Il Brasile e il crash-test della democrazia

A due anni di distanza dall’assalto al Capitol Hill di Washington i fan di Bolsonaro invadono i palazzi del potere a Brasilia: esito e interrogativi 

Adesso abbiamo anche il “copia e incolla” internazionale della tentata sovversione populista. Da Washington 6 gennaio 2021, a Brasilia 8 gennaio 2023. Più o meno la stessa data, più o meno lo stesso copione, e la stessa falsa motivazione di elezioni presidenziali truccate. Stavolta, nella capitale del gigante latino-americano (celebrato capolavoro iper-modernista, disegnato dall’architetto Oscar Niemeyer) sono stati migliaia di seguaci dello sconfitto presidente Jair Bolsonaro (da Lula da Silva, socialista al terzo mandato) a prendere d’assalto la spianata del Planalto, coi palazzi dei ‘tre poteri’: parlamentare, presidenziale, giudiziario. C’è chi ha opportunamente e subito ricordato la battuta di Marx, per cui ‘la storia si ripete sempre due volte, la prima è tragedia, la seconda è farsa”. E farsa si è rivelata l’ “insurreição brasileira” in versione domenicale, quindi a sale deserte. Gente come a un gigantesco pic-nic, magliette coi colori nazionali, bermuda, qualche infradito, pance un po’ troppo gonfie, e la facile devastazione di ciò che là dentro era devastabile. Soprattutto ha immediatamente colpito il teatrino delle parti: la prima reazione delle sparute forze dell’ordine, agenti che respingevano gli assalitori con lo spray urticante, altri in posa selfie, altri ancora che dirigevano il traffico dei rivoltosi.

Allora perché tanto allarme? Perché le break news dei principali networks mondiali? Quali timori poteva trasmettere un siffatto “populismo eversivo”, quello di potenti registi che si servono del popolino, affidandogli missioni impossibili?

La risposta più immediata e più semplice è anche la più vera. Per alcune ore ci si è chiesti non se l’attacco potesse avere per sé stesso una qualche chances di successo, ma come avrebbe reagito l’esercito già protagonista e responsabile, in un passato non troppo remoto, di feroci dittature: quindi se potesse approfittare della flebile miccia accesa a Brasilia per tentare un nuovo atto sovversivo e armato, un rovesciamento violento del processo democratico, insomma un “golpe de Estado”. Il legame fra l’ispiratore (passivo?) Bolsonaro e i militari era infatti cosa risaputa, alimentata dallo stesso ex capitano con le sue sperticate lodi al putsch del passato, quindi legittimamente temuta, emersa anche in campagna elettorale: infatti Il presidente poi sconfitto (non in larga misura ma abbastanza chiaramente) aveva voluto al suo fianco come candidato vice-presidente il generale Souza Netto, da più parti indicato come l’anello di congiunzione fra l’uomo che aveva difeso addirittura le torture della dittatura, e i “bolsonaristi” in ebollizione, da settimane visibilissimi, accampati-tollerati persino attorno al quartier generale delle forze armate a Brasilia. In uno degli ultimi discorsi prima che si aprissero le urne, queste furono del resto le parole rivolte agli ufficiali del capo di Stato uscente: “Siete voi il baluardo contro il socialismo”.

Quindi, quello di domenica appare anche come un test-stress importante se non cruciale (e magari non definitivo) sulla lealtà istituzionale delle forze armate. Che quella lealtà democratica hanno pubblicamente ribadito nelle ore dei disordini attorno e dentro i palazzi del Planalto. Non un piccolo risultato politico per l’ex sindacalista ed ex detenuto (ingiustamente) Lula, che potrebbe addirittura migliorare la sua non altissima popolarità post-elettorale. Indiretto smacco per Bolsonaro, che a 40 giorni dal voto si involò verso gli Stati Uniti, naturalmente in Florida, a due passi dalla villa di Mar-a-lago, la super-lussuosa dimora dell’ex presidente, pensionato e forse grande evasore Trump (è una delle accuse a suo carico), l’amico e ispiratore presso cui Jair ha festeggiato il Natale. Che ha comunque taciuto fin quando è stata del tutto evidente la sorte dei rivoltosi, e alla fine li ha disconosciuti e condannati: anche perché un’accusa provata di collusione l’avrebbe escluso da una prossima eventuale rivincita elettorale.

Non che l’indiretto vantaggio che ne può trarre l’anziano Lula lo sollevi molto dall’eredità che si è caricato sulle spalle. Un paese nettamente diviso in due (anche con risvolti razziali, il Sud bianco nettamente più a destra) gli uffici dell’alta burocrazia dove i funzionari bolsonaristi sono numerosi, una crisi economica che non fa più del Brasile uno dei motori Brics (paesi esportatori di materie prime, 15 anni fa in via di tumultuoso sviluppo), dove 10 milioni di persone dovrebbero vivere con meno di due dollari al giorno, dove un bambino su sette nemmeno può andare a scuola; un’economia malata di monocoltura e deforestazione, in cui giocano un forte ruolo anche fameliche multinazionali; chiese ultraconservatrici protestanti e pentecostali di importazione nord-americana, che potrebbero rendere minoritaria in pochi anni quella cattolica.

Infine, di fronte al numero comunque molto elevato e socialmente diffuso dell’elettorato reazionario, la constatazione per tutti che il problema non è riconducibile al solo Bolsonaro, ma al bolsonarismo inteso come espressione di populismi negazionisti ed eversivi: che oggi si danno la mano dagli Stati (dis)Uniti d’America al più vasto e popoloso paese del subcontinente, ma domani chissà. Fenomeno sovranazionale di fronte al quale le nuove debolezze della democrazia sembrano complicare la possibilità di trovare antidoti efficaci.


Per le criptovalute bisognerebbe pensare a un divieto

A due anni di distanza dall’assalto al Capitol Hill di Washington i fan di Bolsonaro invadono i palazzi del potere a Brasilia: esito e interrogativi 

La Neue Zürcher Zeitung (29 dicembre) non sembra tenera con le criptovalute. Presenta una lunga intervista di Christof Leisinger alla nota giurista americana Hilary J.Allen ( conosciuta internazionalmente come grande esperta in diritto bancario, per i problemi della stabilità finanziaria e la regolamentazione delle nuove tecnologie finanziarie, consulente per varie istituzioni internazionali ed anche esperta per il Senato americano). Alcuni passaggi meritano di essere messi in rilievo.

Già l’attacco è onesto e deciso: “Ho ingenuamente e completamente sottovalutato quanto sia fraudolenta la scena delle criptovalute”. Bisognerebbe prendere seriamente in considerazione, sia per i danni monetari sia per quelli ecologici, un divieto. È realistico? Se i responsabili politici non riescono a farlo, dovrebbero almeno assicurarsi di non promuoverne la diffusione o di lasciarle avvicinare al nucleo del sistema finanziario. Assicurarsi poi che niente possa mai essere salvato con fondi pubblici.

Questi prodotti non dovrebbero essere in nessun modo regolati come i normali prodotti bancari, altrimenti avrebbero accesso alla Banca Centrale come salvatrice in ultima necessità e forse anche al sistema di protezione dei depositi delle banche. Mentre la regolamentazione bancaria dovrebbe invece servire a tenere le banche lontano e fuori dal business delle criptovalute.

La scena delle criptovalute non ha quindi nessun significato e nessun valore? Sì, esattamente così. L’unico scopo sembra essere quello di dare alle persone interessate la possibilità di fare scommesse. Si può quindi paragonare tutto questo a un casinò di Las Vegas? Sì, in una certa misura, ma il giocatore di Las Vegas è perlomeno sicuro che nessuno gli ruba le fiches sul tavolo. Nel senso che al casinò si è meglio protetti? Sì, e soprattutto si sa che si è impegnati in un gioco d’azzardo. La rappresentazione delle criptovalute sta alimentando la favola che anche le persone presumibilmente escluse dal sistema finanziario tradizionale potrebbero puntare sulla fortuna. Molti hanno creduto a questa storia e ora devono convivere con i danni.

Il quotidiano “La Regione” ha dedicato tre pagine (con un articolo di fondo) alle criptovalute (3 gennaio). Titolo di prima pagina, di lancio: “Monete digitali. Tra rischi e opportunità”. Che lascerebbe già capire che ci sono rischi, è vero, ma ci possono essere anche delle opportunità. Tutte da trovare, però. L’articolo di fondo di Alfonso Reggiani non manca di porre seri interrogativi alla città (o al municipio) di Lugano che ambisce a diventare la capitale delle criptovalute. Ad esempio; che cosa ha spinto un ente pubblico “a sostenere un comparto in odor di speculazione e perché intercettare proprio quel mondo fatto di criptoboys?” E ancora:”la connessione cercata con un mondo finanziario poco trasparente non appare in evidente contraddizione con le decisioni di sensibilizzare la popolazione sui pericoli e i rischi dell’eccessivo indebitamento?”. 

La conclusione, che estende la critica, è lapidaria: “Una scelta di campo che, del resto, non dovrebbe sorprendere più di quel tanto, perché è figlia di una politica che abbraccia il velato mondo della moderna e consumistica ricchezza, stendendo tappeti rossi ai ricchi, mentre tende a sollecitare il manganello contro chi osa contestare anche duramente le regole del sistema”.

Il popolo e il “rug pull” 

Qui potrebbero già insinuarsi due osservazioni. La prima riguarda la democrazia (o  il cosiddetto “popolo”, caro a certi movimenti politici dominanti che fanno e decidono quel che vogliono attribuendolo poi alla gente): che ne sa il popolo, ma, soprattutto, chi impone e chi “governerà”  o chi, se capita, sarà responsabile  per le conseguenze di una scelta del genere?

La seconda è una mistione non voluta di espressioni. La quale assume persino un senso divertente o canzonatorio. “Stende tappeti rossi ai ricchi”, la politica luganese. C’è una espressione inglese assai diffusa nel mondo delle crypto: “rug pull”. Che significa, invece, letteralmente: tirare il tappeto sotto i piedi a qualcuno. Per tradurla in termini comprensibili, è la truffa di coloro che, sviluppatori di un progetto cripto, si ritirano poi repentinamente dopo aver sgraffignato i fondi dei primi creduloni investitori.

Con il trucco del “tiratappeto” c’è chi ha calcolato perdite medie giornaliere di 7.67 milioni di dollari nel mondo delle crypto. Tutto sta quindi a vedere se ci saranno tappeti rossi per i ricchi, con profusione di criptovalute in via Nassa o non si sa dove come pretendono il sindaco e il Municipio o persino i commercianti, oppure se  ci sarà qualche “rug pull” nel palazzo di Piazza Riforma.

Se le banche diventano superflue

Il vero e importante discorso da farsi o interrogativo da porsi è comunque un altro e d’altra importanza. E non è tanto quello dei rischi che si corrono o delle opportunità che dovrebbero esserci. È singolare che la stessa inchiesta de “La Regione”, pur valida e interessante, non lo affronti.

Appaiono i fiduciari che, a quanto pare, hanno con intelligenza e onestà deciso di non occuparsi di criptovalute “sia per uno scetticismo nostro di fondo sia perché ci vogliono specifiche competenze anche informatiche che non abbiamo per garantire un effettivo controllo”. Ma le banche, la struttura bancaria luganese, che è fattore economico-finanziario determinante, che è contribuente essenziale e vitale, dove sono, che ne pensano, come si collocano, sono state interpellate dall’autorità o è stato preferito loro l’Ardoino di Tether o El Salvador di Bukele? 

In termini concreti: se finirà per essere sufficiente una connessione a internet e un portafoglio numerico per accedere a dei servizi finanziari, non sarà una indecorosa porta d’uscita per le banche, per le loro commissioni o spese di gestione, per gli intermediari e consulenti, per banchieri e bancari vari agli sportelli, per le giuste condizioni gestionali, amministrative e di controllo? Quanta sarà la probabile ulteriore disoccupazione bancaria, quanto il minor reddito da lavoro distribuito, quanto il minor introito fiscale?

Queste sono le domande sempre mancanti. Non è fantasia o esagerazione: sono le promesse (paradossalmente difese tempo fa  anche in Gran Consiglio, in maniera libertaria, senza che nessuno alzasse un dito per un dubbio), riassunte nell’acronimo DeFi (dall’inglese Decentralized Finance). Questo sistema, più o meno alternativo dei servizi finanziari si è appunto sviluppato nel solco del mercato dei criptoattivi (criptovalute), grazie alla funzionalità della “blockchain” (parola ormai diffusa che, per la stragrande maggioranza, senza denigrare l’intelligenza di nessuno, è come la classica Araba Fenice, che ci sia ognuno lo sa, che cosa effettivamente sia pochi lo sanno dire).

La DeFi (pronuncia, ovviamente: di-fai) designa in maniera generica l’assieme dei servizi finanziari accessibili a partire dalla “blockchain”. Si presenta come un sistema finanziario alternativo e decentralizzato poiché, contrariamente al sistema finanziario tradizionale (quello, per dirla in termini semplici, delle nostre banche), non si fonda sul “terzo di fiducia” (appunto: una banca o una autorità centrale o lo Stato o persino la stessa Banca Nazionale, di cui ci si vuole invece liberare) per realizzare o mettere a punto una operazione finanziaria. Questa decentralizzazione dei servizi finanziari permette così di eliminare gli intermediari tra un operatore-investitore (privato, commerciante, impresa) e un servizio finanziario (prestito, garanzia, trading, commercio…). È vero, fare a meno di intermediari può essere più rapido e meno costoso. Ma anche molto più rischioso. Destrutturante, comunque: molte banche diventano superflue o inutili.

Servirà ancora un banchiere?

Quindi nella finanza decentralizzata non c’è bisogno neppure di un banchiere, tutto è automatizzato. Degli “smart contracts” sostituiscono gli intermediari o anche i consulenti nei procedimenti di convalida e di esecuzione delle operazioni finanziarie. Quei contratti sono detti “intelligenti” poiché procedono automaticamente quando una serie di condizioni, fissate in anticipo una volta per tutte, sono adempiute. 

 Per accedere alle piattaforme DeFi basta disporre di un portafoglio numerico che permette di entrare sulla blockchain e di potervi realizzare le operazioni. In un’operazione di prestito classico- ad esempio- è una banca che convalida la domanda di prestito, prima di procedere al trasferimento dei fondi e poi al programma di rimborso delle scadenze. Ognuno di queste tappe necessita quindi di un intervento umano e di un certo numero di formalità. Non saranno più necessari. 

Ai detentori di cripto vengono poi proposti gli stessi servizi e prodotti finanziari che offrono gli attori della finanza tradizionale con una maggior flessibilità. Contrariamente ai modi tradizionali, non c’è però un quadro regolamentare per proteggersi dalle frodi. E i cosiddetti “rug pull” (vedi sopra) abbondano soprattutto sugli scambi decentralizzati e la responsabilità o la “dovuta diligenza” nella selezione dei prodotti finanziari scelti… è trasferita all’utilizzatore.

È vero, occorre fare una precisazione. Chi dice criptomonete non dice obbligatoriamente finanza decentralizzata. Le maggiori piattaforme (come Binance, Coinbase, Kraken) hanno un funzionamento centralizzato, prelevano delle spese, hanno una sorte di “manovratore-generale-padrone” (l’abbiamo purtroppo visto nelle scorse settimane dove spesso vanno a finire): sono esse che trattano principalmente gli attivi numerici, che stoccano gli attivi, le chiavi di accesso ai portafogli dei clienti e, quindi, finiscono per somigliare per certi aspetti ad una banca. Che si troverà però fatalmente altrove, dove c’è movimento e potenzialità, e non certo nella Lugano che rimane tutt’al più… crypto-friendly.

Nell’immagine: il rug pull, un vecchio trucco sempre d’attualità


Non dimentichiamole

A due anni di distanza dall’assalto al Capitol Hill di Washington i fan di Bolsonaro invadono i palazzi del potere a Brasilia: esito e interrogativi 

Donna, vita, libertà è forse lo slogan più importante da salvare di un 2022 che per molti versi ci ha lasciato un mondo in frantumi. Tre sostantivi giustapposti che, se per noi figlie dell’Occidente democratico sono poco più di uno slogan, per le donne iraniane rappresentano tutto ciò che è loro proibito: donna non possono esserlo e ogni rimando alla propria appartenenza di genere (capelli, forme del corpo) dev’essere nascosto brutalmente dal velo e da tuniche informi; vita non ne hanno, se non possono vivere ciò che sono per nascita; e libertà, beh, quale prigionia maggiore è possibile immaginare, oltre a quella di non potere essere?

Era il 16 settembre quando la giovane Mahsa Amini, diventata il volto simbolo delle vittime dell’atroce repressione iraniana, fu portata via a suon di bastonate su uno dei famigerati mezzi delle forze dell’ordine. Rea, come tutti sappiamo, in linea diretta dell’infamante crimine di non avere indossato il velo come da precetto, indirettamente del fatto di essere una donna e di non vergognarsene, rifiutandosi di rinunciare al suo genere biologico, di nascondere ciò che rende bella ogni ventenne di questa terra: la luminosità e la speranza negli occhi, le labbra pronte a sorridere, l’irriverenza di un’innocente ciocca che ricade sul volto.

Dopo decenni in cui la società iraniana è stata costretta ad adattarsi a un’esistenza divisa tra vita interiore e vita esteriore, vita pubblica e privata (in casa capelli sciolti, musica, studio e risate; fuori l’abdicazione immediata alla propria voglia di femminilità sotto gli occhi affilati di forze dell’ordine armate di bastone e «guardiane» delatrici votate al sistema, agghindate come funebri cornacchie), le barbare modalità dell’assassinio di Mahsa Amini sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso, spingendo donne e uomini a tagliarsi una ciocca di capelli in un primo momento e poi a riversarsi per le strade e protestare. E la reazione istituzional-religiosa non si è fatta attendere: è esplosa la barbarie dello Stato verso le proprie figlie e i propri figli, le madri e i padri, le sorelle e i fratelli, con esecuzioni, stupri anche su bambine e torture di violenza inenarrabile.

«Se non è una rivoluzione, cos’è?», si chiedeva l’attivista per i diritti umani e vincitrice del Nobel per la pace iraniana Shirin Ebadi sulle pagine del «Tages Anzeiger» a fine dicembre, cogliendo anche l’occasione per domandarsi perché il Consiglio federale non abbia aderito alle sanzioni dell’UE nei confronti dell’Iran (domanda peraltro più che lecita). Berna è evidentemente inibita dal proprio ruolo di mediatrice internazionale per l’Iran, ma è comunque necessario che una rivoluzione si compia e la vita sia preservata, dunque – come ribadisce Shirin Ebadi – non possiamo dimenticarci di loro, ma dobbiamo continuare a tenere, giorno dopo giorno, l’attenzione desta. 

Parlandone, scrivendone, facendo circolare video e foto. Così come, dall’Iran, lo chiedeva anche una anonima ragazza il 14 dicembre scorso sul «Corriere della sera» quando, a proposito delle e dei giovani in carcere, diceva «siate la loro voce!». Ci stanno provando i parlamentari del gruppo interpartitico svizzero Free Iran attraverso un’azione di padrinato (avviatasi anche in Austria e in Germania) e giornaliste del calibro di Federica Sciarelli di Rai3, che in una finestra di “Chi l’ha visto”, insieme a Marina Borrometi e Francesca Carli, ogni settimana propone un reportage che nasce e cresce grazie a social come Twitter e Telegram, ad esempio nel profilo @1500tasvir o in quello della giornalista e attivista iraniana Masih Alinejad, in cui iraniane e iraniani di colpo hanno un volto, una storia e un destino.

È arduo indagare laddove i giornalisti sono imbavagliati, in un luogo dove il sangue scorre ogni giorno e la morte non fa più notizia, ma grazie al lavoro certosino delle tre giornaliste italiane scopriamo storie struggenti come quella della madre che picchia il pugno sul portone del carcere chiedendo che le venga restituita la figlia perché le hanno già ucciso il figlio, o della dottoressa che operava i manifestanti feriti fino a essere arrestata e assassinata con una serie di sevizie difficilmente narrabili. A tutte e tutti noi, in questo 2023, spetta dunque il compito di non dimenticarle, le iraniane, che insieme alle loro cugine afghane sognano solamente una vita in cui essere donne e libere.

Testo scritto per “Azione”
Nell’immagine: una donna toglie il velo di fronte alla Torre Azadi (Torre della libertà) di Teheran


Zan, Zendegi, Azadi

A due anni di distanza dall’assalto al Capitol Hill di Washington i fan di Bolsonaro invadono i palazzi del potere a Brasilia: esito e interrogativi 


L’atlante occidentale e la cristianità dopo Ratzinger

A due anni di distanza dall’assalto al Capitol Hill di Washington i fan di Bolsonaro invadono i palazzi del potere a Brasilia: esito e interrogativi 

Di Massimo Giannini, La Stampa

Due immagini potenti ci restano negli occhi, in questo primo scorcio di 2023. Francesco in Piazza San Pietro per l’ultimo saluto a Benedetto, i due Papi scelti dallo Spirito Santo per chiudere nell’abbacinante modernità della loro coesistenza il secolo che non vuole finire. E poi Putin nella Cattedrale dell’Annunciazione, la cappella privata degli Zar al Cremlino, che celebra in solitudine il Natale ortodosso [nell’immagine], nella penombra silenziosa dei murali di Teodosio e delle icone di Teofane il Greco, dove non può arrivare il boato delle bombe che in barba alla tregua continuano a devastare Kremina e Bakhmut. Nel frattempo, nella Cattedrale del Cristo Salvatore di Mosca il Patriarca Kirill condanna l’Ucraina che rende la Russia “un nemico”, mentre nella Cattedrale della Santa Dormizione di Kiev il Metropolita Epifanio risponde esaltando “le molte battaglie già vinte contro la Russia”.

Nell’epoca della mediatizzazione e materializzazione del sacro, le religioni si riprendono la scena. Scendono in campo, verrebbe da dire. La Chiesa Cattolica esce provata dalla fine dello “stato d’eccezione”, tra un “Pontefice dimesso” 600 anni dopo la rinuncia di Gregorio XII e un “Pontefice regnante” che ce lo ha avuto al fianco per quasi 10 anni. La Chiesa Ortodossa esce dilaniata dalla guerra, e combatte a sua volta su due fronti contrapposti, tra i sacerdoti ucraini cui è revocata la cittadinanza perché troppo vicini al nemico e i pope moscoviti che benedicono così i soldati russi che cadranno al fronte: “Vai coraggiosamente a compiere il tuo dovere militare, e ricorda che se muori per il tuo Paese sarai con Dio nel suo Regno. La tua vita in Terra in cambio della tua vita in Paradiso, dove arriverai felice e mondato da tutti i peccati”.

Una promessa che ricorda gli Imam islamici che promettevano il Regno di Allah pieno di vergini ai terroristi-kamikaze pronti a farsi esplodere nelle metro di Londra, nelle stazioni di Madrid, nei teatri di Parigi, nei mercati di Berlino. La Fede cieca e sorda, usata per servire una causa aberrante. Comunque si chiami, guerra o jihad.

Il Cattolicesimo non ci trascina nello stesso abisso. Nondimeno, di fronte alla umile cassa di legno povero in cui riposa Joseph Ratzinger e al Libro che la sovrasta, ci chiama a una riflessione, forse persino a una scelta. Fedeli, agnostici e persino atei, possiamo chiederci qual è il senso di una religione, oggi, e quale impatto ha sulle nostre vite, sui nostri destini individuali e collettivi. Io non ho risposte, ovviamente, da laico credo che ognuno debba trovare le sue. Ma penso che la morte di Benedetto XVI offra spunti preziosi, in un tempo in cui l’Occidente è resistente e resiliente nel grande Disordine Mondiale, ma è comunque attaccato e insidiato da più parti. E non solo nel suo primato economico, ma anche nel suo corpus etico e politico, nel suo modello sociale e culturale.

Non sono un uomo di fede né uno studioso di religioni. Al contrario dei teologi da talk show che pure ne discettano ogni giorno – non sono in condizione di esprimere giudizi dottrinali sulle differenze tra il papato di Ratzinger e quello di Bergoglio. Papa conservatore e filosofo il primo, Papa curato e “mondano” il secondo. Del Pastore Tedesco si arrivò a dire che era lui il vero fomentatore dello “scontro di civiltà”. Sul Parroco Sudamericano la copertina del Newsweek del 15 settembre 2015 si spinse a chiedere: “Ma è davvero cattolico?”. Vedo la distanza, di contenuto e di forma. Ma non la uso per misurare il valore dell’uno rispetto al disvalore dell’altro. Per me sono uomini, che hanno la loro storia e il loro vissuto. Che a dispetto del dogma conciliare del 1870 sono fallibili come chiunque altro su questa Terra. E infatti hanno fallito e continuano a fallire, tutti allo stesso modo, per esempio sulla pedofilia e gli abusi sessuali del clero di cui ha scritto Lucetta Scaraffia, sulla gestione di una Curia spesso dominata dalla lobby gay, sui veleni spurgati con Vatileaks di cui scrive Gianluigi Nuzzi, sul segreto di Emanuela Orlandi, sui misfatti dello Ior.

E potrei continuare, aggiungendo le difficoltà di ogni Vescovo di Roma, da decenni a questa parte, a fare i conti con le questioni del celibato e del sacerdozio femminile, o a misurarsi con i temi dei diritti, della morale sessuale e della famiglia. Ma mi fermo qui. La fine della coabitazione tra i due Vicari di Cristo si porta dietro una scia di veleni che non finirа con la sepoltura di Ratzinger nelle grotte vaticane. I “lupi” e i “demoni” che l’Emerito vide intorno a sè negli anni che precedettero il suo abbandono del ministero pietrino sono ancora tutti lì. Le ferite che il suo segretario Monsignor Ganswein ha scoperto dopo le esequie sanguineranno ancora a lungo. Non sappiamo ancora se adesso la nuova “solitudine” di Francesco sia per lui una ragione di forza o un motivo di debolezza, dentro una Chiesa di Cristo che anche in questo caso cede all’ “umano, troppo umano” di Nietzsche. Ma c’è un aspetto, nel trapasso di Benedetto XVI, che non finisce con lui.

Giustamente, nel momento in cui il Papa è morto e non c’è stato bisogno di farne un altro perché c’era giа, l’attenzione retrospettiva di tutti si è concentrata sul gesto clamoroso che ha “umanizzato” la Chiesa: le dimissioni, precipitate dentro un’istituzione millenaria che non le ha mai contemplate, e che l’hanno proiettata improvvisamente nella modernità. Un Pontefice che, ingravescente aetatem, ammette la sua finitezza, la sua fatica, la sua “incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”. Un Pontefice che getta la spugna, e che al contrario del suo predecessore Wojtyla, rifiuta di offrire il suo corpo devastato a Dio e alla cristianità, fino all’ultima stilla di vita terrena.

Una scelta “rivoluzionaria”, senza dubbio, ma che non può assorbire ed esaurire il senso dell’intero pontificato ratzingeriano. Il lascito più discusso e fecondo del Monaco di Baviera (copyright il Manifesto) riguarda invece il suo ostinato contrasto alla “dittatura del relativismo”, la malattia mortale dell’Occidente. La prova è il famoso discorso di Ratisbona, il 12 settembre 2006, nel quale non c’è solo la citazione che fa esplodere lo scandalo interreligioso con le rovine delle Torri Gemelle ancora fumanti, cioè il dotto imperatore bizantino Manuele il Paleologo che dice «mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo e vi troverai soltanto cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la religione che egli predicava». In quel testo Ratzinger parla anche dell’irrinunciabile alleanza tra fede e ragione («In principio era il Logos, e il Logos era Dio…») e conclude dicendo «l’Occidente da molto tempo è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione… Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza, è questo il programma con cui una teologia impegnata in una riflessione sulla fede biblica entra nella disputa del tempo presente».

Una prova ancora più solida è il testo che legge al Bundestag, il 22 settembre 2011, quando evoca il conflitto tra bene e male, l’identità ebraica-greca-cristiana, e citando Hans Kelsen si lancia in una critica alla “Ragione Positivista” e all’Europa distratta, perché «dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi minaccia la sua umanità». Da lì nasce la sua apologia dei “principi non negoziabili”, di cui soprattutto a destra si appropriano strumentalmente molti “atei devoti” per giustificare scelte politiche discutibili e spesso inaccettabili. Certamente, come ha scritto in modo magistrale Vito Mancuso, queste tesi di Ratzinger riflettono l’idea di un uomo che ha paura, che lancia il suo grido d’allarme perché vive la laicizzazione e la scristianizzazione come una minaccia per l’Occidente e le parole della scienza come un pericolo per quelle di Gesù. E certamente ha ragione chi vede Ratzinger come una “figura tragica” e davvero novecentesca, un Papa deluso dalla Chiesa, dalla Storia, dai cristiani, dall’anima della sua Europa, da una fede ridotta a giaculatoria e da una ragione ridotta a strumento.

Ma con il suo testamento morale bisognerà ancora farci i conti, da qualunque parte politica e culturale si provenga. Ha scritto Mario Tronti: «Un Papa conservatore? Dovremmo tutti imparare a non sbeffeggiare troppo questa parola. In un mondo e in un tempo in cui si portano i valori al mercato e si vendono come prodotti a scadenza ravvicinata, evocare valori non negoziabili serve a contrastare questa deriva». Persino conservare il meglio del passato, in qualche caso, può diventare un atto di rinnovamento. «Superare conservando», ci ha insegnato una volta per tutte il vecchio Hegel, «dai cui rami tutti discendiamo».

Lungo questi sentieri, più o meno tortuosi, potremmo persino arrivare a Luigi Pintor, e al suo meraviglioso Servabo. Alla ruota della Storia che gira su sé stessa, avanti o all’indietro. Alla “favola folle” delle tenaci passioni, i nobili ideali, le generose intenzioni, le fatiche e gli errori delle nostre esistenze, che sono in ogni tempo il sale della terra, ma poi basta una pioggia a lavare la terra e a sciogliere il sale nell’acqua. E allora, Servabo. Un piccolo ma potente scrigno verbale. Che racchiude suggestioni e significati diversi. Che può voler dire “conserverò, terrò in serbo, terrò fede. O anche servirò, sarò utile…”. Questo sì, Ratzinger o non Ratzinger, è un compito che ci riguarda e ci interroga tutti. Credenti, non credenti, miscredenti.


Poli in batteria e l’arte di arrangiarsi

A due anni di distanza dall’assalto al Capitol Hill di Washington i fan di Bolsonaro invadono i palazzi del potere a Brasilia: esito e interrogativi 

Ci sarà senz’altro chi ha rimosso, non tanto le macerie che ancora devono restare a mostrarsi in quanto prove di un procedimento penale tuttora in corso, quanto l’idea che a un anno e mezzo dall’abbattimento dell’ex-Macello, dopo il tanto rumore sepolto da un decreto d’abbandono a dir poco esimente, si possa o debba ancora parlare del tema “autogestione”.

Passato il tempo delle mobilitazioni e delle feroci polemiche, si vorrebbe che tutto fosse tornato alla cosidetta “normalità”, volta alle progressive sorti di una città votata a consacrarsi come capitale di piani B più o meno virtuali e di poli territoriali “strategici” i cui piani sono, in verità, se non altrettanto virtuali, ancora tutti da capire.

Si pensi, ad esempio, al Polo sociale, quello che per casuale o causale coincidenza si colloca fra sedimi privati fatiscenti, di proprietà di una “emerita” Fondazione, “costretta” ancora una volta, proprio negli scorsi giorni, intorno a Natale, a dover subire una proditoria “occupazione” di uno stabile dismesso (quello della ex-Caritas) dopo quella infausta dell’istituto Vanoni in cui, si potrebbe dire, tutto ebbe inizio (e fine).

Oppure si pensi al Polo culturale, che guarda caso, dovrebbe comprendere anche l’area dell’ex-Macello per dar vita a strutture non ancora identificate legate all’USI, alla SUPSI e a tutto quanto fa cultura. Quella cultura, per intenderci, che l’attuale Municipio ha improvvisamente così tanto a cuore, da non perdere occasione per celebrarne i fasti con i numeri degli ingressi al LAC (tanto vituperato dalla Lega negli anni in cui prese faticosamente vita in mezzo alle polemiche) e con innumerevoli (anche meritori, per carità) attività ed appuntamenti culturali cittadini, in cui spicca di questi tempi, la presenza della “Tour Vagabonde” con un programma “autoprodotto” che sta ottenendo numerosi consensi.

Per la città, è anche un po’ il pretesto per dire che con chi dialoga ci si può mettere d’accordo e lasciare che la struttura mobile da simil-teatro elisabettiano che arriva da Friborgo divenga l’emblema (mobile e momentaneo, ma poco importa) della “sensibilità” cittadina verso forme di cultura “dal basso”. Che poi le istanze dell’autogestione, nella sua ormai lunga storia, fossero e siano tutt’altro che un programma di eventi musical-teatrali importa davvero poco. Al cittadino è bene far sapere che ora va tutto bene, e che quei fastidiosi fuochi d’artificio natalizi con lo “sconcio imbrattamento” di armadietti destinati a “famiglie indigenti”, indegnamente rovinati dai soliti molinari, sono solo l’ennesimo piccolo “incidente”, da deprecare, magari via Corriere del Ticino.

Eppure l’autogestione si muove. E forse, negli ultimi tempi, specie in due recenti comunicati, sta pure mostrando una volontà e una capacità di dibattere che le si vorrebbe negare, ma che invece si palesa ben chiaramente al motto di “Altrimenti ci arrangiamo”, una ironica risposta ad un’esternazione (fra le varie) del sindaco Foletti, che aveva affermato, a proposito dell’autogestione, che “chi vuol fare l’antagonista si arrangi”.

Ed il più recente comunicato, diffuso ieri dal CS()A, mostra un’attenzione precisa ai fatti e alle reazioni suscitate dall’occupazione festosa di Natale, per lanciare una chiara denuncia verso specifici e concreti progetti cittadini su cui varrebbe davvero la pena di riflettere.

“Sconcertante davvero. Fondazione Vanoni (privata!) – forse è utile ricordare – a cui è stato affidato il mandato (pubblico!) della gestione del futuro carcere minorile (impropriamente definito ”centro educativo”) il cui approccio si basa su misure punitive e coercitive. Fondazione che (caso volle…) pochi giorni dopo la denuncia imposta dell’occupazione del 29 maggio 2021, riceveva infine l’agognata autorizzazione per il progetto della cittadella sociale a suo tempo lanciato da Mimi Bonetti Lepori. O “futuro Polo sociale” che dir si voglia, messo in stand by dopo la morte di Lepori e poi “improvvisamente” tornato d’attualità dopo l’occupazione. Progetto che sorgerà (guarda caso…), proprio sul sedime tra ex Caritas ed ex Vanoni, abbattuto con una strana fretta e (guarda caso…) in assenza della necessaria richiesta edilizia. 

Già il futuro. Futuro Polo sportivo, futuro Polo economico, futuro Polo culturale, futuro Polo sociale. È tutto un fiorire di Poli. Peccato che poi di effettivi luoghi di socialità e di sperimentazione al di fuori della macchina consumista e spettacolare, poco o niente. Anzi. A Lugano sembra sia in atto una corsa a riqualificare vecchi edifici dismessi o piuttosto ad abbatterli. Il tutto per non permettere nessun utilizzo altro di strutture abbandonate e lasciate deperire da anni. 

Ma, “nel paese dove va tutto bene”, [si continua pervicacemente a] fare leva sulla paura, sul degrado e sugli altrx (“la colpa è sempre dell’operaio” cantano i *Vad Vuc), ululando di vandalismi a una struttura in totale deperimento. La notte del 25 e la sua ampia partecipazione confermano invece il bisogno reale di spazi liberi e liberati, di aggregazione e di cultura dal basso. Spazi politici che producono conflitto, idee, saperi, mondi altri e che mettono in discussione lo stato delle cose attuale. Né più né meno.”

È un linguaggio chiaro, quello del CS()A, per dirsi certamente “antagonisti”, su fatti ed elementi concreti, che dovrebbero stare a cuore (e preoccupare) i cittadini almeno quanto gli autogestiti. Perché una città che pensa al proprio futuro stringendo convenzioni con El Salvador, immolandosi alla roulette (russa?) del mondo cripto, ed abbattendo tutto ciò che è dismesso per metterlo in mano a privati, è una città che ha un’idea di “comunità” e di “bene pubblico” che andrebbe forse un po’ rivista, dall’intera cittadinanza, anche grazie all’autogestione. 

Nell’immagine: fette di salame sugli occhi, in un fotogramma dal video de “Il paese dove tutto va bene”, dei Vad Vuc


“Niente di nuovo sul fronte occidentale”: in una nuova versione cinematografica una storia di bruciante attualità

A due anni di distanza dall’assalto al Capitol Hill di Washington i fan di Bolsonaro invadono i palazzi del potere a Brasilia: esito e interrogativi 

Di Paolo Birreci, Sentieri selvaggi

Netflix ripropone una trasposizione cinematografica del romanzo di Erich Maria Remarque Niente di nuovo sul fronte occidentale. L’adattamento cinematografico più celebre, All’ovest niente di nuovo di Lewis Milestone, è stato realizzato nel 1930. La regia è affidata a Edward Berger, un cineasta tedesco autore di un gran numero di produzioni televisive che riesce a trasmettere la forte carica di denuncia alla guerra che attraversa il romanzo.

Il film è ambientato durante le ultime fasi della Grande Guerra, prima e dopo l’offensiva dei cento giorni condotta dalla triplice intesa che ha portato all’armistizio della Germania. Risulta necessario contestualizzare il periodo per comprendere le ragioni che portano Paul Baumer, il protagonista della vicenda, ad arruolarsi accanto a una generazione di giovani tedeschi pronti a combattere tra le infernali trincee e i colpi di artiglieria che dominavano gli scontri tra fronti opposti, per un destino comune da inseguire malgrado una sconfitta militare sempre più vicina. 

Tuttavia, l’eccitazione iniziale dei primi minuti del film lascia il passo al battesimo di fuoco sul campo di battaglia in cui non si contano le perdite e le amicizie di una vita collassano sotto il fuoco delle mitragliatrici. La guerra statica che ha caratterizzato il primo conflitto mondiale, ad eccezione di brevi apparizioni del carro armato, viene messa in scena con grande stile, anche con la fotografia di assoluto rilievo di James Friend. Il fango nel viso, le amputazioni, gli occhi squarciati, le maschere antigas, la devastante paura di poter essere colpiti dall’artiglieria in ogni momento o caricati frontalmente dall’esercito nemico, travolgono visivamente grazie all’ottima regia che lavora alternando primi piani e campi lunghi degni di un kolossal ad altissimo budget.

Niente di nuovo sul fronte occidentale evidenzia da vicino l’aspetto umano mettendo in secondo piano la vicenda storica. Sono le esperienze dei soldati al fronte che colpiscono, come nella scena in cui un militare non riesce a salvare un compagno che affoga nel suo stesso sangue. E anche la condivisione delle loro storie, ma anche le loro speranze future e il ricordo di chi è caduto. Proprio questa capacità di sottolineare una decisa contrapposizione tra vita e morte, incarnata da diversi dialoghi, è al centro del film. Interrogandosi sulla possibilità che il decesso possa avere un valore liberatorio rendendolo addirittura preferibile alla quotidianità della guerra, il film in questo senso va oltre la trasposizione storica per elevarsi verso riflessioni sulla bestialità umana. 

Una brutalità che non emerge solo dai campi da battaglia ma anche tra i canali diplomatici che solo apparentemente vanno in parallelo con ciò che accade sul campo. Tra colombe alla ricerca di un armistizio e aquile pronte a continuare la guerra per motivi ideali più che realistici, non si riesce a trovare un compromesso che possa mettere fine velocemente al conflitto. Un ottimo film dalla forte attualità.


Elogio della disobbedienza civile

A due anni di distanza dall’assalto al Capitol Hill di Washington i fan di Bolsonaro invadono i palazzi del potere a Brasilia: esito e interrogativi 

Di Roberto Escobar, Il Mulino 

Essere morali dipende «dalla particella “no”, presente in tutte le lingue». Così insegna Zygmunt Bauman, e le sue parole tornano alla mente leggendo le ottanta dense pagine della nuova edizione di Elogio della disobbedienza civile (Nottetempo, 2022).

La disobbedienza può anche essere incivile, avverte Goffredo Fofi nel primo capitoletto del suo libro, riprendendo un giudizio di Carlo Donolo. Incivili, precisa, sono le disobbedienze delle minoranze arroganti e ricattatorie che si volgono contro la maggioranza, per esempio non pagando le tasse. D’altra parte, così ci viene da commentare, può bene accadere che queste stesse minoranze considerino civilissime le proprie disobbedienze, e che lo facciano sulla base di un egoismo che non avvertono come tale, giudicandolo invece moralmente fondato, se non addirittura «naturale». Così accade nella prospettiva culturale – nel senso di ideologica – che si è andata affermando nei decenni e che, in quanto ideologia, pare condivisa dalla maggioranza dei «ricattati».

Quale criterio distingue le due diverse, e opposte, disobbedienze? Civile, scrive Fofi citando la filosofa politica Teresa Serra, è «una violazione intenzionale, disinteressata, pubblica e pubblicizzata di una legge valida, emanata da un’autorità legittima». Quanto all’evasione fiscale, per restare al nostro esempio, si tratta certo della violazione intenzionale di una legge valida emanata da un’autorità legittima, ma – a prima vista – non disinteressata, non pubblica e non pubblicizzata. E però, se ci si mettesse nella prospettiva ideologica ricordata, sviluppandola fino al paradosso, si potrebbe sostenere che non pagare le tasse significhi da un lato difendersi dall’invadenza dello Stato e dall’altro, se si è ricchi, contribuire al benessere di tutti, sulla base della (involontariamente comica) teoria detta in inglese del trickle-down, e in italiano dello sgocciolamento verso il basso della ricchezza accumulata da pochi.

L’evasione fiscale – potrebbero sostenere le minoranze arroganti e ricattatorie – è un «egoismo non egoista», che finisce per fare l’interesse dei poveri e disagiati. Che la loro disobbedienza non sia pubblica e pubblicizzata è poi da dimostrare, data l’impudenza con cui è praticata, e con cui una parte della politica la blandisce e favorisce a scopo di consenso.

Lasciamo ora questo paradosso più o meno fondato, non dimenticando però che a renderlo un po’ meno paradossale – e a farlo diventare opinione dominante, spesso anche nelle teste dei poveri e disagiati – è il disastro del pensiero diffuso, che Fofi non manca di sottolineare. Nell’ultimo trentennio, scrive, la cultura «è diventata la merce fondamentale della distrazione di massa». E chi ne vive – gli intellettuali – accetta la propria sudditanza alla sua banalità e superficialità nella speranza di una notorietà mediatica in un mare di «chiacchiere da salotto». «Il giornalismo in genere (quotidiani e settimanali, mensili e riviste specializzate), assumendo gli stessi modelli della comunicazione televisiva, ha proposto al più nuovi divi e divetti della “cultura”, imbonitori […] la cui funzione è sempre di tranquillizzare e mai di inquietare».

Inquietare, o almeno disturbare, questo dovrebbe essere il compito degli intellettuali, e questo dovrebbe essere il compito dei disobbedienti, siano intellettuali o non lo siano (Fofi si rivolge soprattutto ai secondi, quasi temendo l’inclinazione alla «sudditanza» dei primi). Nelle pagine di Elogio della disobbedienza civile, alla definizione della disobbedienza data da Serra si aggiunge di fatto questa condizione di possibilità: la violazione intenzionale, disinteressata, pubblica e pubblicizzata di una legge valida, emanata da un’autorità legittima, deve essere contro la pigrizia del pensiero dominante, contro gli interessi e gli egoismi delle minoranze che lo producono e lo controllano, stiano nelle redazioni di qualche giornale, negli studi di qualche emittente televisiva o su qualche cattedra universitaria. La disobbedienza è civile se mette in dubbio, se contrasta, se cerca e crea parole e «luoghi» in cui non possa mettere radici il potere, né quello che si nutre di arroganza e ricatto, né quello di un cultura-merce che di tutto fa banalità e superficie.

Per quanto ben viva, la prospettiva politica e morale di Fofi è segnata da un’ombra di disillusione. Non essendo riusciti a essere sempre e davvero contro, e condividendo almeno in parte il disastro del pensiero diffuso, i disobbedienti corrono il rischio di immiserire il loro impegno, di farne una questione «di fine settimana», di ridurlo a «feste periodiche di massa». Così scrive, rinnovando l’amarezza di un grande pacifista (e filosofo, oltre che intellettuale) come Günther Anders: «Non appena si mettono insieme in centomila, automaticamente ne scaturisce una divertente festa popolare. Allora ci sono salsicce […]. E poi vengono le chitarre. E là dove quelle cominciano, là comincia la scemenza emotiva».

C’è poi, nelle pagine intense di Elogio della disobbedienza, una questione ulteriore, più radicale, quella del rapporto fra disobbedienza e nonviolenza. La seconda non può fare a meno della prima: non si è nonviolenti senza essere anche disobbedienti. Ma può la disobbedienza fare a meno per principio della violenza? Un passaggio, nel ragionamento di Fofi, mostra quanto la domanda sia tragica, nel senso che è arduo scioglierne la complessità.

«Un’ingiustizia subita o vista subire da altri è una forma di violenza che, dice Thoreau e insiste Gandhi, non va accettata e a cui è doveroso rispondere». E però, continua Fofi, Thoreau non esclude affatto il ricorso a mezzi violenti, mentre Gandhi lo giustifica solo in casi «davvero estremi». Anche il disobbediente Anders, ricorda verso la fine del libro, non esclude la violenza. Questa sua scelta è preoccupante, commenta, e tuttavia è comprensibile.

Non solo Thoreau, Gandhi e Anders sono implicati nella domanda radicale e tragica, e nelle risposte possibili, ma anche Albert Camus, che Fofi non cita esplicitamente, ma che è ben presente nel suo pensiero e nella sua capacità di sentire il mondo, e gli altri nel mondo. Direbbe Camus che un conto è subire un’ingiustizia, e un conto vederla subire da un terzo. In questo caso, soprattutto in questo caso, il grande francese vede nascere il moto della rivolta. Io posso anche subire un’ingiustizia, se rifiuto la violenza, ma di fronte al dolore dell’altro mi sento costretto a fermare la mano del violento. E in più di un caso non la posso fermare, se escludo per principio una mia violenza in grado di mettere fine alla sua.

Pur senza riferirsi a Camus, Fofi affronta la complessità di una tale situazione assumendone di fatto la prospettiva morale. Non mi rassegno all’idea di essere anche io violento, scrive, e tuttavia «credo che, momento per momento, si tratti sempre di non assolutizzare le posizioni, ma di commisurarle alla gravità della situazione».

È inevitabile che sia oggetto di critiche, anche di rifiuti più o meno assoluti, questo «relativismo» – questo decidere non sulla base di un principio superiore, ma in relazione con l’altro e con il suo dolore. Nella complessità tragica della nostro vivere, alcuni si affidano alla certezza di leggi morali già tutte scritte, altri si assumono il peso e la responsabilità di decidere. Per tornare a Bauman, e alla particella presente in tutte le lingue, essere morali per questi ultimi significa poter dire no, non solo al potere, non solo alle ideologie, ma anche a quell’assoluto per così dire «nucleare» che alla lunga alimenta quelli e a queste, l’assoluto delle proprie certezze che si pretendono Verità, e che minacciano di chiuderci in qualche minoranza arrogante e ricattatoria. Se non si è contro se stessi – anche contro se stessi – è difficile essere disobbedienti. Ed è impossibile essere liberi.


Bob Dylan pittore racconta l’America come un film

A due anni di distanza dall’assalto al Capitol Hill di Washington i fan di Bolsonaro invadono i palazzi del potere a Brasilia: esito e interrogativi 

Di Stefano Miliani, Globalist

“E l’unico suono che rimane / dopo che se ne sono andate le ambulanze / è Cenerentola che spazza la strada / nel vicolo della desolazione”, scriveva Bob Dylan in una delle sue ballate più avvolgenti, “Desolation Row” dall’album “Highway 61 Revisted”, che riprendiamo in una traduzione dal sito maggiesfarm.it. In quella canzone il cantautore pennellava una scena urbana popolata da personaggi marginali, un’America più o meno disperata, più o meno speranzosa, fotografava uno stato del genere umano.
Quei luoghi popolati da persone in lotta con la vita e che richiamano tanto la pittura di Edward Hopper li ritroviamo adesso in alcuni dei dipinti del cantautore esposti fino al 30 aprile al Museo Maxxi di Roma nella sua prima mostra in Europa dopo Miami e Shangai: “Retrospectrum”.

Dylan conosce il mestiere

Nella galleria numero 5 dell’edificio progettato da Zaha Hadid, nelle sale dal pavimento inclinato e con la parete che si affaccia sulla piazza antistante il museo, Dylan dispiega motel, un camion diretto verso l’osservatore in una luce rossa, avventori in un bar, New York in un grande trittico, i binari di una linea ferroviaria in campagna, fedeli afroamericani a messa … Dylan con la veste da pittore dimostra anzi tutto che sa dipingere, sa usare i colori, sa impaginare le scene e prende il mestiere molto sul serio, i pennelli per lui non sono una semplice distrazione quanto una integrazione, un percorso parallelo. Va da sé che questi dipinti suscitano tanto interesse perché sono opera di uno dei maggiori autori tra 900 e nuovo millennio.

Le vette del cantautore restano inarrivabili

Sia bene dirlo: in musica, con i suoi testi, l’81enne venuto da Duluth nel Minnesota, all’anagrafe Robert Allen Zimmerman, ha musicato con tale profondità e varietà tante sfaccettature del genere umano che in pittura non può raggiungere vette simili in originalità e radicalità. Quando alla presentazione alla stampa il curatore Shai Betel ha descritto Dylan come un pittore dallo stile unico ha forzato la mano. Non è infatti così.
Nei dipinti e nei disegni, nei ritratti, quando incornicia una highway verso i monti all’orizzonte in un territorio semidesertico, il multiforme Dylan si inserisce nella scia del realismo nordamericano e impiega colori pastosi, densi, tenendosi a distanza dalle sperimentazioni più audaci, e non possiamo certo disgiungere la sua pittura dal Dylan cantautore, tale è la sua statura.

Sguardi cinematografici e altri più convenzionali

Quando poggia uno sguardo obliquo su un tavolino mr. Zimmermann può ricordare un certo Matisse, quando dipinge la scalinata di Piazza di Spagna verso Trinità dei Monti a Roma ha uno sguardo convenzionale, mentre tra camion, avventori in un bar e pugili sul ring ci fornisce una visione molto cinematografica della sua America in una narrazione senza fine come il suo “never ending tour”.
Il musicista si cimenta anche con la scultura, creando opere in metallo che richiamano esplicitamente le industrie del ferro e minerarie del suo Minnesota, come ricorda la nota stampa, nel solco di certo industrialismo novecentesco.

Dalle strade secondarie a Knockin on Heaven’s Door

“Retrospectrum” ribadisce come spesso il cantautore-artista prediliga le strade secondarie e le persone nelle abitudini di ogni giorno che si dimostrano epifanie dell’esistenza. Nell’allestimento suddiviso per sezioni non mancano i dovuti rimandi alle canzoni, ad esempio attraverso una “storyboard” del 2018 (una sceneggiatura disegnata) della magnifica cantata del 1973 “Knockin on Heaven’s Door”.

Il video storico con Allen Ginsberg donato al museo

Risalta uno dei primi video musicali della storia, quel “Subterranean Homesick Blues” del 1965 girato in un vicolo industriale dove il cantore sulla destra canta e sfila uno a uno i fogli con le parole del testo mentre sul lato sinistro dell’inquadratura Allen Ginsberg conversa con un tizio e infine se ne va tranquillo. Bob Dylan ha donato al Maxxi sia il video sia quelle parole riscritte nel 2018 in 64 cartelli venendo a formare una parete-installazione sonora e visiva. Un ingresso notevole per la collezione del museo essendo, quel video così pioneristico, un capitolo essenziale della musica del ‘900.
Guarda il video di “Subterranean Homesick Blues”

I Nobel poeti e pittori

Un’ultima curiosità. Almeno altri due Nobel della letteratura amavano disegnare o dipingere, entrambi poeti: Eugenio Montale si dilettava a disegnare, il caraibico Derek Walcott amava eseguire acquerelli soprattutto delle sue isole. Con la scelta di esporre al Maxxi Dylan, premiato nel 2016 dall’Accademia di Svezia, dimostra di impegnarsi sul serio anche sul versante figurativo.
Un centinaio i pezzi esposti, il catalogo è edito da Skira, tutte le info sulla mostra sul sito del museo.

 


Tregua di Natale ma solo il nostro Natale

A due anni di distanza dall’assalto al Capitol Hill di Washington i fan di Bolsonaro invadono i palazzi del potere a Brasilia: esito e interrogativi 

Inevitabile che la memoria vada a quel 24 dicembre 1914, su un preciso punto del fronte occidentale della prima guerra mondiale. 

Asserragliati nelle rispettive trincee, soldati tedeschi e inglesi. Il grande conflitto  (“l’inutile strage”, l’aveva scomunicata papa Benedetto XV) era cominciata otto mesi prima e aveva già provocato un milione di morti (alla fine furono 16 milioni). Ma avvenne quello che passò alla storia come ‘il miracolo di Natale’, e non certo per merito di governi e generali. Arrivò dal basso, dai semplici militi, quelli che sul filo spinato lasciavano le loro vite, e i corpi martoriati (20 milioni i feriti e gli sciancati in quattro anni). 

Del tutto inatteso, quella notte, si alzò il canto ‘Stille Nacht’, fanti nemici uscirono dalle loro fosse, ci fu qualche abbraccio, lo scambio di doni simbolici, vennero illuminati pochi alberelli – sopravvissuti chissà come alle bombe nella sconvolta terra di nessuno. Tregua insperata. Breve durata. Il rapido tempo di un’illusione che non diventò rivolta contro la prevedibile mattanza, prima che i plotoni si accanissero anche contro i disertori veri o presunti.

Soltanto qualche riga per i libri di Storia.

Che viene rievocata inutilmente (e fors’anche arbitrariamente) mentre dal Cremlino l’invasore propone alle sue vittime ucraine una tregua di ben… 36 ore. Dopo oltre 300 giorni di bombardamenti che hanno come bersaglio principale città, villaggi, popolazioni civili. Scenari siriani, centri rasi al suolo e ridotti in sabbia, un crescendo di crudeltà. 

Ma suvvia, è Natale. 

Il patriarca di Mosca, Kirill, che ha predicato la sua jihad anti-occidentale, chiede dunque al suo zar e sodale di proclamare il breve cessate il fuoco. Subito accettato, visto che oltretutto fa bene all’immagine internazionale e costa poco a un esercito russo in evidente difficoltà, anche per l’incompetenza dei suoi comandanti, oltre che per la resistenza (armata da Ovest) degli ucraini, popolazione compresa.

Però… però è solo per il Natale: poi, pregato per una manciata di ore e invocato l’intervento dell’altissimo, si tornerà a macellare, come avvenne dopo quell’improvvisato e breve “miracolo” di oltre un secolo fa.

Però… però vale soltanto per il Natale ortodosso, perché quello cattolico (nonostante gli appelli venuti da Roma, e nonostante una parte dell’ortodossia ucraina sia ‘cattolico-romana’) è ormai l’espressione di un “Occidente degenerato e in disfacimento”.

Però… però nel suo appello il milionario-patriarca Kirill ha precisato che “russi e ucraini” devono poter pregare in sintonia perché fanno “parte dello stesso popolo”: la stessa tiritera per ribadire putinianamente che nemmeno esiste “la piccola Russia”, a cui lo sciagurato Lenin (per il neo-zar) diede almeno formalmente dignità nazionale, sperando comunque di incatenarla per sempre a quella “Grande” e imperial-sovietica.

Però… però proprio mentre si propone di far tacere per un po’ le armi, il vice e mazziere di Putin, l’immancabile Medvedev, che ha detto di “odiare gli occidentali” (pur mandando la figlia a studiare a Londra) dichiara che Mosca sta facendo “un bel regalo” di Natale all’Ovest mettendo in mare una nave da guerra russa provvista finalmente dei devastanti super-missili “Sarmat” (minacciosamente soprannominati “Satan”)

Però… però si tratta della proposta di cessate il fuoco che sui social russi la voce dei ’falchi’ – sempre e non stranamente autorizzata, perché l’altra dissidenza deve tacere imbavagliata – commenta con sospetto, se non con esplicita critica, temendo che un piccolissimo passo possa  diventare qualcosina di più

Però… però i vertici di Kiev denunciano “l’ipocrisia” del nemico e ribadiscono che una tregua può seguire unicamente “al ritiro totale dell’esercito russo” (da Donbass e Crimea), mentre Mosca ribadisce che “non può essere cambiata la realtà sul terreno” (alla faccia…). Allora, una pur minima occasione mancata dalle due parti di far tacere cannoni e missili?

Però… però anche da Washington il “commander in chief” Biden dice che per il Cremlino si tratta solo del tentativo di avere “un po’ di ossigeno” per riorganizzarsi militarmente: davvero, in sole 36 ore?

Tutto troppo fragile, troppo paradossale, troppo ingannevole. E per ora troppo compromesso dall’odio per ripetere quel piccolo ‘miracolo di Natale’ di oltre un secolo fa. Quindi, nulla di nuovo sul fronte orientale.

Nell’immagine: il “regalo all’Occidente”, l’incrociatore russo armato con i supermissili Sarmat