Il mondo salvato dai giusti

Una conversazione su La Stampa a cura di Simonetta Scandivasci con Vito Mancuso e Gabriele Nissim in occasione della Giornata dei Giusti dell'Umanità 

GABRIELE NISSIM
Caro Vito, ci unisce il pensiero. Mi ha colpito, da subito, il tuo lavoro sull’etica, e l’idea che lo governa: l’uomo può scegliere, come diceva Pico Della Mirandola, tra l’essere produttore di male e l’essere produttore di bene. L’attenzione che poni sull’importanza dell’educazione etica riguarda profondamente quello che cerco di fare attraverso I Giardini dei Giusti e con la fondazione Gariwo (Gardens of the Righteous Worldwide), che si propone da molti anni uno scopo vasto ma preciso: far conoscere i Giusti educando alla responsabilità personale, nella convinzione che il bene sia uno strumento educativo e serva a prevenire genocidi e crimini contro l’umanità. Ma chi sono i Giusti? Moshe Bejski, quando diventò il grande artefice del Giardino, in Israele, lo fece per raccogliere le storie di coloro che avevano salvato delle vite durante la Shoah. In accordo con quello che dice il Talmud – “chi salva una vita, salva il mondo intero” -, Bejski identificava nei Giusti coloro che avevano salvato delle vite umane durante l’Olocausto. Più tardi, mi sono reso conto di quanto fosse importante e urgente includere in quella figura morale anche tutti coloro che salvano qualcuno da un genocidio: qualsiasi genocidio. E quello che cerco di fare, da allora, dopo essere riuscito a istituzionalizzare questo allargamento, è far capire alle persone che tutti possiamo essere Giusti, se alleniamo il nostro senso per il bene, se alimentiamo lo spirito. Possiamo e io credo anche che dobbiamo: per questo un’educazione etica è fondamentale.

VITO MANCUSO
Caro Gabriele, è vero: ci unisce il pensiero, e ci uniscono i nostri maestri. Vasilij Grossman parlava dell’importanza di risvegliare l’umano nell’uomo, e non mi viene in mente niente di più calzante per definire il punto di incontro tra il mio lavoro sull’etica e quello dei Giardini e della Giornata dei giusti. Mi piace moltissimo questa espressione: Giornata dei Giusti dell’umanità. Perché mi piace la tua idea di universalità e trasversalità: come te, credo che la tensione per il bene e la giustizia alberghi in ognuno di noi e che quindi ognuno di noi possa essere buono e giusto, o più precisamente possa agire per il bene e per la giustizia. Per farlo, ritengo sia necessaria una educazione etica, purché si ponga come obiettivo primario il ripristino della fiducia verso l’uomo. Ormai, pensare all’homo sapiens significa per noi pensare all’uomo bianco, al maschio occidentale, l’alfa, insomma al modello che ha trionfato finora. Non ci vengono in mente la giustizia e l’umanità ma soltanto la violenza, la distruzione del diverso per imporre se stessi. Non crediamo nell’uomo ed è paradossale: significa che non crediamo in noi stessi. E allora combattiamo una guerra civile, che è la peggiore delle guerre, perché non prevede un nemico esterno: lottiamo, dentro di noi, contro noi stessi. Ci vogliamo difendere dalla nostra stessa umanità, perché la riteniamo pericolosa, violenta, dispotica e in questa difesa non ci rendiamo conto che ci laceriamo, usiamo il filo spinato contro noi stessi, destinandoci inevitabilmente a ferirci. Ogni volta che squalifichiamo il genere umano, e lo riteniamo perduto e senza speranza, facciamo come il barone di Munchausen, quando provava a uscire da se stesso. Esiste una cura? Certo: vedere chi siamo davvero. Vedere che in noi esiste il bene. Non vale soltanto l’homo homini lupus (Hobbes) ma pure l’homo homini deus di Spinoza: non siamo capaci solo di sopraffazione ma pure di rispettare l’altro come fosse una divinità.

GABRIELE NISSIM
Voglio sottolineare che vedere il buono e il giusto dell’uomo, e dire che ciascuno può essere Giusto, significa accogliere l’errore, l’imperfezione. Tutti possono essere Giusti perché i Giusti non sono santi o eroi. Il bene possibile è un bene imperfetto e la giustizia possibile è una giustizia precaria. Quando vado nelle scuole, ai ragazzi racconto sempre l’altro lato dei Giusti. Schindler ha salvato moltissime vite, ma tanto prima quanto dopo la Shoah è stato un farabutto. Voglio dimostrare loro che l’azione buona è alla portata di tutti. Quando ho combattuto per universalizzare il concetto di Giusto, di uomini Giusti, mi sono scontrato con molte resistenze: alcune parti e istituzioni della comunità ebraica temevano che si perdesse la memoria della Shoah. Non ho mai capito in che modo quel rischio così temuto potesse concretizzarsi. Anzi. E questa resistenza mi ha convinto ulteriormente dell’importanza di ricordare alle persone che a renderci uguali c’è la possibilità di salvare gli altri e che tutti dobbiamo sentirci parte dell’umanità, perché qualsiasi genocidio, come osservava Raphael Lemkin, l’inventore di questo termine, colpisce tutti e impoverisce il mondo e non solo una parte. Se per esempio l’Ucraina perderà la sua libertà, tutti ne soffriremo ebrei e non ebrei.

VITO MANCUSO
L’altro ci rende chi siamo. Siamo abituati a pensarci monadi, staccati, ciascuno per sé, prima il sé e poi, eventualmente, il prossimo. È un errore ontologico prima che etico: a questo mondo non esiste niente che non risulti da una aggregazione. Essere è sempre un inter-essere: un esistere nella relazione. Lo dico perché mi affascina moltissimo il tuo sforzo di ribaltare la narrazione sul bene, come azione necessaria e quasi sacrificale.

GABRIELE NISSIM
Sono convinto che il successo del male sul bene, quando accade, e del dominio dell’egoismo sull’altruismo sia dovuto al fatto che pensiamo che fare il bene degli altri sia qualcosa che non solo non ci riguarda, ma non ci porta nessun vantaggio: talvolta, anzi, ci danneggia. Così, il volontariato è sempre vissuto come una sorta di privazione, un dovere cui assolvono uomini particolarmente virtuosi, disposti a perdere qualcosa. In questo modo, si ripropone quell’idea di bene elitario di cui parlavamo prima, e alla quale invece io cerco di opporre un bene imperfetto, alla portata di tutti. Non è vero che fare il bene degli altri, dedicarsi a loro, salvarli comporta una alienazione di noi stessi, una rinuncia, un sacrificio. Moltissimi filosofi hanno riflettuto su come il bene che faccio a te è prima di tutto un bene che faccio a me: Socrate, per esempio, diceva che è meglio subire un torto che farlo, per esemplificare efficacemente che ci danneggiamo di più quando feriamo il prossimo che quando veniamo feriti. Nel 1943, Dimitar Peshev salvò gli ebrei bulgari dai campi di sterminio scrivendo, in sostanza, in una lettera poi firmata da 42 deputati del parlamento bulgaro, che la deportazione degli ebrei era sconveniente per il Paese. Dettaglio: Peshev è nel Giardino dei Giusti a Milano e a Padova, oltre che al Yad Vashem. Altro dettaglio: Peshev aveva appoggiato l’alleanza con Hitler, a proposito di bene imperfetto, e di come i Giusti siano persone comuni, non eroi.

VITO MANCUSO
Mi viene in mente che il Giusto non risente del tempo: non cambia, non invecchia, non si svaluta. Il titolo di giusto è tale proprio perché prescinde dallo spazio e dal tempo. L’essere umano può essere invogliato al bene in qualsiasi momento perché la tendenza al bene è dentro di lui e perché, come dici tu, gli arreca vantaggio. L’azione giusta, facendoci giusti, ci guarisce. Abbiamo tutti negli occhi le immagini della tragedia di Cutro: piangiamo persone vittime dell’ingiustizia e della disumanità, morte perché qualcuno non ha sentito il loro grido. Ecco cosa non ci è ancora chiaro: chiudere gli occhi davanti a chi soffre significa trincerarsi nel clan, nella tribù, appunto nello spazio e nel tempo a cui la natura ti ha consegnato quando sei nato e che, però, la stessa natura ti ha dato gli strumenti per superare. In noi una scintilla non aspetta altro che essere accesa. E superiamo il clan nel momento in cui la scintilla, che è la propensione al bene e al giusto, viene accesa. Ed ecco il ruolo degli educatori: accendere nei ragazzi il desiderio di fare bene, dimostrare che quel desiderio e quel bene sono parte della loro sostanza, e assecondarli consente loro di evolvere, di superare le barriere del proprio circolo, le stesse barriere che, peraltro, gli adolescenti soffrono.

GABRIELE NISSIM
È in questo senso che io parlo di decostruzione della visione deterministica della storia: credo che nessuno possa sentirsi escluso da quello che succede. Credo che tutti debbano riconoscersi parte attiva, e quindi responsabili. L’esistenza in noi di quella scintilla ci dimostra che abbiamo gli strumenti per agire per il bene: una cosa che si esercita non necessariamente con azioni esaltanti, ma pure semplicemente scegliendo. Ecco, noi dobbiamo avere la consapevolezza piena del fatto che con le nostre scelte individuali condizioniamo il corso della storia, il futuro del mondo, il benessere dell’altro. E non è retorica: è la verità. La grande Storia non si subisce mai completamente: c’è sempre qualcosa che possiamo fare, anche se siamo minuscoli, anche se non guidiamo governi, o regioni, o cittadine. Questa responsabilizzazione è la base del lavoro che facciamo nelle scuole.

VITO MANCUSO
Penso a Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante. E immediatamente dopo, la parola evangelica: «Se non tornerete bambini, non entrerete mai». Per noi i bambini sono ingenui e l’ingenuità la intendiamo come una mancanza di mezzi per capire e decidere. Invece, un modo nuovo di stare dentro la storia, assumendosi la responsabilità di cui parli tu, richiede proprio una fede nella bontà e nella ingenuità. L’etimologia di ingenuo è: nato dentro. Allora, è alla nostra interiorità che dobbiamo tornare a guardare, per rinascere, pronti a stare nel nostro tempo con un’attitudine non nuova, ma autenticamente umana. L’azione che tu fai nelle scuole è importantissima ma non basta: la scuola deve strutturare una educazione costante a questi valori. Invece, vedo che i nostri ragazzi coltivano esclusivamente la parte cognitiva e non quella empatica. Le classi sono soltanto luoghi di istruzione e assecondare e nutrire solo quella parte di noi e del nostro cervello temo che finirà con il renderci, come diceva Tagore, coltelli fatti soltanto di lama, pericolosi per noi stessi.

GABRIELE NISSIM
Condivido. Ai ragazzi dobbiamo insegnare che esiste la possibilità, nella vita, di essere attori e non spettatori, come ci inducono a credere i social network, di fatto sollevandoci da qualsiasi responsabilità, e consentendoci di accomodarci in una rassegnazione e in un’impotenza che nascondono un grande cinismo e, soprattutto, un individualismo controproducente. Lo sottolineo ancora: dobbiamo renderci conto che l’egoismo è sconveniente. Siamo immersi in una cultura che svaluta lo sforzo del singolo, ed è a correggere questo che gli insegnanti devono dedicarsi. Il bene è ricchezza e gli altri ci rafforzano, non ci limitano. Forse è anche il momento di ribaltare l’idea che avere a che fare con gli altri comporti necessariamente una alienazione di una parte, più o meno piccola, di noi. È un pensiero che ha finito con l’indebolire, drammaticamente, la democrazia. La conoscenza di quello che succede nel mondo, insieme alla consapevolezza che lo determiniamo in ogni istante, scegliendo e agendo (anche scegliendo di non agire), ci porterà ad allargare i giardini dei Giusti di nuove storie, e a rendere la giustizia attraente. Ho combattuto, finora invano, affinché il parlamento italiano istituisse una sua sessione per ricordare tutti i genocidi, per presentare un report che aggiornasse i cittadini su quello che succede nel mondo, e quante vite si perdono, e quanti massacri avvengono senza che nessuno ne parli. Perché non c’è solo la memoria da onorare: c’è l’azione morale da esercitare. Chi salva una vita salva il mondo intero: mai come adesso abbiamo il dovere di ricordarlo.

Nell’immagine: la Sala dei nomi del Museo dell’Olocausto di Gerusalemme (Yad Vashem)


Una mimosa per Nora

Una conversazione su La Stampa a cura di Simonetta Scandivasci con Vito Mancuso e Gabriele Nissim in occasione della Giornata dei Giusti dell'Umanità 

Ammettiamolo: tutto sommato il prossimo 8 marzo, dedicato con più o meno entusiasmo da entrambi i generi alle donne, almeno noi svizzere, o residenti in Svizzera, qualche motivo per festeggiarlo ce l’abbiamo, soprattutto alla luce della legislatura che si concluderà nel mese di dicembre, e che ha visto per la prima volta un totale di 96 donne su 246 seggi nei Consigli Nazionale e degli Stati. Sono in molte/i ad attribuire questo ragguardevole risultato politico (nel 1971, anno di introduzione del suffragio femminile, le donne erano 12) fra le altre cose anche agli effetti a lungo termine del grande sciopero delle donne del 14 giugno 2019. A questo si sono aggiunti poi anche il matrimonio per tutti o il congedo paternità. Perfino la combattiva consigliera nazionale PS Tamara Funiciello, durante una recente tavola rotonda raccontata dal settimanale tedesco «Die Zeit», per una volta ha messo da parte polemiche e provocazioni (per quanto siano spesso indispensabili) per ammettere che, seppur a passetti microscopici, qui in Svizzera, finalmente qualcosa si stia muovendo. 

Il lento cambiamento di mentalità e paradigmi all’interno della nostra società è ormai inesorabile, ma deve essere sostenuto e rafforzato giorno dopo giorno, e non va dato per scontato mai, come ci insegnano le immani tragedie di genere dei nostri giorni, da quella iraniana a quella inarrestabile dei femminicidi, da cui nessun Paese, indipendentemente da cultura o religione, sembra essere risparmiato. 

Fossimo chiamate a farlo, oggi non sarebbe difficile individuare delle figure-chiave femminili in cui identificarci e da cui lasciarci ispirare, poiché portatrici di valori condivisibili e che molto spesso combaciano perfettamente con i «semplici» diritti umani: Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace che esorta solidarietà e fermezza, e soprattutto vicinanza, verso quanto accade in Iran; Elly Schlein, che l’ha spuntata contro un concorrente maschile cavalcando il concetto di giustizia sociale e raccontando fiera la propria scelta d’amore; o ancora Jacinda Ardern, la premier della Nuova Zelanda che ha avuto il coraggio di ammettere i propri limiti, e si è ritirata in nome di quel rispetto dell’elettorato che dovrebbe costituire la base di ogni relazione politica sana.

Qui in Svizzera, in occasione di questo 8 marzo, sarebbe bello mettere in luce la figura coraggiosa di Nora Scheidegger, classe 1987, giovane giurista esperta di diritto penale svizzero che cinque anni or sono, attraverso il suo lavoro di dottorato, è riuscita a dare una sferzata a un dibattito politico che nel delicato ambito delle infrazioni contro l’integrità sessuale languiva in modo scandaloso. 

Lo possiamo dire senza remore né tema: in materia di infrazioni contro l’integrità sessuale la Svizzera rappresenta un fanalino di coda rispetto a molti altri Paesi europei, e per dimostrarlo non occorre andare lontano: le cronache giudiziarie degli ultimi mesi ci hanno offerto una serie di verdetti assai discutibili e di portata tale da suscitare boati di indignazione da parte di migliaia di donne da un lato all’altro del Paese. 

Nel suo lavoro di dottorato Nora Scheidegger è riuscita a mettere in evidenza quei “vuoti” giuridici che non permettono a molte vittime di essere tali, e sebbene affermi di essere stata aiutata dalla concomitanza con l’evoluzione del movimento Me Too o la petizione lanciata da Amnesty International nel maggio dello scorso anno, è grazie a lei se oggi discutiamo se sia meglio la soluzione “solo un sì è un sì”, oppure, come auspicano le fasce più moderate e caute, “no è no”. Ma Nora Scheidegger, con la sua lucida analisi della società, e consapevole di come attraverso il solo quadro giuridico sia impossibile far fronte alle esigenze di tutte le vittime, si appella anche alla cosiddetta giustizia riparativa, un processo interpersonale da svolgersi al di là delle aule di tribunale, ma che permetta e favorisca l’interazione tra vittima e agente finalizzata alla ricerca di una soluzione condivisibile. La proposta di Scheidegger rappresenta una modalità innovativa per la costruzione di un assetto sociale più solido e consapevole. Una trentacinquenne con idee tanto chiare e nuove non può che farci ben sperare, ed è un bel regalo per l’8 marzo.

Articolo scritto per Azione
Nell’immagine: Nora Scheidegger (foto Linda Pollari)


Un centro chiuso che non risponde all’evoluzione del disagio giovanile

Una conversazione su La Stampa a cura di Simonetta Scandivasci con Vito Mancuso e Gabriele Nissim in occasione della Giornata dei Giusti dell'Umanità 

Da anni sosteniamo che quello di un centro chiuso educativo per minori, di un costo superiore a sei milioni di franchi, è un progetto anacronistico!

Eppure, il Parlamento, in primis, la commissione di giustizia e i partiti di governo, hanno spinto e ottenuto il credito per la progettazione e l’edificazione di quello che appare ed è a tutti gli effetti un carcere/ contenitore camuffato da centro educativo. Nonostante il fatto che si sappia benissimo come il pur importante problema dei reati gravi che necessitano di un contenimento o di un’espiazione della pena sia un tema alquanto relativo, non certo la questione prioritaria, i nostri politici hanno scelto di andare contro corrente rispetto alle scelte di altri cantoni.

Quello che sconcerta è tornare a sentir dichiarare pubblicamente che il problema maggiore in quest’ambito è la mancanza di infrastrutture per accogliere e gestire il disagio psichico.
È vero, di recente si è voluto mettere un cerotto – prassi consolidata- con lo stanziamento per l’unita pedo-psichiatrica da 20 posti, ma sappiamo bene che non basta. Gli addetti ai lavori si dividono tra chi ossequia e pontifica e chi denuncia la mancanza cronica di strutture e di una pianificazione capace di creare una rete di sostegno efficiente.

Nel servizio di approfondimento del Quotidiano della RSI (27.02.23) lasciano basiti le dichiarazioni dei magistrati. Sia il magistrato dei minorenni sia il viceprocuratore generale mettono l’accento sull’impossibilità e/o difficoltà nel gestire l’aumento esponenziale di minori e giovani adulti con problemi psichici che commettono reati! Dal servizio citato si evince che siamo – la collettività e di conseguenza le istanze preposte- in ritardo, in grave ritardo. Sebbene il tema sia conosciuto da anni, perché il parlamento ha optato per privilegiare un centro chiuso che nulla ha a che vedere con questa problematica?

Nel suo piccolo, il Coordinamento contro il Centro Educativo chiuso ha tentato invano di sensibilizzare la politica. Inascoltato e lasciato sostanzialmente solo, nulla ha potuto senza alleati e senza nemmeno quei pochi distratti che avrebbero potuto offrire una visione costruttiva e alternativa al carcere, che si sono defilati lasciando campo libero ad una scelta irrazionale, supportata da interessi poco lungimiranti e finalizzati ad una visione della realtà delle problematiche giovanili da affrontare unicamente in chiave coercitiva. Mi chiedo, ci chiediamo, come la dirigenza dei servizi sociopsichiatrici in primis, come pure le varie istituzioni preposte a sostenere i giovani, possano aver tanto tardato e non hanno reputato necessario intervenire prima.
Da tempo sosteniamo e proponiamo un’alternativa che sia complementare ai ricoveri e soprattutto al carcere o detenzione coatta. Lo dice bene il capo servizio della clinica psichiatrica cantonale Carlo Emilio Bolla: non servono altri posti letto, bensì, una serie di soluzioni intermedie sparse sul territorio, ambulatoriali ma anche a domicilio e strutture ad hoc.

Di conseguenza e parallelamente ci pare inevitabile la necessità di potenziare il lavoro di prevenzione a partire da interventi presso le famiglie in difficoltà, la scuola, il tempo libero (con personale specializzato nello street Work, come in altre città svizzere), nelle associazioni attive nel campo del lavoro con i giovani e altro ancora, per individuare e contrastare tempestivamente le situazioni di disagio sociale e psichico. È frustrante assistere al lassismo e alle prese di posizione senza seri contenuti, diremmo quasi fataliste, della stragrande maggioranza del mondo politico. Vorremmo un cambio di marcia per una visione lungimirante, che risponda realmente ai bisogni della società, in special modo delle fasce di popolazione più bisognose.

Bruno Brughera fa parte del Coordinamento contro il Centro Educativo Chiuso per minorenni
Nell’immagine: un fotogramma dal servizio RSI


Di fronte all’assedio di Bakhmut

Una conversazione su La Stampa a cura di Simonetta Scandivasci con Vito Mancuso e Gabriele Nissim in occasione della Giornata dei Giusti dell'Umanità 

La testimonianza da Chasiv Yar dove la strada per Bakhmut non più percorribile da auto normali. Bakhmut può cadere da un giorno all’altro, l’assedio dei russi si stringe. Gli ucraini hanno già organizzando la seconda linea di difesa.


5 marzo 1953, muore Stalin

Una conversazione su La Stampa a cura di Simonetta Scandivasci con Vito Mancuso e Gabriele Nissim in occasione della Giornata dei Giusti dell'Umanità 

A fine 2021 la notizia passò quasi inosservata, eppure alla luce degli avvenimenti bellici successivi, la sua valenza ha assunto una grande rilevanza. Con la messa al bando dell’Ong Memorial per « aver creato una falsa immagine dell’Urss come Stato terrorista » il regime putiniano metteva a tacere la principale fonte di informazione  su quel  passato stalinista a cui il presidente russo non manca di far riferimento. Con un accurato lavoro di ricerca negli archivi aperti nell’era gorbacioviana, Memorial (insignita del Nobel della pace nel 2022) aveva messo in luce l’entità dell’atroce passato rivelato – ma solo in minima parte – nel 1956 dal celebre rapporto Kruscev nel corso del XX Congresso del Pcus. La  realtà era  ben peggiore di quanto denunciato dal successore di Stalin: il numero dei morti attribuibile al « piccolo padre dei popoli » e il sistema totalitario da lui creato inducono storici e scrittori, come il grande Vasilij Grossman autore di « Vita e destino »,  a definire anche delle  similitudini con il regime nazista. Eppure  Stalin (« uomo d’acciaio), all’anagrafe Josif Vissarionović Džugašvili, è tutt’oggi  – stando a i sondaggi – personaggio particolarmente  popolare tra i russi. Ai loro occhi rimane il leader che ha sconfitto i nazisti e che  ha trasformato la Nazione nella seconda potenza militare mondiale. Se grazie alla  glasnost era stato rivelato  tutto l’orrore del totalitarismo, l’immagine di Stalin è stata poi riabilitata negli anni Putin: oggi nei testi di storia delle scuole dell’obbligo il Grande Terrore è menzionato in poche righe, così come l’Holodomor. 

La fine di Vojd 

 Il 28 febbraio  del 1953 Vojd (la guida) invita a cena nella sua dacia alcuni alcuni suoi fedelissimi ( Bulgarin, Malenkov, Kruscev e il famigerato Berija  capo del Nkvd, la polizia politica). Le testimonianze di quei giorni sono molto confuse: secondo la versione ufficiale Stalin subì  un attacco cerebrale e si spense il 5 marzo.  Sua figlia Svetlana affermò che il padre era convinto di esser vittima di una congiura (per avvelenamento) ordita proprio dai suoi ospiti. Il nome di Berija ricorre frequentemente anche se diversi storici tendono a non dare molto credito all’ipotesi di un complotto. Sta di fatto che quando i russi appresero dalla Pravda che « il cuore del compagno Stalin ha cessato di battere alle 21.50 del 5 marzo » l’ondata di cordoglio fu vasta e reale. Anche se in quegli anni le deportazioni  nei Gulag avevano subito una forte accelerazione raggiungendo punte mai viste, Stalin beneficiò agli occhi dei suoi concittadini dell’immagine dell’uomo che aveva condotto vittoriosamente la « grande guerra patriottica » , momento cardine nella storia del paese sul quale fa ancor leva oggi Vladimir Putin nella sua retorica bellicistica. Il 6 marzo, il segretario del Pci Palmiro Togliatti si rivolse alla Camera dei Deputati per annunciare « la scomparsa dell’uomo che più di tutti gli altri ho venerato e amato ». La Seconda guerra mondiale aveva indubbiamente fatto dimenticare le grandi purghe che avevano decimato i vertici del Pcus e la politica del terrore che aveva lasciato una scia di milioni di morti. 

L’inarrestabile ascesa del dittatore 

Robert Conquest, storico britannico di scuola marxista,  autore di un biografia di riferimento  (« Stalin: Breaker  of Nations ») individua in tre elementi le ragioni della rapida ascesa di Stalin ai vertici del potere: le sue grandi conoscenze teoriche, il sostegno da parte dei nuovi esponenti del partito bolscevico e infine la politica sistematica del terrore nei confronti dei suoi avversari. Segretario del Pcus dal 1922 (data di nascita dell’Urss) fino alla sua morte, Stalin nato nel 1878 a Gori in Georgia, era di famiglia povera con un padre alcolizzato e la madre donna pia. Frequenta il seminario, senza mai voler abbracciare il sacerdozio e presto, racconta lo storico Simon Montefiore (« Stalin. The court of the red star »)  appare il suo carattere brutale quando partecipa al sanguinoso assalto della banca di Stato a Tbilisi in cui periscono  una quarantina di persone. In esilio in Finlandia, a Londra e nell’Impero tedesco (dove incontra Lenin) aderisce a Cracovia al Partito operaio socialdemocratico russo, antenato del Partito bolscevico che a sua volta darà nascita al Pcus. Paradossalmente l’uomo a cui è associato l’accentramento estremo del potere è agli inizi fautore d’un certa decentralizzazione : in « Il marxismo e questione nazionale » (1913) sostiene che il marxismo debba concertarsi non solo sulle classi sociali ma pure sulla questione delle nazionalità. Lenin in effetti lo nominerà all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre « commissario del popolo alle nazionalità ». Vicino a Dzeržinskij, capo della Ćeka (la polizia politica, divenuta poi Gpu, Nkvd, Kgb e oggi Fsb) elimina man mano tutti i suoi avversari. Fallisce nella guerra contro la Polonia nel 1920 (ne attribuirà poi la responsabilità a Tukhachevsky, uno dei migliori generali dell’Armata Rossa, che farà poi fucilare nel 1937), rimane abilmente al centro del potere, cancella le  autonomie locali, promuove i suoi fedelissimi,  si scontra con Trockij , commissario del popolo agli esteri e poi comandante dell’Armata Rossa. Lenin, ormai  molto malato, si inquieta per « il peso troppo eccessivo nelle mani di Stalin «  un uomo « grossolano ». La moglie di Lenin lo odia, non lo vuole al potere. « Trockij » – scrive Lenin nel suo  testamento – « è il più capace ma anche troppo sicuro di sé ». Lenin muore nel gennaio del 1924, il capo dell’Armata Rossa viene allontanato, e il potere è ormai nelle mani di un triumvirato: accanto a Stalin, Kamenev e Zinovev rappresentanti della corrente di sinistra che verranno poi fucilati più tardi nelle purghe: la stessa fine faranno poi  Bucharin e gli esponenti più moderati. In quanto al grande nemico Trockij, ci penserà  un sicario di Stalin ad assassinarlo in Messico nel 1940.  Intanto con la sua cerchia di infeudati, Stalin costruisce il proprio culto della personalità: il Congresso del partito si riunisce ormai solo saltuariamente, non conta più nulla. Il potere è gestito dal Politburo.

Il più grande massacro della storia moderna in tempo di pace 

Prima della scoppio della seconda guerra mondiale Stalin si rese artefice di massacri di massa di dimensioni inaudite: l’Urss fu l’unica potenza europea a mettere in atto tra le due guerre  una politica di sterminio,  ricorda in « Terre di sangue » lo storico americano Timoty Snyder. L’Holodomor, la carestia nella quale perirono almeno 4 milioni di ucraini,  fu in gran parte – ci spiega Nicolas Werth uno dei maggiori  studiosi di quell’epoca – risultato di una politica punitiva per piegare la resistenza al collettivismo ma anche per sedare le rivendicazioni nazionalistiche. Un trauma enorme  che spiegherà più tardi l’accoglienza positiva che molti ucraini riserveranno ai nazisti i quali  non tardarono poi a  mettere in atto a loro volta spaventose carneficine. Stalin appare poco in pubblico, teme la folla, i contadini (80% della popolazione) non amano la collettivizzazione, è ossessionato dalle minacce interne e esterne. Nel 1937-38 fa fucilare quasi 800mila persone, in media 1600 al giorno: kulaki (proprietari terrieri), operai, casalinghe, funzionari, intellettuali, impiegati, ferrovieri, librai, barboni, persone qualunque che avevano  il difetto di essere d’origine tedesca, polacca, coreana, giapponese. Dei non russi insomma. Organizzato con il capo del Nkvd Niklolaj Ežov (poi a sua volta fatto fucilare) il « Grande Terrore » comportò anche la deportazioni di milioni di persone molte  delle quali non fecero più ritorno dai Gulag.  Più tardi, nel dopoguerra, furono gli ebrei a essere a loro volta vittime del terrore staliniano. Nel 1950, spiega  ancora Nicolas Werth, un sovietico su 6 era stato deportato.  

Il patto con i nazisti e la “grande guerra patriottica”

« Psicopatico » a detta di Kruscev, Stalin aveva comunque qualche ragione per temere un attacco tedesco. Anche perché con le  purghe aveva eliminato i vertici dell’Armata Rossa e oltretutto gli accordi di Monaco le potenze occidentali avevano dato il via libera a Hitler per smembrare la Cecoslovacchia. Sta di fatto che quando nell’agosto del ’39 il ministro degli esteri tedesco Ribbentrop sottoscrive a Mosca (dove viene accolto con tanto di bandiere con la svastica!) l’accordo di non aggressione con il suo omologo Molotov, i vertici dei partiti comunisti europei sono disorientati. E ancora non sanno  dei protocolli segreti che danno a Stalin 400mila chilometri quadrati di terre, l’est della Polonia, gli Stati baltici e la Bessarabia (Moldavia). Il patto, con il quale Hitler ottenne disco verde per attaccare la Polonia, garantì la pace coi nazisti fino all’operazione Barbarossa lanciata il 21 giugno del  1941. Dopo una serie di rovesci che consentirono ai tedeschi di avanzare, Stalin ebbe l’intelligenza strategica di affidare la conduzione della guerra ai marescialli più capaci, tra cui Žhukov che inflisse alla VI armata tedesca del generale Paulus una disfatta decisiva per le sorti di tutta la guerra. Fu proprio l’immagine dell’uomo che sconfisse i nazisti sul fronte orientale, giungendo poi fino a Berlino, a consegnare a Stalin quell’aura di prestigio di cui ancor oggi gode tra parte della popolazione russa.

Intellettuali sprovveduti e accecati 

Il « piccolo padre dei popoli » beneficiò a lungo dell’indulgenza di molti intellettuali occidentali. Mentre a Mosca già nel 1934  il grande poeta Ossip Mandelstam (poi deportato) scriveva del « montanaro carnefice con i baffi di scarafaggio », mentre Anna Akhmatova piangeva il figlio Lev deportato in un gulag, a Parigi, capitale culturale d’Europa, gli intellettuali – con poche eccezioni-  esternavano una sconvolgente indulgenza. Paul Eluard, poeta surrealista compose un’ode a Stalin « che rappresenta sulla terra le speranze infinite degli uomini ». Altrettanto patetico Luis Aragon che nel necrologio celebrò l’uomo di pace. Il coltissimo Jean-Paul Sartre  non diede  il meglio di sé quando al rientro da Mosca spiegò che in realtà se i sovietici non escono dal loro paese è « perché non ne hanno voglia » e che il cittadino sovietico « possiede tutta la libertà di critica ». Pablo Neruda inneggiò a  Stalin « un faro per le colombe ».  Ci penseranno pochi altri, tra cui  lo scrittore  André Gide dopo  il suo viaggio in Urss, a passare dall’entusiasmo militante all’orrore. Oggi ovviamente  le ricerche storiche non consentono più attenuanti nel giudizio politico e morale sul sanguinario georgiano, protagonista con Hitler del secolo dei totalitarismi. 

Articolo scritto per laRegione
Nell’immagine: statua in bronzo di Stalin in un “cimitero” di monumenti dell’era sovietica nei dintorni di Tallinn (Estonia)


L’eredità della profondità (di Lucio)

Una conversazione su La Stampa a cura di Simonetta Scandivasci con Vito Mancuso e Gabriele Nissim in occasione della Giornata dei Giusti dell'Umanità 

Parrebbe scontato, perfino banale: metti insieme una manciata di canzoni di Lucio Dalla e vai sul sicuro, se le ricordano tutti, tutti le cantano o le fischiettano. Soprattutto le amano, per questioni di gusto o di nostalgia. Nel ricordo dei suoi 80 anni ci ha pensato anche la RSI, con una serata live all’Auditorio Stelio Molo che ha proposto, all’insegna degli “streaming di Rete Due un “omaggio” che ha fatto il pienone di un pubblico festante ed entusiasta.

Ma, va detto subito, il programma, diffuso in diretta online sul sito aziendale, è stato tutto tranne che scontato e banale, ed il suo successo è stato quindi doppiamente meritato, poiché di Lucio Dalla ha proposto una rivisitazione composta da una raffica di ingredienti sorprendenti, in una miscela, equilibratissima, fatta di commenti e dialoghi con due esperti come il musicologo Paolo Jachia e il produttore Gianni Salvioni, di momenti musicali con ospiti chiamati a reinterpretare numerosi brani del cantautore bolognese ed infine di una dosatissima scelta di documenti d’archivio, tratti dal ricchissimo e straordinario serbatoio delle teche della RSI.

Ecco dunque che accanto alle esecuzioni di Andrea Mingardi o di un quartetto OSI in veste assolutamente inedita, oltre a rivisitazioni di grande originalità di brani quali “Nuvolari” (da parte di Roberta Giallo) o di “Il gigante e la bambina” (del duo Giovanni Falzone alla tromba e Nadio Marenco alla fisarmonica, semplicemente mozzafiato), si è potuto rivedere Lucio Dalla in trio, con Morandi e Guccini, cantare dal vivo una fantastica versione di “Uniti per l’Emilia”, oppure lo si è ritrovato a misurarsi con i versi di Giorgio Orelli, di cui ha tradotto in canzone due poesie nel 1991 in occasione del 700mo della Confederazione.

E a questo punto va dato atto a chi ha pensato e costruito questo programma di aver regalato al pubblico in sala (o al computer, collegato in streaming) un indiscutibile “evento” che non ha e non avrà in alcun canale italiano una simile qualità. Sì perché di qualità e spessore culturale bisogna pur parlare, anche se si tratta di una serata di musica ed intrattenimento. La RSI, con la serata “Com’è profondo Lucio”, condotta con grande mestiere e competenza da Gianluca Verga coadiuvato da Silvia Spiga, ha fornito ieri sera un’ennesima prova di come si possa fare bene un programma che combini informazioni, approfondimenti e soprattutto emozioni, quelle che solo certi repertori e certi artisti sanno dare.

E così, ancora una volta, e forse in modo mai così riuscito, uno showcase della Rsi all’Auditorio è diventato a pieno titolo un prodotto capace di qualificare l’azienda di servizio pubblico proprio in quanto tale; un’azienda con una storia, una professionalità ed una creatività che, vale la pena di ricordarlo, rappresenta uno straordinario patrimonio della nostra intera comunità, di pubblico svizzero italiano, italofono, in ascolto e disponibile verso quanto di meglio ci è venuto e ci arriva tutt’ora dalla cultura (non solo musicale e non solo leggera) d’oltre frontiera.

E allora, detto di un bellissimo momento di intrattenimento culturale offertoci dalla RSI, ecco che resta, sospesa, una domanda: ma perché non andare in onda anche televisivamente, almeno su La2?

Un programma con tutti i crismi del prodotto televisivo, in un auditorio vestito a festa non solo dalla musica proposta (in ottima qualità audio) ma anche da luci e regia, un’emissione, lo ribadiamo, che è stata di livello assoluto, perché non si è pensato di programmarla, in diretta, anche su uno dei due canali televisivi?

Perché su LA1 il sabato sera per il pubblico ci vuole il film? Perché su LA2 c’era una partita di calcio del campionato svizzero (Lucerna – Basilea, per intenderci)? Sì, certamente ci saranno state delle ragioni, saranno state fatte riflessioni e discussioni che hanno portato a scegliere la strada dell’esclusiva online. Ma insomma, c’era tutto, un programma fatto con ingredienti eccezionali di cui andava solo estesa la diffusione; e così rimane un dubbio, forse legittimo: che, sotto sotto, non si è avuto semplicemente un po’ di coraggio, la capacità e la volontà di “osare”, di rompere gli schemi ed offrire al pubblico televisivo un eccezionale prodotto targato Rete Due.

Anche questa è (o dovrebbe essere) una missione del servizio pubblico, anzi, potrebbe essere una delle carte che lo legittimi a piena ragione. Perché non volerci provare?


Roald Dahl e la censura che non c’è

Una conversazione su La Stampa a cura di Simonetta Scandivasci con Vito Mancuso e Gabriele Nissim in occasione della Giornata dei Giusti dell'Umanità 

Di Sebastiano Marvin

I tre libri più importanti della mia vita sono libri per ragazzi: “Lo stralisco” di Roberto Piumini, “Il mago” di Ursula K. Le Guin e “La fabbrica di cioccolato” di Roald Dahl. Sono quelli che mi hanno fatto diventare un lettore. Per questo, quando hanno toccato i romanzi di Dahl, ho dovuto assicurarmi che non avessero toccato anche una parte di quello che sono.

Intervenire su un testo dopo la pubblicazione è un’operazione delicata. Roba da orologiai. E la mia prima impressione, leggendo di quelle centinaia di modifiche, è stata che si fosse andati a cogliere margherite con la motosega.

Nonostante questo, la parola che veniva urlata in continuazione ‒ censura ‒ mi suonava profondamente sbagliata. Parlare di censura, per un’operazione che mira a far sì che i romanzi di Roald Dahl vengano letti anche nei decenni a venire, è già di per sé paradossale. Ma soprattutto, nessuno in nessun momento ha indicato di voler eliminare i testi originali, che sarebbero per esempio rimasti a disposizione nelle biblioteche (sono figlio di un bibliotecario: che non si provi a sminuire il ruolo delle biblioteche nella conservazione e nella promozione della cultura). E con il parziale passo indietro da parte dell’editore, che in un secondo tempo ha annunciato l’intenzione di continuare a pubblicare anche le versioni originali, il rischio di censura mi è presto parso del tutto scongiurato.

Ma se si è gridato alla censura, credo, è soprattutto perché si è frainteso il senso dell’operazione. A mancare, in tutto il dibattito che ha seguito la decisione di aggiornare i più importanti romanzi di Roald Dahl, è stata la voglia di capire cosa avesse davvero fatto l’editore, e perché. Il breve comunicato in cui si annunciava la parziale retromarcia offre un indizio importante: in ben due punti, si sottolinea come le nuove versioni siano state pensate e studiate per permettere a bambini e bambine di leggere i romanzi di Roald Dahl «independently», ovvero in autonomia, senza l’accompagnamento di un adulto. Il che non vuol dire ‒ come ho letto e sentito ‒ che siano versioni edulcorate o semplificate.

Prima di portare un paio di esempi, che aiutano a farsi un’immagine più chiara di cosa questo significhi, lasciatemi dire che i libri di Dahl si prestano alla perfezione a questo tipo di lettura. Sono, nella maggior parte dei casi, storie che potrebbero svolgersi appena fuori dalla porta di casa e nell’istante esatto in cui le leggi, ciò che aiuta sempre quando si fanno i primi passi in un mondo nuovo come può essere quello dei libri. E poi sono irriverenti, soprattutto nei confronti degli adulti; ma per l’appunto, se nei paraggi c’è un genitore o magari una docente, che oltre a essere bersaglio di quell’irriverenza prova anche a spiegartela, si perde almeno l’87,5%[1] del piacere.

Non da ultimo, le storie di Dahl affondano il coltello nelle più grandi paure di bambini e bambine. Prendete Il GGG: cosa può esserci di peggio, a 8 anni, che essere rapiti e allontanati dai propri luoghi e persone di riferimento, rimanendo in balia di giganti che potrebbero fare qualsiasi cosa di noi? Sarebbe davvero un peccato se, mentre ci troviamo nella grotta con Sofia durante la visita del Ciuccia-Budella, ci fosse lì accanto un adulto a sussurrarci che andrà tutto bene. Ciò che nella vita è un rassicurante e potentissimo “mi prendo cura di te”, quando siamo immersi nella lettura si trasforma in un antipatico e orribile spoiler.

Ma davvero quelle storie, così come le ha scritte Dahl, non possono essere lette in autonomia da bambini e bambine del 2023?

Si è parlato molto di “fat” ‒ “grasso”, anche se in Charlie and the Chocolate Factory suona più come “ciccione” ‒ parola che sarebbe stata “bandita” dai “censori”. Il fatto è che nel 1964, l’anno di pubblicazione del libro, i bambini ciccioni in Gran Bretagna erano pochi e vivevano perlopiù in famiglie ricche. Oggi in Inghilterra, alla fine della scuola elementare, un bambino su tre è obeso o in sovrappeso, e ha più del doppio di probabilità di far parte del 10% più indigente della popolazione che del 10% più benestante. Qualsiasi cosa volesse lasciar intendere Dahl, quando ha scritto che Augustus Gloop era «enormously fat», nel corso degli ultimi sei decenni ha indubbiamente cambiato sfumatura di significato.

Per inciso, l’ingordo e viziato Augustus, a cui nelle nuove versioni è stato tolto l’appellativo di “ciccione”, continua a fare una fine orribile a causa della sua propensione a ingozzarsi di qualsiasi cosa di commestibile gli capiti a tiro. A una lettura appena approfondita, risulta chiaro che la causa del suo male è l’ingordigia, più che il fatto di essere grasso. Ma c’è un reale rischio che un giovane lettore in sovrappeso, già statisticamente più portato ad avere una bassa autostima di sé, pensi che il semplice fatto di essere grasso possa portarlo a fare una brutta fine nella vita. Non vale di certo per tutti i bambini che si trovano in questa situazione. Ma per qualcuno sì. E “qualcuno” preso da “uno su tre”, comincia a essere un numero cospicuo di persone.

Altro esempio, preso da Le streghe (anno di pubblicazione: 1983). In un passaggio di quel libro, Dahl scrive che le streghe portano una parrucca, ma mette in guardia sul fatto che sarebbe folle andare in giro a tirare i capelli a ogni donna incontrata per strada, per verificare se si tratti o meno di una strega. Nella nuova versione, questo passaggio è stato riscritto, rafforzando il messaggio con l’aggiunta dell’idea che esistono tante altre valide ragioni per cui una donna potrebbe portare una parrucca. Per esempio ‒ aggiungo io ‒ un disagio a esporre la propria testa calva mentre ci si sta sottoponendo a dei cicli di chemioterapia. Oppure, perché nella propria cultura è assolutamente normale portare e cambiare parrucca di tanto in tanto. A Basilea, dove lavoro, ogni volta che mi reco in ufficio passo davanti a un negozio di parrucche, la cui clientela è formata perlopiù da donne africane perfettamente in salute. Non so quanti negozi del genere esistessero a Londra nel 1983, ma oggi il Regno Unito è il secondo maggior importatore di parrucche al mondo. E sono anche piuttosto certo che, quando il libro è stato scritto, la nostra battaglia contro il cancro non contemplava le ricadute psicologiche dei trattamenti, i quali si accontentavano di provare a tenerci in vita.

Dahl non poteva sapere che la società sarebbe evoluta in questa direzione. E i bambini e le bambine del 2023 non sono tenuti a sapere che, quarant’anni fa, il mondo era diverso da quello che loro hanno appena cominciato a esplorare, magari accuditi da una madre che sta curando un tumore al seno o da una zia di origine nigeriana che ama mostrarsi con i capelli biondi di tanto in tanto, e che nessuna compagna di scuola ha il diritto per questo di definire streghe.

Nel 2023, i testi scritti da Roald Dahl come li ha scritti Roald Dahl non suonano come li aveva intesi Roald Dahl, soprattutto per il pubblico a cui erano e sono destinati, ovvero i bambini. È un fatto. A questo punto, le alternative sono due:

  • non si tocca il testo originale, ma si accetta il rischio che questi meravigliosi romanzi possano porre qualche problema nel caso di una lettura non accompagnata e/o cadano nel dimenticatoio, perché ritenuti non più adatti da genitori, docenti e librai;
  • oppure, si prova a ristabilire lo spirito originale di queste magnifiche opere per come si crede che le avesse immaginate l’autore, adoperandosi per la delicatissima missione di modificare il testo originale senza cambiarne il senso e il carattere.

E allora, per ognuno e ognuna di voi che mi leggete, ho un compito ‒ sì, un compito: la cultura è un affare troppo importante per lasciarlo solo ai tecnici e alle scelte del mercato: riflettete a quale di queste due opzioni sia preferibile, o meno problematica. E se optate anche voi per la seconda – come ha fatto l’editore, in accordo con chi detiene i diritti d’autore – ho un compito aggiuntivo: chiedetevi, per ogni singolo intervento effettuato sul testo, se fosse necessario e se sia riuscito.

Per questo, l’auspicio è che venga presto resa pubblica l’integralità delle centinaia di modifiche apportate. Sarebbe bello e importante poter utilizzare quel documento per discuterne direttamente con i bambini, nel quadro di un’arricchente lettura accompagnata. Con l’invariata ferocia dell’Inghiotticicciaviva e con le sempre insidiose trappole di Willy Wonka e degli Umpa Lumpa, invece, sapranno certamente cavarsela da soli.

[1] Percentuale senza alcun senso concreto, definita ascoltando “Money” dei Pink Floyd (che è in gran parte in 7/8) in reazione al fatto che sì, certo, quella sui testi di Dahl è indubbiamente anche un’operazione commerciale, oltre che culturale. D’altronde nessuno dice il contrario. E che un editore elabori strategie per vendere più libri possibile non è certo un male, soprattutto se si tratta di capolavori indiscussi come quelli di Roald Dahl: è anche questa – e come potrebbe essere altrimenti? – promozione della lettura.

Sebastiano Marvin è redattore di Cooperazione e membro del comitato del festival internazionale di letteratura ChiassoLetteraria


Le parole sono pietre

Una conversazione su La Stampa a cura di Simonetta Scandivasci con Vito Mancuso e Gabriele Nissim in occasione della Giornata dei Giusti dell'Umanità 

Di Michele Serra, Chetempochefa

Le parole sono pietre. Possono fare molto male. Per questo è giusto usarle con misura. E con rispetto. E tenendo conto delle nuove sensibilità che ogni epoca sviluppa. Parole che erano di uso comune oggi sono impronunciabili. Se diciamo gay, invece di usare uno dei tanti orribili epiteti in uso fino a pochi anni fa, non è perché siamo diventati più gentili. È perché siamo diventati più intelligenti.

Il problema è che dalle migliori intenzioni possono nascere le peggiori sopraffazioni. Molte dittature sono nate dal desiderio, o dall’illusione, di levare il male dal mondo. Di renderlo “puro”. Nel nome della purezza sono stati commessi i peggiori crimini. Le rivoluzioni nascono come movimento di liberazione, poi diventano ortodossia. Ortodossia viene dal greco, vuol dire “retta opinione”. Tutte le altre opinioni, dunque, non sono rette. Sono storte, e vanno raddrizzate. Nel nome dell’ortodossia venne bruciato Giordano Bruno. Nel nome dell’ortodossia Stalin mandò i suoi sicari a uccidere Trotzky. Nel nome dell’ortodossia il regime iraniano impicca le sue figlie e i suoi figli. Nel nome dell’ortodossia il patriarca Kirill benedice la guerra di Putin.

Al politicamente corretto sta accadendo esattamente questo. Sta diventando una forma di ortodossia, dunque di censura e di oppressione. È notizia di questi giorni: un grande scrittore inglese per ragazzi, Roald Dahl, è stato sottoposto a riscrittura. Parole come grasso, nero, adunco, parole relative all’aspetto fisico dei personaggi delle fiabe, sono state cancellate. Scopo di questa censura è “non urtare la sensibilità moderna”.

Ovviamente, non esiste una sensibilità moderna. Ne esistono cento. Ciò che irrita me, magari non irrita te, e viceversa. Per prudenza, cancelliamo tutto. Così nessuno si irrita più. La nuova ortodossia è creare un mondo sterilizzato, morbido, senza spigoli. Cancelliamo il conflitto, la contraddizione, l’urto della vita. E quello che è stato scritto cento anni fa, in tutt’altro contesto, con tutt’altra sensibilità, viene adeguato al presente. Cancellando e riscrivendo.

George Orwell, nel suo famoso romanzo distopico, 1984, scrive così: “Ogni registrazione è stata distrutta e falsificata, ogni libro riscritto, ogni quadro ridipinto, ogni statua e monumento rinominati, ogni data alterata. L’intera letteratura del passato sarà distrutta. Chaucer, Shakespeare, Milton, Byron, esisteranno solo nella versione riscritta, nel nuovo linguaggio, non solo cambiati in qualcosa di differente, ma in qualcosa di opposto a quanto volevano essere”.

Qualcosa di opposto a quanto volevano essere… riuscite a immaginare qualcosa di più violento? Riscrivere un libro per fare dire al suo autore quello che non aveva voluto dire? Se vi sembra terribile: lo è. E sta già accadendo, soprattutto in America e nel mondo anglosassone.
Noi europei forse siamo ancora in tempo a dire di no. Non esiste un modello uniformato, incolore e inodore, di arte. Non è mai esistito e non esisterà mai. Sempre Orwell, sempre 1984: “ortodossia significa non pensare, perché non ce n’è più bisogno. L’ortodossia è incoscienza”.

Riscrivere Roald Dahl è stato, appunto, da incoscienti. Se quell’editore incosciente leggesse Orwell, forse capirebbe meglio la gravità di quello che ha fatto. Ma forse è meglio di no, è meglio che quell’editore non rilegga Orwell. Perché lo riscriverebbe.


Cappuccettə rossə politically corrected

Una conversazione su La Stampa a cura di Simonetta Scandivasci con Vito Mancuso e Gabriele Nissim in occasione della Giornata dei Giusti dell'Umanità 

C’era una volta una bambina che viveva con la mamma, o con la mamma e il papà, o con due mamme, o due papà o con un papà single, in una casetta regolarmente recensita al catasto sul limitare del bosco ma in un lotto edificabile. Tutti e tutte la chiamavano Cappuccetto Rosso, perché portava delle volte una mantellina con un bel cappuccio rosso, ma poteva benissimo essere una mantellina blu, o verde, o tortora e non c’entrano niente il sangue, le mestruazioni e la politica.

Una giorno una mamma, o un papà, le chiedono se nei limiti del suo libero arbitrio non le dispiace portare un cestino pieno di cibi vegani a chilometro zero e privi di glutine e bevande analcoliche senza zuccheri aggiunti alla nonna ancora giovanile che abita dall’altra parte del bosco ed è molto lievemente indisposta. Cappuccetto dice che perbacco, volentieri, e parte fischiettando delle melodie delle quali ha acquisito il diritto di riproduzione.

Giunta nel cuore del bosco, Cappuccetto incontra un animale che troppo spesso porta lo stigma di una supposta ferocia ma che in realtà è molto timido e rispettoso dell’ambiente naturale.
L’animale la saluta educatamente e le chiede dove sta andando. Cappuccetto, nei limiti della normativa sulla privacy, informa il gentile interlocutore sulla sua missione presso la ancora giovanile parente. Poi si salutano cordialmente e Cappuccetto continua per la sua strada. E vissero felici e contenti.

*   *   *

La diffondo col massimo rispetto per le categorie citate (vegani, km zero, etc.) inappellabilmente compatibile col massimo e reciproco rispetto per i princìpi della letteratura.


Dalla democrazia alla infocrazia

Una conversazione su La Stampa a cura di Simonetta Scandivasci con Vito Mancuso e Gabriele Nissim in occasione della Giornata dei Giusti dell'Umanità 

Che la democrazia abbia qualche problema di salute lo sappiamo da tempo. Tra populismi, democrature, democrazie e popoli a cui piace definirsi illiberali, assenteismo elettorale, multinazionali del tecno-capitale che aspirano a governare direttamente il mondo attraverso la digitalizzazione delle masse (lo fanno già, attraverso il capitalismo della sorveglianza e quei dispositivi tecnologici che sono insieme dispositivi normativi del nostro comportamento), i sintomi della malattia sono appunto evidenti e ne abbiamo elencati altri, su queste pagine, lo scorso 20 febbraio. 

E anche oggi, come ieri ma più di ieri, è lo stesso demos – cioè tutti noi, a cui spetterebbe, in democrazia, esercitare il potere (crazia) e farne manutenzione – che ha paura della democrazia e fugge di nuovo dalla sua libertà –  e rimandiamo a Fuga dalla libertà, di Erich Fromm, al quale aggiungiamo due altri libri che caldamente consigliamo e fondamentali per capire cos’è il potere, cioè Sorvegliare e punire, di Michel Foucault; e di come la democrazia possa essere una finzione/favola raccontata per noi da élite e oligarchie, L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse. 

Il demos vive infatti da tempo in una sorta di dissociazione politica e mentale, posto che – ultimo esempio – da una parte pone tra le sue maggiori preoccupazioni l’economia/impoverimento e la crisi climatica (ultimo sondaggio della RSI in vista delle elezioni cantonali), ma poi vota per partiti che nulla fanno e nulla vogliono fare per cambiare modello economico, cambiamento che è invece la condizione necessaria per risolvere quei problemi.

Ma torniamo al conflitto tra tecno-capitale e democrazia. E lo facciamo con l’ultimo libro tradotto in italiano del filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han, dal titolo Infocrazia (Einaudi). Ancora più esplicito è il sottotitolo: Le nostre vite manipolate dalla rete. 

Infocrazia, appunto, cioè il potere dell’informazione e dei dati. Tutto dentro al potere del digitale, che è un potere di imprese private che lo producono esclusivamente per fini di profitto privato, espropriando il demos dal potere. E questo genera un drammatico problema per una democrazia che voglia essere invece davvero una democrazia. Perché la democrazia – è il suo pregio e la sua virtù – ha bisogno di tempo per riflettere e poi decidere; necessita cioè di stabilità temporale: tutto il contrario di ciò che producono la tecnologia e il capitale, oggi anche attraverso informazioni sempre più veloci e irriflessive (è una infodemia, per sua natura “resistente alla verità”), da consumare (sono informazioni-merce) sempre più in fretta. 

E questa loro instabilità temporale e la loro continua accelerazione frammentano la nostra percezione e la nostra capacità/possibilità di costruzione di un senso delle stesse informazioni, così disorientandoci e riducendoci a oggetti puramente passivi di manipolazione. E su tutto, siamo diventati produttori di dati h24 per il capitale, siamo una miniera da sfruttare, siamo – aggiungiamo – forza lavoro a mobilitazione totale e a pluslavoro totale, cioè produciamo dati lavorando gratis per le piattaforme digitali tecno-capitaliste, così compiendosi la più perfetta forma di alienazione – di marxiana ma anche psicoanalitica memoria.

Siamo apparentemente liberi, scrive Byung-Chul Han, ma siamo incapaci di discutere con gli altri e il nostro condividere in rete – aggiungiamo ancora – è solo una sommatoria di monologhi che cercano followers e like, ma che escludono ogni forma di vero dia-logo (un altro degli elementi base della democrazia, oggi soffocato dalla tecnologia e dalla mercificazione della vita) e di ascolto dell’altro. E pensare che anni fa molti volevano convincerci che la rete era in sé libera e democratica, quando non lo è mai stata e non lo può essere per la contraddizione che non lo consente. Di più, ancora Byung-Chul Han: nel digitale, libertà apparente e sorveglianza concreta coincidono – ma è evidente che una sorveglianza di massa e h24 è intrinsecamente in conflitto con la libertà e la democrazia. Eppure, lo accettiamo – di essere sorvegliati  – e con questo siamo noi stessi che svuotiamo la democrazia e la stessa nostra libertà. 

Byung-Chul Han lo chiama regime dell’informazione, “quella forma di dominio nella quale l’informazione e la sua diffusione determinano in maniera decisiva, attraverso algoritmi e Intelligenza Artificiale, i processi sociali, economici e politici”. Perché oggi, “decisivo per la conquista del potere non è il possesso dei mezzi di produzione, bensì l’accesso a informazioni che vengono utilizzate ai fini della sorveglianza psicopolitica [psicopolitica è il concetto sviluppato da Han andando oltre la biopolitica di Foucault], del controllo e della previsione dei comportamenti [della psiche, cioè, da qui il neologismo di Byung-Chul Han]. Il regime dell’informazione si accompagna al capitalismo dell’informazione, che evolve in capitalismo della sorveglianza e declassa gli esseri umani a bestie da dati e consumo”. Cioè formattati a produrre sempre più dati e a consumare sempre di più.

Perché “quanti più dati generiamo, quanto più intensivamente comunichiamo, tanto più efficiente diventa la sorveglianza. […] Nel regime dell’informazione gli esseri umani non si sentono sorvegliati, ma liberi. Paradossalmente è proprio il senso di libertà [che trasmettono le nuove tecnologie] a garantire il dominio” del tecno-capitale. A cui ciascuno di noi si sottomette senza che venga in realtà esercitata su di lui alcuna forma di coercizione esterna (anzi e appunto, crediamo di essere liberi), mettendoci volontariamente e liberamente in mostra, diventando liberamente trasparenti alla profilazione del tecno-capitale, che sfrutta la socialità degli umani, restando però ben nascosto, come i suoi profitti, dietro algoritmi e IA. 

“La sorveglianza si insinua nella quotidianità sotto forma di convenienza” e di aiuto/assistenza; cioè noi familiarizziamo sempre più con la tecnologia e il profitto è fatto. E non ci ribelliamo, anzi “nella prigione digitale come zona del benessere smart non si solleva alcuna resistenza al regime dominante. Il like esclude qualsiasi rivoluzione”. 

Di più: con il suo dataismo “il regime dell’informazione manifesta tratti totalitari. Esso aspira a un sapere totale”. E le vecchie ideologie politiche del ‘900 hanno da tempo ceduto il passo al potere del calcolo matematico. Cioè “il dataismo vuole calcolare tutto ciò che è e che sarà. Le narrazioni [religioni, ideologie, filosofie del passato] cedono il passo ai calcoli algoritmici”. Agendo sul nostro inconscio digitale. Perché “Big Data e intelligenza artificiale” – continua Byung-Chul Han – “consentono al regime dell’informazione di condizionare il nostro comportamento a un livello posto al di sotto della soglia di coscienza”, creando dipendenza (attraverso la dopamina che si attiva ad ogni like che riceviamo) e compulsione (reagiamo come cani pavloviani ad ogni avviso di notifica).

Pessimismo, quello di Byung-Chul Han? Temiamo sia piuttosto l’autentica condizione in cui ci troviamo, come individui e come democrazie. Certo, anche questo suo libro ci aiuta a capirla meglio, questa nostra condizione – e nel libro c’è di più e anche altro rispetto a ciò che abbiamo qui riassunto – e ci invita a resistere. Ma ne siamo capaci, oppure – e chiudiamo con un dubbio – abbiamo ormai superato il punto di non ritorno?