Ucraina: di che tipo di pace stiamo parlando?

Intervista al noto politologo francese Gilbert Achcar sulle condizioni necessarie per arrivare ad un vero cessate il fuoco in Ucraina 

Di New Politics, da mps-ti.ch

Gilbert Achcar, il 30 novembre lei ha pubblicato un breve articolo intitolato “Per una posizione democratica contro la guerra sull’invasione dell’Ucraina”. Questo articolo inizia distinguendo due posizioni comuni a sinistra riguardo all’Ucraina. Una di queste posizioni si oppone alla fornitura di armi all’Ucraina da parte dei Paesi della NATO, sostenendo che come movimento pacifista dovremmo chiedere la diplomazia e la de-escalation per quanto riguarda le forniture di armi. Potrebbe spiegare cosa c’è di sbagliato in questa posizione?

La posizione principale che mi preoccupa a questo proposito è la richiesta di un cessate il fuoco incondizionato. Spesso è associata alla posizione da lei descritta. A prima vista, è motivata dal desiderio di pace, che è certamente un obiettivo molto lodevole. E non dubito che tra i sostenitori di questa posizione ci siano veri pacifisti e persone che sospettano legittimamente che i governi occidentali, in primo luogo quello statunitense, usino gli ucraini come carne da macello in una guerra per procura contro la loro rivale imperialista Russia. Sono ovviamente meno comprensivo nei confronti di coloro che hanno iniziato a sostenere un cessate il fuoco incondizionato solo quando le forze russe hanno proclamato di aver raggiunto il loro obiettivo principale o quando hanno iniziato a perdere terreno nel Donbass stesso.

Le questioni in gioco sono molteplici. Il primo è che non ha molto senso invocare la pace in astratto. La domanda che sorge immediatamente è: di quale pace stiamo parlando? Il dominio imperiale si è spesso definito “pace” dai tempi della Pax Romana all’inizio dell’era volgare, se non molto prima, fino alla sinistra “pacificazione” intrapresa dalle truppe coloniali francesi in Algeria o dalle truppe americane in Vietnam. La pace deve essere sempre esplicitata: contro le guerre di conquista, la posizione corretta è una pace giusta e duratura, che può essere solo una pace senza annessioni. Chiedere un cessate il fuoco incondizionato non soddisfa questo standard quando può significare il perpetuarsi della conquista e dell’acquisizione del territorio con la forza. L’appello diventa palesemente sospetto quando viene lanciato proprio nel momento in cui l’aggredito comincia a respingere l’invasore, come se l’obiettivo fosse quello di mantenere sotto il controllo dell’invasore il maggior numero possibile di terre conquistate.

Nella prospettiva di una pace giusta, l’unica posizione coerente con questo obiettivo è la richiesta di un cessate il fuoco accompagnata dal ritiro delle truppe d’invasione nelle posizioni precedenti la guerra. Tutto il resto è conseguente: chi è per una pace giusta, chi si oppone alle guerre di conquista e sostiene le guerre di liberazione come guerre di autodifesa, non può opporsi alla consegna di armi difensive alle vittime di aggressioni e invasioni. Non dovrebbero opporsi a tali consegne finché non c’è un cessate il fuoco associato alla condizione che ho menzionato e le vittime non hanno i mezzi per scoraggiare ulteriori aggressioni contro il loro territorio.

Ciò non contraddice l’invito ai governi occidentali di impegnarsi in sforzi genuini per portare la Russia al tavolo dei negoziati. Mi sembra chiaro che l’amministrazione Biden non ha perseguito realmente e attivamente questo obiettivo, a differenza dei governi di Parigi o Berlino. Ma la verità è che è la parte russa ad aver assunto la posizione più bellicosa, bloccando ogni prospettiva di pace. La migliore illustrazione di questo, e di tutto ciò che ho spiegato sulla richiesta di un cessate il fuoco, è il discorso di Vladimir Putin alla cerimonia che ha concluso l’annessione dei quattro oblast ucraini di Donetsk, Kherson, Luhansk e Zaporizhia alla fine di settembre. Putin ha detto: ”Chiediamo al regime di Kiev di cessare immediatamente il fuoco e tutte le ostilità; di porre fine alla guerra iniziata nel 2014 e di tornare al tavolo dei negoziati. Siamo pronti per questo, come abbiamo detto più di una volta. Ma la scelta dei cittadini di Donetsk, Luhansk, Zaporizhia e Kherson non sarà rimessa in discussione. La decisione è stata presa e la Russia non la tradirà. Le attuali autorità di Kiev devono rispettare questa libera espressione della volontà popolare; non c’è altro modo. Questa è l’unica via per la pace.”

È ovvio che se chiedete un cessate il fuoco sostenendo che l’unica pace ai vostri occhi è quella che include il riconoscimento della vostra acquisizione di territori con la forza, e che questa annessione – che descrivete come risultante dalla “libera espressione della volontà del popolo” – non viene nemmeno discussa, state sbattendo la porta a qualsiasi prospettiva di negoziati di pace. Spetta al governo russo dimostrare di essere veramente aperto ai negoziati per una soluzione pacifica, il che implica la sua disponibilità a rimettere tutto sul tavolo piuttosto che pretendere il riconoscimento della sua conquista come un fatto compiuto.

Lei afferma che chi crede nel diritto all’autodifesa in una guerra giusta non può opporsi alla consegna di armi “difensive” alle vittime di aggressioni e invasioni. Cosa intende per “difensivo”? L’artiglieria rientra in questa categoria? Cosa ne è escluso?

Fin dall’inizio ho sottolineato lo scopo difensivo delle forniture di armi all’Ucraina. È vero che non esistono confini netti tra armi difensive e offensive, ma le distinzioni più chiare sono di due tipi: una si riferisce all’intera gamma di armi “anti” – antiaeree, anticarro, antimissile – che sono difensive per definizione. Sono pienamente favorevole alla fornitura di tali armi.

L’altra distinzione riguarda la portata delle armi. Non sono favorevole a che la NATO fornisca all’Ucraina armi con una gittata tale da permettere alle sue forze armate di colpire in profondità il territorio russo. Non perché sarebbe ingiusto: l’Ucraina ha in realtà il pieno diritto morale di colpire la Russia in profondità nel territorio russo, dal momento che la Russia sta bombardando ampiamente il territorio ucraino, commettendo così palesemente crimini di guerra e distruggendo deliberatamente le infrastrutture civili dell’Ucraina. Mosca sta chiaramente cercando di costringere la popolazione ucraina al freddo e all’oscurità e ad altre interruzioni mortali per spingerla alla resa. I recenti attacchi ucraini in Russia, effettuati con vecchi droni riconvertiti, sono tanto più legittimi in quanto non erano rivolti ai civili, ma alle basi militari da cui decollano gli aerei per bombardare l’Ucraina.

Non sarei favorevole a che la NATO fornisse all’Ucraina aerei e missili a lungo raggio, piuttosto che solo armi antimissile e antiaeree. Né sarei favorevole all’imposizione da parte della NATO di una zona di interdizione al volo sull’Ucraina. Tali misure rappresenterebbero una pericolosa escalation del coinvolgimento della NATO in questa guerra, e non c’è territorio sulla terra che valga la pena di rischiare una grande guerra mondiale e un confronto nucleare.

Si noti che Washington stessa è desiderosa di evitare questa escalation qualitativa e si è quindi astenuta dal fornire armi a lunga gittata all’Ucraina. Coloro che incolpano Washington per questo e chiedono che non ci siano limiti al tipo di armi consegnate si trovano principalmente tra gli ultranazionalisti ucraini e nei Paesi limitrofi dove il risentimento anti-russo è massimo per ragioni storiche.

A questo si aggiungono i guerrafondai della NATO, il contrario di quelli della Russia. Un esempio è l’ex Comandante supremo alleato della NATO, il generale statunitense in pensione Philip Breedlove, che ha chiesto fin dall’inizio un coinvolgimento diretto della NATO nella guerra e l’istituzione di una no-fly zone sull’Ucraina. Questo generale Breedlove ricorda molto il dottor Stranamore. È totalmente irresponsabile.

Nel suo articolo del 30 novembre, lei ha criticato non solo coloro che chiedono un cessate il fuoco incondizionato, ma anche coloro che “pongono la barra della pace troppo in alto“. Può descrivere questo punto di vista e spiegare in cosa consiste il problema?

Mi riferivo a dichiarazioni del genere che non menzionano nemmeno un cessate il fuoco e le sue condizioni, mentre affermano che non ci può essere pace senza un ritiro totale delle truppe russe da tutti i territori occupati dal 2014, compresa la Crimea. Questo equivale a una richiesta di una guerra totale contro la Russia, che non può essere combattuta, né tantomeno vinta, senza un grado di impegno molto più elevato, sia militare che economico, da parte della NATO. Tali posizioni tre problemi fondamentali.

Il primo, e più ovvio, è che ciò che viene sostenuto non è approvato dalla maggior parte degli Stati occidentali, compresi quelli più potenti, e dalla maggioranza dell’opinione pubblica di quegli Stati. I sostenitori di una simile posizione dovrebbero fare una campagna con personaggi come il generale Breedlove / Dottor Stranamore per un salto di qualità nell’impegno della NATO, che è una posizione bellicosa a prescindere dai principi legittimi che può invocare. La strada per l’inferno, come sappiamo, è lastricata di buone intenzioni.

Il secondo problema è che, ponendo condizioni massimaliste per la pace senza nemmeno menzionare un cessate il fuoco, tale posizione fa il gioco della posizione opposta che ho menzionato in risposta alla sua prima domanda. I suoi sostenitori rischiano di apparire all’opinione pubblica come guerrafondai irresponsabili in sintonia con gli ultranazionalisti ucraini, mentre la posizione opposta apparirebbe come l’unica preoccupata di salvare vite umane, poiché sarebbe l’unica a chiedere un cessate il fuoco – anche se il cessate il fuoco che chiede potrebbe in realtà essere simile al cessate il fuoco annessionista chiesto da Putin.

Il terzo problema è che, in quanto progressisti o internazionalisti contrari alla guerra, crediamo che quando ci sono dispute legittime sullo status di un territorio, la questione dovrebbe essere decisa democraticamente attraverso la vera “libera espressione della volontà del popolo” – non da una messinscena inscenata sotto occupazione dagli invasori. Quindi, ovviamente, i “referendum” tenuti sotto il controllo russo in Crimea e in alcune parti del Donbass nel 2014 e nel 2022 non hanno alcuna validità morale o legale, per non parlare di quelli tenuti in alcune parti degli oblast di Kherson e Zaporizhia anche quest’anno.

Da un punto di vista internazionalista, tuttavia, mi sembra chiaro che ci sono domande legittime sullo status della Crimea e anche di parti del Donbass identificate dall’accordo di Minsk II del 2015. Sono contrario a qualsiasi “soluzione” a questi problemi attraverso la guerra, e a favore di una soluzione democratica pacifica basata sul diritto dei popoli all’autodeterminazione. La volontà che deve essere espressa è quella della popolazione originaria di questi territori così come era composta prima del cambiamento forzato del loro status, cioè prima del 2014.

È su questa base che ho definito quella che ritengo essere la posizione che gli internazionalisti contrari alla guerra dovrebbero assumere sulla questione del cessate il fuoco e dei negoziati di pace. Ecco di nuovo i tre punti che ho proposto per una piattaforma democratica contro la guerra:
1. Cessate il fuoco con ritiro delle truppe russe sulle loro posizioni del 23 febbraio 2022;
2. Riaffermazione del principio dell’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la forza;
3. Negoziati sotto l’egida delle Nazioni Unite per una soluzione pacifica e duratura basata sul diritto dei popoli all’autodeterminazione: dispiegamento di caschi blu in tutti i territori contesi, sia nel Donbass che in Crimea, e organizzazione da parte delle Nazioni Unite di referendum liberi e democratici che includano il voto dei rifugiati e degli sfollati originari di questi territori.

Bisognerebbe fraintendere seriamente la situazione reale per vedere in questo un ribaltamento della mia posizione contro l’invasione, se non addirittura un tradimento della causa ucraina. Il fatto è che porre come condizione per un cessate il fuoco il ritiro delle truppe russe dalle posizioni del 23 febbraio significa già porre un limite molto alto. Infatti, come ho spiegato nel mio testo, ciò richiede già un’importante amplificazione della controffensiva ucraina, con un sostegno significativamente maggiore da parte dei Paesi della NATO, nonché un aumento della loro pressione economica sulla Russia.

Tuttavia, questa è l’unica condizione accettabile per un cessate il fuoco in una prospettiva che ripudia l’acquisizione di territori con la forza. Solo la parte ucraina ha il diritto di accettare un cessate il fuoco inferiore, se le condizioni di fatto la spingono a farlo. Per quanto riguarda la guerra fino alla riconquista dell’intero Donbass e della Crimea, se l’Ucraina avesse lanciato un’offensiva del genere prima dell’invasione russa del 24 febbraio, l’avrei certamente considerata un avventurismo nazionalista irresponsabile, per quanto legittimo possa essere. È per lo stesso motivo che non condivido l’invito a proseguire la guerra fino a quando l’Ucraina non avrà recuperato tutti questi territori.

Il terzo punto che lei solleva poggia sul ruolo delle Nazioni Unite. Ma dato che la Russia dispone del potere di veto in seno al Consiglio di Sicurezza, tutto ciò non rappresenta di fatto la possibilità per Mosca di imporre la sua volontà nelle aree contese?

Vorrei chiederle innanzitutto: quale alternativa alle Nazioni Unite c’è per supervisionare una soluzione pacifica e democratica del conflitto? La NATO potrebbe essere un’alternativa? Porre la domanda significa di fatto già rispondere. Quanto al cosiddetto formato Normandia (Germania, Francia, Russia e Ucraina), è fallito irrimediabilmente.

A meno che il regime di Putin non crolli e cambi radicalmente la situazione, l’unico modo per far sì che la Russia rispetti i termini di una soluzione pacifica è che la questione venga trattata dall’ONU, dove sarebbe necessaria l’approvazione della Russia stessa, oltre che della Cina. Naturalmente, la Russia accetterà un accordo di questo tipo solo se sarà costretta a farlo dalla situazione militare sul terreno e dalla sua situazione economica. Ma sostenere che il passaggio attraverso le Nazioni Unite darebbe a Mosca un diritto di veto significa affermare che un accordo potrebbe essere imposto alla Russia contro la sua volontà. Questo ci riporterebbe allo scenario apocalittico dei guerrafondai.

Guardate la cosa da un altro punto di vista: una soluzione controllata dalle Nazioni Unite è quella che prevede un accordo tra le principali potenze della NATO da un lato, la Russia dall’altro e la Cina. È chiaro che non ci può essere una soluzione pacifica che ponga fine alla guerra senza un accordo di questo tipo. Il dispiegamento di truppe ONU nei territori contesi è l’unico modo per ottenere un vero referendum di autodeterminazione organizzato da un organismo su mandato delle Nazioni Unite.

L’ideale sarebbe un ritiro simultaneo delle truppe russe, ma questo rimarrebbe vero anche se si dimostrasse impossibile ottenere questo ritiro prima del processo di autodeterminazione e se queste truppe dovessero rimanere fino al suo completamento, a condizione che siano confinate nelle loro basi e caserme. Solo una soluzione di questo tipo può essere sostenuta dalla legalità internazionale e dal consenso delle principali potenze. È difficile immaginare un altro scenario per una soluzione pacifica e democratica.

Nel suo articolo del 30 novembre, lei afferma che il movimento contro la guerra dovrebbe cercare di fare pressione sulla Cina per aiutarla a concludere con successo la guerra. Come si potrebbe applicare tale pressione e perché pensa che la Cina potrebbe svolgere un ruolo del genere?

La via più breve, e meno costosa in termini di vite umane e distruzione, per arrivare a un cessate il fuoco nelle condizioni sopra descritte è che le potenze della NATO convincano la Cina ad aggiungere la sua pressione “amichevole” a quella militare ed economica su Mosca. Berlino e Parigi hanno fatto dei tentativi in tal senso, ma sono ostacolati dall’atteggiamento provocatorio di Washington nei confronti di Pechino, portato all’estremo da Donald Trump e continuato da Joe Biden.

La Cina è chiaramente insoddisfatta della guerra in corso, che va contro i suoi interessi economici e ha già rafforzato notevolmente l’Occidente geopolitico che gli Stati Uniti stanno cercando di costruire contro Pechino e la sua “amicizia senza restrizioni” con Mosca. Ciò significa che la Cina potrebbe rendersi conto che Putin sta rendendo un grande disservizio alla loro opposizione congiunta all’”egemonismo” statunitense e che permettergli di continuare con la sua invasione malriuscita può solo aggravare il danno. Inoltre, il silenzio di Pechino su questa invasione contraddice pienamente il suo proclamato impegno nei confronti del diritto internazionale e dei principi di sovranità e integrità dello Stato.

Tutti i documenti di politica estera cinese sottolineano il ruolo centrale che l’ONU dovrebbe svolgere nella politica mondiale, ma finora la Cina non ha fatto alcuno sforzo per far sì che l’ONU svolgesse un ruolo chiave nel fermare la guerra, che è lo scopo principale per cui l’ONU è stata concepita. Invece, Pechino si è rifugiata nell’astensione di fronte alla più grave minaccia alla pace mondiale della storia recente, un atteggiamento che non è certo degno della seconda potenza mondiale.
In questo contesto, credo che il movimento contro la guerra debba fare pressione non solo su Mosca e Washington, come sta facendo, o più precisamente come diverse parti di esso stanno facendo sull’una o sull’altra di queste due capitali, ma anche su Pechino, che porta gran parte della responsabilità della continuazione della guerra con la sua scelta di non agire per fermarla. Il movimento contro la guerra dovrebbe rendersi conto che anche la Cina, e sempre di più, è una delle potenze mondiali responsabili dell’attuale stato del mondo.

Intervista pubblicata originariamente in inglese da New Politics il 10 dicembre 2022. La traduzione in italiano è stata curata dal segretariato MPS
Nell’immagine: Gilbert Achcar


Cosa rischia Biden dopo la scoperta dei documenti “rubati”

Intervista al noto politologo francese Gilbert Achcar sulle condizioni necessarie per arrivare ad un vero cessate il fuoco in Ucraina 

Di Gianluca Lo Nostro, InsideOver

I legali del Presidente Usa, apparentemente a sua insaputa, hanno consegnato al dipartimento di Giustizia alcuni documenti potenzialmente riservati contenenti rapporti d’intelligence su Ucraina, Iran e Regno Unito, risalenti agli anni in cui Biden era il vice di Obama, in particolare tra il 2013 e il 2017. Secondo la legge denominata Presidential Records Act tale materiale va considerato di proprietà governativa e dunque deve essere restituito da chi ricopre cariche pubbliche, anche se si tratta del Presidente degli Stati Uniti. È la stessa motivazione per cui Donald Trump è sotto inchiesta, ma a quali rischi si espone invece l’attuale inquilino della Casa Bianca?

Le differenze tra Trump e Biden

La differenza principale con il suo predecessore è l’autodenuncia. Dopo la segnalazione proveniente da Washington del think tank Penn Biden Center, il team di avvocati di Biden ha presentato tutto alle autorità giudiziarie. Una collaborazione che da parte del tycoon non c’è mai stata, come dimostra il raid subitaneo della scorsa estate dell’Fbi nella residenza di Mar-a-Lago grazie al quale sono state recuperate 33 scatole con oltre 300 carte al loro interno. “Quando, l’Fbi, farà la stessa cosa nelle case di Joe Biden?” si è domandato l’ex Presidente commentando la notizia che riguardava il suo successore.

Trump ha sempre visto questa inchiesta come un accanimento nei suoi confronti e a prestargli manforte sono i numerosi parlamentari repubblicani che insieme a lui (e l’alleato inaspettato, Elon Musk) hanno agitato a lungo lo spauracchio del caso di Hunter Biden, minacciando un’indagine congressuale. Biden, per contro, ha reagito quasi attonito, certo di una risoluzione tra i suoi legali e la giustizia. Ma con la nuova maggioranza Gop alla Camera pronta a dargli filo da torcere, le ripercussioni politiche – più che giudiziarie – potrebbero essere catastrofiche sul piano della reputazione e della comunicazione, il vero tallone d’Achille del Presidente americano.

L’ultima parola spetta all’Attorney General Merrick Garland, chiamato a decidere se aprire o meno un’indagine federale. L’impatto sull’inchiesta in cui è coinvolto Trump sarà minimo, essendo già stato nominato il procuratore speciale Jack Smith che si occuperà di stabilire, in maniera del tutto indipendente, se procedere o meno con l’incriminazione che verrà decretata dal Gran Giurì. Tuttavia, qualora il dipartimento di Giustizia dovesse ritenere il caso perseguibile sulla base dell’evidenza raccolta, resterebbe il fatto che ciascun Presidente nel pieno delle sue funzioni gode dell’immunità penale durante il suo mandato. È probabilmente la stessa ratio seguita dall’ex direttore dell’Fbi Robert Mueller nell’annosa indagine sul Russiagate, dalla quale Trump fu assolto.

Biden e la minaccia dell’impeachment

Le pressioni a cui sarà sottoposto il dipartimento di Giustizia guidato da Garland potrebbero ad ogni modo intralciare la sua azione. Il Partito Repubblicano è sul piede di guerra per questo motivo e non è da escludere una procedura di impeachment contro Biden. I conservatori Usa hanno già criticato la doppia morale della stampa nel raccontare i due scandali. Messi a confronto, infatti, si nota immediatamente un tono più accusatorio verso Trump.

Il Gop potrebbe mettere così in stato d’accusa il Presidente democratico andando incontro a una sicura bocciatura al Senato, controllato dai dem che per due volte hanno provato a rimuovere Trump con l’impeachment. Il gesto, simbolico, rappresenterebbe la tolleranza zero di una nuova opposizione e di un nuovo Partito Repubblicano spostatosi su orientamenti sempre più estremisti, malgrado i tentativi di calmare i più oltranzisti dello Speaker Kevin McCarthy, riavvicinatosi alla base trumpiana dopo l’iniziale rabbia per l’assalto a Capitol Hill. Intanto la commissione di vigilanza della Camera dei Rappresentanti sta per lanciare un’indagine. “La commissione è preoccupata che il Presidente abbia compromesso fonti e metodi con la sua cattiva gestione di documenti classificati”, dichiara il presidente della commissione, il repubblicano James Comer, in una lettera indirizzata alla Casa Bianca, fissando come termine perentorio per l’invio delle carte il 24 gennaio.

“Lo sapevano da una settimana prima delle elezioni”, ha sottolineato furioso il deputato Jim Jordan, che da neo presidente della commissione giustizia della Camera ha promesso la costituzione di una sottocommissione parlamentare contro l’uso politico del governo federale. “Forse il popolo americano avrebbe dovuto saperlo. Sicuramente sapevano del raid a Mar-a-Lago 91 giorni prima di queste elezioni, ma sarebbe stato bello se il 2 novembre il Paese avessero saputo che c’erano documenti riservati al Biden Center”. La Casa Bianca è avvertita: ci sarà un notevole aggravamento della polarizzazione politica negli Stati Uniti e a farne le spese potrebbe essere l’amministrazione Biden, avvolta dal suo primo, forse grande scandalo.

Nell’immagine: Joe Biden dà la sua versione dei fatti in una dichiarazione da Città del Messico


Si allunga l’ombra della destra estrema sull’America latina

Intervista al noto politologo francese Gilbert Achcar sulle condizioni necessarie per arrivare ad un vero cessate il fuoco in Ucraina 

Di Claudia Fanti, il manifesto

Se il Brasile ha ora avuto il suo assalto al Campidoglio, il rischio di propagazione di atti eversivi è sempre più alto in America Latina. Il consolidamento del bolsonarismo emerso alle ultime elezioni è infatti solo l’espressione più evidente di un’ascesa dell’estrema destra tanto irresistibile quanto minacciosa.
Nella vicina Argentina, era già stato l’attentato del 2 settembre scorso contro la vicepresidente Cristina Kirchner (fallito per puro caso) a far scattare l’allarme sul pericolo che il fascismo latinoamericano possa rialzare la testa. Non per niente le forze di estrema destra sono cresciute così tanto e così rapidamente da poter ambire a un ruolo da protagoniste alle elezioni di quest’anno: un recente sondaggio indica il loro leader, l’economista ultraneoliberista Javier Milei, come il candidato che genera più speranza.

Critico feroce di quello che chiama «marxismo culturale», Milei non si è pronunciato solo a favore di una completa deregolamentazione del sistema finanziario, ma si è anche scagliato contro le minoranze sessuali, ha definito l’emergenza climatica «un’altra delle menzogne del socialismo» e ha persino messo in discussione il numero di desaparecidos durante la dittatura. E anche all’interno della destra più tradizionale di Juntos por el Cambio a conquistare terreno sono in realtà le posizioni più radicali di Patricia Bullrich, il cui programma prevede nientedimeno che l’eliminazione dei programmi sociali e l’ampliamento della partecipazione delle forze armate nei conflitti interni.

Non va meglio in Cile, dove l’estrema destra, uscita rafforzata dal trionfo del “Rechazo” al referendum sulla nuova costituzione, si raccoglie intorno a José Antonio Kast, il candidato sconfitto al ballottaggio da Boric. Contrario all’aborto senza eccezioni, ostile ai migranti e ai mapuche e deciso a ridurre il ruolo delle donne a una dimensione familiare e privata, a eliminare qualsiasi traccia di politica a favore delle minoranze sessuali e a sopprimere la gratuità dell’insegnamento superiore, Kast non ha esitato tuttavia a congratularsi con Boric dopo la sua sconfitta.

Una condotta insolitamente democratica, la sua, nel contesto di un’estrema destra latinoamericana a vocazione inguaribilmente golpista. Come, in maniera esemplare, si è confermata, in Perù, quella fujimorista e anti-comunista, la quale, non avendo potuto scongiurare la vittoria di Pedro Castillo sulla base di accuse di brogli inverosimili quanto quelle bolsonariste, gli ha di fatto impedito di governare: un’azione di logoramento tradottasi in tre mozioni di impeachment, una denuncia costituzionale per «tradimento della patria» e sei indagini per corruzione. Anche se, per quanto l’anelata destituzione di Castillo sia stata infine raggiunta, l’estrema destra si trova ora alle prese con un ostacolo che non aveva previsto: la rabbia incontenibile del popolo peruviano, di tutti i «cholos de mierda» che avevano confidato nell’ex maestro rurale e che ora non sono disposti ad accettare il ritorno degli stessi di sempre.

Che il vero antidoto all’ascesa dell’estrema destra sia la mobilitazione popolare era emerso del resto con chiarezza dalla resistenza della popolazione boliviana al governo golpista di Jeanine Áñez (ora in galera), culminata con la vittoria alle elezioni del 2020. Una batosta di fronte a cui la ricca élite bianca di Santa Cruz non si è comunque ancora rassegnata, se è vero che, dal ritorno della democrazia, ha già creato diverse azioni di destabilizzazione contro il governo Arce, l’ultima delle quali, ancora in corso, è seguita all’arresto del governatore di Santa Cruz Luis Fernando Camacho, uno degli indiscussi protagonisti del golpe del 2019.

L’estrema destra latinoamericana vuole comunque pensare in grande, guardando anche a quanto avviene in altre parti del mondo. Lo si è visto alla conferenza del 18 e 19 novembre, a Città del Messico, dell’Acción Política Conservadora, nata nel 1974 al fine di combattere il comunismo: vi hanno partecipato, tutti uniti nel nome di Dio, Patria e Famiglia, Eduardo Bolsonaro, Milei, Kast, il presidente del Guatemala Alejandro Giammattei, Steve Bannon, Lech Walesa, il leader di Vox Santiago Abascal, solo per citare qualche nome.

Nell’immagine: manifestazione contro l’arresto di Pedro Castillo ad Arequipa (Perù)


Estremisti e non (più) marginali 

Intervista al noto politologo francese Gilbert Achcar sulle condizioni necessarie per arrivare ad un vero cessate il fuoco in Ucraina 

Di Andrea Walton, Linkiesta

Marxista-leninista, membro dell’organizzazione transnazionale radicale «Incontro internazionale dei Partiti comunisti e operai», euroscettico, anti-Nato e aperto nei confronti di Vladimir Putin. No, non è uno dei tanti partiti della sinistra radicale condannati alla marginalità politica, ma un movimento in salute e in crescita. Il Partito dei Lavoratori del Belgio (Pvda België) è un’anomalia in un’Europa in cui i progressisti duri e puri sono quasi scomparsi.

I sondaggi, realizzati in vista delle elezioni del 2024, lo accreditano del diciannove per cento dei voti nella regione francofona della Vallonia, del nove per cento nelle Fiandre, del tredici per cento a Bruxelles e di circa venti seggi su 150 a livello nazionale, al terzo o quarto posto tra i partiti del Belgio. Un risultato di tutto rispetto per un movimento che sino al 2010 viaggiava intorno all’uno per cento e che nel 2019 ha sfiorato il dieci per cento dei voti.

Questa formazione ha le sue radici nel movimento studentesco fiammingo degli anni Sessanta, la cui parte più radicale aderì al maoismo e si inserì nei movimenti operai e portuali della città di Anversa. I modesti risultati elettorali ottenuti negli anni e una controversa alleanza con la Lega Araba Europea, in occasione delle elezioni del 2003, provocarono un processo di rinnovamento interno culminato nell’espulsione di alcuni membri e in una metamorfosi in occasione del Congresso del 2008.

Da allora sono state adottate una serie di linee guida partitiche, rivelatesi poi vincenti. Tra queste la partecipazione a tutti i conflitti sociali ed economici con la presenza organizzata nei luoghi di lavoro, l’attenzione ai problemi dei ceti popolari con obiettivi raggiungibili e senza rotture, presenza di operai e lavoratori nella rappresentanza istituzionale del partito, enfasi sulla solidarietà.

Il Partito dei Lavoratori del Belgio ha iniziato ad attirare l’interesse dell’opinione pubblica nel 2018 quando ha ottenuto il quindici per cento dei voti alle elezioni locali in diverse città belghe, ma le ragioni del suo successo vanno ricercate, secondo il portale Nation Builder che ne ha curato l’immagine online, in un’organizzazione tattica ineccepibile messa in campo dai quadri del partito e nella crescente popolarità dei partiti anti-establishment in Belgio.

La lotta al cambiamento climatico e alle politiche di austerità, centrali nel manifesto elettorale, sono state affiancate, come ricordato dal webmaster del movimento Elio Serluppens, «dal lavoro instancabile dei volontari che ha convinto moltissime persone». Uno strumento importante è stato l’uso strategico e oculato delle telefonate ai cittadini, una pratica comune negli Stati Uniti ma considerata intrusiva in Belgio.

Una delle caratteristiche del sistema politico belga è la divisione, su basi linguistiche, dei principali partiti. Negli anni Settanta le formazioni diedero vita a una sezione fiamminga nelle Fiandre e a una francese in Vallonia. Il risultato è stata una frammentazione, con dodici partiti rappresentati in Parlamento e un indebolimento dell’identità nazionale. In Belgio l’autonomia funziona e tanto le Fiandre quanto la Vallonia hanno i propri Parlamenti e governi dotati di ampi poteri.

La capitale Bruxelles è una regione a parte. C’è poi la comunità autonoma tedesca e il governo centrale, spesso instabile e frutto di coalizioni, che deve dialogare con tutti e cercare di imporre una linea comune nei settori di sua competenza. Il Partito dei Lavoratori è l’unica eccezione alla regola: si presenta unito in tutta la nazione e dispone di una rete di cliniche gratuite per curare i più indigenti.

Lo stile comunicativo semplice e informale ha addolcito l’immagine, ma il movimento non mostra la minima ambiguità nei confronti dell’ideologia marxista-leninista e della sua rigida applicazione sulla società. Il sistema elettorale del Belgio, un proporzionale con sbarramento al cinque per cento, rende quasi impossibile l’ottenimento della maggioranza assoluta da parte di un singolo partito e la prospettiva di un regime comunista a Bruxelles è pura fantapolitica.

Non bisogna dimenticare, però, che crisi economiche, scandali e sfiducia hanno portato alla vittoria, in altri Paesi europei, movimenti radicali di destra e di sinistra che in passato erano marginali oppure sottostimati. Il Belgio, dove l’estremismo di destra del partito fiammingo Vlaams Belang monopolizza l’attenzione, rischia di sottovalutare la minaccia molto concreta del Partito dei Lavoratori.

Raoul Hedebouw, eletto alla presidenza del Partito dei Lavoratori con il 94 per cento dei voti all’inizio del 2022, è uno degli assi nella manica del movimento, grazie a una esibita simpatia bonaria, ma persino lui non può nascondere le controversie di un partito che si è rifiutato di condannare l’aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina e che non ha nascosto i propri legami di amicizia con Paesi poco noti per il rispetto della democrazia come il Vietnam.

L’ex leader del Partito dei Lavoratori Peter Mertens ha incontrato, nel settembre 2021, il presidente dell’Assemblea nazionale di Hanoi promettendogli di sostenere le posizioni del Vietnam tanto nel Parlamento europeo quanto in quello del Belgio.

Il periodico Le Soir ricorda le relazioni amichevoli che sono intercorse tra i marxisti belgi e la Corea del Nord, una delle nazioni più chiuse e impermeabili del mondo, mentre nel 2020 i radicali di sinistra sono stati gli unici a votare contro, nel Parlamento di Bruxelles, l’invio di quattro caccia F-16 in Iraq e Siria su richiesta degli Stati Uniti.

Non sono mancate, infine, accuse di vicinanza e sostegno al presidente siriano Bashar al-Assad, respinte al mittente dai diretti interessati. Un quadro complessivo che è difficile non definire preoccupante e che rischia di agitare la tranquillità del Belgio.

Nell’immagine: una manifestazione del Partito dei Lavoratori del Belgio


La disinformazione russa si fa strada in Europa. 13 Paesi a rischio manipolazione

Intervista al noto politologo francese Gilbert Achcar sulle condizioni necessarie per arrivare ad un vero cessate il fuoco in Ucraina 

Di Enrico Picone, Primaonline

Si espande l’ecosistema della disinformazione russa. I tentacoli della propaganda pro-Cremlino sul conflitto in Ucraina si sono allungati sull’Europa centro-orientale, con un numero crescente di siti web che oltre a riprendere sistematicamente le notizie riportate dalla Russia, caldeggiano la retorica dei movimenti Alt-right importata dagli Stati Uniti. Secondo il rapporto pubblicato dal giornale “cross-border” VSquare, in diversi Paesi Ue la manipolazione mediatica sulle sorti dell’invasione russa in Ucraina si fa sempre più invasiva. Sono questi Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Polonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Estonia, Bulgaria, Romania, Croazia, Serbia e Germania.

Dal rapporto emerge come i siti web osservati nell’inchiesta, riportino direttamente le speculazioni propagandiste da fonti russe come NewsFront, SouthFront, Katehon, Geopolitica.ru, The Strategic Culture Foundation, New Eastern Outlook, Ruskaya Vesna o da altre ancora considerate nell’orbita della disinformazione online come il blog in lingua inglese Zero Hedge, l’americano Breibart e il canadese Global Research.

Attraverso i servizi di web analysis Ahrefs e SimilarWeb, VSquare ha rilevato una concentrazione significativa di siti pro-Cremlino in Bulgaria, dove Zero Hedge ha registrato il proprio dominio. In Slovenia e Croazia si fa invece strada la disinformazione dell’Alt-right. Mentre in Germania, Repubblica Ceca e Slovacchia circola un numero crescente di contenuti viziati sia da retoriche filorusse che della Destra Alternativa.

Il provvedimento del Consiglio Europeo

Secondo VSquare dunque, i canali del Cremlino sono solo la punta dell’iceberg della manipolazione mediatica. A dicembre 2022, il Consiglio Europeo ha avviato il processo di sospensione delle licenze di trasmissione dei canali di stato Ntv/Ntv-Mir, Rossiya-1, Ren-Tv e Channel One, considerati sotto il “controllo diretto o indiretto della leadership della Federazione Russa e utilizzati per le loro continue e concertate attività di disinformazione e propaganda militare, che legittimano l’aggressione russa e minano il sostegno all’Ucraina”.

La crisi Serbia-Kosovo

La disinformazione russa ha inoltre raggiunto uno dei fronti più instabili d’Europa. Le tensioni fra Serbia e Kosovo si sono aggravate nel corso del 2022, costringendo i vertici Ue a convocare il presidente serbo Vučić e il premier kosovaro Kurti a risolvere diplomaticamente i rischi annessi alla “retorica incendiaria” che già in passato era degenerata in episodi violenti. La crisi delle targhe di agosto e l’arresto di un poliziotto serbo, hanno aggravato i rapporti fra le due nazioni fino all’annuncio di Belgrado per una immediata mobilitazione militare. L’allarme per una nuova escalation nel Balcani è poi rientrato a seguito della riapertura delle frontiere da parte del Kosovo.

Inoltre, stando al rapporto pubblicato da Balkan Free Media (Bfm) – organizzazione che monitora la guerra dell’informazione nel Balcani – la maggioranza dei cittadini serbi si è detta favorevole all’alleanza politica e militare con il governo Putin (dato già emerso in un sondaggio del 2021). Così anche diversi media nazionali. All’indomani dell’invasione dell’Ucraina, il tabloid ‘Informer’ titolava “L’Ucraina attacca la Russia”. “Le battaglie per la libertà dei media potrebbero sembrare insignificanti – ha dichiarato la direttrice di Bfm Antoinette Nikolova – ma contribuiscono a combattere  il grave declino dell’ambiente informativo che fa del Kosovo un bersaglio perfetto per la Russia e per chi vuole avvelenare il clima politico di quell’area”.


Unitas e le accuse di abusi

Intervista al noto politologo francese Gilbert Achcar sulle condizioni necessarie per arrivare ad un vero cessate il fuoco in Ucraina 

L’audit e le conclusioni tratte dal DSS certificano che la missione che si prefigge Unitas è centrata. Unitas, nessuno lo contesta, è utilissima e funziona benissimo. Alla luce dell’audit però, viene anche da chiedersi se per funzionare così bene, l’associazione necessiti di essere diretta da personaggi i cui principi etici e morali, ma non solo, sono a dir poco opachi.

Non ne va unicamente della reputazione di Unitas; se Unitas non si libera di questi dirigenti, la cui integrità penale è oggi forse dovuta solo ai termini di prescrizione, anche l’immagine dell’associazione – un’isola dove ci si prende(va) spassionatamente cura di ciechi e ipovedenti – rischia di uscirne gravemente compromessa. E questo ha evidentemente delle conseguenze anche sul piano economico. Come non ricordare i danni subiti da Pro Juventute quando quelle verità che oggi conosciamo vennero a galla? I primi ad essere preoccupati da questi aspetti della vicenda sembrano essere proprio quegli utenti e quei dipendenti che da marzo chiedono le dimissioni dell’intera dirigenza di Unitas.

Dimissioni che, nell’ottica di quello che ci insegnano gli studi in vittimologia, sarebbero dovute.

Non ci darà torto Roberto Sandrinelli, attuale aggiunto alla direzione della divisione dell’azione sociale e delle famiglie (DAFS), per anni segretario della speciale commissione d’aiuto alle vittime. Sandrinelli sa che per aiutare le persone a “guarire” dalla propria vittimizzazione è imperativo riconoscerne lo status di vittima. Senza se e senza ma. In particolare, anche se banale è bene ribadirlo, le vittime non devono essere obbligate ad interloquire con chi le ha danneggiate. La tutela psico-fisica della vittima è quanto garantisce la legge federale di aiuto alle vittime.

Chi è una vittima? Che cos’è una molestia? Un pizzicotto al culo? Un commento a luci rosse? Nel caso di Unitas, stando a quello che dicono le vittime, è capitato per decenni che chi necessitava di un sostegno – un cane guida, un appartamento, un biglietto del treno… – doveva andare a chiederlo a SM che, prima di allargare i cordoni della borsa, ne approfittava a piene mani. O per lo meno ci provava. A parte la violenza fisica vera e propria, si registra una notevole dose di violenza psicologica.

Nel caso specifico, la persona che subisce la molestia è quella che fa la richiesta (a cui ha pure diritto) al “molestatore”, mentre chi le molestie le perpetra è la persona che detiene il potere di soddisfare o meno le necessità della vittima, perdipiù disabile. Non c’è bisogno di una specializzazione in vittimologia per capire che chi subisce comportamenti del genere, soprattutto sull’arco di decenni, possa sviluppare ansie e angosce di cui lo Stato in primis dovrebbe prendersi cura.

Nella vicenda Unitas ci sono vittime che, tra le altre cose, accusano la dirigenza di gravi episodi di mobbing, di aver coperto molestie e altri probabili reati di natura sessuale per decenni. E, da quanto si capisce, l’audit non smentisce queste accuse. Anzi! Ed è questa stessa dirigenza che oggi dovrebbe rappresentare gli interessi delle proprie vittime di fronte a governo e popolazione. Le vittime si ritrovano spaesate e prese in giro. Prestandosi al gioco di Unitas, il DSS non ne tutela gli interessi come invece dovrebbe fare; anzi: riconoscendo come interlocutori diretti queste persone il Governo si schiera implicitamente dalla parte degli aggressori a danno delle vittime. Vittime che difficilmente possono sentirsi tutelate da una politica come quella adottata dal DSS. Soprattutto se a capo degli interlocutori del dipartimento c’è un alto funzionario che è stato per anni segretario della speciale commissione d’aiuto alle vittime.

Sembra superfluo sottolinearlo, ma visto cosa sta accadendo è bene ribadirlo: questo non è certo il genere di aiuto che le vittime si aspettano da parte delle autorità cantonali.

Nell’immagine: tutto nero


Unitas: c’è chi dice no

Intervista al noto politologo francese Gilbert Achcar sulle condizioni necessarie per arrivare ad un vero cessate il fuoco in Ucraina 

Da tio.ch

Si chiamano Gabriele Ghirlanda, Barbara Veccia, Anita Figini, Claudia Biasca e Giancarla Bonardi. Sono solo alcune della trentina di persone che l’11 marzo scorso hanno chiesto le dimissioni dei comitati dell’associazione e delle fondazioni di Unitas.

“Unitas ci rispose che per prendere delle decisioni bisognava aspettare le conclusioni dell’audit ordinato dal DSS”, ci dice Gabriele. “Dall’audit ci aspettavmo tantissimo” racconta Claudia, che aggiunge: “io mi aspettavo un’ammissione di responsabilità da parte dei dirigenti; mi aspettavo anche un passo indietro utile a lasciare il campo a gente più capace e meno compromessa.” Anita: “Così come è stata messa nei comunicati ufficiali sembra che ci sia stata qualche manchevolezza d’ordine amministrativo. Le vittime e i soprusi subiti sono stati completamente dimenticati. È scandaloso che oggi alle vittime sia imposta una dirigenza che ha coperto oltre 20 anni di molestie.”. “Sono 40 anni che sono in Unitas ed è sempre stato così” ci dice Giancarla. ”A SM piaceva toccare le donne e far loro proposte oscene; tutte eravamo molto a disagio. Quando c’erano i ritiri spirituali, di notte, SM bussava alle porte. Cercavamo tutte di tenerci alla larga e questo lo sapevano tutti. E la verità adesso deve venir fuori! Ce lo devono”.

Claudia: “Quando sono entrata nel comitato mi dicevano di fare attenzione ad SM perché non teneva le mani a posto. Ma avrebbero dovuto dirlo a lui di tenere le mani a posto! Quelle persone lì avrebbero dovuto aiutarlo a curarsi, mentre hanno fatto finta di nulla, lasciandolo andare avanti imperterrito a molestare decine di utenti donne. E non possono dire che non lo sapevano visto che già 20 anni fa ci fu un’educatrice che, prima di suicidarsi, denunciò per iscritto proprio alla dirigenza la piega che stavano prendendo le cose”.

Barbara: ”Unitas è un’associazione che mi ha aiutato tantissimo quando ho perso la vista. Ci tengo a dirlo, anche se non è questo il punto. Lascia infatti esterefatti che Unitas e DSS, alla luce dei risultati dell’audit, stiano operando in questo modo. Ma come si può pensare che le stesse persone, alcune delle quali stanno nella dirigenza di Unitas da decenni, possano rimediare a quello che hanno fatto o non fatto? C’è poi da dire che noi dell’audit, a parte quello che è stato comunicato ai media, non sappiamo nulla. Cosa vuol dire: “… aggiornamento dell’organizzazione, … conflitti di interesse, … concentrazione di ruoli, … porre rimedio alle carenze riscontrate … assicurare un’aggiornata e più incisiva gestione…” ? Sembra che si faccia di tutto per evitare l’espressione “molestie sessuali”. Come se non ci fossero vittime, perloppiù donne, dovute “alle carenze riscontrate nella gestione” di chi ancora oggi si arroga il diritto di gestire Unitas.”

Gabriele: “Brutto da dire, ma il problema è anche economico. Unitas è un’associazione privata che beneficia di sussidi, ma anche di donazioni private. E si sente sempre più gente che si chiede se, alla luce di quanto emerso dall’audit, ha senso andare avanti a sostenere Unitas.

Questa è la conseguenza del fatto che anni fa, quando i casi più gravi sono emersi, presidenza e direzione hanno ritenuto prioritaria la protezione della reputazione del molestatore. Ora la storia si ripete: la priorità sembra essere la difesa degli interessi di pochi, senza nessuna comprensione né rispetto per le vittime. Che la gestione dell’intera faccenda sia opaca è evidente a tutti. Si figuri che in occasione dell’assemblea generale i giornalisti sono stati allontanati e le risposte alle nostre domande erano dispensate dall’addetto stampa dell’associazione, Maurizio Canetta. Un modo molto poco cristallino di comunicare con i soci, e di quest’opacità si stanno accorgendo anche i donatori”. “A molte domande poi non è stata data risposta, semplicemente le ignoravano”, sottolinea Giancarla.

“Difficile vedere un futuro con questo comitato” aggiunge Anita. Che continua: “non sappiamo che cosa sia stato richiesto dal DSS. A sentire il presidente Vicari sembra che sia un problemuccio di tipo burocratico. Nessuno vuole ricordare il motivo che sta all’origine dell’audit. Oltre 20 anni di molestie.” “La fiducia non c’è più; la dirigenza di Unitas se ne deve andare. Bisogna fare tabula rasa, sarà doloroso ma è l’unico modo di ripartire appoggiandosi su una base sana”, conclude Claudia.

Nell’immagine: c’è chi non vede, e chi non vuol vedere


Markus Krienke – Un papa più solo ma anche più libero

Intervista al noto politologo francese Gilbert Achcar sulle condizioni necessarie per arrivare ad un vero cessate il fuoco in Ucraina 


Brasile, golpe mancato, golpe plagiato

Intervista al noto politologo francese Gilbert Achcar sulle condizioni necessarie per arrivare ad un vero cessate il fuoco in Ucraina 

Che siano stati gli americani i più tempestivi nel denunciare il fallito putsch in Brasile era prevedibile. Per Joe Biden il film degli eventi dell’8 gennaio si sovrappone a quello del 6 gennaio di due anni fa. Il sostegno di Washington al presidente Lula da Silva è «incondizionato», termine ripreso e ribadito poi dalle altre capitali. Gli eventi di Praça dos Três Poderes, la piazza dei tre poteri dello Stato progettata da Oscar Niemeyer, icona della sinistra oltre che del modernismo, sono un copia-incolla di quelli che avevano sconvolto Capitol Hill. Stessa dinamica, stesso trauma nazionale.

Come al Campidoglio due anni fa, una massa di estremisti di destra ha sfondato i blocchi delle forze dell’ordine per impossessarsi delle istituzioni: il palazzo presidenziale, il Congresso, la sede del Tribunale supremo, in parte saccheggiati come mostrano i video postati in rete dagli stessi manifestanti. Come a Washington nel 2021, la cerimonia di insediamento del nuovo presidente si era svolta lo scorso primo gennaio in assenza del presidente uscente: guarda caso Jair Bolsonaro era riparato proprio in Florida, esattamente come il suo mentore statunitense.

Nello scorso mese di novembre, fonti giornalistiche americane avevano rivelato che Eduardo, figlio di Jair Bolsonaro, era stato ospite del residence neo-kitsch di Mar-a-Lago dove oltre a Trump aveva incontrato due big dell’internazionale sovranista nera: Steve Bannon, propagandista capo del trumpismo vittorioso nel 2016 e Jason Miller, Ceo di Gettr, il neonato social media di riferimento della destra radicale. Al giovane Eduardo avrebbero suggerito di conquistare la piazza per riprendersi il potere politico. Messaggio immediatamente attecchito, tradottosi in una serie di blocchi stradali con trattori e camion (immagini che riportano inevitabilmente alla memoria il golpe cileno del 1973).

Jair Bolsonaro si schermisce in modo «meschino e tardivo» (El Pais) con un tweet in cui si limita ad affermare che se le manifestazioni pacifiche fanno parte delle regole della democrazia, non così i saccheggi e l’occupazione di stabili pubblici. Misera presa di distanza, ma nulla di sorprendente considerando che non aveva mai riconosciuto in modo chiaro la propria sconfitta.

Quanto a Inácio Lula da Silva stupisce il fatto che abbia sottovalutato i segnali premonitori: settimane di manifestazioni con un sit-in cospirazionista installatosi addirittura di fronte al quartier generale dell’esercito nella stessa capitale Brasilia. Il presidente denuncia i golpisti «nazisti, stalinisti e fascisti». Ha dalla sua la stragrande maggioranza del Paese, dei media, delle forze politiche (compreso Valdemar Costa Neto, leader del partito liberale, bolsonarista), della magistratura (con in prima fila Alexandre de Moraes, giudice della Corte suprema, bestia nera di Bolsonaro a cui aveva negato il ricorso elettorale).

È dunque probabile che il mancato golpe indebolisca l’estrema destra, così come successo – ma solo in parte – negli Stati Uniti. Sta di fatto che malgrado l’età matura (38 anni) la democrazia del colosso latino americano appare molto fragile. D’altronde più a nord un’altra democrazia, ben più anziana, ha dimostrato i propri limiti: ostaggio delle proprie contraddizioni, di potenti lobby, infiacchita dalla propria sicumera ma anche dalla diffusione planetaria dell’illusoria «democrazia digitale», non è ancora riuscita a rinnovarsi aprendo le porte alle insidie di un rovinoso populismo che ormai a livello globale sbanca a destra e – a volte – anche sul fronte opposto.

Pubblicato da laRegione


La satira di Charlie Hebdo fa imbestialire i mullah

Intervista al noto politologo francese Gilbert Achcar sulle condizioni necessarie per arrivare ad un vero cessate il fuoco in Ucraina 

Di Cinzia Sciuto, Micromega

Otto anni dopo che la redazione di Charlie Hebdo è stata massacrata da terroristi islamici per aver osato pubblicare vignette su Maometto, il giornale satirico francese torna a far imbestialire i fondamentalisti islamici con un numero speciale dedicato alla rivoluzione in corso in Iran. Non si dica però che non hanno imparato la lezione. Stavolta, infatti, a essere ritratto non è il profeta ma la Guida Suprema della Repubblica islamica Ali Khamenei: «Il leader supremo, a differenza di Maometto, non è un profeta, quindi possiamo disegnarlo quanto vogliamo», ha spiegato il direttore di Charlie Hebdo, Riss. Eppure non è bastato: Teheran ha già minacciato reazioni durissime e convocato l’ambasciatore francese.

Da quel 7 gennaio 2015 nel quale furono uccise 12 persone, fra cui l’allora direttore del giornale Charb e diversi fra vignettisti e giornalisti, la redazione di Charlie Hebdo è stata trasferita in un luogo segreto e i redattori sono sotto protezione. Ho avuto il grande piacere di conoscere personalmente Gérard Biard, caporedattore della rivista che il giorno della strage era in ferie, ospite alla scorsa edizione delle Giornate della laicità: un uomo tanto mite quanto saldo nelle sue convinzioni, che per non rinunciare alla libertà di parola e di espressione, ha dovuto rinunciare alla libertà di movimento, dovendosi sempre spostare con la scorta. Le minacce continuano infatti a piovere sulla testa dei superstiti della strage perché le condanne dei fondamentalisti islamici non vanno in prescrizione. Lo sa bene Salman Rushdie, colpito da una fatwa nel 1989, che ha perso un occhio nell’attentato di cui è stato vittima solo pochi mesi fa, compiuto da un fanatico proprio per dare seguito a quella lontana, ma ai suoi occhi ancora validissima, condanna.

Nel suo intervento a Reggio Emilia Biard spiegava con grande lucidità perché tutta questa violenza, al contrario del refrain che a ogni attacco islamista tocca sentire, ossia che “non ha a che fare con l’islam” (ancora di recente la ministra degli esteri tedesca Baerbock ha usato un’affermazione del genere a commento della feroce repressione del regime iraniano contro le proteste seguite alla morte di Masha Amini), ha invece molto a che fare con la religione: «Nessuna religione è per definizione “di pace” o “di guerra”. (…) Fondamentalismo, oscurantismo e fanatismo non sono disfunzioni, sono consustanziali al “fatto religioso”. Quando scende su un terreno politico, lo stato normale di una religione è il totalitarismo, e i suoi strumenti preferiti sono la brutalità, se non la barbarie. L’islam non fa eccezione alla regola: affermare che le atrocità commesse dall’Isis o un attacco islamista non hanno nulla a che fare con l’islam è sciocco e impreciso come affermare che l’Inquisizione o il massacro del giorno di San Bartolomeo non avevano nulla a che fare con il cattolicesimo».

Non è in questione cosa “davvero” dica l’islam o il cristianesimo (o il buddismo o… o… o…) né la fede individuale di ciascun credente, ma il fatto che ogni volta che la religione pretende di occupare lo spazio pubblico diventa per sua natura violenta. Di qui la necessità di una radicale laicità, ossia che la religione rimanga relegata alla sfera della fede personale: «Non possiamo far entrare Dio nel campo politico perché è un tiranno intoccabile», ammoniva ancora Biard. «Un dittatore prima o poi muore, una giunta prima o poi sarà deposta. È molto complicato invece destituire Dio».

Nell’immagine: collage di vignette di Charlie Hebdo