aveva affermato la scorsa estate lo statista americano.

Stanno, dunque, prendendo forma nuove alleanze geopolitiche e commerciali in grado di sgretolare progressivamente il dominio unipolare e di gettare le basi per nuovi assetti globali policentrici, in cui spiccheranno le potenze asiatiche. Non a caso, Russia e Iran stanno investendo miliardi per superare gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione di questo obiettivo e le nuove rotte commerciali, insieme allo studio di nuovi sistemi finanziari internazionali, ne sono l’esempio più diretto. Il tutto paradossalmente incentivato dalla strategia sanzionatoria di Washington e delle potenze del G7.


Monoteismo: M come Maschio

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