

Dopo la crisi pandemica, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina e i loro effetti depressivi sull’economia e sulle condizioni di vita della maggior parte dei cittadini e delle cittadine, si pensava che le politiche statali si sarebbero concentrate su misure a sostegno dei redditi. A maggior ragione nel nostro cantone, già di per sé fragile. Si dà il caso che, invece di ripartire cercando di attenuare gli effetti più pesanti della crisi, si sia optato per politiche fiscali e di bilancio ispirate al più classico liberismo austeritario. Insomma, l’austerità sta tornando in auge, condizionando l’agenda politica. Eppure, l’austerità è un’idea pericolosa, come sostiene l’economista Mark Blyth in un libro inserito dal Financial Times tra i migliori del 2013. Lui e molti altri hanno dimostrato che le politiche di austerità in realtà non funzionano, almeno non nei loro fini dichiarati di stimolare la crescita economica e ridurre il debito, oltretutto salvaguardando livello e qualità delle prestazioni sociali.
Se sappiamo che l’austerità non risolve ciò che deve essere risolto, si chiede un’altra eminente economista, Clara E. Mattei, in un suo recente libro (‘Operazione austerità. Come gli economisti hanno aperto la strada al fascismo’, Einaudi, 2022), allora perché sta prepotentemente tornando alla ribalta? Ebbene, secondo Mattei ogni società capitalista ha bisogno dell’accumulazione e del lavoro che l’alimenta per continuare a espandere la sua torta, per usare la tradizionale metafora pasticcera in uso tra gli economisti che spesso e volentieri prescindono dalla sua ricetta e da chi e in quale misura ne beneficia. Per tacere di chi non è nemmeno invitato alla cerimonia del taglio della torta.
Eppure, questo modo di organizzare l’economia e i suoi rapporti di produzione, di produrre la torta, non è né fissa né data, spiega Mattei, ma deve essere costantemente adeguato da opportune e mirate politiche economiche e sociali. La funzione dell’austerità è invece quella di mantenere, di “naturalizzare”, i rapporti di produzione e le relazioni sociali che li sorreggono, specialmente in tempi di cambiamenti sociali, anche a costo di aprire la strada a pericolose quanto disastrose svolte autoritarie di stampo fascista. Il passato lo dimostra, ma purtroppo non sembra insegnare granché. Questo rischio di deriva non è per nulla teorico. È molto concreto, anche da noi.
Si dirà che da anni nel nostro cantone la scelta di politiche fiscali e finanziarie di stampo liberista è stata avallata dai cittadini e dalle cittadine nel pieno rispetto dello Stato di diritto. È il caso, fra altri, della votazione popolare sul cosiddetto ‘decreto Morisoli’ che indubbiamente paralizza l’azione pubblica entro i rigidi vincoli del pareggio di bilancio. E questo in un momento storico in cui lo Stato dovrebbe avere maggiore margine di manovra per contribuire a contrastare gli effetti sociali della crisi, per non parlare del sostegno all’economia e del suo rilancio. È la democrazia diretta, bellezza!
Chiedere in una consultazione popolare se si è a favore dei matrimoni tra persone dello stesso sesso oppure no ha un esito che poi è direttamente applicabile, perché la questione posta contiene in sé le condizioni normative della sua applicazione. Siamo nella piena legalità. Ma se si chiede se si è a favore o meno del pareggio di bilancio e l’esito è a favore del pareggio di bilancio, ciò comporta un’impasse, perché la questione posta ne implica molte altre. Siamo ancora all’interno della legalità, ma la sua applicazione è lungi dall’essere immediata e implica tutta una serie di tappe che rischiano di minarne la legittimità. Per raggiungere il pareggio di bilancio, fra l’altro a breve, lo Stato sarà inevitabilmente costretto a operare una serie di tagli in ambiti quali la sanità, la scuola e la cultura, intaccando l’interesse generale dal quale lo Stato stesso ricava la sua legittimità.
Ha un valore paradigmatico l’esperienza di una protagonista di un ricovero ospedaliero che lei stessa definisce “bestiale”, in una lettera pubblicata dal quotidiano ‘laRegione’ il 23 febbraio 2023. La sventurata lettrice ha potuto toccare con mano le conseguenze delle politiche austeritarie sulla sanità, misurate da scarsità di personale, mancanza d’igiene e in taluni casi anche da poca professionalità. Chiaramente e comprensibilmente insoddisfatta, non augura a nessun altro di vivere la sua esperienza. Temiamo, invece, che si prospetti un ulteriore deterioramento dei servizi ospedalieri e in generale dei servizi alla persona e che molte altre persone saranno destinate a vivere la stessa esperienza “bestiale” descritta e pubblicata dalla lettrice, di cui ignoriamo, per il momento, l’effetto. Tutto legale, ma non socialmente legittimo.
Articolo scritto per laRegione
Riusciva a rendere allegra la «scienza triste», l’economia, attraverso una scrittura ironica e auto-ironica: Giorgio Ruffolo, scomparso lo scorso 16 febbraio all’età di 96 anni, è stato un economista tanto acuto quanto anomalo. Di fede socialista, deputato al Parlamento e al Senato italiani, europarlamentare a Strasburgo e infine, dal 1987 al 1992, ministro dell’Ambiente, Ruffolo non nutriva grandi simpatie per il PSI guidato da Bettino Craxi. S’ispirava piuttosto alla figura e all’azione di Riccardo Lombardi, esponente di una linea minoritaria che all’affarismo e ai compromessi al ribasso anteponeva la coerenza e un buongoverno fondato su un riformismo rigoroso, non equiparabile al moderatismo.
Negli anni ’60 era stato uno dei protagonisti della «programmazione economica», tentativo che s’inseriva nella costellazione ideale del centro-sinistra. Lo scopo consisteva nel conferire un indirizzo alla caotica crescita economica e urbanistica che allora l’Italia stava vivendo, scavando profondi solchi tra le aree industriali e le campagne, e tra il Settentrione e il Mezzogiorno, arretrato e svuotato di manodopera. Quel tentativo – che ebbe qualche eco anche nella politica ticinese – non fece purtroppo molta strada, come Ruffolo poi riconobbe in un gustoso libretto, Il libro dei sogni, pubblicato da Donzelli nel 2007.
Vennero poi gli anni ’70 e qui va segnalato il dibattito, anzi il duello che si sviluppò tra il settimanale del PCI «Rinascita» e il mensile teorico del PSI «Mondoperaio», diretto da Federico Coen. In quegli anni, l’ascesa del Partito comunista capeggiato da Berlinguer sembrava inarrestabile in termini di voti e reputazione; e tuttavia, sul piano delle idee e delle prospettive, il partito rimaneva invischiato nelle panie di un italo-marxismo antiquato, incapace di cogliere le novità che maturavano negli interstizi del capitalismo italiano. «Mondoperaio» seppe, in quel frangente, infilarsi in quelle contraddizioni e in quei ritardi, attraverso le utili provocazioni di una folta schiera di intellettuali «disorganici» come Bobbio, Salvadori, Colletti, Cafagna e, sul versante più pratico-politico, Amato e Giolitti.
Si era ancora all’interno della guerra fredda e quindi dentro gli schemi ereditati dall’era post-staliniana: democrazia formale/democrazia popolare; mercato/pianificazione; pluralismo politico/partito unico. Mentre Bobbio denunciava l’assenza, in Marx e nei suoi discepoli, di una articolata «dottrina dello Stato», Ruffolo insisteva sulla necessità di aggiornare le carte nautiche per rilevare/decifrare i movimenti dei sistemi complessi che stavano ridisegnando la società aperta occidentale. «Il disagio della sinistra – osservò nel 1978 nel saggio «Per un approccio scientifico alla democrazia socialista» – discende dalla coscienza oscura di una sua inadeguatezza a dare risposte a problemi nuovi con gli strumenti teorici di cui dispone».
Si può dire che quel drappello di intellettuali vinse la sua battaglia contro la paludata «Rinascita», gettando le basi delle successive incursioni nel campo della sociologia, dell’economia del benessere, dell’ecologia. Manifesto esemplare di questo cammino furono i saggi pubblicati da Laterza nel 1985 e nel 1994, prima La qualità sociale e poi Lo sviluppo dei limiti. Punto centrale del ragionamento era la distinzione, in quel periodo ancora incerta, tra «crescita» e «sviluppo». Due categorie simili e intercambiabili soltanto a prima vista; in realtà esprimevano una filosofia assai diversa, per non dire opposta, nel modo di concepire il progresso sociale e civile.
A metà degli anni ’80 vide la luce un periodico che si pubblica ancora oggi: «MicroMega». Ruffolo ne assume la direzione, condirettore Paolo Flores d’Arcais. Nel primo numero (1/86) riprende il dialogo mai interrotto con il PCI, affacciando l’ipotesi di una fusione tra le due principali famiglie della sinistra italiana. Sarebbe stata questa, finalmente, una «sinistra moderna», capace di «combinare gli impulsi dell’intraprendenza economica con le istanze dell’equità, nell’ambito di una prospettiva progettuale; di un nuovo “compromesso storico” tra capitalismo e democrazia, che si ponga a un livello più elevata di civiltà».
Collaboratore, per lunghi anni, del quotidiano «La Repubblica», Ruffolo è stato, come detto all’inizio, un autore dalla scrittura seducente, estranea al gergo della corporazione. Sapeva muoversi con disinvoltura tra i trattati di Keynes e la sociologia tedesca e americana, senza trascurare il peso della storia nei processi di elaborazione delle teorie. Si veda, in proposito, il bel volume con i ritratti di dodici grandi economisti, da Galiani a Keynes, raccolti in Cuori e denari (Einaudi, 1999), come pure, sempre da Einaudi, Quando l’Italia era una superpotenza (2004), Il capitalismo ha i secoli contati (2008), Un paese troppo lungo (2009). Sono libri che rimarranno sugli scaffali nobili della biblioteca domestica.
La macchina elettorale (ed elettoralistica) si è decisamente messa in moto ed ha avuto nel primo “speciale” televisivo della RSI un momento di particolare rilievo per diverse ragioni: anzitutto perché ha riproposto lo schema, sempre discusso nelle scelte del servizio pubblico, di ammassare nello Studio 1, per oltre 2 ore, talmente tanti volti e voci che alla fine si rischiava seriamente di annegarvicisi dentro, al punto che si è avuta l’impressione che quello che aveva le idee più chiare era il giovane sedicenne invitato a parlare in quanto “non votante”.
Ma poi, ed ecco un altro elemento, la serata di lunedì scorso è stata l’occasione per conoscere l’esito (certamente parziale, ma significativo) del primo sondaggio commissionato dalla RSI dedicato al possibile esito del voto di aprile. In sintesi, proiezioni dal risultato scontato (tutto rimane come prima) ma su cui si è discusso molto a lungo. Tanto a lungo da snervare il rappresentante dell’Mps, collocato nell’angolino dei partitini cui destinare due minutini di interventino: ecco, appunto, uno delle comparse, che legittimamente ad un certo punto non hanno più voglia, per forza, di stare a far tappezzeria. E così se n’è andato, con tanto di coda di un comunicato del Movimento, che accusa il servizio pubblico di favorire chiaramente i partiti di governo; un comunicato presto seguito da un’altra presa di posizione, stavolta di tutti i “partiti minori”, uniti compatti contro il servizio pubblico. Unica occasione, paradossalmente, in cui la Lega non ha fatto un cip sul tema “azienda in mano alla sinistra”.
Ma a proposito di Lega, non può certo sfuggire il fatto che nel sondaggio emerge ben chiaro come l’alleanza Lega-Udc, benché sembri destinata a confermare Gobbi e Zali in Governo, sta fortemente promuovendo il ruolo di Piero Marchesi, terzo fra i cinque candidati, e dunque collocato molto meglio di Boris Bignasca, che questa faccenda pare proprio non mandarla giù.
Così, mercoledì sera a Teleticino, nella rubrica settimanale “Detto tra noi” di Andrea Leoni (in cui tutti si danno del tu – giornalisti e politici – e Bignasca diventa Bobo) è andato in scena un inedito “show” in cui l’ex-artefice del sindacato farlocco TiSin, forse consapevole che la sciagurata avventura in compagnia dello judoka Nando Ceruso ne ha un po’ offuscato l’immagine presso i propri elettori, si è rigenerato (nel vero senso della parola) adottando lo stile del padre, insomma “nanizzandosi”.
A suon di “sono incazzato”, “il mio risultato fa schifo”, “del decreto Morisoli me ne frego, non lo voterò più”, “tornerò a fare opposizione” e via andare, ha deciso che quell’aria simpatica e relativamente “gentile” che lo contraddistingueva gli sta probabilmente facendo perdere consensi e voti, e così proprio non va bene, perché “i leghisti devono votare Lega, non Udc”, e che diamine!
Non c’è che dire, l’alleanza di destra, dietro le apparenze, sembra sempre più una sorta di saloon da Far West. E infatti, non per caso, lo stesso Nanoboris, ha specificato che il clima, da quelle parti, è da “pistolettate”. Vien da pensare che la parte dello sceriffo potrebbe essere tranquillamente assegnata a Norman Gobbi, il leghista iscritto all’Udc, che, va ricordato, sulla questione del “duello” Zali-Marchesi non ha preso posizione se non per dire che l’esigenza di cambiare un po’ è certamente legittima. Ma tu guarda che duo leghista affiatato abbiamo (e avremo) in Governo.
Fra Lega e Udc, ormai, non c’è più neppure concordanza nel dire programmaticamente di no alla sinistra. Ne è prova la recente votazione sulla sperimentazione scolastica (superamento dei livelli) che ha visto i due partiti chiaramente divisi: Lega a favore (anche se oggetto degli strali dello zio Bill di Corticiasca sul Mattino), Udc contro. Stando poi alle indiscrezioni evocate ieri da Daniel Ritzer su “La Regione”, dietro alla decisione piuttosto sorprendente dei Bignasca boys (and girls) potrebbe anche esserci un patto con il PS legato ad uno scambio di “favori”: la Lega approva la proposta PS e il PS sostiene Zali. Insomma, siamo dalle parti del mercato (o fantamercato) francamente non troppo esaltante.
Resta il fatto che in Via Monte Boglia l’aria non pare essere delle più salubri, e in questo clima che definiamo approssimativamente “elettrico”, si spiegano le sorprendenti esternazioni (anche per lo scafato Leoni) del Bignasca che avanza: incazzato perché lui, che si chiama Bignasca ed eredita il peso di un movimento nato sui guizzi e le bizze di un padre abile a denunciare e poi gestire, si ritrova oggi il proprio “popolo” disposto a dar retta ai più istituzionali udicini e addirittura a votarli.
Naturalmente, come già accaduto in passato, il temporale si esaurirà in un bicchier d’acqua con l’elezione degli uscenti, come indica il sondaggio. Poi tutto si riaccenderà alla prossima campagna, mica così tanto lontana, se si pensa a quest’autunno con le federali e soprattutto che l’anno prossimo siamo alle comunali, e ben più di uno spiffero parla chiaramente di una candidatura di Marco Chiesa al sindacato di Lugano. Altre porte da saloon sbatteranno, probabilmente.
Ma in fondo, a destra, gli accordi si fanno così, sulla base non tanto di una vera e leale alleanza programmatica, ma piuttosto della logica (diffusa) di corsa alle cadreghe, magari nella “caccia” a un comune “nemico” da dileggiare a più non posso sul foglio domenicale; quel nemico rossoverde che non difende il famigerato ceto medio, quel “partito delle tasse” immigrazionista, europeista, antineutralista, che, dal canto suo, intanto, non pare capace di “sfruttare” altrettanto cinicamente ( o pragmaticamente, a secondo dei punti di vista) le beghe altrui. Sarà che gli bastano (e avanzano) le proprie, sarà che le proiezioni per il Gran Consiglio non sembrano proprio incoraggianti, e sarà pure che prevale la sensazione di sollievo nel veder confermata anche dal sondaggio RSI la certa elezione di Marina Carobbio. Non è poi quello che conta di più, per il PS, in questo momento?
Nell’immagine: Boris Bignasca, il mio risultato personale fa abbastanza schifo

Il 24 febbraio, anniversario dell’invasione dell’Ucraina, sembra passato senza alcuna svolta nella guerra. Né sul terreno dei combattimenti, dove la paventata controffensiva russa non è (ancora?) partita. Né, purtroppo, sul piano diplomatico, dove persistono la malafede o l’incomprensione totale, anche se un “segnale debole” è giunto da Pechino proprio il 24 febbraio: la pubblicazione della “Posizione della Cina sulla soluzione politica della crisi ucraina” (titolo ufficiale del cosiddetto “Piano di pace cinese”). Un segnale tutto da interpretare, ma non da trascurare. Il documento cinese, in sé, è poco consistente. Il primo punto richiama il principio fondamentale per cui l’Ucraina si batte – “la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale” – che deve essere “rigorosamente osservato”; ma gli altri undici punti non sono conseguenti anche se in maggioranza condivisibili. L’iniziativa cinese non ha dunque convinto nessuno, ma non dovrebbe tuttavia essere snobbata poiché non sembrano proprio esserci alternative, per uscire dal pantano ucraino, a una qualche forma d’intesa fra Washington e Pechino.
Sono le due capitali che, se lo volessero, potrebbero condurre l’Ucraina e la Russia a un negoziato che rifiutano benché quasi tutti gli analisti ritengano che nessuno dei due possa battere l’altro. La massa critica del Paese (demografia e industria bellica) favorisce la Russia, mentre la determinazione a combattere e la qualità del sostegno occidentale (tecnologia degli armamenti e sistemi di intelligence) favoriscono l’Ucraina. Putin non può dire “l’operazione speciale non ha funzionato, ridiamo all’Ucraina i territori sottratti”, né Zelensky può dire ai suoi “lasciamo alla Russia il Donbass e la Crimea” dopo le sofferenze immani subite per respingere l’invasore. Per questo, anche se ingiusto, arrogante e paternalista, occorre che le due parti siano spinte a cedere qualcosa (più l’aggressore che l’aggredito, ovviamente) per rendere possibile un accordo di pace: che non sarà ideale, ma fermerà il massacro.
I mezzi di pressione dell’Occidente sull’Ucraina sono evidenti: il dosaggio nella fornitura di armamenti, le risorse per la ricostruzione, l’impegno ad accoglierla nell’Ue e ad assicurarle una qualche forma futura di protezione da nuove aggressioni.
I mezzi di pressione della Cina sulla Russia non mancherebbero: l’entità del sostegno che le garantisce tramite lo scambio commerciale e la cooperazione scientifica, la rassicurazione di non volersi “impadronire” della Siberia Orientale (un timore sempre presente in Russia), la cooperazione per la famosa nuova rotta di transito fra l’Oriente e l’Occidente via il mare artico.
Ma la Cina ha interesse alla fine della guerra o piuttosto alla sua continuazione per rinsaldare un’intesa strategica con la Russia in funzione anti-occidentale? Il documento cinese del 24 febbraio sembrerebbe corroborare il parere di chi ritiene che la Cina, diversamente dalla Russia, non desideri spaccare il mondo in due: vedi il punto 2 del documento “Abbandonare la mentalità della guerra fredda”, il punto 8 “Riduzione dei rischi strategici”, il 9 “Stop alle sanzioni unilaterali” e l’11 “Mantenere stabili le catene industriali e di approvvigionamento”. Inoltre, la Cina potrebbe essere spinta anche dagli Stati Uniti a esercitare una pressione sulla Russia per uno stop all’aggressione. Ma questi dovrebbero ammettere l’errore strategico di esasperare simultaneamente la conflittualità verso la Russia e la Cina incoraggiando la coalizione di questi due Paesi contro di loro e l’Europa. Gli Stati Uniti possono stimolare la Cina a premere sulla Russia con un approccio diverso a due questioni fondamentali: poiché ammettono il principio di una sola Cina, dovrebbero cessare le provocazioni su Taiwan e assecondare una riunificazione pacifica; dovrebbero anche abbandonare l’idea puerile e perdente di impedire lo sviluppo economico e tecnologico della Cina con proibizioni e protezionismo.
Fantapolitica? Forse sì, ma forse invece, oltre le apparenze, c’è “qualcosa di nuovo sul fronte orientale”…
Scritto per La Regione
La scienza dimostra ormai da tempo che ci troviamo nel pieno di una grave crisi ambientale. Nulla di nuovo dato che viviamo in un sistema economico capitalista, che si basa sullo sfruttamento delle persone e della natura. La crisi climatica e altre crisi multiple si sovrappongono, svelando ed aggravando disuguaglianze e ingiustizie preesistenti, nello stesso modo in cui la pandemia e altri disastri naturali hanno scoperchiato un sistema sociale precario. Pertanto la giustizia climatica è inseparabile dalla giustizia sociale e dalla lotta contro i meccanismi del capitalismo.
Negli ultimi dieci anni la temperatura media in Svizzera è risultata, secondo Meteo Svizzera, superiore di +2,5°C rispetto all’epoca preindustriale. Le conseguenze del surriscaldamento climatico sono sotto i nostri occhi, anche qui nel nostro Paese.
Tramite l’iniziativa popolare federale “Per un’economia responsabile entro i limiti del pianeta (Iniziativa per la responsabilità ambientale)” chiediamo, come Giovani Verdi, che la tutela dell’ambiente e il benessere delle persone diventino la priorità della Svizzera e che l’economia confederata agisca entro i limiti planetari. Per far ciò proponiamo un quadro di riferimento nel quale agire, un obiettivo e una scadenza chiara.
Il quadro di riferimento sono il concetto scientifico dei limiti planetari, l’obiettivo è riorientare l’economia in modo che serva al benessere della popolazione e non al lusso di un’élite che accumula e trae profitto. E la scadenza è il termine di dieci anni dall’eventuale accettazione popolare dell’iniziativa.
I limiti planetari definiscono la resilienza ovvero la “capacità di sopportazione” della Terra e stabiliscono un margine di manovra sicuro nel quale agire come umanità. Dei nove limiti planetari conosciuti, otto sono già stati quantificati in maniera chiara. Sei di questi sono già stati superati a livello globale, due nel corso del 2021 mentre stavamo raccogliendo le firme per l’iniziativa. Stiamo letteralmente sovraccaricando il nostro pianeta, minacciando le basi stesse della nostra vita. Dobbiamo modificare questa situazione il più rapidamente possibile se vogliamo continuare a vivere in un ambiente stabile in futuro.
Il testo dell’iniziativa si concentra su quei limiti in cui la necessità di azione è maggiore e la cui quantificazione e misurazione è già possibile sia a livello globale che in Svizzera. Questi sono il surriscaldamento climatico, la perdita di biodiversità, il ciclo dell’azoto e del fosforo, il consumo di acqua e del suolo. Anche l’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM) misura l’impatto ambientale del Paese in relazione ai limiti planetari.
Esercitiamo una tale pressione sull’ambiente che secondo dati raccolti dall’UFAM nel 2015 diversi limiti planetari sono stati superati nella Confederazione, in alcuni casi in modo massiccio.
Non causiamo danni ambientali solamente all’interno dei confini del nostro Paese, ma anche in larga misura all’estero, dato che circa 2/3 del nostro impatto ambientale è dovuto alle importazioni. Abbiamo le nostre responsabilità qui, nella nostra piccola e ricca Svizzera dato che siamo al terzo posto nella triste classifica europea dei paesi con l’impatto ambientale pro capite più alto. È in gioco il nostro futuro e quello di migliaia di altre persone in tutto il mondo, che stanno già subendo gli effetti del surriscaldamento climatico in modo molto più grave, soprattutto nel Sud del mondo.
La nostra iniziativa è radicale nel senso che vuole affrontare i problemi alla radice, in maniera olistica: le crisi ambientali hanno una causa comune. Abbiamo bisogno di un cambiamento radicale in tutti gli ambiti della nostra società ed economia quindi sì, siamo radicali perché la realtà lo impone. Facciamo sì che la Svizzera prenda finalmente una svolta responsabile per l’ambiente, le persone e il nostro futuro. Non c’è più tempo per procrastinare, dobbiamo agire e finalmente fare passi avanti nella politica climatica.
Noemi Buzzi è candidata per il Gran Consiglio (Verdi del Ticino)
«Oggi, a Bakhmut, si combatte edificio per edificio, scala per scala, cantina per cantina» (il manifesto, 9 febbraio). «Nella casa fortezza (civico 6 sbarra 2) dove Grekov è il “capocasa”» si combatte in pochi metri (Grossman, Vita e destino). Bakhmut come una Stalingrado su scala ridotta?
A Stalingrado gli ucraini dell’Armata Rossa ebbero un ruolo assai rilevante. Non solo i comandanti di divisione Batjuk, Denisenko, il comandante del fronte Eremenko erano ucraini, ma centinaia di ufficiali superiori e subalterni e migliaia di soldati. Sul Donec operava un’intera divisione costituita da minatori del Donbass i cui resti confluirono a Stalingrado. Soldati che «con il tipico umorismo ucraino, si da[va]no l’un l’altro dei codardi, mangiando lardo, miele, aglio, pomodori. Ce n’[era]uno che sa[peva] imitare alla perfezione il sibilo e lo scoppio delle bombe tedesche (Grossman, Uno scrittore in guerra).
A Bakhmut, invece Grekov e Batjuk si sparano vicendevolmente in una orrenda guerra le cui fondamenta furono poste già negli anni Novanta del secolo scorso, quando il problema della nazionalizzazione delle masse diventò elemento fondamentale per la legittimazione delle oligarchie affaristiche che si trovarono a governare le repubbliche ex sovietiche.
Nelle scuole russe e ucraine storia nazionale e storia generale utilizzarono due manuali diversi. Quello della storia nazionale aveva, ha, come funzione principale la rielaborazione di tale storia in chiave nazionalistica ed etnica. Se per la manualistica russa era relativamente facile riferirsi ad una identità forte che nel lungo periodo aveva anche espresso lineamenti culturali, in particolare letterari, patrimonio mondiale, per una «terra di confine» di complessa e variegata composizione etnico-linguistica, la costruzione della «nazione» ha comportato, e comporta, il ricorso ad un tasso assai elevato di invenzione della tradizione. Le oligarchie governanti il nuovo Stato avevano la necessità di legittimarsi tramite la costruzione di una ucrainità, intesa come un dato naturale e astorico. Un’ucrainità che non è facile far coincidere con la «nazione» (?) casualmente interna ai confini del 1991.
Si tratta, insomma anche di una guerra tra identità asimmetriche. In tale contesto la decisione di Putin di tagliare un nodo così ingarbugliato con la spada dell’invasione non poteva che avere esiti tragici, catastrofici. Indipendentemente da come la guerra vada a finire, Grekov e Batjuk resteranno per decenni divisi da un fiume di sangue. Altro che confine «naturale, del Dniepr.
Questo, però, è un conflitto dove le dinamiche nazionaliste, pur importanti, sono solo una componente della violenta contrapposizione tra i progetti diversi dei signori della guerra-mondo per un nuovo «aggiustamento spaziale» dopo la fine dell’Urss.
C’è una relazione fondamentale fra strutture territoriali di potere e le ragioni del controllo delle catene del valore, le ragioni dell’accumulazione che vedono in competizione non pacifica i modelli di capitalismo che possono contare su un potente retroterra statual-militare. L’«aggiustamento spaziale», lo «spatial fix» analizzato da Harvey, è il prodotto inevitabile di una conflittualità tra chi vuole restare the first, e chi vuole partecipare non in maniera subordinata ai profitti garantiti dalla partecipazione alla fluidità del mutamento continuo nel capitale totale.
Il fronte ucraino, il fronte tritacarne su «una spanna di terra», è solo uno di «altri fronti in futuro, come la Cina, l’Indopacifico (…) quello che dovremo combattere in Africa (…) dove la Cina in silenzio sta occupando sempre più pezzi di economia reale e di risorse». Il ministro della guerra italiano (ingenuamente?) lo ha confermato con insolita chiarezza (Crosetto, «La Repubblica», 9 gennaio).
Ci troviamo, insomma, in un contesto bellico che è, contemporaneamente, risultante, specchio e irradiamento di guerre e temporalità molteplici. Credo che, tra le diverse temporalità, dovremmo riflettere anche su quella che risulta più lontana: le relazioni internazionali nella fase imperialistica conclusasi nell’agosto 1914. Le logiche che emergono dalle affermazioni di Crosetto, come da numerose dichiarazioni di autorevoli esponenti del fronte «occidentale», hanno analogie impressionanti con quelle dei «sonnambuli» che trascinarono l’Europa e il mondo nella catastrofe della «grande guerra».
Poi naturalmente c’è la retorica propagandistica sullo scontro di civiltà, allora come oggi. Qualcuno ha addirittura interpretato la guerra in corso come «scontro carico di filosofia», nel quale «non c’è mediazione possibile». Uno scontro tra «potere occidentale», filosofia occidentale come filosofia della libertà, e «potere orientale», filosofia orientale come filosofia del dispotismo (B. de Giovanni, «Corriere della sera», 7 febbraio). Un qualcuno che, al di fuori di qualsiasi analisi concreta e specifica dell’oggetto specifico, tramite miseria della filosofia, identifica la Nato con lo «spirito a cavallo» di hegeliana memoria.
Nell’immagine: distruzione a Bakhmut, nell’Est dell’Ucraina
Di nuovo, e succederà sempre più frequentemente, abbiamo trascorso una fine anno con le stazioni sciistiche senza neve. Bene impresse abbiamo le immagini dei pendii alpini verdi con strette e lunghe strisce bianche di neve artificiale prodotta da cannoni alimentati con tanta acqua e tanta elettricità.
All’inizio dell’inverno l’incerta situazione dell’approvvigionamento energetico in Europa aveva portato il Consiglio Federale, per far fronte ad una potenziale scarsità d’elettricità, ad ipotizzare la chiusura degli impianti di risalita i cui motori sono particolarmente energivori. Invece ci ha pensato il Clima a fermarli.
Le stazioni sciistiche subiscono direttamente il graduale e già importante riscaldamento climatico che nel nostro Paese sembra abbia già raggiunto i due gradi. Il turismo e il tempo libero, è ormai riconosciuto, rappresentano grandissimi generatori di traffico motorizzato individuale, quello invernale in particolare quando è giornaliero. Basta vedere le colonne la domenica sera lungo la A13 nei Grigioni.
Eppure in Svizzera abbiamo diverse stazioni invernali ben servite dal trasporto pubblico che permette di arrivarci in minor tempo che con il mezzo privato. Non parliamo poi di Zermatt, dove si arriva solo in treno e gli spostamenti interni sono con mezzi elettrici.
Sotto la gestione del nuovo Direttore Ducrot, le FFS vogliono sviluppare maggiormente l’offerta di trasporto per il tempo libero con proposte mirate di collegamenti diretti dalle grandi città verso le zone turistiche (Ticino, Grigioni o Vallese) e in diversi casi direttamente a destinazione di specifiche stazioni sciistiche (ad esempio Ginevra – Verbier).
Questo per ampliare l’offerta, flessibilizzando l’orario FFS finora rigidamente regolare sull’arco di tutta la giornata secondo il modello cadenzato in vigore da decenni, ma che con il tempo si è fortemente densificato. Ferrovie che cercano e cercheranno in futuro di trasportare di più chi viaggia per il tempo libero, poiché il numero di questo tipo di viaggatori è in evidente e forte aumento.
Se sono soprattutto le destinazioni invernali con un buon collegamento ferroviario ad essere nel mirino delle FFS, va detto che anche Locarno e Lugano hanno già beneficiato di questa nuova aumentata offerta, poiché sono molti i turisti che ci raggiungono in treno.
Anche sulle destinazioni internazionali l’offerta ferroviaria si sta ampliando, si stanno a poco a poco riproponendo treni notturni verso diverse destinazioni europee in particolare da Zurigo. Quest’operazione però è tutt’altro che semplice, in particolare per i necessari investimenti per il nuovo materiale rotabile.
Per tornare alle nostre stazioni sciistiche, va osservata anche una tendenza di segno opposto, che ci conduce e ci condurrà a piste senza neve ma con grandi posteggi. C’è infatti chi punta ancora sul mezzo di trasporto privato sull’esempio di Davos, dove si sta ripianificando un comparto con un nuovo autosilo per 750 posteggi a ridosso della stazione (che si vuole spostare).
Stesso discorso per i vari progettati ampliamenti stradali dal PoLuMe, al raddoppio del San Gottardo, al terzo svincolo a Bellinzona Centro, alla nuova Axenstrasse, ai nuovi svincoli di Sigirino e di Giornico, al Bypass di Lucerna che porteranno ad un graduale ma sicuro aumento della capacità della A2 e relativo nuovo traffico di transito nazionale e internazionale che produrrà ulteriore mobilità turistica con il risultato drammaticamente paradossale di accrescere la spirale del riscaldamento climatico con il risultato di avere sempre meno neve sulle nostre montagne.
Bruno Storni è Consigliere nazionale (PS)
Testo parzialmente pubblicato anche dal Bollettino ATA (Associazione Traffico e Ambiente)
Alla fine è arrivata anche l’ammissione del patriarca. Rupert Murdoch ha ammesso che i giornalisti della sua Fox News sono stati conniventi nella diffusione di falsità sui «vasti brogli» che Donald Trump sosteneva avessero falsato l’esito delle elezioni presidenziali del 2020 da lui perse contro Joe Biden. Che l’impero all news del magnate australiano fosse schierato a destra non è di per sé una notizia ma le dichiarazioni trapelate da una deposizione data il mese scorso hanno provocato un piccolo terremoto, per come indicano che i giornalisti e mezzibusti Fox siano stati tendenziosi nella copertura delle scorse presidenziali.
L’AMMISSIONE sembrerebbe confermare la tesi centrale dell’accusa in una causa per diffamazione intentata dalla Dominion Voting Systems, azienda produttrice di macchine per il voto elettronico usate in molte circoscrizioni. Fra le insinuazioni addotte dalla campagna Trump per promuovere la tesi del “furto” elettorale vi fu all’epoca quella dei terminali programmati per modificare i voti a favore di Biden, accuse infondate tuttavia amplificate dai programmi e notiziari dell’emittente che sin dall’inizio è stata principale megafono del movimento trumpista. La querela della Dominion accusa la Fox di aver diffuso le falsità sui propri apparati con cognizione di causa, e chiede 1.6 miliardi dollari come risarcimento per il danno di immagine subito.
L’ORDINAMENTO americano, fortemente orientato alla protezione della libertà di stampa, richiede che sia dimostrabile l’ intenzionalità (actual malice)per aggiudicare l’avvenuta diffamazione, il che rende assai difficile comprovare il reato. Il caso Fox sembra tuttavia avviato a soddisfare lo standard, specie alla luce delle dichiarazioni rilasciate sotto giuramento da Murdoch. L’editore ha affermato che i suoi giornalisti – compresi Sean Hannity, Jeanine Pirro, Lou Dobbs e Maria Bartiromo – «sottoscrissero» il complotto avanzato da Trump e che «in retrospettiva» avrebbe voluto che la sua emittente avesse «denunciato le falsità» su cui si basava
La fiction sui «vasti brogli» venne avanzata all’epoca da una task force riunita a questo scopo, guidata da Rudy Giuliani e dall’avvocata Sidney Powell, che si riuniva alla Casa bianca. L’operazione denominata “Stop the Steal” montò una campagna basata sulla denuncia sistematica del furto delle elezioni giungendo a formalizzare 63 ricorsi legali in tribunali sparsi per il paese, ognuno dei quali fu in definitiva respinto. Cruciale per mantenere alta la pressione politica all’epoca fu la martellante copertura su Fox news su cui Trump, Giuliani, Powell ed altri esponenti complottisti erano ospiti fissi.
DAGLI ATTI preliminari del processo Dominion, che si svolgerà ad aprile, sta però emergendo che allo stesso tempo la direzione ed i giornalisti della rete erano ben coscienti della falsità delle accuse. Messaggi, mail ed sms acquisti dagli avvocati della Dominion hanno comprovato che le vedette dell’emittente conservatrice fra cui Tucker Carslon, Sean Hannity e Laura Ingraham esprimevano in privato forti dubbi sulla “Big Lie” di Trump e schernivano Powell e Giuliani. In un messaggio inviato a novembre 2020 alla collega Ingraham, Carlson ad esempio scriveva: «Sidney Powell mente, è assurdo. L’ho incastrata». Nella risposta di Ingraham si legge: «Sidney (Powell) è fuori di testa, nessuno vuole lavorare con lei. Idem per Rudy (Giuliani»). «I nostri telespettatori se la bevono», conclude Carlson. Allo stesso tempo la tesi del furto elettorale veniva quotidianamente perorata sull’etere Fox per incoraggiare il movimento che avrebbe portato al tentativo di sovvertire le elezioni mediante il rifiuto di ratifica dei risultati. (L’allora vicepresidente Pence si sarebbe poi rifiutato di prestarsi alla manovra, ma la mistificazione di Trump amplificata dalla Fox avrebbe portato all’insurrezione del 6 gennaio). Il complottismo che alimenta gran parte del movimento nazional populista rimane una componente politica fondamentale della nuova destra, carburante per i rancori della base e tuttora al centro dei comizi della campagna politica di Trump per tornare alla Casa bianca.
MA SE POLITICAMENTE l’ideologia “zombie” risulta difficile da eliminare, legalmente l’esito potrebbe essere diverso. La causa della Dominion contro la Fox risponde infatti ai criteri quantificabili della verità giuridica. Le dichiarazioni di Murdoch e dei suoi giornalisti sembrano delineare l’effettiva malafede da cui dipende una possibile condanna che metterebbe agli atti la mistificazione come strumento politico.
Al Guardian il professore di legge di Harvard Laurence Tribe ha dichiarato di «non aver mai visto una causa per diffamazione con una tale mole di evidenza che punta alla fabbricazione di falsa informazione allo scopo di incrementare gli ascolti ed i proventi pubblicitari». In questo Fox sarebbe stata motivata anche da una perdita di audience verso i concorrenti sul «fianco destro», emittenti più radicali come Oann e Newsmax. La promozione della narrativa trumpista aveva lo scopo di non alienare i sostenitori dell’ex presidente che costituivano la maggior parte dei telespettatori. In un altro testo dell’epoca, la direttrice per operazioni media Fox, Suzanne Scott, scriveva a Murdoch: «dobbiamo stare attenti a non fare incazzare gli ascoltatori» e proteggere gli introiti pubblicitari.
NELL’ATTUALE PANORAMA i rapporti fra Murdoch, Fox e Trump sono molto deteriorati e l’emittente potrebbe passare a sostenere nuovi pretendenti al trono Maga, come il governatore della Florida DeSantis. Intanto però potrebbe essere tenuta a pagare il conto per le sistematiche falsità che ha contribuito a diffondere, che hanno caratterizzato – e continueranno ad avvelenare – il discorso politico di era populista.
Nell’immagine: l’anchorman della Fox News Lou Dobbs, tra coloro che hanno diffuso informazioni che sapevano essere false