In ricordo di Enzo Jannacci a 10 anni dalla scomparsa – Un racconto (1)

Giuseppe Panebarco accusa polmonite 

Di Enzo Jannacci, La Regione, 6.9.2008 – ripubblicato il 3.4.2013

Giuseppe Panebarco, tutto sommato, disteso a letto, quella mattina di domenica stava bene. Al caldo. Certo stava meglio della notte prima con tutti quei brividi che gli salivano su per la schiena. Caldo, aveva caldo, anche fin troppo per cui si scopriva e si copriva come aveva visto fare a Luigi l’Africano (per via che era stato prigioniero in Libia) quando gli venivano gli attacchi di malaria. 

Giuseppe Panebarco si era preso, anche su consiglio del farmacista, le sue brave due pillole di chinino e si era detto: così domani sto bene. Infatti stava meglio della sera precedente, se non fosse stato per il caldo, per quel continuo sudare e per il fatto che lui, Giuseppe Panebarco, professione muratore, uomo di novanta chili, vedere girare tutta la stanza come nel calcinculo gli era venuto anche da ridere del fatto che tutto il mondo girasse intorno a lui, proprio come nel calcinculo, che avevano fatto un gran rìdere quella volta con Luigi l’Africano e Carletto Nembrini ch’era proprio una macchietta, tanto che lui poi aveva dovuto vomitare, però capita. Non te la prendere.

Solo che adesso i fatti erano due. Ridere gli veniva sempre da ridere, ma era da solo anche se sentiva fuori suonare le campane che finché è una questione di dieci minuti fa anche piacere, fa sentire odore di paese. Dopo diventa rompimento di coglioni, specialmente con quel gran caldo, perché lui adesso aveva più caldo di prima e non aveva più voglia dì rìdere così da solo. 

Fuori in paese, invece, era festa, e i giorni di festa nei paesi sono tutti eguali specialmente quando si è soli, che devi rendere conto in paese delle scarpe nuove, che non hai delle bottiglie, che ti dispiace perdere alle carte o alle bocce, delle ragazze che non ti vogliono perché vogliono uno con la moto giapponese, non con la Guzzi dell’82. Che tu sia muratore o no fa lo stesso, il fatto è della moto giapponese che non puoi mica andare a rubarla.

Così è meglio andare a lavorare anche il giorno di festa, solo che il Padreterno ha detto di no di modo che uno di novanta chili con quei problemi lì che avrebbe potuto lavorare sette giorni alla settimana e invece non poteva. Gliel’aveva detto anche al sindacalista che era venuto: e giù tutti a ridere come avesse detto chissà che scemata. 

Ma lui, Panebarco Giuseppe di novanta chili, gli piaceva lavorare e la cosa non gli era andata giù, considerati poi gli altri problemi, di non inferiore importanza.

E adesso era lì con quel caldo e non era neanche estate e Giuseppe Panebarco capì di essere solo con le campane che andavano avanti in un bel giorno di festa che erano tutti a casa e così non seppero che il muratore viveva solo di un bicchiere di acqua e vino, praticamente un piòcc, un pidocchio, aveva una polmonite fulminante e che sul turbinìo del calcinculo, del caldo equatoriale, delle campane festanti, delle ragazze con la minigonna sulle Kawasakì dei ganzi venuti su da Bergamo al paese. 

Ridendo e tutto sommato divertendosi come succede alla gente alla buona, stava crepando. Infatti verso le 17.30, cinque e un quarto ora locale, Giuseppe Panebarco, manovale di muratore, che con una cazzuola in mano se gli giravano i coglioni faceva scappare un paese intero, aveva finito di divertirsi. 

È lì come se dormisse, disse piano un suo compagno di lavoro; è morto di festa il giorno dell’Assunzione lontano dalle braccia del signore fecero eco le mogli e le figlie più grandi. Alle 18.30 l’Africano, il sindacalista e il prete: è come se dormisse, ridissero tutti in coro, come se volessero togliersi un gran peso dalla coscienza. Ma porca miseria proprio di influenza neanche di silicosi, fece sommesso il sindacalista. E proprio il giorno dell’Assunzione ti va a crepare un muratore, fece il prete ancora più sommesso.

La sera in televisione c’era Toto Cutugno che contro il parere dei medici cantava a Domenica in. Col playback.

Gli altri racconti
Nell’immagine: Enzo Jannacci nel film di Carlo Lizzani “La vita agra” (1964)


Demografia e lavoro: come cambia il Ticino (terza parte)

Giuseppe Panebarco accusa polmonite 

Indicatore di fenomeni interconnessi, il declino demografico evidenzia la fragilità intrinseca della nostra società, che il benessere economico tende a celare. La ricchezza potrà temporaneamente lenirne gli effetti, permetterci di dare risposta ai bisogni crescenti e differenziati della popolazione anziana, ma se non si affronterà il problema alla radice non ritroveremo l’energia necessaria a ricostruire un progetto per il Ticino.

Vi sono due scenari possibili per affrontare le criticità insite nel declino demografico. 

Vi è una prima ipotesi politica che si sta affacciando, che intende risolvere il nodo riducendo la necessità di vivere in un territorio troppo affollato, unicamente per dare risposta alle esigenze dell’economia. Si tratta di un approccio molto legato alla centralità della produzione industriale e ai servizi avanzati, che trova spazio a livello nazionale, come antidoto alla Svizzera da dieci milioni di abitanti. Si fonda sull’idea che l’economia svizzera possa rinunciare a parte della manodopera grazie a più forti impulsi innovativi e all’aumento della produttività e che si possa dunque rinunciare alla crescita dell’occupazione senza rinunciare ad un’economia florida e ridimensionando la necessità di accogliere nuovi migranti. Invertendo i flussi migratori potremmo vivere ugualmente meglio e in modo più sostenibile, puntando sui settori ad alto valore aggiunto. Una teoria che apparirebbe ben applicabile al Ticino, cantone in cui già si sono esaurite le spinte migratorie. 

In realtà, come sappiamo, l’economia locale dipende da settori maturi e dall’integrazione transfrontaliera del mercato del lavoro, senza la quale difficilmente disporremmo delle risorse necessarie ad assicurare le attività produttive e soprattutto i servizi sociali, sanitari, educativi e culturali cui dobbiamo la crescita dell’occupazione. Ha in sostanza un suo fascino l’idea che la risposta al declino demografico possa venire dalla rinuncia a creare troppo lavoro, ma lascia irrisolte molte contraddizioni: chi lavorerà per rispondere ai bisogni delle persone anziane, nelle cure di lunga durata, dove già oggi la penuria di personale qualificato è drammatica? Quale redistribuzione del reddito tra profitti, salari e fiscalità destinata ad alimentare la spesa pubblica dovremmo reinventare per rispondere ai bisogni della popolazione, in una condizione di decrescita e in un paese storicamente allergico alle tasse? Come scongiureremo il declino demografico, senza immettere nuove energie che producano nuova cittadinanza?

In alternativa la questione può essere posta in un altro modo mettendo al centro proprio l’integrazione transfrontaliera dell’economia e della società insubrica. In fin dei conti siamo confrontati con una sfida comune, che riguarda la struttura della popolazione e l’assetto socio-economico di un’area che ha costruito sulla frontiera un precario equilibrio di interessi, ma che rischia di vedersi ridotta a regione periferica, presa tra due poli di attrazione come Zurigo e Milano. Per il Ticino la maggiore prossimità di Zurigo, area metropolitana avvicinata dalla rete ferroviaria Alptransit, inizia a tradursi in nuovi fenomeni di pendolarismo professionale. La permanenza di varie forme di dislocazione del lavoro e le potenzialità del lavoro ubiquo reso possibile dalle tecnologie stanno già determinando forme diverse di fruizione del territorio, che rendono permeabili i confini tra regioni e accrescono le possibili interdipendenze. Territori condannati all’invecchiamento e allo spopolamento – come le aree vallive e montane – possono riconquistare nuova attrattività residenziale (vedi anche il cambiamento climatico) e connettersi in modo intelligente con le aree urbane. La risposta al declino demografico ci sembra possa venire dal viversi in un territorio ricco di interdipendenze e connessioni, dove anche la questione del rapporto tra spazi di vita e residenza e spazi di lavoro va ripensata, decongestionando il traffico. 

Si tratta di progettare soluzioni competitive e sostenibili comuni in ottica regionale allargata, guardando all’integrazione socio-economica con le regioni a nord e a sud, per produrre innovazione organizzativa, valore aggiunto, educazione, cultura e non da ultimo risposte intelligenti e forti ai bisogni della popolazione. In questo modo si potrà ricucire la frattura tra assetto dell’economia e percezione insoddisfacente della loro condizione che hanno le donne e gli uomini che risiedono nel Cantone, ricostituendo i fattori di attrazione che possono riportare a casa i ticinesi e dare nuova linfa ai flussi migratori in ingresso, contribuendo a porre freno al declino demografico cui altrimenti la struttura anagrafica ci condannerà inesorabilmente.

Le altre parti di Demografia e lavoro


Messico e nuvole

Giuseppe Panebarco accusa polmonite 


“Ti te se no” chi era: Enzo Jannacci, e chi se no

Giuseppe Panebarco accusa polmonite 

Il 29 marzo 2013 se n’è andato Enzo Jannacci, ma il suo lascito artistico è ancora ben vivo, specie per i suoi moltissimi appassionati cultori che anche dopo dieci anni dalla sua scomparsa, si accendono all’improvviso al solo ascolto di un accordo, un verso, una parola di una delle sue tante canzoni, in italiano e in dialetto. Pensiamo ai “scarp del tennis” o all’urlo “son s’ciopaa”, solo per fare due esempi della sua produzione, appunto, dialettale, che con la lingua milanese cercava di raccontare con il massimo di aderenza alla realtà, la vita ai margini di tanti personaggi “minori”, dimenticati dall’onda del boom economico degli anni ’60 e poi rimasti lì, nella grigia periferia del mondo, a subire, a soffrire.

Ma poi dobbiamo anche subito andare alle sue melodie, per nulla i soliti accordi, frutto della profonda conoscenza musicale di Jannacci, che aveva studiato pianoforte al Conservatorio, e poi suonato con numerosi jazzisti. Jazz e dialetto, quanto di apparentemente più lontano, eppure in Jannacci (anche in quello in lingua) è diventato il tratto distintivo di una produzione che ha sempre guardato alla tradizione popolare innovandola, e innervandola di forme a volte sincopate, solo apparentemente sgangherate, di soluzioni surreali, che lui trovava o improvvisava quando sul palco, in scena, si muoveva come un saltimbanco in esecuzioni in cui regalava la sua voce così particolare, così “poco educata” e invece potentissima nella capacità di esprimere il mondo dei suoi testi.

Enzo Jannacci era anche fatto dei tanti “miracolosi” incontri umani, musicali e teatrali, che ha favorito o in cui si è imbattuto nel suo percorso cominciato alla metà degli anni ’50: si pensi a Dario Fo (Ho visto un re, ah beh, sì beh…), a Giorgio Gaber (il fraterno compagno della fetta di limone); e ancora a Paolo Conte (Messico e nuvole) addirittura Fabrizio De André (Via del campo). Poi naturalmente il sodalizio con Cochi e Renato e quella forma di canzone-cabaret che ha avuto uno straordinario successo popolare (grazie al surrealismo, tipo quello della canzone intelligente).

Nella sua lunga carriera, che ha per decenni affiancato a quella di medico, Jannacci è stato anche attore (ne “La vita agra” di Lizzani, per esempio) ed autore di testi narrativi che ha proposto anche al quotidiano “La Regione”, fra il 2006 e il 2008, in una sorta di occasionale rubrica intitolata significativamente “L’Armando” (un altro dei suoi indimenticabili personaggi messi in canzone).

Alcuni di questi “racconti brevi”, li proporremo a partire da domani, mentre qui, oggi, vogliamo ricordare soprattutto L’Enzo Jannacci uomo e musicista. Lo facciamo con chi ha a lungo suonato con lui, in concerti e in sala d’incisione, uno dei maggiori contrabbassisti jazz della scena italiana, ovvero Riccardo Fioravanti, con cui cominciamo la conversazione partendo da un brano significativo, intitolato, guarda caso “Il suonatore di contrabbasso”.


“Basta con schwa e asterischi, sì alle professioni declinate”

Giuseppe Panebarco accusa polmonite 

Da Globalist 

L’Accademia della Crusca si è espressa sul linguaggio cosiddetto inclusivo, dopo esser stata interpellata dal comitato pari opportunità del consiglio direttivo della Corte di Cassazione in merito alla scrittura negli atti giudiziari rispettosa della parità di genere.

Basta con la schwa e con gli asterischi, stop all’articolo davanti al nome alle reduplicazioni retoriche. Sì, invece, al plurale maschile non marcato “inclusivo” e ai nomi di professione declinati al femminile (magistrata, avvocata, difensora, pubblica ministero, cancelliera, brigadiera, procuratrice, questora).

L’Accademia parte da una premessa importante su chi vuole rompere qualunque asimmetria che distingua tra i generi maschile e femminile, perché intesa come discriminatoria. I sostenitori di questa tesi affermano che l’eliminazione della distinzione sanerebbe “un’ingiustizia storica” e ripulirebbe “la lingua dai residui patriarcali di cui sarebbe ancora incrostata, ma ha anche una finalità educativa rispetto alla popolazione presente e futura, perché la lingua condizionerebbe la percezione della realtà, cioè il modo con cui le persone colgono e interpretano il mondo”.

L’Accademia però replica che “una simile concezione della lingua non è universalmente condivisa, e anzi c’è chi vede il pericolo di un eccesso di intervento”, anche perché “le moderne neuroscienze hanno messo in discussione il fatto che la lingua costituisca di per sé un condizionamento e un filtro rispetto alla percezione dei dati empirici reali”.

Secondo l’Accademia della Crusca, quindi, “i principi ispiratori dell’ideologia legata al linguaggio di genere e alle correzioni delle presunte storture della lingua tradizionale non vanno sopravvalutati, perché sono in parte frutto di una radicalizzazione legata a mode culturali. D’altra parte queste mode hanno un’innegabile valenza internazionale, legata a ciò che potremmo definire lo ‘spirito del nostro tempo’, e questa spinta europea e transoceanica non va sottovalutata”.

Dopo una lunga discussione in seno al consiglio direttivo, la Crusca ha quindi stabilito che, anche nella scrittura di atti giudiziari, si potranno ora usare termini come pubblica ministera, la presidente, la giudice, la questora, la magistrata. Vengono esclusi, però, almeno nel linguaggio giuridico, “l’uso di segni grafici che non abbiano una corrispondenza nel parlato», come «l’asterisco al posto delle desinenze dotate di valore morfologico (car* amic*, tutt*)”.

Inoltre, in una lingua che come l’italiano possiede due generi grammaticali, maschile e femminile, “lo strumento migliore per cui si sentano rappresentati tutti i generi e gli orientamenti” non è “la reduplicazione retorica, che implica il riferimento raddoppiato ai due generi (come in ‘lavoratrici e lavoratori’, ‘impiegati e impiegate’)”, scrive la Crusca. La soluzione è invece “l’utilizzo di forme neutre o generiche (per esempio sostituendo ‘persona’ a ‘uomo’, ‘il personale’ a ‘i dipendenti’), oppure si può ricorrere al maschile plurale non marcato (per esempio: “tutti pronti?”, “sono arrivati tutti”), purché si abbia la consapevolezza – precisano gli accademici – di quello che effettivamente è: “Un modo di includere e non di prevaricare”.


In attesa delle elezioni nel paese della civica

Giuseppe Panebarco accusa polmonite 

La mia educazione alla cittadinanza si è avviata quando ho cominciato ad ascoltare gli adulti. Poi ho continuato con la formazione continua, che è pressoché quotidiana, come dovrebbe essere sempre. Quand’ero un ragazzino c’erano il notiziario di Radio Monteceneri, una sfilza di quotidiani e le discussioni dei grandi. Non ricordo d’aver mai incontrato l’educazione civica negli anni della mia scolarità, anche perché si tratta di un complesso di competenze che va al di là delle nozioni specifiche.

D’accordo, oggi i tempi sono cambiati, il mondo è magari più complesso, le nostre società sono sempre più multietniche, variegate, secolarizzate, consumiste; e stare al passo degli eventi è un’impresa ciclopica. Cosicché diventa sempre più difficile imparare a pensare con la propria testa, e ancora più difficile insegnarlo a chi, crescendo, si sta formando.

Una trentina di anni fa si è ricominciato a parlare di educazione alla cittadinanza, forse di fronte alla costante diminuzione della percentuale di votanti, alla trasformazione dei partiti – che un tempo si descrivevano come «cinghia di trasmissione della democrazia» –, alla svalorizzazione delle discipline umanistiche nella scuola. I Giovani liberali lanciarono un’iniziativa per l’introduzione dell’ora di civica a scuola e nel 2001 il Parlamento risolse di fare spazio a un nuovo articolo nella Legge della scuola, il 23a, che inaugurava l’insegnamento della civica e dell’educazione alla cittadinanza nelle scuole medie, medie superiori e professionali, per fortuna senza diventare materia autonoma.

Nel 2012 uno studio della SUPSI (Cittadini a scuola per esserlo nella società) mise in luce pregi e difetti della riforma. Ci fu subito chi se ne fece un baffo dei pregi e puntò sui difetti, mettendo sul tavolo una nuova iniziativa, «Educhiamo i giovani alla cittadinanza», che promuoveva in sostanza la civica a nuova disciplina, con relativa nota sul libretto. Promotore della nuova iniziativa popolare fu l’imprenditore Siccardi, forse preoccupato della nostra salute politica. La nuova raccolta di firme riuscì in tempi brevi e il Gran Consiglio accolse la proposta, ma si tornò lo stesso alle urne, verso un esito scontato [fu accolta, ndr].

Tra la prima e la seconda didattica della civica sono ormai passati una ventina di anni. Tenuto conto che si comincia nella scuola media, molti allievi di quegli anni sono oggi cittadini attivi: alcuni che, tra qualche giorno, voteranno per la prima volta, altri ormai degli habitué. In questi giorni la RSI ha pubblicato il suo consueto sondaggio preelettorale, con alcune proiezioni in vista delle elezioni ticinesi del 2 aprile. Sta bene, si tratta solo di ipotesi, ma sappiamo quanto, negli anni, gli strumenti per effettuare questo tipo di sondaggi si siano affinati. Così i numeri di cui disponiamo ci raccontano diverse cose interessanti.

Per cominciare, anche se lo sapevamo già, che per l’elezione di 90 parlamentari sono state presentate ben 14 liste, tra partiti, movimenti e gruppi ad hoc, per un totale di 916 candidati, per lo più sconosciuti: alla faccia di quella “cinghia di trasmissione” di cui parlavo. Si dice che c’è un candidato per ogni 250 potenziali elettori. Ma si ipotizza anche che la percentuale di chi non voterà un partito o un simil-partito aumenterà nuovamente, raggiungendo quasi un quarto dei votanti, in un contesto in cui oltre il 40% degli elettori potrebbe disertare le urne, e che circa un quinto andrà probabilmente a votare, ma senza che sappia ancora bene per chi.

Nelle ultime settimane i media hanno rimarcato come la campagna elettorale sia piuttosto piatta. Non ho seguito troppo attentamente le mosse dei candidati, ma ho notato, distrattamente, alcune peculiarità, che di politico non hanno molto. Si prevede un governo fotocopia – toh!? –, con la sostituzione del Consigliere di Stato socialista. Analogamente si racconta dell’UDC che vuol defenestrare il secondo leghista in governo per metterne uno dei suoi. Poi, a vanvera: quanti deputati eleggeranno i Liberali, quanti ne perderà la Lega, quanti partitini riusciranno a eleggere un deputato e quanti, invece, spegneranno la luce definitivamente. Si mangia polenta o risotto, ci sono i palloncini e tanti volti sconosciuti che si affacciano dai giornali, dagli striscioni, dai cartelloni e dai santini, con slogan e sintetiche intenzioni politiche assai simili tra loro.

All’inizio di tutto il discorso, dato che l’andare a votare per eleggere governanti e deputati è strettamente correlato con l’essere un buon cittadino, c’è la definizione stessa di cittadinanza – e in mancanza di una definizione diventa difficile inventare una materia scolastica: perché il mondo della scuola è separato dal mondo reale. Lo studio del 2012 della SUPSI ci aveva provato, riassumendone alcune peculiarità in un questionario. Dicendo, ad esempio, che un buon cittadino rispetta le leggi, conosce la storia del suo paese, segue temi politici nei giornali, alla radio o alla tv, partecipa a attività a beneficio della comunità, e numerose altre: tutti atteggiamenti complessi, che raramente si manifestano in questa campagna elettorale – e sarebbe interessante conoscere quanti parlamentari in pectore fanno tutte queste cose, oltre a mettere in pratica una decina di altre capacità del seppur breve, e contestabile! elenco.

Forse andrà aggiornato il concetto di cittadinanza, o il programma dei corsi di civica. O entrambi.

Nell’immagine: polenta o risotto? La vera alternativa della campagna elettorale


Idiozia e incompetenza non hanno passaporti

Giuseppe Panebarco accusa polmonite 

Saremmo stati qui a raccontare un’altra storia se ci fosse stata una rappresentanza elvetica più numerosa ai vertici di Credit Suisse. Così almeno la pensa l’UDC, che quindi propone l’introduzione dell’obbligo del passaporto rossocrociato per chi ricopre delle cariche all’interno dei consigli di amministrazione di aziende di importanza sistemica (non solo delle banche quindi). O per lo meno per la maggior parte dei suoi membri. Questione di rinsaldare il legame delle grandi aziende con il nostro Paese, ha affermato a 20 Minuten il consigliere nazionale democentrista Thomas Matter, esperto bancario del partito.

Il gruppo parlamentare UDC avrebbe infatti intenzione di depositare un atto parlamentare in cui chiede al Consiglio federale appunto queste due cose: che “in futuro la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione debba avere un passaporto svizzero” e che “la maggioranza dei diritti di voto degli azionisti sia in mani svizzere». Da notare: solo dei diritti di voto, il che significa che la maggioranza del capitale potrebbe dunque rimanere in mani estere. 

Tecnicismi a parte (ma chi spenderebbe milioni se non miliardi per acquisire un’azienda in cui non avrebbe nulla o ben poco da dire?), agli UDC e a quei politici di altri partiti, anche di sinistra, che stanno guardando con favore a questa proposta si devono ricordare i due casi più famosi di fallimento o quasi fallimento che hanno interessato il nostro Paese: UBS nel 2008, salvata allora grazie a un massiccio intervento statale, e Swissair una decina di anni prima, questa invece lasciata fallire.

Ebbene, in entrambi i casi management e CdA erano svizzeri, e questo non ha impedito che entrambe avessero gravi problemi. Perché idiozia e incompetenza, per fortuna nostra e del mondo, non posseggono passaporti, ma sono diffuse un po’ ovunque (non lo dice anche il proverbio che la madre degli imbecilli è sempre incinta?). La buona gestione di un’azienda è invece questione di personalità, capacità, esperienza e, non da ultimo, di onestà, per cui in questo senso meglio avere un manager del Burundi che possegga queste qualità che un perfetto cretino; attinente magari di Niederbipp, ma che cretino resta.

All’apparenza, più sensata parrebbe l’idea di fare in modo che le aziende di importanza sistemica – in generale le grandi aziende operanti sul nostro territorio – mantengano dei legami con la Svizzera e la nostra cultura. Bel proposito, ma si dimentica che non solo i manager stranieri se ne vanno il giorno dopo che hanno mandato in tilt un’azienda, come affermato da Matter, e tanti saluti ai cocci da riparare che lasciano alle loro spalle, ma anche quelli svizzeri, perché pure loro pur di mettersi in tasca qualche franco in più abusano delle leggi del mercato. Insomma, non c’è alcuna garanzia non solo che un manager elvetico dirigerà meglio un’azienda elvetica proprio perché elvetica, ma neppure che farà di tutto per salvarla.

L’esempio ci viene ancora dal grounding Swissair, compagnia area svizzerissima che fu lasciata fallire dalle nostre svizzerissime banche dal management e dai CdA altrettanto svizzeri e consegnata alla stranierissima Luftansa. E chi ha buona memoria si ricorda che mentre l’ultimo Ceo di Swissair cercava disperatamente ma invano di salvarla, gli svizzerissimi membri del CdA si rifiutarono di rinunciare ai loro viaggi gratuiti in prima classe, che solo una volta fallita alcuni di loro (non tutti) rinunciarono a bonus ed emolumenti a favore dei dipendenti – misura più declamatoria che altro, visto che con la società fallita avrebbero ricevuto poco o nulla – e che nessuno restituì tutto quanto ricevuto negli anni passati. Perché non solo idiozia e incompetenza non hanno passaporti, ma anche arroganza e brama di potere e denaro. 


La rivalità Usa-Cina allunga la guerra

Giuseppe Panebarco accusa polmonite 

Di Lucio Caracciolo, La Stampa

Il rumoroso rientro della Cina sulla scena internazionale, dopo tre tristi anni di letargo da Covid e di arroganti scomuniche inflitte al resto del mondo, potrebbe inavvertitamente prolungare e inasprire il conflitto in Ucraina. L’esibizione di Xi Jinping fra stucchi e ori del Cremlino, in relativa sintonia con Putin, ha infatti due facce fra loro incoerenti. Xi si ostenta onesto sensale nella guerra ucraina sulla base del suo “piano di pace”, apprezzato solo in parte da Putin, che in realtà è il manifesto della geopolitica globale cinese. Manifesto che comunque induce Zelensky a proporre al leader cinese un incontro virtuale, previsto nei prossimi giorni. Allo stesso tempo, Xi stringe il rapporto speciale con la Russia, ridotta a junior partner nel cosiddetto “partenariato strategico globale di coordinamento dei due Paesi per la nuova èra” – leggi: Cina e Russia alla testa del vagheggiato fronte anti-occidentale.

Nasce così una peculiare figura da ombre cinesi, quella del mediatore di parte. Nulla di straordinario nell’arte politica, incurante del principio di non-contraddizione. È però evidente che gli Stati Uniti mai consentiranno alla Cina di intestarsi la pace in Ucraina. Comunicazione subito girata da Biden a Zelensky. La guerra deve finire declassando la Cina, più ancora che la Russia. O non deve finire.

Il presidente ucraino ne ha preso nota, ma non per questo rinuncia a esplorare la pista cinese, considerando anche i notevoli interessi e investimenti sinici nel suo Paese. Certo il “piano di pace” di Xi non è in grado di avviare la sedazione del conflitto che per lui non sarebbe mai dovuto cominciare. Lo stesso vale per gli altri tentativi di stabilire un cessate-il-fuoco, cominciati subito dopo l’invasione russa. Colloqui informali e segreti a medio livello fra russi e ucraini sono finora inutilmente in corso su binari diversi e paralleli, per esempio a Ginevra con la facilitazione svizzera. Anche fra Mosca e Washington i canali restano aperti, non solo per evitare lo scontro militare diretto causa incidente.

In teoria, la tregua potrebbe essere facilitata dalla duplice pressione dell’America sull’Ucraina e della Cina sulla Russia. Gli americani da mesi segnalano non troppo riservatamente a Kiev che prima o poi si dovrà arrivare al congelamento del conflitto in stile coreano: impregiudicati i confini di Stato perché nessuno può cedere qualcosa all’altro, si traccerà una linea divisoria presidiata da contingenti internazionali e garantita dalle maggiori potenze. Tutto ciò dopo un’offensiva ucraina che consentisse di recuperare parte dei territori annessi da Putin, altrimenti Zelensky non potrebbe nemmeno accennare il negoziato. Resta da dimostrare che la Russia sia disposta a questa soluzione. Putin spera di poter spingersi ancora più avanti nella conquista del Donbass e prepara una nuova mobilitazione. Comunque il concetto di vittoria è mobile. Vale per entrambi i contendenti.

Ma la guerra in Ucraina non è questione a sé. È ricompresa al grado strategico nello scontro Stati Uniti-Cina per il primato mondiale. Washington e Pechino differiscono su quasi tutto, non nella consapevolezza della posta in gioco. E nella priorità del teatro indo-pacifico rispetto all’ucraino. Tanto che al Pentagono non vedrebbero poi male l’invio di armi cinesi alla Russia, perché sarebbero sottratte al quadrante di Taiwan e dintorni. Quelle forniture che invece gli americani offrono agli ucraini, a scapito del flusso di armi agli amici e alleati asiatici impegnati nel contenimento delle ambizioni oceaniche di Pechino. Ciò spiega le recenti pressioni dei militari americani sui colleghi di Kiev perché chiudano la partita entro l’estate. La priorità è la Cina, non la Russia.

Per Pechino, scottata dal fallimento del colpo di Stato a Kiev promesso da Putin come fosse passeggiata di salute e preoccupata dall’espansione dell’Alleanza Atlantica verso l’Indo-Pacifico, è il momento della revisione tattica. All’insegna della diplomazia e della asserita volontà di pace. Di cui il leggero abbassamento di tono su Taiwan, dopo anni di martellamento militaresco, è l’espressione più eloquente. Xi vorrebbe quindi che Putin chiudesse rapidamente l’avventura ucraina. Soprattutto, non può permettersi la sconfitta e magari la disintegrazione della Russia, su cui deve poter contare nell’allestimento del teatro anti-americano di sapore terzomondista.

In questa guerra di attrito decisivo è stabilire a chi giovi il prolungarsi del conflitto. Chi ha il tempo dalla sua? I russi, forti di una superiorità netta in uomini, risorse e armamenti, sono convinti di poter resistere un minuto più degli ucraini. I quali invece sperano di farcela grazie al sostegno americano e di alcuni Paesi europei, Polonia in testa, da cui dipendono. Micidiale tiro alla fune, che lascerà comunque il “vincitore” più debole e instabile di quanto fosse il 22 febbraio. Ma questa è la (il)logica di guerra, cui noi europei ci eravamo illusi di esserci per sempre immunizzati.

Oggi il fronte è quasi in stallo. Non durerà molto a lungo. Né Putin né Zelensky pensano di poter spacciare per vittoria ciò che hanno preso o perso finora. Nelle variabili future bisognerà considerare che in assenza di cessate-il-fuoco il conflitto potrebbe degenerare e connettersi ancora più palesemente al fronte indo-pacifico, a rischio d’incendio. L’inerzia della guerra non spinge alla pace.

Nell’immagine: i rapporti Cina-USA l’intelligenza artificiale di Craiyon li vede così


Demografia e lavoro: come cambia il Ticino (seconda parte)

Giuseppe Panebarco accusa polmonite 

La politica ticinese fa fatica a riconoscere la realtà ambivalente dell’integrazione transfrontaliera della nostra economia (e della nostra società) nel segno dell’equilibrio tra domanda e offerta di lavoro reso possibile dal pendolarismo dei lavoratori residenti in Italia. Qualcuno preferisce far finta che il fenomeno non esista, e raccontare solo del Ticino innovativo (che pure esiste) mettendo in ombra le inerzie di sistema. Altri si limitano a denunciare le storture connesse al frontalierato – il traffico, il dumping salariale – senza considerare che la presenza di pendolari è una conditio sine qua non del modello di sviluppo locale. Molte imprese locali sono frutto di delocalizzazioni dalla vicina Lombardia, e cercano in modo naturale i loro collaboratori a sud. 

Pochi cercano di comprendere i fenomeni cogliendone la complessità: ad esempio non è l’aspirazione dei giovani ticinesi ad una formazione terziaria di qualità, non per forza di cose da conquistare sottocasa, che deve preoccupare, conta piuttosto la minor frequenza dei ritorni, prodotto di un mix di fattori: una domanda di lavoro attraente nella Svizzera interna, la concorrenza insostenibile in Ticino dei professionisti provenienti dall’Italia, che deprime i salari e – paradosso – rende anche difficile l’accesso dei giovani al lavoro. Vi è un crescente disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, dietro al quale si celano molte contraddizioni e rischi che la possibilità di attingere al mercato transfrontaliero del lavoro ha sinora occultato. 

L’invecchiamento della popolazione è anche invecchiamento delle forze lavoro, che impedisce la trasmissione intergenerazionale delle competenze, delle esperienze e dei valori. Nei prossimi dieci anni in Ticino a fronte di oltre 70.000 uscite dal mondo del lavoro si verificheranno poco più di 30.000 ingressi di giovani alla conclusione del loro percorso formativo. Anche senza ipotizzare ulteriori crescite dell’occupazione e anche immaginando di ridurre il gap dovuto alla mobilità intercantonale dei giovani, mancherà dunque il ricambio naturale. La carenza di risorse acuirà la dipendenza da risorse reperibili all’esterno dell’area. Senza dimenticare che anche i frontalieri invecchiano, e la loro sostituzione non la si può dare per scontata. 

La nostra economia dipende eccessivamente da risorse esterne la cui disponibilità non è infinita, ed è condizionata da un complesso equilibrio di fattori contingenti. La rivoluzione di valori, e anche le forme di disorientamento giovanile rispetto ai progetti di carriera, si manifestano a sud come a nord del confine. Il ricambio intergenerazionale sarà per tutti difficile e rispondere ai cambiamenti in atto nel mondo del lavoro non sarà più scontato, grazie ai differenziali di salario che caratterizzano i due mercati del lavoro e motivano i pendolari frontalieri. L’imminente entrata in vigore del nuovo accordo fiscale sulla tassazione complementare tra Italia e Svizzera renderà molto meno appetibile lavorare in Ticino ai salari attuali, e le ragioni dello scambio win win di oggi andranno riviste; delle due l’una, o si ridurranno i fenomeni di dumping – il che magari rimetterà in pista i professionisti ticinesi – o mancherà la possibilità di trovare oltre frontiera le risorse umane necessarie in ogni caso a garantire il funzionamento del sistema. Per non parlare delle opportunità nuove che anche in Italia si potrebbero aprire qualora le risorse del PNRR, piano nazionale di rilancio sostenuto dall’Unione Europea, riuscissero a produrre gli effetti di ripresa attesi, offrendo a molti attuali pendolari nuove chance di impiego e ad imprese che si erano delocalizzate la possibilità di riposizionarsi oltre confine. Per l’economia ticinese si aprirebbe la necessità di una riflessione sul modello di sviluppo, nel segno di una più forte innovazione e maggiore responsabilità sociale.

 Il declino demografico produce una società anziana, poco adatta a valorizzare i giovani talenti, che non é capace di far emergere progetti e intercettare le nuove aspirazioni dei pochi giovani che la abitano. E lascia strascichi di esclusione, auto-marginalizzazione dal mercato del lavoro di un crescente numero di giovani “non più studenti, né in cerca di lavoro”, i cosiddetti NEETs che si confinano in casa, si rifugiano nel sostegno delle famiglie e dell’aiuto sociale. Una sindrome che la pandemia ha contribuito ad approfondire, traducendosi in forme sempre più frequenti di disagio sociale e psichico.

Le altre parti di Demografia e lavoro


Il commissario Beretta

Giuseppe Panebarco accusa polmonite 

In occasione del centenario dalla nascita di Remo Beretta, celebrato lo scorso anno, la rivista letteraria e culturale “Cenobio”, diretta  da Pietro Montorfani, ha allestito un numero monografico consacrato allo scrittore bleniese a cura di Michela Marazzi- Beretta e Sofia Marazzi, con saggi inediti e una ricca bibliografia. Un’occasione importante per scoprire o riscoprire, doverosamente, una voce originale quanto appartata, della letteratura svizzera di lingua italiana del secondo Novecento.

Remo Beretta (1922-2009) ha passato una vita, si potrebbe dire, ad insegnare, con rara passione, letteratura italiana a centinaia di studenti, come docente  in diversi ordini di scuola, dapprima in Capriasca, infine al Liceo cantonale di Lugano. Tra le sue pubblicazioni: con pseudonimo Martino della Valle, Sette racconti (Edizioni Cenobio, 1964; poi, con introduzione di Gilberto Isella, Dadò, 2002); Tre testi di Remo Beretta per tre litografie di Massimo Cavalli (Upiglio, 1976); Massimo Cavalli (Scheiwiller, 1986); Classici e dialetto, con Giovanni Orelli (Ulivo, 2008); I giorni e la morte, a cura di Sofia Marazzi, introduzione di Fabio Soldini (Dadò, 2015). 

Il prezioso fascicolo di “Cenobio” viene presentato oggi alle 18.00 alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano. In questa sede, per gentile concessione dell’autore, ne offriamo un assaggio, con la proposta di un breve ed affettuoso omaggio a Beretta da parte dello scrittore e poeta Aurelio Buletti. (red.)


Nel tempo in cui c’era ancora la scuola chiamata ginnasio, al termine dell’ultimo anno vi si svolgevano gli esami di licenza: chi li superava – ma si teneva conto anche di quello che ogni allievo, ogni allieva aveva combinato nell’intero anno scolastico – otteneva la licenza ginnasiale. Le materie considerate più importanti avevano un esame scritto e uno orale. All’orale interveniva anche un esaminatore esterno, un commissario, che quasi sempre era un docente della scuola media superiore. Una volta, forse era il giugno del 1977, ma non ne sono sicuro, ebbi come commissario Remo Beretta, che in quel ginnasio era stato docente. Era la prima delle poche volte che ho avuto la fortuna di parlare con lui. I ragazzi e le ragazze di quella quinta saranno stati circa venticinque e circa venticinque testi, scelti fra quelli letti durante l’anno scolastico, avevo indicato come da portare all’esame orale. Ciascuno e ciascuna avrebbe dovuto rispondere ad alcune domande su uno di essi, domande che mi ero preparato con diligenza e che in piccola parte, per farne conoscere il tipo, avevo svelato alla classe.

Prima dell’interrogazione sui testi era prevista una breve discussione sul lavoro scritto, che era sempre un componimento. Ora, cosa capitò con il commissario Beretta? Che tutta la sua attenzione fu presa dai componimenti dei ragazzi e delle ragazze. Dei testi degli autori sembrava non gliene importasse o forse, meglio, li avrebbe anche presi in considerazione se ci fosse stato più tempo a sua disposizione. Il tempo che si poteva dedicare a ogni singolo allievo Remo lo voleva invece usare per convincere autori e autrici di quei componimenti dei passaggi dove avrebbero dovuto essere più chiari, delle parole che avrebbero dovuto scegliere meglio, delle costruzioni degli enunciati che avrebbero dovuto essere più solide. E quando poi io riuscivo a formulare almeno una domanda sul testo, sembrava che a Remo Beretta fosse impossibile ascoltare la mia domanda e la risposta dell’interrogato: stava ancora riflettendo su come quei lavori scritti potessero essere resi più corretti e più chiari. E aveva un’aria fra l’irritato e il dispiaciuto: non si capacitava che potessero esserci tanti punti oscuri e gli rincresceva che quei ragazzi non avessero imparato a scrivere meglio.

Credo che per lui ogni scritto meritasse rispetto e attenzione, non solo se era uscito dalla penna di uno dei suoi amati grandi autori, ma anche se era opera di uno scolaro. Oppure di un autore minore, cosa che ho avuto la fortuna di sperimentare direttamente. Remo Beretta mi aveva scritto il 29 febbraio 1984 a proposito dei miei Trenta racconti brevi da poco usciti da Casagrande. Una lettera di tre pagine, che conservo con affetto, ricca di citazioni e di annotazioni e con un incipit che mi pare di poter dire di grande e sorridente onestà: «Caro Buletti, proverò a dirti un paio di cose prive di piaggeria da riconoscenza (per aver ricevuto il libro)».

Un po’ di anni dopo – il suo testo Componimenti poetici di Aurelio Buletti tradotti in “vecchio parlare” sarebbe uscito sul «Cantonetto» nell’ottobre del 2001 – Remo avrebbe tradotto nella parlata di Leontica ante fine dell’età della pastorizia quattro mie poesie, accompagnando le traduzioni con alcune considerazioni sia sulle poesie tradotte sia sul mio modo di scrivere. Per quel suo scritto volle prima incontrarmi e andai da lui, nella casa dove abitava, in Via Mola, poco distante dalla scuola dove era stato mio commissario. Cercai di rispondere alle sue domande, però parlai poco e ascoltai tanto. Era immensamente più sapiente di me. Credo anche che fosse più appassionato di me nell’indagare e scoprire la consistenza dei testi.

Qualche anno dopo ancora procurai involontariamente a Remo – ma forse sarebbe più corretto scrivere imprudentemente – una seccatura. Era, per un po’ di giorni, in una clinica, per rimettersi in forma dopo un serio problema di salute. Gli avevo scritto alcune volte, per simpatia e incoraggiamento, indirizzando la mia posta al Professore Remo Beretta. Mi fece sapere, piuttosto contrariato, che così tutti e tutte si erano messi a chiamarlo professore, cosa che lo infastidiva parecchio. A quel tempo non sapevo ancora che per parecchi anni nell’elenco del telefono si era qualificato come impiegato dello Stato.

Di lui ricordo ancora questo: un ragazzo di cui ero stato docente al ginnasio, in uno degli anni scolastici del liceo aveva ricevuto il compito, che avrebbe svolto con un suo compagno, di presentare alla classe un autore di lingua italiana. Quel ragazzo si era rivolto a me per avere un consiglio e io gli avevo ricordato che avevo fatto leggere a lui e ai suoi compagni un paio di racconti di Sandro Beretta, nato nel 1926 e morto a soli 34 anni. Sarebbe inutile rammentare che Sandro era uno dei fratelli di Remo e che il romanzo di Remo I giorni e la morte è collegato alla malattia e alla morte del giovane fratello. Avevo suggerito al giovane studente di chiedere a Beretta un incontro per avere utili indicazioni per il suo lavoro. Colloquio che era stato accordato e dal quale i due studenti liceali erano usciti non solo con spiegazioni e racconti, ma anche con copie sufficienti per tutta la classe del libro dei racconti di Sandro intitolato, nelle Edizioni Cenobio del 1963, È nato in casa d’altri, Gesù.

Sono quasi sicuro di sapere dove ho visto Remo Beretta per l’ultima volta, scambiando con lui un saluto e poche altre parole. Era seduto su una delle panchine che stanno subito all’esterno del cimitero di Lugano. Un posto dove, forse, possono sostare solo persone molto in pace con sé stesse oppure persone in continua ricerca di pace. Stava leggendo un libro. Non poche volte negli anni precedenti l’avevo visto leggere mentre camminava. Forse voleva dare fiato alla speranza che anche dopo il Passaggio gli fosse possibile continuare a leggere gli amatissimi libri o forse voleva protestare silenziosamente contro il fatto che ciò non gli sarebbe stato possibile. O, più semplicemente, quel posto gli piaceva, lo riteneva adatto alla lettura. Era anche non troppo lontano dalla casa dove abitava, ma abbastanza per poter fare alcuni passi.