Ringier, lotta dura (e un po’ di paura)

Dopo l’“affaire Berset” alla Ringier si passa alla resa dei conti. Non un bel segnale per il secondo gruppo editoriale svizzero 

Il 2023 per Ringier, il secondo gruppo editoriale svizzero dietro Tamedia/Edipresse ed editore del Blick, ossia il giornale a pagamento più letto della Confederazione (e su alcuni aspetti nazional-popolari il più influente), è iniziato male, e rischia andare anche peggio e di trasformarsi in un vero e proprio annus horribilis.

Riassumiamo. In gennaio scoppia l’“affaire Berset”, ossia le notizie sulle misure per contrastare l’epidemia di Covid 19 riferite dal capo dell’informazione del Dipartimento federale dell’Interno alla stampa prima che arrivassero sul tavolo del Consiglio federale. Mica a tutta, ovviamente, ma solo a un ben preciso editore (facile a questo punto indovinare quale). Peggio che peggio, da un punto di vista giornalistico almeno, le notizie non venivano riferite a uno scaltro e ben informato reporter, ma direttamente al CEO del gruppo Marc Walder, che poi le passava (quali e come non si sa) ai suoi giornalisti, con buona pace della separazione tra editore e redazione.

Passata la buriana politico-giornalistica, un paio di settimane fa il gruppo annuncia la partenza di un quadro molto alto al limite dell’altissimo, il co-direttore della Schweizer Illustrierte e co-redattore responsabile della pubblicazione Interview by Ringier, Werner de Schepper, già ex gran capo del Blick. La scusa ufficiale è “divergenze di opinioni” con l’editore, ma subito i colleghi d’oltralpe si sono ricordati del 2017, quando il Tages Anzeiger aveva riportato accuse anonime di mobbing e soprattutto molestie sessuali contro De Scheppers. Allora, dato che la notizia non trovò conferma esplicita, finì a tarallucci e vino, oggi, stando a quanto riferito dalla Weltwoche, le prove sarebbero state trovate, per cui De Scheppers ha dovuto dimettersi.

Finita qui? Neppure per sogno, che ieri è giunta la notizia che il direttore del Blick Christian Dorer è stato obbligato a prendersi una pausa di sei mesi (e ancora non è stato deciso se in seguito potrà tornare al proprio posto). Ci sarebbero “indicazioni e segnalazioni” secondo cui Dorer “avrebbe violato il codice di condotta di Ringier AG”, ha comunicato l’editore, che si è detto profondamente turbato dalla vicenda. Ci sarebbero infatti “indizi di trattamento preferenziale di alcuni dipendenti” e di “mancanza di una chiara differenziazione tra privato e affari” (qualsiasi cosa voglia dire).

Fossi un complottista, ipotizzerei trame oscure da parte dei soliti oscurissimi poteri forti; dato che non sono un complottista, restano sul campo solo due ipotesi su quanto sta succedendo in casa Ringier: o sono sfortunatissimi, oppure all’interno del gruppo è in atto una lotta di potere da notte dei lunghi coltelli tra fazioni, una lotta i cui scopi restano opachi e in cui gli schieramenti interni, dunque le possibili future vittime e i possibili futuri vincitori, non sono ancora ben delineati e visibili. E la tensione interna (la paura?) tra i giornalisti aumenta. Di sicuro non una buona notizia per la stampa elvetica, già molto sotto pressione per altri motivi.

Bicchiere mezzo pieno: le procedure di controllo interne più o meno funzionano, anche se la CEO a interim Ladina Heimgartner ha affermato che nelle prossime settimane verrà esaminata la cultura aziendale e la sua implementazione, e che verranno avviate riforme per migliorarla (il minimo sindacale, ma per lo meno lo fanno); bicchiere mezzo vuoto: la selezione dei quadri fa acqua da tutte le parti, perché un caso può sempre capitare, due insomma, ma tre in due mesi assolutamente no.

Eppure la stessa Heimgartner qualche settimana fa si era detta convinta che questo sarebbe stato “un buon anno per Ringier”. Di sicuro, continuasse così, il premio per la miglior gufata del 2023 non glielo toglie nessuno.

Nell’immagine: la copertina del secondo numero di ‘Inteview by Ringier’


La neo-migrazione ticinese non tocca solo i “giovani cervelli”

Dopo l’“affaire Berset” alla Ringier si passa alla resa dei conti. Non un bel segnale per il secondo gruppo editoriale svizzero 

L’effetto dei dati pubblicati dall’Ufficio cantonale di statistica (USTAT)  un paio di settimane fa sull’evoluzione dei salari in Ticino è durato poco. Niente di anormale, neppure in tempi di elezioni cantonali. Questo perché nel nostro cantone si può parlare di tutto, tranne che della questione salariale. 

La ragione è presto detta: l’evoluzione salariale è lo specchio fedele di una crisi sociale che avvinghia il nostro Cantone da almeno quindici anni. Il nostro è diventato un territorio nel quale una fetta dominante del padronato macina profitti solo grazie a un tasso di sfruttamento basato essenzialmente sulla possibilità di ricorrere a un esercito industriale di riserva – il bacino inesauribile della forza lavoro frontaliera – messo in concorrenza diretta con la forza lavoro indigena. Un esercito industriale di riserva per il quale un salario di 3’200 franchi al mese (è questo il livello del salario minimo legale fissato di recente) costituisce dalle due alle tre volte il salario che potrebbe ottenere rimanendo in Italia a lavorare. 

Questa messa in concorrenza contribuisce, in un primo tempo, a stabilizzare i salari in Ticino su livelli estremamente bassi. E in un secondo tempo, grazie all’adozione di soluzioni come i contratti normali di lavoro, il salario minimo legale e – sfortunatamente – alla firma di alcuni contratti collettivi di lavoro, il livello dei salari inizia inevitabilmente a calare. Queste non sono speculazioni ma è il profilo oggettivo – e probabilmente in parte sottostimato – che emerge dai dati forniti dall’USTAT. 

È evidente che un tale scenario vada tenuto nascosto, non deve costituire un tema centrale e permanente del confronto politico. Altrimenti si giungerebbe alla conclusione del fallimento sociale ed economico delle forze politiche che gestiscono, secondo i più ferrei principi della “concordanza politica” e “della pace del lavoro”, questo Cantone. Nessuna volontà di confronto, nessuna volontà di cambiare radicalmente rotta. […].

Gli elementi importanti della crisi sociale e salariale sono molti. A cominciare da un fenomeno inquietante, definito come la “fuga dei cervelli” o, più in generale, la partenza di giovani residenti in Ticino verso altri cantoni svizzeri.

Il grafico che riproduciamo riguarda il saldo degli arrivi e delle partenze dal Ticino verso le altre regioni del paese per fasce d’età dal 1981 al 2021. La sua lettura è piuttosto semplice. A occhio si vede infatti la spaccatura nella fase storica che avviene attorno all’anno 2005. È infatti a partire da questa data che le partenze diventano superiori agli arrivi e che il saldo negativo inizia a rafforzarsi. A colpire è che il fenomeno riguarda tutte le fasce d’età prese in considerazione. Il crollo è particolarmente evidente per le fasce d’età più giovanili: dai 20 ai 24 anni e dai 25 ai 29 anni. La rottura con la fase precedente è netta. Per quanto riguarda la fascia dai 20 ai 24 anni, l’accelerazione dei saldi negativi delle partenze sugli arrivi testimonia di un cambiamento non secondario. Infatti, da un punto storico, le partenze in questa categoria d’età erano alimentate soprattutto dai giovani che partivano verso i Cantoni svizzeri per seguire una formazione (universitaria o professionale). Il marcato aumento delle partenze che si registra dal 2007 significa che a questa tipologia “classica” di partenti si aggiunge e si sviluppa anche quella di giovani lavoratori già formati che abbandonano il Ticino, un fenomeno nuovo e preoccupante. 

Il cambiamento di tendenza a partire dal 2005 relativo alla fascia dai 25 ai 29 anni è particolarmente impressionante. In questa fascia d’età sono compresi i giovani che hanno già compiuto una formazione in Ticino e, per molti di loro almeno, già inseriti nel mondo del lavoro. Ebbene, questa fascia è quella che registra la “fuga” più massiccia e continua dal 2005 a oggi. Un movimento molto simile caratterizza anche la fascia dai 30 ai 34 anni, un po’ meno “giovani” rispetto a quella precedente. In questo caso, infatti, si tratta di persone già inserite da diverso tempo nel mercato del lavoro ticinese. Ebbene, dal 2005 anche questa categoria di lavoratori inizia ad abbandonare con maggiore forza il Ticino per raggiungere altri cantoni, portando il saldo fortemente in negativo. Sul periodo preso in considerazione, questa fascia d’età aveva registrato un saldo negativo solo nel 1996 e nel 2001 (lieve). Dal 2005, ogni anno contabilizzerà un saldo negativo. Anche l’evoluzione delle fasce d’età non più propriamente giovanili subisce un peggioramento evidente a partire dal 2005 circa, con un saldo delle partenze che si rafforza notevolmente, andando regolarmente sopra e sotto la linea del segno negativo. Abbiamo ricapitolato in cifre la situazione (tabella 1).


La lettura di questi dati mostra fino a che punto si è operata la rottura sul piano storico. Sul periodo 2011-2021, il Ticino ha perso 6’641 residenti appartenenti alla fascia d’età che va dai 20 ai 49 anni.

Di questo totale, quasi il 93% è da mettere in conto al segmento compreso dai 20 ai34 anni d’età! Fuggono quindi “cervelli e braccia” giovani e meno giovani… Il problema è dunque molto più grave di quanto non si affermi in generale. Quello che si sta configurando è l’inizio, su piccola scala ma già tracciabile dal punto di vista statistico, di un neo movimento migratorio che dal Ticino porta verso i cantoni elvetici. E nella nostra rapida analisi non abbiamo neppure inglobato le partenze e gli arrivi verso l’estero. È molto probabile che il bilancio migratorio tenderebbe a peggiorare ulteriormente. Questo processo dovrebbe essere al centro di un  vasto dibattito politico. Nessuno ne parla. Farlo implicherebbe, oltre a riconoscere la calcificazione di un problema sociale profondo e strutturale, aprire il dibattito sulle cause che stanno alla base di questo neomovimento migratorio allargato, ossia in primo luogo la questione salariale. 

Perché fuggono “cervelli e braccia” dal Ticino? Per i salari troppo elevati? 

Il nostro contributo fa completamente astrazione, perché pura fuffa “politica”, di argomenti quali la “life-work balance” per spiegare il neomovimento migratorio che tocca il Cantone Ticino. Infatti, sarebbe la prima volta sul piano storico che un segmento di popolazione emigra per una negativa conciliabilità lavoro-famiglia… Indubbiamente anche su questo fronte sono necessari possenti miglioramenti. Ma difficilmente ciò sarà possibile fino a quando si privilegiano incessantemente politiche di defiscalizzazione del capitale e degli alti redditi, riducendo il substrato fiscale necessario a finanziare lo sviluppo coordinato di servizi pubblici in grado di concretizzare efficacemente la cosiddetta conciliabilità lavoro-famiglia per tutti e tutte.

 No, le fasce di popolazione continuano a emigrare – come d’altronde è sempre avvenuto nella storia del Canton Ticino – per migliorare le loro condizioni di vita. Tolte le migrazioni dovute a guerre e a cataclismi “naturali”, le persone si spostano semplicemente per trovare un lavoro, o trovarne uno che permetta loro di vivere una vita più dignitosa. Insomma, al centro c’è la ricerca di un salario o di un salario migliore. Da questo punto di vista, non c’è nessuna differenza fra il frontaliere che attraversa il confine quotidianamente e il ticinese che varca le Alpi, spingendosi verso i Cantoni svizzeri. Con buona pace della xenofobia leghista. Per chi voglia onestamente confrontarsi con la crisi sociale ticinese, il primo e determinante punto di partenza non può che essere la questione salariale.
Il primo passo in questo senso è quello di analizzare la situazione in Ticino dal punto della mediana salariale in funzione del grado di formazione. La tabella 2 è stata elaborata dall’USTAT, ufficio che con i pochi mezzi a disposizione (non solo finanziari) svolge un lavoro encomiabile.


 Il quadro che emerge è piuttosto drammatico, soprattutto per chi ha conseguito una formazione qualificata, universitaria o professionale. Addirittura, per chi ha ottenuto un titolo universitario o del politecnico, negli ultimi 20 anni, la mediana salariale si è ridotta del 15,83%, pari a una perdita di 1’267 franchi. Un peggioramento in termini reali che ha colpito anche coloro che beneficiano di un’abilitazione all’insegnamento e di una maturità. I possessori di un titolo rilasciato da una scuola universitaria superiore – Supsi – hanno beneficiato di una crescita assolutamente rachitica: + 2,68%, ossia un aumento di 8,9 franchi in media all’anno… Leggermente migliore la situazione dei detentori di un certificato rilasciato da una scuola professionale superiore: questi hanno visto la mediana salariale crescere del 5,22% sul periodo preso in considerazione, ossia una media di 15,5 franchi all’anno… Migliore ma lontana dall’essere accettabile, la crescita della mediana salariale per gli apprendisti, per coloro che hanno realizzato una formazione in azienda o che hanno semplicemente finito le scuole dell’obbligo, senza una formazione professionale completa. Il dato rilevante è comunque che la forza lavoro con una formazione qualificata ha subito durante l’ultimo ventennio una regressione consistente dei salari reali in termini assoluti (in un caso la crescita è stata del tutto irrilevante).
Mentre la situazione si aggrava già solo all’interno del cantone, il fossato è andato allargandosi anche con le mediane salariali a livello svizzero, come chiaramente testimonia la tabella 3. 

Non crediamo siano necessari molti commenti di confronto, ma alcuni non possiamo evitarli. La differenza fra una persona in possesso di un titolo universitario in Ticino rispetto a una con lo stesso grado di formazione in Svizzera era di 1’000 franchi nel 2000. Vent’anni dopo, il divario ha raggiunto i 3’438 franchi. Riflesso della considerazione di cui gode l’insegnamento a sud delle Alpi, nel 2000 la differenza tra il salario di un insegnante in Ticino e uno nel resto della Svizzera era di 668 franchi. Nel 2020 il divario è esploso a 3’361 franchi… Più in generale, a livello svizzero i salari di tutte le formazioni, nel periodo 2000-2020, sono cresciuti e anche a livelli nettamente superiori rispetto al soleggiato cantone Ticino.
È sicuramente utile analizzare la crescita del divario salariale fra il Ticino e il resto della Svizzera anche per fasce d’età, in modo da completare, caso mai ce ne fosse bisogno, la dimostrazione che il processo di neo-migrazione è indissolubilmente legato alla profondità della crisi salariale.

Nelle tabelle 4 e 5 abbiamo ricostruito la differenza delle mediane salariali, in valori relativi e assoluti, fra il Ticino e la media svizzera, come anche con il Canton Zurigo. Anche in questo caso i dati che emergono sono di facile lettura nella loro evidente drammaticità. La fascia d’età che resiste meglio è quella dai 20 ai 24 anni. Meglio non vuol dire che l’andamento sia positivo. Infatti, rispetto alla media svizzera, la differenza salariale dal 2000 al 2020 è passata dal 12,3% al 16,58%. In valori assoluti, nel 2000 la differenza era di 445 franchi, passata a 687 franchi nel 2020. Per tutte le altre fasce d’età prese in considerazione, il divario supera ormai il 20% rispetto alla media nazionale (quasi 1’000 franchi al mese). 


Particolarmente rilevante il divario per la fascia d’età 35-39 anni, pari al 27,48%, ossia praticamente una differenza di 1’500 franchi mensili. Un divario che spiega come anche questa fascia della popolazione residente ticinese abbia conosciuto un flusso migratorio importante a partire dal 2009. Il confronto diventa impietoso con il cantone di Zurigo. In ben 3 fasce d’età sulle 5 prese in considerazione, la differenza supera ormai il 35%, con la fascia dai 35 ai 39 anni nella quale la differenza sfiora il 40%! In termini reali, si tratta di una differenza di ben 2’144 franchi.


Negare l’evidenza di questi dati e, quindi, il fatto che la crisi salariale sia alla base della crisi sociale che attanaglia il nostro cantone, significa garantire che questa continui ad approfondirsi. I dati del 2022 mostreranno con tutta probabilità un nuovo peggioramento. Affrontare politicamente questa problematica centrale implica ovviamente un radicale cambiamento del tipo di sviluppo sociale ed economico. I partiti di governo, di tutti i colori, non metteranno in discussione il loro asservimento agli interessi padronali fondamentali. Par cambiare questa dinamica sarà necessario fare della questione salariale una priorità popolare, sostenendo qualsiasi forma di lotta, di auto-organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori di questo cantone in grado di porre con determinazione le basi di un cambiamento sempre più urgente.

Matteo Poretti è candidato al Gran Consiglio (Mps)
Nell’immagine: arrivi e partenze. Più che altro partenze


Chiara Landi – Dall’8 marzo al 14 giugno

Dopo l’“affaire Berset” alla Ringier si passa alla resa dei conti. Non un bel segnale per il secondo gruppo editoriale svizzero 


Un altro 8 marzo

Dopo l’“affaire Berset” alla Ringier si passa alla resa dei conti. Non un bel segnale per il secondo gruppo editoriale svizzero 


Empatia, compassione, rabbia. Ma alle donne perseguitate non basta

Dopo l’“affaire Berset” alla Ringier si passa alla resa dei conti. Non un bel segnale per il secondo gruppo editoriale svizzero 

Oggi 8 marzo, Giornata internazionale delle donne, sarò alla manifestazione di solidarietà con le donne e ragazze iraniane e con quegli uomini che le hanno sostenute nella loro battaglia di liberazione. Uomini consapevoli che il controllo dei corpi femminili imprigiona anche le loro possibilità di vivere nel mondo.

Sento già le voci che non hanno mancato di esprimersi in più occasioni: “ma dove sono le femministe, quelle che erano contro il divieto del velo?”

Appunto contro il divieto, contro ogni forma di esercizio di controllo delle scelte femminili governate da stati e religioni. Mai sostenuto che il velo fosse simbolo di libertà, e neppure che lo fossero i tacchi a spillo. Nella storia ogni parte del corpo femminile ha turbato i sonni di chi si arrogava il diritto di controllo della vita delle donne: in particolare i capelli da coprire con veli o cuffiette, o tagliati pubblicamente per punire, o ancora i piedi, bendati fino a deformarli.

Ma il velo è stato anche il simbolo delle Madri argentine di Plaza de Mayo. Il problema non è quindi l’indumento, ma sempre e comunque la libertà di scelta, anche quando ai nostri occhi sembrano scelte non in linea con le nostre convinzioni.

Abbiamo bruciato crinoline, corpetti, reggiseni, veli in nome della libertà. Continueremo a bruciare ogni simbolo che concretamente limita la nostra libertà di donne, ma anche questa è una scelta, non un obbligo sancito da chi ci vorrebbe diverse.

Partecipare oggi al sostegno della coraggiosa lotta delle donne iraniane è anche un monito all’immobilismo politico del nostro paese, è chiedere ancora con forza che i delitti di genere siano riconosciuti come motivo di richiesta d’asilo in Europa: stupri sistematici, rapimenti, coercizione da parte di ogni tipo di guardiano della morale, impedimento violento alla scolarizzazione, sono solo alcune delle forme di persecuzione specifica di genere.

Greta Gysin lo scorso 8 marzo 2022 ha chiesto al Consiglio federale se viene effettivamente tenuto in conto il Cpv 2 dell’art. 3 della Legge sull’asilo che recita “Sono pregiudizi seri segnatamente l’esposizione a pericolo della vita, dell’integrità fisica o della libertà, nonché le misure che comportano una pressione psichica insopportabile. Occorre tenere conto dei motivi di fuga specifici della condizione femminile.”

La risposta del Consiglio Federale sembrerebbe rassicurarci, ma al momento non abbiamo dati specifici per capire se e come la specificità della condizione femminile venga presa in considerazione.

Oggi centinaia di donne afgane con i loro figli sono imprigionate nelle carceri pakistane per essere scappate da un regime che le vuole morte, non istruite, senza lavoro. Oggi centinaia di studentesse iraniane sono gassate nelle scuole, imprigionate, picchiate.

Bella ciao è ancora un canto di libertà che commuove il mondo. È fondamentale provare empatia, compassione, rabbia. Ma non potremmo offrire qualcosa in più, come ad esempio garantire una protezione provvisoria alle ragazze e le donne iraniane e afgane? A loro è stata mossa una vera e propria guerra per il fatto di essere nate femmine.

Il Manifesto dello Sciopero femminista del 2023, che sarà presentato al Collettivo di sciopero femminista a Bellinzona questa sera, ribadisce la necessità di una migliore protezione e dell’accesso a tutti i servizi di aiuto alle vittime, perché la pratica della solidarietà si deve concretizzare in politiche di inclusione e di parità. Sarà il mio terzo sciopero nazionale organizzato dalle donne e non mancherò all’appuntamento.

Nell’immagine: bambini e donne afghane rifugiate in Pakistan, arrestate dalla polizia e in attesa di deportazione (fotografia di Jamaima Afridi)


Meloni vs. Schlein: su gender e famiglia due visioni agli antipodi

Dopo l’“affaire Berset” alla Ringier si passa alla resa dei conti. Non un bel segnale per il secondo gruppo editoriale svizzero 

Di Michela Marzano, La Repubblica

Identità di genere, orientamento sessuale, famiglia, tutto oppone Elly Schlein e Giorgia Meloni: non c’è nulla su cui la pensino uguale, sebbene siano entrambe donne, giovani e leader. Sono due modi contrapposti e speculari di essere al mondo, e quindi poi anche di concepirlo, a partire dalla femminilità, che è forse il punto centrale di confronto dialettico tra di loro, con buona pace di chi, fino a oggi, ha immaginato che l’identità sessuale di una persona fosse qualcosa di evidente e scontato, visto che è proprio a partire da come ci si definisce, e dall’idea che si ha della femminilità e della virilità, che si ragiona poi su tutto il resto. È questa la cosa bella e affascinante cui stiamo assistendo in Italia, qualcosa di molto più bello e affascinate che il (semplice) disaccordo su specifiche idee riguardo all’organizzazione del lavoro oppure anche alla transizione digitale o eco- logica. 

Per carità, un Paese lo si governa mettendo le mani in pasta, occupandosi di disoccupazione e pensioni, di edilizia e energia, lungi da me sottovalutare l’insieme delle preoccupazioni quotidiane di milioni di persone, che faticano ad arrivare a fine mese, e assistono impotenti all’inflazione che aumenta e al caro energia, ma, riflettiamoci: molte delle scelte in materia economica o ambientale non sono la diretta conseguenza di come si abita il mondo, e quindi di come ci si pensa e ci si defi- nisce, della concezione che si ha delle relazioni umane, della famiglia e dei figli? E la cosa bella, lo ripeto, è che per la prima volta, in Italia, abbiamo due donne leader che affrontano la gestione del potere in maniera radicalmente opposta perché è opposto il modo che hanno di vivere il proprio essere donna. 

L’identità del partito di Meloni si è via via strutturato attorno al celebre “sono Giorgia, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”, è così che si è presentata lei, tutta d’un pezzo e monolitica: la famiglia? sempre e solo quella tradizionale, quella fatta da papà, mamma e figli, altro che genitore 1 e 2; l’aborto? anche no, grazie, daremo strumenti a tutte per non negare loro la gioia di essere madri; l’identità? sempre e solo quella che ha dato a ognuno madre natura; omofobia e transfobia? non esistono, e se anche c’è chi pensa (e dice) che le persone omosessuali sono contronatura, perché privarlo della sua sacrosanta libertà d’espressione? 

Ma anche la comunità che si è stretta attorno a Schlein, l’ha fatto seguendola nel suo rompere con le categorie del passato: esistono famiglie omoparentali i cui figli non godono degli stessi diritti degli altri bambini e delle altre bambine, e questa cosa è inaccettabile; esistono persone che sono emarginate, insultate e aggredite in ragione del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere, e ci si deve dare un taglio; esistono donne che non sono madri, e che non sono però meno donne delle altre, e anche basta con questa retorica della gioia della maternità che si invoca per cancellare il diritto di abortire! 

Giorgia Meloni, da ultimo, in un’intervista a Grazia, difende il passato che, intendiamoci!, non è, in sé, una parolaccia, anzi, ognuno di noi è ovviamente il frutto della propria storia e della storia della propria famiglia e del proprio Paese, ma nel passato, e per secoli, la concezione della persona e la struttura della famiglia sono state rigide, ingessate, implacabili, tutto secondo la logica binaria del bianco e del nero, del giusto e dell’ingiusto, con lo schiacciamento sistematico della donna al ruolo di moglie e madre, conseguenza inevitabile del dualismo anima/corpo, femminile/maschile, eterosessualità/omosessualità. 

Nel mondo del passato, il potere era maschio, e se una donna, per miracolo, lo raggiungeva, ne adottava il linguaggio e i modi. Elly Schlein, invece, difende la modernità che, intendiamoci!, non è di per sé la panacea, il mondo di oggi è anche quello della spettacolarizzazione delle immagini e del tutto si equivale, ma è pure quello in cui ognuno sta pian piano acquisendo il diritto di essere sé stesso, di non conformarsi sistematicamente alle aspettative altrui, di essere una donna (o un uomo) che ama un’altra donna (o un altro uomo) senza che ciò ne rimetta in discussione l’identità, di essere un ragazzo (o una ragazza) che ha difficoltà a piegarsi agli stereotipi di genere, di essere persino una leader, come l’ex premier neozelandese, che si concede il lusso di dimettersi perché la vita è anche altro. 

Meloni e Schlein polarizzano oggi i dibattiti sebbene siano entrambe donne, anzi, proprio perché sono entrambe donne, ma incarnano due visioni opposte della femminilità, e quindi poi anche della famiglia. La prima ha la testa rivolta verso il passato, e giudica, esclude, bloccata all’interno di categorie rigide. La seconda guarda ciò che la circonda e sogna un futuro fatto di inclusione e alterità, all’interno del quale non esiste un modo giusto o sbagliato di essere sé stessi, ma mille e mille modi di attraversare l’esistenza. 


Perché morire per Bakhmut

Dopo l’“affaire Berset” alla Ringier si passa alla resa dei conti. Non un bel segnale per il secondo gruppo editoriale svizzero 

Dal canale podcast Cds Daily (Corriere della Sera)

Lorenzo Cremonesi è a Kramatorsk, città del Donbass, nell’Est ucraino in cui oggi vive un terzo dei circa 200 mila abitanti di prima dell’inizio della guerra. È qui che sono collocati tutti i centri di comando dell’esercito per le zone fra il Donetsk e il Luhansk. Ed è da qui che si muovono le colonne di soldati che combattono a Bakhmut, che si trova a un’ora e mezzo di strada e di cui da mesi gli ucraini stanno cercando di impedire ai russi (e ai miliziani della Wagner dell’oligarca Evgeny Prigozhin) di completare la conquista, avvenuta già su tre lati della città. Manca solo quello occidentale, da dove i giornalisti, entrano ed escono quotidianamente (sotto i bombardamenti) per raccontare quello che sta avvenendo, come facciamo in questo episodio del podcast «Corriere Daily» in cui Cremonesi spiega anche il valore «simbolico» della presa di Bakhmut, dopo poco più di un anno di guerra.

Nell’immagine: la situazione intorno a Bakhmut il 6 marzo


Lezioni sulla scuola dentro spazi pubblicitari

Dopo l’“affaire Berset” alla Ringier si passa alla resa dei conti. Non un bel segnale per il secondo gruppo editoriale svizzero 

Da qualche anno gli unici due quotidiani ticinesi rimasti pubblicano con regolarità un’intera pagina gestita dalla società anonima Spazio libero SA, su – si legge nello statuto societario – «temi di attualità all’attenzione dei cittadini e delle cittadine del Cantone Ticino». È una propaganda politica che stride soprattutto con la linea editoriale del bellinzonese “LaRegione”, anche se, in fondo, è un problema suo: quando servono soldi non ci si scandalizza per così poco – e i lettori non sono obbligati a soffermarsi sulle inserzioni pubblicitarie.

Sono un frequentatore casuale e distratto di quelle pagine. Ma qualche giorno fa (vedi “LaRegione” e “Corriere del Ticino” del 2.3.23) un paio di parole in un titolo hanno attirato la mia attenzione: «La scuola, i figli, l’educazione che vogliamo». Confesso che mi è scappata la parolaccia.

L’articolo (chiamiamolo così benché sia, appunto, un’inserzione pubblicitaria) se la prende in entrata col ’68 e i sessantottini, accusati di aver commesso una montagna di danni culturali e morali, di aver preso possesso della scuola e non essersi più schiodati da lì. Oddio, ricordo abbastanza bene quegli anni. Quando il ’68 esplose in Ticino (occupazione dell’aula 20 della scuola magistrale) avevo quindici anni e frequentavo il ginnasio.

Ho in mente, nei primi anni ’70, taluni eccessi, sia alla scuola magistrale che nelle aule ticinesi, ma bisogna stare attenti a non buttar via il bambino con l’acqua sporca. Non si può scrivere, come fa il nostro “opinionista”, ovvero l’imprenditore Alberto Siccardi, che «I nostri ragazzi oggi si dividono sostanzialmente in due gruppi, a seconda della famiglia da cui provengono: i conservatori e i partigiani dei cambiamenti. Frequentano le stesse scuole ma in aula prevale la tendenza al cambiamento, che è invece avversato dai ragazzi conservatori e dai loro genitori. Molti insegnanti sono rimasti al ’68 e hanno preso la leadership nella scuola».

A parte che gli insegnanti che hanno vissuto il ’68 sono tutti in pensione, qualcuno riesce a immaginarsi alti funzionari dell’allora DPE – penso ad Armando Giaccardi, Sergio Caratti o Diego Erba, per fare qualche nome di quegli anni – coimputati del «variegato terremoto culturale» che ha annientato anche «la triade famiglia-scuola-Chiesa [che] non insegna più gli stessi valori» di una volta? Mi piace ricordare i consiglieri di Stato, tutti liberali radicali, che hanno guidato la nostra scuola dagli anni ’70: Bixio Celio, Ugo Sadis, Carlo Speziali, Giuseppe Buffi e Gabriele Gendotti, non certo pericolosi comunisti al soldo di Mosca, senza che nessuno se ne accorgesse per quasi mezzo secolo.

In realtà la scuola ticinese è una buona scuola, coi suoi pregi e i suoi difetti. Come tante scuole in giro per l’Europa è piuttosto conservatrice, quantunque vada di moda dire che la scuola sia un “cantiere sempre aperto”. A partire dagli anni ’70 molte cose sono cambiate, sono nate nuove leggi, nuove prospettive, nuove materie di studio. La democratizzazione degli studi ha diffuso i licei nel cantone, consentendo a tanti giovani di frequentare ancor oggi i politecnici e le università elvetiche, nonché ottimi centri di formazione e specializzazione professionale. Tra i tanti, i principali punti nodali della formazione sono la difficoltà, assai diffusa tra i docenti, di rinnovare il proprio modo di insegnare e di comunicare con le nuove generazioni, e l’isolamento in cui si è cacciata la Svizzera nei confronti dell’Europa: altro che sessantottini al potere e rivoluzionarismo senza data di scadenza.

Naturalmente il prototipo di scuola che vagheggia Siccardi in “Spazio libero SA” porta negli USA, il cui sistema scolastico è esaltato in poche righe: in sostanza, quel che interessa è la possibilità di accedere alla scuola privata. Si dà per scontato che il ’68 ha fatto macelli anche lì, con la divisione culturale tra le famiglie conservatrici e quelle più aperte ai cambiamenti. Viene in mente la polemica di qualche anno fa, tutta americana, tra evoluzionisti e creazionisti, per decidere cosa si dovesse insegnare nelle scuole della nazione, Adamo ed Eva o Darwin – tanto per ricordare che, anche nella patria di grandi educatori come John Dewey e Jerome Bruner, eccellenze scientifiche e umaniste possono scontrarsi col peggiore bigottismo.

Ma ecco la soluzione. Scrive “Spazio libero SA” che la voragine culturale provocata dal ’68 «Ha portato in molti degli Stati americani alla istituzione di voucher per gli studenti che rifiutano la scuola statale “progressista” e vogliono frequentare quella privata, appositamente creata allo scopo di dare democraticamente ad ognuno la possibilità di scegliere l’educazione che preferisce. Si parla di assegni di 7’000 dollari all’anno! Così facendo si creano due mondi politico-sociali».

C’è una data che il Ticino non può scordare: 18 febbraio 2001. Quel giorno si votò sull’iniziativa popolare denominata «Per un’effettiva libertà di scelta della scuola». Lanciata nel 1997 da ambienti di destra, chiedeva un contributo per le famiglie i cui figli frequentavano una scuola privata. Al voto popolare la proposta fu respinta dal 74.1% degli elettori ticinesi. 


Io non voto, e tu?

Dopo l’“affaire Berset” alla Ringier si passa alla resa dei conti. Non un bel segnale per il secondo gruppo editoriale svizzero 

Anche dalle nostre parti si è discusso molto di costituzioni – forse perché sono il pilastro inamovibile dello stato di diritto liberaldemocratico che le categorie dei  putiniani, più o meno reconditi,  ritengono finito (a ragionare sulle costituzioni proverò in un prossimo contributo) –  e si  è discusso pure dei cittadini che non votano o votano sempre meno. I due temi, apparentemente lontani, sono vicini e intrecciati perché l’astensionismo inceppa lo stato liberaldemocratico che fa del confronto, della critica, del cittadino attivo e ben informato il presupposto  del buon funzionamento del sistema. Gaber ha riassunto: libertà è partecipazione: se non c’è – è sempre lui a dirlo – si finisce per delegare e farsi comandare. Libertà e democrazia vivono insieme e si riassumono nell’utile collettivo a cui tutti debbono concorrere.  Il cittadino passivo, quello che sta in disparte sopra un albero,  è il primo passo verso pericolose derive  illiberali.

L’astensionismo ha tante cause, alcune fisiologiche e inevitabili: è in costante crescita e rappresenta un problema per la democrazia. In Italia, alle ultime regionali, 6 cittadini su 10 si sono astenuti; da noi, se ben ricordo i dati dell’Osservatorio della vita politica regionale, siamo a 4 cittadini su 10: è il partito più imponente. Insomma :  un tempo si  votavano i partiti e le persone venivano dopo,  poi si sono votate le persone e i partiti venivano dopo,  oggi sono tanti coloro che non votano né le persone né i partiti. La semplificazione può sembrare eccessiva ma illustra una tendenza. 

Le ragioni dell’astensionismo? Tante. Vi è l’astensionismo fisiologico, connaturato alla democrazia, dettato da impedimenti di forza maggiore;  vi è l’astensionismo frutto di disinteresse e indifferenza per la politica; vi è poi  l’astensionismo frutto di “ignoranza razionale”: mi astengo perché il mio voto è ininfluente sul risultato finale e non vale il tempo e la fatica necessari per una scelta informata.  Ma vi è in forte crescita soprattutto un astensionismo che non deve essere ricondotto all’indifferenza: al contrario, può e deve essere considerato come “voto di reazione”,  “di riflesso”; rappresenta in un certo senso il volto silenzioso dell’antipolitica. Accanto alle persone che esprimono il loro disagio, più o meno rumorosamente,  affidandosi ai movimenti antisistema e di protesta, vi sono cittadini e cittadine che non votano proprio per marcare il  rifiuto verso un orientamento politico non condiviso e un ceto politico sfiduciato.

La sfiducia è indubbiamente generata dal malfunzionamento della democrazia rappresentativa che sembra non interpretare più i veri bisogni degli elettori ma essere ridotta alla stregua di una semplice democrazia elettorale ( i cittadini sono  corteggiati quando debbono eleggere, ma poi sono invitati a scostarsi  e a lasciar lavorare i politici eletti perché la politica è affare loro: il cittadino troppo attivo e critico fuor delle elezioni è poco gradito).  Osservano i sondaggisti che troppi cittadini hanno la percezione di essere esclusi dalla vita politica e dai processi deliberativi. 

Un dato è certo: oggi le democrazie liberali sono screditate dall’incapacità  di contenere vistose diseguaglianze sociali e economiche. La liberaldemocrazia dovrebbe garantire l’uguaglianza dei diritti  promuovendo i principi di solidarietà (vi ricordate? Liberté, Egalité, Fraternité!):  l’ha fatto, ma oggi non lo fa più: i disastri del liberismo senza limiti sono ampiamente documentati, tuttavia si  continua tenere in vita  l’inganno del trickle down,  dello sgocciolamento della ricchezza e del  “ce n’è per tutti”. 

Colin Crouch, che è uno che se ne intende, ci dimostra che l’impressione di tanti non è campata in aria: il nostro sistema democratico in realtà è sempre più condizionato da interessi particolari, di tipo elitario.  Propone perciò di parlare di postdemocrazia  dove il concetto di inclusività (l’essenza stessa della democrazia) è di fatto smentito dalla politica fattuale.         

Siamo, di questi tempi, in campagna elettorale, e ad ascoltare certi dibattiti di infimo livello culturale e le desolanti concioni di alcuni personaggi ci viene da dire – rubo la considerazione allo scrittore spagnolo  Javier Cercas – che la politica è una cosa troppo importante per lasciarla nelle mani dei politici. 

Articolo scritto per LaRegione

 


Roger Köppel, l’inconciliabile connubio tra giornalismo e politica

Dopo l’“affaire Berset” alla Ringier si passa alla resa dei conti. Non un bel segnale per il secondo gruppo editoriale svizzero 

Ho conosciuto Roger Köppel una ventina di anni fa. Lui astro nascente del giornalismo politico nazionale, io giovane corrispondente da Palazzo federale. Idee mille miglia lontane dalle mie, stile giornalistico che mi lasciava e mi lascia tuttora perplesso, ma professionalmente intelligente, preparato e bravo. Del resto non si riprende un settimanale in crisi come era nel 2001 la Weltwoche, lo si ricolloca editorialmente e politicamente e lo si fa diventare in poco tempo una delle testate più lette della Svizzera se non si è dotati di fiuto e di qualità. Certo i soldi di Blocher, i favori di Tito Tettamanti (che gli ha venduto il giornale a “prezzo di favore”) e le sue varie altre influenti amicizie l’hanno aiutato, e non poco, ma ciò non toglie che il successo editoriale è tutto suo, sarebbe sciocco non riconoscerlo.

Lui comunque ha ripagato i suoi mentori in tutti i modi: dapprima mettendo a disposizione della politica filo-UDC la sua testata, poi dando suggerimenti su diverse campagne e aiutando a impostare la comunicazione democentrista (forse qualcosa in più, visto che molti lo consideravano la vera eminenza grigia e il vero stratega del partito), infine – era il 2015 – decidendo di schierarsi apertamente. Forse, se non l’ unico, il suo più grande errore.

Perché è vero che fu eletto trionfalmente in Consiglio nazionale – mai nessuno prima di lui e dopo di lui ha ricevuto così tanti voti preferenziali – ma è anche vero che il Köppel politico, al contrario del giornalista, non ha lasciato granché il segno nella Berna federale: in otto anni ha presentato in Parlamento solo 9 atti parlamentari (probabilmente solo Attilio Bignasca, con un intervento in otto anni, ha fatto peggio di lui), mentre recentemente il Blick lo ha incoronato per la seconda legislatura consecutiva come il parlamentare più assente (peggio di Lorenzo Quadri, il che è tutto dire). Negli ultimi tre anni ha infatti disertato quasi una seduta su cinque senza chiedere scusa, quindi senza percepire gettoni di presenza. «Faccio risparmiare soldi al contribuente», ha ironicamente replicato al giornale, giustificando questa classifica poco lusinghiera con il suo ruolo di direttore della Weltwoche.

Ci risiamo: la Weltwoche, il suo trampolino di lancio verso la fama, la gloria, la politica e al tempo stesso il suo tallone di Achille e la sua giustificazione (“Lascio perché devo concentrarmi sullo sviluppo del settimanale”) per spiegare la sua decisione di non ricandidarsi il prossimo autunno per un terzo mandato. Alle illazioni di molti quotidiani svizzerotedeschi, che hanno apertamente parlato di un caloroso invito da parte dei vertici UDC a farsi da parte visto le sue posizioni filoputiniane nella guerra in Ucraina e il suo atteggiamento estremamente critico e destabilizzante tenuto in occasione della campagna per la successione di Ueli Maurer in Consiglio federale che gli ha garantito l’aperta ostilità del neoeletto Albert Rösti e di buona parte degli attuali vertici, Köppel ha risposto sabato in una conferenza stampa bollandole di fake news, prima di ribadire le sue opinioni sul conflitto, ossia che si tratta di una guerra russa di autodifesa che non viola il diritto internazionale.

Poco importa quali siano i veri motivi del suo abbandono, poco importa pure che lo si ricordi più per i video che girava nel corridoio dei passi perduti di Palazzo federale per la Weltwoche Daily che per i suoi rari interventi dalla tribuna (memorabile comunque quando attaccò la consigliera federale Simonetta Sommaruga per la politica migratoria per poi abbandonare l’aula assieme a tutto il suo gruppo), o per l’ultimo scandalo che lo ha visto coinvolto, una fuga di notizie dalla commissione esteri della Camera – guarda caso, riguardavano ancora la Russia – che ha rischiato di costargli l’immunità parlamentare e un conseguente procedimento penale: Köppel, se mai lo si ricorderà, sarà soprattutto come la più lampante dimostrazione dell’impossibilità di gestire il connubio tra giornalismo e politica.

Perché adesso anche per lui è chiaro: o fai il giornalista, e quindi pur essendo schierato diventi e resti una specie di radar, uno scanner puntato sul potere, oppure fai il politico, dunque entri nei meccanismo proprio di quel potere che dovresti vagliare, esaminare ed eventualmente criticare (e buonanotte al cane da guardia). Tertium non datur, soprattutto ai livelli più alti.

Un’inconciliabilità che è diventata lampante anche grazie allo stile estremamente polemico, provocatorio e sulfureo di Köppel: una decina di anni fa il direttore Köppel titolò un numero della Weltwoche “I greci della Svizzera – Ecco perché i romandi lavorano meno e ricevono pensioni migliori” (foto di prima pagina, un impiegato con la barba lunga, bianchino in mano e piedi sulla scrivania). Fu uno choc, e le polemiche fioccarono alte e copiose. Qualche anno dopo il politico Köppel un titolo e un servizio del genere non se lo sarebbe potuto permettere. Senza dimenticare che da parlamentare deteneva informazioni che non poteva pubblicare; per un giornalista, non c’è forse peggior cosa.

Sabato scorso, quindi, l’uomo Köppel ha scelto, decidendo di tornare a fare quello che ha dimostrato di saper fare meglio: il giornalista. Liberato dalle pastoie della politica, ricomposte le sue varie anime, Roger Köppel godrà dal prossimo autunno di maggiore libertà. Ne siamo certi: la userà.

Nell’immagine: Roger Köppel, naturalmente